Bulimia culturale

6 Set

Siccome Andrea Scanzi è borioso, saccente e pieno di sé (manca niente?Ah sì, giustizialistaqualunquistadisfattista) mi ha concesso questa intervista, pur conscio che i visitatori del blog sono all’incirca lo stesso numero dei lettori del Riformista.
Proprio un opportunista questo Scanzi.
Orgogliosamente esibizionista della propria iconografia, in questo botta e risposta c’è molto dello Scanzi-pensiero.
Provocatore per scelta, eclettico per vocazione, il suo orgoglio ben pasciuto (cit.) gli permette di spaziare a tutto tondo con ironia e sagacia e gestire le critiche a questa presunta iper-attività (in Italia usare il cervello è un vizio capitale).
Quando era a La Stampa, il lungimirante direttore Calabresi lo aveva relegato a seguire il Motomondiale (e poi ci lamentiamo se l’editoria è in crisi).
Diventare il Guido Meda della carta stampata è un torto che non andrebbe fatto nemmeno a Filippo Facci (o forse sì?).
Difficilmente (credo) lo scrittore aretino farà mai il Direttore di un giornale (la sua figura sarebbe svilita), lui è un dispensatore di stimoli per liberare il cervello da usufrutti non graditi, è aduso alla monotonia come lo era Roberto Baggio ai metodi di Lippi.
Scanzi rigetta l’equilibrismo doroteo divenuto lo stilema dell’informazione (!) e della (pseudo)cultura di questo paese e -qualità adamantina- riesce ad indignare facendo sorridere.
Avvertenza:è vivamente sconsigliata la lettura dell’intervista a Pigi(Cerchio)Battista e a Polito il Barbiere di Siviglia.
Non sono state riscontrate tracce di ignavia,pavidità e tautologia.

A 39 anni scrivi per il Fatto, sei ospite fisso in tv (molto apprezzato), il tuo spettacolo teatrale è stato un successo. Dove trovi nuovi stimoli? Solo cercando di andare oltre (Pasolini docet)?
“Se non avessi più stimoli, sarei messo molto male. E di sicuro non farei quel che faccio. Sono culturalmente curioso, bulimicamente curioso. Cerco sempre qualcosa che mi incuriosisca e meglio ancora colpisca. Pasolini è sicuramente una delle mie letture più importanti. Una delle tante. In genere amo gli intellettuali non organici: quelli che dividono, quelli che fanno incazzare ma che ti costringono a pensare. E credo che, leggendomi, un po’ la cosa si intuisca”.
Hai dichiarato che scrivere era il tuo sogno ma che le emozioni che regala il teatro sono impareggiabili. Continuerai in entrambe le attività?
“Senza dubbio, almeno fino a quando avrò idee e un pubblico disposto a seguirmi. Ho già scritto un nuovo spettacolo teatrale, Le cattive strade, dedicato a Fabrizio De André. Lo interpreto con un artista che stimo molto, Giulio Casale. Lo abbiamo messo in scena già sette volte, anche se la tournèe vera e propria – prodotta da Promomusic – partirà da dicembre 2013 per continuare tutto il 2014. E Gaber se fosse Gaber, giunto al momento a 94 repliche, proseguirà fino al 31 dicembre. Se scopri il teatro, e in qualche modo il teatro ti accetta o addirittura ti premia, dal trip poi non esci più: mi sa che anche in questo sono gaberiano. Quanto allo scrivere, siano articoli o libri, è la mia vita”
Stai per scrivere un romanzo (non è una domanda, è un affermazione…). Su cosa?
“Devo correggerti. Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013. Per Rizzoli. Il romanzo non è in cantiere, anche se me lo stanno chiedendo da anni. Al momento è più facile che scriva un terzo spettacolo teatrale che un romanzo, ma spero di riuscire in entrambe le cose”.
Potresti essere il capostipite di una nuova generazione di intellettuali. Ti senti investito da questa responsabilità?
“Hai usato una parola bellissima, che però diventa una parolaccia se te la dici da solo: “intellettuale”. Siano gli altri a decidere. Io mi accontento di essere quel che sono: uno che dice e scrive quello che pensa, senza filtri, e per fortuna ha trovato nel suo percorso chi lo ascolta e si fida di lui. E’ raro trovare una persona a cui resti indifferente. Suscito reazioni estreme, amore oppure odio. Mi diverte molto, ero così anche a scuola. Dev’essere proprio una sorta di tara genetica. Detesto quelli che stanno nel mezzo, gli equilibristi furbini. E in Italia ce ne sono tanti. Troppi. Anche tra i nati nei Settanta, che è poi la mia generazione del tutto e del niente”.
Sul momento attuale: abbiamo toccato il fondo o al (nostro) peggio non c’è mai fine?
“L’Italia tocca di continuo il fondo. Poi ricomincia a scavare. E poi, quando è dentro il tunnel, invece di tentare di uscire si mette ad arredare le pareti. Con comodo, senza sforzarsi troppo. Abbiamo una classe politica orripilante, che somiglia però a buona parte del paese. Soltanto l’Italia poteva sopportare per vent’anni, addirittura con entusiasmo, il berlusconismo e al tempo stesso questa caricatura di centrosinistra. Per parafrasare Gaber, la voglia di rivoluzione non ci ha mai intaccato. O meglio, a qualcuno di noi sì: ma pochi. Sempre troppo pochi”.

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7 Risposte to “Bulimia culturale”

  1. Mauro Pigozzi 06/09/2013 a 22:49 #

    Ripeto: lo voglio con noi in Garfagnana il 29!

  2. daniele 07/09/2013 a 08:05 #

    sempre più genio…

  3. Aurelio Corsini 07/09/2013 a 13:34 #

    Insisti!!! In Garfagnana!!!

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  1. I nostri primi quarant’anni (o giù di lì) | Andrea Scanzi - 04/01/2014

    […] Nell’intervista di settembre, Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″. Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue. Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro. Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del toposscanziano. Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta. A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio. I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori). Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli anta. La voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta. Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano. Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande Fratello. Ai pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini. Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore. Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere. Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi. Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici. Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro). Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini. E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo. Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso. Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni. Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere. Le affinità finiscono qui. Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese. Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza. L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità. E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica. Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo). Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere). Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto. Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga. Forse non per tutti. Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto. Solo per non averci provato” (Shiatsu77) […]

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