Archivio | gennaio, 2014

Come fosse Antani

14 Gen

C’era una trepidante attesa (creata ad hoc, manco fosse la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti) per il documento che doveva lanciare definitivamente Renzi nel Gotha della politica italiana e ri-lanciare un Paese che pare avere inoculato un virus letale.
Aspettative (e parole) tante, soluzioni n.p. (non pervenute).
Lo stesso nome – Jobs Act – rivela la volontà di catalizzare l’attenzione sulla forma (come si pronuncia, qual è la traduzione esatta) e non sul contenuto, alquanto vacuo se non inesistente.
Ma non esistono (per i politici) obiettivi impossibili se ti affidi alla vecchia e cara supercazzola.
Vediamo le principali categorie.

Supercazzola bipolare
Personaggi più in cerca di coerenza che di un autore.
Un tipico rappresentante è Giulio Tremonti: un giorno liberista e l’altro keynesiano, poi evolutosi in una testa di cuoio nella lotta all’evasione fiscale ma anche consulente dello Studio Tremonti e Associati (o come si chiama adesso).
Geniale la sua capacità di predire il futuro a fatti già avvenuti smentendo quanto affermato in precedenza.
Quando Giulio Tremonti imita Corrado Guzzanti che imita Giulio Tremonti raggiunge il suo parossismo.
Si passa a Brunetta, tenerissimo quando aveva assurto Re Giorgio – dopo la sua rielezione al Colle – a proprio idolo (con annesso poster in camera), tornato nel suo ruolo quando afferma “…orribile il suo silenzio su Berlusconi…”, sorprendente nel proferire che Napolitano “…sta scardinando la Costituzione…”.
Ottimi anche i direttori dei due House Organ del Cavaliere, Sallusti e Belpietro.
Star dietro alle balle di B. è dura anche per dei professionisti come loro: il Cavaliere non sapeva chi fosse Ruby, anzi lo sapeva e la voleva aiutare.
Per il bene del Paese ha sostenuto il Governo Monti quindi lo ha fatto poi cadere.
Un Governo col PD?Mai, anzi sì grazie, ma adesso basta.
Berlusconi condannato?E’ coraggioso, andrà in carcere.
Contrordine, ci vuole una grazia.
Curioso come tutti questi illustri personaggi ricalchino l’equilibrio del loro padroncino.

Supercazzola economica
Un feudo del PD.
Credono ancora (o ce lo raccontano) che l’attuale crisi economica (o meglio, di questo sistema economico) si sia generata da sola, magari per autocombustione oppure in un laboratorio tra alambicchi e provette fumanti.
Una bella favola, niente da dire, anche se io continuo a preferire la più classica Cappuccetto Rosso.
Riescono ancora a difendere l’Euro e ad elencarne i vantaggi (sconosciuti ai più) restando seri.
Pur di evitare di tornare in possesso della sovranità monetaria (di cui evidentemente non saprebbero cosa farsene) evocano scenari biblici (la spesa con la carriola di monetine) o fantasy (l’Euro in questi anni ci ha protetto, siamo troppo piccoli per restare da soli ma troppo grandi per abbandonare la moneta unica).
Dovendo arrampicarsi sugli specchi utilizzano le tecniche più disparate.
Innaffiano i loro discorsi con massicce dosi di maanchismo quando vorrebbero “più Europa ma non questa Europa” (no, meglio quell’altra che però non si chiama Europa, sai i continenti sono fatti così).
Ecco riemergere la loro inguaribile dissonanza cognitiva per difendere le draconiane manovre del Governo Monti (di cui non si capisce ancora se erano alleati od oppositori).
“Lavoriamo per le riforme di cui questo Paese ha urgente bisogno” è il loro mantra ma anche il loro alibi perenne.

Supercazzola poetica
Anche se abbiamo ancora negli occhi (ma soprattutto nelle orecchie) la versione ridanciana dell’intercettazione con Archinà sul caso Ilva, lo stilema di Nichi Vendola è da sempre la supercazzola.
Che lui vorrebbe sublimare a cultura in purezza.
In un suo qualsiasi discorso – ricercato, ammaliante ma anche artefatto e capziosamente iconoclasta- l’attenzione dell’interlocutore è portata a spasso con metafore, citazioni e figure retoriche.
Il Pathos mostrato può creare un effetto dionisiaco, ma passata la sbornia (ed il relativo effetto lisergico) la domanda più ricorrente è “Ma che cazzo avrà voluto dire?”.
Sulla nomina degli assessori alla Sanità in Puglia, sugli appalti dei rifiuti al Gruppo Marcegaglia e
su tutta la vicenda dell’Ilva ha detto proprio poco.
Anzi, niente.

Supercazzola trendy
E qui ritorna alla ribalta lo statista di Rignano sull’Arno.
Con matteorenzi.qualchecosa (purché crei consenso) l’apice della cultura è invece Jovanotti che ha superato la mai rinnegata Ruota della Fortuna.
Se uno che a vent’anni aveva come idolo Ciriaco De Mita (sic) è riuscito a raggiungere questa popolarità significa che riesce a vendere benissimo la propria iconografia.
Renzi è una fucina di progetti, idee, cantieri (io uso le traduzioni in italiano, questa arcaica lingua ormai in disuso) dove le parole chiave sono “fare” e “ringiovanire”.
I contenuti?
Il format non li prevede.
Per Renzi non è importante la risoluzione del problema, ma dare una risposta.
Immediata, convincente, ruffiana e speranzosa.
Lui twitta e risponde ai giornalisti.
Insieme, of course.
Il rottamatore è un comunicatore multitasking (può gestire 483 argomenti alla settimana ed il software sarà ulteriormente ampliato a breve) che titilla l’elettorato con uno slang molto cool: la prossemica non è lasciata al caso (Renzi ha studiato l’argomento e si vede).
Prende le distanze dal passato (“Roba da prima Repubblica”), si crea un’effigie del ragazzo della porta (a porta) accanto (“Se deve essere il modo di perdere tempo e prendere un caffè, lo prendo con i miei amici che mi diverto di più”) ed è attento a seguire il linguaggio del momento col suo cavallo di battaglia “ma anche no” usato ad ogni piè sospinto (scritto e orale): una evidente stortura grammaticale che fa però gongolare l’ascoltatore.
Matteo Renzie, l’aspirante leader col chiodo, è un uomo perennemente impegnato.
A fare cosa non si capisce, ma in quest’Italietta pare sia sufficiente così.

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I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

3 Gen

Nell’intervista di settembre (https://shiatsu77.wordpress.com/2013/09/06/bulimia-culturale/) Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″.
Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.

Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del topos scanziano.
Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta.
A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.

I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori).
Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli anta.
La voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta.
Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano.
Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande Fratello.
Ai pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.

Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore.
Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere.
Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi.
Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro).
Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini.
E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo.
Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.

Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni.
Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere.
Le affinità finiscono qui.
Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese.
Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.

E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica.
Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo).
Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere).
Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.

Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga.
Forse non per tutti.
Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto.
Solo per non averci provato.