I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

3 Gen

Nell’intervista di settembre (https://shiatsu77.wordpress.com/2013/09/06/bulimia-culturale/) Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″.
Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.

Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del topos scanziano.
Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta.
A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.

I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori).
Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli anta.
La voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta.
Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano.
Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande Fratello.
Ai pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.

Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore.
Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere.
Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi.
Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro).
Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini.
E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo.
Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.

Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni.
Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere.
Le affinità finiscono qui.
Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese.
Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.

E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica.
Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo).
Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere).
Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.

Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga.
Forse non per tutti.
Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto.
Solo per non averci provato.

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Una Risposta to “I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)”

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  1. I nostri primi quarant’anni (o giù di lì) | Andrea Scanzi - 04/01/2014

    […] Nell’intervista di settembre, Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″. Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue. Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro. Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del toposscanziano. Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta. A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio. I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori). Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli anta. La voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta. Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano. Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande Fratello. Ai pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini. Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore. Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere. Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi. Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici. Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro). Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini. E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo. Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso. Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni. Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere. Le affinità finiscono qui. Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese. Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza. L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità. E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica. Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo). Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere). Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto. Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga. Forse non per tutti. Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto. Solo per non averci provato” (Shiatsu77) […]

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