Archivio | settembre, 2014

La speranza fa(ceva) Novanta

29 Set

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza.Della lotta.Dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche rabbiosi e truci dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
E’ stato un periodo che ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto che stavano cercando, magari con un pò di presunzione, di cambiare il mondo (cit.).
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto, forse troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: craxismo e Milano da bere, yuppies e pubblicità.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero, con in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un pò oppio per il popolo e un pò canto del cigno, il cui redde rationem bussa oggi.
L’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del liberismo a discapito dei diritti e del ragionamento nacque allora.
Gli ’80 sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di averli imbavagliati in una definizione loro sono già sgusciati via.

Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla democrazia ed alla libertà (l’Urss) quasi tutti si sono convertiti al monoteismo dell’egida Usa, noti esportatori di democrazia e libertà, nonché strenui pacifisti.
A casa loro (Lele Cassinadri dixit).
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il “sistema” disse “Divertitevi ed esagerate pure!”, coi Novanta si volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo lo stesso filone.
Forse volevano superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse erano la sua emanazione edulcorata e patinata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare sottotraccia (il popolo di Seattle, quello di Mani Pulite, una voglia di indipendenza e legalità diffusa) pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Proteste autentiche, risposte (pronto uso) di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei ’70 durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e mistificare il pensiero dissidente.
Nei ’90 la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Quando il potere finge di riformare sceglie la faccia più pulita (Blair, Clinton, lo stesso centrosinistra italiano), perché si potrà permettere certe cose.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco: in Italia – paese dove non sempre due più due fa quattro – non contenti di vent’anni di fascismo e cinquanta di Democrazia Cristiana abbiamo voluto provare anche l’ebrezza di un altro ventennio (ed ora del suo sequel).
Pur intensa la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove No Logo è diventato un logo (il copyright è di Ime).
Dove ad una evidente voglia di autonomia (tema quanto mai attuale) si è accompagnato il consacramento dell’Euro, ovvero la perfetta antitesi.
Dove il protocollo di Kyoto si scontra con la propagginazione degli Ogm.
Dove la pace di Camp David fa da contraltare alle guerre in Jugoslavia.
Dove uno Stato per combattere la mafia viene a patti con essa.

Ogni epoca si rilette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa).
Se nel decennio Ottanta musica e cinema erano sì gradevoli ma non certo eccelsi (pur con alcune punte di valore assoluto), in quello successivo la qualità salì considerevolmente.
Ed ecco la solita manifestazione di bipolarismo: come spiegare altrimenti l’investitura di Jovanotti a profeta ed icona del progressismo made in Ninety?
Se la sinistra è quasi affossata lo deve anche agli artisti da cui si è fatta rappresentare: banali quanto pavidi, melliflui ed equilibristi per necessità ma evidentemente anche per vocazione: che sintonia con la segreteria del partito!
Una certa voglia di romanticismo per creare qualche cortocircuito- in una rotta che pareva tracciata in tutt’altra direzione – si assaporava anche nel popolare gioco del pallone.
Baggio e Van Basten sono stati gli ultimi poeti di un calcio che la sentenza Bosman stava facendo virare verso la devastazione.
Riuscendoci.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo).
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni tre taglie più larghi del dovuto, dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva una fervida mente.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Condizione sine qua non: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Pare che Steve Jobs ponesse serie limitazioni all’uso dell’ iPad ai propri figli: fate quello che dico, non quello che faccio.
Lo so, vi stavate domandando quando avrei parlato di Non è la Rai, un anatema ancora sottovalutato, fucina di spettatori che più che un autore sono ancora in cerca di un tutore.
Nella maratona per lobotomizzarsi il cervello da soli, l’altro asso di briscola era il Tamagotchi, un giochino talmente consistente che oggi non sfigurerebbe in alcune slides tanto in voga.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione (il traghettamento verso gli inutili Duemila).
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi.
I Novanta sono Senna che muore ad Imola.
Sono l’Italia che perde due Mondiali ai rigori.
Sono Kurt Cobain che si suicida.
Sono il 1992, l’inizio di Tangentopoli (la speranza di cambiamento ) ma pure le strage di Capaci e di Via D’Amelio e le decisioni prese a bordo del Britannia (la fine della speranza).

Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.
E qualche colpa te la dai.

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