Ottanta all’ora

18 Feb

Se gli anni Settanta, in Italia, sono ufficialmente iniziati con Piazza Fontana (la mamma di tutte le stragi, il 12/12/69), gli Ottanta vedono la luce il 02/08/80 nella stazione di Bologna.
Dopo un decennio di esasperazioni la parola fine viene apposta con la stessa vigliacca modalità di come erano iniziati gli Anni di Piombo, ma diametralmente opposte saranno strategie e finalità.
Meccanismi disumani e perversi che l’intelletto e la pietas faticano a comprendere.
Il decennio vedrà poi i titoli di coda, in mondovisione ed a reti unificate, con la caduta del Muro e la rivolta di Piazza Tienanmen per proiettarsi negli enigmatici, illusori e contraddittori Novanta (http://shiatsu77.me/2014/09/29/la-speranza-faceva-novanta/).
Gli Eighty hanno più di trent’anni ma non li dimostrano, fedeli alla propria effige di eterni e scanzonati teenager.

Giudicare un periodo senza farsi condizionare dai ricordi (specie se giovanili) è dura.
Sono stati anni divertenti, erano costruiti per quello, il risultato dell’utilitarismo di Bentham e Stuart Mill: tutto va ben (Madama Marchesa) purché dia piacere.
A pensare faremo in tempo domani.
Un proposito che stiamo ancora rimandando.
Non che la sostanza mancasse, semplicemente le veniva preferita la forma (più appariscente che elegante).
Ci si prendeva poco sul serio, anche le ultime puntate della Guerra Fredda avevano perso credibilità.
Prevedibili come il finale di Rocky 4.
L’Italia, all’acme della propria crescita economia, non lo sapeva ma stava già sprofondando: corruzione endemica, illegalità diffusa, svendita del paese e vittima sacrificale del disegno liberista internazionale.
L’Oscar per il miglior attore protagonista sarà un ex aeqo fra Reagan e la Tatcher, quindi un anatema.
La Regina del decennio invece è stata lei, la Televisione, in una nuova livrea un pò imputtanita.
I radical-chic – consigliati dalla loro immancabile coda di paglia – amano scegliere come capro espiatorio il Drive-in (salvo non essersi persi nemmeno una puntata).
Considerando la fucina di comici che ha sfornato, meglio cercare altrove il male della TV (telenovelas allora, reality e cronaca nera oggi).
Chi vi dice che siano anni irripetibili è perché ha provato a cotonarsi i capelli come allora.
Remake impossibile, nemmeno se ci si affida al parrucchiere di Branduardi.
Si deve a quel periodo lo sdoganamento del tamarrismo, oggi quanto mai rinfocillato, esattamente come le All Star e le Superga (aromi compresi, riesumati pure quelli).
Sotto il vestito niente, o comunque poco.

Associare la musica ell’epoca Ottanta significa entrare un’aporia.
Per comprendere il passaggio dal decennio precedente possiamo prendere a paradigma i Queen: ascoltare il Greatest Hits I e poi il II per credere.
Nei Settanta sui loro dischi capeggiava la scritta No Synthetizers, dopo si convertiranno anche loro.
Meglio?
Peggio?
Elettronica o no, quando c’è qualità il problema non si pone o si rischia di diventare manichei.
Gli Ottanta musicali sono stati idolatrati, demoliti e riabilitati.
Ancora oggi c’è chi li adora e chi li brucerebbe.
Credo ci siano cose straordinarie e un bel pò di merda.
Ma non più di oggi, anzi.
Limitarsi a Gioca Jouer e Tarzano Boy (ottimi brani, da ubriachi) o Smile di Jerry Scotti (neanche da ubriachi, forse dopo l’elettroschok) è fuorviante.
In quel decennio poi c’è la summa dello sport.
Calcio, Formula Uno, Tennis, Rally, Basket, Motomondiale: tutto inavvicinabile.
Si sono dati appuntamento una pletora di talenti per epici duelli, ancora incontaminati da esigenze televisive, tirate di culo degli sponsor o controlli elettronici.
E poi c’era 90° Minuto con le sue pause chilometriche, i suoi ritmi blandi, i suoi riti prevedibilissimi ma attesi ogni domenica con ansia.

Opporsi agli Ottanta, avendoli vissuti, era quasi impossibile.
Nel decennio le voci fuori dal coro c’erano ma venivano fagocitate dall’edonismo fino a renderle smaccatamente anacronistiche, oltremodo astanti esattamente come chi le proferiva (durante una feste quante cose non si sentono…).
Gli Anni Ottanta vivevano di pubblicità, erano essi stessi pubblicità e, seppur monopolisti, vendendo il loro prodotto all’inizio non hanno fatto pagare niente.
Ma gratis non c’è nulla, il redde rationem è un tipo dalla buona memoria.
Ti facevano credere che il protagonista eri proprio tu, confessandoti solo dopo che invece eri solo la vittima.
Sono il prototipo della attuale società imperniata sul non-pensare e la decadenza morale si è impennata in quegli anni, ma rimpiangerli (o ricordarli con un pò d’affetto) non è sinonimo di dissonanza cognitiva.
Perché ancora la speranza era palpabile.
Perché il nuovo aveva appena attecchito quindi la semplicità a la voglia di stare insieme venivano ancora a galla.
Perché a desiderare un pò di spensieratezza non si cade nell’ignominia.
Perché c’era sì la consapevolezza che il mondo stesse cambiando, ma come nelle favole c’era l’illusione di poter prendere solo il buono di quel nuovo corso cristallizzando il resto.
Ah, le favole.
Erano gli anni della Milano da bere.
Abbiamo bevuto.
Anche troppo.
Gli Anni Ottanta sarebbero l’ideale complemento d’arredo (minore) di ogni decennio, ne sono invece purtroppo diventati i muri portanti.
Ed è forse oggi, e non trent’anni fa, che non ci resta che piangere (Andrea Scanzi dixit).

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