Archivio | aprile, 2015

Il 1992

8 Apr

Ci sono degli anni che sono un tale agglomerato di eventi da farli sembrare più lunghi dei canonici 365 giorni.
Anni cruciali, spartiacque, che hanno ricevuto la chiamata e l’investitura da parte della Storia ancor prima di terminare.
Il 1992 rientra in quel ristretto novero.

Si parte col botto di Tangentopoli, fenomeno vaticinato da almeno un decennio (ancor prima della famosa questione morale berlingueriana).
Il depistaggio da noi è sempre stato uno sport nazionale al quale l’informazione non ha mai saputo rinunciare.
Approcciarsi a quella stagione richiede impegno.
Qualcuno ha ripetuto all’ossesso l’audace teoria del Golpe Rosso, col risultato di aver invertito il senso della realtà: in Italia il cattivo (e pure rompicoglioni) è chi scopre il reato, non chi lo commette.
La difesa non fu che gli accusati non rubassero, ma che c’era qualcun altro che rubava come o più di loro.
Era il sistema, bellezza.
Come se compiere un reato in compagnia, anziché da soli, abbassi la sua gravità.
Eppure fu questo il messaggio che uscì dalla Camera dei Deputati il 29/04/1993 dopo il discorso di Craxi.
La Camera dei Deputati, non una sala da biliardo.
Definire bolscevichi Piercamillo Davigo ed Antonio Di Pietro strizza l’occhio più al fantasy che al complotto a falce e martello.
Tant’è che proprio la figura più carismatica di questi presunti giacobini (Di Pietro) era corteggiato un giorno sì e l’altro pure da Berlusconi (non un omonimo, proprio lui) per andare a fare il Ministro dell’Interno.
Il Pool di Mani Pulite assomigliava talmente ad un Soviet che la Lega e soprattutto l’allora MSI si schierarono apertamente (nei dibattiti e nelle piazze) a favore dell’inchiesta milanese: chissà come mai in quel momento la giustizia ad orologeria suonò proprio nel momento giusto?
In compenso la semantica iniziò ad accusare seri problemi d’identità per colpa di due paroline – già di loro liquide – e vieppiù usate alla cazzo: giustizialismo e garantismo.
C’è un’altra tesi piuttosto ardita che val la pena confutare, ovvero che le lobby internazionali (che esistono, sia chiaro) sfruttarono un tema di forte impatto popolare (la corruzione) per destituire i politici di allora – ipotetici baluardi degli interessi nazionali – spianando definitivamente la strada al disegno liberista.
Se Di Pietro fosse stato un uomo difeso da fantomatiche Spectre non avrebbe subito tutti quei procedimenti dopo le sue dimissioni e se gli altri giudici “politicizzati” fossero stati protetti da influenti tycoon o think thank non avremmo mai udito il celebre “Resistere, resistere, resistere”.
In realtà la svendita del Paese fu sancita proprio da quella classe dirigente che in queste congetture dovrebbe essere la parte lesa.
L’entrata nello Sme (l’antesignano dell’Euro), il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, le privatizzazioni selvagge con l’Iri sono tutti regali di quei politici della Prima Repubblica e i prodromi a quanto sarebbe accaduto: la sovranità – se mai l’Italia ne abbia avuta una – era stata perduta proprio per colpa loro.
Oltre ad aver allegramente scippato e stuprato un’intera Nazione in un cortocircuito morale e legale.
E’ vero, tutti quelli venuti dopo han tentato disperatamente di farli rimpiangere (e solo per questo meriterebbero un girone dantesco ad personam), ma questi peana per assurgere a insigni statisti chi non lo fu, paiono francamente inappropriati.

Questa non vuole essere un ode per Mani Pulite.
Ce ne sono di cose che non tornano: una certa benevolenza verso il PDS come diversi protagonisti dell’epoca (inteso nella sua accezione più negativa) rimasti misteriosamente immacolati ed intonsi non risultando nemmeno sfiorati dall’inchiesta.
Ancora, dubbi anche sulla tempistica: la caduta del Muro giocò un ruolo chiave, come forse l’opinione pubblica ormai esacerbata ma un’inchiesta giudiziaria andrebbe avviata a prescindere.
Chi parla di occasione perduta e disillusione non sbaglia, ma ricordiamo che la Magistratura applica le leggi del Parlamento, non le proprie (che non esistono).
E subito dopo quel biennio ci fu la corsa bipartisan per riformare la giustizia e l’abuso d’ufficio ed altri reati dei colletti bianchi, segno che i Pm avevano colto nel segno.
Il nuovo che uscì fu qualcosa di vecchio, fra ricicli e restyling (la stessa cosa di oggi).
Il sistema di potere, perso un interlocutore, ne trovò subito un altro.
Perché sono due destini che si uniscono (cit.) o parafrasando Gazzè “E non poteva andare altrimenti”.
La voglia di indignarsi era ancora inoculata negli italiani: oggi si ruba molto di più (denaro e diritti) ed è percepita come la prassi.
E i comportamenti sembrano (sono?) come irredimibili: chi è stato condannato è tornato a ricoprire gli stessi ruoli.
Non c’è una metafora più adatta di quella che usò Luttazzi a Raiperunanotte.
Anche il disonore ha subito una mutazione genetica.
Gli Avvisi di Garanzia si sono trasformati da onta a vanto: si ostenta quello di cui ci si dovrebbe vergognare.
Abbiamo perso un treno.
La cosa grave è che ci manca la forza per riprovare a fare il biglietto.

C’è un filo rosso che unisce tutti gli anni di grandi cambiamenti in Italia.
Rosso, come il sangue delle stragi e degli attentati: nel 1969, nel 1974, nel 1978, nel 1980, nel 1984.
Nel giro di due mesi – in quel 1992 – la speranza aveva fatto la stessa fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Toccò al loro padre putativo Antonino Caponnetto pronunciare con un filo di voce la frase più devastante che il destino potesse riservargli “E’ finito tutto…”.
Uccisi due volte, perché la loro lezione, i loro principi ed il loro esempio sono andati dissolti.
Peggio, profanati.
Citati solo pro domo sua nella quintessenza di una retorica quantomai contigua, anzi correa a ciò che i due magistrati combattevano imperniata dal “Funerali tutti presenti” (Maudit, Litfiba).
Se gli esecutori paiono facilmente identificabili, ecco, sui mandanti qualche dubbio aleggia.
Come sul movente.
Trattative in corso, ricerca di nuovi interlocutori, reazione ai processi, reclamo d’impunità, strategia per giustificare uno Stato di assedio (più finanziario che militare) o l’inizio di una nuova epoca.
Di queste una, tutte, nessuna o altre centomila.
Qualsiasi tipo di fallimento/Ha bisogno della sua claque/Legalizzare la mafia/Sarà la regola del Duemila/Sarà il carisma di Mastro Lindo/A regolare la fila (De Gregori nel 1989).
Le due tragedie scossero fortemente l’Italia, che però nello stesso periodo versò non meno lacrime per la morte di Caroline in Beautiful.
Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua clacque, appunto.

Il 1992 è un romanzo che annovera nei suoi capitoli anche trame squisitamente economiche.
Un bravo lettore per addentrarsi in tanti meandri dovrebbe adottare un approccio olistico.
Invece tutti ricordano il prelievo forzoso di Amato, perché l’italiano guarda la pagliuzza e non la trave.
Non va oltre.
Anziché allargare il campo, lo restringe.
In queste pagine la sovranità economica è il convitato di pietra.
L’ultimo a difenderla fu Enrico Mattei e per certi versi Moro.
Al netto del marciume dilagante, una Lira agganciata al Marco era insostenibile ed i nodi vennero al pettine (chi sostiene il contrario o è un incompetente, o è in malafede o crede ancora alle favole).
Qui la corruzione c’entrava poco, dato che c’era anche prima e ci sarà anche dopo.
Nel 1992 erano le partite correnti il problema (come lo saranno nel 2011), cioè l’indebitamento con l’estero figlio di quegli accordi europei che non si sono formati per autocombustione, no, qualcuno li ha firmati.
Una strategia dissennata si ostinò a difendere il cambio ad oltranza prosciugando le riserve valutarie anziché riprendersi per tempo la leva monetaria, ergo una buona fetta d’autonomia.
Ma in questo modo non si sarebbe potuto proseguire con le privatizzazioni, con la riforma delle pensioni ed altre simpatiche misure draconiane contenute in quella Finanziaria e nei suoi sequel.
L’Italia trasse beneficio dal momentaneo cambio libero (pensa un pò, averlo fatto prima per mantenerlo per sempre no, eh?), per qualche anno crescette ma una simil-sindrome di Stoccolma la spinse ad ulteriori sacrifici proprio per tornare nello stesso pozzo buio che l’aveva ridotta così (Euro, arrivo!).
Una forma di bondage ante litteram.
Senza soluzione di continuità fino ad oggi, anziché eliminare lo spreco del pubblico da loro creato ad hoc, si toglie direttamente tutto il servizio con una sana macelleria sociale.
La liturgia della nuova frontiera liberista odia aprioristicamente tutto ciò che è pubblico ed esige lo sbudellamento di quei diritti tanto sudati ma così fuori moda (per chi non ne ha bisogno).
Le chiamano crisi finanziarie, ma non sono il lato oscuro di questo sistema economico, bensì uno degli architravi.
Senza questi shock non si riuscirebbe mai a far accettare alle persone delle scelte così impopolari ed umilianti.

Il 1992 è stato un anno vissuto pericolosamente di cui porteremo appresso per sempre le cicatrici nell’anima, dove gli anatemi e le catastrofi non sono state trasformate in opportunità.
Che sono svanite al largo, esattamente come il panfilo Britannia.

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