Archivio | ottobre, 2015

Vite da Terza Repubblica

27 Ott

Mancava alla sua (già) nutrita biografia.
E mancava a se stesso, per interposta persona del suo ego.
Fortunatamente il primo romanzo di Andrea Scanzi è molto meglio del titolo – La vita è un ballo fuori tempo – per il quale Ligabue potrebbe tornare a bussare alla porta (come per il precedente Non è tempo per noi) rivendicando qualcosa.
Ma Scanzi in casa ha due cani di grossa cilindrata.
Ci teneva parecchio – proposito volutamente malcelato – ed ha finito col metterci dentro tutto l’Andrea Scanzi che bramava di scrivere un romanzo.
Tutto e forse anche troppo.
A volte la ricetta migliore non è quella che annovera tutti gli ingredienti, come il musicista non deve esibire interamente il repertorio in una serata.
Peccati riconducibili all’orgoglio ma pure dettagli che il talento riesce ancora a sistemare, ed ecco una storia di parecchi animali domestici nella giungla della Terza Repubblica, fra ottuagenari agguerriti e quarantenni deboli, col grottesco che è al potere ed un popolo senza nervo che lo alimenta, tra lo svilimento di chi potrebbe (e dovrebbe) lottare, condito con l’amore, il disincanto, i rapporti umani, l’amicizia e l’onestà intellettuale.
Il tutto raccontato in maniera oltremodo personale dall’autore.
Affidandosi a dialoghi icastici, alle sue passioni, alle sue manie e a qualche ostentazione di troppo della propria scibile.
I paradossi sono efficaci a descrivere la realtà quando la realtà è un paradosso.
Perché nel libro si ha spesso la sensazione di personaggi eccessivamente caricaturali, di situazioni quantomeno forzate, ma questa società imperniata sull’apparenza e sullo slogan non è esattamente così?
Scanzi ha solo esacerbato – a modo suo – un cortocircuito reiterato e vieppiu percepito da pochi.
E chissà, magari ha solleticato in ogni lettore la propria rivoluzione personale e l’autodiagnosi sul livello di sopportazione raggiunto.

Lo scrittore di Cortona è uno degli intellettuali più preparati e poliedrici del panorama italiano.
Sicuramente della sua generazione, probabilmente in senso assoluto.
Spontaneamente bulimico di cultura, ha l’arma dell’ironia nella fondina che usa nel duello, nella scudisciata ed anche nel cazzeggio.
Ed avvalora la tesi che sia più ficcante il sarcasmo che l’acredine perenne.
Specie quando è alternato all’invettiva e alla speculazione interiore, lambendo così tutte le corde del lettore.
La scrittura di Scanzi ricalca il personaggio, tanto eclettica quanto difficilmente catalogabile.
Soave, per un parallelismo a lui gradito.
L’eclettico Scanzi scrive come pochi ed usa gli avverbi e le parentesi come nessuno.
Nel romanzo ci sono massime notevoli ed aforismi che torneranno utili a qualcuno in quest’epoca della citazione facile.
Anche se a pagina 284 nel termine “poteva” ci sono forse gli estremi per l’apertura di un’inchiesta per mancato uso del congiuntivo che probabilmente verrebbe archiviata perché la situazione si prestava ad una doppia interpretazione.
Nei personaggi non è difficile scorgere delle proiezioni di se stesso e di chi – per osmosi o per refrattarietà – è transitato nell’animo dell’autore.
La penna del Fatto sul bancone della libreria ha esposto anche le proprie debolezze, dimostrandosi una persona decisamente più sensibile (nella sua accezione più nobile) di quanto oramai il personaggio non gli conceda di essere.
Pardon, di apparire.

Questo libro è un investitura per il criminoso Scanzi (l’epiteto lo capiranno i seguaci di vecchia data).
Perché combattere vigorosamente il renzismo e prima il berlusconismo (all’incirca la stessa cosa) è giusto e doveroso.
E lanciare stilettate per far emergere la vergogna tenuta sottotraccia è perlomeno edificante.
Ma Andrea deve andare oltre.
E smascherare chi muove queste marionette che a turno il cittadino-tifoso assurge a salvatori della patria in un pernicioso messianismo 2.0.
Primo Levi affermava che ogni epoca ha il suo fascismo.
Oggi è rappresentato dal Pensiero Unico dominante e dai suoi esegeti turbo-liberisti, da invasati tecnocrati e da oligarchi autorefernziati che sacrificano le regole, la salute e la dignità all’altare della crescita infinita, nuovo verbo del Potere.
Quelli che l’uomo se va bene è un mezzo, ma spesso è solo un intralcio.
Di frequente confusi col Bene, fomentano guerre, s’inventano le crisi solo per giustificare soluzioni estreme, mistificano i fatti e financo la storia.
Sono gli epigoni di quelli che Pasolini già cinquant’anni fa aveva messo nel mirino della sua penna al curaro intuendo quale sarebbe stato il pericolo per quella (e questa) società.
Un solco che uno come Scanzi deve continuare a scavare in questo terreno da rigenerare.

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