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Vite da Terza Repubblica

27 Ott

Mancava alla sua (già) nutrita biografia.
E mancava a se stesso, per interposta persona del suo ego.
Fortunatamente il primo romanzo di Andrea Scanzi è molto meglio del titolo – La vita è un ballo fuori tempo – per il quale Ligabue potrebbe tornare a bussare alla porta (come per il precedente Non è tempo per noi) rivendicando qualcosa.
Ma Scanzi in casa ha due cani di grossa cilindrata.
Ci teneva parecchio – proposito volutamente malcelato – ed ha finito col metterci dentro tutto l’Andrea Scanzi che bramava di scrivere un romanzo.
Tutto e forse anche troppo.
A volte la ricetta migliore non è quella che annovera tutti gli ingredienti, come il musicista non deve esibire interamente il repertorio in una serata.
Peccati riconducibili all’orgoglio ma pure dettagli che il talento riesce ancora a sistemare, ed ecco una storia di parecchi animali domestici nella giungla della Terza Repubblica, fra ottuagenari agguerriti e quarantenni deboli, col grottesco che è al potere ed un popolo senza nervo che lo alimenta, tra lo svilimento di chi potrebbe (e dovrebbe) lottare, condito con l’amore, il disincanto, i rapporti umani, l’amicizia e l’onestà intellettuale.
Il tutto raccontato in maniera oltremodo personale dall’autore.
Affidandosi a dialoghi icastici, alle sue passioni, alle sue manie e a qualche ostentazione di troppo della propria scibile.
I paradossi sono efficaci a descrivere la realtà quando la realtà è un paradosso.
Perché nel libro si ha spesso la sensazione di personaggi eccessivamente caricaturali, di situazioni quantomeno forzate, ma questa società imperniata sull’apparenza e sullo slogan non è esattamente così?
Scanzi ha solo esacerbato – a modo suo – un cortocircuito reiterato e vieppiu percepito da pochi.
E chissà, magari ha solleticato in ogni lettore la propria rivoluzione personale e l’autodiagnosi sul livello di sopportazione raggiunto.

Lo scrittore di Cortona è uno degli intellettuali più preparati e poliedrici del panorama italiano.
Sicuramente della sua generazione, probabilmente in senso assoluto.
Spontaneamente bulimico di cultura, ha l’arma dell’ironia nella fondina che usa nel duello, nella scudisciata ed anche nel cazzeggio.
Ed avvalora la tesi che sia più ficcante il sarcasmo che l’acredine perenne.
Specie quando è alternato all’invettiva e alla speculazione interiore, lambendo così tutte le corde del lettore.
La scrittura di Scanzi ricalca il personaggio, tanto eclettica quanto difficilmente catalogabile.
Soave, per un parallelismo a lui gradito.
L’eclettico Scanzi scrive come pochi ed usa gli avverbi e le parentesi come nessuno.
Nel romanzo ci sono massime notevoli ed aforismi che torneranno utili a qualcuno in quest’epoca della citazione facile.
Anche se a pagina 284 nel termine “poteva” ci sono forse gli estremi per l’apertura di un’inchiesta per mancato uso del congiuntivo che probabilmente verrebbe archiviata perché la situazione si prestava ad una doppia interpretazione.
Nei personaggi non è difficile scorgere delle proiezioni di se stesso e di chi – per osmosi o per refrattarietà – è transitato nell’animo dell’autore.
La penna del Fatto sul bancone della libreria ha esposto anche le proprie debolezze, dimostrandosi una persona decisamente più sensibile (nella sua accezione più nobile) di quanto oramai il personaggio non gli conceda di essere.
Pardon, di apparire.

Questo libro è un investitura per il criminoso Scanzi (l’epiteto lo capiranno i seguaci di vecchia data).
Perché combattere vigorosamente il renzismo e prima il berlusconismo (all’incirca la stessa cosa) è giusto e doveroso.
E lanciare stilettate per far emergere la vergogna tenuta sottotraccia è perlomeno edificante.
Ma Andrea deve andare oltre.
E smascherare chi muove queste marionette che a turno il cittadino-tifoso assurge a salvatori della patria in un pernicioso messianismo 2.0.
Primo Levi affermava che ogni epoca ha il suo fascismo.
Oggi è rappresentato dal Pensiero Unico dominante e dai suoi esegeti turbo-liberisti, da invasati tecnocrati e da oligarchi autorefernziati che sacrificano le regole, la salute e la dignità all’altare della crescita infinita, nuovo verbo del Potere.
Quelli che l’uomo se va bene è un mezzo, ma spesso è solo un intralcio.
Di frequente confusi col Bene, fomentano guerre, s’inventano le crisi solo per giustificare soluzioni estreme, mistificano i fatti e financo la storia.
Sono gli epigoni di quelli che Pasolini già cinquant’anni fa aveva messo nel mirino della sua penna al curaro intuendo quale sarebbe stato il pericolo per quella (e questa) società.
Un solco che uno come Scanzi deve continuare a scavare in questo terreno da rigenerare.

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Bulimia culturale

6 Set

Siccome Andrea Scanzi è borioso, saccente e pieno di sé (manca niente?Ah sì, giustizialistaqualunquistadisfattista) mi ha concesso questa intervista, pur conscio che i visitatori del blog sono all’incirca lo stesso numero dei lettori del Riformista.
Proprio un opportunista questo Scanzi.
Orgogliosamente esibizionista della propria iconografia, in questo botta e risposta c’è molto dello Scanzi-pensiero.
Provocatore per scelta, eclettico per vocazione, il suo orgoglio ben pasciuto (cit.) gli permette di spaziare a tutto tondo con ironia e sagacia e gestire le critiche a questa presunta iper-attività (in Italia usare il cervello è un vizio capitale).
Quando era a La Stampa, il lungimirante direttore Calabresi lo aveva relegato a seguire il Motomondiale (e poi ci lamentiamo se l’editoria è in crisi).
Diventare il Guido Meda della carta stampata è un torto che non andrebbe fatto nemmeno a Filippo Facci (o forse sì?).
Difficilmente (credo) lo scrittore aretino farà mai il Direttore di un giornale (la sua figura sarebbe svilita), lui è un dispensatore di stimoli per liberare il cervello da usufrutti non graditi, è aduso alla monotonia come lo era Roberto Baggio ai metodi di Lippi.
Scanzi rigetta l’equilibrismo doroteo divenuto lo stilema dell’informazione (!) e della (pseudo)cultura di questo paese e -qualità adamantina- riesce ad indignare facendo sorridere.
Avvertenza:è vivamente sconsigliata la lettura dell’intervista a Pigi(Cerchio)Battista e a Polito il Barbiere di Siviglia.
Non sono state riscontrate tracce di ignavia,pavidità e tautologia.

A 39 anni scrivi per il Fatto, sei ospite fisso in tv (molto apprezzato), il tuo spettacolo teatrale è stato un successo. Dove trovi nuovi stimoli? Solo cercando di andare oltre (Pasolini docet)?
“Se non avessi più stimoli, sarei messo molto male. E di sicuro non farei quel che faccio. Sono culturalmente curioso, bulimicamente curioso. Cerco sempre qualcosa che mi incuriosisca e meglio ancora colpisca. Pasolini è sicuramente una delle mie letture più importanti. Una delle tante. In genere amo gli intellettuali non organici: quelli che dividono, quelli che fanno incazzare ma che ti costringono a pensare. E credo che, leggendomi, un po’ la cosa si intuisca”.
Hai dichiarato che scrivere era il tuo sogno ma che le emozioni che regala il teatro sono impareggiabili. Continuerai in entrambe le attività?
“Senza dubbio, almeno fino a quando avrò idee e un pubblico disposto a seguirmi. Ho già scritto un nuovo spettacolo teatrale, Le cattive strade, dedicato a Fabrizio De André. Lo interpreto con un artista che stimo molto, Giulio Casale. Lo abbiamo messo in scena già sette volte, anche se la tournèe vera e propria – prodotta da Promomusic – partirà da dicembre 2013 per continuare tutto il 2014. E Gaber se fosse Gaber, giunto al momento a 94 repliche, proseguirà fino al 31 dicembre. Se scopri il teatro, e in qualche modo il teatro ti accetta o addirittura ti premia, dal trip poi non esci più: mi sa che anche in questo sono gaberiano. Quanto allo scrivere, siano articoli o libri, è la mia vita”
Stai per scrivere un romanzo (non è una domanda, è un affermazione…). Su cosa?
“Devo correggerti. Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013. Per Rizzoli. Il romanzo non è in cantiere, anche se me lo stanno chiedendo da anni. Al momento è più facile che scriva un terzo spettacolo teatrale che un romanzo, ma spero di riuscire in entrambe le cose”.
Potresti essere il capostipite di una nuova generazione di intellettuali. Ti senti investito da questa responsabilità?
“Hai usato una parola bellissima, che però diventa una parolaccia se te la dici da solo: “intellettuale”. Siano gli altri a decidere. Io mi accontento di essere quel che sono: uno che dice e scrive quello che pensa, senza filtri, e per fortuna ha trovato nel suo percorso chi lo ascolta e si fida di lui. E’ raro trovare una persona a cui resti indifferente. Suscito reazioni estreme, amore oppure odio. Mi diverte molto, ero così anche a scuola. Dev’essere proprio una sorta di tara genetica. Detesto quelli che stanno nel mezzo, gli equilibristi furbini. E in Italia ce ne sono tanti. Troppi. Anche tra i nati nei Settanta, che è poi la mia generazione del tutto e del niente”.
Sul momento attuale: abbiamo toccato il fondo o al (nostro) peggio non c’è mai fine?
“L’Italia tocca di continuo il fondo. Poi ricomincia a scavare. E poi, quando è dentro il tunnel, invece di tentare di uscire si mette ad arredare le pareti. Con comodo, senza sforzarsi troppo. Abbiamo una classe politica orripilante, che somiglia però a buona parte del paese. Soltanto l’Italia poteva sopportare per vent’anni, addirittura con entusiasmo, il berlusconismo e al tempo stesso questa caricatura di centrosinistra. Per parafrasare Gaber, la voglia di rivoluzione non ci ha mai intaccato. O meglio, a qualcuno di noi sì: ma pochi. Sempre troppo pochi”.