Archivio | aprile, 2016

Qualche idiota al bar

7 Apr

E’ specialmente al pomeriggio che il bar della piazzetta vorrebbe rinnegare se stesso ed obiettare contro troppi invasori che calcano il suo pavimento, attorcigliano il pensiero e lo fanno evaporare in una nube di fumo.
Che strano, la coscienza che sembra aver abbandonato il genere umano pare ancora pulsare in alcuni luoghi toccati un tempo dalla partecipazione.
Non sappiamo bene perché Roberto fosse lì quel giorno alle 15,30.
Non lo sapeva probabilmente nemmeno lui, sempre più astante senza un perché, che pure in quel bar aveva lasciato un pezzo d’anima, parecchi stipendi e quasi tutta la dotazione di illusioni.
Ma non c’è cosa che appaia più distante che un ricordo svuotato del suo senso.
Accompagnato dalla sua perenne espressione tra il baldanzoso e l’incazzato e col suo inseparabile piumino blu smanicato, entrò nel bar il Picchio.
Come un rabdomante di notizie si diresse subito dalla parata di quotidiani in cerca di un casus belli che in realtà possedeva già.
Ma la cerimonia richiedeva questo passaggio, oramai lo aveva capito pure Ettore, non certo il più ineffabile dei baristi.
Terrorismo, immigrazione, furti, rapine: il terreno era fertile, l’abbrivio non si fece attendere.
“Guarda per colpa di ‘sti qua come ci tocca vivere, oramai non comandiamo più a casa nostra, siamo in balia di pazzi”
I dieci cadaveri ambulanti – inopportunamente scambiati per clienti – in un sussulto improvviso annuirono in maniera sincronizzata, raggiungendo così l’acme della loro vitalità.
Roberto, anche per punire loro, intervenne.
“Per la legge dei grandi numeri capita anche a te di avere ragione”
“Perché, cosa vuoi dire?” in un tono che di amichevole non aveva nulla.
“E’ vero, non comandiamo più a casa nostra.Almeno dal 1945.E di gente pericolosa al Mondo ce n’è parecchia, specie chi ti dovrebbe difendere”
“Ma che cazzo dici?!Ma capisci con chi abbiamo a che fare?!Vedi cosa succede in giro per le nostre città?E hai visto a Parigi e a Bruxelles?Vengono qui fingendosi poveri per poi conquistarci perché non sopportano la nostra libertà”
“Hai fatto un frullato peggiore di quelli che propina lui” – indicando Ettore che stava asciugando lo stesso bicchiere da cinque minuti.
“Ma senti questo…”
“Certo che l’immigrazione è un problema, ma tu vivi di quello.E’ il tuo alibi permanente.Evidentemente l’oracolo con la felpa ti ha ammaestrato bene visto che più in là delle tue scarpe non riesci ad andare.Ti vorrei parlare anche di terrorismo ma l’argomento necessita di qualche collegamento in più e già mi sembri in difficoltà adesso…”
“Io so solo che dobbiamo difendere i nostri valori occidentali, o finisce male” e anche la sua vena del collo rischiava di finire male in considerazioni delle dimensioni che aveva assunto.
“Peccato che i nostri valori, come li chiami tu, anzi, i vostri valori, siano il consumo, la produzione e soprattutto il guadagno ad ogni costo.Ed è per questi nobili valori che esiste l’immigrazione ed il terrorismo da sempre è ampiamente manipolato e strumentalizzato”
“Ci mancavano i massimi sistemi, la faccenda è più semplice ed io saprei come risolverla.Ma certa gente vuole restare al potere ed ha bisogno dei voti di quelli lì” chiosò più rubicondo che mai.
“Sai quant’è che l’Occidente depreda quei paesi delle loro risorse creando il caos?Quelle persone vengono perché il sistema che tu difendi li attrae promettendo loro l’El Dorado oppure li bombarda a casa loro costringendoli a fuggire.Questione di soldi, bello mio.Sempre di soldi.Per creare manodopera a basso costo o manovalanza per la criminalità organizzata”
“Sai cosa c’è? che ci vorrebbe lo zio Benito per rimettere le cose a posto” sentenziò oltremodo soddisfatto e sollevato.
“Ai tempi del ventennio tu saresti stato uno dei primi a prendere delle botte e a subire le loro gentilezze.Fra le 420 colpe del fascismo c’è quella di aver incistato negli italiani la tara genetica di adulare il più arrogante che spara le stronzate più grosse, compie le peggiori angherie distogliendo dalla realtà i suoi servi.E poi ricordati che c’è sempre qualcuno più fascista di te”
“Frega…Io so che noi staremmo bene senza di loro.”
“E allora perché nel tuo cantiere hai chiamato quei muratori extracomunitari?E perché ti fai fare i pompini da quella tipa che non mi sembra né delle Langhe e nemmeno avere un accento mantovano?”
E mentre il barista, col suo sorriso sempre ebete ma perlomeno più consapevole, ripensava alle risposte di Roberto, il Picchio aveva accusato il colpo, ma come insegnavano i suoi maestri quando uno è alle corde occorre buttarla in caciara.
Congedò la folla – che si era irrimediabilmente perduta alla parola alibi– con un nugolo di massime per le grandi occasioni, indubbiamente personali e nondimeno sentite, ma pur sempre delle emerite stronzate.

Puntuale nel suo fancazzismo giornaliero (pure retribuito, malignava qualcuno) fece la sua comparsa Fabio Nascelli, l’estremista dei progressisti, il conformista degli anticonformisti, un alternativo che riusciva a riabilitare certi reazionari.
Anzi, tutta la categoria.
Col Picchio s’incrociò quasi sulla porta del bar per un breve ma intenso trust di cervelli.
Fu una sorta di staffetta fra due esegeti del Pensiero Unico, fra due poli opposti che non si attraggono ma che sono simbioticamente sorretti dal potere dominante.
E viceversa.
Niente favelle, solo un pit-stop di sguardi coi sottotitoli dei reciproci auguri (di morte).
Nascelli portava una barba inutilmente lunga, teneva sottobraccio una simil-rivista (che invece sarebbe stata ottima dopo mangiato) ed un vinile in mano, colonna sonora del suo bisogno di sublimare cultura.
Le mode lui le aveva sempre (in)seguite.
Anche il frigo tatuato Heineken stava facendo il conto alla rovescia alla sua intemerata.
E Fabio Nascelli lo tolse subito dagli impicci.
“Il nostro fuhrer di provincia ha lanciato l’ennesimo allarme immigrati?”
I presenti, anche se erano quei presenti di prima, speravano che a prendere la parola fosse una persona sola.
Roberto non lo guardò neanche in faccia, fece finta di continuare a leggere il giornale che naturalmente si guardava ben di leggere.
“Beh, prova a chiederlo a qualcuno che abita vicino alla stazione”
“Oh bene, quindi col suo proselitismo ha convinto pure te…”
“No, perché ho l’abitudine di ragionare con la mia testa.Dovresti provare anche tu.”
“Allora converrai con me che l’immigrazione è tutt’altro che un problema, anzi è la più grossa opportunità sociale ed economica che abbiamo”
“Sì, la più grossa opportunità per il capitalismo più sfrenato, che sentitamente ringrazia”
“E’ un fenomeno ineluttabile ed il Mondo per fortuna è sempre andato avanti, mai indietro come vorresti tu.Ma nelle tue parole sento odore di disfattismo e razzismo”
“Allora soffri di anosmia.Al Mondo tutti dovremmo avere gli stessi diritti, ma non siamo tutti uguali.Per storia, contesto sociale, esperienze, formazione culturale.E di questo occorre tenerne conto.Catapultare persone con abitudini e stili di vita agli antipodi dai nostri in una società-vortice è quantomeno pericoloso.Per chi arriva e per chi ci abita già”
“E allora resta chiuso nel tuo orticello.Il Mondo sta cambiando!”
“Il Mondo non cambia da solo ma perché esistono i cosiddetti gruppi di pressione che hanno sempre scandito gli eventi in base alla volontà del Potere.Senti, se oltre la metà dei carcerati è straniera, se le condizioni di vita degli immigrati sono spesso indecenti, se quelle dei residenti sono precipitate e se certe zone delle città sono invivibili polveriere pronte a scoppiare evidentemente c’è qualcosa che non va in questa gestione, non ti sembra?”
“Vedi il male solo negli immigrati”
“No, noi di male ne abbiamo abbastanza a casa nostra.Poi certo, essendo il Paese dell’incentivo a delinquere stai sicuro che se uno emigra con l’intento di commettere reati è facile che accampi qui.Come è innegabile che diversi immigrati si comportino qui come mai si sognerebbero a casa loro come non permetterebbero a qualcuno di fare altrettanto sempre a casa loro.E questo è il dettaglio.Poi occorre allargare il campo e scorgere l’insieme.Sai chi sono i razzisti?I razzisti sono quelli che non vedono questa situazione, che è una guerra fra poveri dove le battaglie e la guerra sono vinte dal turbo-liberismo e le vittime sono gli esseri umani, la gente comune.I razzisti sono quelli che si fanno soggiogare dalle teorie del progresso e della crescita economica infinita e scelgono come alibi per la propria coscienza la retorica del sincretismo e dell’accoglienza e si nascondono dietro il paravento del conformismo.I razzisti sono quelli che preferiscono perorare le cause secondarie o financo inutili e di combattere nemici oramai innocui o addirittura estinti.I razzisti sono quelli che non ammettono le differenze fra gli uomini ed omettono le identità per compiacere l’Ufficio Marketing del Sistema dominante che ci vuole tutti allineati.I razzisti sono quelli che appoggiano questo sistema economico e politico.I razzisti sono quelli che sventolano vecchi e nobili ideali che vigliaccamente hanno tradito, perché hanno scelto di stare con il capitale e non con le persone.I razzisti sono quelli come te e come quella testa di cazzo in cui ti sei imbattuto entrando qui.Voi siete le due facce della stessa medaglia, vi siete fatti colpevolmente incasellare dalla stessa longa manus e manco ve ne siete accorti.E siccome tu sei il simulacro dell’impegno sociale, della tolleranza e della libertà, sei doppiamente un figlio di puttana”.
“Sei un becero qualunquista, populista e pure malato di complottismo”
“Troppi complimenti, non credo di meritarli tutti”
Fabio Nascelli, intriso com’era di protagonismo, non seppe rinunciare ad un’uscita di scena tanto ampollosa quanto patetica.
Quasi un condensato della propria vita.
Il barman invece sembrava quasi ringalluzzito.
Ovviamente non era vero, ma in questo suo tentativo di parossismo chiese a Roberto, sicuro di coglierlo in castagna “Si ma quindi tu da che parte stai?”
“Vedi Ettore, tu hai esattamente la clientela che ti meriti: una clientela di merda”
Quel giorno il bar si era proprio divertito.

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a persone, fatti o luoghi é puramente casuale.

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