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La speranza fa(ceva) Novanta

17 Apr

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza, della lotta, dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche truci e rabbiosi dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto.
Troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: Milano da bere, yuppies e paninari, da noi.
Edonismo sfegatato, dappertutto.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero e in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un po’ oppio per il popolo e un po’ canto della sirena: l’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del neo-liberismo a discapito del sociale nacque allora.
Gli Ottanta sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di aver azzeccato la definizione ti accorgi di esserti scordato qualcosa.
Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla libertà il mondo è stato liberamente obbligato a lasciare il comando ai sedicenti esportatori di democrazia col vizietto della guerra e di altre carinerie.
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il sistema per distrarre disse “Divertitevi ed esagerate pure”, coi Novanta volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo il medesimo filone.
Forse era un modo per superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse era solo una sua emanazione edulcorata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare covato dentro pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Esplose perché gli effetti e le reali intenzioni di quelle politiche iniziarono a venire a galla ,anche se in maniera confusa e a volte approssimativa: ad ogni modo si percepiva che trent’anni di conquiste sociali rischiavano di finire in nebbia.
Le persone cominciarono ad intuire di essere in un tritacarne che raramente si inceppa, così, con sofferto disincanto, per qualche istante albergò l’idea che bisognasse tornare indietro anziché andare avanti a testa bassa come si era fatto fino ad allora, perché quando si cammina a testa bassa qualcosa ci si dimentica, e il più delle volte è la dignità delle persone.
Ma dopo poco il pensiero svanì, con buona pace della dignità delle persone.
Proteste autentiche, risposte pronto uso di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei Settanta durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e reprimere il pensiero dissidente, più durava il caos più il piano funzionava.
Nei Novanta la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Pur intensa, la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa e convinta.
Ci si svegliò dalla sbornia del decennio precedente senza capire la vera causa del mal di testa, si pensava che la nausea derivasse dalla mancanza di legalità e giustizia – ed in parte era vero, visto che ce n’era senz’altro bisogno – ma i mali che iniziavano a devastarci si chiamavano capitalismo globalizzato e neo- liberismo, solo che faceva più comodo ricondurre tutto alla corruzione (che esisteva, eccome) e a protestare solo contro quella.
Lontana era la diagnosi, figuriamoci la terapia, protestammo, forse poco, probabilmente male, per assurdo rafforzammo chi avremmo dovuto demolire.
Abbiamo contestato col fumo negli occhi, arruolati in cause esse stesse abbindolate, divisi in categorie che avevano la stessa paternità.
Siamo stati virilmente anti, anti- questo, anti-quello, ma contro personaggi da operetta e peccato che la controparte fosse più o meno la stessa cosa, solo con una livrea differente, più o meno presentabile.
E poi non basta essere contro qualcosa o qualcuno per diventare alleati e perseguire lo stesso scopo, specie se il tuo presunto alleato è un bastardo.
In troppi si fidarono del cosmopolitismo (e ci si affidarono) e delle frontiere aperte – meri cavalli di Troia – e si fecero convincere dalla gabbia europeista, dalle prigione dei liberi mercati e delle privatizzazioni, insomma, da quella masnada di balle che fanno capo alle famose riforme che da quegli anni iniziarono ad incombere ed aleggiare.
Chi aveva invece intuito e vaticinato i pericoli di questa svolta erano i movimenti No global (quelli autentici, quelli nati col popolo di Seattle, non le tristi versioni sbiadite ed opportuniste) ma furono prima dipinti come violenti e facinorosi, trattati poi come vandali o teppisti e infine bollati come nemici della modernità, del benessere e della democrazia – l’epiteto nemico della democrazia in genere funziona sempre, un po’ come gli infiltrati nei cortei.
In troppi non capirono il loro messaggio, anche quelli considerati antagonisti di professione, che si smarrirono in battaglie facili, teleguidate, sterili o utili a chi avrebbe dovuto essere l’obiettivo della contestazione.
In quel decennio il potere finge di cambiare scegliendo la faccia più pulita e la casacca giusta perché si potrà permettere quello che vuole senza sforzi.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco e la gente è divisa in blocchi e fazioni che sono l’una il rovescio della medaglia dell’altro.
E così il capitalismo evoluto è libero di squarciare il culo a piacimento ed ha pure il tempo di prendere per bene la mira.
Il potere è (quasi) sempre stato avanti ai fenomeni storici ed ha intercettato e veicolato le proteste, ma è nei Novanta che per sgattaiolare e mantenere lo status quo, sceglie, quasi ufficialmente, la maschera adatta ad ogni occasione, anche quella del nemico.
In politica lo chiamano trasformismo, nella vita di tutti i giorni paraculismo.
Del potere, prima, abbiamo visto soprattutto la potenza, nei Novanta, e dai Novanta, anche il camaleontismo.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove al bisogno di prosperità, serenità ed autonomia ha fatto seguito l’insediamento dell’Euro e delle sue regole opprimenti.
Dove la celeberrima libertà occidentale si è ridotta a cercare dei dittatori in giro per il Mondo senza accorgersi dei propri.
Dove ai protocolli sul clima si è affiancato un aumento sfrenato della produzione e dei consumi di merce per lo più inutile.
Dove il bisogno di scoprire oltre confine ha fatto diventare tutti apolidi.
Dove mani che si stringono blaterando di pace sono le stesse che hanno ordinano genocidi, massacri e invasioni.
Nei Novanta una iniziale ventata ha portato un polline che profumava di rivalsa e rinascita, illusione spazzata via dal tifone che farà respirare solo l’alienazione e la subalternità al profitto e alla sua macchina organizzativa.
Le ideologie che dapprima avevano unito e diviso sono state sostituite da slogan studiati a tavolino e da valori scialbi e liquidi, tanto da creare negli sfruttati i classici schiavi che invocano frusta e catene.
E’ dalla metà del nostro decennio che è andata in onda la seconda e decisiva fase del nuovo metodo di potere: cinismo, fanatico globalismo, spersonalizzazione, sradicamento, disprezzo nei confronti del sociale e del pubblico, alienazione al business, abiura delle origini.
Ci hanno finanziarizzato il pensiero, economicizzato l’anima e burocratizzato i gesti e le azioni.
La competitività è diventata un comandamento, peccato che solo testualmente faccia rima con dignità.
Dignità, ancora lei.

Ogni epoca si riflette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa), l’ultimo decennio del Novecento si era svegliato con l’ambizione dichiarata di tornare alla semplicità, alla purezza, ad un fiero minimalismo (ricercato o grezzo), di evitare inutili orpelli in nome della spontaneità, agli eccessi si preferiva la profondità, che fossero suoni, testi, trame, arrangiamenti, sceneggiature o regie.
Con le dovute eccezioni.
L’Idea che le ricette artistiche precedenti fossero da soppiantare invece era in comune coi decenni più attempati, come il vizio di gettare via l’acqua sporca ed anche il bambino.
Passato il tempo dello sballo e della provocazione tout court , icone del decennio cotonato, il talento si affidava alla rabbia, all’insofferenza, alla riflessione – presenti invero anche negli Ottanta, ma con meno sistematicità.
Il colpo di spugna inferto alla smaccata ridondanza degli Ottanta sapeva di manifesto per un nuovo corso, culturale e di costume.
E’ di questo intricato decennio l’ultimo genere musicale realmente nuovo, il grunge, nato letteralmente sottotraccia, figlio delle protesta e dell’insoddisfazione, cresciuto nel bisogno di urlare il male interiore per salvarsi la vita e di dare una rumorosa svolta a quella società, ritrovatosi famoso come i generi commerciali che disprezzava da piccolo.
Ha mandato in soffitta artisti e generi, di altri è stato (e continua ad essere) una musa ispiratrice, anche per degli autentici insospettabili.
Si pensava che l’asprezza del grunge come una carta vetrata potesse togliere il marcio che affiorava per far riemergere la linfa fresca.
Si pensava.
Impetuoso, travolgente, influente, effimero, autolesionista, la colonna sonora dei Novanta non può che essere lui, il grunge.
(Una vocina mi suggerisce che la storia non va divisa col righello, né catalogata in ferrei periodi di comodo per chi scrive, come se una qualsiasi epoca iniziasse o finisse esattamente in quel determinato anno, attribuire la paternità di un evento non è mai facile, anche le più iconiche ricorrenze sono tali perché tempo prima – magari un tempo di altra epoca – si sono create le condizioni affinché quell’evento si materializzasse.
Mi dice ancora la vocina, per corroborare ed esemplificare la sua tesi, che il grunge è sì esploso nei Novanta, ma di fatto è nato qualche anno prima.
Bisogna sempre ascoltarle le vocine)
Quindi, la qualità c’era, ma anche qui il decennio non smentì la propria ambivalenza perché nel bilancio finale non mancheranno parecchie voci di assoluta mediocrità o di inutile ridondanza.
E nei Novanta capitava anche che le favole si dissolvessero, magari sul più bello, e anche gli eroi cadessero, magari definitivamente, e nella rapidità della capitolazione, e nel lasso di tempo fra il successo e la sconfitta c’è tutta l’essenza di quei dieci anni.
I Novanta sono Ayrton Senna che si schianta ad Imola per un cedimento al piantone dello sterzo.
Sono Freddy Mercury che muore di AIDS.
Sono l’Italia che getta via due Mondiali ai rigori (forse tre).
Sono Marco Van Basten che gioca la sua ultima partita a 28 anni per i guai alla caviglia.
Sono Kurt Cobain che a 27 si suicida.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo), nei media iniziò una fase di morbosità che con la scusa dell’audience, o delle copie vendute, traslocò anche nella vita di tutti i giorni e a forza di evoluzioni tecnologiche non separerà più il pubblico dal privato, la condivisione dalla riservatezza, l’ego dalla vergogna.
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni e camicie tre taglie più larghi del dovuto (grazie grunge!), dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva altro che una fervida fantasia.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Unica condizione richiesta: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Ad ogni prodotto multimediale che veniva lanciato sul mercato le strade, le piazze ed i bar si svuotavano un po’ di più.
Oggi non c’è tanta gente in giro fuori, nei primi Novanta ce n’era decisamente di più, anche di martedì.
I Novanta hanno accolto l’ultima generazione di ragazzi analogici, quelli che le emozioni preferivano prima viverle piuttosto che immortalarle in una foto, quelli che i ricordi non li hanno salvati in una chiavetta USB ma se li portano dentro tutti perché autentici, avevano una sorpresa nel sapere chi ci sarebbe stato e chi no nel ritrovo, lo squillo del telefono (di casa) poteva far battere il cuore, sono stati gli ultimi a spedire una cartolina, a scrivere una lettera, e a sperare di riceverle (e a godere nel riceverle), creavano le loro compilation su musicassetta con degli strani rumori fra un pezzo e l’altro, per se stessi e per gli amici, e per quelle che speravano divenissero più di amiche, gli album musicali erano prima agognati, poi frustati, ma sempre custoditi con cura, le loro compagnie erano numerose, più delle chat di oggi, con la differenza che allora l’obiettivo era il contatto, oggi il contatto è solo una funzione della rubrica del telefono.
Siamo stati fortunati, noi, ad essere quei ragazzi.
Da allora abbiamo avuto sempre più opportunità, più occasioni, più possibilità, più tutto, ma per star bene dobbiamo filtrarle, rigettarle, selezionarle.
La qualità della vita ci è migliorata solo se siamo noi a gestirla, fattispecie non sempre così scontata.
E così semplice.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione , il traghettamento verso gli inutili Duemila.
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi, complessati da quel conflitto interiore mai sopito fra svoltare ad U e imboccare una faticosa salita o proseguire in una discesa, ma col burrone, alla fine la mancata decisione pesa più di quella presa.
Un desiderio di cambiamento tramutato mestamente in ratifica della restaurazione, anni iniziati da incendiari e finiti col Tamagotchi.
Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.

Ottanta all’ora

10 Feb

Se gli anni Settanta, in Italia, sono ufficialmente iniziati con Piazza Fontana (la mamma di tutte le stragi, 12/12/1969), gli Ottanta vedono la luce il 02/08/1980 nella stazione di Bologna.
Dopo un decennio di esasperazioni la parola fine viene apposta con la stessa vigliacca modalità di come erano iniziati gli Anni di Piombo, ma diametralmente opposte saranno strategie e finalità.
Meccanismi disumani e perversi che una coscienza non può che ripugnare e disprezzare.
Il decennio vedrà poi i titoli di coda, in mondovisione ed a reti unificate, con la caduta del Muro e la rivolta di Piazza Tienanmen per proiettarsi negli illusori, enigmatici e contraddittori Novanta.
L’Italia, all’acme del proprio prestigio, non lo sapeva ancora, ma stava già sprofondando: vittima designata del nuovo scacchiere internazionale, svenduta da servilismo, insipienza, pressapochismo, tornaconto personale e dal quel male atavico identificabile come l’opposto dell’amor di patria.
Cause esogene ed endogene ed il delitto fu servito quando ancora la banda suonava.
Gli Ottanta hanno quasi quarant’anni ma non li dimostrano, fedeli alla propria effige di eterni e scanzonati teenager.

Giudicare un periodo senza farsi condizionare dai ricordi (specie se giovanili) è dura.
Sono stati anni istrionici, divertenti, esagerati, erano costruiti per quello, il risultato del più bieco utilitarismo: tutto va ben (Madama la Marchesa) purché dia piacere.
A pensare e a riflettere avremmo fatto in tempo domani.
Un proposito che stiamo ancora rimandando.
Non che la sostanza mancasse, semplicemente le veniva preferita la forma, il più possibile vistosa (e pacchiana) anche a discapito dell’eleganza, stupire era una missione, il piacere doveva essere inversamente proporzionale alla profondità, il divertimento sedare coscienze e spirito critico, pure la ribellione era ricondotta nella sfera più edonista, pareva che il limite non avesse fine e l’unica regola da seguire diligentemente fosse l’eccesso.
Ci si prendeva poco sul serio, anche le ultime puntate della Guerra Fredda avevano perso credibilità.
Prevedibili come la trama di Rocky 4.
In Italia erano gli anni della Milano da bere.
Abbiamo bevuto.
Anche troppo.
Fuori dai confini si respirava la stessa aria perché chi aveva commissionato gli Anni Ottanta pretendeva massificazione e leggerezza e spingeva le persone a cotonarsi non solo i capelli ma anche il cervello sottostante.
Dieci anni intensi, sempre di corsa – sono volati via in un istante – non c’era tempo né voglia di fermarsi e nella frenesia alcune cose riescono meglio, altre peggio.
Questa atmosfera elettrica sprigionava una sensazione che tutto potesse essere aumentato, incrementato, superato, anche questa era speranza – o una sua astuta sublimazione – infatti sembrava che i poli fossero solo quelli positivi.
E’ stato un decennio dove la secolarizzazione, la libertà di espressione, di costume e l’esaltazione dell’ego hanno impazzato; agognate per non so quanto, si sono materializzate una in fila all’altra.
Tutto bene quindi, anzi benissimo.
Beh, quasi, visto che ci siamo emancipati più come consumatori ed esibizionisti che come uomini liberi, alla fine quell’individualismo sfrenato che ne è scaturito non ha arricchito il singolo ma in compenso ha impoverito tutta la collettività.
Collettività: un termine talmente dimenticato in quei patinati dieci anni che ha rischiato di atrofizzarsi.
Quel decennio è stato pajettes e luci stroboscopiche ficcati negli occhi, per permettere al manovratore di portare avanti la nuova fase del capitalismo incentrata nel rendere superati ed obsoleti equilibri e conquiste pagati a caro prezzo (ovviamente dai poveracci).

Nella storia certi eventi sono casuali, tanti altri no, il Muro di Berlino poteva cadere solo negli Ottanta, ma qualcuno, allora, trafelato dai peana sulla libertà e dal giubilo per la vittoria della democrazia, non capì che assieme ai quei cupi e grigi calcinacci si sgretolò anche un argine al liberismo – certo, un argine cupo, un argine che opprimeva e faceva paura, siccome però la dicotomia sui buoni e cattivi aveva già attecchito ben prima degli Ottanta e non mollerà certo la presa dopo, individuato il cattivo (l’Urss e la sua galassia), per esclusione, chi lo combatteva era considerato il buono, che così buono non era (e non è) e poteva permettersi tutte le nefandezze che voleva.
Ai tempi – in uno Sliding doors ante litteram – le persone giocavano ad immaginare come sarebbe stata la loro vita oltre quel Muro, ad est come ad ovest, sfogliando immaginazione, speranza, supponenza, dubbio.
Il Muro sapeva anche unire.
A noi andò decisamente meglio a nascere e a vivere da questa parte, ma tanti diritti conquistati li dobbiamo all’esistenza di quello che era dipinto come il terrore puro, mentre alle popolazioni oltre cortina andò davvero peggio quando assaggiarono gli effetti del libero mercato post caduta.
Spruzzare concetti filosofici in un articolo sugli Anni Ottanta è come parlare di uncinetto in una fonderia, ma per disquisire sul Muro senza l’ortodossia delle opposte tifoserie dobbiamo affidarci alla teoria dei pesi e dei contrappesi: al Mondo faceva bene che qualcuno provasse ad opporsi agli sceriffi a stelle e strisce, faceva bene non per ciò che era e rappresentava, ma per quello che controbilanciava.
Se guardiamo alla storia il socialismo è stato il solo a tenere a cuccia il liberismo che dalla caduta del Muro ha invece proliferato – che poi l’Urss non fosse l’applicazione del socialismo è un concetto per quelli che amano approfondire.
Come l’Occidente forse non è la patria della libertà, visto che anche in quegli anni che precedettero il 1989 in nome dell’anti-comunismo vennero appoggiati, o addirittura creati, sistemi anche più dittatoriali di quello sovietico.
La caduta del Muro è stata emotivamente coinvolgente per vicende personali che non potevano non commuovere, l’istinto ci spingeva a solidarizzare e a reputarla una conquista, per certi versi lo è stata, ma politicamente fu una tragedia.
Ai servizi televisivi in salsa strappalacrime sulle crudeltà del Muro dovrebbero far seguire quelli sugli effetti, altrettanto catastrofici, creati in giro per il Mondo dal capitalismo d’assalto globalizzato, che dal quel 1989 non ha avuto più rivali.
Iniziarono a ripeterlo con le prime dirette che assieme al Muro era caduto anche l’ultimo regime autoritario del Novecento e la litania non si è ancora spenta – la classica mezza verità o mezza bugia – peccato che questi prezzolati storiografi a senso unico non ci abbiano mai spiegato perché senza più nemici della democrazia il Mondo a trazione amerikana sia sempre peggiorato avviluppandosi fra guerre ed isterismo.

L’Oscar per il miglior attore protagonista andrà al duo Reagan-Tatcher,
le scorie della loro interpretazione ci contamineranno ancora a lungo: sono riusciti a demonizzare tutto ciò che è pubblico associandovi ogni infamia, hanno fatto biasimare, contestare e lasciar cadere i concetti di solidarietà e Stato sociale da chi ne avrebbe bisogno (ovvero la gente comune) e a far loro rincorrere chimere che li stanno sbranando.
La Regina del decennio invece è stata lei, la Televisione, in una nuova livrea un pò imputtanita ma ancora incisiva; il suo predominio assoluto in tema di persuasione verrà presto ridimensionato da tecnologie allora agli albori.
Sempre a quel periodo si deve lo sdoganamento del tamarrismo e dell’ostentazione: considerati comportamenti deplorevoli solo qualche sera prima, sono mutati in vanto e oggi ulteriormente rinfocillati fino a divenire parte integrante per il successo.
Sotto il vestito niente, o comunque poco.
Associare la parola musica agli Anni Ottanta significa entrare in un’aporia.
Gli Ottanta musicali sono stati idolatrati, demoliti e riabilitati.
Ancora oggi c’è chi li adora e chi li brucerebbe.
Il punto è capire di cosa parliamo, perché ci furono cose straordinarie (più o meno sottotraccia) e un bel pò di merda (sempre in bella mostra).
Ma non più di oggi, anzi.
In qualsiasi epoca la ricerca della novità stilistica si basa sulla rottura degli archetipi in vigore.
Neanche il tempo riesce ad essere un imparziale giudice sul risultato ottenuto, per fortuna anche lui cambia idea, prende dei dritti, torna sui suoi passi, sentenzia e poi rivaluta.
Nonostante il decennio sia stato una generosa fucina di generi, artisti e pezzi a dir poco geniali, nell’immaginario popolare il paradigma erano (e sono) le mitragliate di sintetizzatori e quei ritornelli orecchiabili ancor prima di averli ascoltati, tanto che diversi musicisti, anche quelli dotati, anziché tentare il qualcosa in più si accontentavano di seguire quell’onda lunga, evidentemente più ap-pagante.
Comunque se qualcuno vuole ascoltare della gran musica gli Ottanta sapranno essere generosi.
In quel decennio poi c’è stata la summa dello sport: Calcio, Formula Uno, Tennis, Rally, Basket, Motomondiale.
Si sono dati appuntamento una pletora di talenti per epici duelli ancora incontaminati (o comunque poco) da esigenze televisive, ridondanza di schemi, atletismo esasperato, tirate di culo degli sponsor e controlli elettronici.
E nelle domeniche italiane si aggiungeva 90° Minuto con le sue pause chilometriche, i suoi ritmi blandi ma a loro modo serrati, i suoi inviati elegantemente caricaturali, i suoi riti prevedibilissimi ma attesi ogni settimana con ansia.
Oggi lo sport è più professionale, più vincente, ma ha forse perso quella poesia che lo rendeva assieme nobile e popolare.

Opporsi agli Ottanta, avendoli vissuti in prima persona, era quasi impossibile.
Nel decennio le voci fuori dal coro c’erano ma venivano fagocitate dalla stessa architettura fino a renderle smaccatamente anacronistiche, oltremodo decontestualizzate esattamente come chi le proferiva.
Durante una chiassosa festa quante voci non si sentono…
Gli Anni Ottanta vivevano di pubblicità, erano essi stessi pubblicità e, seppur monopolisti, vendendo il loro prodotto all’inizio non hanno fatto pagare niente perché erano un accecante diversivo per spingere le persone verso la mentalità neo-liberista, salvo farle poi sentire in colpa con l’accusa di aver vissuto sopra le proprie possibilità, evidente scusa per andare avanti con la macelleria sociale e col taglio dei diritti nei decenni successivi – ovvero la conclusione del piano.
Infatti gratis non c’è nulla, il redde rationem è un tipo dalla buona memoria che si segna tutto, specie quando è il padrone di casa che ha deciso di scombussolare la morfologia sociale scaturita del trentennio post guerra.
Ti facevano credere che il protagonista fossi proprio tu, confessandoti solo dopo che invece eri solo la vittima.
Anzi, manco cagandoti di striscio, visto che l’indifferenza è cresciuta di pari passo con la convinzione che l’individuo potesse fare a meno della comunità.
La libertà sa diventare aguzzina quando viene scomodata per secondi fini.
Gli Anni Ottanta sono stati il prototipo della attuale società imperniata sull’apparenza come mantra, competitiva solo se il risultato è il profitto, che corre per autodistruggersi, che abbassa volontariamente la qualità e scarta tutto ciò che possa nutrire una testa pensante, ma ricordarli con un pò d’affetto, quegli anni, o in qualche caso anche rimpiangerli, non è sinonimo di dissonanza cognitiva.
Perché ancora la speranza era palpabile (o era qualcos’altro ma faceva comodo catalogarla così).
Perché il nuovo aveva appena attecchito quindi la semplicità a la voglia di stare insieme venivano ancora a galla.
Perché a desiderare un pò di spensieratezza non si cade nell’ignominia.
Perché c’era sì la consapevolezza che il mondo stesse cambiando, ma come nelle favole c’era l’illusione di poter prendere solo il buono di quel nuovo corso, cristallizzando il resto.
Ah, accidenti anche alle favole, a volte.

Gli Anni Ottanta sarebbero stati l’ideale complemento d’arredo di ogni decennio.
Ne sono invece diventati i muri portanti.

La Pietra filosofale

19 Feb

Quando si è piccoli il Mondo arriva in maniera differente.
Che sia lui a volersi presentare in modo insolito ai nuovi inquilini?
O sono i bambini a munirsi di un filtro diverso per ognuna di quelle scoperte che gli fioccano davanti?
E per un bambino tutto (o quasi) è una scoperta.
Se non ci facciamo inghiottire dal tunnel della razionalità possiamo anche ipotizzare che magari è proprio la percezione adulta ad essere artefatta o limitata, e solo da bimbi se ne può assaporare l’essenza autentica.
Un’auto, un bosco, un quartiere, un quadro, una cantina, possono assumere, nelle giovani ed indefesse menti, dimensioni gigantesche, sedimentandosi nel pensiero fino a diventare un paradigma e solo parecchi anni (ed esperienze) dopo ci si ravvede, senza comunque riuscire a togliere quell’alone di stupore per quanto sia durata la congettura.
Quando si è alti così non solo le dimensioni si divertono a mutare, anche la percezione è deformata e come una secchiata di vernice gettata su una tela può prendere qualsiasi direzione, muta perciò il senso stesso di ciò che si osserva, o che si immagina – una distinzione, quest’ultima, che un bambino seppellirebbe fra un’alzata di spalle ed una sardonica risata.
La logica direbbe che tutto questo accade per un naturale rapporto dimensionale, il buonsenso invece per autodifesa.
Ma la logica ed il buonsenso non sempre spiegano tutto.
Perché in quella fiaba continua che è l’essere bambini la fantasia è in perenne flagranza di reato e pur avendo commesso il fatto è sempre scagionata godendo di una meritata e perenne immunità.
I bambini scorgono animali dalla materia, stanano mostri che non esistono (ma siete poi così sicuri che non esistano?), patiscono luoghi severi, percepiscono timide situazioni, scorgono ombre minacciose, costruiscono da un sassolino, disegnano percorsi profondissimi e forme di Mondi casualmente programmati, intuiscono (anche più frequentemente degli adulti) e leggono le situazioni (anche più lucidamente degli adulti).
Se chiedessimo ad un fanciullo cos’è una figura allegorica il boh sarebbe garantito, ma lui, senza saperlo, ne ha già fatto conoscenza.

Ricordo che a me da bambino inquietava tantissimo una pubblicità (figuriamoci gli horror…), stranamente la mia proverbiale memoria sta facendo scena muta sul prodotto che ci volevano somministrare, ad ogni modo nello spot si vedeva (dall’alto) una città correre ad un ritmo forsennato che finiva per avvilupparsi su se stessa e più che un agglomerato di persone, strade e case assomigliava alla sezione di un circuito elettrico dove l’unica cosa visibile era un fascio di luce.
Tutti i giorni mi ripromettevo di sfidarla, ma in cuor mio speravo che nel blocco-réclame della neonata tv commerciale non apparisse proprio (sotto sotto puntavo ad una vittoria in contumacia), ma lei rispuntava, puntuale e carognosa, al solito orario – evidentemente non mi erano ancora chiare le regole sulle concessioni degli spazi pubblicitari.
Se ci penso oggi mi viene da sorridere, se ci penso una seconda volta continuo a sorridere ma aggiungo che qualcosa di quei mondi è arrivato fino a ad oggi, ed ha tutta l’aria di volerci restare; e credo che valga per ognuno di noi.
Quel vortice che nella mia testa annullava le persone, assomigliava parecchio al prodromo del folle progresso senza sviluppo e della crescita ipertrofica che guardano al Pil, esaltano la tecnologia e calpestano persone e ambiente.
Il mio timore, seppur ingigantito dai neanche dieci anni, non era poi così infondato ed inglobava il rigetto a quella moritura concezione, che difatti porto dentro saldamente.
Invece, fra i viaggi mentali personalizzati a bordo della trasformazione, una delle mie mete preferite era in una parete.
C’era una specie di incavo orizzontale ben visibile e complici le venature verticali che lo circondavano, io ci vedevo una faccia con un naso dantesco e una grande bocca, grande e particolare, e mica finiva lì perché, questo incavo aveva una bella fessura che era poi il posto dove infilare la mano per ottenere chissà quali risposte, per farsi predire un anticipo del futuro o solo per inventarsi un gioco da alternare alle macchinine e al pallone.
Questa bocca – perché poi alla fine il fulcro di tutto era nella bocca – indossava un’ aria fiera, austera, incuriosiva con circospezione ma non mi avrebbe mai fatto del male, non sapevo bene il motivo ma ne ero certo.
Le famose certezze dei bambini.
Visto che queste storie erano come i Lego – potevi aggiungere e togliere quello che ti pareva e loro rimanevano sempre in piedi ed avevano comunque un perché – durante una vacanze di Natale guardando il trailer de La storia infinita mi fissai in testa l’idea che il muso del cavallo fosse la bocca della parete.
O che il muso del cavallo fosse nella parete.
Interscambiabili appunto, come i Lego, con l’aggiunta di un Neverending story che partiva in automatico.
La parete di cui sto parlando non era quella di casa mia, neanche quella del mio vicino e nemmeno di qualsiasi altro edificio del Peep o dei dintorni.
Quella era una parete della Pietra di Bismantova.

Sono cresciuto sotto la sua egida, da un angolo dove non sembrava neanche lei e che ti invogliava a cercare quelli più attraenti – la Pietra sovverte le regole sulla geometria perché di angoli da cui poterla ammirare
ne ha infiniti.
Alzavo la testa e la vedevo, lassù, così imponente, dominante, misteriosa ed infinita, sembrava un Dio pagano, sicuramente più desiderabile e raggiungibile di quello che ci propinavano a catechismo.
Ovvio che tutto muti, se nel frattempo è mutata anche la Pietra: il sentiero si è infoltito di vegetazione che ora la ricopre come una saggia barba, le facciate hanno la pelle più screpolata (non parlate di rughe se no s’incazza) e perfino quella bocca ha cambiato espressione col passare del tempo.
Chissà se il suo od il mio.
Vederla quotidianamente non garantisce di sapere tutto di lei, diciamo che la Pietra ricorda quelle persone che conosci da una vita eppure riescono sempre a stimolarti lasciandoti un nuovo stupore ad ogni incontro.
E poi lei non è gelosa dei propri segreti, non ne cela alcuno, premia solo i solerti che sfidano la pigrizia e ricercano un angolo, una visuale, uno sfondo, un anfratto che possa far esclamare “Da qui non l’avevo mai vista!”.
Se hai iniziato a guardarla col morgaglio al naso (è il moccolo) sei stato catturato, così la Pietra è in ognuno di noi, il legame è consustanziale, quando perde qualche pezzo sentiamo staccarci qualcosa pure noi, la sua forza sta qui, non è solo ambiente – e già basterebbe per venerarla due volte al giorno – è qualcosa che si è calato in ciascuno di noi, l’abbiamo respirata, immagazzinata, fantasticata, ce l’abbiamo dentro da prima di nascere ed è per questo richiamo materno, atavico, magmatico, che vogliamo coccolarla e gustarcela da varie angolazioni, lei così diversa nella sua unicità, monolite mutante al variare di un metro, montagna con la somma pianeggiante, roccia coperta di verde, cima che punta allo zenith, sembra opera dell’ala più creativa del Big Bang o della matita particolarmente psichedelica di un fumettista.
La Pietra è una nave per solcare l’Appennino, una vetta per scorgerne altre, un baluardo all’identità, un antidoto allo sradicamento, è l’esplorazione nella staticità.
Sasso, ma anche stella polare grazie alla quale ci orientiamo, se siamo in un posto nuovo una sbirciata per cercarla è automatica, è un punto di partenza che si cerca anche nell’arrivo ed in cui si desidera tornare.
La Preda (in dialetto la chiamiamo così) è icona e allo stesso tempo (una) ragione del legame con l’Appennino, Luca nei viaggi di ritorno da Bologna affermava di sentirsi arrivato a casa quando iniziava a scorgerla – uno dei tanti punti di contatto della nostra fraternità.

Temo che la scena della pubblicità, alla Pietra, si presenti sempre più frequentemente davanti, e purtroppo, non su uno schermo in prima serata, ma dal vivo.
Più quelle città corrono inutilmente veloci e più lei risponde con la silenziosa forza millenaria che ha visto passare nel fiume, uno dopo l’altro, cadaveri, tutti i carnefici delle umane follie.
Nell’era della società iper-connessa ma scollegata dalle persone, quando le certezze vacillano e l’insicurezza le sostituisce, se ti volti spaesato lei, aspra e accogliente, ti sussurra “Stai tranquillo, sei al sicuro…Come non ci credi?Guarda, mi vedi, sono qui!”.
A chi ne ignora l’esistenza, racconti di lei con l’orgoglio di chi parla di una propria creatura, qualcuno inizialmente non comprende questa interazione, ma appena gli sguardi s’incrociano percepisce istantaneamente l’incantesimo, e l’abbozzo di sminuire la magnificazione termina in un rispetto per qualcosa che sconfinando nel sacro, sa di apodittico.
Non sono per niente convinto che alla bellezza ci si assuefaccia e che la sua quotidianità procuri indifferenza, perlomeno credo che non riguardi la sfera della Pietra di Bismantova, dove la voglia ed il bisogno di viverla e stupirsi surclassa l’abitudinarietà.
Ed anche perché l’onda lunga della sua emanazione concupisce come il primo giorno: durante la ricerca di quella che sarebbe poi diventata la nostra casa, un giorno mi uscì uno spontaneo “Io devo vedere la Pietra”, commento puro di uno stato d’animo che traspariva più dipendenza e passione che debolezza, mentre quando è stata l’ora di scegliere l’icona di questo blog – la casa è di tutta la famiglia, il blog è una stanzetta tutta mia – mi è venuto fisiologico come respirare sceglierla in una posa accattivante.
E dopo tanti anni qualcosa dedicato a lei era giunta l’ora di scriverlo.

E’ tardi, ma appena avrò terminato la pubblicazione di questo articolo, uscirò dalla pagina del blog e scriverò Pietra di Bismantova nel motore di ricerca, poi un clic su Immagini.
Per andare a letto sereno.

La prova di traduzione

21 Nov

Università della Strada
Facoltà del Libero Pensiero
Sessione d’esame Dissidenza Attiva 1

“Avanti il prossimo”
“Buongiorno”
“Buongiorno a lei, prima di passare alla prova mi permetta un doveroso cappello introduttivo visto che sostenere questo esame è un primo traguardo per raggiungere altre mete: avrà notato – e vedo con piacere che è in pari con gli esami – che in questa facoltà non vogliamo formare degli specialisti ma degli eclettici, che cerchiamo di instillare il seme della diffidenza alla versione ufficiale e soprattutto che miriamo ad emancipare le persone da dogmi, precetti, tifo e restrizioni che ne limitino l’onestà intellettuale”
“Certamente, l’ho scelta proprio per questo”
“Mi compiaccio; bene, il test di oggi verte sulla lingua inglese, sull’egemonia culturale e financo sulla sociologia di massa: mi deve tradurre la locuzione Black Friday
“CAGATA PAZZESCA”
“Complimenti, lei ha superato l’esame con il massimo dei voti”
“Grazie”
“Hanno proprio rotto i coglioni, eh?”

Superclassifica Show

6 Ott

Tempo fa un’amica di Facebok, di qualche anno più giovane di me, scrisse un post che recitava più o meno così “Ho scoperto di adorare i Pink Floyd, mi sono messa ad ascoltare la musica delle persone grandi!”
Sensazionalismo non pervenuto,ricerca di like assente, poca propaganda, tanta introspezione: insomma, apprezzai molto la riflessione – probabilmente per una convergenza di percorsi musicali – e con la curiosità di uno che intuiva ci sarebbe stato del materiale da sociologia spiccia, mi misi a scorrere i commenti.
Quello di leggere i commenti su Facebook, a prescindere da cosa verta la questione, è un attività che potremmo catalogare fra le antinomie: è oggettivamente tempo perso ma è altresì un termometro oltremodo preciso per misurare la deriva cognitivo comportamentale della società.
Messi davanti al più disparato argomento, o ad una semplice proposizione, la gente si comporta come nella vecchia pubblicità di una famosa merendina, dove al protagonista si chiudeva letteralmente la vista a causa della fame.
(Mi scuso per l’esempio d’antan ma non sono più un gran divoratore di televisione).
Qui la fame non c’entra – anzi, mangiamo pure troppo! – ma il tasso di lucidità e acume speso nei social raggiunge le stesse vette.
Cioè il rasoterra.
E per qualcuno i social e la vita reale sono due sinonimi, due ambienti talmente fungibili da risultare perfettamente sovrapponibili, dove però i primi hanno estirpato l’essenza della seconda insediando i propri tratti somatici e cancellando senza nessuna remora tutto ciò che non gli si confà.
Il social non riempie una parte della vita, il social ha invaso la vita, l’ha fagocitata, nessun prigioniero, tutti ostaggi.
E’ anche per questo che non tolgo certe amicizie su Facebook di persone che in comune con me hanno giusto il funzionamento dell’apparato respiratorio nonostante mi infastidiscano più del polline in un maggio ventoso: sì, perché passata l’iniziale rosga da compatimento e tirato quel paio di doverose bestemmie, costoro mi aggiornano su dove siamo arrivati in termini di massificazione, alienazione del pensiero e pigrizia mentale.
Sono pochi – devono essere pochi, pochissimi, ogni tanto il ripulisti su Facebook è un autentico salvavita – ma paradigmatici, la perfetta mimesi di una società liquida e rigida, libertaria eppure tanto opprimente, emancipata ma eterodiretta.
Il titolo di studio, le conoscenze, il background e la cultura, lo scibile, non c’entrano nulla, si tratta dell’atteggiamento scelto per stare al Mondo: darsi la possibilità di muovere testa e piedi come e dove vogliamo o farsi scavare una buchetta in apparenza comoda e pure coinvolgente su cui appoggiare il culo per poi non spostarlo più, ma credendo di poterlo fare.

Il commento che cercavo era un po’ nelle retrovie, ma c’era: inutilmente tronfio, arbitrario, grondante di superbia come solo un concetto decontestualizzato buttato lì alla cazzo di cane può essere.
Lo sconosciuto chiosava, pressappoco, un serafico “I migliori sono gli U2, nessuno è come loro”.
Ricordo che scossi ripetutamente il capo sorridendo amaramente, quasi volessi col movimento della testa cancellare quell’uscita, eliminarla, ripetendo un lavacro t’an po mia (non puoi mica in dialetto), ignorando ingenuamente che anche se ci fossi riuscito mille altri commenti simili avrebbero contemporaneamente invaso (e infestato) sterminate pagine del social più famoso al mondo.
Transitarono nella mia testa una raffica di considerazioni, mi sentivo come un tizio posizionato dietro un guard rail e loro (le considerazioni) sembravano tante auto che sfrecciavano una dietro l’altra a poca distanza da me, non faceva in tempo ad esaurirsi l’eco di una, che già appariva quella successiva in un ciclo continuo.
Di primo acchito pensai che a giocare coi Pink Floyd a chi ce l’ha più duro si rischia di uscire come uno che vuole sbancare il Casinò, o semplicemente è un atteggiamento che ricorda quel tale che voleva insegnare ai gatti a rampare.
Subito dopo immaginai di avere dinanzi a me l’uomo della sentenza, visto che la mia invettiva da tempo insisteva per fare conoscenza di tipi come lui.
Perché hai tirato fuori gli U2 – che qui si stava parlando di tutt’altro, della metamorfosi musicale di una ragazza al cospetto di una band che ha rivoluzionato la musica e a cui la Storia ha chiesto arrossata un autografo con dedica?
(Sia detto senza ambiguità, anche gli U2 hanno fatto cose pazzesche, poi, che io non riesca più ad ascoltare i loro lavori da un ventennio, un po’ per quello che producono, un po’ per quel filantropone del loro leader, rimane una questione fra me e me).
Non ce la fai a scrivere un commento su qualcosa che esuli dai tuoi idoli senza nominarli?
Se non ci sono i tuoi beniamini, non si può andare avanti?
Guarda che non ti è vietato apprezzare (giustamente) gli U2 assieme ad altri musicisti, e non per forza i Floyd – il proselitismo non mi ha mai arruolato tra le sue file – lungi da me giocare al purista, potresti amare allo strenuo anche Jem e le Holograms, i Righeira e Pietro Galassi e ti farebbe solo bene così avresti perlomeno allargato gli orizzonti, dove cazzo hai letto che si deve apprezzare un solo artista nella vita, nelle istruzioni di una crema rettale?
Non accontentandoti di professarlo, perché diffondi urbi et orbi il tuo fanatico monoteismo?
Abbandonalo e diventa un po’ più pagano!

Nel commento del tizio si fondevano tracce di tifo, egocentrismo, incasellamento, e di quel fenomeno che gli esperti del commerciale chiamano clusterizzazione, termine involontariamente onomatopeico, tant’è che a me ricorda la parola clistere.
Quel commento è il figlio unico del Tutto che deve seguire un format da approfondimento pay tv, o da sondaggio pagina Facebook.
Si deve stanare il tifoso, aizzarlo, trasformare a sua volta l’appassionato in tifoso e ricondurre tutti nell’architettura più controllabile e dal facile audience, ed ecco servita la stortura della classifica-mania.
Stuzzicare l’animosità ed il bisogno di idoli crea un esercito pugnace da dividere in fronde che garantisce cieca fedeltà, obbedienza ed esecuzione di lavori più o meno sporchi.
L’arte, lo spettacolo, lo sport – essenze di per sé libere ed incomprimibili – devono essere catalogate e declinate, quelli del marketing sono stati chiari.
Per ogni disciplina ci vuole la classifica generale, del momento, di tutti i tempi, divisa per decenni, poi di ogni categoria, ruolo e di genere.
Gustarsi lo spettacolo senza fare confronti e senza stilare classifiche a getto continuo appare ormai dissacrante, demodè, controfattuale, anche il lessico non prescinde da epiteti iperbolici che conducono ad una dimensione di perenne bombardamento mediatico (in nome dei like e dai followers) impregnata dei nuovi mali che ci stanno portando alla nevrosi: la competitività e la visibilità.
Siamo in gara, anche quando non lo sappiamo, e vogliamo che la nostra personale classifica primeggi su quella degli altri, non sappiamo più discutere senza che una flotta di graduatorie pronto uso ci appaia nel cervello alla stregua di un menu a tendina e friggiamo se gli altri non ne vengono a conoscenza.
Il commento è anche un pretesto per esternare, in quella che hanno spacciato essere una conversazione, le proprie convinzioni senza preoccuparsi minimamente che qualcun’altro possa partorire delle opinioni degne della nostra, una evidente sublimazione di onnipotenza, l’ostentazione di un’infingarda libertà di espressione che certifica la solitudine e l’isolamento delle comunità virtuali.
Assomiglia allo scambio di persona, si confonde la competenza con lo snocciolare inutili dati statistici, alla passione si preferiscono amenità imparate a memoria, la tecnica è sostituita dal bieco tifo, e come risultato si generano tanti Sapientino e si annientano altrettanti intenditori, perché agli occhi di uno sprovveduto, di un inesperto, o di un ragazzo, chi erige queste riverberanti classifiche sarà sempre uno da venerare ed imitare, lui detiene la clava di questa era geologica, e che sia un incompetente e spesso un idiota è un dettaglio che non passerà agli atti.

Perdiamo tempo a rincorrere improbabili duelli artefatti, a pensare in che posizione veleggia il nostro idolo, e ci perdiamo l’attimo, il momento, la gioia di ammirare un talento, la purezza di un gesto, la magia di una creazione, il sublime gusto della contemplazione.
Detestiamo il rivale inventato e ci perdiamo tutto di lui perché qualcuno lo ha messo alla nostra personale berlina.
Non solo: si disincentiva la ricerca di chi, in quella classifica occupa le posizioni di coda, o chi non ci metterà mai piede, ma qualcosa da farsi ammirare ce l’ha eccome, anche se non ha vinto, se non ha sbancato le classifiche o se non ha una collezione di Oscar in camera.
Per la serie Avere la possibilità di scoprire il globo e farsi rinchiudere in un anfratto.
Se la smettessimo con quelle classifiche saremmo tutti noi a balzare in vetta.

Questione di stima

21 Mag

Roma; ultima zingarata; sabato sera.
Ci dirigiamo verso Trastevere, zona turistica per antonomasia, eppure per trovare il nostro ristorante il navigatore ha chiesto l’aiuto del pubblico ed ha pure comprato una vocale.
Sia detto senza perifrasi: fanno cagare ‘sti navigatori.
A chiedere invece non si sbaglia mai.
Eccolo finalmente: sì, è di quelli che piace a noi, un pò spoglio per i canoni attuali, asciutto, di fronzoli neanche l’ombra, con quell’arredo popolare che all’Ikea non si sono mai filati ma che il cinema ha immortalato in una pletora di scene in trattoria con l’acqua Pejo; poi il pavimento, bisogna sempre guardare il pavimento, il pavimento dice tanto, questo pavimento potrebbe racchiudere una buona fetta di storia repubblicana.
Minimo lo avranno silenziato, o stuccato a forza di omissis
Questi tuffi carpiati indietro di decenni sono fra gli antidoti che mi devo iniettare per sopportare meglio l’appiattimento tecnologico del nostro tempo.
Menu senza supercazzole, cameriere con facce autentiche, personale senza la sindrome da MasterChef: per un fisionomista maniacale come me praticamente l’Eden (o l’Edel, per restare in tema di luoghi d’antan).
Voi cosa prendete?Che vino ci facciamo portare?Chi vuole assaggiare?Te ne prendo una forchettata…Di questo il bis!
A Roma si parla di Roma: troppa l’energia sprigionata, strabordante la storia che zampilla da ogni anfratto, suadente tutto, anche escludendo i capolavori.
Un pensiero poi al grande assente, scontato rifare nella Capitale la prossima zingarata – ci teneva tanto a vederla! – meno l’idea di farle d’ora in poi sempre nella Capitale.

Credo sia un dono naturale di ognuno di noi, corroborato poi dall’osmosi dello stare insieme.
Mi riferisco alla capacità di spaziare, collegare, scovare, unire e discernere i più svariati argomenti e pensieri sottostanti.
A volte penso che queste analisi – del tutto istintive – siano anche il risultato della nostra relazione, a volte esattamente l’inverso.
Capita che le speculazioni siano solo un pretesto, come siano pura necessità, come entrambe le cose assieme.
Solo che questi nostri confronti non sempre sono caratterizzati da soffici afflati o delicati sussurri e non sono idratati all’acqua di rosa.
A Bologna due ragazzi sono rimasti seriamente impressionati (al più giovane per diversi mesi non sono più cresciuti i brufoli), a Torino un gruppo di tifosi ha capito che ci può essere alta tensione anche fuori della curva.
E non c’entra la latitudine.
Trastullati dalla romanità, fra le chiacchiere esce un argomento che si presta, ognuno dice la sua, si creano linee di pensiero che intersecandosi arruolano e licenziano noi quattro, c’è voglia di esprimere, convincere e provocare, i decibel crescono proporzionalmente all’enfasi prodigata, i carciofi alla romana con deferenza si sono zittiti e rimpiccioliti, qualcuno sente più il confronto di altri e lo sentono anche agli altri tavoli, che difatti riscopriamo quasi vuoti.
Avevano comunque finito, confidiamo col solito pentimento post-urla, ma non pienamente sincero, ancora troppo recente il gusto (amarognolo) del dibattito.
No, tutto a posto, anche stavolta nessuna strigliata dal ristoratore, evidentemente o restiamo nella norma o più realisticamente la superiamo ma con simpatia.
O sarà l’accento emiliano.
E se la cuoca si avvicina per prendersi i meritati complimenti significa che anche nei battibecchi infondiamo convivialità.

Perché appena usciti dal ristorante abbiamo il sorriso sulle labbra?
Perché scherziamo, ci abbracciamo e ringraziamo per averci fatto reciprocamente ingrossare la giugulare?
Perché ci sbrighiamo a riempire le vie del centro con altre considerazioni, richieste, consigli, proposte?
Perché con altri conoscenti una discussione aspra come quella appena conclusa, o non sarebbe mai nata, o avrebbe lasciato pensieri grondanti di livore per almeno 48 ore o avrebbe segnato indelebilmente i rapporti?
Per una questione di stima.
La stima, quella che ti permette di perdonare un commento sopra le righe (per uno subìto ce n’è uno fatto).
Quella che a distanza di giorni ti fa riflettere su quanto detto ed ascoltato.
Quella che prima ti ha visto combattere verbalmente, poi cercare insegnamento proprio da quelle parole e da quei concetti ostili.
Quella che ti garantisce di poter esprimere liberamente quello che pensi.
Quella che anche in disaccordo, non ti fa scalfire la considerazione del dirimpettaio.
Quella che anche in una cazzata altrui sai di non trovare tracce di sofismi.
Quella che ti spinge a voler correggere un paralogismo altrui.
Quella che ti fa vedere in modo diverso le critiche ricevute.
Quella che ti suggerisce che spesso abbiamo un’identica meta, affrontata solo con qualche personale deviazione sul tragitto standard.
Quella che le tue deviazioni possono sembrare inutili esattamente come quelle degli altri.
Quella che ti ammonisce che anche il tuo atteggiamento può infastidire.
Quella che dà una sgrassata al manicheismo che si deposita in ognuno di noi.
Quella che in un’intesa non ti richiede la sintonia totale.
Quella che ti ricorda che senza questi confronti tutti e cinque saremmo un pò meno di quel che siamo.
Nessuna saga dei buoni sentimenti, nessuna smelassa retorica: la stima va meritata, la stima costa, la stima esige, la stima non va giustificata, la stima ripaga.
La stima è selettiva, è parsimoniosa, la stima non va sprecata, va difesa.
La stima è spontanea, non necessariamente immediata, quasi sempre reciproca.
La stima è dare il giusto risalto ai propri sentimenti, la stima è egoismo ed altruismo, è rispetto di sè e degli altri, è salvezza ed umanità.
La cerchia di persone stimate non è un numero chiuso, aumentarla e diminuirla dev’essere una conseguenza, non un obiettivo.
La stima è quel bisogno atavico dell’uomo di dare e ricevere calore, può contemplare l’amore, l’amicizia o rimanere neutra.
La stima: cinque lettere per una parola che aiuta a sorreggere la vita.

Dedicato a te/5

26 Apr

(Dedicato a te è un periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare, gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori)

Oggi parliamo di te, del tifoso, che trafelato come sei ad elaborare e riordinare giornalmente il tuo unico impegno, scommetto che non ti sarai mai chiesto perché l’origine etimologica della tua ragione di vita, il tifo, coincida con una malattia altamente contagiosa che produce eritemi, eruzioni, meningismo, inappetenza, ulcere, diarrea, delirio, e che può portare a gravi complicazioni fino alla morte.
Non te lo sarai mai chiesto, ma vedi, le parole non sono mai casuali come è invece la tua vita – loro, le parole, un significato ce l’hanno sempre – e allora te lo dico io: perché sono grossomodo gli stessi effetti di cui soffri tu e che provochi anche agli altri.
Oggi farò tutto io, domande, risposte, analisi, spiegazioni: è inutile scomodarti in attività cerebrali per le quali non sei preparato, non vorrei che ti venisse la carne greve alle sinapsi o una contrattura alla corteccia prefrontale mediale.
O peggio ancora che scoprissi di possederle entrambe.
Eri in quarantena nel calcio (e difatti i sintomi della malattia si dividono in settimane, esattamente come il calendario del campionato che veneri come un testo sacro), e non contento dei danni prodotti lì, hai esondato invadendo tutto, non c’è nessun sistema immunitario che sembra arginarti.
In ogni settore c’è un tuo esponente, avete più copertura voi che una zona cablata con la fibra ottica.
E dove arrivi, infesti tutto.
Sei una sorta di Re merda, dove del Re ovviamente non hai nulla (se non l’arroganza), perché tu sei un servo.
E pure frustrato.

E non fare lo stronzo una volta tanto, non mi sto riferendo a chi mette anima e corpo per un hobby o un interesse, o di chi segue qualcuno o qualcosa con amorevole entusiasmo – queste sono attività sane – io sto parlando proprio di te, che adori solo i tuoi eroi ed irridi quelli degli altri, e che spesso hai per eroi personaggi che stonerebbero persino in un letamaio.
I greci quando parlavano di tifo intendevano l’offuscamento febbrile della mente, cazzo se erano avanti eh?
Lo posso giustificare da ragazzi, anzi a quell’età è quasi doveroso passarci, un sornacchio pacato, riflessivo e posato mi farebbe più paura.
Ma tu sei cresciuto – male, ma sei cresciuto – e sei rimasto più dogmatico di un Inquisitore del Medioevo, hai la stessa onestà intellettuale di una lattina di birra Peroni (vuota), adegui ancora il pensiero a ciò che tifi, non hai un tuo parere, una tua idea, una tua iniziativa, dipendi da una sola cosa, sei permeato da una cieca obbedienza, e siccome ci metti fanatismo come se piovesse ti credi uno scomodo, un ribelle, uno cazzuto, quando invece riesci a malapena ad essere un cazzone.

Ci si può emozionare, si può incitare, appoggiare, ammirare, soffrire, supportare,gufare, anche senza quella pletora di ragionamenti alla cazzo di cane di cui fai collezione tu.
Non sai che la mente si può allargare perché la tua l’hai serrata a chiave e l’hai fatta pure saldare, non sai che si possono apprezzare due, tre, quattro, ennesime cose assieme (anche in antitesi) senza rischiare la deflagrazione, come provare stima per un avversario o come ravvedersi dalle proprie convinzioni, sei all’oscuro (in tutti i sensi) di come l’eclettismo elevi l’uomo, tu forzato specialista invasato che da una vita ti abbuffi senza neanche assaporare quello che ti passa il convento.
Sopra al Mondo hai messo una coperta, ti sei limitato a farci un buco e a costruirci la tua vita intorno.
Discutere con te è inutile, non ti stimolerebbe nemmeno una scarica di elettroshok, se Socrate ed i suoi allievi ti avessero conosciuto non sarebbe nata la maieutica.
Sei un contoterzista del pensiero dotato della stessa credibilità di un oroscopo, possiedi infatti svariate enciclopedie di figure di merda.
Ti dipingi appassionato, ma di qualcosa calato sempre dall’alto: ti hanno detto che devi comportarti così, che devi reagire cosà e tu non sgarri di una virgola, devi farti piacere tutto e disprezzare quello dei nemici, quando magari il tuo inconscio vorrebbe il contrario, ma il tuo credo inflessibile glielo impedisce.
Accecato dai tuoi precetti quante cose ti perdi solo perché fanno parte dell’avversario, quanta merda che sei costretto ad incensare (e mangiare) solo perché la tua malattia te lo impone.
Denigri tutto ciò ti è altro, solo perché è altro, ma se domani l’altro diventasse roba tua ti metteresti a venerarlo rinnegando il passato, come scaricheresti al volo ciò che hai esaltato fino ad oggi nel caso inverso.
Tanto di memoria storica non ne hai mai avuta e di dignità ne hai forse sentito parlare una volta al bancone del bar.
Capendoci poco, infatti preferisti continuare a discutere con un tuo simile di una cagata a caso scelta dal tuo catalogo.

Quando penso al regredire della specie umana tu appari nelle parole suggerite.
Penso poi alla bellezza della vita, alla scoperta, al cambiamento, alla novità, all’apprendere, alla poliedricità, e vedo te che col tuo ghignone dall’espressione bovina che abbatti e demolisci questi aulici pensieri, soddisfatto che la società sia divisa ed etichettata in contenitori.
Se il Mondo sta diventando paranoico e schizofrenico è perché stanno usando (anche) te come sicario.
Ti hanno messo al guinzaglio e ti portano dove vogliono loro, ti tengono sempre sulle spine, ti dicono quando abbaiare e quando azzannare, te le fanno prendere, ti mettono nei casini, poi con un biscottino e due complimenti al “tifoso sempre presente!”, torni a credere di essere un protagonista e ricominci daccapo il giro.
Sei proprio un inutile idiota, digerisci di tutto, e fai vomitare gli altri.
Come sprechi l’esistenza.
Come sei comodo al sistema.
Come sei dannoso per l’umanità.
I vaccini, gli antidoti, i diserbanti, gli antiparassitari temo che con te siano poco efficaci, è per questo che nutro più fiducia in una vostra estinzione di massa.
E spero.

Liberazione d’inverno

28 Mar

E così per smascherare alcuni dei sudici e sozzi effetti del turbo-capitalismo bastava il candore e la purezza della neve…
Stavolta la neve – antica come solo un fenomeno atmosferico può essere – prima di coprire dolcemente ed indistintamente ogni cosa le si proponesse davanti, è andata a scovare i moderni archetipi della società occidentale per poi sbrandarli con il cinismo, la cattiveria e l’insofferenza di un najone prossimo al congedo.
E’ stata insignita di questo compito, la neve, tutt’altro che casualmente: un tempo attesa, oggi vituperata, ha covato tristezza, delusione e risentimento, sentimenti che macerando conducono alla rabbia e ad un sano desiderio di rivalsa.

Nell’Appennino la neve è sempre stata la cornice, scomoda se vogliamo (ma più agli occhi di un esterno – e comunque una volta ben più di oggi), ingombrante, eppure amata.
Amata perché insostituibile, amata perché consustanziale: provate a chiedere ad un marinaio un parere sul mare.
D’inverno, se lei era presente, le bacchette da direttore d’orchestra erano sue, d’emblée.
Ed anche l’Oscar come migliore attrice protagonista.
In città non aveva la residenza, è vero, ma il suo sporadico arrivo era un alibi di ferro per rompere la routine, poter cazzeggiare e vivere uno di quei momenti che una volta raccontato avrebbe spalancato bocche, irraggiato visi ed illuminato l’immaginazione dei dirimpettai.
Invece questo sistema economico (scusate, al momento non mi viene un aggettivo sufficientemente insolente, lascio a voi l’onore) ha modificato antropologicamente le persone strappando le radici di ognuno alla propria terra.
I bambini, ontologicamente incontaminati, ancora impermeabili ai dettami del Dio denaro, rabdomanti di avventure il più possibile contigue alla magia, aspettano la neve, per lei si alzano prima (dote taumaturgica): una nevicata vale un’esistenza in attesa di scoprire qualcos’altro che gli faccia battere il cuore altrettanto gustosamente.
Magari un’altra nevicata.
Crescendo purtroppo si abiura quel passato spensierato, l’uomo fa incetta di isterismo e raddoppia le dosi (già da cavallo) che un’entità astratta gli ha prescritto, si lamenta del caldo d’estate, del freddo d’inverno, della pioggia d’autunno, delle viole in primavera.
Più che metereopatico l’uomo moderno è divenuto metereodipendente, con sfumature che lambiscono l’ossessivo-compulsivo: crede più all’ultimo aggiornamento del sito che a quello che gli si presenta davanti agli occhi, sottotraccia spera in qualche calamità per stare un pò in ansia, per dire “Io c’ero!” e per aggiungere qualche foto su Instagram.
Vuole comandare qualsiasi evento (atmosferico e non), governare tutto con una app, è in perenne competizione anche con la propria ombra, si illude di rendere una giornata nevosa produttiva esattamente come tutte le altre perché il mercato deve sempre trionfare (e sempre trionferà!), non accetta che i tempi scanditi dalla redditività vengano dilatati, pretende che la sua tecnologia non abbia mai intoppi e vinca tutte le partite.
E’ l’apologeta di una modernità scordatasi del progresso e dell’umanità.
Al netto di persone che col gelo davvero tribolano e di mestieri votati al sacrificio (qui il rispetto e la solidarietà è d’obbligo), se anche ci fossimo fermati durante le nevicate di questo bellissimo inverno, il Mondo non sarebbe né esploso né avrebbe rischiato di grippare, invece quei maledetti centesimi di Pil pesano come tonnellate perché rischiano di certificare l’infallibilità del capitalismo e la sua ineludibilità.
Impunemente la neve ha sbattuto in faccia alla società tutta la sua fattualità: è molle, liquida, delicagata, inconsistente, destrutturata, fatua e riempita col superfluo, conosce la fatica fisica solo in palestra, la rabbia esclusivamente con un più debole, non sa più sognare, non sa più ridere di se stessa e dell’imprevisto, non sa più fermarsi (solo chi si ferma può ripartire), lavora in nome di una crescita infinita e si sente affranta a rimandare qualcosa a domani, vive in una perenne sindrome di Stoccolma del proprio tempo, si lamenta, ma l’invettiva (sempre che parta) non trova destinatari, e una volta che dall’alto (inteso come atmosfera, of course) si presenta un antidoto, non sa far altro che rimpiangere i ritmi da catena di montaggio che hanno ridotto l’essere umano ad oggetto usa e getta.
Un oggetto che produce altri oggetti, o delle amenità comparabili.
In un epoca così, con uno spartito così – un pò per causa, un pò come effetto – gli intellettuali hanno fatto la fine delle salamandre mentre i loro surrogati imperversano nella spirale dell’appiattimento cosmico diffondendo il verbo 2.0 pregno di improbi dettami: per millenni ci hanno raccontato la fola che il Mondo è stato creato da Dio, questi qua arriveranno a sostenere – utilitaristicamente – che l’unica dottrina a cui inchinarsi è la volontà del capitalismo d’assalto.

Ed invece no, la neve con la sua minimalista ed imponente presenza, col suo silenzioso frastuono, ha confutato le meschine leggi del mercato, ha irriso i deboli crismi dell’incivile modernità, del barbaro progresso, dello sviluppo solo tecnologico.
Attingendo alla sua immanente trascendenza, ha provato a redimerci, infliggendo un’affettuosa umiliazione ai discepoli di questo stile di (non) vita, per riportarli ad una dimensione umana.
Ci ha ricordato che è doveroso rallentare i ritmi, esattamente come ridare dignità al tempo e nondimeno fermare il frenetico contesto per trovare un momento per chiedersi chi siamo.
Intrepida ancorché affettuosa, la neve per titillare le risposte ha messo a disposizione la sua ineffabile atmosfera ovattata e per tutta risposta più che ringraziata è stata stramaledetta: la collettività è riuscita anche qui a dividersi in due fazioni, con fanatismi e linciaggi compresi nel prezzo.
Ma stavolta l’affondo è partito, la neve ha piantato un dito in un occhio – ed un altro nel culo – all’intero Gotha capitaliberista: l’argenteria ha tremato ed è stato tracciato un solco dove prima si intravedeva solo un segnetto di pusillanimi velleità.
I fiocchi, uno dopo l’altro – con la pazienza, la calma e la serenità, doti oramai fagocitate in nome del niente – è come se avessero formato un esercito di liberazione, armati del freddo per svegliare l’umanità dal torpore che la sta conducendo all’assopimento.
Non sappiamo se le nevicate a ripetizione abbiano segnato l’inizio dello sfaldamento del sistema neo-liberista, di sicuro hanno fatto sentire il freddo ad un re un pò più nudo.

Neve, placida ribelle, sovversiva con la naturalezza del tuo essere, rivoluzionaria nel tuo reazionarismo, sei stata uno dei più concreti atti di protesta per abbattere l’autorità costituita(si), tu autentica icona anti-capitalista ed anti-classista, tu, più dirompente in una notte che tanti presunti dissidenti nella loro inutile vita, tu fulgido esempio da seguire senza aver mai pronunciato la parola io.
Grazie neve, un motivo in più per continuare ad amarti.

A tu per tu

17 Feb

Lui è un uomo importante, influente.
Incarna gli stilemi di chi ce l’ha fatta.
Carriera e soldi che si alimentano in un volano dal ritmo esponenziale.
Viaggi che sono il suo tran-tran, dove la meta non è una località ma solo nuove relazioni professionali da abbracciare, mercati da scoprire ed una bandierina in più da infilzare in una ruspante cartina.
Risultati, sfide e stress a cui non riesce più fare a meno.
Ma soprattutto potere.
Potere che da mezzo è diventato fine – e forse lo è sempre stato – potere che è da celebrare ogni volta che viene sguaiato, potere che ha soppiantato tutte le ragioni per cui valga vivere.
E senza dover fare prigionieri.
Vive solo, per scelta, ma ha tante donne, qualcuna manco la conosce per nome ma solo per le misure o per le differenti prestazioni (catalogate) che può offrire, con certe altre prima della chiavata si diverte anche ad uscirci a cena, a bere qualcosa al club o a fare una capatina al mare.
E se invece il nostro vuole compagnia gli basta schioccare le dita senza nemmeno cercare i numeri nella rubrica.
Dicono che gli amici si vedano nel momento del bisogno, beh, quando lui si vuole divertire va in scena un biblico pellegrinaggio di farisei, ma in quel contesto la definizione amico è puramente nominale.
La chiamano personalità, omettendo probabilmente la differenza fra carisma, autorevolezza ed autorità.
Osannato ed invidiato dagli epigoni, nell’epoca misera ed ultra-competitiva che hanno imbastito su, riesce a convertire anche una rinomata fetta dei petulanti detrattori, che più che detrattori sono semplicemente invidiosi.
Concludere affari è la sua missione: vive per il risultato ed il risultato lo tiene vivo.
L’etica e la correttezza per lui sono termini atoni ed a seconda dell’occasione il significato arriva sfogliando il dizionario dell’utilitarismo, la sua rettitudine – concetto di per sé alquanto vago – ricorda invece il movimento impazzito della pallina nel flipper.
Spietato come un virus, mutante come il più didascalico dei camaleonti, dissimula abilmente (anche a se stesso) i propri viaggi a Canossa giacché i compromessi del vicino sono sempre più grandi.
Anzi, gli unici.
Sono quello che faccio, faccio perché sono, è una frase che non ha mai pronunciato ma che segue come un precetto.
Un mantra a sua insaputa.
Affari per il lavoro, si diceva, che si tramutano in affari per se stesso.
La sua vita e la sua professione sono un monolite, le persone che incrocia funzionali a quel monolite.
Ed il monolite ha l’obbligo di raggiungere gli obiettivi – quelli professionali, quelli personali, tutto si mischia – rispettando solo il codice della propria avidità, chi si interpone o ha la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato viene bellamente sfranzato col cinismo di chi nemmeno si volta a guardare i resti sull’asfalto.
Si trova nel suo attico, in centro, nell’ascensore della vita lui ha premuto il tasto di quel piano, perché era il piano che voleva, dunque il piano che gli spettava, dunque il piano che ha conquistato.
C’è chi nasce per vivere in un attico e chi si merita uno scantinato.
Stavolta la frase è sua.
E’ stravaccato sul divano in pelle Frau con indosso una vestaglia di raso intento solo a non scivolare troppo quando abbozza certe posizioni, anche abbandonato all’ozio trasuda un’indomita strafottenza di chi ha la pretesa di prendere per il culo anche il tempo che passa e con una smorfia beffarda nel ghigno, la convinzione di riuscirci.
E’ in compagnia di un sigaro, di quelli importanti, di quelli che pochi son degni.
Non tutti possono guidare certe auto, indossare certi abiti, apprezzare certi vini e, appunto, fumare certi sigari.
Sarebbe una questione di classe, di eleganza, di raffinatezza; ma si riduce ad una questione di comando: se ce l’hai, puoi.
Di solito non ha tempo per momenti così improduttivi, come per riflettere e per innescare quelle introspezioni di cui qualcuno abusa, quelli che pensano spesso, troppo, e difatti non hanno raggiunto le vette che ha raggiunto lui.
Ma quel giorno gli va e poi provare qualcosa di insolito fa parte del suo credo, purché sia lui a stabilire il concetto di insolito.
Ogni manifestazione di dominio necessita della propria dottrina – sono nate apposta d’altronde le dottrine, così curate nei particolari, così subdolamente fallaci per catechizzare e portare a spasso l’uomo al guinzaglio in un cammino tanto controllato quanto oppressivo.
In questa storia è il solipsismo a soddisfare le richieste di un mandante che gioca d’azzardo con le carte truccate e con un orologio al polso avanti di decenni.
Riflessioni dunque, chiamiamole così, o pretesti dall’alibi di ferro per compiacersi (da vanesio qual’è) di come lui abbia messo in scacco nientemeno che il sistema (in pratica il suo superiore) con tutto quell’impastato groviglio di rapporti, influenze, gerarchie, relazioni, in una doppia e trionfale scalata, e tra una rutilante onnipotenza ed un meschino desiderio il protagonista scompare in una nuvola di fumo particolarmente scenografica prodotta dal suo sigaro: che scena perfetta sarebbe per un film!
Ma d’un tratto qualcosa non solo lo fa tossire come un ragazzino delle medie alle prese con la prima Marlboro rossa, ma gli alza anche follemente il battito cardiaco con la stessa infinitesimale distanza che intercorre fra la botta e la fitta di dolore e con la frequenza di quando in auto rischi di finire fuori strada e per un soffio te la cavi.
Pum!Pum!Pum!Pum!Pum!Pum!
Saranno 180 al minuto, sparati senza silenziatore.
Perché di fronte, con un espressione oltremodo severa, ha se stesso.
Non bastasse la presenza – capirete, alquanto inaspettata ed ermetica – pure la fisiognomica gli mette a dura prova le coronarie ed annessi meccanismi.
L’uomo d’affari ora è intriso di quella tipica paura di chi, pur non sapendo il motivo di quell’intransigenza, si sente in colpa, qualcosa deve aver combinato, e il fatto di non sapere cosa, lo agita ancora di più.
Preoccupato, nonostante chi ha di fronte sia in silenzio.
Preoccupato, soprattutto perché chi ha di fronte continua a rimanere in silenzio.
Un silenzio sentenziatore, che emana più echi e più strali di tante parole.
L’uomo che ha di fronte – atteggiamenti di un perfetto estraneo con le sembianze di se stesso – sembra voler ritardare volutamente le parole affidandosi ad uno sguardo tutt’altro che indulgente ed il protrarsi di quella mimica è una lama seghettata che scarna le interiora del nostro uomo di successo, che non distingue se sia più straziante l’affondo od il ritorno.
Questa attesa è angosciante, ma teme che sarà peggio il dopo.
Sempre se ci sarà.
Non provava questa sensazione da una vita fa, quando ancora l’apogeo non lo aveva reso refrattario alle emozioni, e lui così impermeabile a tutto, per tornare a tremare doveva trovarsi davanti nientemeno che se stesso.
È nella propria casa da sogno ma sembra che si sia accomodato in un incubo, di quelli che non si riesce ad uscirne, anche volendo.
Ad un tratto imperversa un rumore acuto, sembra un forte fischio ma più effettuato, quasi ci fosse qualcuno alle prese con un VCS3, poi si aggiunge una rapida sequenza di lampi, flash e bagliori talmente ineffabili la cui origine pare reclamata dall’elettronica e dagli astri assieme, a cui fa da contraltare una coltre biancastra, niente di strampalato a vederci qualcosa di celestiale visti i canoni cinematografici che abbiamo, un inedito connubio luce-nebbia che illumina lo stupore dei suoi occhi.
Trascorsi questi infiniti secondi di cupo riverbero il protagonista si rivede in momenti di vita vissuta.
È lo spettatore di un cortometraggio della propria vita in cui le immagini, mistero su mistero, vengono proiettate in un ipotetico mirabolante schermo che però non c’è, roba da far piombare il 4d nel mesozoico.
Il nostro si rivede, dapprima nella gavetta, scalpitante e fervente a fare terra bruciata intorno a sé – con la tracotanza che già strabordava e gli sgorgava dalla bocca come la bava ad un cane senza cappottino; poi si rivede nella conclusione di un contratto, uno dei tanti: la trattativa pianificata come un attacco militare, gli aspetti psicologici vivisezionati da uno Jung del male, gli accordi sottobanco, gli appoggi esterni, le pressioni, le minacce (dapprima velate, poi propriamente dette), le clausole nascoste, anche l’infame trattamento riservato alla malcapitata segretaria che aveva la colpa di scrivere l’atto.
Poi passano, random, le immagini delle sue sfuriate, delle sue ingerenze, delle sue vessazioni, delle sue megalomanie, della sua interessata e calibrata gentilezza, dei suoi sermoni col pulpito tentato dalla dissociazione, della corsa dei sottoposti a compiacerlo, delle fila degli stessi per farsi sottomettere e subito dopo a cercare di imitarlo con qualcuno più debole di loro, della sua arte di vendersi, della manipolazione delle persone per scopo e per gusto.
La sceneggiatura accoglie, generosa, tutti i suoi metodi, ma potete scommetterci che qualcuno decisamente impenitente stia parlando di stile, facendo già le prove davanti allo specchio del cesso.
Il meddley lo ha calmato, inizia a riconoscere il dirimpettaio, la paura che scema gli inibisce pudicamente di chiedersi cosa cazzo stia succedendo – perché qualcosa sta succedendo.
L’uomo d’affari preferisce crogiolarsi alla vista di un film che finalmente gli rende onore ed, obnubilandosi, quasi prova vergogna per le sensazioni che ha avvertito qualche attimo prima ma è solo un pensiero fugace, meglio non protrarlo per non macchiare la liturgia in atto.
E’ più conveniente una biografia artefatta di una veritiera.
La proiezione continua e lui è come un bambino quando la maestra legge a tutti i compagni il suo tema, sta provando un sentimento puro, lui che la purezza l’ha abiurata senza mai averla abbracciata.
Ad una persona normale forse diventerebbero lustri gli occhi, a lui, chissà, intanto abbozza un interpretazione, e non può che essere che d’approvazione: l’improvvisato ermeneuta scorge in questa visione un’investitura, per essere divenuto come uno del suo lignaggio dev’essere, per essere divenuto come lui voleva essere.
Infliggere umiliazioni, sfruttare le persone, modificarne il destino, creare personaggi, distruggerne, divertirsi a possedere fisicamente qualcuno o ambire diabolicamente a controllare le menti, essere perennemente un comandante e cingere anche la vita privata, schiacciare le persone fino a fargli uscire l’anima e lo spirito per poi berseli in un calice sacrificale: la sua speculazione è divenuta un assioma.
Quelle immagini profumano di brama, di trampolino, di legittimazione, di agiografia, di famelico e bulimico egocentrismo e sanciscono la potenza raggiunta ed il potere conseguito, eterni come si confà ai sovrani.
Da sempre voluttuoso, è eccitato da se stesso come non mai: è in onda un film col cattivo, il cattivo è lui, e lui pensa di essere non il buono, ma probabilmente il giusto.
O comunque il furbo.
Ogni millimetro di quell’icastica e fuorviante pellicola rende sempre più tronfio il nostro uomo d’affari e con la soddisfazione aumenta, chissà perché, il livore verso il resto dell’umanità.
E non che prima fosse un filantropo…
Questo sistema – senza ampolle, provette ed alambicchi, solo imperniato sulle debolezze umane – ha aggiunto un altro mostro alla nutrita flotta, essere lo spettatore del proprio trionfo lo ha allontanato ancora di più da una realtà che mai ha sopportato.
Più gongola nel vedersi, più le ghiandole endocrine sgorgano onnipotenza a fiotti, più la sua percezione è offuscata.
Le immagini crede siano nettare, bevanda degli gli dei, ma si rivelano solo un intruglio, preparato nel laboratorio della sua cupidigia e tagliato da chiunque ci veda un tornaconto, da iniettarsi nelle vene per una dose che assomiglia sempre più pericolosamente a quella letale.
Ci sono due modalità di interpretare un messaggio allegorico, l’uomo di successo, su imbeccata dell’inseparabile boria, ha immaginato di essere l’artista, trattando le immagini come ha sempre trattato chi gli sta intorno, a suo comodo.
Ma qui non siamo più nel suo mondo, quello degli affari, qui stiamo vivendo qualcosa di paranormale e a giudicare dall’acume con cui maneggia la faccenda, il nostro indomito protagonista sembra essere l’unico a non averlo capito.
Arrogante come i suoi gessati, il nostro ha perduto la voglia di chinarsi per cogliere i segnali che la vita lancia, assuefatto com’è ai baratti, agli aut aut, ai ricatti.
Lui, designatosi onnisciente , è sempre stato attento a captare le frequenze che facevano rima con la parola business, peccato che il denaro lo si possa attirare, mentre i segnali della vita sono tanto parsimoniosi quanto enigmatici, per non dire permalosi.
Sono passati dieci anni e tutto sembra esattamente come quel giorno, ma il potere cambia pelle rapidamente e ricorda quelle giornate di montagna dove nel meriggio il vento scombussola un cielo che solo qualche ora prima prometteva sereno e pareva più sincero del sorriso di un innamorato, ma la giornata finisce in pioggia; o come quando cambia la briscola, le regole sono esattamente le stesse di prima, ma chi comanda è un altro seme.
Ecco, lui pensava che la sua briscola non solo non cambiasse mai, ma che fosse riuscita pure a riscrivere le regole del gioco.
In quegli ambienti capita che per avere aria nuova occorra nuova aria.
La sua (di aria) per qualcuno inizia ad essere viziata e non è sufficiente spalancare la finestra come in una canzone.
Lui che decideva di tutto e di tutti ha subito una scelta altrui, lui che si considerava imperituro è stato messo in disparte, lui osannato come un Dio ha visto la genesi di una nuovo (e temporaneo) profeta, lui riferimento del settore è ora trattato con sussiego, lui monade è stato diviso e liquidato.
L’uomo d’affari non pronuncia l’ignominiosa parola ritiro – figuriamoci pensione, roba da pezzenti – meglio trincerarsi dietro nuovi progetti, consulenze ed amenità limitrofe.
Non è escluso che per qualche tempo il suo irraggiamento riesca ancora a bruciare dei culi, ma la sua brace si sta spegnendo e chi finora lo ha inondato di comburente ha la memoria corta, e di braci guarda quelle che ardono ora, adesso, quelle che ardono e bruciano tutto, tutto e subito, più forte è il crepitio, più l’ossigeno ha il fiatone nello stargli dietro, più vanno bene.
Anche se il viso è buono (abitudine al bluff, vergogna dell’onta), tutto il resto del corpo non si capacita di quanto gli stia accadendo, l’ormai fu uomo di successo si sente come un soldato lasciato solo al fronte dopo aver servito fideisticamente la patria in lungo e in largo e per encomio si ritrova abbandonato, con gli anfibi bucati in mezzo al gelo e con un rancio da far digiunare le ponghe.
Nemmeno la sua corazza se la sente di respingere un simile colpo, l’ex re della sofisticazione della resilienza (a dosi di menefreghismo) è nudo di reazioni, vuoto di tempra, azzerato di nerbo, scippato di idee.
Ritiene giusto che lui debba ancora guidare e tutti gli altri debbano seguirlo, temerlo, adorarlo e servirlo, la reverenza nei suoi confronti è contenuta nel cofanetto dei suoi diritti naturali al pari della celebrazione del suo culto, rimarrà sempre sopra gli altri, un eletto.
Un capriccio isterico che cela la velleità di rimanere avvinghiato al comando e al successo, ma è così frastornato da non accorgersi di stare già rotolando dopo il più sonoro dei calci nel culo.
Il suo personale senso di giustizia – frutto di una distorta quanto naufragata meritocrazia – esattamente come la sua voglia di potere si poggia sugli stessi meccanismi dei buoni sentimenti e della sincera afflizione.
Curiosa la bestia umana, se la cattiveria e la bontà nascono e crescono assieme e differiscono solo negli effetti prodotti, ecco in parte spiegate certe esistenze vissute in un’eterna e paludosa dicotomia.
Distinguere poi la cattiveria dalla bontà richiede più acume del previsto.
Se fosse nel giorno del giudizio universale l’uomo d’affari affranto si schiererebbe più altero che mai fissando tutti negli occhi, e col petto infuori e con la voce stentorea, reclamerebbe (con un aneddoto per ogni medaglia della giacca) i meriti sul campo per tornare sul campo.
Ma fra tutti i pensieri che sono apparsi reclamando la parola, fra tutti gli afflati di rivalsa, fra tutti gli aneliti di risalita, mai che abbia ripensato a quell’incontro di dieci anni prima.
I segnali della vita, ricorderete, tanto parsimoniosi quanto enigmatici, per non dire permalosi, quelli che l’uomo di successo non si era degnato di raccogliere.
Perennemente insofferente, per tutto il giorno ha il groppo in gola degli indigenti e la stessa solerte ansia che ha consumato per una vita i dirimpettai.
I cupi pensieri che la logica si sforza di mandare via sembrano attirati ed acclamati da un mostro che alberga in lui, la mestizia ha le sembianze di uno sciame di zanzare, e quando, ormai esanime, l’uomo d’affari decaduto prende coraggio, agita la mano e si sforza di mandarle via, sa perfettamente che dopo pochi minuti torneranno a pungerlo, nello stesso punto come in altri.
E’ a letto, simbolo di quel ristoro che per lui è divenuto un perfetto sconosciuto, e dopo insistenti tentativi è riuscito ad addormentarsi.
Nella fase iniziale del sonno, l’inconscio si mischia ai pensieri, l’imponderabile alla razionalità, le speranze alle paure; l’attività onirica pesca dal cervello, dai rigurgiti dell’anima e chissà da cos’altro è influenzata.
Il nostro uomo, non più in affari, lontano dal successo, ormai solo in disgrazia, non sembra il tipo da credere alle premonizioni né uno che si sia mai fatto prendere dalla mitologia greca.
L’avesse fatto, forse vivrebbe in maniera diversa il nuovo incontro che lo sta attendendo.
Anni fa era stato un uomo (cioè se stesso) ad accendere il più incredibile degli incontri, stavolta è il sesso femminile ad apparirgli – una donna indubbiamente, ma con foggia e sembianze che lasciano intendere ci sia dell’altro.
Se il protagonista sia sveglio o stia dormendo è un dubbio che nemmeno lui può sciogliere.
Questa femmina irrompe con un piglio che del gentil sesso ha ben poco, e fa da contraltare coi suoi tratti aggraziati e armonici pur con uno sguardo tanto severo da far pensare tout court ad un’ordalia o a qualcosa inerente ad un’inquisizione.
Il contesto è cupo come la notte e come un sonno affannato, fattispecie che mette ancora più in risalto la sua imponente ed ingombrante figura – non per dimensioni, ma per presenza scenica.
Lei ha portato il gelo nel già vituperato uomo, che esangue riesce solo a spalancare la bocca senza aver più nemmeno un abbrivio per poterla richiudere, né la forza – figuriamoci la volontà – di replicare alla sua invettiva, neanche con un colorato sospiro.
<Non hai interpretato la sciarada, non certo perché fosse indecifrabile, ma solo perché non hai rispetto per la vita.
Hai avuto la possibilità di redimerti e non l’hai sfruttata.
E non lo meritavi nemmeno, sarebbe stato ingiusto, ed io invece sono qui per portare giustizia.
La tua coscienza smarrita anche se avesse tentato un’esplorazione avrebbe trovato solo le viscere, ma tu manco ci hai provato.
Questa volta io sarà più diretta, niente significati allegorici, vedrai che stavolta con me capirai perfettamente.
Ti hanno tolto il giochino, la tua sublimazione, il tuo viagra, e senza quel ruolo non sei nessuno, la tua vita era imperniata in quel ruolo e quel ruolo non ce l’hai più.
Ti atteggiavi da onnipotente ma la tua esistenza era nelle mani di qualcun altro che tu non hai mai saputo chi fosse, ti sei dato completamente a sconosciuti pur di regnare.
Hai compiuto malvagità per conto di un’entità astratta, hai calpestato delle persone per conto di un’entità astratta, non ti sei fatto scrupoli pur di raggiungere il tuo scopo, neanch’io me ne farò pur di portare a termine la mia missione.
Il potere che hai rincorso, e raggiunto, distrugge l’essere umano, mi sembra doveroso fare altrettanto con te.
Tu vedi me, ma è come se avessi davanti tutta la pletora di persone che hai fatto soffrire, tante eh…
Ascoltami bene, adesso ti svelo il tuo futuro: morirai, non prestissimo, non prima di essere impazzito, rendendoti conto ogni giorno di impazzire, quindi avrai capito che soffrirai parecchio, sarà una cosa veramente atroce, fra le punizioni più crudeli che abbia mai inflitto – e la lista è lunga – perché sei un grosso pezzo di merda, ed i grossi pezzi di merda meritano di essere trattati da grossi pezzi di merda.
Fosse stato per me ti sarebbe successo prima, ma non posso decidere tutto io, vedrò di recuperare con l’intensità della pena.
Tutti i tuoi soldi, tutte le tue proprietà, tutte le persone influenti che ancora conosci – no, non ho detto l’influenza che hai sulle persone, perché quella è terminata assieme al tuo incarico – dicevo, tutto quello che possiedi non ti servirà assolutamente a nulla.
Tutto superfluo.
Tu hai rincorso il superfluo ed io ti riporto alla realtà.
In questo momento ti starai chiedendo se io sono solo un brutto sogno o qualcosa di peggio – e tu stai sperando nel brutto sogno: io aggiusto e rivelo e peggio di quello che ti capiterà c’è solo il conoscerlo in anticipo.
Adesso invece ti stai domandando perché proprio a te, evidentemente qualche altro stronzo tuo simile se l’è cavata, intanto comincio da te poi ho intenzione di fare un po' di straordinari, e proprio nel tuo settore.
D’ora in poi vivrai dei momenti talmente brutti che non vedrai l’ora che finiscano, solo che quello successivo sarà sempre peggio, in un escalation infinita.
Hai visto che io sono stata più diretta…
Non ho altro da aggiungere.>

Come prima più di prima

26 Nov

Nei primissimi anni Novanta – quando questa storia ebbe inizio – il Mondo pareva combattuto fra proseguire senza soluzione di continuità con i comodi, divertenti, vacui e perniciosi Ottanta, fra insaziabili prurigini da Terzo Millennio, fra mutare i sistemi di comando e fra il bisogno di redimersi un po’.
Eccetto l’ultima, scegliete voi: la risposta andrà comunque bene.
Il sorteggio per la composizione delle prime superiori targate 1991/92 non venne proiettato in Eurovisione; un peccato, se non altro perché la sigla era davvero suggestiva.
Più che benevola, quell’urna – se di urna si trattò – si rivelerà determinante per noi cinque ragazzi che il primo giorno di scuola immaginavamo tutto fuorché l’avvio di un sodalizio.
Già dal secondo giorno di permanenza in quello specchio della società ognuno di noi cinque capì che qualcuno – a prescindere dall’età – era più stronzo, qualcuno più peso, qualcun altro più smaliziato.
Ma anche che qualcuno gli somigliava.
Forse avremmo fatto ognuno il proprio identico percorso incontrando altre persone nel nostro cammino, o forse saremmo stati prima calpestati e poi inghiottiti da quella folla, o semplicemente oggi racconterei una storia dai contorni differenti.
A quell’età, in una colonna sonora di assoluta spensieratezza, fanno visita i primi groppi allo stomaco, corroborati dal fatto che non conosci le tue qualità, ma nemmeno intuisci perché a volte tiri delle bestemmie senza un apparente motivo, oppure perché quel motivo sono le relazioni con certi altri e certe altre.
Di quella che conoscemmo poi come introspezione – allora il termine lo si poteva sentire giusto da Marzullo o al Maurizio Costanzo Show in qualche serata deluxe– a quei tempi si poteva intravedere al massimo un rudimentale abbozzo, per gente che non riusciva ad accettare la sconfitta della squadra del cuore figuriamoci quanto potesse costare ammettere un proprio limite o una propria debolezza.
In un confronto all’americana “Allora vs Oggi” sembra essere cambiato tutto – la società non era interconnessa; il CD era la massima frontiera del digitale; per comunicare i più fighini avevano in saccoccia le tessere telefoniche, i più pratici qualche gettone da 200 lire, la restante parte si accontentava di raccontarlo di persona al suo arrivo; i vestiti erano di tre taglie più grandi che per immaginare tutto ci voleva altro che una fervida immaginazione; i tagli di capelli erano moderatamente improponibili (e difatti sono tornati attuali); apparire non era un obbligo imposto a tutti ma una facoltà esercitabile a discrezione del richiedente; c’era ancora qualche anfratto dove poter sbagliare e fare delle sane figure di merda.
Da adolescenti poi, la capacità decisionale è ingarbugliata come una musicassetta inceppata nel mangianastri, ma allora – come oggi, e come sempre sarà – un salvifico istinto ci fece avvicinare ai propri simili, basta nasarsi un po’ , ascoltare qualche commento, osservare gli atteggiamenti, carpire qualche reazione ed un ancestrale magnetismo tara la giusta alchimia e si è bell’e che creato una sintonia e nel caso, un gruppo.
Qualcuno già amico e qualcuno perfetto estraneo, totale noi cinque: nella massa incarnando l’archetipo di chi non ha intenzione di seguirla ad oltranza, ma nemmeno di distinguersi ad ogni costo, né sfigati né fenomeni, educatamente casinisti e dissacrantemente corretti, stanziavamo in quella terra di mezzo oggi depredata dalla nuova esasperazione, ilari senza sconfinare nel cretinismo, madidi d’ingenuità, pieni di convinzioni pur nelle nostre fisiologiche insicurezze, eravamo l’applicazione pratica di come una persona possa essere in anticipo su certe questioni, in ritardo su altre e perfettamente nella media con le rimanenti.
Stare insieme era un bisogno, una bramosa necessità, ci dava gusto, era l’egida che noi stessi ci eravamo costruiti e che sapeva esaltare le nostre personalità.
Il tempo intanto ha messo qualche puntino sulle “i”, archiviato i sospesi (creandone qualcun’altro) e confermato le sue precedenti visioni – i prodromi anche stavolta non si sono sbagliati, i finti esegeti sì.
Trent’anni tutti d’un fiato, con qualche logica pausa, d’altronde le cose che contano devi difenderle sempre un po’ , come cantava un gruppo bolognese.
Le parallele esperienze personali – simili, diverse, identiche, opposte – hanno fatto convergere ancor di più le nostre forma mentis, che rimangono differenti, indipendenti e sovrapponibili.
Non è la saga dell’ossimoro, ma un approccio alla vita, tanto spontaneo quanto cercato.
Trent’anni tutti d’un fiato, e delle immense compagnie oggi restano bellissimi ricordi che devono rimanere tali, mentre il numero, ahimè, si è sfoltito, come quando la prof di mate ci insegnava a ridurre ai minimi termini.
O era forse la lezione di scienze sulla selezione naturale?
Nessun acredine, in genere, solo che adesso stare bene con gli altri è una questione di qualità, altro che una formalità, ed il personale e ristretto club di ciascuno annovera anche gli altri quattro (e non solo).
E’ un club dove l’uno anticipa il pensiero dell’altro, dove si pronuncia la stessa parola nello stesso momento, dove le battute sembrano sketch d’avanspettacolo, dove ti aspetti sia una rassicurante risposta sia la quintessenza dello stupore, dove un sorriso lo strappi sempre e comunque.
Capita con una donna e capita anche fra uomini.
Vedersi è un obiettivo ma non un assillo, la percezione della presenza c’è a prescindere ed è cementata dall’intesa che non ci impedisce di voler dissentire, col sottofondo magari di rumorose discussioni che spaventano gli astanti nelle quali si ha voglia di dibattere per convincere l’altro ed inconsciamente di convincersi dell’altro.
Trent’anni tutti d’un fiato, ed eccoci più coraggiosi in un maggior equilibrio, sempre selvatici, fatti alla nostra maniera perché le origini non si scordano di bussarti alla porta e tu non vedi l’ora di aprirgli e poi perché quelli perfettini ci sono sempre stati sulle palle.
Fra i tanti modi di assaporare gaudiosi la vita il nostro non rinuncia alla profondità, vogliamo ridere senza sprecare una sola ristata e pure la baracca fa sempre un giro nella serietà prima di chiudere il cerchio, non si può vivere scegliendo solo le tal sfaccettature.
Oppure si può, ma a noi non piace.
Per noi essere positivi non significa affatto farsi piacere tutto, e difatti siamo piuttosto difficili, pazienza poi alle etichette, come nei maglioni quando grattano troppo si tagliano.
Trent’anni tutto d’un fiato e siamo rimasti noi stessi, evoluti, abbiamo mantenuto un’amicizia, fortificandola.
E non abbiamo assolutamente terminato.