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A tu per tu

17 Feb

Lui è un uomo importante, un manager di una multinazionale.
Incarna gli stilemi di chi ce l’ha fatta: carriera e soldi che si alimentano in un volano dal ritmo esponenziale; viaggi che sono il suo tran tran – dove l’unica ricerca non è una località ma solo nuove relazioni professionali da abbracciare, mercati da scoprire ed una bandierina in più da infilzare in una ruspante cartina; risultati, sfide e stress a cui non riesce più fare a meno.
Ma soprattutto potere.
Potere che da mezzo è diventato fine – e forse lo è sempre stato – potere che è da celebrare ogni volta che viene sguaiato, potere che ha soppiantato tutte le ragioni per cui valga vivere.
E senza dover fare prigionieri.
Vive solo, per scelta, ma ha tante donne, qualcuna manco la conosce per nome ma solo per le misure o per le differenti prestazioni (catalogate) che può offrire, con certe altre prima della chiavata si diverte anche ad uscirci a cena, a bere qualcosa al club o a fare una capatina al mare.
E se invece il nostro vuole compagnia gli basta schioccare le dita senza nemmeno cercare i numeri nella rubrica.
Ca va sans dire.
Dicono che gli amici si vedano nel momento del bisogno, beh, quando lui ha bisogno (cioè si vuole divertire) va in scena un biblico pellegrinaggio di farisei, ma in quel contesto la definizione amico è puramente nominale.
La chiamano personalità, omettendo probabilmente la differenza fra carisma, autorevolezza ed autorità.
Osannato ed invidiato dagli epigoni, nell’epoca vacua ed ultra-competitiva che hanno imbastito su, riesce a convertire anche una rinomata fetta dei petulanti detrattori.
Concludere affari è la sua missione: vive per il risultato ed il risultato lo tiene vivo.
L’etica e la correttezza per lui sono termini atoni ed a seconda dell’occasione il significato arriva sfogliando il dizionario dell’utilitarismo, la sua rettitudine – concetto di per sé alquanto vago – ricorda invece il movimento impazzito della pallina nel flipper.
Spietato come un virus, mutante come il più didascalico dei camaleonti, dissimula abilmente (anche a se stesso) i propri viaggi a Canossa giacché i compromessi del vicino sono sempre più grandi.
Anzi, gli unici.
Sono quello che faccio, faccio perché sono, è una frase che non ha mai pronunciato ma che segue come un precetto.
Un mantra a sua insaputa.
Affari per il lavoro, si diceva, che si tramutano in affari per se stesso.
La sua vita e la sua professione sono un monolite, le persone che incrocia funzionali a quel monolite.
Ed il monolite ha l’obbligo di raggiungere gli obiettivi – quelli che gli vengono assegnati ed i suoi – rispettando solo il codice della propria avidità, chi si interpone o ha la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato viene bellamente sfranzato col cinismo di chi nemmeno si volta a guardare i resti sull’asfalto.

Si trova nel suo attico, in centro, nell’ascensore della vita lui ha premuto il tasto di quel piano, perché era il piano che voleva, dunque il piano che gli spettava, dunque il piano che ha conquistato.
C’è chi nasce per vivere in un attico e chi si merita uno scantinato.
Stavolta la frase è sua.
E’ stravaccato sul divano in pelle Frau con indosso una vestaglia di raso intento solo a non scivolare troppo quando abbozza certe posizioni, anche abbandonato all’ozio trasuda un’indomita strafottenza di chi ha la pretesa di prendere per il culo financo il tempo che passa e – con una smorfia beffarda nel ghigno – la convinzione di riuscirci.
E’ in compagnia di un sigaro, di quelli importanti, di quelli che pochi son degni.
Non tutti possono guidare certe auto, indossare certi abiti, apprezzare certi vini e, appunto, fumare certi sigari.
Sarebbe una questione di classe, di eleganza, di raffinatezza; ma si riduce ad una questione di comando: se ce l’hai, puoi.
Di solito non ha tempo per momenti così improduttivi, come per riflettere e per innescare quelle introspezioni di cui qualcuno abusa, quelli che pensano spesso, troppo, e difatti non hanno raggiunto le vette che ha raggiunto lui.
Ma quel giorno gli va e poi provare qualcosa di insolito fa parte del suo credo, purché sia lui a stabilire il concetto di insolito.
Ogni manifestazione di dominio necessita della propria dottrina – sono nate apposta d’altronde le dottrine, così curate nei particolari, così subdolamente fallaci per catechizzare e portare a spasso l’uomo al guinzaglio in un cammino tanto controllato quanto oppressivo.
In questa storia è il solipsismo a soddisfare le richieste di un mandante che gioca d’azzardo con le carte truccate e con un orologio al polso avanti di decenni.

Riflessioni dunque, chiamiamole così, o pretesti dall’alibi di ferro per compiacersi (da vanesio qual’è) di come lui abbia messo in scacco nientemeno che il sistema (in pratica il suo superiore) con tutto quell’impastato groviglio di rapporti, influenze, gerarchie, relazioni, in una doppia e trionfale scalata, e tra una rutilante onnipotenza ed un meschino desiderio il protagonista scompare in una nuvola di fumo particolarmente scenografica prodotta dal suo sigaro: che scena perfetta sarebbe per un film!
Ma d’un tratto qualcosa non solo lo fa tossire come un ragazzino delle medie alle prese con la prima Marlboro rossa, ma gli alza anche follemente il battito cardiaco con la stessa infinitesimale distanza che intercorre fra la botta e la fitta di dolore e con la frequenza di quando in auto rischi di finire fuori strada e per un soffio te la cavi.
Pum!Pum!Pum!Pum!Pum!Pum!
Saranno 180 al minuto, sparati senza silenziatore.
Perché di fronte, con un espressione oltremodo severa, ha se stesso.
Non bastasse la presenza – capirete, alquanto inaspettata ed ermetica – pure la fisiognomica gli mette a dura prova le coronarie ed annessi meccanismi.
Il nostro super capo ora è intriso di quella tipica paura di chi, pur non sapendo il motivo di quell’intransigenza, si sente in colpa, qualcosa deve ever fatto, e il fatto di non sapere cosa, lo agita ancora di più.
Preoccupato, nonostante chi ha di fronte sia in silenzio.
Preoccupato, soprattutto perché chi ha di fronte continua a rimanere in silenzio.
Un silenzio sentenziatore, che emana più echi e più strali di tante parole.
L’uomo che ha di fronte – atteggiamenti di un perfetto estraneo con le sembianze di se stesso – sembra voler ritardare volutamente le parole affidandosi ad uno sguardo tutt’altro che indulgente ed il protrarsi di quella mimica è una lama seghettata che scarna le interiora del manager, che non distingue se sia più straziante l’affondo od il ritorno.
Questa attesa è angosciante, ma teme che sarà peggio il dopo.
Sempre se ci sarà.
Non provava questa sensazione da una vita fa, quando ancora l’apogeo non lo aveva reso refrattario alle emozioni, e lui così impermeabile a tutto, per tornare a tremare doveva trovarsi davanti nientemeno che se stesso.
E’ nella sua casa da sogno e sembra proprio che si sia accomodato in un incubo, di quelli che non si riesce ad uscirne, anche volendo.
Ad un tratto imperversa un rumore acuto, sembra un forte fischio ma più effettuato, quasi ci fosse qualcuno alle prese con un VCS3, poi si aggiunge una rapida sequenza di lampi, flash e bagliori talmente ineffabili la cui origine pare reclamata dall’elettronica e dagli astri assieme, a cui fa da contraltare una coltre biancastra, niente di strampalato a vederci qualcosa di celestiale visti i canoni cinematografici che abbiamo, un inedito connubio luce-nebbia che illumina lo stupore dei suoi occhi.
Trascorsi questi infiniti secondi di cupo riverbero il protagonista si rivede in momenti di vita vissuta.
E’ lo spettatore di un cortometraggio della propria vita in cui le immagini, mistero su mistero, vengono proiettate in un ipotetico mirabolante schermo che però non c’è, roba da far piombare il 4d nel mesozoico.
Il nostro si rivede, dapprima nella gavetta, scalpitante e fervente a fare terra bruciata intorno a sè – con la tracotanza che già strabordante gli sgorgava dalla bocca come la bava ad un cane senza cappottino; poi si rivede nella conclusione di un contratto, uno dei tanti: la trattativa pianificata come un attacco militare, gli aspetti psicologici vivisezionati da uno Jung del male, gli accordi sottobanco, gli appoggi esterni, le pressioni, le minacce (dapprima velate, poi propriamente dette), le clausole nascoste, anche l’infame trattamento riservato alla malcapitata segretaria che aveva la colpa di scrivere l’atto.
Poi passano, random, le immagini delle sue sfuriate, delle sue ingerenze, delle sue vessazioni, delle sue megalomanie, della sua interessata e calibrata gentilezza, dei suoi sermoni col pulpito tentato dalla dissociazione, della corsa dei sottoposti a compiacerlo, delle fila degli stessi per farsi sottomettere e subito dopo a cercare di imitarlo con qualcuno più debole di loro, della sua arte di vendersi, della manipolazione delle persone per scopo e per gusto.
La sceneggiatura accoglie, generosa, tutti i suoi metodi, ma potete scommetterci che qualcuno decisamente impenitente stia parlando di stile facendo già le prove davanti allo specchio del cesso.
Il meddley lo ha calmato, inizia a riconoscere il dirimpettaio, la paura che scema gli inibisce pudicamente di chiedersi cosa cazzo stia succedendo – perché qualcosa sta succedendo.
Il manager preferisce crogiolarsi alla vista di un film che finalmente gli rende onore ed, obnubilandosi, quasi prova vergogna per le sensazioni che ha avvertito qualche attimo prima ma è solo un pensiero fugace, meglio non protrarlo per non macchiare la liturgia in atto.
E’ più conveniente una biografia artefatta di una veritiera.
La proiezione continua ed il mega-capo è come un bambino quando la maestra legge a tutti i compagni il suo tema, sta provando un sentimento puro lui che la purezza l’ha abiurata senza mai averla abbracciata.
Ad una persona normale forse diventerebbero lustri gli occhi, a lui, chissà, intanto abbozza un interpretazione, e non può che essere che d’approvazione: l’improvvisato ermeneuta scorge in questa visione un’investitura, per essere divenuto come uno del suo lignaggio dev’essere, per essere divenuto come lui voleva essere.
Le umiliazioni inflitte, sfruttare le persone, modificarne il destino, creare personaggi, distruggerne, divertirsi a possedere fisicamente qualcuno o ambire diabolicamente a controllare le menti, essere capo e cingere anche la vita privata, schiacciare le persone fino a fargli uscire l’anima e lo spirito per poi berseli in un calice sacrificale: la sua speculazione è divenuta un assioma.
Quelle immagini profumano di brama, di trampolino, di legittimazione, di agiografia, di famelico e bulimico egocentrismo e sanciscono la potenza raggiunta ed il potere conseguito, eterni come si confà ai sovrani.
Da sempre voluttuoso, è eccitato da se stesso come non mai: è in onda un film col cattivo, il cattivo è lui, e lui pensa di essere, se non il buono, perlomeno il giusto.
Ogni millimetro di quell’icastica e fuorviante pellicola rende sempre più tronfio il manager e con la soddisfazione aumenta, chissà perché, il livore verso il resto dell’umanità.
E non che prima fosse un filantropo…
Questo sistema – senza ampolle, provette ed alambicchi, solo imperniato sulle debolezze umane – ha aggiunto (e da mò…) un altro mostro alla nutrita flotta, essere lo spettatore del proprio trionfo lo ha allontanato ancora di più da una realtà che mai ha sopportato.
Più gongola nel vedersi, più le ghiandole endocrine sgorgano onnipotenza a fiotti, più la sua percezione è offuscata.
Le immagini crede siano nettare, bevanda degli gli dei, ma si rivelano solo un intruglio, preparato nel laboratorio della sua cupidigia e tagliato da chiunque ci veda un tornaconto, da iniettarsi nelle vene per una dose che assomiglia sempre più pericolosamente a quella letale.
Ci sono due modalità di interpretare un messaggio allegorico, il manager, su imbeccata dell’inseparabile boria, ha immaginato di essere l’artista, trattando le immagini come ha sempre trattato chi gli sta intorno: a suo comodo.
Ma qui non siamo più nel mondo degli affari, qui stiamo vivendo qualcosa di paranormale e a giudicare dall’acume con cui maneggia la faccenda, il nostro indomito protagonista sembra essere l’unico a non averlo capito.
Arrogante come i suoi gessati, il nostro – fra i tanti baratti imposti e le decisioni prese che puzzano di aut aut subiti – ha perduto la voglia di chinarsi per cogliere i segnali che la vita lancia.
Lui, designatosi onniscente, è sempre stato attento a captare le frequenze che facevano rima con la parola business, peccato che il denaro lo si possa attirare, mentre i segnali della vita sono tanto parsimoniosi quanto enigmatici, per non dire permalosi.

Sono passati dieci anni e tutto sembra esattamente come quel giorno, ma il potere cambia pelle rapidamente e ricorda quelle giornate di montagna dove nel meriggio il vento scombussola un cielo che solo qualche ora prima prometteva sereno e pareva più sincero del sorriso di un innamorato, ma la giornata finisce in pioggia; o come quando cambia la briscola, le regole sono esattamente le stesse di prima, ma chi comanda è un altro seme.
Ecco, lui pensava che la sua briscola non solo non cambiasse mai, ma che fosse riuscita pure a riscrivere le regole del gioco.
In quegli ambienti capita che per avere aria nuova occorra nuova aria.
La sua (di aria) per qualcuno inizia ad essere viziata e non è sufficiente spalancare la finestra come in una canzone.
Lui che decideva di tutto e di tutti ha subito una scelta altrui, lui che si considerava imperituro è stato messo in disparte, lui osannato come un Dio ha visto la genesi di una nuovo (e temporaneo) profeta, lui capo dei capi è ora trattato con sussiego, lui monade è stato diviso e liquidato.
Il manager non pronuncia l’ignominiosa parola ritiro – figuriamoci pensione, roba da pezzenti – meglio trincerarsi dietro nuovi progetti, consulenze ed amenità limitrofe.
Non è escluso che per qualche tempo il suo irraggiamento riesca ancora a bruciare dei culi, ma la sua brace si sta spegnendo e chi finora lo ha inondato di comburente ha la memoria corta, e di braci guarda quelle che ardono ora, adesso, quelle che ardono e bruciano tutto, tutto e subito, più forte è il crepitio, più l’ossigeno ha il fiatone nello stargli dietro, più vanno bene.
Anche se il viso è buono (abitudine al bluff, vergogna dell’onta), tutto il resto del corpo non si capacita di quanto gli stia accadendo, l’ormai fu manager si sente come un soldato lasciato solo al fronte dopo aver servito fideisticamente la patria in lungo e in largo e per encomio si ritrova abbandonato, con gli anfibi bucati in mezzo al gelo e con un rancio da far digiunare le ponghe.
Nemmeno la sua corazza se la sente di respingere un simile colpo, l’ex re della sofisticazione della resilienza (a dosi di menefreghismo) è nudo di reazioni, vuoto di tempra, azzerato di nerbo, scippato di idee.
Ritiene giusto che lui debba ancora guidare e tutti gli altri debbano seguirlo, temerlo, adorarlo e servirlo, la reverenza nei suoi confronti è contenuta nel cofanetto dei suoi diritti naturali al pari della celebrazione del suo culto, rimarrà sempre sopra gli altri, un eletto.
Un capriccio isterico che cela la velleità di rimanere avvinghiato al comando, ma è così frastornato da non accorgersi di stare già rotolando dopo il più sonoro dei calci nel culo.
Il suo personale senso di giustizia – frutto di una distorta quanto naufragata meritocrazia – esattamente come la sua voglia di potere si poggia sugli stessi meccanismi dei buoni sentimenti e della sincera afflizione.
Curiosa la bestia umana, se la cattiveria e la bontà nascono e crescono assieme e differiscono solo negli effetti prodotti, ecco in parte spiegate certe esistenze vissute in un’eterna e paludosa dicotomia.
Distinguere poi la cattiveria dalla bontà richiede più acume del previsto.

Se fosse nel giorno del giudizio universale il manager affranto si schiererebbe più altero che mai fissando tutti negli occhi, e col petto infuori e con la voce stentorea, reclamerebbe (con un aneddoto per ogni medaglia della giacca) i meriti sul campo per tornare sul campo.
Ma fra tutti i pensieri che sono apparsi reclamando la parola, fra tutti gli afflati di rivalsa, fra tutti gli aneliti di risalita, mai che abbia ripensato a quell’incontro di dieci anni prima.
I segnali della vita, ricorderete, tanto parsimoniosi quanto enigmatici, per non dire permalosi, quelli che il manager si era stufato di raccogliere.
Perennemente insofferente, per tutto il giorno ha il groppo in gola degli indigenti e la stessa solerte ansia che ha consumato per una vita i dirimpettai.
I cupi pensieri che la logica si sforza di mandare via sembrano attirati ed acclamati da un mostro che alberga in lui, la mestizia ha le sembianze di uno sciame di zanzare, e quando, ormai esanime, il manager decaduto prende coraggio, agita la mano e si sforza di mandarle via, sa perfettamente che dopo pochi minuti torneranno a pungerlo, nello stesso punto come in altri.
E’ a letto, simbolo di quel ristoro che per lui è divenuto un perfetto sconosciuto, e dopo insistenti tentativi è riuscito ad addormentarsi.
Nella fase iniziale del sonno, l’inconscio si mischia ai pensieri, l’imponderabile alla razionalità, le speranze alle paure; l’attività onirica pesca dal cervello, dai rigurgiti dell’anima e chissà da cos’altro è influenzata.
Il manager in disgrazia non sembra il tipo da credere alle premonizioni né uno che si sia mai fatto prendere dalla mitologia greca.
L’avesse fatto, forse vivrebbe in maniera diversa il nuovo incontro che lo sta attendendo.
Anni fa era stato un uomo (cioè se stesso) ad accendere il più incredibile degli incontri, stavolta è il sesso femminile ad apparirgli – una donna indubbiamente, ma con foggia e sembianze che lasciano intendere ci sia dell’altro.
Se il protagonista sia sveglio o stia dormendo è un dubbio che nemmeno lui può sciogliere.
Questa femmina irrompe con un piglio che del gentil sesso ha ben poco, e fa da contraltare coi suoi tratti aggraziati e armonici pur con uno sguardo tanto severo da far pensare tout court ad un’ordalia o a qualcosa inerente ad un’inquisizione.
Il contesto è cupo come la notte e come un sonno affannato, fattispecie che mette ancora più in risalto la sua imponente ed ingombrante figura – non per dimensioni, ma per presenza scenica.
Lei ha portato il gelo nel già vituperato manager, che esangue riesce solo a spalancare la bocca senza aver più nemmeno un abbrivio per poterla richiudere, nè la forza – figuriamoci la volontà – di replicare alla sua invettiva, neanche con un colorato sospiro.
“Non hai interpretato la sciarada, non certo perché fosse indecifrabile, ma solo perché non hai rispetto per la vita.
Hai avuto la possibilità di redimerti e non l’hai sfruttata.
E non lo meritavi nemmeno, sarebbe stato ingiusto, ed io invece sono qui per portare giustizia.
La tua coscienza smarrita anche se avesse tentato un’esplorazione avrebbe trovato solo le viscere, ma tu manco ci hai provato.
Questa volta io sarà più diretta, niente significati allegorici – oltretutto millanti di essere uno stratega aziendale e ti si devono fare i disegnini, ma vedrai che stavolta con me capirai perfettamente.
Ti hanno tolto il giochino, la tua sublimazione, il tuo viagra, e senza quel ruolo non sei nessuno, la tua vita era imperniata in quel ruolo e quel ruolo non ce l’hai più.
Facevi tanto il ganzo ma la tua esistenza era nelle mani di qualcun’altro che tu non hai mai saputo chi fosse, ti sei dato completamente a sconosciuti pur di comandare.
Hai compiuto malvagità per conto di un’entità astratta, hai calpestato delle persone per conto di un’entità astratta, non ti sei fatto scrupoli pur di raggiungere il tuo scopo, neanch’io me ne farò pur di portare a termine la mia missione.
Il potere che hai rincorso, e raggiunto, distrugge l’essere umano, mi sembra doveroso fare altrettanto con te.
Tu vedi me, ma è come se avessi davanti tutta la pletora di persone che hai fatto soffrire, tante eh…
Ascoltami bene, adesso ti svelo il tuo futuro: morirai, non prestissimo, non prima di essere impazzito, rendendoti conto ogni giorno di impazzire, quindi avrai capito che soffrirai parecchio, sarà una cosa veramente atroce, fra le punizioni più crudeli che abbia mai inflitto – e la lista è lunga – perché sei un grosso pezzo di merda, ed i grossi pezzi di merda meritano di essere trattati da grossi pezzi di merda.
Fosse stato per me ti sarebbe successo prima, ma non posso decidere tutto io, vedrò di recuperare con l’intensità della pena.
Tutti i tuoi soldi, tutte le tue proprietà, tutte le persone influenti che ancora conosci – no, non ho detto l’influenza che hai sulle persone, perché quella è terminata assieme al tuo incarico – dicevo, tutto quello che possiedi non ti servirà assolutamente a nulla.
Tutto superfluo.
Tu hai rincorso il superfluo ed io ti riporto alla realtà.
In questo momento ti starai chiedendo se io sono solo un brutto sogno o qualcosa di peggio – e tu stai sperando nel brutto sogno: io aggiusto e rivelo e peggio di quello che ti capiterà c’è solo il conoscerlo in anticipo.
Adesso invece ti stai domandando perché proprio a te, evidentemente qualche altro stronzo tuo simile se l’è cavata, intanto comincio da te poi ho intenzione di fare un pò di straordinari, e proprio nel tuo settore.
D’ora in poi vivrai dei momenti talmente brutti che non vedrai l’ora che finiscano, solo che quello successivo sarà sempre peggio, in un escalation infinita.
Hai visto che io sono stata più diretta…
Non ho altro da aggiungere”

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

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Come prima più di prima

26 Nov

Nei primissimi anni Novanta – quando questa storia ebbe inizio – il Mondo pareva combattuto fra proseguire senza soluzione di continuità con i comodi, divertenti, vacui e perniciosi Ottanta, fra insaziabili prurigini da Terzo Millennio, fra mutare i sistemi di comando e fra il bisogno di redimersi un pò.
Eccetto l’ultima, scegliete voi: la risposta andrà comunque bene.
Il sorteggio per la composizione delle prime superiori targate 1991/92 non lo proiettarono in Eurovisione, un peccato, se non altro perché la sigla era davvero suggestiva.
Più che benevola, quell’urna – se di urna si trattò – si rivelerà determinante per noi cinque imberbi (tranne uno) ragazzi che il primo giorno di scuola immaginavamo tutto fuorché l’avvio di un sodalizio.
Già dal secondo giorno di permanenza in quello specchio della società ognuno di noi cinque capì che qualcuno – a prescindere dall’età – era più stronzo, qualcuno più peso, qualcun’altro più smaliziato.
Ma anche che qualcuno gli somigliava.
Forse avremmo fatto ognuno il proprio identico percorso incontrando altre persone nel nostro cammino, o forse saremmo stati prima calpestati e poi inghiottiti da quella folla, o semplicemente oggi racconterei una storia dai contorni differenti.
A quell’età, in una colonna sonora di assoluta spensieratezza, fanno visita i primi groppi allo stomaco, corroborati dal fatto che non conosci le tue qualità, ma nemmeno intuisci perché a volte tiri delle bestemmie senza un apparente motivo, oppure perché quel motivo sono le relazioni con certi altri e certe altre.
Di quella che conoscemmo poi come introspezione – allora il termine lo si poteva sentire giusto da Marzullo o al Maurizio Costanzo Show in qualche serata deluxe – a quei tempi si poteva intravedere al massimo un rudimentale abbozzo, per gente che non riusciva ad accettare la sconfitta della squadra del cuore figuriamoci quanto potesse costare ammettere un proprio limite o una propria debolezza.
In un confronto all’americana “Allora vs Oggi” sembra essere cambiato tutto – la società non era interconnessa; il CD era la massima frontiera del digitale; per comunicare i più fighini avevano in saccoccia le tessere telefoniche, i più pratici qualche gettone da 200 lire, la restante parte si accontentava di raccontarlo di persona al suo arrivo; i vestiti erano di tre taglie più grandi che per immaginare tutto ci voleva altro che una fervida immaginazione; i tagli di capelli erano moderatamente improponibili (e difatti sono tornati attuali); apparire non era un obbligo imposto a tutti ma una facoltà esercitabile a discrezione del richiedente; c’era ancora qualche anfratto dove poter sbagliare e fare delle sane figure di merda.
Da adolescenti poi, la capacità decisionale è ingarbugliata come una musicassetta inceppata nel mangianastri, ma allora – come oggi, e come sempre sarà – un salvifico istinto ci fece avvicinare ai propri simili, basta nasarsi un pò, ascoltare qualche commento, osservare gli atteggiamenti, carpire qualche reazione ed un atavico magnetismo tara la giusta alchimia e si è bell’e che creato una sintonia e nel caso, un gruppo.
Qualcuno già conosciuto e qualcuno perfetto estraneo, totale noi cinque:nella massa incarnando l’archetipo di chi non ha intenzione di seguirla ad oltranza, ma nemmeno di distinguersi ad ogni costo, né sfigati né fenomeni, educatamente casinisti e dissacrantemente corretti, stanziavamo in quella terra di mezzo oggi depredata dalla nuova esasperazione, ilari senza sconfinare nel cretinismo, madidi d’ingenuità, pieni di convinzioni pur nelle nostre fisiologiche insicurezze, eravamo l’applicazione pratica di come una persona possa essere in anticipo su certe questioni, in ritardo su altre e perfettamente nella media con le rimanenti.
Stare insieme era un bisogno, una bramosa necessità, ci dava gusto, era l’egida che noi stessi ci eravamo costruiti e che sapeva esaltare le nostre personalità.

Il tempo intanto ha messo qualche puntino sulle “i”, archiviato i sospesi (creandone qualcun’altro) e confermato le sue precedenti visioni – i prodromi anche stavolta non si sono sbagliati, i finti esegeti sì.
Più di vent’anni tutti d’un fiato, con qualche logica pausa, d’altronde le cose che contano devi difenderle sempre un pò, come cantava un gruppo bolognese.
Le parallele esperienze personali – simili, diverse, identiche, opposte – hanno fatto convergere ancor di più le nostre forma mentis, che rimangono differenti, indipendenti e sovrapponibili.
Non è la saga dell’ossimoro, ma un approccio alla vita, tanto spontaneo quanto cercato.
Più di vent’anni tutti d’un fiato, e delle immense compagnie oggi restano bellissimi ricordi che devono rimanere tali, mentre il numero, ahimè, si è sfoltito, come quando la prof di mate ci insegnava a ridurre ai minimi termini.
O era forse la lezione di scienze sulla selezione naturale?
Nessun’acredine, in genere, solo che adesso stare bene con gli altri è una questione di qualità, altro che una formalità, ed il personale e ristretto club di ciascuno annovera anche gli altri quattro (e non solo).
E’ un club dove l’uno anticipa il pensiero dell’altro, dove si pronuncia la stessa parola nello stesso momento, dove le battute sembrano sketch d’avanspettacolo, dove ti aspetti sia una rassicurante risposta sia la quintessenza dello stupore, dove un sorriso lo strappi sempre e comunque.
Capita con una donna e capita anche fra uomini.
Vedersi è un obiettivo ma non un assillo, la percezione della presenza c’è a prescindere ed è cementata dall’intesa che non ci impedisce di voler dissentire, col sottofondo magari di rumorose discussioni che spaventano gli astanti nelle quali si ha voglia di dibattere per convincere l’altro ed inconsciamente di convincersi dell’altro.
Più di vent’anni tutti d’un fiato, ed eccoci più coraggiosi in un maggior equilibrio, sempre selvatici, fatti alla nostra maniera perché le origini non si scordano di bussarti alla porta e tu non vedi l’ora di aprirgli e poi perché quelli perfettini ci sono sempre stati sulle palle.
Fra i tanti modi di assaporare gaudiosi la vita il nostro non rinuncia alla profondità, vogliamo ridere senza sprecare una sola ristata e pure la baracca fa sempre un giro nella serietà prima di chiudere il cerchio, non si può vivere scegliendo solo le tal sfaccettature.
Oppure si può, ma a noi non piace.
Per noi essere positivi non significa affatto farsi piacere tutto, e difatti siamo piuttosto difficili, pazienza poi alle etichette, come nei maglioni quando grattano troppo si tagliano.
Più di vent’anni tutto d’un fiato e siamo rimasti noi stessi, evoluti, abbiamo mantenuto un’amicizia, fortificandola.
E non abbiamo assolutamente terminato.

L’intellettuale sconfitto

29 Set

Intellettuale.
E sconfitto.
Ma non domo.
Emarginato, pur lontano dall’oblio.
Refrattario al mainstream, ma con in tasca ancora tanto ascendente così.
Isolato, eppure tra la gente.
Ha perso, ne è consapevole, quindi non si è rassegnato.
Anche perché una sconfitta non è mai eterna per chi si vuole risollevare.
L’attuale insuccesso, l’anfiteatro in cui va in scena ed i momentanei vincitori, nutrono la sua vitalità, che la dissidenza ricama temprandola.
Brama, pulsa, detesta sopravvivere, è un disilluso speranzoso.
Appare un nichilista.
O così viene dipinto.
All’idealismo preferisce l’onestà intellettuale, ai dogmi risponde con la curiosità, indossa l’appartenenza con parsimonia e quando questa gli calza perfettamente sente l’atavico richiamo di cambiare pelle per non essere fagocitato.
Prima combatteva cercando consenso.
Ora seleziona, giacché il numero è in subordine alla qualità.
Per il momento.

L’intellettuale sconfitto vaga per la città: la paglia penzolante, qualche bicchiere in corpo e pensieri ingombranti che scorrono rumorosi nelle vene e nelle tempie, gli donano un’aria più desolata di quanto non sia in realtà.
Fingono di ignorarlo ma lui è il convitato di pietra delle loro diffamazioni.
Dicono sia populista, meritato dileggio di chi ha a cuore la causa delle persone comuni.
Estremo senza essere estremista, chiama le cose col loro nome e non con quello del tornaconto.
Non essere allineato diventa un onta, pensare in proprio un’aggravante, l’intellettuale sconfitto per loro è un’empia figura.
E il potere delle immagini che ci vogliono proiettare stravince sempre la sfida con la nitida ma opacizzata realtà.
Non ha una meta precisa che però si affretta a raggiungere.
L’intellettuale sconfitto ha i sensi sviluppati, se ai più le cose scorrono intorno o al massimo rimbalzano sul loro muro di gomma, a lui donano spunti che trasforma in segnali.
Cerca di intuire ed intuisce perché cerca.
Una battuta, un nuovo slang, un messaggio subliminale, il comportamento della massa, la manipolazione della massa, il caos od il silenzio, per lui è tutto polline da trasformare in miele.
Spesso amaro.
Come un animale capta tutto con lauto anticipo, a volte se ne duole e vorrebbe condividere con altri le sue visioni per riuscire a bloccare gli eventi vaticinati.
O anche solo per alleviare il fardello che si porta appresso.

Si ritrova dunque in piazza, che ha ancora il dono di unire.
Di unire anche chi non ha niente da spartire, chi è ontologicamente differente, chi vive nello stesso posto ma a distanze siderali.
Ma tutti cercano la piazza, anche chi ne ha sempre preso le distanze, chi per vocazione chi per interesse.
O è la piazza a cercare loro.
Quando un luogo è la quintessenza della partecipazione assorbe millenni di energia umana e per osmosi – o per inesplorate meccaniche – diventa sostanza vitale.
Lui sa benissimo che li troverà quasi tutti lì, distesi come pedine pronte ad essere manovrate e l’idea lo nausea e lo stimola al tempo stesso, poi un sano senso di superiorità fa prevalere la seconda sensazione.
Li ha già affrontati, uno alla volta come in gruppo, ed umiliarli non è stato soddisfacente solo perché loro manco se sono accorti e credevano financo di aver prevalso nell’alterco.

L’intellettuale sconfitto sa che in quel maremagnum c’è anche chi è in buona fede e vorrebbe essere clemente, ma irrompono le facce degli altri e lì scorge il doppio fine, il situazionismo, poi oramai non è tempo di distinguo, è stanco degli alibi, non perdona più neanche l’ignoranza, colpa e dolo pari sono negli effetti e anche nel giudizio.
I primi che nota sono gli euroinomani (cit.), riconoscibili per i loro 12 buchi nella pelle – delle specie stigmate a forma di stelline – e per le preghierine (sulle bellezza delle frontiere libere, sui vantaggi dei cittadini apolidi e sulla necessità di cedere sovranità) imparate a memoria e recitate ad ogni piè sospinto, ovvero enormi cazzate in perenne lotta con l’intero scibile umano che inglobano anche il non trascurabile particolare di essere oltremodo tossiche.
Si trincerano dietro il politicamente corretto e ad un positivismo ammuffito che diventano la loro (e malauguratamente, la nostra) prigione.
Fra sapere e capire questi hanno scelto una terza strada lastricata del nulla.
L’intellettuale sconfitto scuote il capo con un sorriso fra l’amaro e l’astioso, si volta dopo aver cacciato almeno quattro bestemmioni e la sua vista incontra un gruppo apparentemente più innocuo.
Sono quelli che la raccolta differenziata salverà il mondo e che l’auto elettrica sconfiggerà l’inquinamento.
Vagli a spiegare che impatto avrebbe costruire, ricaricare ed infine smaltire delle batterie per 16 milioni di vetture (grossomodo quante se ne producono in un anno).
Nella loro pelosa dedizione all’ambiente imperniata su plastici (e fatui) gesti, mai che gli venga in mente che l’unico modo di allungare la vita al pianeta sarebbe cambiare sistema economico…
Ma lo spirito verde assolve la propria anima, titilla quelle altrui e diventa un comodo lasciapassare.
Si prosegue, qualche passo e senza che si debbano spremere tutte le diottrie è la volta di un capannello di persone ordinato, oggettivamente numeroso eppure poco appariscente.
Sono esattamente schierati dove gli hanno detto di stare.
Utilizzano specularmente i termini che gli hanno imposto.
Ragionano alla stregua di come li hanno istruiti.
Comprano tutto quello chi gli hanno proposto.
Si vestono e si muovono come la moda comanda.
Per gioire, per indignarsi, o anche per ribellarsi, attendono sempre istruzioni dall’alto.
Araldi per scelta (altrui) ma anche per vocazione, nel loro contratto non è contemplato l’approfondimento.
Habitué della retorica, ne ostentano il bulimico abuso e non hanno mai confutato la versione ufficiale e soprattutto, mai hanno pensato di farlo.
Non è necessario disinnescarli perché non si sono mai attivati.
Sono gli untori di cui si serve il sistema dominante, una claque gratuita del nostro tempo.
Senza accorgersene, of course.
Spiacenti, cari contoterzisti del vivere, ma il rispetto e la pietà vanno meritati.

L’intellettuale sconfitto sfoglia nel proprio cervello un’ipotetica margherita per vedere chi troverà ora.
E spuntano loro, gli integrazionisti oltranzisti, gli anti-razzisti militanti: hanno così a cuore le persone che in nome dell’uguaglianza arrivano a negare le differenze fra i popoli, sono così rispettosi dell’identità di ognuno che vorrebbero mescolare a ciclo continuo usi e costumi fino a farli sparire non prima di aver creato un putiferio, sono talmente accoglienti che ignorano i disastri sociali di un sincretismo massiccio e violento, sono così altruisti che godono a vedere sprofondare tutti nella merda.
L’intellettuale sconfitto per stanare i sofismi e paralogismi di queste anime pie pone sempre una semplice, icastica domanda: “Cui prodest?”
E suggerisce anche la risposta: il nuovo capitalismo liberista e globalista.
Ecco dove va a finire tutta la loro melliflua filantropia.
E la fila dei discepoli devoti al materialismo astratto prosegue con un’inedita (ma nemmeno troppo) alleanza. L’intellettuale sconfitto se ne accorge passando loro vicino quel tanto che basta a captare le parole chiave dei loro magri discorsi, applicando il motto “Dimmi come parli e ti dirò chi sei”.
Ascolta e vede gente eccitata dai derivati, dagli swap, dallo spread, dall’ hedging strategy, dal tapering, dalla wirelss LAN, dal microprocessore, dalla Ram, dal widget , dal banner: più celebrano la loro liturgia più sminuiscono l’uomo.
Passano gli anni ma i monoteismi proseguono imperterriti nell’usufrutto dell’ Anima&Cervello dell’uomo.
La piazza è grande, intrinsecamente generosa senza riuscire ad essere pure meritocratica: offre un posto per tutti.
Loro peraltro sono di casa, adusi all’agorà tanto da essere una presenza quasi rassicurante nella loro inutilità.
Sono i (vetero) servi di partito: uno stendardo stampato a caldo nel lobo frontale, volontari alle feste, finanziatori, presenti ed allineati alle adunate, bellicosi nelle chiamate alle armi, acquirenti di qualsiasi programma elettorale e di ogni sua (ir)realizzazione, pronti a sventolare la bandiera che gli mettono in mano quando si vincono le elezioni (e il bastone da un’altra parte).
Ubbidienti, fedeli, scodinzolano, riportano il voto più che l’osso, non sporcano, non abbaiano anche se starnazzano.
Manipolarli è un gioco da ragazzi, non sfruttarli quasi un peccato, perché lo farebbe comunque qualcun’altro (partito).

Solo a quell’orario l’imbrunire tinge l’ambiente di un colore etereo, dieci minuti dove le cangianti sfumature fanno soffusamente calare sugli occhi nuove lenti che permettono di trascendere, di avviarsi in avventure spazio-temporali e di visitare nuovi luoghi pur restando perfettamente immobili.
In cotanta atmosfera aulica stona, come un ecomostro in un riserva naturale, quell’anatema dell’umanità che risponde al nome di Radical chic.
Chissà quale battaglia del cazzo appoggeranno stasera – si chiede l’intellettuale sconfitto – per rendersi protagonisti, visto che oramai hanno difeso tutti (perlopiù degli stronzi e dei ricchi, ma anche entrambi) tranne il proletariato, vetusta parola che a loro, però, qualcosa dovrebbe dire.
In realtà gli risulta afona perché hanno sempre adorato il potere ed i soldi ma hanno capito che avrebbero potuto ottenerlo (il potere) e stringerli (i quattrini) più rapidamente e senza lasciare sospetti se avessero giocato al piccolo rivoluzionario da salotto, la scorciatoia degli insospettabili.
Più passa il tempo e più le loro evve mosce diventano urticanti, più la loro presunta intellighenzia evapora, più gli si augura di sparire.
La pattumiera della storia per loro troverà sempre un posticino.
L’intellettuale sconfitto pavlovianamente cerca l’altro lato della medaglia, gli alter ego della sponda opposta, lui è certo della loro presenza che difatti scova in contemporanea con l’intuizione: eccoli i celeberrimi fascisti da tastiera, duri e spietati nei social ed al bar, non così integerrimi nella vita privata (e qui ricordano i loro presunti antenati).
Questi adepti della mistificazione della realtà, fra ignoranza e fanatismo un tanto al chilo, sono la dimostrazione che credere alle favole passati i dici anni sia estremamente pericoloso.
E sono anche quelli che durante il ventennio avrebbero preso una masnada di botte dalle camice scure che tanto invocano.

L’intellettuale sconfitto cavalca l’artefatta indifferenza nei suoi confronti per non lasciare traccia di sé, ad un tratto con la scusa di fissare i lampioni e assaporare la nuova livrea della piazza sente il bisogno di fermarsi e di ricaricarsi col brusio indefinibile della gente.
Solo qualche attimo, per la verità, ed il suo sguardo assorto è richiamato all’ordine da alcuni esponenti di quelli che lui chiama i Liberal-dem.
Alla loro vista l’intellettuale sconfitto, scherzando con se stesso, gioca ad irrigidirsi, stringe le chiappe e mima, scanzonato, di voltarsi preoccupato accertandosi di non avere nessuno di loro alle spalle.
Perché il Liberal dem te lo mette nel culo, sembra progettato e costruito per quello.
Sono ancora più fini (cioè bastardi) dei radical, perché usano l’ecumenismo come cavallo di Troia.
Il Liberal-dem è un portatore di istanze apparentemente inattaccabili, affilato grimaldello per fottere a più non posso.
Finge di sprigionare tracce di sinistra (invisibili anche al microscopio) che sono il suo passepartout per rigettare qualsiasi accusa di autoritarismo, ha un fare ieratico da prete mancato ed un ossequio totale (opportunamente mascherato) al pensiero unico dominante.
Perennemente ragionevole, incazzato on demand, lui premette sempre di essere un liberale e un progressista (tradotto: un paraculo) così può permettersi, nelle sue patetiche intemerate, di difendere sempre il sistema di comando e di strappare un applauso nazionalpopolare.
Bravissimo a giocare alla vittima e nondimeno ad inventarsi nemici che non ha per accrescere la sua influenza e lustrare la sua iconografia.
E’ un terzista dichiarato, quindi fra i primi ad essere a libro paga.

L’intellettuale sconfitto scorge infine uno sparuto gruppo che parlotta con un’espressione pregna di superiorità.
Verso tutto e verso tutti.
Sprezzanti nel pensiero come nei commenti.
Gli si fa incontro.
Ma quanti libri che hanno letto!
Ma quanti film d’autore che hanno visto!
Ma quanti viaggi che hanno fatto!
E quanto lo rimarcano!
Esaltano le vite a mille all’ora di certi maledetti e nel scimmiottarli sono la caricatura di se stessi.
Esistenzialisti con la paghetta di papà, on the road purché in prima classe, bohémien col posto fisso, decadenti ma in carriera, democratici in base al censo, puristi con l’attrazione per le lobby, inventori della propria élite, si credono aristocratici mancati ed intellettuali nel secolo sbagliato e per questo sono livorosi col popolo – così incolto, così rozzo – da fargli rinnegare anche le proprie origini.

L’intellettuale sconfitto ringrazia se stesso per aver preso residenza nella minoranza ma sarebbe felice, un giorno, di poter finalmente traslocare.
Terminata la Via Crucis, con un movimento della testa fiero e progressivo, guarda in alto nel Palazzo (saranno qualche decina di metri, non di più) e la finestra aperta del penultimo piano gli permettere di scorgere ben più delle semplici sagome.
Sono in un numero sufficiente a raggiungere il loro obiettivo, ma potrebbero essere anche in meno, si muovono ragionevoli e felpati, hanno espressioni silenziose, imperative, occhi da serpe che iniettano una flemma letale e con la calma (una calma che deve saper mettere anche ansia) di chi ha tutto sotto controllo approvano, annuiscono all’unisono per quanto stanno vedendo là sotto, facendo trapelare solo una fetta della loro compiacenza.
All’intellettuale sconfitto scappa da vivere.
“Abbiamo ancora tanto da fare, per fortuna”, parlando anche a nome dei suoi simili.

Liberismo cosa?

11 Ago

Spesso assomigliamo a quel cielo che promette tempesta e diluvi ma che arriva a partorire a malapena un’innocua pioggerellina.
Passiamo dall’indignazione alla timida protesta (o alla fievole reazione) peraltro tardivamente, sovente quando i buoi non solo sono già scappati ma anche difficilmente ritrovabili.
Lo facciamo quando il torto è palese, conclamato e consacrato o quando hanno toccato il nostro orticello, mentre se depredano quello del vicino, beh, dispiace, certo, ma sono poi affari suoi.
La vecchia storiella dei pochi uomini organizzati che riescono a comandare i tanti disorganizzati andrebbe riletta ogni tanto la sera prima di addormentarsi.
Il potere non la legge, perché la conosce a memoria e su queste debolezze ha imperniato le proprie fondamenta.
Quando si combatte ed in gioco c’è la sopravvivenza sarebbe d’uopo conoscere il nemico, diversamente è come menare dei fendenti a caso in aria mentre il tuo dirimpettaio ti fa arrivare delle chirurgiche sciabolate nei punti vitali.
E meno male che si inizia a parlare di liberismo e a metterlo sul banco degli imputati (invero mai abbastanza), ma se l’interlocutore non conosce il termine chissà a quali viaggi mentali si aggrappa e per un complicato meccanismo cerca altri colpevoli, magari proprio quelli che gli ha suggerito la fedifraga dottrina liberista.
Ricordate quando in qualche racconto si narrava di grigie città, cupe come le fabbriche che nascevano dalla sera alla mattina, coi fiumi che iniziavano la loro metamorfosi del colore e si respirava nell’aria l’acre odore del carbone, coi bimbi ficcati nelle canne fumarie e costretti a lavori pesantissimi in turni massacranti, dove chi si ammalava al lavoro perdeva il posto, dove il padrone della fabbrica era il padrone di tutto, macchinari e vite senza soluzione di continuità, dove nella società chi aveva la fabbrica e produceva poteva fare quel cazzo che gli pareva, ricordate?
Senz’altro, forse qualche tempo fa eravamo più sensibili, comunque sia, erano i tempi successivi alla rivoluzione industriale, metà Ottocento, primi Nocevento e le nuove teorie economiche che sembravano far spiccare il volo al Mondo, lo fecero implodere, portando solo inquinamento, miseria, tanta miseria, nascite di regimi e guerre in un diabolico circolo vizioso.
Tutti puntano il dito contro il nazionalismo quale fonte delle dittature e di future annesse disgrazie, omettendo gli effetti del liberismo.
I due conflitti mondiali scoppiarono dopo due periodi marcatamente orientati al laissez faire ed il passo dalla crisi alla guerra parve il più naturale possibile. Dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio dei’70 vi fu una pax farcita di grosse conquiste sociali, ma qualcuno che aveva (ed ha ancora) la bandiera a stelle e strisce si accorse, coi fidi alleati, che quell’architettura non gli avrebbe più permesso di aumentare oltremisura gli affari (che già facevano, ma non erano abbastanza).
Chicago boys, studio di teorie economiche in laboratorio, approccio ed applicazione da far impallidire l’idealismo tedesco, cinismo machiavellico: benvenuti nella seconda fase, quella del neo-liberismo.
Reagan e la Thatcher furono gli interpreti investiti dell’onore di essere i sovrani del neo-liberismo e loro non si tirarono certo indietro.
L’inizio fu volutamente inebriante in quegli scoppiettanti anni Ottanta, appositamente costruiti per non pensare e per non far vedere il retro della medaglia sulla quale si iniziavano ad incidere i precetti quali lo sfascio del welfare ed i capitali liberi di girare per il Mondo (con gli uomini a corrergli appresso), con la finanza che prendeva il posto della religione in un passaggio di consegne fra monoteismi.
Con qualche timida crisi, durata al massimo un colpo di tosse, si arriva ai primissimi ’90 e nel frattempo si sono tutti convertiti al nuovo pensiero dominante ed eccoci entrati nella fase attuale, che come precisa ogni volta il Professor Cassinadri, è quella dell’ordo-liberismo (ovvero ordine liberista): globalizzazione a go go, intensificazione della mondializzazione, crisi finanziarie create ad hoc, disastri curati da chi li ha creati, una società sempre più liquida guidata sempre più da entità astratte.
Il sistema non è nemmeno da mettere in discussione, solo che prima i profeti, gli esegeti e gli attori erano dichiaratamente liberisti, mentre oggi si sono travestiti da progressisti e tante altre maschere.
Un perfido mix fra il divide et impera e il trompe l’oeil.
Ma in concreto, molto in concreto, cos’è il liberismo?

La distruzione delle piccole comunità è il liberismo.
La distruzione delle piccole imprese è il liberismo.
La distruzione di tutto ciò che è piccolo è il liberismo.
La distruzione di usi, abitudini e tradizioni è il liberismo.
La demonizzazione di tutto ciò che è pubblico e collettivo è il liberismo.
L’eliminazione del concetto di interesse comune è il liberismo.
Screditare tutto ciò che si rifà al passato è il liberismo.
Le crisi finanziarie create ad hoc per poter attuare manovre draconiane è il liberismo.
Mentire sulle teorie economiche è il liberismo.
Mentire su cause e rimedi delle crisi è il liberismo.
Le riforme di cui ha bisogno il nostro Paese sono il liberismo.
Le balle e le vigliaccate per far passare le riforme sono il liberismo.
Il way of american life è il liberismo.
L’Euro è il liberismo.
Il ci vuole più Europa è il liberismo.
Il ce lo chiede l’Europa è il liberismo.
Il ce lo chiedono i mercati è il liberismo.
Lo spread è il liberismo.
La situazione in Grecia è il liberismo.
I trattati sul commercio internazionale sono il liberismo.
La globalizzazione è il liberismo.
I mercati finanziari sono il liberismo.
Il potere dei mercati finanziari è il liberismo.
L’eliminazione di tutte le autonomie è il liberismo.
La chiusura del punto nascite a Castelnovo è il liberismo.
La riduzione dei posti letto e di altri reparti iniziata anni fa a Castelnovo è il liberismo.
Le chiusure di reparti in altri ospedali d’Italia è il liberismo.
La sanità fonte di ricavi è il liberismo.
Fra sette mesi con la mutua e domani a pagamento è il liberismo.
La sanità americana a pagamento è il liberismo.
La sanità americana dove un gesso ad un polso costa 20.000 $ è il liberismo.
La sanità americana dove se stai morendo ma sei senza assicurazione nessuno ti caga, è il liberismo.
Operare pazienti senza motivo è il liberismo.
I pesticidi negli alimenti sono il liberismo.
Gli ormoni negli alimenti sono il liberismo.
I pesticidi e gli ormoni messi volutamente negli alimenti sono il liberismo.
Anche negli alimenti dei bambini è il liberismo.
Far mangiare della merda pur di guadagnare è il liberismo.
Avvelenare pur di guadagnare è il liberismo.
Il latte ed i suini importati dall’estero sono il liberismo.
La frutta e la verdura distrutte per poi acquistarle da altri Stati sono il liberismo.
I tagli alla scuola pubblica sono il liberismo.
I contemporanei incentivi alla scuola privata sono il liberismo.
La scuola pubblica scadente per molti e quella privata eccellente per pochi è il liberismo.
La demonizzazione della cultura è il liberismo.
Rincoglionire la gente con luccicanti cazzate è il liberismo.
Lobotomizzare la gente con la tecnologia è il liberismo.
Inneggiare ad una società senza radici è il liberismo.
Gli edulcorati neologismi inglesi sono il liberismo.
L’eliminazione delle lingue nazionali e dei dialetti è il liberismo.
Le pensioni da fame sono il liberismo.
La pensione che non ci daranno è il liberismo.
L’azienda che de-localizza è il liberismo
Un ragazzo precario è il liberismo.
Un cinquantenne precario è il liberismo.
L’insegnante pubblico precario è il liberismo.
Rendere tutto precario è il liberismo.
Gli esodati sono il liberismo.
La disoccupazione creata appositamente per ridurre i salari è il liberismo.
Far passare la voglia di lavorare è il liberismo.
Il debito pubblico creato appositamente per destabilizzare il welfare è il liberismo.
La demonizzazione del posto fisso è il liberismo.
La fine del posto fisso è il liberismo.
Le guerre chiamate in mille altri modi sono il liberismo.
L’immigrazione selvaggia è il liberismo.
Servirsi degli immigrati per togliere i diritti a tutti è il liberismo.
Lo sfruttamento dei paesi poveri è il liberismo.
Voler far diventare poveri altri paesi è il liberismo.
Il produci consuma crepa è il liberismo.
Far girare le merci, il capitale e le persone come trottole è il liberismo.
Rendere tutti apolidi è il liberismo.
Vedere l’uomo come il mezzo per produrre è il liberismo.
La massimizzazione del profitto è il liberismo.
Le multinazionali sono il liberismo.
I metodi delle multinazionali sono il liberismo.
Gli effetti delle multinazionali sono il liberismo.
Privatizzare tutto è il liberismo.
Privatizzare anche l’acqua è il liberismo.
Privatizzare impoverendo il privato è il liberismo.
Trattare l’uomo alla mercé dell’oggetto che produce è il liberismo.
Togliere la sovranità è il liberismo.
Togliere l’indipendenza è il liberismo.
Togliere la dignità è il liberismo.
Inneggiare all’uomo usa e getta è il liberismo.
Basta che si guadagni è il liberismo.
I servizi pubblici non possono essere in rimessa è il liberismo.
Il più bravo è chi guadagna di più è il liberismo.
Il cinismo come costante è il liberismo.
Mettere uno contro l’altro è il liberismo.
La guerra fra i poveri è il liberismo.
Togliere i diritti uno alla volta è il liberismo.
Togliere i diritti e farti sentire in colpa perché finora li hai avuti è il liberismo.
Il fumo negli occhi di certi diritti per toglierne altri è il liberismo.
La manipolazione della realtà è il liberismo.
Far credere sempre alla versione ufficiale è il liberismo.
Creare una cittadinanza allineata al pensiero unico è il liberismo.
Solleticare gli istinti più biechi è il liberismo.
Ignorare la pietà è il liberismo.
Creare disagio sociale è il liberismo.
Rendere la società liquida è il liberismo.
Creare una società esasperata è il liberismo.
Creare fratture sociali è il liberismo.
Cancellare la storia senza nemmeno riscriverne un altra è il liberismo.
La plutocrazia è il liberismo.
Lo sfruttamento delle persone è il liberismo.
Il disprezzo per il debole è il liberismo.
Il disprezzo per il povero è il liberismo.
Il disprezzo per il perdente è il liberismo.
L’ossessione per il successo è il liberismo.
L’ossessione per la ricchezza è il liberismo.
L’invenzione di nuove classi sociali è il liberismo.
Creare disparità disuguaglianze sociali è il liberismo.
La discriminazione di classe è il liberismo.
L’annientamento intellettuale è il liberismo.
Soffocare il libero pensiero è il liberismo.
Rendere reietti i dissidenti del pensiero unico è il liberismo.
Spacciare la spersonalizzazione per individualismo è il liberismo.
Fottersene dell’ambiente in cui viviamo è il liberismo.
Produrre per consumare è il liberismo.
Sobillare una vita di facili guadagni è il liberismo.
Far sentire in colpa il povero è il liberismo.
Costringere tutti ad essere imprenditori di se stessi è il liberismo.
Costringere la gente ad emigrare è il liberismo.
Attirare con l’inganno i migranti è il liberismo.
Non avere regole è il liberismo.
L’utero in affitto è il liberismo.
Eliminare le parole equità,sociale, morale e coscienza, merito è il liberismo.
Far soffrire le persone pontificando che è colpa loro è il liberismo.
Prima il soldo poi il soldo è liberismo.
Il soldo che deve generare altro soldo è il liberismo.
Il soldo nelle mani di pochissimi è il liberismo.
La creazione di un cinismo preistorico nel tempo moderno è il liberismo.
Trovare il modo per impoverire i poveri è il liberismo.
Trovare il modo per arricchire i ricchi è il liberismo.
Far credere ai poveri che si stiano arricchendo è il liberismo.
Far credere ai poveri che un giorno si arricchiranno è il liberismo.
Far tornare l’epoca della schiavitù è il liberismo.
Far invocare le catene agli schiavi è il liberismo.
Farsi sostenere dalla parte che si massacra è il liberismo.
Illudere i sudditi che diventeranno sovrani è il liberismo.
Non si può tornare indietro è il liberismo.
Non c’è alternativa a questo sistema è il liberismo.
Illudere che tutto sia possibile e raggiungibile è il liberismo.                                        
Una mano che ti impoverisce e l’altra che ti tenta è il liberismo.
Sradicare l’uomo dal suo territorio senza più dargli una dimora è il liberismo.
Far rimanere le persone in uno stato perenne d’ansia è il liberismo.
Eccitare per nascondere è il liberismo.
Curare il profitto e non il malato è il liberismo.
Fare affari solo col privato, ma chiedendo aiuto allo Stato quando va male è il liberismo.
Fare affari solo con certi privati escludendo tutti gli altri privati è il liberismo.
Ripetere sempre a pappagallo i mantra sulla crescita, sulla competitività, sui sacrifici, sugli investimenti dall’estero e sulle sfide internazionali è il liberismo.
Spremere le persone come limoni e ringraziandoli con un calcio nel culo è il liberismo.
Spaventare col sicuro e rassicurare col pericoloso è il liberismo.
Illudere poi annientare è il liberismo.
Creare finti bisogni è il liberismo.
Soffocare i reali bisogni è il liberismo.
Vivere pensando solo il PIL è il liberismo.
Favorire sempre il grosso e massacrare sempre il piccolo è il liberismo.
Lo smantellamento dello stato sociale è il liberismo.
La macelleria sociale è il liberismo.
I ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri è il liberismo.

Compreso il liberismo si può passare a parlare dei liberisti.
Un’associazione di idee non così scontata, come vedrete.

Solo qualche domanda

7 Giu

Subissati dagli echi della Sacra Versione Ufficiale di quella che dovrebbe chiamarsi informazione, siamo ancora alla ricerca di una voce che ne giustifichi l’etimologia.
Oddio, qualcuna ci sarebbe, ma il suono, forzatamente flebile dato il numero esiguo, è come se sparisse nel mezzo di una gola di una catena montuosa.
Districarsi nel marasma dell’informazione è complicato, nel dubbio (specie all’inizio) meglio depennare, cercare la roba da eliminare (quella buona solo per pulire il pavimento o il cesso), individuare i prezzolati araldi e riservargli i sentimenti che meritano i prezzolati araldi.
Se volete un tema dirimente che smascheri subito i pennivendoli dagli opinionisti, non c’è niente di meglio che l’Euro e quello che ci sta dietro.
Argomento assolutamente tabù (o meglio, dogmatico) fino a qualche anno fa, ora il contraddittorio serve a mostrare quanto siano retrogradi ed incoscienti quelli che osano a metterlo in discussione.
Salvo rare eccezioni le diatribe però sono sterili perché al solito non vanno oltre, e parlare dell’Euro senza affrontare il mandante è inutile.

Di seguito qualche petulante domanda per far venire a galla le menzogne e le ipocrisie targate politica.

Perché forze che si dichiarano di centro-sinistra (riassumo per ragioni di spazio) lasciano che i temi della sovranità economica, dell’interesse nazionale e della salvaguardia dello stato sociale siano appannaggio quasi esclusivo di forze principalmente di destra (riassumo ancora per ragioni di spazio)?
Perché ancora queste forze di centro-sinistra si ostinano a difendere col coltello fra i denti il sistema Euro con tanto di levata di scudi per l’UE, per l’american way of life e per tutto ciò che odora di libero mercato, globalizzazione, finanza e deregulation?
Perché le forze di centro-sinistra omettono la lezione delle forze bolivariane del Sud America (quelle sì, di sinistra) che della sovranità economica, dell’interesse nazionale, della salvaguardia dello stato sociale e soprattutto della lotta al neo-liberismo, ne hanno fatto i loro capisaldi?
Forse perché queste forze di centro-sinistra hanno scelto proprio il mercato a discapito del popolo e fa loro estremamente comodo che i portavoce del dissenso siano forze con una certa propensione all’autoritarismo.

Passiamo all’altra (teorica) sponda: perché le forze di destra (riassumo sempre per ragioni di spazio) pongono al centro dei loro rinnovati programmi elettorali la sovranità economica, l’interesse nazionale, la salvaguardia dello stato sociale, argomentando il tutto con encomiabili studi e dati inconfutabili, ma nella loro invettiva non compare mai la punta della piramide, ovvero il neo-liberismo?
Perché queste forze di destra ora alzano la voce ma prima quasi all’unisono alzavano solo la penna firmando e ratificando tutto ciò che gli veniva ordinato di firmare e ratificare?
Forse perché queste forze di destra del liberismo (alias sistema di potere) ne vorrebbero un’altra declinazione, più vicina ai propri interessi ma che temo non coincidano comunque con gli interessi del popolo.

Parlavo del mandante e l’ho già citato un paio di volte.
L’Euro ed i suoi diabolici ingranaggi altro non sono che l’artiglieria pesante di quel mostro chiamato neo-liberismo.
Il mostro da abbattere oggi è quello.

Prego, s’incaselli qui: è un ordine!

23 Apr

Te ne accorgi passati i primi due minuti di conversazione, nei quali più o meno tutti sfoggiano un generalista e patinato protocollo votato all’equilibrismo per far convergere i punti di vista, dato che vengono toccati quegli argomenti ecumenici che ci fanno andare d’amore e d’accordo (il tempo, l’inquinamento, la sicurezza, il cibo, la frenesia della vita moderna, l’eccesso di chat su Whattsapp, gli elettrodomestici che non durano più un cazzo).
Ma centoventi secondi, quando va bene, finiscono in fretta e basta una battuta (pungente o meno) od un’osservazione (acuta quanto basta) ed ecco che scatta implacabile nel tuo interlocutore la scure dell’omologazione, impaziente com’è di catalogare il dirimpettaio.
E’ troppo più forte di lui, d’altronde mica lo hanno ammaestrato a caso.
Una delle prime cesure imposte dal Pensiero Dominante è dividere coloro che sono simpatici, gioviali, burloni, solari, forse un pò leggeri e a volte sciocchini con quella loro perenne voglia di allegria, da quelli, profondi e seri, ma con la tara – si dice – di essere pesanti, cupi e decisamente pessimisti.
Obiettivo: far desistere dall’approfondimento quelli a cui piace divertirsi – pena diventare degli sfigati asociali – e nondimeno passare il messaggio agli impegnati di non mischiarsi alla vulgata che ride per una scoreggia o per una battuta dei film di Natale (quindi più o meno per la stessa cosa).
Il nuovo Vangelo secondo Mainstream non permette di seguire contemporaneamente il calcio e la pittura rinascimentale, leggere i filosofi esistenzialisti ed andare a girare in moto, scrivere poesie ermetiche e la sera dopo prendere un ciclone con gli amici in birreria, ascoltare la musica classica e guardare le sit com, essere felice se leggi brutte notizie, vivere serenamente se ti poni questioni troppo complicate, risultare pratico se ambisci a comprendere i concetti che vanno oltre l’abc decantato dall’archetipo del conformismo.
O lo svago o l’approfondimento, o la manualità o intelletto, quasi fossero pianeti con distanze siderali che per visitare uno occorra abbandonare definitivamente l’altro.
Così ognuno di noi atrofizza una parte di sé (quella di minoranza, certo, ma sempre roba nostra), o al massimo la nasconde talmente bene che se mai un giorno tornasse buona non varrebbe nemmeno la pena di mettersi a cercarla, da tanto è infognata.
E ci si incasella.
Flupp.

Vuoi conoscere, studiare, approfondire?
Ma certo che sì, oggi il sapere è alla portata di tutti, ce lo ripetono in maniera oltremodo sospetta, solo che l’approccio olistico è accettato come un ateo ai tempi dell’Inquisizione, mentre fioccano aedi per quello specialistico: studia bene la tua materia col copione che ti passano e non uscire mai dal seminato, così il tuo punto di vista si cristallizza a dovere ed il ragionamento esclude tutto l’universo che sta intorno e scongiura alla radice l’insorgere di dubbi che possano sconfinare in empio scetticismo per la Sacra Versione Ufficiale (sempre sia lodata).
L’economista si occupi di economia, lo scienziato di tecnologia, l’umanista delle persone (ma senza rompere troppo i coglioni), l’ortopedico del menisco (e non un centimetro ed una specialità più in giù).
E poi qualcuno si chiede ancora perché non solo scarseggino gli intellettuali ed i polemisti ma anche i generici pensatori in proprio…
Se c’è una cosa di cui non possiamo accusare il Pensiero Dominante è la cura dei particolari, nossignore.
Loro hanno pensato anche a quei temerari che di questi precetti (ovvero di queste stronzate) se ne infischiano e provano a sfruttare integralmente il loro scibile, spaziando attraverso le più disparate sfaccettature (io la definisco l’intelligenza totale).
Menti proteiformi che non si accontentano del mono-argomento o di soggiornare nella casellina che qualcuno ha scelto per loro e si nutrono di qualunque cosa scateni il loro interesse, apprezzano ciò che sembra inconciliabile, collegano ciò che apparentemente non ha attinenza, pescano da più mari e colgono frutti succosi da terreni diversi.
Ma con la poliedricità bandita da ogni ricetta il risultato è che per loro sei un bipolare, hai una personalità contorta e complicata.
Ed il dubbio viene, inutile negarlo.
Viene, perché puntano sul numero: il numero di quelli che te lo dicono (già in due sono sufficienti ad innescare il meccanismo) ma soprattutto il numero di quelli che non sono come te, scatenando il sillogismo loro sono in tanti uguale io sono il diverso.
Occorre un ego ben pasciuto, una scorza che solo l’esperienza può aver indurito ed una salvifica voglia di dissidenza per non farsi imbavagliare e finire nel loop.

L’esistenza degli individui è una proiezione della vita, e viceversa:là fuori l’esistenza e la vita non sono cablate e programmate secondo un sistema binario.
Perché devo escludere una parte di me, che nella vita è presente, magari non nella mia, ma è presente, facendola dissolvere?
Con una prospettiva che chiede solo di essere allargata, perché io la devo restringere sottraendo me stesso?
Si può osservare il dettaglio senza perdere di vista l’insieme.
Qualsiasi evento della vita affrontato da un solo punto di vista rimarrà incomprensibile, enigmatico e la risposta non soddisferà nemmeno la bocca che l’ha proferita.
E’ la strada per avere slogan pronto uso, per farsi manipolare, per soffocare l’ancestrale curiosità del genere umano.
Non dobbiamo dare una risposta a tutto, a quello purtroppo hanno pensato le religioni con effetti nefasti, e nemmeno ambire all’onnipotenza scientifica, pericolosa come tutti i monoteismi, ma nemmeno risultare degli apatici responsabili del proprio declino e di chi ci sta intorno.
Sappiamo che ogni aspetto della vita è una miscela, ad essere sconosciuti sono il numero di sostanze che la compongono.
Essere eclettici non vuol dire avere velleità da tuttologo ma sapere almeno il nome e le proprietà di qualche sostanza e non limitarsi a conoscerne una, bene, ma solo una.
Dove sostanze non va confuso certo con la chimica.
La vita è certezza e dubbio, gioia ma anche sofferenza, allegria e malinconia; si può essere bramosi di viverla, gaudiosi anche per le piccole cose, bulimici di rapporti umani ma consapevoli che a qualcuno le cose non girano come agli altri, e che anche a noi potrebbe capitare.
Uno può ritenersi soddisfatto della propria vita e vedere contemporaneamente lo schifo che lo circonda, si può inneggiare alla semplicità ma non stancarsi di chiedersi dei perché.
In una vita tutti abbiamo conosciuto alti e bassi, qualcuno della vita non può che essere contento, un altro invece esattamente il contrario, ma nessuno dei due può isolare la propria, di vita.
Ci si può alzare con una radiosa vitalità ma curiosi di sapere il motivo per cui qualcuno alla stessa ora ha trovato solo del malessere, si può comprendere che la vita sia un dono e proprio per questo proteggerla da chi vuole rovinarla, se amo qualcuno (una persona, la vita stessa) devo difenderlo da chi lo attacca, per apprezzare il bello devo conoscere anche il brutto.
Il pessimista non è colui che vaticina il pericolo, è un coglione chi lo definisce tale.
La vita è riso e pianto, è impegno e frivolezza, è trascendenza ed immanenza, è azzardo e prudenza.
La vita è vanga e pennello, Apollo e Dionisio, barbera e champagne.
La vita è io e noi, senza che l’uno soverchi l’altro, è voglia di tranquillità dopo la tempesta e ricerca di stimoli durante il tran tran.
La vita ha sempre qualcosa di sé da far scoprire, ma non obbliga nessuno a farlo, è una facoltà, basta solo non farsela precludere.
Farsi etichettare e stereotipare è come far girare un motore ad un cilindro, lasciando gli altri inchiodati, è come avere un caleidoscopio e relegarlo in una stanza completamente buia, è un uccello davanti all’immensità del cielo con uno spago legato alla zampa che lo rende solo ipotetico.

La modernità ha mandato in soffitta un certo tipo di classismo ma ne ha permeato un altro, meno didascalico ma più fluttuante: il classismo dei pensanti, con la società divisa un sub-strati dove ogni categoria si vede assegnata il proprio compitino col divieto di sbirciare nel banco dell’altra.
Per mantenere in auge un evergreen: il divide et impera.

Maddecheao!

25 Mar

Eccola la nostra famigliola, un archetipo che lambisce più lo spot pubblicitario che il concetto arcaico di famiglia: mamma dai tratti gentili, sorriso luminoso, che deve infondere dinamismo ma anche arrapare un pò; papà dal viso rassicurante, uno che non sembra incazzarsi mai nonostante i mille impegni, e poi i bambini; oh,in ‘ste famiglie sono sempre maschio e femmina e biondo camomilla.
(Boh, che shampo useranno poi…)
Solo il cane non c’è, se no il quadretto sarebbe perfetto, ma solo perché è uscito a farsi una pignatta di cazzi suoi, povera bestiola ne ha bisogno, lunedì prossimo l’aspetta la prima seduta dallo psicologo per i canidi.
Depressione, si vocifera, la sua razza ne è predisposta.
In compenso c’è il nonno, anche se il suo tasso di partecipazione è paragonabile a quello di Edmundo alla causa viola durante il Carnevale ’99.
O così almeno sembra.
Non capita spesso che la famiglia sia riunita, difatti per l’occasione il papà sta leggendo fervidamente una rivista finanziaria, di quelle che non azzeccherà nemmeno una delle sue previsioni, cioè come tutte; la mamma sta guardando una roba inutile alla Tv ma è indecisa se cambiare e seguire una cagata colossale su un altro canale sempre a pagamento; il bambino è immerso nel suo videogame e la bambina è ipnotizzata sia dalla (seconda) televisione sia dal suo tablet, praticamente sembra un’epilettica inebetita, ma alla fine il tablet avrà la meglio e se la inghiottirà.
Il nonno dopo alcuni tentativi di fare qualcosa tutti assieme – efficace come vendere la braciola di maiale in Arabia Saudita – si è appisolato, attività decisamente più appagante in quel focolare.
La mamma nel suo zapping ossessivo-compulsivo arriva ad un programma d’inchiesta (esistono ancora) che a lei non suscita una grandissima reazione (d’altronde affronta temi scottanti) ma che ha il merito di risvegliare dal torpore il maschietto, segno che la lobotomia alla quale si era sottoposto è ancora interrompibile.
Lui difatti con la spigliata petulante naturalezza dei bambini chiede come mai lo Stato non possa stanziare fondi per i terremotati (che a lui sembrerebbe doveroso) e perché debba chiudere degli ospedali (che a lui sembra crudele).
Giusto il tempo di deglutire e rincara la dose con un suo particolare collegamento “E poi perché a scuola gli insegnanti ci dicono che non ci sono più soldi e ci fanno portare da casa anche la carta igienica?”
Il papà, fresco di lettura-studi, prende la parola col piglio di chi vuole educare ed erudire, chiosando uno stentoreo “Perché ce lo chiede l’Europa”.
Il bambino dopo lo sforzo a lui non congenito non se la sente di controbattere anche perché quella risposta l’ha sentita tante volte nei grandi ed il dubbio che non sia opportuno replicare gli viene, anche se la convinzione non capeggia in lui.
Il servizio alla TV intanto prosegue ed anche la bambina lancia un segnale di presenza delle sue sinapsi (evento non così scontato visto il suo recente doppio elettroshock) domandando il motivo per cui le aziende italiane siano costrette a trasferire all’estero la produzione o a chiudere costringendo le persone ad andarsene.
Lei non vuole perdere le sue amiche per questi motivi.
Stavolta è la mamma a prendere la parola, non vuole essere da meno nell’elargire banalità.
“Sono logiche di mercato, vero caro?” volgendo uno sguardo per catturare l’assenso del marito.
Logiche di mercato legate alla competitività ed al rapporto fra i ricavi ed costi che deve essere sostenibile, aggiunge pedante lui.
Non contento “Il Mondo in pochi anni ha accelerato alla velocità della luce e dobbiamo raccogliere queste nuove sfide, non temerle”.
La bimba, avendo compreso un decimo di quanto asserito dai genitori, si trova in quel limbo in cui non sa se rispondere con veemenza, stare zitta crogiolando i primi istinti di ribellione o lagnarsi dicendo Non è giusto alla risposta-supercazzola.
E’ lo stesso tempo che si interpone fra la botta ed il picco di dolore riveniente.
“Ma papà, che risposta è???” esclama esigente la piccola.
Non sempre chi dorme non piglia pesci, oppure dipende da come dorme.
Fatto sta che è il nonno a rispondere alla nipotina, lui che evidentemente ha seguito attentamente tutto lo strampalato tentativo di maieutica messo in atto dai genitori.
To ‘o dico io: na risposta der cazzo, ecco che è!
Un appoggio morbido.
Che prosegue.
Macche state a ciancicà?Maddecheao!!!’A loggica e ‘a sostenibbilità der mercato provate a magnalle!E dopo provate a spigne a vede che ce viè fuori! Ch’e vostre fregnacce nun rovinate li pupi, voi ormai ‘n ve se caga più niscuno, ma a ste du creature nun je fate er lavaggio der cervello, li mortacci vostra!
Il nonno non era così vispo dal 1988.
O dalla sua ultima erezione.
Che risale al 1988.
Uno dei due esterrefatti genitori abbozza un “Ma…”, solo che viene travolto da quel fiume in piena.
E mme sento dì: Ce lo chiede l’Europa?Si ce lo chiede vor di che c’ha ‘a voce, che è, na persona?Che cazzo è st’Europa?Eurpoa ‘n par de cojoni!Mo ‘a chiamo pur’io si c’ho bisogno: Europa, pijo 900 Euro de pensione e me servono ‘e medicine, damme quarcosa!Europa, me devo fa n’ecografia ma er Cuppe dice che ce vojiono 8 mesi o mezza capoccia, damme li sordi…Vedemo se me risponne…
Ancora.
Io conosco er macellaro, er fruttarolo, er dottò, er cravattaro, a Madama e ca mignotta che batteva qui sotto, ecco si c’hai ‘bbisogno loro li puoi da chiamà, epprova te a chiamà l’Europa
I due fratellini sono alla sesta ola più tuffo carpiato dal comò al divano, paparino e mammina invece annaspano inesorabilmente e quasi rimpiccioliscono.
Mo sai che faccio, vado en giro pe’ mmondo a chiede de damme quello, de fà querrarto e je dico che sò obbrigati sò, che ce ‘o chiede sta ceppa de cazzo, vojo provà…
Non ancora pienamente soddisfatto l’ultra ottuagenario sovversivo chiude con un finale che riesce ad essere teatrale e filosofico.
A fii ‘bbelli, ve state a ingrifà pé na cosa che ve sta a rovinà, me sembrate er cane de Mustafà, quello che ce l’aveva ‘nder culo e diceva che stava a scopà…
I due bimbi hanno trovato il loro nuovo idolo, i genitori invece stanno sfogliando nervosamente la rivista in cerca di argomntazioni per smentire quelle empie frasi pronunziate da un classico populista oltranzista.
E sfoglieranno per un bel pò.

Liberismo e barbarie

18 Mar

(Articolo scritto grazie al contributo di Daniele Cassinadri e Cristian Martinelli)

 

Solo gli occhi degli stolti e dei disinformati (tipologie che possono anche coincidere) non riescono a vedere che la situazione economica attuale è tutto fuorché casuale e che è possibile individuare le cause ed i rimedi, con la sola penitenza di essere riempiti di epiteti quali gufo, disfattista, populista, fino a terminare l’empia lista.
Ma quelli che non vogliono annegare nel mare magnum del pensiero unico e sentono di dover sfidarne le onde e le correnti, dovranno allargare gli orizzonti facendo propria la tesi per cui un fenomeno – anche questo, che è di stampo prettamente economico – non si può affrontare solo con argomentazioni ed approcci endogeni alla categoria.
Cercare un colpevole – e qui c’è, si chiama neo-liberismo con tutte le applicazioni al seguito – non dev’essere un alibi da tenere nel taschino pronto uso e non deve nemmeno esimerci da quelle attività tanto imprescindibili quanto faticose che sono l’autodiagnosi e l’osservazione attiva e critica di ciò che ci circonda.

E’ vero, un pezzetto alla volta ci stanno rubando il futuro, deflagrando i diritti che altri avevano ottenuto e riportando i rapporti di forza a livelli ottocenteschi (se non più addietro) ma di contraltare (e per una contraddizione insita nell’economia moderna) agli oppressi – che sono sfruttati, bistrattati, umiliati, derisi, calpestati e malpagati – manca uno spirito di sacrificio.
Non a tutti, non a tutti nello stesso modo, diciamo in media, più una certa deviazione standard.
E gli oppressi mica devono essere ricercati solo fra gli indigenti senza un tetto ed un lavoro, no signore, ma anche fra coloro che credono di aver migliorato la propria condizione, ma solo perché del loro praticello ammirano i fili d’erba, senza nemmeno alzare lo sguardo a vedere l’aria che li sovrasta di che colore è.
Gli oppressi siamo tanti e se, oniricamente, dipendesse solo dalla nostra volontà, dalla nostra abnegazione, dalla nostra disponibilità a rinunciare a qualcosa oggi con la certezza di costruire delle solide e durature basi per il domani, sapremmo uscire da questa palude e virare verso lidi più favorevoli?
Non ne sono così convinto.
Per diversi motivi.
Il primo: l’attuale architettura economica, dopo l’infatuazione del rodaggio e ed un senso iniziale di ebbra onnipotenza, porta alla disillusione, all’annientamento, all’alienazione, al nichilismo; sbattersi oggi (da dipendente, da artigiano, anche da imprenditore) ha qualcosa in comune con la fatica di Sisifo.
In quest’ingranaggio che si auto-genera e che non sembra ammettere granelli di sabbia al suo interno,un impegno indefesso può apparire a più d’uno come un assist al carnefice-capitale, che irrobustisce la fonte dei mali e lascia solo le briciole.
Si potrebbe controbattere articolando ragionevoli motivazioni, ma le istanze portate a corredo della loro idea non sarebbero da meno.
Si parte da un autodifesa, dal concetto di resilienza e resistenza ad un mostro economico, ma l’effetto collaterale è di perdere del mordente, quella spinta rutilante che aiuta a sverniciare i problemi, quel sano rimboccarsi le maniche spendibile in tutte le pieghe della vita.
Secondo motivo: avere vissuto l’adolescenza in anni comodi ha idealmente formato una bambagia fra noi ed il mondo, un cuscinetto che ha ammorbidito le sconnessioni, sì, ma anche il carattere.
Adesso ognuno di voi penserà ad uno o più comportamenti che lo esenti dall’ultima affermazione, ovviamente il culo se lo fanno in tanti, ma se i nostri genitori 50 anni fa fossero stati proiettati nei giorni giorni patirebbero meno la crisi e l’affronterebbero con un piglio differente, forse perché impermeabili alle trappole di oggi, loro che videro davvero la miseria.
Per non parlare se noi finissimo sparati dritti nel dopoguerra…
I nostri genitori, conoscendo di persona la fatica, hanno cercato di evitarcela sognando per noi lavori di concetto più che di braccia, amorevoli pensieri che sommati al contesto hanno generato in noi aspettative un pò pretenziose e quantomeno rigide.
Ci siamo adagiati sopra un sistema che non ci sta cullando.
Infine, c’è una fetta di gente che abbraccia un’intera generazione che ancora non si è ripresa dalla sbornia dell’epoca Jerry Calà (cit.), periodo che sarebbe stato ottimo come suppellettile ma che qualcuno ne ha fatto l’architrave della propria vita.
Se allora contestare quell’american way of life era arduo, oggi il bisogno di un ritorno alla sobrietà (o comunque ad una bramosia sostenibile) dovrebbe attecchire più facilmente, ma così non è, anche perché la potenza di fuoco di quell’apparato ha raggiunto nel frattempo livelli inverosimili.
Come tutti i monoteismi anche il consumismo con le sue sovrastrutture copre di opacità ciò che gli è avverso ed illumina con un irresistibile riverbero i precetti e le chiavi di volta per diffondere la propria dottrina.
Crea il bisogno inutile, rende improrogabile il superfluo ed essenziale l’apparenza, inculca il mantra del tutto e subito, mantiene una crescente tensione per evitare di programmare e progettare il futuro con raziocinio, incita a vivere come se non ci fosse domani, un’ottima scusa per gonfiare (oggi) la tasca di dietro del sistema dominante.
L’apparire sempre fighini e vincenti sta facendo perdere il senso della vergogna, o magari l’ha celata fra tatuaggi e taccate tamarre alla moda.
Proprio un esegeta di quel sistema affermò che non esistono pasti gratuiti, noi più che seguire guru di successo (quindi alla mercè del potere) o teorie riformiste (alla mercé pure loro) che di pasti ce ne vogliono vendere 10 al giorno, dovremmo riprendere qualche insegnamento della civiltà contadina e scoprire come delle ricette in apparenza inattuali non siano necessariamente scadute e che gli antidoti non sempre debbano essere prescritti, a volte è ammesso un salvifico fai da te.

No, non si tratta di cadere nella trappola ordo-liberista e calvinista di far sentire in colpa la vittima facendole credere che l’unica redenzione per un popolo dipinto come corrotto e prodigo di una nazione indebitata sia la cessione di sovranità e la sottomissione agli integerrimi tedeschi di Germania.
O si fa la fine dello schiavo che invoca la frusta.
Ma in quest’epoca subdola – dove l’opulenza si mischia al pauperismo e discernere l’una dall’altro è già di per sè una sfida – c’è bisogno che ognuno si riappropri con vigore di se stesso cacciando i troppi invasori che ci occupano alleandosi l’uno con l’altro.
Visto che ad essere nella medesima situazione siamo la maggioranza.

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Tra il dire e il fare

7 Gen

In una città di oltre centomila anime due persone potrebbero non incontrarsi mai e rimanere perfette sconosciute.
Anche le loro idee potrebbero rimanere equidistanti.
Oppure no, potrebbero incrociarsi ed arrivare a sovrapporsi.
Per farlo avrebbero bisogno solo di un piccolo aiuto.
Ecco, magari l’astratto dovrebbe semplicemente avvicinarsi al concreto.

Tomas è un operaio, figlio di operai, e si definisce di destra.
Non che sia invischiato in faccende di partiti o manifestazioni, ma se lui andasse al potere (ognuno di noi è andato al potere almeno una volta nel proprio immaginario) saprebbe come dare una bella sistemata alla nazione.
Ci vuole più ordine in giro, cazzo.
Più rispetto delle regole, più pene per chi delinque.
E ognuno deve essere padrone di decidere a casa propria.
Questo pensa Tomas.
E tutti i torti forse non ce li ha.
Ma sarebbe troppo semplice se la questione si esaurisse lì.
Tomas è a conoscenza di qualche effetto collaterale del fascismo (qualcuno, perché oltre quel livello l’inibitore di onestà intellettuale che è in lui impedisce lo step successivo), ma almeno a quei tempi certi episodi non solo non capitavano, ma neanche se li immaginavano.
Così, per sintetizzare il Tomas-pensiero.
Ma Tomas non è un camerata didascalico intriso di fanatismo che va in pellegrinaggio a Predappio, assolutamente.
Gli piace divertirsi, conoscere gente nuova, fare le sue bisbocce, ama molto viaggiare Tomas ed è un tipo spontaneamente empatico.
Ma quando sente qualcuno che si confà a quei precetti lì sopra (e lui con l’occhio lungo scruta la situazione che invece c’è là fuori), beh, ne è attratto e senza conoscere i meccanismi dell’appartenenza intuisce che l’oratore ha toccato proprio le corde giuste.
E tutte in fila.
Sull’immigrazione Tomas è durissimo, pensa che sia la causa di tutti i problemi attuali anche se non ha mai provato veramente ad analizzare il fenomeno a fondo: perché esiste, chi la fomenta, che meccanismi vuole scatenare, che situazioni vuole scardinare, a chi giova.
Non gli serve, quando qualcuno dissente lui ha pronti i suoi personali casi di vita vissuta che corroborano la sua, di tesi.
Una prova provata di cui lui è il Pubblico Ministero, l’Avvocato ed il Giudice.

Pietro invece lavora in un’associazione di volontariato e tanto per formazione quanto per inclinazione si è sempre poggiato sulla tolleranza rigettando qualsiasi forma di xenofobia e discriminazione.
Si vivrebbe meglio se aprissimo le porte, i cuori e i portafogli ai più deboli e rispettassimo anche chi è diverso da noi.
Per sommi capi ecco un riassunto del suo credo.
Difficile contraddirlo.
Ma sarebbe troppo semplice se la questione si esaurisse lì.
Si è sempre immolato alla causa dei migranti perché ha identificato in loro la parte più vulnerabile e bistrattata della società.
Storia alla mano, dal colonialismo in poi, Pietro è convinto che la parte debole da tutelare siano loro.
Un anti-razzista militante, che ha analizzato e studiato il fenomeno a fondo.
Ma da un solo punto di vista che come una calamita gli ha condizionato la rotta.
Non sappiamo se Pietro, nella società globalizzata del Terzo millennio, abbia mai vagliato nuove ipotesi o esteso il suo pensiero.
Difficilmente ne avrà sentito il bisogno, lui crede di brandire convinzioni inoppugnabili.
E’ una persona brillante Pietro, di quelle che non sembrano avere nulla fuori posto.
Talmente corretto nelle risposte e nei comportamenti che a volte le sue stesse azioni paiono dover seguire un copione di buone maniere.
Fin da ragazzo ha avuto la strada spianata, lui il Mondo l’ha osservato sempre da una posizione propizia e vissuto con un atteggiamento irreprensibile.
Da quell’angolazione il suo logos si è compiaciuto, ha trovato conferme, si è auto-generato.
Mettere qualcosa in discussione in quel vellutato architrave è un’ipotesi da non contemplare anche per chi si dichiara un progressista (e tante altre cose).
O forse proprio perché si dichiara un progressista (e tante altre cose).
E a cambiare quel piedistallo quindi non ci ha mai pensato.
Lui no, ma siccome c’è chi può farlo per noi (e non avvisa e manco chiede un parere, figuriamoci un permesso) ecco che Pietro dopo il matrimonio – da cui ha recentemente avuto una bella bimba – si è dovuto trasferire in un altro quartiere.
Un pò la crisi economica, un pò la bolla immobiliare, un pò quel che volete voi ed ecco che quell’angolo di città si è trasformato in quelle che i telegiornali chiamano “zone difficili”.
Ma solo perché non possono (e neanche vogliono) definirle come “zone di merda”.
Perché tali sono: di tutto quello che può far precipitare la qualità della vita, lì statene certi che non manca (quasi) nulla.
Una sfavillante boutique del degrado perennemente aperta.
E che piaccia o no la differenza fra il prima ed il dopo si chiama immigrazione selvaggia.

Alla mensa dell’azienda di Tomas hanno assunto una ragazza marocchina.
Ci sono delle bellezze femminili volgari, altre ridondanti, eccessive, che urlano loro stesse finendo per imbruttirsi; la sua no, è di una finezza aulica che quando la incroci qualcosa viene sparigliato per il motivo opposto.
La tipa sa indossare la propria avvenenza, che potrebbe far osare di più, ma lei si affida al decoro e ad una semplicità che la rendono egualmente ineffabile, seppur lontana dai recenti canoni che hanno a paradigma veline&soubrette.
Non porta il burka, a differenza della madre che saltuariamente la viene ad accompagnare.
“Con tutti i disoccupati italiani che abbiamo c’era da prendere una marocchina.Avanti pure…”.
Ecco la prima, personale ed intima riflessione di Tomas su di lei.
Può darsi che pensi in particolare a sua cugina, a spasso da quattro lunghi anni nonostante la domanda l’abbia inoltrata anche lei, da un bel pò e non solo lì.
Ma la nuova arrivata inizia a conturbare Tomas.
Se ne sono accorti anche i suoi amici che subito lo sferzano tra conversioni all’Islam, pellegrinaggi a La Mecca e bambini di nome Mohamed ed Abdullah (ognuno ha il proprio modo di andare oltre).
Tomas, piccato quanto basta, se la prende in verità più con se stesso che con loro, perché il suo mansionario non prevede un’ipotesi così ignominiosa.
Tutti i giorni le scruta – quasi le analizza – il culo, e poi borbotta a bassa voce (ma cercando di farsi sentire) volgarità degne di un commilitone da film.
Tomas ha un solo obiettivo, scoparla, e parlando da solo ripete che la cosa deve finire lì, sia chiaro.
Sempre più concupito, dopo ogni apprezzamento fa partire regolarmente un insulto, acido come solo quelli gratuiti sanno essere.
“Andrebbe bene chiavata, la stronza!”
L’offesa serve a scaricare la colpa sulla ragazza.
La colpa di piacergli nonostante l’empio status di marocchina.
Capita quando una convinzione è talmente cementata nel cervello da respingere il ragionamento e i sentimenti.
Per attirare l’attenzione Tomas si traveste da moderato di ampie vedute, evita come uno slalomista certi argomenti spinosi (spinosi soprattutto per lui), il resto lo fa il suo bell’aspetto ed un savoir faire da vitellone (che succhia però dall’heritage di movimenti meno intransigenti rispetto a quelli portati a paradigma da Tomas).
Se qualcuno osservasse il susseguirsi dei suoi atteggiamenti potrebbe malignamente sferzare Tomas asserendo che la falsità e l’opportunismo non capeggiano solamente fra i venditori nei suk.
Tomas si atteggia da un personaggio di comodo che non c’è, ma quel gioco di ruoli, inizialmente mendace, inizia ad invischiarlo e a far diventare pruriginosi alcuni commenti (non certo illuminati) dei suoi compari.
Per la cronaca identici a quelli proferiti da Tomas fino a ieri l’altro.
Ma incontro dopo incontro il nostro deve recitare sempre meno perché sta bene con la ragazza, nessuno sobbalzerà dalla sedia sapendo che tra i due nasce una relazione.
Solo quando si riunisce al branco rimette in piedi il cerimoniale dell’uomo occidentale spietato che esce con la magrebina solo per castigarla: un pò per il gusto di zittire i petulanti amici un pò per far risalire le sue quotazioni nell’ambiente, ultimamente affievolite.
All’inizio è palesemente in imbarazzo solo quando incontra i suoi amici in compagnia di lei, combattuto fra la protezione (e l’attenzione) che un uomo deve riservare alla propria donna e l’iconografia duropurista da mantenere ed alimentare, ma non tarda molto a superare questi vetusti blocchi mentali.
L’amore può accecare ma anche aprire la mente più di un corso intensivo di filosofia alla Normale di Pisa.
Tomas per ovvie ragioni inizia a frequentare anche il fratello della tipa: personaggio edotto ma popolare, coinvolgente senza lambire la propaganda nonché abile oratore, astutamente gli fa annusare le affinità tra le due culture imperniate sul senso di appartenenza ed identità.
Ora l’animo di Tomas si è equiparato al suo comportamento, ma nella sua palingenesi non si è mica ritrovato boldriniano, o parleremmo di conversione e straniamento.
Semplicemente, alcuni dei suoi storici capisaldi adesso riesce serenamente a divulgarli alla morosa trovando peraltro diffuso consenso, ma quei pregiudizi avventati e quel partire dal risultato per poi costruirci sopra un pensiero (unico) li ha buttati nel cesso tirando anche l’acqua.
A quanto pare le qualità che esaltava come patrimonio dei nostrani fanno capolino anche ai nativi di altre latitudini.
Nel frattempo il Mondo non si è fermato per vedere la metamorfosi dell’ex intollerante Tomas e purtroppo non si è fermata nemmeno la malattia del padre.
Tomas non ha perso l’abitudine di trovare sempre un colpevole per tutto, solo che stavolta dargli torto è affar duro: il colpevole c’è e si chiama fabbrica.
Tra i parenti (non un infinità, ma nemmeno quattro gatti), tra gli ex colleghi (che sembravano così tanti) e tra la compagnia del bar (che si conferma una compagnia da bar) i più assidui assistenti al papà risultano i familiari della ragazza (marocchina).
Per Tomas è insieme una carezza – piacevole ed unica come solo quella che proviene dal tuo amore può essere – ed un sonoro cazzotto, un altro colpo da KO che rende parte delle sue preistoriche credenze più affossate che traballanti e lo costringe ulteriormente a quell’inutile, imprescindibile e devastante pratica dei rimorsi e dei “Se l’avessi capito prima”.
Attività oltremodo caustica, che permette finalmente a Tomas di leggere gli avvenimenti e non di subirli e che lo porta a modificare il tiro e a indirizzare il suo livore contro qualcosa che ancora non sa identificare, ma che lui intuisce essere il responsabile di questa guerra fra poveri, di cui l’immigrazione rappresenta l’artiglieria pesante.
Tomas vede ora l’immigrazione come il modo per rendere l’essere umano inerte e diluito e dannatamente manovrabile.
Oggi riguarda certe popolazioni, Tomas teme che a breve possa capitare alla sua.

Scippi, furti, risse, spaccio, sporcizia, aggressioni, stupri: l’inciviltà e la delinquenza hanno preso residenza nel quartiere assieme ai nuovi arrivati stranieri, e con esse la paura.
I nervi sono a fior di pelle: toccati da cotanta abiezione gli storici abitanti sono come bestie vessate nella loro tana che vorrebbero tanto mostrare i canini e la bava ma hanno ancora troppo da perdere.
E la situazione non fa che peggiorare.
Il focolare, la casa, il quartiere, non sono altro che proiezioni di ataviche esigenze del proprio io, che in queste abbiette condizioni viene minato.
Se c’è una cosa che manda in tilt è sentirsi impotenti nel proprio territorio, vederselo depredato, assistere al dissolvimento di quello che avevi prima sognato e poi (tutto od in parte) realizzato.
Pietro non si è mai sottratto a far la conoscenza di situazioni difficili, al contrario, ne è sempre stato attratto e ci ha condito la propria iconografia asserendo che tutti dovremmo vederle prima di giudicare.
Ma non ha mai sperato che sua figlia ci crescesse in mezzo.
Pietro non riesce a pronunciare ad alta voce (e nemmeno sussurrarlo alla coscienza) che un’immigrazione incontrollata procura sicuri disastri, per timore che quei pensieri sconfessino la dottrina a cui si è anchilosato.
Pietro ha paura di quella che ancora (per poco) giudica la suburra di ogni essere umano, lui che si sente ontologicamente differente da chi si accontenta di accusare il migrante solo perché differente.
All’evidenza cerca ancora di rispondere col ricettario dei buoni sentimenti.
Predica calma, vuole allontanare affrettati e facili giudizi viscerali che assomigliano a sentenze, in quella polveriera cerca di introdurre l’ingombrante parola comprensione, esorta a non abbandonarsi a biechi istinti e a non cadere nella facile trappola del razzismo.
Ma il primo destinatario della sua omelia è se stesso.
E come tanti, disattende quella predica.
Ricorda un alchimista a cui le formule, una ad una, si stanno pian piano ribellando.
Pietro dopo aver assistito a scene che mai lo avevano coinvolto direttamente (i racconti e le esperienze distaccate sono un altra cosa, diverso quando a testimoniare sono i tuoi occhi e a rimetterci tu ed i tuoi cari) inizia a fare conoscenza con una parte di se che non sapeva esistesse, o forse è quest’ultima che è voluta uscire stanca del soggiorno obbligato in mezzo a retorica, radicalismo chic, accoglienza tout court che hanno solo fortificato il sistema dominante.
Pietro è uno di quelli che aveva sempre tenuto i classici bei discorsi tondi e ragionevoli in cui l’antirazzismo oltranzista era pregno dello stesso peccato che voleva redimere.
E così il modello-Pietro, permeato con tutti i crismi dell’uguaglianza forzata e che pareva edificato con l’antisismica, inizia a sfogliarsi come un castello di sabbia asciugato dal sole.
Pietro impara che si può capire e condannare, essere comprensivi e duri, che la tolleranza contempla anche la fermezza e la critica, quando è proprio il contrario una sintomatologia del razzismo.
Pietro diventa portavoce della circoscrizione, deve andare in mezzo alla gente, a tutta, scopre che quella che una volta apostrofava come xenofobia oggi si può serenamente chiamare autodifesa, che la cattiveria è presente anche nel debole, nell’oppresso, nello sfruttato.
Essere deboli non esenta dall’essere stronzi.
Proprio approfittandosi dell’aurea di debolezza.
L’incedere degli eventi ha fatto da panno che ha tolto l’opacità dalle lenti con cui Pietro ha finora guardato la vita.
Pietro prende coscienza che se le leggi incentivano il crimine quel paese si trasforma in un ricettacolo di delinquenti e che ci sono persone che scelgono di andare proprio in quel paese per farsi beffa della (in)giustizia.
Ammette di essere stato manipolato, lui ed il suo atteggiamento, perché spesso il potere per raggiungere i suoi loschi obiettivi (che vanno sempre raggiunti) da abile parassita si serve dei buoni sentimenti, li sfrutta, li usa a mo di cavalli di Troia.
Pietro comprende altresì che per fare il bene (il bene di tutti, autoctoni ed immigrati) occorre anche il pugno duro e che in tutte le relazioni (o rapporti) i buoni devono essere in due, altrimenti meglio cambiare registro.

Se Tomas e la sua ragazza stiano ancora insieme non è dato a sapersi.
Il matrimonio, la abitudini quotidiane, la convivenza religiosa, l’educazione da dare ai figli: con due culture differenti possono essere ostacoli duri da superare.
Possono, ma non è detto che accada.
Non abbiamo notizie nemmeno dal quartiere di Pietro, e questo potrebbe essere anche un bene.
Forse.
No, Tomas e Pietro non si sono mai conosciuti.
Loro no, ma le loro idee si sono incrociate.
E quasi sovrapposte.

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

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Piatto ricco mi ci ficco!

30 Nov

L’estrema provincia fa comodo all’evoluta ed emancipata città perché catalizza su di sé tutti gli stereotipi comportamentali che invece i cittadini proprio non possono (né devono) indossare, pur avendoli nell’armadio a far compagnia agli scheletri.
Cavalcando l’ignominioso provincialismo la città si lava la coscienza e trova un capro espiatorio quando invece dovrebbe specchiarsi per vedere se stessa in una declinazione solo meno numerosa.
Tante fenomenologie si rifanno ad un’unica matrice che cataloga, indirizza e divide le masse per mantenere se stessa.
Città; provincia; poco cambia e non fa eccezione il paese del nostro racconto, dove se volevi mettere i piedi sotto una tavola che non fosse quella di casa, la scelta cadeva su due ristoranti.
Il primo era quello storico, un pò più grande, con qualche coperto in più e brandiva ancora lo scettro della categoria; il secondo, sorto in realtà poco dopo, lo insidiava da molto vicino e nel corso degli anni non erano mancati passaggi di consegne su chi dovesse rappresentare l’arte culinaria dei dintorni.
I frequentatori tenevano un approccio settario: chi mangiava nell’uno non metteva piede nell’altro.
Ognuno tesseva le lodi del proprio e soprattutto enfatizzava i difetti altrui.
Veri, presunti od inventati che fossero.
Detto da terzisti di comprovata fede, non si era mai mangiato benissimo nei due locali, perché se aspettate gli adepti quelli non ve lo diranno mai nemmeno sotto tortura a digiuno forzato.
Anzi, loro portavano avanti indefessi un’attività di propaganda e marketing in tutte le salse.
Compreso un Trip Advisor ante litteram.
La qualità, che nella sua interezza aveva fatto raramente visita nelle due cucine, stava ulteriormente scemando ma i commensali vedevano questa tendenza solo nel ristornate a loro inviso.
Ognuno criticava gli aficionados dell’altro, li derideva, li denigrava arrivando a partorire congetture e sillogismi da far impallidire la corrente conservatrice della Santa Inquisizione.
Agli astanti o a qualche anima ancora scevra dal fanatismo che si voleva addentrare nel ristorante nemico si paventava pessima cucina, locale sudicio, servizio squallido e financo rischio di contrarre malattie infettive e veneree (nel dubbio meglio sempre esagerare).
Chiamiamolo manicheismo gastronomico.
Gli screzi non mancavano, i colpi bassi neppure.
Dove c’è fideismo c’è un cambio di casacca, tanto qualcuno o qualcosa da venerare lo si trova ovunque.
La scena si svolgeva così: il convertito – per scelta (quindi dietro pagamento) o per vocazione (quindi per tornaconto) – rinnegava ciò che lo aveva concupito fino al giorno prima e buttava anima e corpo nella nuova professione di fede.
Il nuovo arrivato era il vessillo da sventolare per vellicare il resto della truppa.
Anni fa nei due locali c’era una discreta scelta, perlomeno come numero di piatti, perché il sapore si rifaceva tutto ad un qualcosa di comune.
Ti sembrava di poter scegliere una pietanza sempre diversa, ma in fin dei conti mangiavi sempre la stessa roba o quasi.
Si stava meglio quando si stava peggio vale anche nel nostro paese di provincia ed ecco che la varietà delle due cucine – invero mai irreprensibile, lo avrete capito – registrò una frenata.
Come sempre i fedayn armati di forchetta stigmatizzavano le ristrettezze dei rivali, non di rado visitati con prezzolati clienti-spie.
Qualche temerario del libero pensiero, sottovoce anche con se stesso, rimpiangeva i tempi di dieci anni fa, tempo in cui rimpiangeva i dieci anni precedenti, ma proseguiva fieramente ad ingurgitare tutto quello che gli veniva propinato e i suoi pensieri così stupidamente corsari venivano immediatamente riassorbiti perché così si doveva fare.
Una spiegazione che avrebbe fatto ribellare anche Ken di Barbie, quindi nessuno di loro.
Improvviso come una nuova accisa sulla benzina, il menu del giorno coincideva col menu della settimana che proseguiva identico per tutto il mese.
Un mono-menu.
Già, perché il primo ristorante, in bella vista nella locandina, proponeva un piatto di merda.
Mentre il secondo ristorante rispondeva con un piatto di vomito.

“Noi la merda mai!!!” chiosava inutilmente tronfio il cuoco della seconda trattoria.
“Come si può proporre del vomito??!!Come si può??!!”facevano eco i titolari della prima trattoria con dosi di alterigia ben oltre i limiti del compatimento.
Ovunque si tentava la difesa tanto disperata quanto pacchiana del proprio menu con dei comizi vergognosamente ineffabili.
“Ragazzi il momento non è facile, ma non esiste niente di più sgradevole ed insopportabile del vomito, non oso immaginare che sapore possa avere.E’ decisamente meglio un bel piatto di merda.Che è il risultato finale della digestione, ovvero un processo assolutamente naturale da cui noi ripartiamo”.
Specularmente nell’altro risto-horror qualcuno che aveva dimenticato il cervello da piccolo (e la dignità appena dopo) si barcamenava in tesi altrettanto ardite “Ma lo sapete vero cos’è la merda?Da dove viene giù?Noi a differenza degli altri in questi chiari di luna non abbiamo voluto togliervi la dignità e ci siamo affidati ad un cibo altamente nutriente ma leggero perché di fatto pre-digerito”.
Lo straniamento del genere umano era diventato realtà perché nella folla di palati fini lo stupore durò lo spazio di un tentato ragionamento (praticamente è più lungo scriverlo), poi prevalse l’obbedienza che si confà ai servi.
Senza costrizioni, non occorrevano.
A vederli tutti adunati nella sala nessuno avrebbe detto cosa gli stessero servendo.
C’erano le tavolate delle grande occasioni (e la relativa smania di chi è ancora in fila), quel vociare in sottofondo, fastidioso ma gioiosamente rassicurante, il via vai di gente fra i tavoli.
Tutti indossavano la bramosia di chi sta per andare a mangiare da Bottura o comunque tenevano ben salda la convinzione di essere nel migliore dei ristoranti possibili.
Sembrava l’archetipo della perfetta serata gastronomica, era solo uno distorto ed angosciante simulacro.
L’odore delle pietanze era violentemente impregnato ovunque, nei mobili e nelle pareti, talmente forte che una persona normale l’avrebbe non solo sentito, ma anche visto.
Con le sembianze di uno spettro che raduna i disperati per il viaggio di sola andata.
Un tanfo così ripugnante si poteva trovare solo nelle favole sull’Inferno e sembrava il biglietto da visita della fine del Mondo.
Gli invitati per tutta risposta fremevano rutilanti sperando che la loro porzione fosse la più abbondante possibile.
Se avessimo bisogno di un’istantanea per descrivere l’assurdo, vedere dei cuochi e poi dei camerieri preparare e sbalottare quelle schifezze sarebbe l’icona perfetta.
Appena le sostanze organiche venivano appoggiate sulla tavola i buontemponi impalavano rispettivamente merda e vomito al ritmo di una ruspa da cava.
Un brusio acciottolante, unito ai grugniti che produce una bestia affamata, tradivano la loro spontanea ingordigia.
Anziché bestemmiare, stramaledire l’Universo,menare qualcuno o sfasciare tutto, facevano la scarpetta in segno di gratitudine ed accondiscendenza, e nondimeno ordinavano solerti e quasi elettrici un’altro piatto con ancora il contenuto in bocca.
Dalla voracità con la quale si introducevano quello che sappiamo, schizzavano nella faccia, nei capelli e sui vestiti (propri ed altrui) piccole manciate delle rivoltanti pietanze.
Un dettaglio che in altri contesti avrebbe procurato sicura onta, in quel girone dantesco nemmeno le più pignole dicevano bau.
E proprio vero che le persone si devono prendere per la gola, visto che anche i più inguaribili inappetenti si erano trasformati in convinti bulimici.
Solo i bambini, guidati dal loro salvifico istinto, si ribellavano come potevano, cioè piangendo e cacciando strazianti urla, coi genitori che non si capacitavano di una simile reazione ed arrivavano a redarguire, prima ,e minacciare ed aggredire, dopo, i propri pargoli.
I bimbi ormai angosciati per l’apocalisse che avevano intorno e per la malvagia severità di mamma e papà ad un certo punto furono completamente ignorati dai genitori, che fra i propri figli e il menu scritto nella pietra avevano scelto quest’ultimo.
La merda ed il vomito come un uragano avevano invaso e sbriciolato quel poco di anima rimasta in ognuno dei convitati.
In maniera irreversibile, niente sarà più come prima.
In contemporanea dalle due rinomate trattorie si alzava lo stesso acuto commento “Tanto catastrofismo per nulla!Noi siamo fortunati a venire qui a mangiare…Fosse sempre così la crisi…”
Forse l’ideologia sazia lo stomaco, di certo (a)varia il gusto e guida le inermi masse, perché nei due ristornati non si facevano tanti coperti da quando l’economia tirava per davvero.
Il giorno che segue una baracca è sempre tempo di racconti epici, di momenti da immortalare e da rivivere, la gioia del ricordo si mischia alla malinconia e a qualche goliardica esagerazione.
“Alla fine ne ho mangiati sei di piatti…”
“Accidenti!”
Nell’angolo più recondito della propria dignità si trovava il coraggio di schernire l’acerrimo nemico dai gusti culinari differenti aggiungendo all’inseparabile ortodossia un’inutile vanagloria,
“Guarda un mangiatore di merda!Il cesso è in fondo a destra!”
“Fai vomitare!Così dopo puoi mettere qualcosa sotto i denti!”
L’aria del paese era satura di desolazione ma gli abitanti erano tutti eccitati per avere toccato il fondo.
Non ancora soddisfatti si misero a scavare.