Archivio | marzo, 2017

Maddecheao!

25 Mar

Eccola la nostra famigliola, un archetipo che lambisce più lo spot pubblicitario che il concetto arcaico di famiglia: mamma dai tratti gentili, sorriso luminoso, che deve infondere dinamismo ma anche arrapare un pò; papà dal viso rassicurante, uno che non sembra incazzarsi mai nonostante i mille impegni, e poi i bambini; oh,in ‘ste famiglie sono sempre maschio e femmina e biondo camomilla.
(Boh, che shampo useranno poi…)
Solo il cane non c’è, se no il quadretto sarebbe perfetto, ma solo perché è uscito a farsi una pignatta di cazzi suoi, povera bestiola ne ha bisogno, lunedì prossimo l’aspetta la prima seduta dallo psicologo per i canidi.
Depressione, si vocifera, la sua razza ne è predisposta.
In compenso c’è il nonno, anche se il suo tasso di partecipazione è paragonabile a quello di Edmundo alla causa viola durante il Carnevale ’99.
O così almeno sembra.
Non capita spesso che la famiglia sia riunita, difatti per l’occasione il papà sta leggendo fervidamente una rivista finanziaria, di quelle che non azzeccherà nemmeno una delle sue previsioni, cioè come tutte; la mamma sta guardando una roba inutile alla Tv ma è indecisa se cambiare e seguire una cagata colossale su un altro canale sempre a pagamento; il bambino è immerso nel suo videogame e la bambina è ipnotizzata sia dalla (seconda) televisione sia dal suo tablet, praticamente sembra un’epilettica inebetita, ma alla fine il tablet avrà la meglio e se la inghiottirà.
Il nonno dopo alcuni tentativi di fare qualcosa tutti assieme – efficace come vendere la braciola di maiale in Arabia Saudita – si è appisolato, attività decisamente più appagante in quel focolare.
La mamma nel suo zapping ossessivo-compulsivo arriva ad un programma d’inchiesta (esistono ancora) che a lei non suscita una grandissima reazione (d’altronde affronta temi scottanti) ma che ha il merito di risvegliare dal torpore il maschietto, segno che la lobotomia alla quale si era sottoposto è ancora interrompibile.
Lui difatti con la spigliata petulante naturalezza dei bambini chiede come mai lo Stato non possa stanziare fondi per i terremotati (che a lui sembrerebbe doveroso) e perché debba chiudere degli ospedali (che a lui sembra crudele).
Giusto il tempo di deglutire e rincara la dose con un suo particolare collegamento “E poi perché a scuola gli insegnanti ci dicono che non ci sono più soldi e ci fanno portare da casa anche la carta igienica?”
Il papà, fresco di lettura-studi, prende la parola col piglio di chi vuole educare ed erudire, chiosando uno stentoreo “Perché ce lo chiede l’Europa”.
Il bambino dopo lo sforzo a lui non congenito non se la sente di controbattere anche perché quella risposta l’ha sentita tante volte nei grandi ed il dubbio che non sia opportuno replicare gli viene, anche se la convinzione non capeggia in lui.
Il servizio alla TV intanto prosegue ed anche la bambina lancia un segnale di presenza delle sue sinapsi (evento non così scontato visto il suo recente doppio elettroshock) domandando il motivo per cui le aziende italiane siano costrette a trasferire all’estero la produzione o a chiudere costringendo le persone ad andarsene.
Lei non vuole perdere le sue amiche per questi motivi.
Stavolta è la mamma a prendere la parola, non vuole essere da meno nell’elargire banalità.
“Sono logiche di mercato, vero caro?” volgendo uno sguardo per catturare l’assenso del marito.
Logiche di mercato legate alla competitività ed al rapporto fra i ricavi ed costi che deve essere sostenibile, aggiunge pedante lui.
Non contento “Il Mondo in pochi anni ha accelerato alla velocità della luce e dobbiamo raccogliere queste nuove sfide, non temerle”.
La bimba, avendo compreso un decimo di quanto asserito dai genitori, si trova in quel limbo in cui non sa se rispondere con veemenza, stare zitta crogiolando i primi istinti di ribellione o lagnarsi dicendo Non è giusto alla risposta-supercazzola.
E’ lo stesso tempo che si interpone fra la botta ed il picco di dolore riveniente.
“Ma papà, che risposta è???” esclama esigente la piccola.
Non sempre chi dorme non piglia pesci, oppure dipende da come dorme.
Fatto sta che è il nonno a rispondere alla nipotina, lui che evidentemente ha seguito attentamente tutto lo strampalato tentativo di maieutica messo in atto dai genitori.
To ‘o dico io: na risposta der cazzo, ecco che è!
Un appoggio morbido.
Che prosegue.
Macche state a ciancicà?Maddecheao!!!’A loggica e ‘a sostenibbilità der mercato provate a magnalle!E dopo provate a spigne a vede che ce viè fuori! Ch’e vostre fregnacce nun rovinate li pupi, voi ormai ‘n ve se caga più niscuno, ma a ste du creature nun je fate er lavaggio der cervello, li mortacci vostra!
Il nonno non era così vispo dal 1988.
O dalla sua ultima erezione.
Che risale al 1988.
Uno dei due esterrefatti genitori abbozza un “Ma…”, solo che viene travolto da quel fiume in piena.
E mme sento dì: Ce lo chiede l’Europa?Si ce lo chiede vor di che c’ha ‘a voce, che è, na persona?Che cazzo è st’Europa?Eurpoa ‘n par de cojoni!Mo ‘a chiamo pur’io si c’ho bisogno: Europa, pijo 900 Euro de pensione e me servono ‘e medicine, damme quarcosa!Europa, me devo fa n’ecografia ma er Cuppe dice che ce vojiono 8 mesi o mezza capoccia, damme li sordi…Vedemo se me risponne…
Ancora.
Io conosco er macellaro, er fruttarolo, er dottò, er cravattaro, a Madama e ca mignotta che batteva qui sotto, ecco si c’hai ‘bbisogno loro li puoi da chiamà, epprova te a chiamà l’Europa
I due fratellini sono alla sesta ola più tuffo carpiato dal comò al divano, paparino e mammina invece annaspano inesorabilmente e quasi rimpiccioliscono.
Mo sai che faccio, vado en giro pe’ mmondo a chiede de damme quello, de fà querrarto e je dico che sò obbrigati sò, che ce ‘o chiede sta ceppa de cazzo, vojo provà…
Non ancora pienamente soddisfatto l’ultra ottuagenario sovversivo chiude con un finale che riesce ad essere teatrale e filosofico.
A fii ‘bbelli, ve state a ingrifà pé na cosa che ve sta a rovinà, me sembrate er cane de Mustafà, quello che ce l’aveva ‘nder culo e diceva che stava a scopà…
I due bimbi hanno trovato il loro nuovo idolo, i genitori invece stanno sfogliando nervosamente la rivista in cerca di argomntazioni per smentire quelle empie frasi pronunziate da un classico populista oltranzista.
E sfoglieranno per un bel pò.

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Liberismo e barbarie

18 Mar

(Articolo scritto grazie al contributo di Daniele Cassinadri e Cristian Martinelli)

 

Solo gli occhi degli stolti e dei disinformati (tipologie che possono anche coincidere) non riescono a vedere che la situazione economica attuale è tutto fuorché casuale e che è possibile individuare le cause ed i rimedi, con la sola penitenza di essere riempiti di epiteti quali gufo, disfattista, populista, fino a terminare l’empia lista.
Ma quelli che non vogliono annegare nel mare magnum del pensiero unico e sentono di dover sfidarne le onde e le correnti, dovranno allargare gli orizzonti facendo propria la tesi per cui un fenomeno – anche questo, che è di stampo prettamente economico – non si può affrontare solo con argomentazioni ed approcci endogeni alla categoria.
Cercare un colpevole – e qui c’è, si chiama neo-liberismo con tutte le applicazioni al seguito – non dev’essere un alibi da tenere nel taschino pronto uso e non deve nemmeno esimerci da quelle attività tanto imprescindibili quanto faticose che sono l’autodiagnosi e l’osservazione attiva e critica di ciò che ci circonda.

E’ vero, un pezzetto alla volta ci stanno rubando il futuro, deflagrando i diritti che altri avevano ottenuto e riportando i rapporti di forza a livelli ottocenteschi (se non più addietro) ma di contraltare (e per una contraddizione insita nell’economia moderna) agli oppressi – che sono sfruttati, bistrattati, umiliati, derisi, calpestati e malpagati – manca uno spirito di sacrificio.
Non a tutti, non a tutti nello stesso modo, diciamo in media, più una certa deviazione standard.
E gli oppressi mica devono essere ricercati solo fra gli indigenti senza un tetto ed un lavoro, no signore, ma anche fra coloro che credono di aver migliorato la propria condizione, ma solo perché del loro praticello ammirano i fili d’erba, senza nemmeno alzare lo sguardo a vedere l’aria che li sovrasta di che colore è.
Gli oppressi siamo tanti e se, oniricamente, dipendesse solo dalla nostra volontà, dalla nostra abnegazione, dalla nostra disponibilità a rinunciare a qualcosa oggi con la certezza di costruire delle solide e durature basi per il domani, sapremmo uscire da questa palude e virare verso lidi più favorevoli?
Non ne sono così convinto.
Per diversi motivi.
Il primo: l’attuale architettura economica, dopo l’infatuazione del rodaggio e ed un senso iniziale di ebbra onnipotenza, porta alla disillusione, all’annientamento, all’alienazione, al nichilismo; sbattersi oggi (da dipendente, da artigiano, anche da imprenditore) ha qualcosa in comune con la fatica di Sisifo.
In quest’ingranaggio che si auto-genera e che non sembra ammettere granelli di sabbia al suo interno,un impegno indefesso può apparire a più d’uno come un assist al carnefice-capitale, che irrobustisce la fonte dei mali e lascia solo le briciole.
Si potrebbe controbattere articolando ragionevoli motivazioni, ma le istanze portate a corredo della loro idea non sarebbero da meno.
Si parte da un autodifesa, dal concetto di resilienza e resistenza ad un mostro economico, ma l’effetto collaterale è di perdere del mordente, quella spinta rutilante che aiuta a sverniciare i problemi, quel sano rimboccarsi le maniche spendibile in tutte le pieghe della vita.
Secondo motivo: avere vissuto l’adolescenza in anni comodi ha idealmente formato una bambagia fra noi ed il mondo, un cuscinetto che ha ammorbidito le sconnessioni, sì, ma anche il carattere.
Adesso ognuno di voi penserà ad uno o più comportamenti che lo esenti dall’ultima affermazione, ovviamente il culo se lo fanno in tanti, ma se i nostri genitori 50 anni fa fossero stati proiettati nei giorni giorni patirebbero meno la crisi e l’affronterebbero con un piglio differente, forse perché impermeabili alle trappole di oggi, loro che videro davvero la miseria.
Per non parlare se noi finissimo sparati dritti nel dopoguerra…
I nostri genitori, conoscendo di persona la fatica, hanno cercato di evitarcela sognando per noi lavori di concetto più che di braccia, amorevoli pensieri che sommati al contesto hanno generato in noi aspettative un pò pretenziose e quantomeno rigide.
Ci siamo adagiati sopra un sistema che non ci sta cullando.
Infine, c’è una fetta di gente che abbraccia un’intera generazione che ancora non si è ripresa dalla sbornia dell’epoca Jerry Calà (cit.), periodo che sarebbe stato ottimo come suppellettile ma che qualcuno ne ha fatto l’architrave della propria vita.
Se allora contestare quell’american way of life era arduo, oggi il bisogno di un ritorno alla sobrietà (o comunque ad una bramosia sostenibile) dovrebbe attecchire più facilmente, ma così non è, anche perché la potenza di fuoco di quell’apparato ha raggiunto nel frattempo livelli inverosimili.
Come tutti i monoteismi anche il consumismo con le sue sovrastrutture copre di opacità ciò che gli è avverso ed illumina con un irresistibile riverbero i precetti e le chiavi di volta per diffondere la propria dottrina.
Crea il bisogno inutile, rende improrogabile il superfluo ed essenziale l’apparenza, inculca il mantra del tutto e subito, mantiene una crescente tensione per evitare di programmare e progettare il futuro con raziocinio, incita a vivere come se non ci fosse domani, un’ottima scusa per gonfiare (oggi) la tasca di dietro del sistema dominante.
L’apparire sempre fighini e vincenti sta facendo perdere il senso della vergogna, o magari l’ha celata fra tatuaggi e taccate tamarre alla moda.
Proprio un esegeta di quel sistema affermò che non esistono pasti gratuiti, noi più che seguire guru di successo (quindi alla mercè del potere) o teorie riformiste (alla mercé pure loro) che di pasti ce ne vogliono vendere 10 al giorno, dovremmo riprendere qualche insegnamento della civiltà contadina e scoprire come delle ricette in apparenza inattuali non siano necessariamente scadute e che gli antidoti non sempre debbano essere prescritti, a volte è ammesso un salvifico fai da te.

No, non si tratta di cadere nella trappola ordo-liberista e calvinista di far sentire in colpa la vittima facendole credere che l’unica redenzione per un popolo dipinto come corrotto e prodigo di una nazione indebitata sia la cessione di sovranità e la sottomissione agli integerrimi tedeschi di Germania.
O si fa la fine dello schiavo che invoca la frusta.
Ma in quest’epoca subdola – dove l’opulenza si mischia al pauperismo e discernere l’una dall’altro è già di per sè una sfida – c’è bisogno che ognuno si riappropri con vigore di se stesso cacciando i troppi invasori che ci occupano alleandosi l’uno con l’altro.
Visto che ad essere nella medesima situazione siamo la maggioranza.

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Semplicemente Ayrton/La vendetta è un piatto che va gustato a Suzuka

2 Mar

Estoril, 23/09/1990: grazie al secondo posto conquistato davanti a Prost il nostro Ayrton Senna ha praticamente messo tutte e due le mani sul campionato.
Diciotto sono i punti di vantaggio sullo storico rivale con tre gare ancora da disputare.
Ma nel successivo GP di Spagna un radiatore tradisce Senna e dimezza il distacco, il francese della Ferrari ritorna così teoricamente in lizza per il titolo.
Il primo ad esserne felice è ovviamente… Ayrton Senna.
Ayrton ce l’ha in testa da un anno e quella rottura permette alla sua idea di non rimanere un’astrazione, visto che il prossimo GP si correrà il 21/10 proprio nella suggestiva pista di Suzuka dove l’anno prima l’acerrima rivalità fra i due ha toccato l’apogeo.

Obbligatorio un passo indietro di 365 giorni.
In Giappone si decide ancora il campionato, è stato così anche nel 1988, solo che adesso è Senna ad inseguire il compagno di scuderia.
Anche in questa stagione l’astro brasiliano è sempre una furia, quando finisce le gare in genere le vince ma i cinque ritiri per noie meccaniche pesano sul computo della classifica e per tenere accese le speranze di bissare il successo iridato Ayrton a Suzuka è obbligato a vincere.
Senna parte davanti a tutti ma Prost lo brucia alla partenza e tenta la fuga, lentamente però il brasiliano gli si riavvicina e quando mancano 6 giri alla fine sferra l’attacco al compagno di squadra ricordandosi il suo vecchio adagio “Non esiste nessuna curva in cui non si possa superare”.
O magari inventando l’aforisma proprio in quella circostanza.
Forse tentare di sopravanzare Prost nella chicane del tringolo non è stata l’idea più fruttuosa balenata a Senna nella sua carriera, o forse è stato proprio il Professore a tessere la trappola inducendo Senna alla spericolata manovra.
Qualunque sia la congettura più plausibile, Ayrton si fionda in uno spiraglio, Alain prima allarga poi chiude la traiettoria, i due si toccano e restano appaiati nelle loro Mc Laren a guardarsi con livore e compatimento, in una delle immagini più iconiche della Formula Uno.
Prost si sfila il casco e saluta la folla, quello che voleva lo ha ottenuto, Senna si fa aiutare dagli steward , riparte passando dalla via di fuga, trova il tempo di fermarsi ai box per cambiare il musetto rovinato e poi in autentica trance agonistica riesce a raggiungere e sorpassare Nannini, sempre nella chicane, ed a vincere la gara.
Altra impresa memorabile.
Mondiale riaperto.
Per poco.
Prost fa ricorso alla Direzione gara che squalifica Senna per condotta non regolamentare.
GP a Nannini, Mondiale a Prost, rapporti ulteriormente precipitati fra i due ed inizio di belligeranza tra Senna e la FIA fra accuse, multe, revoca della licenza, pensieri di ritiro, ed un senso di rivalsa che scandaglia l’animo del pilota di San Paolo.

Torniamo al ’90.
La pista nipponica per non smentirsi è ancora teatro di un possibile match ball.
Senna è sempre affezionato alla pole position e Prost, per il terzo anno di fila, gli è a fianco.
Proprio non possono fare a meno l’uno dell’altro.
Dopo la squalifica combinata a Senna l’anno prima il capo della Fia, il francese Balestre, si esibisce in un altra mossa di palese ingerenza, stabilisce cioè di far partire i piloti qualificatisi con un numero dispari (primo,terzo,quinto,ecc.) dalla parte sporca della pista rigettando la richiesta (lecita) di Senna che sbotta:”Uno si fa un culo cosi per fare la pole e dopo viene spostato nella parte più sporca della pista”.
Non occorre essere un giallista per capire chi sarà avvantaggiato da questa scelta.
Quella decisione, palesemente ingiusta e faziosa, è comburente per quelle braci che ardono dentro a Senna e fa rivivere in lui gli episodi di un anno addietro risvegliando (od esacerbando) gli istinti più vendicativi, se mai si erano assopiti.
Come previsto (e voluto) il campione francese al via ha la meglio su Senna che alla prima curva tiene la traiettoria interna ed entra senza frenare centrando il ferrarista e facendo uscire entrambi in una nuvola di polvere.
I due si incrociano non degnandosi nemmeno di uno sguardo, nessun alterco, nessuna rissa, Senna è calmo, non esulta anche se ha appena vinto il Mondiale, ha fretta di andare ai box, in una dissonanza cognitiva per il gesto istintivamente programmato.
Speronare Prost rientra in quel novero di azioni che non fanno stare meglio ma che un uomo sente come necessarie ed ineluttabili ed il compierle è un ulteriore sforzo e svilimento ma sarebbe altresì frustrante e fucina di rimpianti non metterle in atto.
Probabilmente il pensiero di quel gesto (macerato per un anno od anche solo per un giorno) è stato più edificante della sua mera realizzazione, peraltro attesa con fervente bramosia.
La dichiarazione a fine gara del neo campione del Mondo non lascia adito al minimo dubbio “Dedico questa vittoria a chi mi ha fatto perdere il mondiale ’89… Le corse sono fatte cosi’, a volte finiscono subito dopo il via, a volte a sei giri dalla fine…”.
Il ricorso di Prost stavolta non avrà l’esito dell’anno passato e quindi ufficialmente Senna è per la seconda volta Campione del Mondo

Liberazione: se fossimo costretti a riassumere, dalla prospettiva-Senna, quel GP e quella stagione con una sola parola, il termine più adatto sarebbe quello.
La collisione con Prost e la conquista del titolo iridato sono i due spaghi di un’ingarbugliata matassa assai complicata da stendere, come arduo è comprendere quale, dei due, sia stato il mezzo e quale il fine.
Ayrton riuscì a togliersi un mostro che aveva dentro, un peso che schiacciava la sua già complicata personalità, un nemico in più che si univa ad una nutrita compagnia, di cui si liberò divenendo l’esorcista di se stesso.
La vendetta ha un significato etimologico solitamente negativo, al pari della reazione, nella vita come nello sport, che trascina la vittima nella stessa suburra del carnefice finendo per coprirli della stessa onta.
Senna col botto di Suzuka sdoganò questo ignominioso comportamento con un gesto umano, impavido, intimo, individualista, personale, proprio di chi vuole riprendersi quanto scorrettamente depredatogli.
Il cattolico Senna sembrò affidarsi alla Dea Nemesi nel distribuire le pene secondo la legge del contrappasso: chi di sportellata ferisce, di sportellata perisce.
Il credente Senna non porse l’altra guancia ma vendicò quella colpita, non aspettò il Giudizio del Signore ma applicò – per una questione meramente terrena, viepiù prosaica come le corse – il proprio, di giudizi.
Il religioso Senna cedette al solipsismo, gli capiterà ancora nel corso della sua carriera.
L’uomo si affiancò al pilota per sistemare i conti con quelle che Ayrton riteneva delle ingiustizie ed assieme si inventarono (più che cercarono) una rivalsa nei confronti di chi voleva tarpare le ali al pilota più veloce con la politica e far provare a qualcun’altro la stessa sensazione, per punire, restituire, forse chissà, anche per sensibilizzare.
L’incidente con Prost nell’89 rappresentò una di quelle contusioni che di solito guariscono (quindi si regolano) in pista, mentre le decisioni del dopo gara (e quelle sull’ordine di partenza dell’anno dopo) furono un colpo secco, chirurgico e premeditato sferrato sopra un livido ancora pulsante che renderanno l’uomo in balia dei propri istinti di difesa più belligeranti.
Le manovre di palazzo raramente si esimono dall’essere dei soprusi e fecero scoprire, uno ad uno, i nervi di Senna, più avvezzo a circoscrivere la battaglia nel circuito che non nelle stanze del potere o a tavolino; col tempo Senna con quelle pelose situazioni imparò a conviverci, non certo a farci l’abitudine.
Il campione brasiliano fra i cordoli era un satanasso, più d’uno sosteneva che rischiasse sempre troppo e tenero non lo era mai stato con nessuno, cosicchè i suoi rivali l’avevano conosciuto alla svelta e a proprie spese e nondimeno lo avevano proclamato, obtorto collo, come il più bravo di tutti.
Ma con quel gesto Senna assurse a demiurgo, compì un balzo di autorevolezza, lui che aveva già spiccato il volo.
Fu un messaggio devastante per gli altri piloti: se già prima Senna era considerato (quasi) imbattibile ora anche i pensieri più meschini partoriti per batterlo, venivano disinnescati ed annientati alla fonte.

La vita regala degli insegnamenti quando meno ce lo aspettiamo: quella domenica mattina, con una sveglia spaesata a suonare all’alba, davanti alla televisione assistetti ad una lezione; sul rispetto, sulla remissività, sulla giustizia, sul diritto degli uomini a non farsi calpestare e a reagire, anche con la forza, quando i propri meriti vengono offuscati o peggio cancellati con metodi loschi da chicchessia.

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