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Liberismo cosa?

11 Ago

Spesso assomigliamo a quel cielo che promette tempesta e diluvi ma che arriva a partorire a malapena un’innocua pioggerellina.
Passiamo dall’indignazione alla timida protesta (o alla fievole reazione) peraltro tardivamente, sovente quando i buoi non solo sono già scappati ma anche difficilmente ritrovabili.
Lo facciamo quando il torto è palese, conclamato e consacrato o quando hanno toccato il nostro orticello, mentre se depredano quello del vicino, beh, dispiace, certo, ma sono poi affari suoi.
La vecchia storiella dei pochi uomini organizzati che riescono a comandare i tanti disorganizzati andrebbe riletta ogni tanto la sera prima di addormentarsi.
Il potere non la legge, perché la conosce a memoria e su queste debolezze ha imperniato le proprie fondamenta.
Quando si combatte ed in gioco c’è la sopravvivenza sarebbe d’uopo conoscere il nemico, diversamente è come menare dei fendenti a caso in aria mentre il tuo dirimpettaio ti fa arrivare delle chirurgiche sciabolate nei punti vitali.
E meno male che si inizia a parlare di liberismo e a metterlo sul banco degli imputati (invero mai abbastanza), ma se l’interlocutore non conosce il termine chissà a quali viaggi mentali si aggrappa e per un complicato meccanismo cerca altri colpevoli, magari proprio quelli che gli ha suggerito la fedifraga dottrina liberista.
Ricordate quando in qualche racconto si narrava di grigie città, cupe come le fabbriche che nascevano dalla sera alla mattina, coi fiumi che iniziavano la loro metamorfosi del colore e si respirava nell’aria l’acre odore del carbone, coi bimbi ficcati nelle canne fumarie e costretti a lavori pesantissimi in turni massacranti, dove chi si ammalava al lavoro perdeva il posto, dove il padrone della fabbrica era il padrone di tutto, macchinari e vite senza soluzione di continuità, dove nella società chi aveva la fabbrica e produceva poteva fare quel cazzo che gli pareva, ricordate?
Senz’altro, forse qualche tempo fa eravamo più sensibili, comunque sia, erano i tempi successivi alla rivoluzione industriale, metà Ottocento, primi Nocevento e le nuove teorie economiche che sembravano far spiccare il volo al Mondo, lo fecero implodere, portando solo inquinamento, miseria, tanta miseria, nascite di regimi e guerre in un diabolico circolo vizioso.
Tutti puntano il dito contro il nazionalismo quale fonte delle dittature e di future annesse disgrazie, omettendo gli effetti del liberismo.
I due conflitti mondiali scoppiarono dopo due periodi marcatamente orientati al laissez faire ed il passo dalla crisi alla guerra parve il più naturale possibile. Dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio dei’70 vi fu una pax farcita di grosse conquiste sociali, ma qualcuno che aveva (ed ha ancora) la bandiera a stelle e strisce si accorse, coi fidi alleati, che quell’architettura non gli avrebbe più permesso di aumentare oltremisura gli affari (che già facevano, ma non erano abbastanza).
Chicago boys, studio di teorie economiche in laboratorio, approccio ed applicazione da far impallidire l’idealismo tedesco, cinismo machiavellico: benvenuti nella seconda fase, quella del neo-liberismo.
Reagan e la Thatcher furono gli interpreti investiti dell’onore di essere i sovrani del neo-liberismo e loro non si tirarono certo indietro.
L’inizio fu volutamente inebriante in quegli scoppiettanti anni Ottanta, appositamente costruiti per non pensare e per non far vedere il retro della medaglia sulla quale si iniziavano ad incidere i precetti quali lo sfascio del welfare ed i capitali liberi di girare per il Mondo (con gli uomini a corrergli appresso), con la finanza che prendeva il posto della religione in un passaggio di consegne fra monoteismi.
Con qualche timida crisi, durata al massimo un colpo di tosse, si arriva ai primissimi ’90 e nel frattempo si sono tutti convertiti al nuovo pensiero dominante ed eccoci entrati nella fase attuale, che come precisa ogni volta il Professor Cassinadri, è quella dell’ordo-liberismo (ovvero ordine liberista): globalizzazione a go go, intensificazione della mondializzazione, crisi finanziarie create ad hoc, disastri curati da chi li ha creati, una società sempre più liquida guidata sempre più da entità astratte.
Il sistema non è nemmeno da mettere in discussione, solo che prima i profeti, gli esegeti e gli attori erano dichiaratamente liberisti, mentre oggi si sono travestiti da progressisti e tante altre maschere.
Un perfido mix fra il divide et impera e il trompe l’oeil.
Ma in concreto, molto in concreto, cos’è il liberismo?

La distruzione delle piccole comunità è il liberismo.
La distruzione delle piccole imprese è il liberismo.
La distruzione di tutto ciò che è piccolo è il liberismo.
La distruzione di usi, abitudini e tradizioni è il liberismo.
La demonizzazione di tutto ciò che è pubblico e collettivo è il liberismo.
L’eliminazione del concetto di interesse comune è il liberismo.
Screditare tutto ciò che si rifà al passato è il liberismo.
Le crisi finanziarie create ad hoc per poter attuare manovre draconiane è il liberismo.
Mentire sulle teorie economiche è il liberismo.
Mentire su cause e rimedi delle crisi è il liberismo.
Le riforme di cui ha bisogno il nostro Paese sono il liberismo.
Le balle e le vigliaccate per far passare le riforme sono il liberismo.
Il way of american life è il liberismo.
L’Euro è il liberismo.
Il ci vuole più Europa è il liberismo.
Il ce lo chiede l’Europa è il liberismo.
Il ce lo chiedono i mercati è il liberismo.
Lo spread è il liberismo.
La situazione in Grecia è il liberismo.
I trattati sul commercio internazionale sono il liberismo.
La globalizzazione è il liberismo.
I mercati finanziari sono il liberismo.
Il potere dei mercati finanziari è il liberismo.
L’eliminazione di tutte le autonomie è il liberismo.
La chiusura del punto nascite a Castelnovo è il liberismo.
La riduzione dei posti letto e di altri reparti iniziata anni fa a Castelnovo è il liberismo.
Le chiusure di reparti in altri ospedali d’Italia è il liberismo.
La sanità fonte di ricavi è il liberismo.
Fra sette mesi con la mutua e domani a pagamento è il liberismo.
La sanità americana a pagamento è il liberismo.
La sanità americana dove un gesso ad un polso costa 20.000 $ è il liberismo.
La sanità americana dove se stai morendo ma sei senza assicurazione nessuno ti caga, è il liberismo.
Operare pazienti senza motivo è il liberismo.
I pesticidi negli alimenti sono il liberismo.
Gli ormoni negli alimenti sono il liberismo.
I pesticidi e gli ormoni messi volutamente negli alimenti sono il liberismo.
Anche negli alimenti dei bambini è il liberismo.
Far mangiare della merda pur di guadagnare è il liberismo.
Avvelenare pur di guadagnare è il liberismo.
Il latte ed i suini importati dall’estero sono il liberismo.
La frutta e la verdura distrutte per poi acquistarle da altri Stati sono il liberismo.
I tagli alla scuola pubblica sono il liberismo.
I contemporanei incentivi alla scuola privata sono il liberismo.
La scuola pubblica scadente per molti e quella privata eccellente per pochi è il liberismo.
La demonizzazione della cultura è il liberismo.
Rincoglionire la gente con luccicanti cazzate è il liberismo.
Lobotomizzare la gente con la tecnologia è il liberismo.
Inneggiare ad una società senza radici è il liberismo.
Gli edulcorati neologismi inglesi sono il liberismo.
L’eliminazione delle lingue nazionali e dei dialetti è il liberismo.
Le pensioni da fame sono il liberismo.
La pensione che non ci daranno è il liberismo.
L’azienda che de-localizza è il liberismo
Un ragazzo precario è il liberismo.
Un cinquantenne precario è il liberismo.
L’insegnante pubblico precario è il liberismo.
Rendere tutto precario è il liberismo.
Gli esodati sono il liberismo.
La disoccupazione creata appositamente per ridurre i salari è il liberismo.
Far passare la voglia di lavorare è il liberismo.
Il debito pubblico creato appositamente per destabilizzare il welfare è il liberismo.
La demonizzazione del posto fisso è il liberismo.
La fine del posto fisso è il liberismo.
Le guerre chiamate in mille altri modi sono il liberismo.
L’immigrazione selvaggia è il liberismo.
Servirsi degli immigrati per togliere i diritti a tutti è il liberismo.
Lo sfruttamento dei paesi poveri è il liberismo.
Voler far diventare poveri altri paesi è il liberismo.
Il produci consuma crepa è il liberismo.
Far girare le merci, il capitale e le persone come trottole è il liberismo.
Rendere tutti apolidi è il liberismo.
Vedere l’uomo come il mezzo per produrre è il liberismo.
La massimizzazione del profitto è il liberismo.
Le multinazionali sono il liberismo.
I metodi delle multinazionali sono il liberismo.
Gli effetti delle multinazionali sono il liberismo.
Privatizzare tutto è il liberismo.
Privatizzare anche l’acqua è il liberismo.
Privatizzare impoverendo il privato è il liberismo.
Trattare l’uomo alla mercé dell’oggetto che produce è il liberismo.
Togliere la sovranità è il liberismo.
Togliere l’indipendenza è il liberismo.
Togliere la dignità è il liberismo.
Inneggiare all’uomo usa e getta è il liberismo.
Basta che si guadagni è il liberismo.
I servizi pubblici non possono essere in rimessa è il liberismo.
Il più bravo è chi guadagna di più è il liberismo.
Il cinismo come costante è il liberismo.
Mettere uno contro l’altro è il liberismo.
La guerra fra i poveri è il liberismo.
Togliere i diritti uno alla volta è il liberismo.
Togliere i diritti e farti sentire in colpa perché finora li hai avuti è il liberismo.
Il fumo negli occhi di certi diritti per toglierne altri è il liberismo.
La manipolazione della realtà è il liberismo.
Far credere sempre alla versione ufficiale è il liberismo.
Creare una cittadinanza allineata al pensiero unico è il liberismo.
Solleticare gli istinti più biechi è il liberismo.
Ignorare la pietà è il liberismo.
Creare disagio sociale è il liberismo.
Rendere la società liquida è il liberismo.
Creare una società esasperata è il liberismo.
Creare fratture sociali è il liberismo.
Cancellare la storia senza nemmeno riscriverne un altra è il liberismo.
La plutocrazia è il liberismo.
Lo sfruttamento delle persone è il liberismo.
Il disprezzo per il debole è il liberismo.
Il disprezzo per il povero è il liberismo.
Il disprezzo per il perdente è il liberismo.
L’ossessione per il successo è il liberismo.
L’ossessione per la ricchezza è il liberismo.
L’invenzione di nuove classi sociali è il liberismo.
Creare disparità disuguaglianze sociali è il liberismo.
La discriminazione di classe è il liberismo.
L’annientamento intellettuale è il liberismo.
Soffocare il libero pensiero è il liberismo.
Rendere reietti i dissidenti del pensiero unico è il liberismo.
Spacciare la spersonalizzazione per individualismo è il liberismo.
Fottersene dell’ambiente in cui viviamo è il liberismo.
Produrre per consumare è il liberismo.
Sobillare una vita di facili guadagni è il liberismo.
Far sentire in colpa il povero è il liberismo.
Costringere tutti ad essere imprenditori di se stessi è il liberismo.
Costringere la gente ad emigrare è il liberismo.
Attirare con l’inganno i migranti è il liberismo.
Non avere regole è il liberismo.
L’utero in affitto è il liberismo.
Eliminare le parole equità,sociale, morale e coscienza, merito è il liberismo.
Far soffrire le persone pontificando che è colpa loro è il liberismo.
Prima il soldo poi il soldo è liberismo.
Il soldo che deve generare altro soldo è il liberismo.
Il soldo nelle mani di pochissimi è il liberismo.
La creazione di un cinismo preistorico nel tempo moderno è il liberismo.
Trovare il modo per impoverire i poveri è il liberismo.
Trovare il modo per arricchire i ricchi è il liberismo.
Far credere ai poveri che si stiano arricchendo è il liberismo.
Far credere ai poveri che un giorno si arricchiranno è il liberismo.
Far tornare l’epoca della schiavitù è il liberismo.
Far invocare le catene agli schiavi è il liberismo.
Farsi sostenere dalla parte che si massacra è il liberismo.
Illudere i sudditi che diventeranno sovrani è il liberismo.
Non si può tornare indietro è il liberismo.
Non c’è alternativa a questo sistema è il liberismo.
Illudere che tutto sia possibile e raggiungibile è il liberismo.                                        
Una mano che ti impoverisce e l’altra che ti tenta è il liberismo.
Sradicare l’uomo dal suo territorio senza più dargli una dimora è il liberismo.
Far rimanere le persone in uno stato perenne d’ansia è il liberismo.
Eccitare per nascondere è il liberismo.
Curare il profitto e non il malato è il liberismo.
Fare affari solo col privato, ma chiedendo aiuto allo Stato quando va male è il liberismo.
Fare affari solo con certi privati escludendo tutti gli altri privati è il liberismo.
Ripetere sempre a pappagallo i mantra sulla crescita, sulla competitività, sui sacrifici, sugli investimenti dall’estero e sulle sfide internazionali è il liberismo.
Spremere le persone come limoni e ringraziandoli con un calcio nel culo è il liberismo.
Spaventare col sicuro e rassicurare col pericoloso è il liberismo.
Illudere poi annientare è il liberismo.
Creare finti bisogni è il liberismo.
Soffocare i reali bisogni è il liberismo.
Vivere pensando solo il PIL è il liberismo.
Favorire sempre il grosso e massacrare sempre il piccolo è il liberismo.
Lo smantellamento dello stato sociale è il liberismo.
La macelleria sociale è il liberismo.
I ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri è il liberismo.

Compreso il liberismo si può passare a parlare dei liberisti.
Un’associazione di idee non così scontata, come vedrete.

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Dopo vent’anni il candidato (ri)svolga la traccia

29 Ott

La situazione poteva apparire come un punto a favore di chi sostiene che abbiamo un destino.
Ma quelli dell’altra parte – fautori che ognuno di noi si crea il proprio – replicherebbero da par loro.
Ed entreremmo in una delle più classiche aporie.
Comunque sia, vent’anni fa trovai sul banco della maturità questa traccia, che solo gli inviati del TG1 chiamano così, visto che per noi quello era IL TEMA di italiano:

“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” (C. Pavese).
Discutete e sviluppate con riflessioni personali il principio enunciato nel passo su riportato.

La scorsa del titolo mi riportò, ridanciano, al pomeriggio del giorno prima, quando Mauro Pigozzi attingendo alle fonti di quel che rimaneva del Kgb mi diede la soffiata che l’argomento del tema d’attualità sarebbe stato internet.
Con fare complice lo ringraziai sentitamente come si ringrazia un amico che pensa agli altri (lui è un companeros coerente) ed anche se già allora eravamo fratelli, attesi pudicamente di riattaccare la cornetta prima di esclamare tra me e me ad alta voce “Ah, internet!Ma che cazzo è poi ‘sto internet?”
E via di corsa in biblioteca, visto che internet non c’era ancora al Peep.
(Domani quando sentirò Mauro gli chiederò chi fu quell’idiota che mise in giro la voce)
Pure a quell’età sentivo il bisogno di scrivere, solo che ancora non lo sapevo.
E quindi non lo facevo, se non in qualche forma embrionale.
Avevo già un rapporto sereno ed amichevole col concetto di passato, imperniato su atavici richiami che lo rendevano un habituè del mio giovane logos.
Senza forzature, era quella che si diceva una frequentazione spontanea.
Una, due, tre letture – che non si sa mai – ed una buona fetta di tensione decise di levarsi dal mio stomaco per fare spazio alla consapevolezza che avrei fatto un buon tema.
Perché un miglior titolo non poteva capitarmi.
E così fu.
Ma da un pò mi balena l’idea di rifarlo, quel tema.
Ecco qui.

In natura solo gli alberi con le radici solide e profonde, che si diramano il più possibile, possono crescere forti, rigogliosi ed indipendenti.
Ogni centimetro di terra conquistata è l’avvicinamento a qualcosa percepito come nettare vitale, un richiamo al centro della terra, all’origine della vita.
Ma anche questi alberi possono ammalarsi e soccombere, figuriamoci quelli con radici precarie o gli esili arbusti che di radici posseggono si e no un surrogato.
L’uomo è l’animale più intelligente ma anche quello dotato del più alto tasso di autolesionismo.
La sua principale forma di apprendimento è l’imitazione, che presuppone un qualcosa di preesistente.
Il passato è inciso nell’anima delle persone, e in maniera silenziosa come solo il divenire può essere, in parte è tramandato geneticamente e con chissà quali alchimie: certi comportamenti, archetipi, cliché e paure derivano da quel biologico e sofisticato passaparola sul quale poggia la macchina-uomo.
Le esperienze di ognuno sono parte stessa delle persone.
Ma non basta affidarsi al Dna e all’istinto.
Dobbiamo imparare a frequentare appieno questo archivio (che diventa ogni giorno più vasto, ricco ma anche dispersivo), guardare negli scaffali, scegliere i documenti più attinenti ed interpretarli.
Consci che questi documenti si presteranno a più versioni dello stesso esegeta senza che nessuno lanci accuse di ondivaghismo.
Il passato è un amico consigliere dotato di scarsa iniziativa, che fa sentire la propria opinione raramente.
Fa il prezioso, sa di esserlo, va interpellato con dedizione ed abnegazione e col rispetto un pò ossequioso che meritano le cose dotte.
E’ il depositario di una materia intelligibile ma sovente si comporta come quel vecchio nonno che teneramente fa sempre la stessa giocata per permettere al nipotino di strozzargli il carico e renderlo più emancipato.
Peccato che il discente non di rado rimanga ignorante, inetto ed insipiente.
L’esplorazione e lo scandagliamento del passato rappresentano una spiritualità immanente per vivere la propria esistenza in prima persona e non per conto terzi.
Un uomo privo di storia vive a discapito di se stesso.

Lo Stato – in un insostenibile equilibrio fra irredentismo, autonomia ed atrocità- è la massima espressione del concetto di comunità, a sua volta proiezione dell’individuo.
La storia di uno Stato non si limita alla contemporaneità o ad un esiziale positivismo, quello che è successo prima ci condiziona perché ha plasmato una collettività.
Se uno Stato non fa i conti col proprio passato arriva il redde rationem, che oggi ha le vesti luccicanti dell’ultra liberismo.
Una foggia che cela comunque la solita falce portatrice di morte.
E’ più vitale fare i conti con il proprio passato che ignorarlo acriticamente.
Senza il caldo soffio di quel che fu, una comunità al massimo sopravvive, ma non tarda ad imboccare il cunicolo dello straniamento che la conduce all’oblio e all’assopimento.
La cancellazione del passato preclude il futuro, poiché chiude delle porte che getteranno ombre e faranno rimanere bui altri pertugi, altri passaggi.
Nei quali si inserirà perfidamente qualcun altro.
L’uomo ogni giorno si evolve e crea del passato, ma rischia di dimenticarselo.
Il corso d’acqua che ci ha levigato non deve sfociare nella consuetudine.
Non è un inno allo storicismo in sè e per sè o un capriccio da nostalgite: il passato non può essere il punto di arrivo ma un balsamico viatico per il domani.
Chi è fanatico della propria storia non sopporta le altre, chi una storia non ce l’ha non ne concepisce il mantenimento per nessuno.
La storia non è da inseguire, da mitizzare tout court, nemmeno da replicare, ma una sorta di pietra filosofale dalla quale attingere.
Il nostro paese è sempre rimasto in coda senza mai riuscirci e quando ha voluto recuperare schiacciando l’acceleratore sul fanatismo ha precluso per sempre la creazione di un senso di appartenenza nazionale.
L’Italia è un esempio didascalico di eredità perduta, un sinistro con concorso di colpa fra gli esperimenti della globalizzazione (che stanno tranciando una ad una tutte le incantevoli identità locali) e la cronica imbelle pavidità del suo popolo.
Ignorare la storia è stupido e pernicioso esattamente come farsela scippare.

Oggi la frase di Pavese suona ancora più cupa, un presagio della fase 2.0 del liberismo d’assalto iniziata nei comodi e spensierati anni Ottanta ed arrivata senza soluzione di continuità fino al terzo millennio digitale.
Quello che allora pareva un semplice monito dopo soli vent’anni echeggia come un disperato tentativo di salvataggio.
Che temo si perderà nel vuoto.
L’essere umano è stato livellato ad una sua invenzione,il computer:con un colpo di spugna si cancella il vecchio sistema operativo che deve durare al massimo un paio di stagioni e poi via col nuovo giro.
Parimenti, lo Stato è un concetto (grossomodo) settecentesco che qualcuno ha deciso di dismettere perché il Potere viene espletato meglio in altre forme, diciamo così, più globali.
Cancellare la storia è stato il refrain di uno dei romanzi distopici più visionari:si vuole combattere la storia perché chi guarda al passato assorbe una moltitudine di persone, esperienze, idee, luoghi e situazioni che porta dentro di sé, sprigionando una salvifica spinta vitale.
Ed è più facile attaccare un uomo solo che un simile condensato di vite.
Un tempo (e non serve scomodare i secoli scorsi) chi possedeva esperienza – logicamente le persone anziane – assurgeva ad oracolo ed era il custode di un prezioso tesoro che veniva tramandato quotidianamente coi rapporti personali.
La conoscenza del passato era sinonimo di saggezza e quindi di considerazione, mentre adesso è un inutile fardello che ostacola i piani modernisti e va derisa ed isolata per il suo odore popolare e stantio.
E’ molto più cool il caotico isolamento da tecnologia, habitat ideale per bombardare l’inerme suddito di slogan inneggianti ad un futuro e ad oggetti che si esauriranno dopo poco perché di questo vive il turbo-capitalismo.
Sono i neologismi dell’esistenza.
Ci fosse stato il vaticinato tema su internet – in quel giugno targato 1996 – sarebbe stato un inquietante passaggio di consegne.
Oramai sono in troppi a credere che la vita sia lì, nella Rete, con tutto a portata di click dove internet incarna i nuovi crismi della sacralità:profeta, tavola e verbo.
Anche la Trinità passa alla connessione multimediale.

Siamo perché eravamo.
Come eravamo, per essere ancora.
Il passato per costruire il futuro.
La vecchiaia che galvanizza la gioventù.
Nutrirsi della storia per mantenere e creare.
I paradossi e le dicotomie di cui è costellata la vita ci aiutano a svelarla.

Il 1992

8 Apr

Ci sono degli anni che sono un tale agglomerato di eventi da farli sembrare più lunghi dei canonici 365 giorni.
Anni cruciali, spartiacque, che hanno ricevuto la chiamata e l’investitura da parte della Storia ancor prima di terminare.
Il 1992 rientra in quel ristretto novero.

Si parte col botto di Tangentopoli, fenomeno vaticinato da almeno un decennio (ancor prima della famosa questione morale berlingueriana).
Il depistaggio da noi è sempre stato uno sport nazionale al quale l’informazione non ha mai saputo rinunciare.
Approcciarsi a quella stagione richiede impegno.
Qualcuno ha ripetuto all’ossesso l’audace teoria del Golpe Rosso, col risultato di aver invertito il senso della realtà: in Italia il cattivo (e pure rompicoglioni) è chi scopre il reato, non chi lo commette.
La difesa non fu che gli accusati non rubassero, ma che c’era qualcun altro che rubava come o più di loro.
Era il sistema, bellezza.
Come se compiere un reato in compagnia, anziché da soli, abbassi la sua gravità.
Eppure fu questo il messaggio che uscì dalla Camera dei Deputati il 29/04/1993 dopo il discorso di Craxi.
La Camera dei Deputati, non una sala da biliardo.
Definire bolscevichi Piercamillo Davigo ed Antonio Di Pietro strizza l’occhio più al fantasy che al complotto a falce e martello.
Tant’è che proprio la figura più carismatica di questi presunti giacobini (Di Pietro) era corteggiato un giorno sì e l’altro pure da Berlusconi (non un omonimo, proprio lui) per andare a fare il Ministro dell’Interno.
Il Pool di Mani Pulite assomigliava talmente ad un Soviet che la Lega e soprattutto l’allora MSI si schierarono apertamente (nei dibattiti e nelle piazze) a favore dell’inchiesta milanese: chissà come mai in quel momento la giustizia ad orologeria suonò proprio nel momento giusto?
In compenso la semantica iniziò ad accusare seri problemi d’identità per colpa di due paroline – già di loro liquide – e vieppiù usate alla cazzo: giustizialismo e garantismo.
C’è un’altra tesi piuttosto ardita che val la pena confutare, ovvero che le lobby internazionali (che esistono, sia chiaro) sfruttarono un tema di forte impatto popolare (la corruzione) per destituire i politici di allora – ipotetici baluardi degli interessi nazionali – spianando definitivamente la strada al disegno liberista.
Se Di Pietro fosse stato un uomo difeso da fantomatiche Spectre non avrebbe subito tutti quei procedimenti dopo le sue dimissioni e se gli altri giudici “politicizzati” fossero stati protetti da influenti tycoon o think thank non avremmo mai udito il celebre “Resistere, resistere, resistere”.
In realtà la svendita del Paese fu sancita proprio da quella classe dirigente che in queste congetture dovrebbe essere la parte lesa.
L’entrata nello Sme (l’antesignano dell’Euro), il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, le privatizzazioni selvagge con l’Iri sono tutti regali di quei politici della Prima Repubblica e i prodromi a quanto sarebbe accaduto: la sovranità – se mai l’Italia ne abbia avuta una – era stata perduta proprio per colpa loro.
Oltre ad aver allegramente scippato e stuprato un’intera Nazione in un cortocircuito morale e legale.
E’ vero, tutti quelli venuti dopo han tentato disperatamente di farli rimpiangere (e solo per questo meriterebbero un girone dantesco ad personam), ma questi peana per assurgere a insigni statisti chi non lo fu, paiono francamente inappropriati.

Questa non vuole essere un ode per Mani Pulite.
Ce ne sono di cose che non tornano: una certa benevolenza verso il PDS come diversi protagonisti dell’epoca (inteso nella sua accezione più negativa) rimasti misteriosamente immacolati ed intonsi non risultando nemmeno sfiorati dall’inchiesta.
Ancora, dubbi anche sulla tempistica: la caduta del Muro giocò un ruolo chiave, come forse l’opinione pubblica ormai esacerbata ma un’inchiesta giudiziaria andrebbe avviata a prescindere.
Chi parla di occasione perduta e disillusione non sbaglia, ma ricordiamo che la Magistratura applica le leggi del Parlamento, non le proprie (che non esistono).
E subito dopo quel biennio ci fu la corsa bipartisan per riformare la giustizia e l’abuso d’ufficio ed altri reati dei colletti bianchi, segno che i Pm avevano colto nel segno.
Il nuovo che uscì fu qualcosa di vecchio, fra ricicli e restyling (la stessa cosa di oggi).
Il sistema di potere, perso un interlocutore, ne trovò subito un altro.
Perché sono due destini che si uniscono (cit.) o parafrasando Gazzè “E non poteva andare altrimenti”.
La voglia di indignarsi era ancora inoculata negli italiani: oggi si ruba molto di più (denaro e diritti) ed è percepita come la prassi.
E i comportamenti sembrano (sono?) come irredimibili: chi è stato condannato è tornato a ricoprire gli stessi ruoli.
Non c’è una metafora più adatta di quella che usò Luttazzi a Raiperunanotte.
Anche il disonore ha subito una mutazione genetica.
Gli Avvisi di Garanzia si sono trasformati da onta a vanto: si ostenta quello di cui ci si dovrebbe vergognare.
Abbiamo perso un treno.
La cosa grave è che ci manca la forza per riprovare a fare il biglietto.

C’è un filo rosso che unisce tutti gli anni di grandi cambiamenti in Italia.
Rosso, come il sangue delle stragi e degli attentati: nel 1969, nel 1974, nel 1978, nel 1980, nel 1984.
Nel giro di due mesi – in quel 1992 – la speranza aveva fatto la stessa fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Toccò al loro padre putativo Antonino Caponnetto pronunciare con un filo di voce la frase più devastante che il destino potesse riservargli “E’ finito tutto…”.
Uccisi due volte, perché la loro lezione, i loro principi ed il loro esempio sono andati dissolti.
Peggio, profanati.
Citati solo pro domo sua nella quintessenza di una retorica quantomai contigua, anzi correa a ciò che i due magistrati combattevano imperniata dal “Funerali tutti presenti” (Maudit, Litfiba).
Se gli esecutori paiono facilmente identificabili, ecco, sui mandanti qualche dubbio aleggia.
Come sul movente.
Trattative in corso, ricerca di nuovi interlocutori, reazione ai processi, reclamo d’impunità, strategia per giustificare uno Stato di assedio (più finanziario che militare) o l’inizio di una nuova epoca.
Di queste una, tutte, nessuna o altre centomila.
Qualsiasi tipo di fallimento/Ha bisogno della sua claque/Legalizzare la mafia/Sarà la regola del Duemila/Sarà il carisma di Mastro Lindo/A regolare la fila (De Gregori nel 1989).
Le due tragedie scossero fortemente l’Italia, che però nello stesso periodo versò non meno lacrime per la morte di Caroline in Beautiful.
Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua clacque, appunto.

Il 1992 è un romanzo che annovera nei suoi capitoli anche trame squisitamente economiche.
Un bravo lettore per addentrarsi in tanti meandri dovrebbe adottare un approccio olistico.
Invece tutti ricordano il prelievo forzoso di Amato, perché l’italiano guarda la pagliuzza e non la trave.
Non va oltre.
Anziché allargare il campo, lo restringe.
In queste pagine la sovranità economica è il convitato di pietra.
L’ultimo a difenderla fu Enrico Mattei e per certi versi Moro.
Al netto del marciume dilagante, una Lira agganciata al Marco era insostenibile ed i nodi vennero al pettine (chi sostiene il contrario o è un incompetente, o è in malafede o crede ancora alle favole).
Qui la corruzione c’entrava poco, dato che c’era anche prima e ci sarà anche dopo.
Nel 1992 erano le partite correnti il problema (come lo saranno nel 2011), cioè l’indebitamento con l’estero figlio di quegli accordi europei che non si sono formati per autocombustione, no, qualcuno li ha firmati.
Una strategia dissennata si ostinò a difendere il cambio ad oltranza prosciugando le riserve valutarie anziché riprendersi per tempo la leva monetaria, ergo una buona fetta d’autonomia.
Ma in questo modo non si sarebbe potuto proseguire con le privatizzazioni, con la riforma delle pensioni ed altre simpatiche misure draconiane contenute in quella Finanziaria e nei suoi sequel.
L’Italia trasse beneficio dal momentaneo cambio libero (pensa un pò, averlo fatto prima per mantenerlo per sempre no, eh?), per qualche anno crescette ma una simil-sindrome di Stoccolma la spinse ad ulteriori sacrifici proprio per tornare nello stesso pozzo buio che l’aveva ridotta così (Euro, arrivo!).
Una forma di bondage ante litteram.
Senza soluzione di continuità fino ad oggi, anziché eliminare lo spreco del pubblico da loro creato ad hoc, si toglie direttamente tutto il servizio con una sana macelleria sociale.
La liturgia della nuova frontiera liberista odia aprioristicamente tutto ciò che è pubblico ed esige lo sbudellamento di quei diritti tanto sudati ma così fuori moda (per chi non ne ha bisogno).
Le chiamano crisi finanziarie, ma non sono il lato oscuro di questo sistema economico, bensì uno degli architravi.
Senza questi shock non si riuscirebbe mai a far accettare alle persone delle scelte così impopolari ed umilianti.

Il 1992 è stato un anno vissuto pericolosamente di cui porteremo appresso per sempre le cicatrici nell’anima, dove gli anatemi e le catastrofi non sono state trasformate in opportunità.
Che sono svanite al largo, esattamente come il panfilo Britannia.

Ottanta all’ora

18 Feb

Se gli anni Settanta, in Italia, sono ufficialmente iniziati con Piazza Fontana (la mamma di tutte le stragi, il 12/12/69), gli Ottanta vedono la luce il 02/08/80 nella stazione di Bologna.
Dopo un decennio di esasperazioni la parola fine viene apposta con la stessa vigliacca modalità di come erano iniziati gli Anni di Piombo, ma diametralmente opposte saranno strategie e finalità.
Meccanismi disumani e perversi che l’intelletto e la pietas faticano a comprendere.
Il decennio vedrà poi i titoli di coda, in mondovisione ed a reti unificate, con la caduta del Muro e la rivolta di Piazza Tienanmen per proiettarsi negli enigmatici, illusori e contraddittori Novanta (http://shiatsu77.me/2014/09/29/la-speranza-faceva-novanta/).
Gli Eighty hanno più di trent’anni ma non li dimostrano, fedeli alla propria effige di eterni e scanzonati teenager.

Giudicare un periodo senza farsi condizionare dai ricordi (specie se giovanili) è dura.
Sono stati anni divertenti, erano costruiti per quello, il risultato dell’utilitarismo di Bentham e Stuart Mill: tutto va ben (Madama Marchesa) purché dia piacere.
A pensare faremo in tempo domani.
Un proposito che stiamo ancora rimandando.
Non che la sostanza mancasse, semplicemente le veniva preferita la forma (più appariscente che elegante).
Ci si prendeva poco sul serio, anche le ultime puntate della Guerra Fredda avevano perso credibilità.
Prevedibili come il finale di Rocky 4.
L’Italia, all’acme della propria crescita economia, non lo sapeva ma stava già sprofondando: corruzione endemica, illegalità diffusa, svendita del paese e vittima sacrificale del disegno liberista internazionale.
L’Oscar per il miglior attore protagonista sarà un ex aeqo fra Reagan e la Tatcher, quindi un anatema.
La Regina del decennio invece è stata lei, la Televisione, in una nuova livrea un pò imputtanita.
I radical-chic – consigliati dalla loro immancabile coda di paglia – amano scegliere come capro espiatorio il Drive-in (salvo non essersi persi nemmeno una puntata).
Considerando la fucina di comici che ha sfornato, meglio cercare altrove il male della TV (telenovelas allora, reality e cronaca nera oggi).
Chi vi dice che siano anni irripetibili è perché ha provato a cotonarsi i capelli come allora.
Remake impossibile, nemmeno se ci si affida al parrucchiere di Branduardi.
Si deve a quel periodo lo sdoganamento del tamarrismo, oggi quanto mai rinfocillato, esattamente come le All Star e le Superga (aromi compresi, riesumati pure quelli).
Sotto il vestito niente, o comunque poco.

Associare la musica ell’epoca Ottanta significa entrare un’aporia.
Per comprendere il passaggio dal decennio precedente possiamo prendere a paradigma i Queen: ascoltare il Greatest Hits I e poi il II per credere.
Nei Settanta sui loro dischi capeggiava la scritta No Synthetizers, dopo si convertiranno anche loro.
Meglio?
Peggio?
Elettronica o no, quando c’è qualità il problema non si pone o si rischia di diventare manichei.
Gli Ottanta musicali sono stati idolatrati, demoliti e riabilitati.
Ancora oggi c’è chi li adora e chi li brucerebbe.
Credo ci siano cose straordinarie e un bel pò di merda.
Ma non più di oggi, anzi.
Limitarsi a Gioca Jouer e Tarzano Boy (ottimi brani, da ubriachi) o Smile di Jerry Scotti (neanche da ubriachi, forse dopo l’elettroschok) è fuorviante.
In quel decennio poi c’è la summa dello sport.
Calcio, Formula Uno, Tennis, Rally, Basket, Motomondiale: tutto inavvicinabile.
Si sono dati appuntamento una pletora di talenti per epici duelli, ancora incontaminati da esigenze televisive, tirate di culo degli sponsor o controlli elettronici.
E poi c’era 90° Minuto con le sue pause chilometriche, i suoi ritmi blandi, i suoi riti prevedibilissimi ma attesi ogni domenica con ansia.

Opporsi agli Ottanta, avendoli vissuti, era quasi impossibile.
Nel decennio le voci fuori dal coro c’erano ma venivano fagocitate dall’edonismo fino a renderle smaccatamente anacronistiche, oltremodo astanti esattamente come chi le proferiva (durante una feste quante cose non si sentono…).
Gli Anni Ottanta vivevano di pubblicità, erano essi stessi pubblicità e, seppur monopolisti, vendendo il loro prodotto all’inizio non hanno fatto pagare niente.
Ma gratis non c’è nulla, il redde rationem è un tipo dalla buona memoria.
Ti facevano credere che il protagonista eri proprio tu, confessandoti solo dopo che invece eri solo la vittima.
Sono il prototipo della attuale società imperniata sul non-pensare e la decadenza morale si è impennata in quegli anni, ma rimpiangerli (o ricordarli con un pò d’affetto) non è sinonimo di dissonanza cognitiva.
Perché ancora la speranza era palpabile.
Perché il nuovo aveva appena attecchito quindi la semplicità a la voglia di stare insieme venivano ancora a galla.
Perché a desiderare un pò di spensieratezza non si cade nell’ignominia.
Perché c’era sì la consapevolezza che il mondo stesse cambiando, ma come nelle favole c’era l’illusione di poter prendere solo il buono di quel nuovo corso cristallizzando il resto.
Ah, le favole.
Erano gli anni della Milano da bere.
Abbiamo bevuto.
Anche troppo.
Gli Anni Ottanta sarebbero l’ideale complemento d’arredo (minore) di ogni decennio, ne sono invece purtroppo diventati i muri portanti.
Ed è forse oggi, e non trent’anni fa, che non ci resta che piangere (Andrea Scanzi dixit).

La speranza fa(ceva) Novanta

29 Set

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza.Della lotta.Dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche rabbiosi e truci dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
E’ stato un periodo che ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto che stavano cercando, magari con un pò di presunzione, di cambiare il mondo (cit.).
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto, forse troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: craxismo e Milano da bere, yuppies e pubblicità.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero, con in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un pò oppio per il popolo e un pò canto del cigno, il cui redde rationem bussa oggi.
L’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del liberismo a discapito dei diritti e del ragionamento nacque allora.
Gli ’80 sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di averli imbavagliati in una definizione loro sono già sgusciati via.

Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla democrazia ed alla libertà (l’Urss) quasi tutti si sono convertiti al monoteismo dell’egida Usa, noti esportatori di democrazia e libertà, nonché strenui pacifisti.
A casa loro (Lele Cassinadri dixit).
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il “sistema” disse “Divertitevi ed esagerate pure!”, coi Novanta si volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo lo stesso filone.
Forse volevano superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse erano la sua emanazione edulcorata e patinata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare sottotraccia (il popolo di Seattle, quello di Mani Pulite, una voglia di indipendenza e legalità diffusa) pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Proteste autentiche, risposte (pronto uso) di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei ’70 durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e mistificare il pensiero dissidente.
Nei ’90 la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Quando il potere finge di riformare sceglie la faccia più pulita (Blair, Clinton, lo stesso centrosinistra italiano), perché si potrà permettere certe cose.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco: in Italia – paese dove non sempre due più due fa quattro – non contenti di vent’anni di fascismo e cinquanta di Democrazia Cristiana abbiamo voluto provare anche l’ebrezza di un altro ventennio (ed ora del suo sequel).
Pur intensa la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove No Logo è diventato un logo (il copyright è di Ime).
Dove ad una evidente voglia di autonomia (tema quanto mai attuale) si è accompagnato il consacramento dell’Euro, ovvero la perfetta antitesi.
Dove il protocollo di Kyoto si scontra con la propagginazione degli Ogm.
Dove la pace di Camp David fa da contraltare alle guerre in Jugoslavia.
Dove uno Stato per combattere la mafia viene a patti con essa.

Ogni epoca si rilette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa).
Se nel decennio Ottanta musica e cinema erano sì gradevoli ma non certo eccelsi (pur con alcune punte di valore assoluto), in quello successivo la qualità salì considerevolmente.
Ed ecco la solita manifestazione di bipolarismo: come spiegare altrimenti l’investitura di Jovanotti a profeta ed icona del progressismo made in Ninety?
Se la sinistra è quasi affossata lo deve anche agli artisti da cui si è fatta rappresentare: banali quanto pavidi, melliflui ed equilibristi per necessità ma evidentemente anche per vocazione: che sintonia con la segreteria del partito!
Una certa voglia di romanticismo per creare qualche cortocircuito- in una rotta che pareva tracciata in tutt’altra direzione – si assaporava anche nel popolare gioco del pallone.
Baggio e Van Basten sono stati gli ultimi poeti di un calcio che la sentenza Bosman stava facendo virare verso la devastazione.
Riuscendoci.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo).
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni tre taglie più larghi del dovuto, dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva una fervida mente.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Condizione sine qua non: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Pare che Steve Jobs ponesse serie limitazioni all’uso dell’ iPad ai propri figli: fate quello che dico, non quello che faccio.
Lo so, vi stavate domandando quando avrei parlato di Non è la Rai, un anatema ancora sottovalutato, fucina di spettatori che più che un autore sono ancora in cerca di un tutore.
Nella maratona per lobotomizzarsi il cervello da soli, l’altro asso di briscola era il Tamagotchi, un giochino talmente consistente che oggi non sfigurerebbe in alcune slides tanto in voga.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione (il traghettamento verso gli inutili Duemila).
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi.
I Novanta sono Senna che muore ad Imola.
Sono l’Italia che perde due Mondiali ai rigori.
Sono Kurt Cobain che si suicida.
Sono il 1992, l’inizio di Tangentopoli (la speranza di cambiamento ) ma pure le strage di Capaci e di Via D’Amelio e le decisioni prese a bordo del Britannia (la fine della speranza).

Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.
E qualche colpa te la dai.