Archivio | luglio, 2015

Dizionario all’itagliana

31 Lug

Autoderminazione dei popoli: concetto fiero, aulico.Studiato solo sui libri di scuola.

Bigotti: dato l’elevato numero evidentemente si riproducono ad un ritmo quadruplo rispetto alle altre persone.E’ un fardello atavico che ci portiamo appresso.Speriamo in questo caldo record.

Coraggio: quando presente si manifesta solo in compagnia di se stessi ma opportunamente non davanti allo specchio: non regge ancora lo sguardo.

Dogmi: col calo – lento ma costante – del mercato delle religioni si sono aggiunte nuove attività strategiche: tecnologia, globalizzazione e mercato.Dal dramma alla tragedia.

Egemonia culturale (di gramsciana memoria): quando qui il 31 ottobre festeggiamo Halloween (o meglio, un surrogato a stelle e strisce come solo da quelle parti sapientemente sanno fare) ma negli Stati Uniti pochi giorni dopo, l’11 novembre, non si festeggia San Martino.

Favole: un evidente richiamo all’infanzia.Con la differenza che allora c’era il lieto fine.

Giustizia: funziona in maniera ineccepibile: coi deboli è lenta, cavillosa, mai equa e manipolata, coi forti è sempre manipolata (ma a loro favore), veloce e dal giudizio sicuro.Perché è così che deve funzionare, vero?

Hai capito?: no, ma in compenso non ci ho nemmeno provato, né io né gli altri.E poi mica ce l’hanno detto, di capire…

Istruzione: in tanti ne parlano e la sventolano per farsi belli ma se la incontrassero in pochi saprebbero riconoscerla.

Legalità: termine risorgimentale sparito ormai a livello nazionale, si ritrova ancora in qualche sparuta comunità ed in qualche gruppo di persone invise e sbeffeggiate dalla tronfia maggioranza del paese.

Memoria storica: concetto sconosciuto a questo dizionario.

No: diniego proferito frequentemente da riottosi gufi, pure colpevolmente disfattisti e rosiconi, in risposta al finto cambiamento che cela invece un progetto perlomeno pericoloso.Per il quale invece abbondano più o meno consapevoli “Mi piace”.

Onestà intellettuale: avvistata dai satelliti a 10.000 km da noi.Fanno sapere gli astrologi che per ora non farà visita nel nostro paese.

Potenti: più leccati che combattuti. Quel poco livore che ancora si riscontra non è da confondere col coraggio (vedi sopra alla relativa voce): si tratta di invidia.

Quattrini: ecco spiegato perché si tratta di invidia.

Reputazione: un suo ritorno sistemerebbe parecchie questioni.

Rivoluzione: al bancone del bar ed al massimo se la squadra del cuore perde lo scudetto o vende il centravanti.Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente (GG docet).

Sistema democratico: una minoranza (criminali organizzati, delinquenti semplici, buona parte dei politici, una fetta degli immigrati) si fa letteralmente i cazzi propri (che non coincidono nè coi cazzi degli altri nè col rispetto del senso civico e della rettitudine morale) e sostanzialmente guida e governa il Paese.
Negli anni la percentuale è cresciuta: a stare con lo zoppo si impara a zoppicare ed il terreno pare decisamente fertile.

Stronzate: esercitano un’attrazione ancestrale proporzionale alle loro dimensioni.

Tifo: altro ceppo dell’omonima malattia, rispetto a quest’ultima nuoce ancora più vittime.Diffusissima in politica (o nel teatrino che ne rimane).

Uomo forte: lo esigono sia una pavidità di fondo sia un latente messianismo.Ogni volta che qualcuno (con i patetici cerimoniali del popolo bue) assurge da salvatore della patria in realtà l’affossa ancor di più.E dopo si riparte con un altro.

Verità : lei vorrebbe tanto sgorgare dal sottosuolo dove è stata confinata, le basterebbe qualche zampillo, giusto per mostrare – con la sua immagine inconfutabilmente inedita – che esiste davvero.Ma è stata isolata talmente bene che contro la fisica non si può andare.

Zi badrone: dicono che gli animali domestici assomiglino ai propri padroni.E viceversa.

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Francesine tutto pepe

17 Lug

In quegli anni erano le più ammirate ed ambite della loro classe.
Desiderate da molti, solo in pochi potevano toccare con mano.
Ricevendo tutta l’invidia che un giovane può possedere.
Ora, passati più o meno vent’anni, sono ancora più affascinanti di allora, con le rughe che accrescono un già strabordante sex appeal.
Sprigionano un sensualità mai filtrata e sono generose, sempre e comunque.
Conturbano ancora i coetanei e incuriosiscono le prime leve, perché sono iconiche come poche.
Si sono sempre truccate poco, ai fronzoli hanno preferito la sostanza e come tutte le primedonne al compromesso hanno sbattuto in faccia la loro coerenza.
Non si sono mai messe a dieta perché il physique du role è nel loro Dna.
La loro anima non si piega, figuriamoci se si spezza.
Sono francesi, ma con loro il problema della lingua è presto superato, hanno ben altri punti di contatto.
Le ho possedute entrambe (o forse sarebbe più corretto dire il contrario).
E per un gioco perverso desidero passare dall’una all’altra e – culmine della trasgressione – a non limitare il triangolo ad una forma geometrica, seguendo i dettami di quella canzone di Renato Zero.

Bonjour Madame, bonjuour Monsieur, a vous la Peugeot 205 GTI 1.9 et la Renault Clio Williams.
Derivavano da due utilitarie (le utilitarie di un tempo) ma erano costruite pensando alle corse, ai rally specialmente, ecco l’arcano.
E quando c’è la passione, nel mondo dell’automobile, sei a più di metà dell’opera.
Il loro morso inocula una passione di cui si diventa portatori sani.
Queste due vetture sono un parossismo reiterato, delle dispensatrici di libido a getto continuo.
D’altronde i motori hanno questo (non trascurabile) pregio.
Forse un pò insolenti, sicuramente sfrontate, pure sfacciate, a volte nervose: nove volte su dieci quelle così sono insopportabili.
Le due piccole bombe d’oltralpe invece meritano un rispetto sacrale.
Per essendo estreme mettono d’accordo tutti.
O perlomeno gli appassionati, quelli che amano affibiarle l’epiteto tamarre sarebbe meglio che guardassero da tutti e quattro i cantoni i loro Suv.
Quelli che le definiscono casse da morto pensino sempre ai loro Suv ed al loro comportamento sulla neve.
In un dizionario illustrato, la parola handling (che non ha una vera e propria traduzione in italiano) comparirebbe a fianco delle loro livree.
Macchine così non ne fanno più perché i sensi li coinvolgono tutti e cinque.
Sono dirette, come le emozioni che procurano e dotate di un magnetismo assente oggi.
E poi basse, rigide, scomode e con un abitacolo caldo: insomma, esattamente come dev’essere un auto prestazionale ad alto tasso di emozioni.
Sanno indossare il loro heritage corsaiolo, le possiamo accusare di tutto fuorché di nicodemismo.
Sono sul podio delle migliori trazioni anteriori di sempre, assieme ad una giapponese un pò sgraziata che si diverte a lambire i 9.000 giri.
Al netto delle supercar, l’anima e la passionalità delle vetture sportive si è fermata ai primi anni Novanta.
Oggi è richiesta una fruibilità ed una dose di comodità che le progenitrici potevano rifiutare (e lo facevano) in nome del piacere di guida.
Far sculettare, pardon, scodinzolare una berlinetta ora equivale ad un difetto passibile di onta, allora era una freccia al proprio arco.
I progettisti in quegli anni chiedevano spesso allo specchio delle loro brame se fosse meglio l’aspirato od il turbo.
Entrambe si iscrissero alla prima scuola di pensiero ma la scelta sembrò unire il meglio di tutte e due le soluzioni.
Quelli sono 277 cavalli veri (per fare un paragone oggi bisognerebbe usare un convertitore tarato intorno a 2) ed il termine assetto può essere speso nel senso più autentico del termine.
Osservando le loro proporzioni ci si rendo conto di quanto le auto d’oggi si siano ingigantite (di questo passo fra dieci anni gireremo con dei pulmini), costringendo i designer ad appesantire la linea per renderle cattive.

Il Millenove è selvatico, non fa nulla per nasconderlo.
Conquista per quello.
Ha fatto tabula rasa del sottosterzo (riappare solo sul bagnato), lapidato come nemico della sportività.
Trasuda cattiveria e trasmette un go kart feeling ante litteram.
L’assetto è talmente spinto che pur raggiungere il divertimento e l’efficacia si frequentano anche l’incoscienza ed il pericolo.
Se qualche costruttore si azzardasse a riproporlo su una vettura oggi in tanti si appellerebbero alla Convenzione di Ginevra.
Pensi di curvare ed ops, lo hai già fatto.
Il 205 quando ti vuole salutare lo fa dal di dietro, ed in qualsiasi momento.
Prima di diventare una nave scuola ti mette alla prova – la sportiva del leoncino – ma una volta entrati in sintonia con lei non vorresti più interrompere il sodalizio con questa autentica regina della strada.
Il motore – con un rumore riconoscibile anche da spento – è talmente elastico da farsi un baffo dei rapporti chilometrici.
Fa sudare mani, battere il cuore, il coinvolgimento totale è il suo modo di reclamare attenzione.
Qualsiasi viaggio diventa una battaglia fra l’ego del pilota e l’anima, mai completamente domabile, della macchina.
La certezza di terminare la curva te la da solo quando l’hai percorsa interamente.
Ma l’hai fatta così velocemente da esserne fiero.
Sono sette gli anni che la separano dal Clio, che fa (quasi) tutto un pò meglio.
Il Williams – altrettanto svelto – è iscritto pure lui in quel ristretto club del “Più giri lo sterzo, più volti”, è un pò meno ansiogena e ha i limiti spinti ancora oltre (e ce n’era già abbastasnza) con le stesse reazioni di una macchina da corsa.
Abiura la sua appartenenza alle quattro valvole per cilindro con una schiena robusta (in basso però la collega è meglio) per lanciare un urlo indiavolato in alto.
Ha la precisione chirurgica di una lama affilata, asseconda il tuo stile di guida – pulito o garibaldino che sia – senza fare la schizzinosa.
Il Willy è la compatta definitiva (cit.) la perfetta simbiosi fra il sanguigno ed il tecnologico, quando il secondo ha ormai tracimato nel settore.
In quelle gare dove ancora può correre (cioè quello che sa fare meglio) è quasi monotona ad arrivare sempre nei primi dieci.
Fra la pletora di soddisfazioni che quest’auto regala c’è anche quella di percorrere una rotonda in 5^ marcia.
Figuratevi le altre.

Dopo le prime riluttanze si diventa adepti della ruota alzata come way of life.
Queste due indefesse combattenti si guidano entrambe col culo (è uno dei migliori complimenti per un’automobile).
Per metterle alla frusta ci vuole il pelo sullo stomaco.
A farle andare a spasso sono capaci tutti e tutto sommato il trotto non dispiace nemmeno a loro, per farsi ammirare.
Ma per farle divertire veramente e renderle soddisfatte bisogna richiamare tutti i cavallini e metterli al galoppo.
E qui non bastano le parole.
Ma se siete a bordo della vostra moderna e tecnologica vettura in una strada di montagna, dall’alto dei vostri 300 cv, dei 5 set up selezionabili e di almeno 1.600 kg da portarvi appresso, e negli specchi scorgete la sagoma di queste due piccole pesti per evitare brutte figure accostate e fatele passare.
Così, per evitare delle brutte figure (oggi nell’era digitale qualcuno che gira un imbarazzante e compromettente video c’è sempre).
Potevate sempre dire che vi scappava la pipì.

Tutto il tifoso renziano minuto per minuto

12 Lug

Pur essendo a tutti gli effetti ancora un prototipo (ma l’omologazione è imminente) circola già sulle nostre strade in un nutrito numero.
La sua peculiarità è di consumare pochissimo, di questi tempi una vera manna dal cielo: pensate, si accontenta di 80 € per una legislatura.
Parliamo del tipico esponente dell’ala più oltranzista del tifo renziano.
Se l’elettorato berlusconiano era affetto da un evidente nicodemismo (a parole nessuno o quasi lo votava, nelle urne qualcuno di più) ora quello renziano più devoto (cioè una buona parte degli ex berlusconiani) non solo ostenta il proprio credo ma si immola pure in un sano proselitismo, convinto com’è di aver contribuito a dare un colpo di spugna al torbido passato.
Praticamente si sentono dei piccoli Mastro Lindo: che potenza, che splendor!
Da sempre l’elettore italiano è sedotto e abbandonato, ma qui entriamo in una nuova dimensione.
Se negli Anni Ottanta il voto di scambio si imperniava su baby pensioni ed assistenzialismo in versione deluxe oggi l’architrave sono i tweet e gli slogan a profusione.
L’annuncite è il metadone dopo il berlusconismo.
Si è fatto proprio furbo l’elettore del Terzo millennio, sì.
Mica lo freghi più come prima.

Grazie agli ultimi ritrovati sui semi-conduttori (sia della televisione pubblica che di quella privata) sono riusciti a trasformare quell’ultimo pizzico di riottosità ai ducetti e alle dittature moderne in opportunità.
Quello che prima spaventava ora rasserena.
Ciò che ripugnava ora inorgoglisce.
Se prima era svolta e deriva assolutistica, adesso è balsamico decisionismo.
Quando certe brutte cose le compivano gli altri, il nostro supporeter da curva Sud era incupito ed intristito, stava male per la democrazia; ora pur di vedere il proprio partito vincere lo scudetto quelle brutte cose non solo le giustifica, ma le invoca pure.
“Come si cambia, per non morire, come si cambia, per amore” (del potere).
Solo poco tempo fa il renzian-militante-integralista era il sostenitore di una rottamazione quasi francescana (da non confondere con Franceschini), adesso – dopo l’osmosi coi colonnelli del partito – eccolo bell’è che anchilosato allo scranno del potere senza nemmeno passare dal via (e nemmeno dalle urne, ad essere precisi).
Ai fatti risponde con la speranza (non la sorella di Roberto), all’evidenza preferisce applicare massicce dosi di happy ending, sulle critiche spruzza ottimismo, che fa rima con fideismo.
Certo, il progettista ha indubbiamente lavorato sapientemente ma il nostro prototipo era già predisposto bene di suo, è bastato un fine lavoro di cesello amalgamando con sagacia quello che già c’era.
Ha sempre sentito il bisogno di identificarsi in qualcosa od in qualcuno, è più forte di lui.
Deve farsi incasellare, etichettare, stereotipare: cosa c’è di meglio della politica?
Monoteista convinto (religione, certo, ma sono previste declinazioni nel mercato, nel progresso e nella tecnologia), ha un latente messianismo (che esula anche dalla fede) che gli fa ingoiare (senza bisogno d’acqua) la favola dell’Ultima Speranza.
Peccato dicessero così della DC (a proposito, bentornata, ma ne avremmo fatto volentieri e meno), di Craxi (che ha inaugurato il personalismo nella politica), poi di Berlusconi (che ha inaugurato i cazzi propri nella politica), ma anche dell’Ulivo, di Veltroni (questa col senno di poi è esilarante, ma anche col senno di dieci anni fa), di Monti che ha salvato l’Italia (il commento più adatto è inibito dall’articolo 724 del Codic Penale, meglio rifarsi in privato).

Oggi, l’elettore trinariciuto della “sinistra” che sa vincere (e che vuole solo vincere), sorride a pensare che qualcuno potesse essere un bersaniano: per favore ditegli che sta ridendo di se stesso.
L’ingegnere che ha curato la parte informatica ci ha confessato che l’eprom della sua centralina non accetta una mappatura contenete valori di onestà intellettuale.
Al nostro elettore-fan(atico) hanno assegnato diversi copioni, tutti luccicanti del niente: nello svolgimento non è andato fuori tema, peccato si sia fatto piacere i titoli.
Nietzsche sosteneva che l’importante non è sapere, ma capire.
Loro sembrano ancora alla ricerca di una terza strada.
Pungolati a dovere, nel loro parossismo affibbiano l’epiteto gufi a tutti quelli che provano a ragionare con la propria testa.
Simbolismo per simbolismo, loro ricordano i pappagalli e le pecore.
Un certo B.M. – uno che di ventenni se ne intendeva visto che fu lui ad inaugurarlo in Italia – asseriva che “Come si fa a non diventare padroni in un paese di servitori?”

Il ricettario dell’Euro

10 Lug

L’economia condiziona pesantemente la nostra vita pur trattandosi – anche armandosi delle più nobili intenzioni – di un argomento decisamente pallosetto.
Affidarsi agli inserti di certi giornali economici potrebbe risultare vano, visto che le fenomenali penne riescono a sbagliare le previsioni anche a fatto avvenuto.
Meglio allora adottare un approccio scanzonato, alternativo , naif.
Prendiamone atto, agli italiani interessano più i programmi di cucina (che hanno occupato la Tv quasi come Renzi&Salvini) della fenomenologia della moneta unica europea.
E allora proviamo a cercare di spiegare l’Euro come fosse una ricetta.
Per entrare meglio nella parte si può comunque indossare il grembiule (sul compasso e sulla squadra vige invece la libertà di coscienza).

1.Si prende uno Stato con qualche buona potenzialità ma gestito maluccio tra inefficienza, corruzione e sprechi;

2.Con una mano glielo si fa pesare dall’alto della morale calvinista e luterana e con l’altra lo si seduce facendogli vedere l’Eldorado del libero mercato e comunque ammonendolo ruffianamente che oramai non esiste più alternativa;

3.La classe politica di quel Paese (dei ricattabili servi dei poteri forti che pensano solo a loro stessi) inizia con un incessante proselitismo menandola per bene con la storia del senso dell’Europa (una glassa sdolcinata e stucchevole ma necessaria) ed una volta che il Paese ha fatto i suoi bei sacrifici per entrare nell’Euro prosegue la prima fase di seduzione con l’aumento del debito privato, che inizialmente la gente scambia per la bella vita tanto agognata, tanto per far avvalorare la scelta;

4.Però col forte debito privato e con altri scompensi causati da un cambio insostenibile i saldi con l’estero (su alcune confezioni troverete la dicitura partite correnti) iniziano a scricchiolare e mettiamoci una bella crisi finanziaria (ovviamente causata oltreoceano) e una contrazione dell’economia globale ed ecco che inizierà a lievitare il già corposo debito pubblico in rapporto al Pil (il Pil sta all’economia come i pomodorini pachino alla cucina, è un pò dappertutto);

5.Si usa il debito pubblico per soccorrere quello privato, ma nei libri sacri dell’ortodossia eurista (inconfutabili come le ricette della nonna) il debito pubblico è Mefistofele e mentre il famigerato spread inizia a salire i prezzolati giornalisti di quella nazione sono divisi fra l’insostenibile leggerezza della leccata al Pensiero Unico dominante ed il non capirci un cazzo e si ritrovano magicamente uniti a tessere le lodi di Sua Maestà l’Euro e a lapidare i reietti euroscettici;

6.I chierichetti del liberismo ed i soloni di Bruxelles (e palazzi limitrofi) hanno la soluzione, loro le chiamano riforme, ovvero tagliare la spesa pubblica, i servizi, privatizzare le aziende di Stato e togliere i diritti ai lavoratori ed aumentare l’età pensionabile per poter creare disoccupazione, cioè abbattere i salari;

7.In altre cucine si sarebbe svalutato un pò la propria moneta, sostenuto l’acquisto dei titoli di Stato con la Banca Centrale e finanziato con interventi diretti l’economia reale (come si chiamava quel tale…sì…Keynes) ma ora c’è il ristorante Euro con il suo menu un tantino rigido, quindi si deve aggiungere al punto 6 l’ingerenza sulla presunta classe dirigente (che definire inadeguata è poco) per spingerla (o meglio costringerla) ad emanare manovre draconiane che colpiscono i ceti più deboli oltre a quella paghetta al contrario che deve sempre essere versata a mamma Europa (per stare male vuoi non pagare?);

8.In questo modo quel Paese esce dai guai?Nenache per sogno, lo sanno tutti, con queste manovre lacrime e sangue si salvano i creditori grossi (ricordate quelli che titillavano per farli entrare?) e si affossa ancora di più l’economia di quel povero Stato perché volutamente si abbattono i consumi interni (sembra un mondo al contrario: prima li hanno sostenuti ed ora li contraggono) col risultato di farlo entrare in una spirale senza ritorno (o quasi) visto che l’austerità porta solo altra miseria, ma l’importante è spaventare il popolo paventando guai ancora peggiori di questo e silenziare quei petulanti personaggi che vorrebbero tornare alla loro moneta;

9.Adesso quella nazione è totalmente ricattabile, quel poco di buono se lo sono presi con le privatizzazioni ed è giunta l’ora di fare anche un po’ di shopping con le aziende private superstiti (che verranno ulteriormente smantellate e spacchettate) e col parco immobiliare (i più fantasiosi possono aggiungere il patrimonio artistico e quello naturalistico);

10.Ora, con il famelico sistema capitalistico globale più satollo di prima e con quello Stato completamente ricoperto di merda, la ricetta può dirsi felicemente conclusa.

E qui comando io e questa è casa mia

7 Lug

Per un sadico gioco (che le vittime ovviamente accettano perinde ac cadaver) più ci raccontano la giaculatoria sulla libertà e sulla democrazia dell’Occidente, più ne veniamo privati un pezzettino alla volta (dà meno nell’occhio).
Una classica meta-dichiarazione che sottindende qualcosa di sinistro.
A pensarci bene è una situazione grottesca, un pò come se uno si mettesse ad ammirare a bocca aperta dei fuochi d’artificio sparati davanti alla propria casa e dietro avesse uno stuolo di ladri che gliela svaligiano.

L’impianto ultraliberista si fonda su vari precetti, uno di questi è il There is not alternative di tatcheriana memoria, traducibile con un maccheronico O così o Pomì o con un popolare O mangi questa minestra o salti la finestra.
Il Pensiero Unico di questo delizioso mostro economico ti obbliga quindi sia ad accettare tutto di quel sistema sia a non desiderare nemmeno una parte (magari quella buona) della concezione degli altri.
I dogmi hanno quell’antico vizietto lì, ma in fondo piacciono per quello (non avrai altro Dio all’infuori di me).
Già, perchè se qualcuno avesse preso un pò di coraggio e non avesse letto i giornali mainstream (quindi se fosse informato) ed osasse dissentire dalla dottrina della globalizzazione e del PIL a prescindere e financo cercasse una via alternatriva, beh, verrebbe tacciato – a seconda della luna e se il vento tira da ponente o da levante – di nazionalista, bolscevico, fascista, antimodernista, nemico dell’Occidente, reazionario, rivoluzionario, eversivo, sovversivo, anarchico e disfattista.
Noterete che alcuni di questi affettuosi epiteti sono l’uno il contrario dell’altro: potrebbero almeno mettersi d’accordo gli esegeti della Modernità…

Qualche settimana fa il Presidente della Bolivia Evo Morales è andato nella Fossa dei Leoni della Bocconi ed ha esposto questo concetto: da noi le scelte non le fanno la Banca Mondiale o il FMI, ma i boliviani.
Non si tratta di “fare cambio di sistema” con loro, ma di plaudire una tesi talmente semplice ed inappuntabile da divenire di utopistica realizzazione.
Pensate, le scelte economiche di una nazione prese senza le ingerenze e le prevaricazioni di multinazionali, di lobby, squali della finanza e camarille.
Praticamente l’anticristo per l’American Way of Life.
E così oggi siamo preoccupati se qualche forza politica (Syriza, Podemos, M5S) non è gradita al mercato.
E per far contento il mercato preferiamo soffrire noi (perchè il mercato è fatto un pò così).
Dei filantropi 2.0.
Abbiamo permesso di gestire l’economia mondiale a persone a cui sarebbe pericoloso anche solo affidare i soldi del Monopoli.
Più che fra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori (categorie che un senso ce l’avrebbero ancora, ma che sono a loro volta strumentalizzate) dovremmo iniziare a capire chi è a favore dell’uomo inteso come essere umano e chi no, chi ha cuore i diritti delle persone e chi no.
Ed individuati i secondi, levarli gentilmente dalle balle.
O dai coglioni, che suona meglio.

E poi c’è l’esito del referendum in Grecia.
La vittoria del NO ha saputo far resuscitare la (quasi) defunta Autodeterminazione dei popoli.
Tsipras ha mostrato che uno statista non deve vivere di slogan, smargiassate e supercazzole ma di scelte strategiche.
Certo, poteva (e doveva) mostrare più coraggio uscendo dall’Euro, ma questa mossa è un bello scrollone al Pantheon eurista e capitalista.
Il caso del paese ellenico è un copione didascalico dell’assurdità dell’Euro (e di tutto il modello che la moneta unica rappresenta).
Quello di un paese con delle inefficienze diffuse (ma che facevano comodo ai calvinisti e luterani paesi del Nord) attratto dall’Eldorado della moneta unica, dove le crisi e gli shock finanziari non sono elementi esogeni ma strutturali per fare accettare scelte diversamente irricevibili (finchè c’erano le limitazioni alla circolazione dei capitali queste cose non accadevano).
Sarebbero le famose riforme strutturali, quali tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola ed ai servizi pubblici.
Quello dell’abracadabra dei conti truccati, con tutti gli attori (crediamo) che conoscevano il trucco.
Quello delle scelte che sono apparse subito più folli che draconiane, perchè il creditore ha tutto il vantaggio che il debitore sopravviva (ne vade il suo credito) e non che esploda.
Quello del debito servito a far rientrare le grosse banche dalla loro esposizione (speculativa) e non a rimettere in sesto una nazione che che da una situazione di merda sprofonda ancora (accadde la medesima cosa da noi nel 2011).
Quello di un paese che agganciandosi ad una valuta forte firma la propria condanna (Italia 1992, Messico 1994, Argentina 2001).
Gli obiettivi che finora l’Euro ha raggiunto in pieno (non applauditelo, è un tipo riservato) sono l’abbattimento dei salari, l’aumento della disoccupazione, il taglio al welfare e la scomparsa della piccola e media impresa.
L’è tutto da rifare (cit.)
La Grecia è diventata un laboratorio, come lo fu il Cile di Pinochet, la Jugoslavia degli anni Novanta o la strategia della tensione nei nostri anni di piombo.
Nella vita le scelte sono importanti ma anche il tempo in cui vengono prese (vanno fatte quando si ha ancora un minimo di potere contrattuale e non quando si è alla canna del gas).
La loro iniziale è risultata nefasta
Quella riparatrice forse tardiva.
Evitiamo di cadere in una coazione a ripetere.

Aggiornamento dopo l’approvazione delle richieste per gli “aiuti” alla Grecia
Caro Tsipras, quando si è minacciati e comprensibilmente si arriva ad impugnare un arma come estrema ratio, occorre mettere in preventivo di doverla anche usare, quell’arma, oppure i danni saranno ulteriormente amplificati.
Per te, ma soprattutto per il tuo popolo.
Giocare una partita contro un avversario più forte, blasonato e temibile in maniera sfrontata e senza timore reverenziale costringendolo al pareggio per 75 minuti e poi cagarsi letteralmente addosso nell’ultimo quarto d’ora prendendo quattro banane fa male ed aumenta i rimpianti, la rabbia e la delusione.
Cercare di liberare il tuo popolo dalla schiavitù volendo rimanere legato alle catene dell’Euro è un affronto al principio della non contraddizione di Aristotele.