Archivio | settembre, 2013

Un ribelle di 69 anni

25 Set

Siamo sempre più inondati da termini inglesi e sopporto a fatica l’(ab)uso che ne viene fatto.
Ce n’è però uno che mi piace ed utilizzo frequentemente: mainstream.
Non esiste una traduzione letterale del termine, applicato all’informazione significa seguire la corrente, la posizione o il pensiero dominante di quel momento.
Non porsi domande quindi, ma essere il megafono del potere, delle lobby, delle camarille e del conformismo in genere.
Chi da sempre si smarca da questo approccio è Massimo Fini.

Non sono perennemente d’accordo con lui (l’ultimo articolo su Andreotti mi ha fatto veramente incazzare e la tesi semplicistica sulla morte di Pasolini mi convince meno di un editoriale di Paolo Liguori, tanto per fare due esempi), ma è una delle poche persone che quando scrive mette in discussione le tue credenze, le stimola, le accresce, le demolisce e ne crea di nuove.
Anche quando le idee rimangono divergenti, l’onestà intellettuale del lettore ringrazia avendo comunque allenato il cervello a ragionare in proprio.
Filosofo, storico, teologo senza i dogmi della fede, psicologo, attento osservatore della realtà e delle dinamiche della vita, Massimo Fini è estremo senza essere estremista.
Fa ancora parte di una generazione di intellettuali (è del 1943) che non ama ostentare tutto il suo sapere in inutili ridondanze, divenuto invece lo stilema dei tanti Sapientino che ricamano il niente (quando va bene).
La sua scrittura è volutamente semplice, tanto minimalista quanto suadente, certe citazioni e riferimenti mostrano tutta la sua sterminata scibile.
Nei suoi lavori traspare sempre una ricerca, un meticoloso studio di base.
La penna di Fini pare dotata di un incantesimo poiché riesce a far rivivere situazioni mai affrontate, luoghi mai visitati, epoche solo studiate nei libri.
I racconti della sua Milano degli anni ’60 o i tu per tu con artisti e personaggi famosi (con aneddoti al seguito) sono sfumature che esaltano il sapore della vita.

Come tutti i geni è un precursore.
Come tutti i geni non è compreso.
Non da tutti, almeno.
Un suo qualsiasi articolo -di 20 o 30 anni fa- è un vaticinio di quanto stia accadendo nei nostri giorni, più preciso (allora) di quanto non lo siano oggi certe baggianate spacciate per giornalismo.
Ha stroncato le ideologie del ‘900 quando queste erano dottrine difficilmente sconfessabili.
Massimo Fini è l’intellettuale più contro dell’intero panorama italiano.
Non insegue il successo e nemmeno è ossessionato dal consenso.
Un cane sciolto, insolente ma anche umano che ha rifiutato di arrampicarsi sugli specchi dell’ipocrisia e della menzogna.
A volte si ha quasi l’impressione che lo scrittore milanese (di adozione), coi suoi paradossi, provochi anche se stesso.
Curiosa -e qui sta la grandezza dell’uomo- la contrapposizione fra il suo smisurato bagaglio culturale e la sua semplicità, le sue debolezze (“Gli uomini senza vizi sono pericolosi”), il suo essere popolare (nel senso etimologico di “appartenenza al popolo”).
Massimo Fini è tutto questo, ma anche molto di più.
C’è il Fini sferzatore di cerchiobottisti, perbenisti, rivoluzionari da bar (che aspiravano a dirigere un giornale) e femministe della domenica.
C’è il Fini kryptonite di suorine, sovrani dell’ancien régime, nuovi predoni e prevaricatori.
C’è il Fini integerrimo ma refrattario al moralismo (celebre il suo Omnia munda mundis omnia sozza sozzis).

Ho aderito anch’io al suo Manifesto dell’Antimodernità.
Non per bieco oscurantismo –questo blog senza internet sarebbe come una promessa elettorale, irrealizzabile e la rete offre tantissime opportunità nei più svariati campi- ma per la condivisione del concetto base: l’uomo sta distruggendo se stesso e ciò che gli sta intorno per degli ideali di crescita e ricchezza assolutamente effimeri e nefasti.
Da parecchio tempo Fini afferma che “Non si produce più per consumare, si consuma per produrre”.
Che l’uso distorto della tecnologia isoli e deprima le persone se ne stanno accorgendo in tanti, Massimo Fini ne parlava negli anni ’80 (erano i tempi dei primi Commodore 64).
C’è chi lo definisce disfattista, chi nichilista, chi nemico dell’Occidente, ma a ben vedere il ribelle Fini pone sempre al centro del suo pensiero l’uomo e la sua condizione.

Massimo Fini è un Maestro (volutamente con la maiuscola), il termine Professore sottintende un distacco sconosciuto alla sua iconografia.
Un Maestro –nella nostra immaginazione- col quale andare a cena (rigorosamente in un’osteria) e parlare fino al mattino della vita, ma sparando pure qualche sana cazzata.
Il tutto innaffiato da un buon rosso.
(Anche se membri del suo entourage mi dicono che Massimo Fini “…beve quasi quasi solo bianco…)

Annunci

Minchia che roba!

20 Set

E’ giovane, carismatico ed in sella alla sua moto ha appena vinto il suo quinto titolo Mondiale nella classe regina (il settimo in carriera).
Poteva essere l’identikit di Valentino Rossi fino a qualche stagione fa, prima che il campione di Tavullia si abbonasse al quarto posto.
Stiamo invece parlando di Antonio Cairoli detto Tony, messinese (è di Patti), di professione pilota di Motocross.
Lo so, tutti (o quasi) non sapranno di cosa stiamo parlando.
Un po’ quello che successe qualche anno fa ad un congresso di un partito, quando Gianfranco Fini osò pronunciare la parola legalità (vade retro Satana).
Tony Cairoli è al momento lo sportivo italiano più vincente, talentuoso e spettacolare che ci sia.
Proprio per questo è più facile che sia conosciuto il 26esimo straniero dell’Inter anziché l’alfiere della Ktm.
La sua superiorità sugli avversari è quasi irriverente, rende facili cose che decisamente non lo sono.
E’ un mix di classe e coraggio, che affascina (i tifosi) ed è fonte di imbarazzo e frustrazione (per gli avversari).
Punta dritto al record dei 10 Mondiali del grande Stefan Everts (che oggi è il suo team manager).
In inverno –anziché godersi il clima mite della sua Sicilia- passa 2 mesi in Belgio ad allenarsi sulla sabbia.
Si è tatuato la frase “Velocità,fango e gloria” .
La personale sintesi di se stesso.
D’altronde sono dei tipi un po’ strani questi crossisti.
Per rendere ancora più epica la propria agiografia, Cairoli corre (per scelta) con una moto di 350 cc di cilindrata, quando gli avversari hanno delle 450.
In sella da quando era in fasce, lui e la sua moto sono una spiegazione pratica del concetto di simbiosi, mentre la sua grandezza è inversamente proporzionale alla statura (è comunque più alto di Brunetta).

Negli sport a motore il Motocross sta al Motomondiale un po’ come il Rally alla Formula 1.
Pur essendo altrettanto scenografici (forse anche di più) devono accontentarsi delle briciole.
Un mistero irrisolto, come cercare di capire perché Marco Balestri conduca una trasmissione radiofonica.
Potere degli sponsor, si dirà.
Anche, ma non solo.
Per uno strano scherzo del destino (anzi, dell’intestino) sono diversi gli sport ad essere ghettizzati in nome di deliranti precetti legati alle “esigenze televisive”.
In realtà è una conferma del potere dei mezzi d’informazione che creano e soffocano miti a loro discrezione.
Il Mondo ci invidia Cairoli (ha avuto tantissime offerte per andare nel fastoso Supercross Usa ma ha preferito rimanere in Europa) e noi a malapena lo riconosciamo per strada.
Le sue vittorie (anche quelle che valgono l’iride) sono relegate a trafiletti nei quotidiani sportivi.
Giusto, meglio parlare degli amplessi di Boateng con la Satta, dei capricci di Cristiano Ronaldo (Ueeeh, voglio l’aumento!), della forfora al parrucchino di Antonio Conte o delle infatuazioni quindicinali della Federoca Pellegrini.
Pochi invece gli speciali sul tartaro di Moratti.

Già, l’egemonia culturale del calcio.
Siamo arrivati a considerare Enrico Variale un guru dell’informazione sportiva.
E ho detto Varriale, cazzo.
Pendiamo dalla cresta e dagli orecchini di Balotelli.
E quindi siamo messi davvero male.
Chi scrive ama anche il calcio, o meglio amava.
Quando c’erano i due/tre stranieri per squadra, quando si giocava alla domenica pomeriggio e le Coppe al mercoledì, quando la Televisione non si era fagocitata uno sport bellissimo ma talmente stuprato e svuotato della sua poesia da non aver quasi più nulla da raccontare.
Senza perdersi nella notte dei tempi, si rimpiangono gli anni in cui c’era un sapore che ammaliava, oggi la differenza fra il calcio giocato ed un’asettica Playstation è labile.
Anche un luogo sacro come lo spogliatoio è stato violato dalle telecamere, i calciatori devono smadonnare con la mano davanti alla bocca.
“Dottore, non sto bene!”
“Mi faccia vedere le analisi…Ah, lei ha assunto troppo calcio, è necessaria una dieta di sport più variegata”

P.s. A Carnevale voglio travestirmi da Paola Ferrari.
Ho già chiesto all’Enel un impianto mobile trifase a 400 V e direttamente da Fukushima mi arriveranno a breve i trucchi con i suoi colori originali (introvabili).
Sto cercando qualcuno che faccia la parte di Ivan Zazzaroni e Marino Bartoletti.
No perditempo.

Bulimia culturale

6 Set

Siccome Andrea Scanzi è borioso, saccente e pieno di sé (manca niente?Ah sì, giustizialistaqualunquistadisfattista) mi ha concesso questa intervista, pur conscio che i visitatori del blog sono all’incirca lo stesso numero dei lettori del Riformista.
Proprio un opportunista questo Scanzi.
Orgogliosamente esibizionista della propria iconografia, in questo botta e risposta c’è molto dello Scanzi-pensiero.
Provocatore per scelta, eclettico per vocazione, il suo orgoglio ben pasciuto (cit.) gli permette di spaziare a tutto tondo con ironia e sagacia e gestire le critiche a questa presunta iper-attività (in Italia usare il cervello è un vizio capitale).
Quando era a La Stampa, il lungimirante direttore Calabresi lo aveva relegato a seguire il Motomondiale (e poi ci lamentiamo se l’editoria è in crisi).
Diventare il Guido Meda della carta stampata è un torto che non andrebbe fatto nemmeno a Filippo Facci (o forse sì?).
Difficilmente (credo) lo scrittore aretino farà mai il Direttore di un giornale (la sua figura sarebbe svilita), lui è un dispensatore di stimoli per liberare il cervello da usufrutti non graditi, è aduso alla monotonia come lo era Roberto Baggio ai metodi di Lippi.
Scanzi rigetta l’equilibrismo doroteo divenuto lo stilema dell’informazione (!) e della (pseudo)cultura di questo paese e -qualità adamantina- riesce ad indignare facendo sorridere.
Avvertenza:è vivamente sconsigliata la lettura dell’intervista a Pigi(Cerchio)Battista e a Polito il Barbiere di Siviglia.
Non sono state riscontrate tracce di ignavia,pavidità e tautologia.

A 39 anni scrivi per il Fatto, sei ospite fisso in tv (molto apprezzato), il tuo spettacolo teatrale è stato un successo. Dove trovi nuovi stimoli? Solo cercando di andare oltre (Pasolini docet)?
“Se non avessi più stimoli, sarei messo molto male. E di sicuro non farei quel che faccio. Sono culturalmente curioso, bulimicamente curioso. Cerco sempre qualcosa che mi incuriosisca e meglio ancora colpisca. Pasolini è sicuramente una delle mie letture più importanti. Una delle tante. In genere amo gli intellettuali non organici: quelli che dividono, quelli che fanno incazzare ma che ti costringono a pensare. E credo che, leggendomi, un po’ la cosa si intuisca”.
Hai dichiarato che scrivere era il tuo sogno ma che le emozioni che regala il teatro sono impareggiabili. Continuerai in entrambe le attività?
“Senza dubbio, almeno fino a quando avrò idee e un pubblico disposto a seguirmi. Ho già scritto un nuovo spettacolo teatrale, Le cattive strade, dedicato a Fabrizio De André. Lo interpreto con un artista che stimo molto, Giulio Casale. Lo abbiamo messo in scena già sette volte, anche se la tournèe vera e propria – prodotta da Promomusic – partirà da dicembre 2013 per continuare tutto il 2014. E Gaber se fosse Gaber, giunto al momento a 94 repliche, proseguirà fino al 31 dicembre. Se scopri il teatro, e in qualche modo il teatro ti accetta o addirittura ti premia, dal trip poi non esci più: mi sa che anche in questo sono gaberiano. Quanto allo scrivere, siano articoli o libri, è la mia vita”
Stai per scrivere un romanzo (non è una domanda, è un affermazione…). Su cosa?
“Devo correggerti. Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013. Per Rizzoli. Il romanzo non è in cantiere, anche se me lo stanno chiedendo da anni. Al momento è più facile che scriva un terzo spettacolo teatrale che un romanzo, ma spero di riuscire in entrambe le cose”.
Potresti essere il capostipite di una nuova generazione di intellettuali. Ti senti investito da questa responsabilità?
“Hai usato una parola bellissima, che però diventa una parolaccia se te la dici da solo: “intellettuale”. Siano gli altri a decidere. Io mi accontento di essere quel che sono: uno che dice e scrive quello che pensa, senza filtri, e per fortuna ha trovato nel suo percorso chi lo ascolta e si fida di lui. E’ raro trovare una persona a cui resti indifferente. Suscito reazioni estreme, amore oppure odio. Mi diverte molto, ero così anche a scuola. Dev’essere proprio una sorta di tara genetica. Detesto quelli che stanno nel mezzo, gli equilibristi furbini. E in Italia ce ne sono tanti. Troppi. Anche tra i nati nei Settanta, che è poi la mia generazione del tutto e del niente”.
Sul momento attuale: abbiamo toccato il fondo o al (nostro) peggio non c’è mai fine?
“L’Italia tocca di continuo il fondo. Poi ricomincia a scavare. E poi, quando è dentro il tunnel, invece di tentare di uscire si mette ad arredare le pareti. Con comodo, senza sforzarsi troppo. Abbiamo una classe politica orripilante, che somiglia però a buona parte del paese. Soltanto l’Italia poteva sopportare per vent’anni, addirittura con entusiasmo, il berlusconismo e al tempo stesso questa caricatura di centrosinistra. Per parafrasare Gaber, la voglia di rivoluzione non ci ha mai intaccato. O meglio, a qualcuno di noi sì: ma pochi. Sempre troppo pochi”.

Per colpa di chi

3 Set

Il mio amico Ghinoz -sul finale di una bella serata in compagnia- mi ha chiesto di parlare della responsabilità che abbiamo noi italiani sul momento che stiamo vivendo
Non amo scrivere su richiesta ma ho deciso di farlo per due motivi.
Uno, per la stima che nutro in lui, anche quando la pensiamo diversamente (Motomondiale ma non solo).
Secondo, perchè è un tema a cui tengo molto, tant’è che credevo trasparisse in modo eloquente dagli articoli.
Evidentemente non tutti l’hanno percepito.

Asserire che tutti i problemi del nostro Paese siano riconducibili a Berlusconi è superficiale, negare che con quest’uomo siano sprofondati tutti i dettami di una democrazia è innegabile.
Berlusconi ha tanti complici, ma anche tanti elettori.
Noi italiani abbiamo ingoiato e digerito di tutto,senza bisogno di tanta Citrosodina:la Dc (e già basterebbe ad espiare delle pene millenarie),il peggior Partito Socialista d’Europa, le ingerenze di uno Stato estero (il Vaticano) nei nostri confronti, la P2, le stragi impunite, una destra impresentabile anche nei peggiori bar di Caracas, dei ladri a tenerci i conti, la balla dell’Euro.
Manca solo di vedere come Primo Ministro Uan, il pupazzo di Bim Bum Bam.
O un condannato in via definitiva a capo di un partito.
Ops, quello c’è…
Siamo caduti così in basso da rimpiangere il niente che c’era prima.

Il nostro problema si chiama (anche) memoria storica,nel senso che ci manca totalmente.
Dopo il 3° giorno, miracolosamente, i peccati svaniscono.
L’italiano è un perfetto rivoluzionario, al bar.
Quante epiche battaglie combattute a banco.
Scende in piazza e si indigna solo per la squadra del cuore (lì è intransigente), se gli rubano il futuro non solo non oppone resistenza , ma non sporge nemmeno denuncia.
Gli hanno dato fuoco alla casa e lui ha mostrato tutte le stanze, che non si scordassero qualcosa.
L’italiano medio è geneticamente costruito per non ragionare con la propria testa.
Ha ceduto il cervello in usufrutto (gratis, poi dicono che gli italiani siano furbi).
Non abbiamo più nervo (forse non lo abbiamo mai avuto):una reazione come c’è stata in Brasile ed in Turchia -al netto delle violenze, sia chiaro- da noi sarebbe contro natura.
L’ultimo treno è passato con Tangentopoli.
Noi eravamo in ritardo e senza biglietto.
I cambiamenti (positivi e non) ce li devono sempre portare dall’esterno, viviamo all’insegna del “Vorrei ma non riesco”.

Il popolo italiano ha un’attrazione fatale per chi glielo mette nel culo ed una tendenza fanatica ad idolatrare chi lo ha ridotto al pauperismo (dev’essere l’evoluzione 2.0 della sindrome di Stoccolma).
Quando riesce a liberarsene (sempre per merito di altri) il suo masochismo ne fa trovare tout court degli altri, di solito peggiori dei precedenti.
La nostra classe politica è peggio degli italiani, ma la partita finirebbe perlomeno ai tempi supplementari.
Capire chi ha influenzato chi è dura.
Gli italiani (non tutti, ma tanti sì) sono legalitari a casa degli altri, garantisti coi delinquenti e inquisitori degli onesti, pieni di un’ignoranza saccente.
Abbiamo barattato la dignità con non si sa cosa.
In tanti criticano strenuamente certi comportamenti (di chi ci rappresenta), sognando in realtà di poterli compiere.
Quanti sono ancora imprigionati nelle ideologie pur non avendo mai avuto un ideale.
Siamo il Paese che annovera Giuliano Ferrara nella categoria degli intellettuali.

La citazione è di Gaber, geniale e purtroppo un pò inflazionata (in tanti se ne sono appropriati per puro tornaconto senza nemmeno capirla) “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.