Archivio | luglio, 2016

Piccoli fenomeni non crescono

30 Lug

Quando affrontiamo un viaggio anziché limitarsi ad osservare il nastro d’asfalto che abbiamo davanti al naso dovremmo sempre guardarci intorno, per vedere il panorama e nondimeno chi abbiamo di fianco.
Come dovremmo periodicamente buttare lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Affinché proceda meglio, il viaggio, è consigliabile guardare anche indietro.
Questo vale per tutti i viaggi.
Quello della vita non fa eccezione.
Possiamo così scorgere più nitidamente il contesto, noi stessi e gli altri: come eravamo, come siamo.
Già perché i cambiamenti si sono talmente sedimentati che senza questa attività a corredo la memoria storica resterebbe sottotraccia.

Se ripenso a chi era considerato nella nostra giovinezza un riferimento da molti coetanei, la prima cosa che mi viene in mente è una bestemmia.
Gli opinion leader del tempo erano smaliziati bulletti o petulanti pink lady e nelle compagnie (anche altrui) mancava poco che venissero immortalati nei poster in camera.
Spiccava chi era un goleador ed imbustava in campo e fuori, chi fumava, chi era semplicemente il più strafottente, chi si truccava già, chi indossava la mini, chi era stata spernigata (magari dal bomber: la coppia dell’anno!), chi in apparenza contestava (vecchio metodo per farsi i cazzi propri) e chi semplicemente sapeva già intuire e sfruttare le debolezze altrui.
Solo che adesso a calcio non giocano più o non sono più ‘sti fenomeni e tanto in serie A mica ci sono andati (e neanche in Lega Pro), fumare una sigaretta non è un atto ribelle più o meno dalla prima superiore, scopare (poco o tanto) scopano tutti, le tipe hanno solo l’imbarazzo della scelta per conciarsi come vogliono (ed al limite per imputtanirsi), torniamo tutti all’ora che ci tira e certe sbruffonate servono al massimo per fare il Primo Ministro (che però è uno solo).
Inoltre verso i quaranta la tamarraggine fa mostra di se quasi nella sua interezza e giocare alle Lolite, più che arrapare ed incuriosire, fa compatire, visto che intrigano ed arrapano di più le quarantenni che giocano a fare le quarantenni.
La considerazione (degli altri e di se stessi) è stata la diga che non ha permesso loro il quid necessario quando la trentina li è venuti a prendere.
A rivederli oggi non sembrano più gli oracoli d’un tempo.
Ciò che allora affascinava oggi un pò impietosisce, ciò che distingueva oggi appanna.
Più rimangono coerentemente il personaggio che erano più su di loro cala un alone che li sta oscurando.
Adesso, non hanno tutti fatto la fine di Macaulay Culkin, ma è evidente che non abbiano saputo compiere il salto salvifico e soprattutto che non ne sentano il bisogno neanche ora.
Il talento nei giovani non sempre sceglie l’immagine più sfavillante per fare bella mostra di sé, quasi che preferisca restare in una botte optando per un guardiano qualsiasi, scelto fra uno dei tanti.
Non sempre dei disadattati, anzi spesso brillantemente dotati e simpatici, le cui qualità però necessitano di più tempo per attecchire.
Come fosse il giusto grado di maturazione, la consapevolezza nei propri mezzi non va forzata, è lei che ti dice quando è il momento.
Il tempo è un compagno di vita austero che non lesina però manifestazioni di (personalissima) giustizia e meritocrazia: i primi che hanno brandito lo scettro issando fatui valori sono stati colpiti con la legge del contrappasso.
Stare al comando dalla prima all’ultima giornata è possibile solo in campionato.
Tuc i temp i venne bast’astai, recita un vecchio adagio in dialetto (tutti i tempi vengono basta aspettarli).

Da ragazzo o fai parte dei fenomeni qui sopra o della massa (divertente, cruda, generosa, impietosa.La massa).
Io ero uno nella massa, della quale credo di aver visto tutte le declinazioni.
Quella propriamente detta, più numerosa e generalista, che ti proteggeva e rassicurava fra la moltitudine dei tuoi simili, ma che era uno sprone ad uscire da essa per elevarti ed emanciparti.
Per emergere e per distinguerti.
Qualcuno è stato capace di trovare in quel contesto il terreno fertile per coltivare il proprio talento e le proprie qualità e depositarle nella famosa botte.
La fase delle presa in giro e delle piccole angherie invece ha costruito un resistente intonaco a base di sensibilità e senso di rivalsa, ingredienti rimasti nel corpo in gran quantità.
Dal veleno nasce l’antidoto (in questo caso pure multiuso).
Infine, i meccanismi che fanno scattare l’affermazione e la leadership non li comprendi bene tutti ma senti la loro presenza, ti appoggi a loro, li sfrutti.
Il tuo ego si rinforza e rinfocilla tutto il resto, ma è lì che fai la conoscenza di quello che un giorno leggerai essere il Panta rei, il concetto del tutto scorre.
Ti assenti un attimo, le situazioni mutano, nel frattempo muti tu e mutano anche gli altri e la tua figura non decade di certo ma non è più magnetica come un istante prima.

Mi guardo intorno, fra le persone che abitualmente frequento, quelle che mi circondano, quelle che mi fanno stare bene.
Ma potrei allargare il campo ed arruolare altri soggetti dello stesso archetipo.
Bene, vedo gente profonda, ironica, ingegnosa, stimolante che sa alternare l’impegno al cazzeggio e che ancora si evolve.
Nessuno di noi ha l’heritage del fenomeno.
Veniamo tutti dalla massa.

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Semplicemente Ayrton/Mondiale alla Senna

28 Lug

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Ne saranno demoliti parecchi di luoghi comuni, di credenze e di consuetudini da Ayrton Senna nella sua carriera.
La vittoria, ad esempio.
No, siamo lontani dall’approccio decoubertiano.
Senna al riguardo aveva le idee piuttosto chiare: “La cosa importante è vincere tutto, sempre”.
Ancora: “Io voglio vincere sempre. L’opinione secondo cui la cosa importante è competere è un assurdità”.
La rivoluzione fu il come.
Sempre il pilota di San Paolo: “Ho bisogno di fare qualcosa di speciale. Ogni anno qualcuno vince un titolo. Io voglio fare di più.”
Una frase del genere poteva essere pronunciata solo da uno squilibrato o da un genio.

Torniamo al 1988, poi capiremo.
La Mc Laren MP4/4 è un proiettile, Senna e Prost due cannibali che ne faranno 15 su 16 sia nelle pole sia nelle vittorie.
L’unica gara in bianco dei due permetterà alle Ferrari di Berger ed Alboreto di trionfare a Monza a meno di un anno dalla morte di Enzo Ferrari.
Digressione doverosa.
Alla sua prima stagione alla corte di Ron Dennis il talento brasiliano fa vedere cose aliene nel condurre la vettura.
I primi ad esserne spaventati, prima che colpiti, sono quelli del suo team.
Senna in qualifica è una furia, a fine anno le pole position saranno 13.
Sul giro secco infligge distacchi che talora sono quelli di un intero GP.
Nel Gran Premio cittadino di Monaco in qualifica un Ayrton Senna in totale stato di grazia (cit.) rifila quasi un secondo e mezzo (sic) al compagno di squadra.
In quella gara arriva ad avere un vantaggio di 55 secondi sul Professore prima che un calo di concentrazione e la voglia di umiliare il francese lo facciano picchiare al giro 67.
Se in qualifica Senna non ha rivali il campionato è invece equilibrato, complici alcuni guai tecnici occorsi al brasiliano.
E non dimentichiamolo, grazie anche al valore di Prost.
Ma quando vince (cioè spesso), Senna stravince e annienta gli avversari.
C’è ancora la regola degli scarti, meccanismo più complicato e cervellotico di una proposta di legge elettorale, ed Ayrton arriva al GP di Suzuka con meno punti di Alain ma col primo match ball della stagione:se vince la corsa, il titolo è suo.
Senna parte dalla pole, Prost al suo fianco.
Tutto pronto, semaforo verde, ma la monoposto n.12 incespica e sembra spegnersi.
Ciao Ayrton, il sogno svanisce.
Il tuo Mondiale non lo vincerai oggi, forse un’altra volta, chissà.
Ma non sicuramente oggi.
Mettiti l’animo in pace, le corse sono fatte così.
Senna alza le braccia per segnalare la sua resa.
Poi la leggera pendenza di Suzuka fa riavviare il motore.
Ma solo per un attimo, poi di nuovo il buio.
Più lunghi da raccontarli che da viverli questi istanti in cui l’anima scopre i sentimenti più distanti fra loro.
Alla partenza il cuore di un pilota è già martoriato da 180 battiti al minuto, il suo è pure salito sulle montagne russe di emozioni lancinanti.
Non si sa come, ma Senna riesce finalmente a partire.
Il tempo di lasciare calmare il cervello (riporto le sue parole) ed il brasiliano inizia una feroce rincorsa.
Non è una semplice rimonta.
E’ la dimostrazione della sua superiorità.
E’ l’istantanea della sua voglia di vincere.
E’ una metafora della sua vita.
Quelle di Senna, lo avrete capito, sono favole epiche più che semplici gare.
E poteva mancare l’acqua?
Certo che no, arriva anche quella.
La fuga di Prost termina al 28° giro quando Ayrton lo sorpassa ad una velocità spropositata ed al suo cospetto il Professore sembra essere fermo.
Dopodiché Senna diventa imprendibile per tutti tranne che per le telecamere, che ce lo immortalano in festa per il suo primo Mondiale.

Dirà che a Suzuka avvertì la presenza di Dio, che fu lui a guidarlo alla vittoria.
Terrene o divine, Senna aveva accesso a risorse inaccessibili ai più.
Senna non voleva vincere in maniera normale.
Senna non poteva vincere in maniera normale.
Gli eventi glielo avrebbero impedito
Gli stessi eventi che se fossero capitati a qualsiasi altro pilota, gli avrebbero impedito semplicemente di vincere.
Eccola la differenza fra Ayrton e gli altri.
Lui è riuscito a scolpirsi il nome nella pietra combattendo con campionissimi del calibro di Piquet, Mansell e Prost.
Il talento, la classe cristallina, le qualità fuori dal comune.
Certo, tutto vero.
Ma Senna era dotato di una indomita forza di volontà, la sua cura per i particolari era più giapponese che carioca.
Era preciso fino alla pignoleria.
Avremo modo di scoprire che risulterà impossibile spacchettare le qualità (tecniche ed umane) di questo pilota meraviglioso.
Di più, lui seppe unire gli opposti, facendoli non solo coesistere, ma addirittura esaltare in questa alchimia apparentemente impossibile.
Una magia.
Genio e regolatezza.
Ricordate le sue parole?
“Ho bisogno di fare qualcosa di speciale. Ogni anno qualcuno vince un titolo. Io voglio fare di più.”
Questo sarà solo l’inizio.

 

 

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Semplicemente Ayrton/Genesi di una stella

26 Lug

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Sì, sono d’accordo con voi, paragonare fra loro dei piloti di epoche differenti può risultare tanto fuorviante quanto infantile.
Difatti i confronti sono spesso appannaggio delle trasmissioni sportive e delle riviste specializzate.
L’importante però è sapere che a metà degli Anni Ottanta le Formula Uno erano degli allegri mostri i cui motori turbo (integralisti interpreti della modalità “O tutto o niente”) superavano abbondantemente i mille cavalli.
I 1.000 cavalli, se vi fa più effetto.
Tutti violentissimi, dal primo all’ultima stilla.
Il controllo della trazione era un orpello riservato ai film di fantascienza, le gomme invece erano rigorosamente quelle di trent’anni fa.
Dei giornalisti chiesero, in momenti diversi, a due ingegneri (rispettivamente della BMW e dell’Honda) se veramente nelle qualifiche le potenze dei motori arrivassero a 1.500 cavalli.
La domanda era retorica, le risposte identiche e comicamente disarmanti nella loro appassionata sincerità “Ah, può essere…Solo che il nostro banco a rulli ne misura solo fino a 1.300, di cavalli…”
Per guidarle non bastava la vocazione del pilota, servivano anche tracce di eroismo.
Giusto per contestualizzare.

Nessun romanziere, sceneggiatore o regista avrebbe potuto inventarsi una storia così perfetta per raccontare la genesi di una stella come quella che il destino fece vivere il 3 giugno 1984 ad Ayrton Senna da Silva.
Tutto era al posto giusto, sincronizzato, in una inappuntabile successione: l’ambientazione, le condizioni, il contesto, il rivale e gli strascichi.
Tutti prodromi di quello che avverrà da lì in avanti.
Cerchi che si apriranno, si ingrandiranno, si chiuderanno per incrociarne altri e poi ripartire di nuovo in un tourbillon veloce come le monoposto.
Sono le corse, una parentesi della vita.
Gli eventi sono casuali solo per chi non vuole vederci nulla di più.

Torniamoci, a quel giorno.
Non ve l’ho detto, siamo nel circuito cittadino di Montecarlo e sul Principato dal mattino si è abbattuto un forte temporale.
Acquazzone che non si interromperà per tutta la gara.
I piloti sono consci dei rischi che corrono e si percepisce: preoccupati, tesi, nessuno ha voglia di aggiungere del rischio ad un Gp che ne possiede in abbondanza di suo già in condizioni di asciutto, figuriamoci in questa risaia.
Ed infatti nonostante i piloti seguano pedissequamente le raccomandazioni della mamma (corri, ma non troppo) ogni tanto qualcuno viene inesorabilmente falcidiato dall’acqua.
Chi da solo (ad esempio Mansell e Lauda), chi in compagnia (Warwick, De Cesaris e Tambay).
Dalle retrovie si fa sempre più notare il giovane Senna.
Un esordio in Formula Uno vale anche la sua modesta Toleman.
Nei primi cinque Gran Premi due buonissimi sesti posti per il promettente ragazzo di San Paolo.
Incurante (e non potrebbe fare diversamente) del mezzo che sta guidando Senna getta sul Mondiale di Formula Uno tutto il suo impeto e la sua voglia di emergere.
Seconda sola alla sua velocità fra i cordoli.
Ayrton sul bagnato è già un fenomeno e dopo qualche giro a remare nella pista capisce che in quelle condizioni l’auto deve essere il più guidabile possibile, la potenza (anche se la Toleman non esagera…) in condizioni simili è più dannosa che inutile.
Cosa fa?
Abbassa al minimo la pressione del turbo poi tutto viene da sè perché il limite per alcuni piloti è una chimera irraggiungibile, mentre per lui un obiettivo, un compagno di vita ed uno stimolo.
Inizia a girare in tempi fantastici, tant’è che non impiega molto a giungere fino al secondo posto a meno di due secondi dal capofila Alain Prost.
Il ventiquattrenne brasiliano assomiglia ad una belva che sta per azzannare la sua preda,niente di personale (per il momento), solo istinto.
E vista la differenza di passo fra i due il sorpasso sembra solo questione di giri.
Ma non arriva.
Perché i commissari al 32° giro espongono la bandiera rossa (giustamente?,favorendo Prost?) e gara finita con quelle posizioni: vince il francese ed il rookie Senna è secondo.
Il brasiliano si sbraccia come un tarantolato, forse esulta per l’insperato risultato, forse è incavolato perché fiutava la possibilità di salire sul gradino più alto del podio.
Delle due decisamente la seconda.
“Qui si parla francese ed è meglio che vinca un francese.” dirà il pilota della Toleman a fine gara.
La voglia di vincere si scontra da subito con le gerarchie e le leggi della politicissima Formula Uno.
Sarà la prima di una lunga serie, uno dei suoi tanti stilemi.
Senna è un predestinato, e il fato – per eccesso di zelo – ha voluto dargli un’ulteriore conferma in una sorta di caccia al tesoro dove probabilmente la mancata vittoria rientra nel disegno: per mostrargli che nelle gare essere il più forte non sempre basta, o comunque non basterà sempre a lui.
Ecco perché le sue vittorie non saranno mai vittorie normali (per quanto possa essere normale una vittoria).
Senna lo sapeva già, ed ora il Mondo intero: è nata una stella.
E da quel giorno lo capiranno anche gli avversari.

 

 

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Aridi diluvi

21 Lug

Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07 a Roma il mio amico Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana recensendo (ma a suo modo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un countdown che è diventato un crescendo rossiniano (nonché la progenitrice della pagina Ricete musicali, sempre su Facebook).
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Risultato possibile solo quando la passione incontra sulla sua strada il talento.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Ecco il suo post per il brano Lost in the flood.

Eccone un’altra che andrebbe ascoltata ad un volume illegale.
Soprattutto in questa versione live che amo.
A dimostrazione che la capacità evocativa non è un muscolo da allenare e migliorare, questo pezzo è del primo album.
Lost in the flood. 1973.
Dove il diluvio in cui ti perdi ti fa perdere la direzione, e fai fatica a capire come potrai uscirne.
Il nostro, apparentemente, svolge il suo porco compito di storyteller, con tre storie intrecciate. Solo apparentemente.
Il pezzo in realtà è forse uno dei più simbolici dell’intera discografia.
Il soldato è uno straccione, altro che un eroe, e torna a casa dalla guerra come un fuggiasco. E come un fuggiasco l’ambiente che trova al suo ritorno è ostile, quasi lo rigetta. Immagini iconoclaste si alternano, forse sono solo nella testa del reduce, che dopo il fango della guerra, trova lo stesso humus anche a casa.
Anzi, peggio. Non è fango, sono sabbie mobili. La sensazione di smarrimento deriva dalla guerra o dal tuo ritorno a casa?
Il ragazzo patriottico alla guida di una Chevy si crede destinato alla gloria, ma più avanti sulla strada incontra un temporale.
E le macchie sull’asfalto non sono benzina, sono sangue. Ma davvero è stato il temporale, o il ragazzo si è smarrito nell’ALTRO diluvio?
E i tossici impegnati in una sparatoria cosa diavolo credevano di fare? E il fighetto che vive la scena come uno spettacolo?
Altre vittime del diluvio, probabilmente.
Quello stesso diluvio, che, biblicamente, lava i peccati, stermina per ricostruire, in questo totem di canzone zeppa di richiami cattolici, diventa quasi l’opposto. Presa di coscienza della realtà, disillusione, rassegnazione.
Credo che ognuno potrebbe perdersi, dentro al diluvio.
Non si tratta di perdonare ogni comportamento.
Solo di cercare di comprenderlo, e ammettere che in altre circostanze forse noi stessi saremmo stati dall’altra parte.
In fondo, credo che il nostro, come vedremo anche più avanti, ce lo dica spesso.
-14

Nel Mondo starà anche cambiando il clima ma i diluvi di cui parla Imerio sono un fenomeno che non conosce sosta.
A pensarci bene in questi diluvi uno dei rischi più grossi è l’indifferenza.
Non per lo sventurato protagonista (termine quanto mai inappropriato ed irrispettoso, ma efficace) che per qualcuno è la vittima e per qualcun’altro è il carnefice.
No, loro un perbenista, un bacchettone, un moralista, ma anche un oratore od un poeta lo trovano da fargli da megafono.
Da grancassa di risonanza.
Per metterlo sul patibolo, o per mitizzarlo.
No, io mi riferisco alle vittime inconsapevoli, a quelle ancora più occasionali.
I parenti, gli amici, i colleghi del lavoro, gli abitanti di un quartiere, i vicini di casa od anche dei perfetti sconosciuti che gli eventi hanno spinto nel girone dantesco a loro insaputa.
Ma a loro insaputa veramente.
Sono quelli dei danni collaterali, e non se li caga proprio nessuno.
Poco (o per niente) maledetti nella loro grigia fatalità per attirare gli araldi dei borderline&disperati ma anche troppo marginali (e passivi) per prendersi rimbrotti o strali dei puritani.
Spiacenti, siete poco iconografici e fareste poco audience!
Anche i media hanno altri a cui pensare.
Forse la sofferenza della vita, l’ineluttabile destino dei tanti (troppi) sono proprio loro.
Ai margini dei margini, a cui il destino ha riservato il ruolo della comparsa anche in una situazione di merda.

E’ vero, la vita spesso si traveste da croupier nell’assegnare i due colori della roulette.
E lì sono il caso e la probabilità che fanno accomodare la pallina nell’anello giusto o in quello sbagliato.
Questione di fortuna invece, se guardiamo all’altra parte del banco.
E l’anello giusto e quello sbagliato sono lì vicini, uno attaccato all’altro.
Si guardano, si conoscono, condividono la stessa parete.
La distanza fra il sereno ed il diluvio è la stessa che c’è tra un anello rosso ed uno nero.
Ma occorre dire che quando ci tocca prendere il colore nero non tutti reagiamo allo stesso modo.
I ciechi di Saramago insegnano.
Ed è proprio nelle tragedie che assume un particolare risalto la dignità.
Quando tutto porterebbe a calpestarla.
Non mi sento di condannare chi fatica a perdonare, prima di tacciarli di ignominia bisognerebbe conoscere le loro storie.
Le avversità, contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, non favoriscono la comprensione.
Inaridiscono l’uomo.
Lo portano a prosciugarsi e ad augurare agli altri le loro stesse pene.
Le sofferenze anziché unire il genere umano lo dividono, creando – se reiterate – impulsi egoisti, aggressivi e nichilisti.
C’è poi gente che i diluvi li cerca o comunque li attira.
Lo fanno per una tara genetica, per un atavico mostro che si portano dentro, perché l’altra strada è piena di buche e perché loro hanno l’alibi di essere degli sventurati marchiati a fuoco, e allora tanto vale.
Si parla invece poco di quelli che i diluvi li hanno sfiorati, magari ne sono stati attratti anche loro ma hanno trovato chissà dove la forza per non esserne fagocitati.
Probabilmente una spinta salvifica in se stessi scavando in anfratti di cui anche la propria anima ignorava l’esistenza
Non sono mai entrati in quello strato di terra che precede il niente e che rispetto a quest’ultimo è ancor più abbietto.
Non ometto che alcuni di quelli che si sono salvati possano aver avuto quel culo che altri non hanno trovato, o sono stati proprio degli altri a portarli in salvo.
Lo so, lo so.
Lo so benissimo che si rischia di entrare in un’aporia.
Conosco Imerio Bolognini solo dal 1988.
Semplificando, lui è più comprensivo di me, è più tollerante di me, anche se puntualizza sempre (orgoglioso) che questo non gli impedisce di odiare un sacco di persone.
Ma tante.
Abbiamo invero lo stesso mezzo (la sensibilità) e la stessa meta (andare oltre) anche se a volte lui mi dà l’impressione che perda la strada principale per intrufolarsi in secondarie vie di periferia che considera larghe come un’autostrada.
Il bello è che Ime potrebbe dire la stessa cosa di me.

Nessuno lo ammetterà mai, ma temo che ognuno di noi nell’essere comprensivo abbia la propria play list, i propri generi preferiti.
La comprensione è manipolabile.
E’ umorale.
E civettuola e ruffiana.
A lei piace far bella mostra di sé quando ci riteniamo la parte lesa.
Quando cioè in quel diluvio ci siamo decisamente dentro fino al collo.
Oppure quando siamo totalmente estranei dai fatti.
Quando nel diluvio, ergo nei casini, ci sono altri e noi siamo sul divano.
Comodo il divano.
Ma a volte occorre contestualizzare e discernere il dettaglio dall’insieme ed evitare atteggiamenti aprioristici.
Il rischio altrimenti è declinare sempre ad un livello superiore le responsabilità senza mai stigmatizzare nulla, creando un pericoloso corto circuito dove tutto alla fine è giustificabile ed inoppugnabile.
Un’alienazione.
La comprensione non è la sola qualità da richiedere ad una coscienza.
O diventa un mero esercizio di auto assoluzione.
Detesto i comprensivi urbi et orbi di professione, che cercano solo di lustrarsi il corpo e disincrostarsi l’anima bella che non hanno (l’anima, intendo).
Se ne servono, della comprensione,e vivono dei diluvi degli altri perché sono dei parassiti dell’umanità.
Ed invece la comprensione e l’indulgenza vanno centellinate, quasi fossero un distillato magico che se prodotto in gran quantità perde la propria valenza.
Fattispecie, quest’ultima, da evitare come la peste.

Dedicato a te/4

12 Lug

(Dedicato a te è un periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare, gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori)

Compaiono appena dopo la morte, come gli avvoltoi.
Se ne servono, della morte.
Per riabilitarli tutti, quei morti.
Tutti.
Anche quelli che bisognerebbe stramaledire per l’eternità.
Sui deceduti anziché un lenzuolo bianco stendono una coltre di falsità, formalismi, buone maniere (quindi tutto fuorché buone) e banalità.
Loro non perdono tempo e leccano il culo quando è ancora caldo.
Non è vero che tutti devono essere lodati ed incensati: il rispetto e l’educazione vanno meritati.
Finché si è vivi.
E quando si muore non c’è un libera tutti che apre i cancelli dei finti sentimenti.
Loro invece lo fanno perché sperano di ricevere lo stesso trattamento dopo il trapasso (si chiama coda di paglia).
Lo fanno per continuare a comportarsi così, perché l’avrete capito, sono degli infidi figli di puttana.
Lo fanno per riabilitarsi pure loro, in anticipo ed in modo autoreferenziale.
Forse sarà per l’abitudine all’ipocrisia, o forse perché riabilitando gli altri credono di ripulire ed ablare la propria coscienza incrostata, oppure per mostrare l’anima bella che non hanno (l’anima, intendo), o anche perché durante un lutto il conformismo e le buone maniere pagano i punti doppi nella raccolta che a loro interessa; certo è che alla morte di qualcuno c’è una bella processione di cazzate, retorica e melassa. 
Fingono di elargire rispetto, in realtà tracimano un capzioso ossequio.
Avendole imparate a memoria oramai ci credono anche loro alle giaculatorie che recitano, sempre più noiose, sempre più prevedibili, sempre più meschine.

Sono presenti in folte schiere fra potenti, prelati, politici, giornalisti, semplici lacchè o aspiranti ancelle ed è un modus operandi tanto spontaneo quanto  indispensabile per il loro curriculum.
Ma il fenomeno è endemico, esteso anche al più piccolo ed insignificante luogocomunista di vulgata, dove la consuetudine è di casa.
Sì, d’accordo, il cattolicesimo ci ha messo lo zampino con tutte quelle afflizioni e quei sensi di colpa che generano le religioni.
Come non è solo coccodrillite, è peggio.
Dai piccoli mali nascono quelli grandi.
La pietà per i morti è una cagata pazzesca, se uno in vita è stato uno stronzo non lo eleva certo la sua morte.
La morte in questo caso è solo da ringraziare di avercelo tolto dai coglioni, anche se spesso si fa decisamente attendere.
La storia è un magnifico cammino costellato però di tante trappole, alcune messe proprio da questi mistificatori della realtà, da questi inventori di personaggi, da questi illusionisti di professione.
Un atteggiamento il loro che si può catalogare impunemente nel folto raccoglitore delle manipolazioni.
Possono anche a fare di peggio, i nostri prezzolati dell’epitaffio.
Quando, nella loro liturgia della menzogna, infangano uno spirito libero (o un fine e coraggioso pensatore, o qualcuno fuori dal coro o non allineato), riducendolo ad un personaggio leggermente sopra le righe.
Quasi caricaturale.
Un guascone, un burbero, un introverso.
Uno con un brutto carattere.
Ecco, se il defunto era veramente scomodo e cazzuto allora con la vigliacca locuzione “qualcuno sostiene che…” insinuano il dubbio della semi infermità mentale o altre carinerie simili.
Parola d’ordine: renderlo un reietto e sconfessarlo, screditarlo.
Lui, il suo pensiero e chi gli stava vicino.
Diversamente, possono raccontare solo le virgole per farlo rientrare nella scuderia giusta, quella di cui loro sono a libro paga.
O anche semplicemente per il loro tornaconto.
Così da farlo rivoltare nella tomba per l’eternità, quel morto.
Oppure col megafono della litania riescono a far diventare nazionalpopolare uno che era afflitto da misantropia.
Sempre se fa comodo.
Eh, sono fatti così: col loro inesauribile opportunismo, si riempiono la bocca e si lustrano il corpo con l’effigie del morto che li ha smerdati fino al giorno prima.
Ma a loro non interessa, mica hanno il fardello della coscienza e dell’orgoglio.
Cazzo gliene frega, a loro!
Al cospetto di questo atteggiamento l’odio è un sentimento molto più nobile, spontaneo, non è artefatto, non ha secondi fini, non è il simulacro della bontà.
I bambini, avendo l’animo ancora refrattario a queste pantomime e il lobo frontale scarico di esperienze, gli direbbero “Ma come, lo hai criticato fino a ieri…E ora che cazzo dici, stronzo?!”
Il “che cazzo dici, stronzo?!” l’ho aggiunto io perché mi andava.
Il buonismo è il vestito della festa dei malvagi, un cavallo di troia, tanto diffuso quanto ancora efficace, per scardinare e circuire.

Quando capiterà a me arriveranno a definirmi una persona diplomatica.
E quando capiterà a costoro sappiate che io non mi contraddirò.
Quindi non comporrò la loro agiografia, ma la loro merdografia.