Archivio | marzo, 2014

Giochi senza frontiere

29 Mar

Dici Europa e la politica italiana dà il meglio (quindi il peggio) di sé: angoscianti vuoti di memoria, mistificazione della realtà, un bipolarismo da fa inorgoglire nella tomba Emil Kraepelin e per finire un revisionismo ad uso elettorale.

Sul tema tutto l’ex centrodestra è impegnato in prove di duropurismo che ricordano quelle dei soldati contro il muro nella famosa Osteria numero nove.
Sveliamo loro un segreto: negli ultimi tredici anni ne hanno passati ben otto al Governo (inaugurando tra l’altro l’entrata dell’Italia nell’Euro).
Ma forse erano impegnati a fare dell’altro.
Qualcuno dovrebbe poi dirgli che in quegli anni – loro erano sempre al timone del Paese – non si trova traccia del loro attuale antieuropeismo, neanche ravanando in riviste specializzate o in siti di controinformazione.
E soprattutto nemmeno quando i ristoranti erano pieni ed i voli aerei tutti prenotati.
Hanno invece digerito di tutto, con la ciliegina sulla torta della famosa missiva della Bce.
Sembrano quasi convincenti ora, peccato che di loro pugni sui tavoli di Strasburgo e Bruxelles per difendere la sovranità economica (che sembra un termine risalente al Petrarca) non si trovi traccia neppure con le sofisticate apparecchiature in dotazione a quelli di CSI.
Sono fatti un po’ così, anti-Euro a targhe alterne.

Non va meglio in casa PD, il cui Segretario – coerente quasi come l’attuale Premier – batte il tasto di sforare il famoso 3% nel rapporto Deficit/Pil.
Proposta tanto giusta quanto ruffiana.
Attento com’è alla comunicazione, strano davvero che non sappia che il suo (aggettivo determinativo possessivo) partito ha votato per il pareggio di bilancio e non contenti lo hanno fatto pure inserire nella Costituzione (“Ricordati che devi morire!”).
Ovvero come farsi imbavagliare mani e piedi e chiedere ancora qualche tortura: Marco Palombi ha coniato la geniale locuzione bondage economico.
Al solito Renzi è stato abile a captare l’insofferenza dell’elettorato verso l’Europa (fino ad oggi i Dem si erano prostrati in maniera ortodossa ai voleri dell’UE), peccato che alla sicumera mostrata nei suoi slogan h24 sia seguito un comportamento molto più mansueto a casa della maestra Merkel (viene in mente la frase di Steve Gerrard “He looks aggressive, but he is as scary as a kitten”).
Ma il Premier punta in alto, con la sua “L’Europa non è un insieme di regole: è mio nonno che fa la guerra, è mia madre che piange perché guarda il Muro cadere, è mio figlio che farà l’Erasmus” è in lizza per l’ambito premio Blinda alla supercazzola prematurata come fosse Unione Europea.
Già che c’era poteva parafrasare Umberto Tozzi (autore peraltro di piacevoli canzoni) che in Gloria ammetteva che “…con te nuda sul divano faccio stelle di cartone…”, mentre nella strofa lisergica (speriamo per lui) di Ti Amo asseriva “…apri la porta ad un guerriero di carta igienica…”.

Pareggio di bilancio, Mes e Fiscal Compact (ovvero la corda per impiccarsi) sono stati festeggiati con la Fanfara da questa presunta classe dirigente.
La loro catarsi, il nostro anatema.
Affidare a loro queste importanti scelte economiche è un po’ come partecipare alla Parigi-Dakar a bordo di una Peg Perego.
E sperare di vincere.
L’argomento Europa rimane un animale da prendere per le corna e da mettere nel recinto più prolifico di voti.
Finora l’euroscetticismo è stato volutamente relegato da tutte le forze politiche – in Italia come all’estero –  fra gli stilemi di formazioni nazionaliste e xenofobe (a casa nostra il M5S ha ancora una posizione ondivaga se non confusa).
Ma cercare di arginare gli effetti della globalizzazione, difendere la propria identità ed il proprio territorio, la propria sovranità economica/monetaria, la possibilità di scegliere in libertà le politiche da adottare dovrebbero essere priorità improcrastinabili per partiti e movimenti di massa.
Ecco un altro documento da aggiungere al file denominato “Tutti gli errori della sinistra”, zippato per ragioni di spazio.
Questa classe politica all’evidenza risponde ancora con le menzogne.
Gli italiani, da par loro, non perdono occasione di dar sfoggio della loro proverbiale memoria storica.
Peccato solo che sia inesistente.

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Ok, l’età è giusta!

24 Mar

La Terza Repubblica è nata sotto l’effigie della rottamazione, del ricambio generazionale in senso lato: aut aut – ai quali è oggettivamente difficile rimanere indifferenti –  per solleticare ancora gli esangui italiani.
Così è (se vi pare): non si rimborsano i biglietti.
Che siano i prodromi di un cambiamento autentico, fasullo o gattopardesco lo sapremo presto.
A vedere come sono sciorinate queste taumaturgiche riforme – alla stregua dei punti per il mitico concorso Vinci Campione della Ferrero, oggi la maglia della Nazionale, da domani pensiamo alla tuta – verrebbe da scommettere sulle ultime due ipotesi.

Allarghiamo la visuale ai concetti di età, giovinezza e quindi anche vecchiaia.
Quando si comincia ad invecchiare?
Una delle definizioni più beffarde ci suggerisce quando il tuo idolo sportivo o musicale è più giovane di te.
(Lo so, state tutti abbozzando qualche conteggio…).
Parimenti, quando ci si può ritenere ancora giovani?
Fintanto che un progetto, un obiettivo od una priorità ci stimolano la mente e/o il fisico.

Nel complicato intreccio fra la vita, le sue emanazioni e l’età non esiste, come per le opere d’arte, il recul (ovvero la corretta distanza per osservare un quadro).
Si cambiano continuamente l’angolo della visuale, le percezioni e financo i giudizi universali.
Se non esiste quindi una prospettiva giusta, c’è sicuramente quella sbagliata.
E l’Oscar per la migliore interpretazione spetta a questi paradossi temporali viventi (perennemente anacronistici): nonne al silicone, giovani-vecchi, donne-bambine, eterni Peter Pan, ex sfigati in gioventù (ma neanche tanto ex) in cerca di rivincite e quindi vendette.
Fanno più danni loro di Mexes al centro di una difesa.

In gioventù si giudicano le persone coi parametri sportivi: giovani fino ai 25, ai 30 si raggiunge la maturità e in un attimo il declino, ai 40 ecco l’oblio ed i vecchi sono quelli da 50 anni in su.
Curioso poi come le quarantenni di qualche decennio fa sembrino le mamme di tante Milf di oggi.
Sfido chiunque a conciare il proprio bimbo come in quella foto che ci ritrae al parco.
Oltre alle scodelle sembra che anche certe espressioni siano rimaste in quelle frazioni spaziotemporali.
Per i virtuosi della basetta (mi avete beccato…) i calciatori degli anni ’70 rimangono delle chimere irraggiungibili, nemmeno con la clonazione o con colture intensive del proprio manto barboso.

La società di oggi non tollera i vecchi – i vecchi non devono essere vecchi – e sussiegosa ed ipocrita com’è, gli ha risparmiato l’onta di quel termine, vecchio appunto, sostituito con un più elegante anziano.
I vecchi non possono invecchiare, sono tanto emarginati – e qui è il paradosso – quanto indispensabili.
Nel patto fra generazioni si sono invertiti i firmatari senza che nessuno lo autenticasse.
Eppure c’è tanto bisogno dei loro racconti per troppi bambini cresciuti più a touch screen che a favole & latte.
Sul tema, una gag che unisce tenerezza e divertimento.
Bar di una paese, età media sull’ottantina, scambi di battute che sembrano sentenze, prende la parola un inconsapevole filosofo “…Perchè i vec d’una volta ierne furb…”

Se è vero che il baronismo è uno dei mali che affligge l’Italia (non il solo e nemmeno il peggiore) è da sfatare anche l’assioma giovane uguale migliore.
L’antipasto lo abbiamo visto servire nel Sessantotto , quando i figli di papà di cui parlava Pasolini puntavano già a dirigere un giornale piuttosto che fare la rivoluzione (Massimo Fini docet).
Certi anziani, vecchi o maturi che dir si voglia sono molto più consistenti di certi giovincelli della nostra generazione (https://shiatsu77.wordpress.com/2014/01/03/i-nostri-primi-quarantanni-o-giu-di-li/).
Normale perciò essere attratti e cercare stimoli più da inni di altre generazioni – penso a Gaber con La mia generazione ha perso, a Come Savonarola di Eugenio Finardi, a un’eterna Nun te reggae più di Rino Gaetano o alle tante poesie di Battiato e Renato Zero, e ne mancano parecchie – piuttosto che dalle melliflue banalità in salsa buonista di Jovanotti e simulacri simili.

I rimpianti ed i rimorsi sono dei compagni di viaggio che possono diventare molto rumorosi.
Per evitare ciò – piuttosto che guardare al passato – sarebbe meglio pensare a cosa fare per non averne in futuro.
Facile a dirsi.

Quelli che la minoranza

9 Mar

Riecco tornare alla ribalta le gesta dei cinque moschettieri (Karl Aurel Kohrsin, Nelson Bolognera, Patrick Marone, Ramuo Gopizzi ed il sottoscritto) che avevamo lasciato nel viaggio di ritorno di un’insolita Fiera di San Michele (vedi anche https://shiatsu77.wordpress.com/2013/10/05/quelli-che-fanno-i-pranzi/).
Con i tortelli di Pineto a placare degli appetiti che la medicina moderna fatica a comprendere, fra una cazzata e una bottiglia,una bottiglia e una cazzata i nostri ad un tratto si sono cimentati a esegeti di una delle più belle canzoni dei Litfiba, A denti stretti (ieri c’erano i Litfiba, oggi abbiamo i Negramaro, va beh…), uno di quei pezzi che produce libido ad essere ascoltato ad un volume raccomandato dall’Associazione Tamarri d’Italia.

Al dibattito avrebbe dovuto partecipare (in streaming) anche la Sara della Valsabbia (un’assidua ascoltatrice di Radio Studio +, nda) ma la notizia che la canzone avesse un testo (per di più in italiano) e la sua frequenza metronomica fosse inferiore ai 200 battiti al minuto han fatto desistere l’adepta dell’Unz-Unz-Unz.
Un vero peccato.
Nelson Bolognera (conosciuto in Rete anche con lo pseudonimo Noè Mascarpone) è un fine intenditore di musica (ma non diteglielo, dopo si monta la testa e crede di essere la versione emiliano-genovese di Bruce Springsteen), nonostante in un periodo plumbeo della propria esistenza sia stato il paroliere segreto dei Jalisse.
Scheletri nell’armadio a parte, per Bolognera la canzone parla della decisione di un uomo di confessare il proprio amore ad una donna (la Dea nera) e soprattutto della scelta (complicata e sofferta come spesso capita agli uomini quando devono passare dall’ “io” al “noi”) di compiere un passo importante assieme a lei (“Sto correndo a denti stretti verso il sole e ho distrutto la mia gabbia per portarti il cuore”, “Dea nera non resisto più, Dea nera non resisto più”, ancora “Dammi un segnale, e volo da te… uomini stanchi di crescere”).
Chi scrive allarga invece la figura della Dea nera ad una sorta di spirito-guida, per non far perdere (anzi riaccendere) la speranza a persone vessate e disilluse (“…non avrò paura di credere…”), quasi un’ultima spiaggia per farli ancora pulsare per un ideale, determinati (“A denti stretti…”) a combattere per un obiettivo (“Sto viaggiando a pieni giri contro il sole in un giorno che ogni cosa ci ha trasfigurato le mie ali sono ruote e il mio motore graffia e supera incrocio con il mio passato”, “Dammi forza di non perdere la strada che finirà io lo so, dentro i tuoi capelli, dea nera non resisto più, dea nera non resisto più, e prendo le ali e volo con te, non avrò paura di credere, soli rinchiusi dentro di se, uomini stanchi di crescere”).
Poco importa di sapere quale sia il vero significato della canzone, più divertente (e stimolante) è stato cercare di interpretarla.
Poi Bolognera – fra una Domanda Inopportuna ed un’altra – lo potrebbe chiedere a chi l’ha scritta, ovvero Piero Pelù.

Guardandoci intorno, ma anche avanti e indietro (insomma da tutti i cantoni), abbiamo preso consapevolezza che noi saremo sempre in minoranza (mangiare e bere bene ci ha aiutato a digerirlo meglio).
Situazione nella quale non stiamo affatto male, tutt’altro.
Specie quando guardiamo quelli della “maggioranza”.
Nei momenti di forte scoramento è sufficiente applicare alla lettera uno dei precetti del nonno di Gopizzi – il Sig. Pietro – esclamando cioè con aria di compatimento un suo tipico accostamento (chiamiamolo così), ovvero un’applicazione pratica del panteismo.
E’ fondamentale l’aria di compatimento.

P.s.Cos’ho contro i Negramaro?
Nulla, per quanto non mi piacciano criticarli sarebbe puerile.
Ma il loro voler essere ecumenici, il cercare di piacere alle figlie ma anche alle mamme, il voler entrare nei salotti buoni ma con ancora indosso la maglia del concerto (un colpo al cerchio ed uno all’iconografia) sta al Rock come Damon Hill ai grandi della Formula 1.
Sono (o vorrebbero essere) nazionalpopolari, ergo un simulacro di una Rock band.
Non bastano una batteria, qualche riff ed i braccialetti di pelle: il Rock deve esternare, denunciare, sfogare,  quindi anche dividere.
Per lo stesso concetto per cui un vero rivoluzionario non deve essere osannato con toni ossequiosi dal mainstream.
In caso contrario, a gh’è quel ca tocca.