Archivio | novembre, 2014

Certe notti Io penso positivo

20 Nov

(Articolo scritto in collaborazione con Imerio Bolognini, Mauro Pigozzi ed Aurelio Corsini, alias Nelson Bolognera, Ramuo Gopizzi e Karl Aurel Kohrsin).

Per comprendere la fenomenologia dell’Italia dell’ultimo ventennio si deve necessariamente passare da loro: Luciano Ligabue e Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti.
Perché la loro genesi e metamorfosi corre parallela a quella del Paese.
A volte è qualche metro avanti alla gente, in altre occasioni a ruota ad inseguirla, perché il cliente ha sempre ragione.
Che Lorenzo non sappia cantare è tanto risaputo quanto ininfluente (anche Francesco Bianconi non è un virtuoso dell’ugola, ma lui ed i Baustelle si fanno ricordare per altri trentotto buoni motivi).
Se Jovanotti fosse una canzone sarebbe Il Potere dei più buoni del Signor G, se fosse un conduttore sarebbe Fabio Fazio, che non lesina di chiamarlo in trasmissione per la liturgia del salomonico volemose bene.
Se fosse un politico sarebbe Renzi, perché incarna ed alimenta il renzismo e sostenendolo in pubblico fa campagna pubblicitaria anche a se stesso (chi si somiglia, si piglia).
Jovanotti – contrariamente a quanto propinato dalla presunta stampa specializzata – ha raggiunto il suo acme e la sua dimensione più autentica ai tempi di Gimme five e La mia moto.
Poi è cresciuto, certo, si è documentato ed ha studiato.
Sicuramente Comunicazione e Marketing.
Il Jova è il Profeta dell’happy ending, un guru della rivoluzione indolore (dunque inesistente).
Nel suo magico mondo vagamente fiabesco il Bene vince sempre sul Male e l’unico effetto collaterale è che le sue canzoni d’amore devono essere vietate ai diabetici causa eccesso di melassa.
Lui non detta la linea (d’altrone “niente più leader a guidare le masse”), racconta semplicemente loro quanto richiesto, per farli sentire impegnati senza il bisogno d’impegnarsi, la perfetta auto-assoluzione di una generazione scarsamente esigente e senza mordente.
All’invettiva risponde con l’apparenza patinata, all’originalità preferisce la supercazzola.
Antiberlusconiano quanto basta per essere accettato dalla (fu) intellighenzia, quella barba inutilmente lunga tradisce più un perbenismo interessato che un messaggio incendiario.
Se la sinistra è quasi collassata lo si deve anche dagli artisti da cui si è fatta rappresentare: tanto banali quanto pavidi, melliflui, edulcorati ed equilibristi per scelta e pure per vocazione.

Su Ligabue la mia generazione potrebbe scrivere un Trattato.
Si è inserito abilmente nel solco lasciato tra la musica sfacciatamente ribelle dei Litfiba e quella melanconicamente contro di Vasco, con un’iconografia fresca ed ammaliante per piacere alla figlia ma anche alla mamma: look vagamente indiano, stivaletti, capello lungo ma non troppo ed un sorriso coinvolgente da bravo ragazzo.
Rockettaro si, maledetto no (sia mai).
Questo cerchiobbotismo sarà il suo tratto distintivo, il suo stilema.
Ha sempre detto di voler raccontare solo storie.
E così ha fatto, ed anche bene (almeno fino a Buon Compleanno Elvis, poi le sonorità graffianti degli inizi hanno salutato la folla che nel frattempo si è fatta più nutrita).
Ma l’ispirazione di un artista è figlia dell’insoddisfazione, di qualcosa che non ti va e che vorresti cambiare, di un vuoto da riempire, anche della semplice incazzatura finchè sei giovane.
Tutte situazioni estranee al rocker di Correggio.
Basti pensare che mentre gli Anni Novanta implodevano nello stesso istante in cui erano nati (http://shiatsu77.me/2014/09/29/la-speranza-faceva-novanta/) lui manco se ne è accorto, perché se ne stava comodamente da Mario a giocare a briscola.
E parlava di quello (perché poteva solo parlare di quello).
E a noi piaceva (proprio perchè parlava di quello).
Non aveva alternative, al banco del bar il coraggio e la creatività non si potevano ordinare.
Ha poi voluto fare il poeta ma gli assi – essendo solo quattro – finiscono in fretta.
Noto cultore di se stesso, ha corroborato la propria agiografia fra libri, film e mega-concerti (alcuni riusciti, altri decisamente più infelici).
Sempre ecumenico, sempre nazionalpopolare, sempre attento a non scontentare nessuno (ovvero tutti), è un un Bruce Springsteen de noantri.
Ligabue è quello che vuole fare il tipo de sinistra ma senza che gli disturbino l’Happy Hour.
Le poche volte che si è schierato (frequenti come un rigore contro la Juve a Torino) ha fatto seguire, il giorno dopo, un passo dall’altra parte come il Manuale del perfetto equilibrista insegna a pagina uno.
Quella lagna monumentale che è Una vita da mediano non credo sia un’inno ai più umili o ai tenaci che senza talento possono farsi spazio nella vita, ma l’ammissione (involontaria o meno) che lui non sarà mai un Johan Cruijff ed allora meglio tenersi buono l’alibi nel taschino o nel cassetto.
Anche nell’ultimo album che gli esegeti della domenica han definito contro chi ci ha ridotto così (sic), quando proprio gli si chiude la vena esonda con “Siamo il capitano che vi fa l’inchino/siamo la ragazza nel bel mezzo dell’inchino/siamo i trucchi nuovi per i maghi vecchi” o addirittura “C’è qualcuno che può rompere il muro del suono/mentre tutto il mondo si commenta da solo” e financo “Chi doveva pagare non hai mai pagato l’argenteria”
Oh però, non le ha manda mica a dire il Liga, gliele ha proprio cantate chiare.
A memoria d’uomo l’unica canzone con cui Ligabue – anziché prendersela col cielo e logorarsi per il tempo che non sarà mai il suo – punta il dito contro qualcuno è Il Gringo (versione ’91 e ’94).
Ma dev’essere stata una brutta esperienza, quindi meglio non suonarla dal vivo (o farla passare alla radio) per non rievocare fastidiose sensazioni.
Le partite si possono vincere e perdere, Luciano Ligabue le ha sempre pareggiate senza mai scendere in campo.

Jovanotti e Ligabue sono artisti che si tengono ormai a galla da soli e senza nemmeno nuotare, organici non più ad un’idea o ad uno stile ma a qualcosa di liquido come lo Zeitgeist.
Il sistema è veramente contento di farsi contestare da due così, cioè da se stesso.
Sono artisticamente corretti (quindi un ossimoro) e come tutti i conformisti di solito stan sempre dalla parte giusta (cit.)
“Come si conviene farò di tutto per parlare/come si conviene di soldi e di politica/tutto per bene andrà come doveva andare” (Max Gazzè dixit).
Per entrambi la sintesi finale viene dal mitico Sabba “Ma quando ascoltano le loro canzoni, si piaceranno?”.

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Il Manifesto del Pensiero Unico

10 Nov

La mente e la volontà hanno delle potenzialità pressoché infinite, ma sono anche tanto, tanto vulnerabili.
È grazie a questi limiti che il Pensiero Unico prende forma, cresce ed imperversa, sfruttando abilmente il proselitismo e la propaganda dei servi del mainstream, pedine a loro volta manipolate come marionette.
Per questioni di spazio tralasciamo il maremagnum dell’informazione (servirebbe un file zippato), roba da far candidare Cioè al Premio Pulizer.
Ecco a voi il Pensiero Unico, ovvero un’arma di distrazione/distruzione di massa (cerebrale).

Il sistema binario
E’ un concetto cardine che prevede di polarizzare l’attenzione e far incasellare il pensiero in contenitori preconfezionati, ridurre il tutto a due schieramenti: A o B.
A volte le scelte si equivalgono (ma danno la sensazione contraria), dunque sono delle non-scelte, delle dicotomie che capziosamente creano false identità (spesso in nome di altre).
Quando invece differiscono, non si riescono a trovare i pregi (ed i difetti) di ognuna perché i contoterzisti del pensiero sono stati allenati (allevati) bene a non far sudare il cervello: è così comodo, ho due scelte ed il 50% di probabilità di prenderci (in realtà la probabilità spesso è zero).
Qualche esempio? Usa o Russia, capitalismo o marxismo, destra e sinistra dopo la caduta del Muro, globalizzazione o terzomondismo, Prodi o Berlusconi.
Terza via questa sconosciuta.
L’evoluzione successiva è dividere il Mondo – alla stregua di fumetti o telefilm – in buoni e cattivi, dove i primi sono animati da spirito eroico e spiccato senso della libertà e contro i propri interessi (hanno sempre uno zampillo di filantropia che sgorga da ogni poro) combattono con tutti mezzi (anche la finanza) i secondi.
Diceva Adorno “La libertà non sta nello scegliere tra il bianco ed il nero, ma sottrarsi a questa scelta prescritta”.

Il tifo uccide ancora
Quando c’è affinità ad un pensiero, ad una corrente od una sintonia con un qualsiasi personaggio si tendono ad assorbirne tutti i precetti aprioristicamente, facendosi piacere anche l’irricevibile (anzi auto-convincendosi).
L’uomo ha un bisogno spasmodico di appartenenza, di abbracciare e sposare in toto una causa ed il potere lo sa.
E’ impossibile essere in sintonia totale con una persona od una dottrina, in caso contrario delle due l’una: si rischia lo straniamento di se stessi o di replicare il rapporto adolescenziale fra un divo ed un suo fan.
Il tifo (e l’approccio dogmatico) è una condizione mentale di subordinazione che fa tanti danni quanto l’omonima malattia (per la quale c’è però il vaccino), purtroppo è raro sentire “Non fare di me un idolo mi brucerò/se divento un megafono m’incepperò” (cit.)
E’ più frequente invece questa figura retorica “Mangio merda da vent’anni/Ma non perdo l’appetito/Poi mi fanno pure fare la scarpetta con il dito” (cit.)

Vade retro Satana
L’odio ed il disprezzo per qualcosa o qualcuno (sentimenti assolutamente leciti, spesso doverosi) portano a spalleggiare chi si fa paladino di combatterli (a parole).
Vi dice niente lo spauracchio del Comunismo anche dopo la caduta del Muro?
Pazienza se poi il suo operato danneggi tutti (pazienza un cazzo, verrebbe da dire).
Arguto, eh?
E’ applicabile anche la proprietà commutativa: prendere le difese di qualcosa o qualcuno solo perché attaccati dal mio “nemico”, pur essendo sostanzialmente d’accordo con quest’ultimo.
All’Asilo Mariuccia a confronto si respira un’aria più matura.
L’uomo che per fare un dispetto alla moglie si tagliò gli zebedei è l’icona riassuntiva.

O così o Pomì
L’alternativa non c’è, siamo spiacenti.
Lo sappiamo, questo modello è perfettibile, esige sacrifici (i vostri) ma è l’unica soluzione rimasta.
L’altra via è restare senza niente e voi non volete restare senza niente, vero?
A forza di sentirle, queste troiate, in tanti ci credono e diventando adepti della famosa scuola di pensiero del “O così o Pomì“.

La prova del cuoco
Prendere un bel pezzo di conformismo e farlo rosolare a fuoco vivo in un calderone con un trito di banalità, allineamento, messianismo ed alienazione spruzzando dosi massicce di consumismo, retorica e fideismo.
Non appena compare una crosticina versare del buonismo di qualità (Fazio, Jovanotti ma vanno bene anche altre marche).
In una pignatta a parte mescolare dell’equilibrismo democristiano (tranquilli, il prodotto non ha scadenza), del sessantottismo e del fanatismo guerrafondaio tutto in parti uguali ed aggiungere gli immancabili pomodorini pachino.
Ne dovrà uscire una salsa particolarmente viscida e maleodorante da versare nel calderone.
A questo punto occorre togliere le (poche) tracce rimaste di orgoglio ed onestà intellettuale.
Condire con liberismo, progresso illuminato e dogmi vari.
La pietanza farà assolutamente vomitare ma nessuno lo dirà mai, anzi chiederanno il bis.

Alcuni elementari ragionamenti diventano così eresie da Tribunale dell’Inquisizione.
Si può difendere la causa palestinese senza essere filo-arabi (tutt’altro).
Si può affermare che al mondo – pur avendo tutti gli stessi diritti e doveri – non siamo tutti uguali (per storia, abitudini, formazione, cultura ed esperienze), senza per questo essere accusati di razzismo.
Si può essere autonomisti ed identitari rigettando il nazionalismo.
Si può esigere il rispetto delle regole senza rimpiangere il fascismo.
Si può combattere lo spreco senza affossare lo stato sociale.
Si possono affrontare sia le teorie dei massimi sistemi sia i problemi quotidiani di delinquenza e criminalità.
Si può essere occidentali senza incensare l’imperialismo.
Da noi l’acme della contestualizzazione è Fisichella che condona una madonna a Berlusconi oppure quegli stakanovisti dell’encefalogramma piatto che si dichiarano contrari all’Euro ma perorano la loro causa con la foto della Tatcher (il link gira sul web).
Seguiamo il loro sillogismo de noantri: Tatcher uguale no Euro (è vero, la Sterlina esiste ancora), No Euro uguale difesa dei popoli (bene, avanti così…), Tatcher uguale difesa dei popoli (Ah, peccato Signora Longari lei mi casca…).

Rifiutare questa affascinante filosofia fin qui descritta non significa essere ondivaghi, ignavi, o cerchiobottisti un tanto al chilo.
Anzi è il contrario.
Proprio perché si possiedono dei valori (su tutti, il rispetto e la libertà) non si vuole che questi vengano annacquati o peggio mandati in nebbia.
Occorre andare più in profondità.
Invece quando proprio il cervello ha le briglie sciolte (tipo per la festa) al massimo si ragiona per sentito dire.
Partendo dalla conclusione e non dal ragionamento per arrivarci.
Ed adattando quest’ultimo in funzione di ciò che fa comodo.
Non serve essere dei luminari o dei demiurghi, basterebbe tenere acceso il cervello, anche al minimo.
Per distinguersi da quel tale che andando con una puttana pensò di essere stato il primo.
O l’ultimo.