Qualche riga per un amico

1 Set

Nel Mondo degli appassionati del dialetto montanaro c’è una regola non scritta che però è un assioma: se l’argomento sono dei testi sul dialetto del medio Appennino reggiano, il pensiero volge immediatamente a Savino Rabotti. Una subitanea reazione, istintiva e rapida come sfogliare una pagina di un libro, a certificare il merito che il letterato originario di Castellaro di Vetto ha costruito con abnegazione e spontaneità alla causa. Nato fra le due guerre, epoca in cui perlomeno in montagna il dialetto era LA lingua, Rabotti ha deciso di non separarsi dalle proprie origini e di titillare il nettare vitale delle proprie radici che idrata, nutre e coccola l’anima, scegliendo appunto il dialetto come cifra stilistica e codice etico-morale di uno spontaneo logos sentimentale. Molto più che semplice appassionato, riduttivo definirlo solo esperto in materia, Savino coniuga l’approccio del semiologo, la sensibilità del poeta e l’entusiasmo dell’amatore.

L’aria d’cà raccoglie tutto l’eclettismo del poeta Rabotti – versi che ammiccano ai poemi classici passando all’ironia delle amate satre. Poesie già note (e premiate) ed altre rimaste pudicamente nell’archivio del suo studio. L’occhio del poeta permette di seminare profondità e riflessione anche da situazioni ilari, quotidiane, in apparenza ordinarie, Savino però non si accontenta di vestire questi già ambiziosi panni, diventa financo esploratore linguistico, testimone storico popolare, divulgatore e mette a disposizione degli altri il proprio sapere, un (ri)scoprire i lasciti della Valle del Tassobbio (lui scriverebbe Tassobio) per condividerli. Il Nostro – già autore fra le svariate pubblicazioni de “Vocabolario dei dialetti del Medio Appennino Reggiano” – da sempre si impegna per la valorizzazione del dialetto come patrimonio vivo, condiviso e trasmissibile. Sostiene che non si tratti di una lingua minore,  del passato o di un suo surrogato, ma di una vera e propria lingua madre, radicata nella storia e nel paesaggio, veicolo di identità e riflessione per le nuove generazioni, da lui sempre attenzionate con particolare affetto. Rabotti ci ha insegnato che il dialetto non è una reliquia da custodire in un museo, ma una chiave di vita per interpretare il presente, comprendere il territorio e rinsaldare il legame con le comunità che lo abitano. Il diletto, quindi, non va conservato sottovetro, ma vissuto come una forma espressiva attuale, capace di generare consapevolezza e senso di appartenenza. È un patrimonio da proteggere perché dentro le sue parole vivono le nostre radici – e senza radici non si cresce e non ci si mantiene vivi.

Savino Rabotti, filologo ed ermeneuta di un codice linguistico orale, ha codificato una lingua antica non scritta, inventando delle regole fonetico-grammaticali (quelle che i suoi discepoli chiamano amorevolmente “il metodo Savino”) per semplificare la scrittura e la lettura e per esaltare gli inconfondibili accenti del dialetto di montagna. Proprio la musicalità, ci ha sempre raccontato il poeta della Valle del Tassobbio, è la chiave per comprendere la metrica e la struttura di una lingua che al tempo non vergava alcunché. L’oralità, forma fondante del dialetto è oggi un’esigenza vitale per la comprensione e futura trasmissione e rappresenta il fulcro della dottrina rabottiana (“Chiedete ai vostri nonni di parlarvi in dialetto”  o anche “Provate a pronunciare qualche frase in dialetto”, asserisce Savino ai più giovani). Ecco perché questa raccolta di poesie è stata implementata di un QR Code per poterne ascoltare la lettura di ognuna. La tecnologia in assistenza alla tradizione, un mutuo soccorso fra ere diverse che reciprocamente si sostengono generando il vero progresso senza limitarsi al mero e bieco sviluppo. L’aria d’cà raggiunge il proprio parossismo proprio con l’ascolto dei QR Code, poter assaporare quei suoni e quelle inflessioni rende l’ascolto del dialetto un’esperienza aulica, eterea, totalizzante. Il dialetto, lingua orale, con l’ascolto rivive ed assurge a quintessenza, apogeo, summa. La cadenza del dialetto, caratteristica e caratterizzante, è un esperienza spazio-temporale non quantificabile, il tipico suono chiuso dell’Appennino è un’eredità di chi non doveva sprecare nemmeno un afflato nei faticosi saliscendi della vita, gente in apparenza aspra e ruvida come certe rocce, ma dopo pochi ascolti le persone si rivelano accoglienti ed il paesaggio mostra anche dolci pendii.

La penna di Savino è riuscita a creare un’immanente trascendenza mettendosi a disposizione del dialetto e di tutti i fruitori di quest’opera. Buon ascolto e buona lettura.

Paroliamo

23 Set

Per una virgola la frase non si regola, cantavano gli Audio 2. Certo, non hanno lasciato sto gran segno nella storia della musica, ma non possiamo mica citare sempre e solo i grandi cantautori italiani o i Pink Floyd. E poi avevano perfettamente ragione. Basta una virgola, e cambia tutto. O un apostrofo, figuriamoci una o più lettere. E questa cosa noi non dovremmo subirla, ma cercarla, anziché venerare gli inglesismi o il nuovo parlato che sembra uscito da una riunione di spacciatori strafatti di crack, dovremmo perderci nei meandri della lingua italiana, fiutare queste sottigliezze, scovarle, stanarle, inseguirle, ficcarcisi dentro per scoprire un ludico parco dove la sintassi e la semantica non vedono l’ora di sghignazzare e di fare a gara a chi spara più supercazzole. Ringrazierebbe anche il nostro cervello, ormai atrofizzato dalle troppe ditate sugli smartphone. Partiamo, quindi.

Sembrano sciocchezze, ma se inverti funzione e finzione, sciroppo e scirocco, albero ed albergo, porta e porca, allegria ed allergia, se scoreggi e non correggi, vi assicuro la faccenda cambia. Si parte dalla seduzione, poi arriva la sedizione e si a finisce con la spedizione. Basta poco perché uno schiavo diventi schivo ( e vorrei anche vedere, poveretto), una micia raccolga una miccia e dopo esploda una granata a Granada. Abbasso quell’ammasso che gli è caduto addosso adesso, povera bestiola…

La mancanza di fantasia linguistica dipende anche dall’esasperazione sociale, sta crescendo la follia nella folla. Forte aumento delle psicosi: si può avere il complesso del reflusso, o il reflusso del complesso (musicale). Comportamenti bipolari: sono proprio dei pazzi a prendere quei pezzi di pizza nel pozzo che puzza. Per non parlare di quel tale, che alle sette mette le tette a fette rette, l’ago nel lago, chissà se l’ama o non la lama? Quest’anno non lo so, l’ano precedente forse sì. Lui si sente forte, sfida la morte, chissà la sorte cosa gli riserverà?…Ah, scopro ora che è morto nell’orto.

Anche l’assenza di sicurezza incide, l’ordine pubblico non è più ordinato come un tempo, né ordinabile, neanche su internet: c’è sempre più premura in Pretura, un seriale che agisce in un giorno feriale diventa sicuramente ferale, le notizie le procura la Procura. Non ci si può fidare più di nessuno, men che meno di chi esagera coi buoni sentimenti, tipo quelli che “Ti affetto con affetto”. Hanno addirittura rapito un rapido, con un tram avrebbero fatto prima. E hai sentito che quel signore un po’ acciaccato è stato accerchiato e poi accecato? In quella situazione aveva poco da sperare, avrebbe voluto sparire, magari sparare, ma non certo spirare. Pare l’avessero seguito, ma chi segue poi esegue? Tendenzialmente sì, a meno che un ameno non abbia un nemico anemico.

E dopo è logico ci si rifugi nella solitudine, alle prese con dubbi filosofici che avrebbero bisogno di un supporto, anche se io non li sopporto (questa è una bella balla, io adoro filosofare) : meglio un approccio esistenziale o assistenziale? E’ più efficace un invio telematico o telepatico? E’ più grosso un culo o un cubo? Il Creato può subire un reato? Le fragole fanno fragore fra (le) gole? La foca si muove con foga? Per avere una vita regolare, incide più il destino o l’intestino? Se uno antipatico la smette di essere contro tutto e tutti, diventa patico o apatico? O rimane semplicemente incagabile? E’ più spettacolare un’eruzione o un’erezione? Punti di vista. O vista di un punto.

Cara vecchia saggezza popolare, aiutaci tu: tra il dire e tradire c’è di mezzo il fare e il mentire, non necessariamente al mare. Meglio ricevere una bottiglia d’annata che una dannata. O danneggiata. Per vincere la sfida non serve la sfiga. Ammettiamolo, la moderna società occidentale ha fallito, liberiamoci del liberismo, perché questo pregresso progresso ha portato solo del regresso. Questa crisi di valori può essere superata affidandosi a qualcosa di trascendente, di metafisico? E con metà fisico? Azione cattolica, accolita, attonita, tonica, come l’acqua, non Santa, ma San Pellegrino. Mah, beato chi ci crede, ed anche chi osserva praticare. Credenti o non credenti, per fare andare bene la sanità oggi bisogna pregare sua Santità, il reparto è stato prima accoppiato, poi accorpato, infine accoppato ed il paziente esce azzoppato. Lo stesso problema riguarda le questioni d’istruzione, basta una distrazione e si arriva alla distruzione.

Va bene l’introspezione, ma l’uomo è un animale sociale, certo, dipende ovviamente da chi frequentiamo, quei tipi ad esempio sono un po’ strani: la Greta è finita nella grata, Simone nel sifone. Simone, Simona, sì mona, s’immola. C’era molta confusione anche a casa: da loro non c’era l’oro ma degli scacchi, dei sacchi, dei secchi e dei vecchi, sparsi, infine arsi. E i vecchi prima li hanno visti farsi, che falsi. Almeno giocano con gioia assieme alla Gioia, che sembra allegra, tutta l’opposto di Allegra. E di Allegri.

Alla fine della Fiera chiamiamo chi amiamo, ma ti vedo preoccupato se il telefono è occupato, tu hai ancora una fibra pigra, ne hai quasi una libra. E l’attesa l’ha resa tesa. Se dimentichi i sedimenti di sabbia ti riempi di rabbia e dopo devi sfogarti nell’alcol: Ah però, l’Aperol! Ti gusta ma ti guasta, e dopo inizi a straparlare, e anche a strapparle, quando dovresti solo stapparle, le bottiglie: dici che i denti sono venti, poi ti senti e ti penti perché menti…Hai raccontato di quei giovani armeni armati vestiti Armani che giravano con un crauto cauto con la foto di Couto (Fernando). Non credevo alle mie orecchie, ti ho sentito, ti ho ri-sentito e poi mi sono fortemente risentito. E anche riascoltato. Ma pure riscaldato.

Ho infine incontrato una tipa: rossa, russa, e mentre russa, bussa. Le ho detto “Giura che ti gira bene! Hai un cul che sembra molto cool…” M’andava (di dirglielo), e lei mi mandava via. Allora le ho fatto un regalo. Un mezzo mazzo di fiori, da fuori. “Che Rose!” fa lei “No, Cherose(ne)”, rispondo io. Alla fine si è velata e rivelata una gran piva, si sentiva una diva la Diva. Dove? A riva. Ma non sul Garda. Ma guarda. Lo ammetto, mi ero arrapato, sono rimasto aggrappato.

Ecco, vedete, in assenza di creatina la scrittura creativa diventa cretina.

Articolo di pura follia…volevo dire fantasia, l’autore assicura di essere mentalmente sano, al netto di qualche inevitabile disturbo, e di non necessitare di trattamenti terapeutici e/o farmacologici.

Sulla Liberazione

25 Apr

Ogni epoca ha il suo fascismo, scriveva Primo Levi. L’importante sarebbe riconoscerlo, indignarsi e magari ribellarsi, in tempo reale. Pasolini aveva coniato il concetto degli archeologici antifascisti per descrivere coloro che combattevano un fascismo ormai vecchio di cinquant’anni (e ben lontano da poter ritornare negli stessi termini) ma si guardavano bene dall’ opporsi a quello del loro tempo. Per pavidità, ma soprattutto per tornaconto, visto che ne facevano parte.

Questi pensieri valgono soprattutto oggi, il 25 Aprile, una giornata purtroppo incistata di persone che a parole festeggiano la Liberazione dal nazifascismo ma che nei fatti non riconoscono (o negano) i nazifascismi attuali, uno su tutti il capitalismo liberista e le sue tossiche derive economiche, tecnologiche e scientifiche. Salgono pure sui palchi, moralizzano, salmodiano con la lingua biforcuta sempre bella umida di retorica, utilizzano la Liberazione come lasciapassare per i cazzi loro e poi scopri che sono fieri atlantisti, europeisti, liberal progressisti, suprematisti occidentali. Più si dichiarano antifascisti e più ne incarnano i modi e gli atteggiamenti, sono addestrati a fiutare a chilometri di distanza pericolose tracce di fascismo dove non ve n’è minimamente traccia e a menarla col rischio della deriva autoritaria quando qualcuno osa parlare di sovranità, di autonomia e di mantenimento di tradizioni. In compenso sostengono tutte le entità sovranazionali che ci stanno riducendo in merda, appoggiano le guerre, i colpi di Stato e le invasioni benedette dal blocco atlantista, sono pro Israele, pro Ucraina e contro tutti quegli Stati canaglia dell’elenco stilato da sua Maestà Occidente. Sono così attenti ai diritti di tutti tranne a quelli dei poveracci del loro paese, così sensibili alle tragedie umanitarie che sì, la questione palestinese è un problema ma bisogna sentire tutte e due le ragioni. Quindi loro avrebbero ascoltato le ragioni dei nazisti? Evidentemente un genocidio in corso da oltre cento anni non è abbastanza per prendere una posizione. Strenui pacifisti, ma quando i signori della guerra chiamano loro rispondono solerti con soldi e armi, generalmente inviati a gente più nazifascista dei nazifascisti.

Festeggiamo la Liberazione, noi. Loro, i servi, no. Dovrebbero avere la decenza di non festeggiarla. Ma loro una decenza non ce l’hanno.

Grunk

1 Feb

Gli esperti ci dicono che le mode ciclicamente ritornano – diciamo ogni dieci/quindici anni – e si ripropongono, se non proprio identiche, riprendendone i tratti salienti. Chiamiamola voglia del passato, assenza di creatività o anche ancestrale richiamo stimolato e corroborato dai corsi e ricorsi storici. Una quindicina d’anni scarsi è esattamente il tempo intercorso tra la nascita del punk e quella del grunge, che di modaiolo in realtà avevano ben poco. Perlomeno inizialmente. Pur essendo due fenomeni ben distinti e almeno ufficialmente non collegabili fra loro, i punti di intreccio che vengono a galla sono più numerosi di quelli che una grossolana analisi farebbe affiorare. Inutile tentare di appiccicare delle etichette, o risulterebbero pruriginose come quelle della maglietta, ma volendo sintetizzare ai minimi termini, il punk ed il grunge sono stati prima di tutto due fenomeni sociali e culturali, degli stili di vita che scaraventandosi successivamente nella musica hanno trovato la loro sublime forma di realizzazione artistica.

Il punk è figlio della crisi economica che negli anni Settanta ridusse il Regno Unito in una stanca ed avvizzita (ex) Regina e passa dagli squatter, dall’emergenza alloggi poi divenuta occupazione alloggi, dal disagio di chi si vedeva oscurato il futuro tanto da non crederci più, in quel futuro, di fronte alla prima vera crisi del sistema capitalista dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma più che di crisi, il primo abbozzo del sistema occidentale di mostrarsi come realmente è, visto che di crisi vive. E vegeta. I diritti che in trent’anni erano stati acquisiti dalle masse popolari non andavano più bene al Potere, nella lapide del Welfare State capeggia la scritta “Nato e morto in Inghilterra”. Il punk è un movimento sottotraccia che emerge in tutto il suo sudiciume, è la sporca vita di marciapiede di chi vuole rimanere lercio vantandosi di esserlo, ostentandolo, è stato rabbia e desolazione, reazione e alienazione, protesta e apatia di chi voleva reagire a quel sistema ma che forse già sapeva che sarebbe stato comunque sopraffatto. La versione a stelle e strisce trova una situazione meno specifica rispetto a quella della perfida Albione ma anche in America nei Seventy l’aria era tutt’altro che salubre e nella terra dei sogni realizzabili non mancano mai situazioni di estremizzazione sociale, civile ed economica, allora, oggi e come sempre sarà. Dopo l’ascesa degli USA nel Novecento quale superpotenza mondiale, le prime crepe si vedono e si sentono, il Mondo scopre il vizietto della guerra facile degli eredi dei cow boy, d’altronde ognuno ha le proprie radici e la propria dottrina e loro hanno la guerra. Distanza oceanica, malesseri simili. Quindi, origini anglo-americane, tutte le successive tappe saranno ascrivibili prettamente alla fase musicale, compresa quella berlinese, che del punk è stato un centro nevralgico e che avrà un influsso anche a casa nostra. Il grunge vede la luce alla fine degli anni Ottanta, il decennio di Reagan e della Tatcher, i due sicari ingaggiati dal liberismo che riusciranno a creare i presupposti per l’esasperazione sociale. La patria è Seattle, città che vedrà successivamente nascere un altro movimento, quello dei NO Global, di cui il grunge può essere considerato una sorta di precursore. Più che musa ispiratrice, la città che ha dato i Natali a Jimi Hendrix era semplicemente un’inondazione di degrado ed eroina ed il grunge è stato un urlo di rabbia verso l’infinito, era la voglia di strappare e demolire i lustrini e le paillettes dei luccicanti Ottanta, di grattarli via con la trasandatezza di quei quattro stracci indossati su, con l’asprezza di chitarra-basso-batteria e di spararli via il più lontano possibile. Il grunge era una vomitata da sbornia di edonismo. Come nel punk la genesi è stata la protesta verso un Mondo che si era ulteriormente imbarbarito, un Mondo dove il neo-liberismo aveva iniziato a calare gli assi e si prestava a giocare impunemente a carte scoperte sicuro di vincere come solo il banco può permettersi. E come nel punk, l’aspetto grezzo era l’anteprima di cosa si sarebbe ascoltato. I pankettari classici, quelli che si rifacevano alla prima ora, megafoni del proprio rifiuto, sono sempre stati visti come rifiuti, le loro creste scatenavano più disgusto di quelle di certi rettili esotici, reietti erano all’inizio e reietti sono rimasti, l’icona di paria non se la sono tolta nemmeno quando il punk non era più così appestato ed in certe declinazioni più civili era quasi considerato intrigante; l’aspetto grunge ha invece attecchito e dilagato immediatamente nella cultura di massa, diventando moda ed estetica: le camice di flanella da boscaiolo comparivano anche nella versione fighetto dentro alle boutique, a prezzi ovviamente da boutique, lo stronzo opportunista che cavalcava l’onda o l’hipster ante-litteram vestivano grunge. Quello stile era diventato un codice, volevano quell’aspetto anche coloro che ignoravano completamente la suddetta fenomenologia, ma si erano accorti che se non si fossero vestiti in quel modo sarebbero stati loro ad essere ignorati. Chi nei primi anni Novanta era adolescente non può scordare nemmeno che si passò dalla maglietta stretta e fina ai maglioni di tre taglie più larghi, che ad immaginare tutto ci voleva altro che fervida immaginazione…Doveroso dettaglio ormonale. Fatto sta che probabilmente il grunge auto-implose nel momento della sua diffusione nel grande pubblico, non ci era abituato, era contro natura. La differenza sull’accoglienza “estetica” tra le due correnti è da ricercare con buona probabilità contestualizzando gli eventi: negli Ottanta era difficile accettare creste, capelli fluo e decadentismo se non da chi ci credeva veramente, invece con la crisi di identità dei primi Novanta un movimento minimalista come il grunge ha attratto tante persone che si sentivano smarrite e prosciugate dopo un decennio di vacuo fragore. Entrambi gli adepti erano animali metropolitani, creavano disordine affidandosi al loro disordine, un po’ irregolari, un po’ antagonisti, sfattoni e talvolta pure fattoni, con evidenti tracce di nichilismo, totalmente incuranti dell’apparenza da divenire dei noncuranti di professione, cercavano la distrazione con la distruzione, in comune c’erano ancora la giovane età dei partecipanti ed un atteggiamento che era ribelle e visionario, ma anche ingenuo, a tratti infantile. Così un vecchio adagio dell’ambiente “Non fidarsi mai di chi aderisce al punk oltre i trent’anni”. Anche la semantica ci viene in soccorso, non serve l’aiuto da casa: la parola punk significa materiale di qualità scadente, da due soldi, o anche feccia, nel gruppo da cui tutto partì, i Sex Pistols, il cantante John Lydon era Johnny Rotten (Rotten = marcio, da una battuta sull’aspetto dei suoi denti); il termine grunge inizialmente voleva solo dire sporcizia, porcheria, persona sgradevole e ripugnante. Nessuno nega che anche questi movimenti furono intercettati da abili menti commerciali – i già citati Pistols furono una geniale creazione di Malcom McLaren, a partire proprio dal look – ma ciò non intacca minimamente il fatto che la maggiore spinta propulsiva partì dalla strada, dai garage, come il vero underground dovrebbe essere.

Il punk è deflagrato nei Settanta e ha deflagrato i Settanta, che nel lato A del vinile si è trovato i fenomenali mostri sacri del rock e nelle ultime tracce del lato B questi parvenu della musica che rivendicavano il diritto a voler suonare senza (quasi) saper suonare. Talento poco, genialità tantissima. O forse è stato proprio il suggello finale di un decennio magico per la musica. Musicalmente il punk propriamente detto è durato due anni, forse tre, ma buona parte dei meravigliosi suoni degli anni Ottanta sono figli, nipoti e pronipoti suoi (chiamiamola la grande famiglia allargata del post punk e della new wave), le borchie e le catene hanno graffiato indelebilmente le sonorità di quegli anni fino a farli diventare cicatuaggio, cicatrice e tatuaggio. Ha più sottogeneri il punk che figli Garrincha, tutti con tratti somatici differenti e caratteristici, ma il progenitore è sempre uno e non serve nemmeno la prova del DNA. Il punk è una sorgente ormai invisibile da dove sono sgorgati tanti corsi d’acqua che a loro volta si sono diramati vorticosamente. Nato come rigurgito antiestetico, ha poi accolto i cupi pensieri, il mal di vivere e l’introspezione nel decennio sbagliato e a suon di evoluzioni (ma soprattutto involuzioni) una certa branca ha finito con l’essere oltremodo commerciale rinnegando le origini, per essere poi ucciso nel biennio ’86/’87 dall’hair metal quale musica mainstream di riferimento, eliminato a sua volta dopo pochi anni dal grunge, in uno strano gioco di vendette trasversali. E la seconda ondata punk vede la luce, guarda caso, proprio un minuto dopo il canto del cigno del grunge. Il grunge si rifà all’hard rock classico, ma senza una fonte di ispirazione univoca, la libertà per attingere ai più disparati generi è totale, purché siano rumorosi, col risultato che nella sua semplicità il grunge è quanto mai variegato, se ci basiamo solo sulla struttura musicale non sempre è facile annettere od escludere qualcuno dal panorama grunge. D’altronde tante band non si identificavano per prime con quella parola. Torna indietro portandosi decisamente avanti, ha mandato in pre-pensionamento diversi generi e ne ha condizionati di successivi, costringendo anche gli insospettabili ad adeguarsi a quel ciclone. E’ stato un massaggio cardiaco col defibrillatore al rock che rischiava di tirare le cuoia, perlomeno nella sua forma più pura. Mai vista tanta ruvidità, potenza che diventa violenza. Ed anche qui, una meteora: appena si è stati in grado di capire cosa stesse succedendo, proprio come sopra, ed eravamo già nel dopo. E ci siamo ancora. I generi rock seguenti sono tutti alloggiati in un motel dove lampeggia l’insegna Post Grunge, anche tutta l’apprezzabilissima scena alternativa e indipendente venuta dopo i ragazzi di Seattle non ha avuto il carisma del fratello maggiore per rendersi emancipata e si appoggia ancora a lui con riconoscenza. Il movimento grunge è degli anni Novanta ed E’ gli anni Novanta, li incarna perfettamente, forse è la sua colonna sonora più adatta per raccontarli. Già, i Novanta: passionali, fragili, illusori, effimeri, contradditori, travolgenti ma impotenti, intraprendenti a tanto così dall’esserci riusciti – ad invertire la rotta – colmi di speranza ma con tanti vuoti a rendere pieni di rimpianti e di qualche rimorso, finiti come tutti gli altri quando erano iniziati diversamente, una splendida incompiuta che genera affetto, nostalgia, amarezza e un finale sperato diverso. Da ambo le parti furono banditi i virtuosismi e le ricercatezze, la ridondanza venne ficcata nel più vicino bidone del rusco, i suoni rozzi, semplici – che tutti potessero suonarli era una balla che alimentava il mito e che tornerebbe comoda anche in questo articolo, ma come tutte le cose semplici ciò che ne è scaturito sono dei capolavori sempiterni.

Il punk ed il grunge sono durati il tempo di un fiammifero, hanno però acceso una pietra refrattaria eterna, volevano solo urlare che il presente gli faceva mediamente schifo, detestavano il futuro e come contrappasso tutto il loro post sembra destinato a vita imperitura, senza il minimo progetto e lo straccio di un manifesto ideologico sono diventati guida, riferimento e paradigma. Proponevano niente, spesso avevano un atteggiamento autolesionista e discutibile nei confronti della vita stessa, ma hanno avuto il coraggio di dire cosa non andava, che è ancora quello che non va – quella storia che la critica sì ma solo se è costruttiva è una baggianata per mantenere le rendite di posizione. Non hanno il rimpianto di aver taciuto o di essersi auto-censurati, e già questo rende un uomo libero, quindi sereno, forse felice. Non ambivano a cambiare nulla, figuriamoci il Mondo, e invece lo hanno fatto. Culturalmente, musicalmente ed umanamente.

Si ricomincia

15 Set

La riapertura della scuola è il tipico momento indecifrabile, non sai esattamente come definirlo, ma non perché ti manchi l’aggettivo calzante o un ancor più ruspante sinonimo. La terminologia ce l’avresti anche, ma non sapresti quale utilizzare, diciamo che ci stai capendo poco. Vieni da tre mesi di vacanza e come ogni estate ti eri fatto tutti i tuoi propositi mentali già scalettati, ai primi di giugno ti eri già immaginato tutto ed in realtà l’estate ha deciso lei che piega prendere. Sarà così anche da grandi, con la differenza dei tre mesi di di vacanze estive. Chiamiamolo un dettaglio contrattuale. Tante cose che sognavi le hai comunque fatte, ad alcune non avresti mai pensato ed invece ogni tanto (diciamo tutti i giorni) ti tornano orgogliosamente davanti agli occhi, l’hai vissuta tutta, hai stretto amicizia con nuove esperienze che te ne presenteranno altre. E tu non vedi l’ora di dargli il benvenuto. Nelle vacanze estive si trasloca in un’altra dimensione con l’identica residenza di quella invernale, ci si sente un po’ onnipotenti, coscientemente cazzoni e un po’ più grandi. L’han sempre detto che col caldo i ragazzi crescono di più. Dicevano pure con la febbre, ma anche se a volte è fastidioso, in estate meglio crescere col caldo. Ogni estate ha i suoi tormentoni, una canzone, un modo di dire, un’invenzione assolutamente priva di senso, quindi assolutamente geniale e finché si va a scuola si riesce a memorizzare e collocare ogni evento (personale o di attualità) nel corretto arco temporale, quando si ricorda qualcosa prima si pensa a che classe si frequentava, poi si collega l’anno. Dopo non viene a meno la memoria, per quello occorre aspettare ancora, ma è come se mancasse l’appiglio, l’ancoraggio che come la ruota della fortuna ci riporta esattamente in quel momento. Più avanti si vivranno altrettante felici situazioni, ancora spensierate, ma i ricordi si disperdono e diventano meno a portata di mano, e di mente. Si dice “Quella canzone è uscita che ero in 3^”, e non “Quando ero al terzo anno di lavoro”.
L’accorciarsi delle giornate ricorda una clessidra che sta per mettere fine alla festa, ansiosa come tutti i conti alla rovescia, ma anche se non vuoi ammetterlo – e lo fai solo a te stesso in quei giorni in cui sei in buona compagnia oppure a qualche fidato sodale – elabori la convinzione che certe cose belle (e buone) come le vacanze debbano finire per aver voglia di attenderle, assaporarle e poi divorarle ancora. Se ti senti confuso fra una dolciastra malinconia, una gioia satura ,un attraente tristezza e un disagio inedito, sei in buona compagnia, la fine dell’estate fa questo effetto a tanti. Pensionati compresi. Mettiamoci il cambio di stagione imminente, magari qualche cotta o storiella andata a puttana, no ferma….così non gira, ripartiamo, qualche cotta o storiella finita male (in estate le cotte vanno in calore) ed ecco che gli ultimi venti giorni di settembre sono stabili come un Ciao in piega ai 50 all’ora, a confronto il programma di centrifuga della lavatrice scombussola di meno. In compenso qualche incrostazione rimane, servirà qualche lavaggio extra-stagionale. I grandi che vogliono rassicurare i figli sono i primi ad essere emotivamente abbattuti, anche quelli che odiano l’estate e non vedono l’ora che finisca.
Ecco, in questo equilibrio deficitario, andrebbero abolite le pubblicità alla televisione degli articoli scolastici, perché passino pure queste dicotomie settembrine, ma cazzo, sti qua iniziano a bombardarti la testa di zaini, astucci, diari bio, biro colorate ibride e pennarelli da bere dalla metà di agosto! Quando è risaputo che la seconda quindicina di agosto è dedicata a digerire la grigliata di Ferragosto (anzi, LE grigliate). Per forza poi viene il magone ai ragazzi. Fanno come quelli che a forza di darsi dei vecchi prima del tempo lo diventano davvero, e sempre prima del tempo. Perché alla fine i giorni peggiori dell’inizio della scuola sono quelli che precedono l’evento, quella Terra di Nessuno abitata da disincantati ricordi estivi e senso del dovere di chi presto avrà un anno in più. La mattina del rientro, quando alle otto meno un quarto rivedi quella rassicurante bolgia muoversi unita e sparpagliata e senti quel baccagliare in sottofondo che riempie gli spazi adiacenti alla scuola, ti senti a casa. Adesso tutto è reale, regale, tangibile, ci sei tornato dentro, è come un puzzle che ricomponendosi scaccia via tutte le paure per qualcosa che spaventava nonostante fosse la normalità. Il primo giorno di scuola l’abbigliamento conta, è fondamentale. Vuoi un attimo sdrammatizzare (alla faccia di tutte queste profonde riflessioni, sempre di un mezzo lutto si tratta) ma soprattutto farti guardare (ammirare?) per come sei diventato dopo tre mesi che valgono un anno. C’è la voglia di rivedere dei compagni di classe che la distanza, le attività o la fiacca hanno tenuto lontani. Ci sarebbe anche voglia che alcuni compagni rimanessero lontani. Sei smanioso di mostrare il nuovo TU e curioso come la più curiosa delle pettegole, di vedere gli altri come (e cosa) sono diventati. Mostrare le scoperte agli altri (mettendoci sopra il copyright), per scoprire che alcune erano in comune… Chiacchierare davanti alla scalinata con quelli con cui hai passato l’estate, i tuoi amici. A chiacchierare ovviamente dell’estate. Perché tre mesi, fino ad una certa età, sono tanti e non è solo un concetto matematico sulle frazioni. Qualcuno in tre mesi si trasforma, qualcuno di più. Ecco, meglio diffidare se a trasformarsi mettendo su un po’di baffi è stata la tipa con la frangia che l’anno scorso era nel banco in prima fila. Dell’inizio della scuola una cosa da ricordare sono i pomeriggi, una proiezione delle vacanze che per qualche ora distrae e fa tornare a qualche settimana precedente. Sono i compiti che ci riportano dritti a quella attuale, di dimensioni. Ecco, dei compiti delle vacanze meglio non parlare, la situazione internazionale non permette di affrontare un tema spinoso e divisivo di suo. Poi a fine settembre c’è la Fiera di San Michele, un altro evento-obiettivo che addolcisce il rientro, l’evento giusto al momento giusto, che trama perfetta! Riparte anche il campionato di calcio, per convincere che tutto deve tornare alla normalità, ma neanche loro, i calciatori, ci credono tanto, lo si vede dalle espressioni, dai colori delle immagini televisive, ancora troppo sole, troppa luce, ancora troppo abbronzati loro, e poi quella nuova maglia, bisogna ancora farci l’occhio… Strana bestia l’uomo, è la più intelligente ma per andare avanti deve crearsi una serie mica indifferente di viaggi mentali. O forse è la più intelligente anche per questo.


Resta il fatto che le storie della scuola restano dentro, non spariscono all’ultima campanella, sono eventi segnanti, più indelebili dei tatuaggi. Segnanti e sognanti.

Lo spirito di vino

22 Dic

I maggiori indiziati sono l’età, l’arterio e l’intolleranza al grande pubblico, tutti in forte aumento, tipo l’inflazione quest’anno. Prese singolarmente, al completo o in una bella struttura di un ragionamento concatenato poco cambia, la soluzione per disintossicarsi da tante (e indimenticabili) zingarate nelle città era una sola: andare fuori dalle balle, in campagna, in mezzo alla natura. Da dove veniamo, poi. La vita e i viaggi hanno un rapporto tellurico, a volte si vuole visitare quello che non si ha, per scoprire e compensare, e pensi di aver trovato la vacanza ideale, per tanto tempo è così, nessun stravolgimento, e credi che il formato durerà per sempre, manco ci pensi agli stravolgimenti, poi all’improvviso le origini ti ricordano chi sei e da dove vieni ed in maniera violenta ed improvvisa, ti ribaltano le convinzioni mandandoti a centinaia di chilometri di distanza, ma in ambienti simili ai tuoi. E così via, con infinite combinazioni possibili. Negli ultimi due anni il livello di tossine assimilate ha fatto il resto, e già ce n’erano a sufficienza nella società moderna, li mortacci sua. Decisa la meta, mancava ancora qualcosa per rendere il viaggio un po’ più…un po’ più…ecco: per rendere il viaggio un po’ più! Ovvero un furgone: un po’ effetto gita, un po’ beat generation, un po’ A-Team e pure un po’ narcotrafficanti colombiani. L’impianto organizzativo al solito è stato esemplare, solerte ed efficace, col piccolo particolare che per una cosa seria spariamo almeno dieci cazzate (fai anche quattordici) ed ecco che la rigorosa tabella di marcia stilata con lauto anticipo è stata minata nella forma e nella sostanza, ergo è andata a puttana. (Lei, eh, non noi). La più grossa insidia dei nostri viaggi è rappresentata appunto dalla nostra chat, troppi i messaggi, i vocali e il profluvio di coglionate prodotte a nastro, volutamente mischiate agli attimi di sobrietà e ragionevolezza. Districarsi lì in mezzo non è facile e a volte non è facile neanche trovarla, la chat, dato che ha cambiato più nomi che un partito di Clemente Mastella. Districarsi nella chat non sarà facile ma a noi serve quello, ci dà la carica. L’attentato in corso alla sanità pubblica lo si nota anche dalla pessima programmazione degli interventi chirurgici, stavolta ne ha fatto le spese Auri, saggiamente rimasto a casa per restare accanto alle sue donne. Così, le Langhe hanno dato il benvenuto ai quattro stronzoni superstiti. Ecco, un consiglio: non datevi mai degli stronzi nelle Langhe davanti ad altre persone, come invece siamo abituati a fare noi, una signora che probabilmente manco era piemontese, ci è rimasta talmente male nel sentire i nostri affettuosi epiteti che dalla disperazione ha comprato un biglietto per un concerto di Mahmood e poi si è suicidata. Per sua fortuna prima di assistere al concerto.

Dalla prima zingarata targata Bologna 2014 soquante cose sono cambiate: in quella caldissima serata d’ottobre invademmo la Dotta con delle rutilanti camicie sbottonate e dei villi arroganti, con addosso le ultime tracce di baracchite per come la intendevamo (fino) allora. Ci avevamo messo un attimo a scaravoltare dei mojiti in un locale che ci aveva dato corda oltremisura, mandando a letto Bologna con un’epica discussione delle nostre in Piazza Maggiore, la giugulare urlante e una timbrica più distorta del suono di una Jackson Soloist. Un’autentica chicca del nostro curriculum. Correva l’ora 3:15. Decibel: non pervenuti, come la temperatura di Potenza. Erano passati una decina di mesi dal colpo di Stato amerikanato in Ucraina – la mamma di tutti i casini che stanno succedendo ora – ma nel dirimente 2014 anche quella discussione probabilmente contribuì a sancire la fine degli equilibri internazionali come li avevamo vissuti dopo la caduta del Muro (Chiedetelo ai due malcapitati ragazzi che assistettero alla scena: ad uno per due anni non sono più cresciuti i brufoli, l’altro invece li ha comprati al mercato nero e ha provato a rivenderli su Subito, stranamente senza successo). Dalla movida di Bologna, al pigiama sul divano alle otto e mezza a guardare Il secondo Tragico Fantozzi nelle Langhe. Ma solo perché il mattino ha l’oro in bocca, soprattutto il vino: dopo quella del sabato pomeriggio alla Cantina Il Glicine, alla domenica era prenotata una degustazione di 8 assaggi alla Cantina Sòt, il pacchetto deluxe. Ed è ora di finirla con la storia che bere al mattino faccia male, Anche perché non è bere che fa male, al massimo è ri-bere. Come sosteneva un mio commilitone friulano. Alcolizzato.

La Cantina del Glicine e la Cantina Sòt sono similarmente piccole per quanto estremamente differenti, come se gli stessi vitigni, partiti dallo stesso suolo a pochi chilometri di distanza, abbiano voluto vivere (e far vivere, e far poi narrare) storie differenti. Perché ogni cantina è diversa dalle altre, magari solo per un particolare, per qualche aneddoto, che moltiplicati per tutti i santi giorni e per l’imprevedibilità della vita, producono tante variegate gemme. E ce lo hanno insegnato alle elementari, in Natura non esiste una cosa identica all’altra. Il Glicine ha nella sua “anomalia” la sua unicità, non si scende in una cantina bensì in uno scavo archeologico, ti accolgono prima l’arte e la storia, poi arriva l’enologia. La Cantina Sòt ha tutti i crismi della bella favola, ma senza la minima traccia di melliflua retorica, l’architrave per questo copione sono la fatica e la passione e i miracoli che queste riescono a mettere in piedi.

In quelle cantine si respira odore di mosto ma soprattutto di uomo, al centro di tutto c’è l’uomo, il suo ingegno, le sue invenzioni artigianali, tecnologiche, di sopravvivenza, di miglioramento continuo. Come da noi nei caseifici, un altro punto di contatto fra le due terre. Non c’è mai un’annata identica alle precedenti, ogni bottiglia è un’esperienza unica, per chi la produce e per chi la beve, i primi devono aspettare il giudizio dei secondi per valutare il proprio operato. Se non siete mai state nelle Langhe visitate queste due cantine, l’ordine è indifferente, assaggiate, bevete ma soprattutto ascoltate, osservate e chiedete. Una visita in una cantina è un’immersione totale, il trasporto palpabile, crescente, contagioso, verranno ingaggiati tutti e cinque i sensi per questi racconti di un pezzetto d’Italia, quella vera, non le patetiche didascalie da campagna elettorale o da pubblicità di stoca (stocazzo, nda).

Si sarà intuito, nessuno di noi cinque ha mai frequentato l’astemia, se mai in certe fasi ci siamo avvicinati più al polo opposto. Poi, deposte le asce di guerra, ognuno fortunatamente è rientrato nell’alveo del piacere sano, con le proprie preferenze, anche multiple (vino, birra, cocktail, rum, whiskey), però due giorni in quelle colline hanno formato od ulteriormente erudito tutti quanti – lo avrebbero fatto anche con l’assente, che ci seguiva da remoto. Ime da quando è tornato sfrutta ogni occasione per aprire delle bottiglie di qualità con lo stesso ritmo che aveva il Guccio ai tempi dell’Avvelenata. Appassionarsi del vino col vino. Assapori quel nettare con occhi diversi, il profumo è più abbagliante, il sapore più caldo, il cervellone prova a fare una recensione (alla peggio, si butta lì un sentore di frutti di bosco, che non stona mai…). Dalla bbùda alla beva.

Persone, natura, alchimia, imprevedibilità, ingegno, fatica, colpi di scena: il mondo del vivo cattura, è suadente come il profumo di un rosso ed inebriante come l’effetto di un suo sorseggio. Il fascino che esonda da queste attività sempiterne è tanto abbondante quanto cristallino. Certo, si sono evolute, la tecnologizzazione si è accasata anche qui (e diciamo anche per fortuna), ma il magma vitale ha le sue origini in quella fermentazione preistorica. Accanto ai tannini e alla gradazione abbiamo però trovato anche dei termini che purtroppo conosciamo bene, forse eravamo lì anche per sfuggire da essi: private equity, core business, asset diversification strategy e altri inglesismi di merda (citati solo per aumentare il fastidio verso il turbo liberismo). L’ impresa del vino, passata da una gestione pressoché familiare presente fino ai primi anni Novanta ad una altamente specializzata, ed il relativo indotto del turismo, hanno salvato e sostenuto le Langhe, ma l’equilibrio fra la prosperità e lo straniamento di una regione è delicato almeno quanto una vinificazione, un modello in apparenza opulento può nascondere un potenziale killer. I numeri, il fatturato, soprattutto il guadagno, devono sempre quadrare con la sostenibilità tout court, ma questo capitolo è stato censurato da quasi tutti i libri di economia. Pare proprio che il capitalismo d’assalto in salsa liberista si sia fortemente interessato alle vigne delle Langhe e se la Magia del vino, eterna dalla notte dei tempi, citato nella Bibbia è stata invasa da un monoteismo altrettanto dogmatico, delle due l’una: ciò che deriva dalla terra è ancora indispensabile alla faccia degli Elon Musk, e allora c’è da essere ottimisti, oppure al contrario c’è da preoccuparsi perché da questa invasione non si salva più niente. Anche stavolta ci è venuto naturale, è stato interessante e fonte di ulteriori nostre chiacchere, mi riferisco allo spaziare, collegare, cogliere e approfondire, non fermarsi al compartimento stagno, all’esplorare le prospettive anche in un momento ludico e culturale come una degustazione. D’altronde, siamo fatti così. Mi riferivo al cartone animato, Siamo fatti così. Si guarda sempre volentieri.

Le Langhe si sono confermate una terra di gente mite, cortese, educata ma con la voglia di ridere, alla ricerca della battuta in ingresso e in uscita, rispetto a tanti siti del Nord Italia non è presente la frenesia (avete presente quella di Milano? ma non solo lì), o quella chiusura che porta a solipsismo e alla solitudine ed inaridisce indelebilmente l’animo. Abbiamo trovato camerieri che non avrebbero sfigurato seduti a tavola di fianco a noi, e forse ne avrebbero avuto voglia pure loro, la Michela, nostra “locandiera”, anche lei fatta della nostra stessa pasta. Trovo sempre sbagliato arrogarsi il diritto di emettere sentenze su una popolazione conosciuta da turista, per un giudizio completo bisognerebbe vivere la vita di tutti i giorni, quelli che millantano di conoscere la tal zona, magari all’altro capo del mondo, perché ci sono stati due settimane in vacanza sono l’emblema della supponenza da viaggio, certa gente potrebbe anche girare il Mondo e continuare a capire tanto come alla partenza, ovvero poco, e con un’apertura mentale pari a quella di una serratura, ad ogni modo l’impressione è che nelle Langhe ci sia ancora la voglia di quel contatto umano, tipicamente agreste, gli spazi larghi invogliano a voler incontrare gente, fanno ancora gioire quando si incontra qualcuno, a differenza della città, dove un eccesso di calca ha magari provocato un’intolleranza fra le persone poi sfociata in forte allergia, di quelle da shock anafilattico.

Va bene che dopo i quaranta non c’è più quella fregola e quel bisogno smanioso di vedersi – che a 20 anni può farti perdere delle amicizie senza un motivo, solo perché ti perdi un po’ di vista – però qua bisogna intensificare gli incontri, trovare dei pretesti, ogni scusa è buona, una cena, una camminata un aperitivo, una colazione. Anche un aperitivo a colazione camminando. E allora via coi buoni propositi: è stata partorita e licenziata l’idea della doppia zingarata, una bucolica ed una cittadina – partorita e licenziata sembra un tipico caso di sfruttamento del mondo del lavoro, ma mi sapeva fatica cancellarla. E come promesso all’assente, nel viaggio di ritorno è stata ufficializzata la meta della prossima uscita. Già l’ambiente di suo ha qualcosa di misterioso, di malinconico e da sempre, quell’ambiente, è fonte di leggende e storie financo un po’ lugubri. In più la nostra futura meta è stata al centro di alcuni dei più famosi misteri d’Italia, proprio di quelli che piacciono a noi. Ed abbiamo già visto che la zona è circondata da numerose cantine.

Paura, eh?

Quelli che al Barazzone

19 Ago

Negli ultimi due anni si sono concentrati sul vaccino, dimenticando le cure. La grigliata di Ferragosto al Barazzone invece incarna tutti e due i termini, ma circoscrivere questo gioioso evento nel freddo linguaggio medico sarebbe tanto irrispettoso quanto riduttivo. Cura e vaccino – o antidoto, che suona meno lugubre e un po’ più fiabesco – inteso alla società di oggi, ai suoi ritmi, al suo stress. Poi certo, dopo la grigliata di Ferragosto è necessaria qualche altra cura, principalmente la dieta… La grigliata del Barazzone è un avamposto, una zona franca, un piccolo miracolo spazio-temporale dove le persone riescono a stare bene insieme per il gusto di stare insieme. Ricorda per certi versi le grigliate estive della giovinezza, le coeve feste di Capodanno, i compleanni in pizzeria, eventi programmati ma attesi con quella smania che ti faceva friggere lo stomaco contando i giorni che mancavano, ipotizzando tutte le cose che avresti potuto (o sognato) fare, ma anche la paura di non poter partecipare per qualche motivo. Emozioni pianificate. Di quel tempo è come se si fosse tramandato il gusto di vivere una giornata a chiacchiere e stupidate, amenità che si avviluppano a cose serie, tutto esce naturale, spontaneo. Allora il 110 era solo un voto che forse qualcuno un giorno avrebbe preso, soldi in bisacca pochini, entusiasmo tanto, le borsette erano quelle della mamma e della zia, le auto e le moto si sognavano sulle riviste e si ammiravano in piazza (da ferme) o sulla Sparavalle (in movimento). Divertirsi con poco, fantasticare più che possedere, sfruttare a fare fruttare quello che c’era. Ecco, alla grigliata di Ferragosto si respira lo stesso sapore spensierato, quello che ti ha fatto stare bene come non mai e che a volte temi di non provare più, o comunque non appieno, in più adesso non c’è quella voglia di stupire a tutti i costi che da ragazzi a volte esondava nel numero da circo. Se è sbagliato voler rivivere un’età che non c’è più, è invece salvifico mantenere quello spirito dopo i quaranta. A Ferragosto i genitori tornano ragazzi, mostrando ai figli che per divertirsi e stare bene basta poco – la compagnia è indispensabile, le vivande e la musica quasi, il resto è più o meno superfluo – cosa che i figli sanno già bene e applicano ancor meglio. Amicizie storiche (probabilmente imperiture) ed altre più recenti ma già robuste, un’accoglienza autentica dei padroni di casa che ti mette a tuo agio, spariscono i formalismi, certi meccanismi mentali figli di…boh…diciamo della quotidianità si smontano da soli, i pezzi rimangono lì e si ricomporranno, ma solo dopo qualche giorno e il compiere con naturalezza gesti che altrove imbarazzerebbero (no, la zona nudisti non c’è) vale due certezze: nelle situazioni idilliache esce il meglio di noi e in tutte le altre forse stiamo sbagliando qualcosa (togliendo forse e qualcosa la frase assume un senso ancora più compiuto). Lo diranno anche quegli esauriti dei motivatori, ma contornarsi di persone allegre è vitale. E’ come se con le braci della griglia sparissero certe remore, venisse sgrassata l’anima da sovrastrutture che ci legano gli atteggiamenti ed esattamente come la brace dona alla carne quella particolare cottura e quel tipico gusto, anche i nostri caratteri vengono insaporiti. Nota a margine: non è un inno a grigliare carne umana, o i radicali ed il partito trasversale del politicamente corretto potrebbero alzare un polverone, ergo scassare pesantemente le palle.

Il 15 di agosto al Barazzone ognuno può inventarsi il proprio ruolo: chi gestisce i tavoli, chi cura la griglia, chi la musica, chi il frigo e qualcuno è dedito a non fare assolutamente un cazzo, ruolo quest’ultimo assolutamente previsto nonché fortemente richiesto. I visi non mentono mai, in quella giornata le espressioni sono tutte distese, immortalate della fotografa della compagnia, anche se nulla è per sempre, ed ecco che a fine serata e il mattino successivo le espressioni passano dal disteso al sofferente accompagnate da quell’accrocchio di promesse e pentimenti sul mangiare e sul bere, attendibili esattamente come quelle di 25 anni fa. D’altronde come diceva quel famoso proverbio orientale, non è bere che fa male, è ri-bere. Orientale perché lo pronunciò un tizio del Friuli Venezia Giulia. Ci si affeziona anche ai rituali, tipo il puntuale timore che ogni anno affiora di non aver abbastanza roba da mangiare, gli psicologi la chiamerebbero coazione a ripetere, il risultato è che la grigliata di Ferragisto diventa LE grigliate di Ferragosto. In ogni angolo c’è gente che sta bene. I più piccoli giocano a cosa lo sanno solo loro, si renderanno conto di vivere una meraviglia? O la meraviglia è non rendersene conto? Nella partita a biliardino sono stati convocati frenesia fanciullesca, sudore, competizione e bava alla bocca asciugata da qualche sacrosanta madonna. Le sedie di plastica messe in cerchio paiono non volersi più muovere intente ad ascoltare pure loro le chiacchiere degli invitati. E poi c’è la predisposizione alla cazzata, una di quelle università specializzate nel nulla, una a caso, dovrebbe per una volta fare una ricerca utile sull’argomento. Ma che università, la sentenza la spariamo noi: la sana cazzata aiuta a vivere meglio, il contesto barazzoniano spinge a proferirne a nastro, il contesto barazzoninao aiuta a vivere meglio (il resto dei sillogismi e dei postulati lo potete trovare nel volume La fenomenologia della cazzata).

Anche se il tasso di stronzaggine delle persone è direttamente proporzionale alle temperature medie – sta aumentando considerevolmente – il genere umano ha ancora la capacità di scegliere persone affini con cui stare bene. Forse non tutto il genere umano, noi certamente sì. Il che dà una certa speranza per noi e per i nostri figli. Ci vorrebbero più Ferragosti al Barazzone, anche se non mancano le cause ostative (vedi alla voce proctologia, gastroenterologia, indice di massa corporea), poi un’emozione non si interrompe ma nemmeno si può inflazionare. Sta a noi trarre insegnamento da quella che è molto più di una semplice giornata di festa.

Educazione asessuata

16 Ago

Visto che nel Mondo occidentale stanno aumentando violenza, povertà, inquinamento, sfruttamento ed esasperazione sociale, qual è uno dei primi punti dell’agenda di quelli che democraticamente dettano la linea? L’educazione sessuale. Ma lo fanno per i troppi reprobi villani da educare e civilizzare in nome dei nuovi dettami del progressismo fucsia e arcobaleno, e per rendere più libera e civile la vita di tutti i giorni. Ma noi, che siamo dei bruti rossobruni, degli impenitenti illiberali meritevoli di finire nelle liste di prescrizione, come al solito ci siamo comportati male, non ci è passato quel vizio di scopiazzare (ap)preso a scuola ed ecco che non abbiamo resistito a dare una sbirciata a quella famosa agenda vergata dagli illuminati di modernità (come abbiamo fatto non si può dire, avremo forse avuto un appoggio da qualche Stato canaglia?Mah…)

(Inciso: se è l’Occidente a nasare a casa degli altri e a scoprire delle magagne, è il tripudio della libertà di stampa, di pensiero e dello di stile di vita – e via con l’autocelebrazione della nostra superiorità! – se lo fa qualcuno in casa dell’Occidente e scopre altrettante magagne, fa la fine di Julian Assange, sempre per il concetto della libertà di stampa, di pensiero e dello di stile di vita).

Anche in tema di sessualità, coerentemente ai dettami della loro ideologia senza idee, l’obiettivo è cancellare tutte quelle vecchie abitudini patriarcali e ormonali che finora hanno mandato avanti il genere umano. Si farà affidamento a delle autentiche pietre miliari dell’ondivaghismo sessuale, quali “Two father is mei che uan” (da pronunciare con un marcato accento bolognese), “Uomo o donna: basta che respiri” , ” Oggi mi va così, domani cosà”, “Chi si accontenta gode”, “Ho scoperto che mi piace il pesce”, e “Mia moglie ha una gran nerchia“.

Il messaggio è chiaro ed inoppugnabile, dovranno sparire il concetto della mamma e del papà, inizialmente – e lo saprete senz’altro – si era pensato a Genitore 1 e Genitore 2, solo che alcuni relatori presenti anche nel progetto sul politicamente corretto “Cerca il razzismo e l’emarginazione anche e soprattutto dove non c’è e rompi i coglioni su tutto” hanno rilevato tracce di discriminazione: il genitore 1 viene prima del genitore 2? E perché? Oppure – e qui emerge preponderante tutta la loro venalità – non è che il Genitore 2 abbia un patrimonio doppio rispetto al Genitore 1? Eh sì, dubbi e speculazioni filosofiche che avrebbero fatto pronunciare ai filosofi greci un convinto “Me cojoni!” Si è passati quindi a Genitore A e B, ma anche qui apriti cielo, la lettera A è la prima dell’alfabeto, simbolo di primato e supremazia della razza, hanno bofonchiato alcuni semiologi, impegnati a studiare i simboli dei nuovi partiti e che avevano giusto una mezz’ora libera da riempire con delle troiate. Sono poi intervenuti altri minorati mentali tirando fuori la vecchia solfa che alle scuole medie il corso A era sempre considerato il migliore ed il B quello degli scapestrati. Eh, un bel rompicapo… Alla fine si chiameranno tutti e due con un generico Genitore, seguendo la spersonalizzazione ricercata con ossesso in ogni dove dall’ideologia liberista. Qualcuno potrà sollevare la critica che i bimbi faranno confusione, avranno difficoltà nel riconoscimento dei ruoli, chiameranno uno e risponderà l’altro, non li distingueranno, mancheranno i riferimenti ed avranno grossi problemi alla personalità e nel rapporto con gli altri destinati a perdurare. Cioè esattamente quello che vogliono. Anche perché in questo modo di genitori se ne potranno aggiungere quanti se ne vuole, tipo un contatto in una chat di Whattsapp.

Un altro punto focale è la messa al bando dei peli, tendenza già ad uno stadio avanzato, il cui passo successivo sarà la rasatura sul nascere, rendendo tutti implumi come una boccia di biliardo. Si farà affidamento ad uno storico collaboratore di pace e benessere sociale, la nato, che fra le proprie dotazioni ha un apparecchio laser che verrà proposto obbligatoriamente agli estetisti (previste le forme del noleggio a lungo termine e del leasing strumentale). Evitiamo subito polemiche e allarmismi di fronte al fatto che l’apparecchio rilasci qualche piccola, marginale e trascurabile traccia di uranio impoverito, nelle missioni umanitarie serve anche quello. E poi l’ultima versione ha il 20% di uranio impoverito in meno rispetto alla media dei laser ed ha ottenuto la certificazione Bio. Verranno bandite quelle vetuste espressioni del tipo “camicia aperta col villo di fuori” , “gli ho visto il pelo” , “c’è in giro della pelusca“. Per i trasgressori previste severe pene (in senso giuridico). Anche nella cinematografia si dovrà ricorrere ad alcuni correttivi, in Fantozzi subisce ancora ad esempio, Loris Batacchi sarà doppiato per coprire la famosa battuta “Non ho peli sulla lingua, momentaneamente…” Non sarà risparmiata nemmeno la letteratura, tira aria di censura anche per uno come Henry Miller, a cui non basta la sua avventurosa esistenza beat, la frase de “Il tropico del cancro” sulla fregna rasata che pareva un’ostrica morta è inaccettabile e ancor più quel passaggio che è il pelo a renderla misteriosa. Il sistema come è noto illude di lasciare la massima libertà, purché si faccia come dice lui. Chi si ostinerà a lasciarsi sul corpo, e in particolar modo nelle zone pubiche, quell’ irsuto manto pelliccioso, dovrà pagare la famosa Tassa sul pelo (la Pelotax, ma per il nome definitivo, verrà indetto un sondaggio on line utilizzando la piattaforma di un noto movimento) che verrà calcolata utilizzando un sofisticato algoritmo che terrà conto della superficie totale della zona pelosa e della densità del pelo stesso a cui si aggiungerà un correttivo a seconda della zona del corpo interessata, ovviamente l’area pubica è quella col coefficiente maggiore e più penalizzante. Chi sarà soggetto alla Tassa sul pelo subirà immediatamente anche le nuove rendite catastali e non potrà partecipare alle raccolte punti dei supermercati.

Proseguendo col programma, durante l’ora di religione alle medie anziché un prete (o un suo surrogato) che biascica stronzate sull’autoerotismo e sulla castità ci sarà un chierico laico che farà sentire in colpa gli adolescenti sulle loro prime cotte, spiegando che per ogni cotta nei confronti di un determinato sesso ne deve seguire una per un soggetto dell’altro sesso, entro il quadrimestre di riferimento. Sono esentati solo quei soggetti che si sono invaghiti di un ragazzo/a ucraina. Entro i vent’anni bisognerà compilare tramite il Fascicolo Sanitario Elettronico un questionario sulle abitudini sessuali: chi non avrà ancora avuto rapporti con persone dello stesso sesso o comunque con ambo i sessi, verrà mandato in tournée con Achille Lauro e i Maneskin e gli verrà imposta una dieta esclusivamente vegana con la sola aggiunta di insetti selezionati, da uno studio di una università del cazzo a caso, di quelle specializzate in minchiate inutili e roboanti, è uscita la notizia che un’alimentazione onnivora e variegata e senza fanatismi di sorta favorisce un desiderio eterosessuale. Altrettanto dicasi per l’utilizzo dei mezzi a motore a scoppio: vietati a chi non ha ancora scoperto la sessualità bipartisan, mentre per gli altri sarà ancora possibile dare delle sgasate con motori a combustione ma solo se si possiede almeno lo stesso numero di mezzi elettrici e dal costo non inferiore a 40.000 € cadauno. La transizione ecologica ha i suoi costi, si sa. E si sa anche chi deve pagarli, i poveri cristi. Però ne vale la pena, perché con la conversione elettrica si inquinerà come e più di adesso, ma le nuove lobby si arricchiranno molto in fretta, che è quello che conta, no?

Il progetto è ambizioso, nessuno si nasconde, epocale lo definiscono, ecco perché dovrà coinvolgere anche gli animali domestici, che nel frattempo avranno acquisito la piena capacità giuridica compreso ovviamente il diritto di voto (vedi alla voce allargamento della democrazia partecipativa). Si partirà dagli animaletti più piccoli, perché convincere un asino o un cavallo con la bega in tiro a cambiare i suoi progetti con l’equina di turno è stato ritenuto potenzialmente pericoloso. Invece quelli di piccola taglia verranno mandati a dei corsi, finanziati coi tagli alla scuola pubblica, mentre i punti nascita che sono stati chiusi e i reparti ospedalieri che sono stati smantellati verranno convertiti in consultori per l’assistenza psicologica a queste bestiole durante la delicata fase della transizione sessuale. Finalmente delle conquiste sociali degne di nota.

La maternità e la genitorialità dovranno diventare due concerti puramente consumistici, un vezzo, un tipo di shopping per aumentare la visibilità e gli affari. L’utero in affitto e la possibilità di acquistare dei bambini verrà legalizzata, ma se la potranno permettere solo i ricchi, mentre i poveri potranno solo vendere i propri pargoli o appunto prestare il proprio corpo per fare nascere una creatura, anche oggi è così, solamente sarà regolarizzato, nero su bianco, uno stato di fatto che iniziava ad essere spinoso; questo è coraggio, questa è una delle tante superiorità dell’Occidente, ovvero la mercificazione di tutto.

Traspare un certo ottimismo da parte degli organizzatori sui tempi di applicazione del programma, sia perché i servi del potere sono un po’ come le temperature medie, stanno aumentando costantemente, ed anche perché finora ad opporsi a questo progetto sono perlopiù dei cattolici oltranzisti ultraconservatori e dei vetero-clerico fascisti, personaggi che quando aprono bocca viene voglia di fare il contrario di quello dicono, e viene anche voglia di fare qualcos’altro.

Articolo di pura fantasia, ogni riferimento alla realtà, a fatti, a situazioni, a persone vive o morte è puramente casuale

Trasgressivi alle vongole veraci

1 Lug

Passava di lì ed erano riusciti a strappargli un sorriso. Non avevano fatto niente che sarebbe finito sui libri di storia e/o di sociologia, eh, però vedere dei ragazzi interagire fra loro senza scancherare col cellulare per oltre sei minuti consecutivi e per di più intenti a parlare di musica, beh, gli aveva regalato una bella sensazione. Certo, si esprimevano in un linguaggio veramente merdoso con dei termini da cerebrolesi che ogni volta che ne sentiva uno scattava automatico un “T’an po mia” (Non puoi mica, nda) preceduto da una bestemmia. La bestemmia cambiava ogni volta, il “T’an po mia” invece no. (Fungere da rafforzativo è una delle varie funzioni della bestemmia, sempre che sia usata correttamente. Potrebbe uscire qualcosa al riguardo, non è escluso). Poi, con una prosopopea inversamente proporzionale alla carta d’identità ed un tasso di fanatismo allineato alla società che li ospita, sparavano sentenze tipo Cassazione a sezioni unite su come la musica fosse un fenomeno nato dopo gli anni Duemila, o quasi. Sentenze alla cazzo di cane, quindi. Per la portata delle loro tesi sembravano un misto fra i nazisti dell’Illinois e un movimento a caso della “sinistra” fucsia e arcobaleno.

Al netto di queste premesse e nonostante le nuove leve gli stessero mediamente in cima alle palle, spesso ricordava a se stesso che una delle peggiori generazioni era proprio la sua (presenti ed amici stretti esclusi). E come uno che aveva la pezza da attaccare in canna, rallentò il passo e senza che si diano troppe spiegazioni sul come, era lì pronto a dire la sua. Che poi le spiegazioni si possono anche dare: il tempo trascorso nei bar della montagna negli anni Novanta qualcosa aveva insegnato.

” Ragazzi, ma sono in ritardo di quaranta/cinquant’anni con sti atteggiamenti qua, tutta roba già vista…”

” Il compito dell’artista, del musicista, è liberare la propria personalità, fissare nuovi parametri, mettere in discussione tutte le strutture che infatti scricchiolano, alzare l’asticella, possono dare fastidio, ma non siamo più nel Novecento”, rispose tranquillo, ma convinto, uno del gruppo, visibilmente soddisfatto della risposta “matura” data al dirimpettaio maturo (stavolta senza le virgolette).

” Non siamo più nel Novecento, ma la versione originale di queste provocazioni si è vista proprio nel Novecento”

” Eh se…”

” Adesso la chiamano sessualità fluida, giusto? (accompagnato da un eloqunte gesto con le mani come dire “Du palle!”) ed è uno dei termini che ormai propinano anche nelle mense scolastiche, un trasgressivo-istituzionale….Mai sentito parlare di David Bowie? Ecco, magari prima ascoltate un po’ di cose sue, poi andate a rivedere il suo estetismo ambiguo, potente, magnetico, raffinato. Erano gli anni Settanta e lui è stato uno dei primi…”

” Beh, va bene, adesso qualcuno si sarà un po’ ispirato a lui, è normale prendere qualche spunto, no?”, intervenne uno alto e secco.

” No, lo han copiato, pari pari, e pure male. Io non lo so se a Bowie piacesse la figa e anche il cazzo, se la sua era una battaglia di libertà, un desiderio di provocazione, una mossa commerciale o tutte le cose assieme, ma gli va dato atto di essere stato un precursore, e io non sono un fanatico delle ostentazioni sessuali. A questi di oggi magari piace sia la figa che il cazzo, ma perché gli han detto che è il modo più rapido per far parlare di sè…”

” Non è che sei un po’ bigotto?”

“E bacchettone?” aggiunse a rimorchio il primo che era intervenuto.

” Ecco, pure del bigotto, a me…A proposito di bigotti, nell’Italia degli anni Settanta di bigotti ce n’erano per davvero – oddio, ce ne sono sempre troppi di quelli – e serviva un certo coraggio per presentarsi sul palco come faceva Renato Zero, con le sue tutine, le mosse istrioniche, gli ammiccamenti, le allusioni, gli sdoganamenti. Le prime volte lo perculavano, ma bastava ascoltarlo e anche l’ala oltranzista della Santa Inquisizione ammetteva che musicalmente era una bomba, o forse non lo ammettevano proprio perché erano della Santa Inquisizione, ma le sue canzoni le canticchiavano anche loro e magari ci si ritrovavano pure, sti trucidi…Per fare un paragone con uno di oggi, Achille Lauro vive di colpi di scena, glieli chiedono, sempre di più, ma dietro quelle impalcature e quei trucchi da Cinecittà, di musica se ne respira poca”

” Paragoni epoche differenti, oggi c’è più coraggio e in tanti compiono atti che prima intimidavano”

” A me sembra più una ribellione codificata, una trasgressione indotta e costruita a tavolino, figlia del Pensiero Unico liberal progressista che ci vuole tutti ibridi, come le macchine, né carne né pesce, una sorta di veganesimo antropologico, toh, una massa molliccia ed inerme senza identità propria che, vanesia, si fregia di inutili libertà ed è convinta di poter fare il casino che vuole, peccato che lo spartito l’abbia scritto qualcun altro. Si atteggiano da ribelli, ma sono degli adepti del nicodemismo. Oltretutto quando la provocazione è teleguidata escono degli album di plastica, artefatti, vuoti, speculari alla società capitalistica occidentale. Sulle note di un brano di Elio e le Sorie Tese sembra che cantino <Siamo tutti servi della Nato…>”

” Ah, quindi per te i temi LGBT, dell’identità di genere e di tutte le forme di discriminazione non esistono ed un artista non dovrebbe esternare le proprie opinioni?” disse una ragazza dall’aspetto intrigante nonostante una frangetta da denuncia per crimini contro le acconciature e l’umanità.

” Le minoranze dovrebbero sempre essere tutelate, solo che oggi il turbo-liberismo vuole che siano la regola e discrimina chi non ne fa parte, utilizza questi temi civili solo per togliere quelli sociali e per rincoglionire per bene la testolina e per stringere la vera libertà. Pasolini lo aveva capito già durante il Sessantotto, la maggior parte non lo capirà manco fra altri 68 anni. D’altronde lui era un genio. Sono i temi calati dall’alto dal Potere, quindi non è ribellione, e quegli artisti sono servi. Per me non sono neanche artisti”

“Ma un artista potrà ben fare quello che gli pare???” e stavolta più che intrigante era proprio incazzata.

” Mica posso impedirglielo, l’artista ha tutto il diritto di diventare l’aedo del sistema dominate, io ho il diritto di contestarlo e dire che lo detesto. Il sistema e anche lo pesudo artista. Poi anche i gesti vanno interpretati, contestualizzati, criticati. Prendi quella cantante metal che ha fatto sdraiare sul palco un fan del pubblico e poi gli ha pisciato in faccia… “

” Oh, quella è roba strong anche per me raga, però mica tutti avrebbero il coraggio di farlo”

” Anche lì, mossa figa se vuoi – notate il gioco di parole, ah ah ah!!! – peccato che quarant’anni fa ci fu chi cagò sul palco e penso venne arrestato, e altri fecero anche schifezze peggiori. Un atto sovversivo in ritardo perde di valore, diventa una triste massificazione. Tra l’altro, non c’entra niente, ma questo aneddoto della pisciata mi ha fatto venire in mente quella volta che ero a far visitare mio figlio e ad un certo punto il pediatra rispose ad una telefonata di una mamma che gli chiedeva da dove uscisse l’urina della figlia! Il pediatra gli disse che la mamma e la figlia pisciavano allo stesso identico modo, sempre da lì”

” No dai, come fai a chiedere una cosa così, out a vita!” commentò la tipa con la frangetta rasserenatasi un po’.

” Pensa a quando la figlia inizierà ad avere le sue cose…”

“Usciranno nuove teorie ginecologiche!”

“Sai cos’è il coraggio? Non è farla vedere sul palco o lasciare un ricordino organico , per quello basta un beriago. Il coraggio è scrivere, nel pieno degli anni impegnati, da te, artista impegnato e schierato, un album altamente provocatorio proprio verso il tuo pubblico (di impegnati) e svelarlo a loro dal vivo, a teatro, dicendogli in faccia che non solo ti hanno stufato, ma ti fanno proprio schifo e che non vuoi avere più nulla a che fare con della gente così. Che erano poi i padri putativi di questi pseudo intellettuali chierici di sinistra la cui massima battaglia è il bagno indipendente per i transgender. Il coraggio è quello che ebbe Giorgio Gaber – è di lui che sto parlando – a sciabordare delle frasi violente che riuscivano solo a lui quando era indignato, incazzato e nauseato. E il pubblico degli impegnati, il suo pubblico, non la prese bene…Ma, vedi, invece il problema di queste trasgressioni alle vongole veraci è che spesso nascondono una qualità inesistente, l’impegno l’han messo tutto in queste amenità… non mi viene il termine, amenità contemporanee. Bowie e Zero che vi ho citato prima erano teatrali a bestia ma musicalmente erano dei fenomeni. La qualità nella musica esce dal talento e dall’ispirazione: oggi l’ispirazione gliela confezionano quei fiji de na mignotta dell’Ufficio Comunicazione e Marketing ed il talento per capire chi possa andare avanti lo misurano con la stadera dei talent, solo che la musica non nasce in televisione, ma per strada, nei bar, nelle cantine, nei club, è un’altra cosa. Comunque è giusto che voi ascoltiate la musica del vostro tempo e seguiate questi artisti, non dimenticate però ciò che c’è stato prima, vi si apriranno dei Mondi”

“Vuoi dire che ai tuoi tempi la musica era migliore e gli artisti tutti integerrimi e spontanei?” buttò lì una tipa che probabilmente aveva imparato il giorno prima il termine integerrimo ed era quindi impaziente di utilizzarlo davanti ad un matusa, ma che con la sua domanda aveva innalzato il livello della discussione.

” La musica sicuramente sì! E ve lo dice uno che di musica di merda ne ha ascoltata parecchia, ai tempi. Ma anche di bella, e quanta ne sto ancora scoprendo! All’estero ci sono delle cose piacevolissime anche adesso, fatte bene per davvero, magari non inventano niente di nuovo ma chi se ne frega, miscelano trenta/quarant’anni di generi alla grande, mentre in Italia la situazione è raccapricciante, anzi molto peggio, perlomeno nella roba mainstream, in quella di nicchia non so, non ho abbastanza tempo. Invece gli artisti dei miei tempi….” e l’ultima frase si rivelò peggio di un lifting da quanto avesse modificato la sua espressione.

“Invece…” accompagnò la tipa con un occhietto furbo di chi aveva nasato aria di abiura.

“Sugli artisti fino a qualche anno fa lo pensavo, che fossero integerrimi, ne ero convinto, ora no. Guccini parla delle primarie del partrito più liberista e a destra d’Italia, Pelù che fa da megafono alla Gretina e combatte contro il gas russo, Bruce Springsteen e i Green Day che inorridiscono solo quando il presidente americano è un repubblicano, a targhe alterne, Bono che…va beh, Bono è l’industrializzazione estrema dell’artista impegnato e buonista al servizio del sistema di comando, serve solo a confermare i dubbi su quelle organizzazioni di filantropi. E l’elenco sarebbe lungo, come la mia delusione. Forse l’unico rimasto credibile è Roger Waters, uno con le palle per criticare anche gli intoccabili, infatti spesso lo dipingono come complottista e paranoico”

” Oltre i quarant’anni diventi vecchio e ci sta cambiare idea” sentenziò col sorriso uno che finora era rimasto nelle retrovie, anche perché così poteva guardare il culo alla tipa e non la sua frangetta.

” Alla tua età avevo i parametri sportivi per definire la giovinezza e la vecchiaia. Fino a 25 giovane, a 30 maturo, a 35 da pensione, dai 40 da dentiera…Può essere quello che dici, ed anche il successo in un certo senso è calmierante, che se ci pensi è un assurdo, un controsenso, hai soldi e fama e potresti dire a fare quello che vuoi invece no, ti allinei per restare a galla e ingrossi le fila di quello che tira di più. Oggi sono in tanti ad essere talmente allineati che riesci solo a scorgere il primo della fila. Meglio, tra l’altro, così ne vedi uno solo. Oppure mentivano anche prima e lo facevano da furbi”

” Sei disilluso?”

“Un casino, però mi è servito per imparare che occorre dividere l’artista dal suo prodotto, il messaggio dal suo comportamento, la musica è totalizzante, noi dobbiamo discernere. Resta il fatto che fino agli anni Novanta le cose prodotte creavano comunque cultura, avevano dei contenuti, stimolavano pensatori e contestatori, ti formavi in tutti i sensi. Poi ovvio, hanno formato anche delle grandi teste di cazzo…

“Oh vecchio – no, cioè, vecchio è un modo di dire eh…- ti stai contraddicendo, prima ci dici che la vecchia musica era la più bella del Mondo e poi che quegli artisti ti hanno deluso…”

“Un percorso artistico completo quindi! Uno dei problemi è il diverso rapporto col periodo storico di riferimento, oggi si pensa di influenzarlo, di indirizzarlo, ma lo si subisce come un armadio che ti cade addosso mentre sei sdraiato sul letto, manca la curiosità, sia a scovare qualcosa nell’immediato per stupire, sia a rievocare dal passato, a prendere spunto, non si attinge e non si semina, è in atto un cesoiamento storico”

“Ma se adesso anche in Italia abbiamo finalmente una grande rock band…” replicò il ggiovane pensando di aver fatto scacco matto.

“Bravo, hai fatto proprio l’esempio giusto! A certi gruppi rock italiani i Maneskin non potrebbero neanche andare a pulire le chitarre o asciugare il sudore dalla fronte. L’elenco è lungo una cinquantina d’anni, ma a questi prezzolati addetti ai lavori il rock italiano è apparso adesso, come una folgorazione, tipo la Madonna a Brosio o della macelleria sociale ad un tecnocrate liberista”

“Però scusa, parli di musica, probabilmente ne saprai anche, ma ci butti sempre dentro collegamenti con la politica e roba simile…” e l’espressione corrugata non riuscì a celare il suo disorientamento.

“E’ proprio quello che vogliono, rendere la musica un monolite, un format, come dicono oggi, da utilizzare in Mp3 per andare a correre o per l’aperitivo in piscina, estraniando tutte le sfaccettature che rendono la musica una delle forme artistiche e culturali più complete. I ragazzi come voi devono staccarsi da queste matrici imposte, noi non lo abbiamo fatto, la mia generazione più si è tatuata più si è alienata. Siete ancora in tempo, ma dovete fare inversione adesso se no finirete nel burrone della lobotomizzazione. La musica può salvarvi. Ma la musica vera”

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L’avevano detto

31 Mag

Perché senza le radici non si cresce. Perché non si possono perdere le origini. Perché il nostro dialetto l’è ‘l mej. Ed anche per combattere la deriva del linguaggio moderno: qui non ci sono tracce di inutili inglesismi, di cagatine retorico-progressiste, neologismi tossici, OGM e olio di palma (l’olio di palma fa ancora una certa impressione). E poi c’è una una chicca che vi permetterà di assaporare il dialetto nella sua forma più pura.

Il libro si può acquistare:

– chiedendolo direttamente al sottoscritto (potete contattarmi in privato, in pubblico, dove volete, possibilmente evitate le ore notturne durante la settimana);

A Casina: – presso l’Edicola Leuratti Francesca; – presso l’Edicola Lipari Euro;

A Castelnovo né Monti: – presso l’Edicola Rinascita di Via Roma.

Mi riferiscono di file chilometriche davanti alle edicole e di persone disposte a tutto pur di accaparrarsi il libro, doveste rimanere senza non disperate, avvisatemi.

Buona lettura (e non solo)