Semplicemente Ayrton/La vendetta è un piatto che va gustato a Suzuka

2 Mar

Estoril, 23/09/1990: grazie al secondo posto conquistato davanti a Prost il nostro Ayrton Senna ha praticamente messo tutte e due le mani sul campionato.
Diciotto sono i punti di vantaggio sullo storico rivale con tre gare ancora da disputare.
Ma nel successivo GP di Spagna un radiatore tradisce Senna e dimezza il distacco, il francese della Ferrari ritorna così teoricamente in lizza per il titolo.
Il primo ad esserne felice è ovviamente… Ayrton Senna.
Ayrton ce l’ha in testa da un anno e quella rottura permette alla sua idea di non rimanere un’astrazione, visto che il prossimo GP si correrà il 21/10 proprio nella suggestiva pista di Suzuka dove l’anno prima l’acerrima rivalità fra i due ha toccato l’apogeo.

Obbligatorio un passo indietro di 365 giorni.
In Giappone si decide ancora il campionato, è stato così anche nel 1988, solo che adesso è Senna ad inseguire il compagno di scuderia.
Anche in questa stagione l’astro brasiliano è sempre una furia, quando finisce le gare in genere le vince ma i cinque ritiri per noie meccaniche pesano sul computo della classifica e per tenere accese le speranze di bissare il successo iridato Ayrton a Suzuka è obbligato a vincere.
Senna parte davanti a tutti ma Prost lo brucia alla partenza e tenta la fuga, lentamente però il brasiliano gli si riavvicina e quando mancano 6 giri alla fine sferra l’attacco al compagno di squadra ricordandosi il suo vecchio adagio “Non esiste nessuna curva in cui non si possa superare”.
O magari inventando l’aforisma proprio in quella circostanza.
Forse tentare di sopravanzare Prost nella chicane del tringolo non è stata l’idea più fruttuosa balenata a Senna nella sua carriera, o forse è stato proprio il Professore a tessere la trappola inducendo Senna alla spericolata manovra.
Qualunque sia la congettura più plausibile, Ayrton si fionda in uno spiraglio, Alain prima allarga poi chiude la traiettoria, i due si toccano e restano appaiati nelle loro Mc Laren a guardarsi con livore e compatimento, in una delle immagini più iconiche della Formula Uno.
Prost si sfila il casco e saluta la folla, quello che voleva lo ha ottenuto, Senna si fa aiutare dagli steward , riparte passando dalla via di fuga, trova il tempo di fermarsi ai box per cambiare il musetto rovinato e poi in autentica trance agonistica riesce a raggiungere e sorpassare Nannini, sempre nella chicane, ed a vincere la gara.
Altra impresa memorabile.
Mondiale riaperto.
Per poco.
Prost fa ricorso alla Direzione gara che squalifica Senna per condotta non regolamentare.
GP a Nannini, Mondiale a Prost, rapporti ulteriormente precipitati fra i due ed inizio di belligeranza tra Senna e la FIA fra accuse, multe, revoca della licenza, pensieri di ritiro, ed un senso di rivalsa che scandaglia l’animo del pilota di San Paolo.

Torniamo al ’90.
La pista nipponica per non smentirsi è ancora teatro di un possibile match ball.
Senna è sempre affezionato alla pole position e Prost, per il terzo anno di fila, gli è a fianco.
Proprio non possono fare a meno l’uno dell’altro.
Dopo la squalifica combinata a Senna l’anno prima il capo della Fia, il francese Balestre, si esibisce in un altra mossa di palese ingerenza, stabilisce cioè di far partire i piloti qualificatisi con un numero dispari (primo,terzo,quinto,ecc.) dalla parte sporca della pista rigettando la richiesta (lecita) di Senna che sbotta:”Uno si fa un culo cosi per fare la pole e dopo viene spostato nella parte più sporca della pista”.
Non occorre essere un giallista per capire chi sarà avvantaggiato da questa scelta.
Quella decisione, palesemente ingiusta e faziosa, è comburente per quelle braci che ardono dentro a Senna e fa rivivere in lui gli episodi di un anno addietro risvegliando (od esacerbando) gli istinti più vendicativi, se mai si erano assopiti.
Come previsto (e voluto) il campione francese al via ha la meglio su Senna che alla prima curva tiene la traiettoria interna ed entra senza frenare centrando il ferrarista e facendo uscire entrambi in una nuvola di polvere.
I due si incrociano non degnandosi nemmeno di uno sguardo, nessun alterco, nessuna rissa, Senna è calmo, non esulta anche se ha appena vinto il Mondiale, ha fretta di andare ai box, in una dissonanza cognitiva per il gesto istintivamente programmato.
Speronare Prost rientra in quel novero di azioni che non fanno stare meglio ma che un uomo sente come necessarie ed ineluttabili ed il compierle è un ulteriore sforzo e svilimento ma sarebbe altresì frustrante e fucina di rimpianti non metterle in atto.
Probabilmente il pensiero di quel gesto (macerato per un anno od anche solo per un giorno) è stato più edificante della sua mera realizzazione, peraltro attesa con fervente bramosia.
La dichiarazione a fine gara del neo campione del Mondo non lascia adito al minimo dubbio “Dedico questa vittoria a chi mi ha fatto perdere il mondiale ’89… Le corse sono fatte cosi’, a volte finiscono subito dopo il via, a volte a sei giri dalla fine…”.
Il ricorso di Prost stavolta non avrà l’esito dell’anno passato e quindi ufficialmente Senna è per la seconda volta Campione del Mondo

Liberazione: se fossimo costretti a riassumere, dalla prospettiva-Senna, quel GP e quella stagione con una sola parola, il termine più adatto sarebbe quello.
La collisione con Prost e la conquista del titolo iridato sono i due spaghi di un’ingarbugliata matassa assai complicata da stendere, come arduo è comprendere quale, dei due, sia stato il mezzo e quale il fine.
Ayrton riuscì a togliersi un mostro che aveva dentro, un peso che schiacciava la sua già complicata personalità, un nemico in più che si univa ad una nutrita compagnia, di cui si liberò divenendo l’esorcista di se stesso.
La vendetta ha un significato etimologico solitamente negativo, al pari della reazione, nella vita come nello sport, che trascina la vittima nella stessa suburra del carnefice finendo per coprirli della stessa onta.
Senna col botto di Suzuka sdoganò questo ignominioso comportamento con un gesto umano, impavido, intimo, individualista, personale, proprio di chi vuole riprendersi quanto scorrettamente depredatogli.
Il cattolico Senna sembrò affidarsi alla Dea Nemesi nel distribuire le pene secondo la legge del contrappasso: chi di sportellata ferisce, di sportellata perisce.
Il credente Senna non porse l’altra guancia ma vendicò quella colpita, non aspettò il Giudizio del Signore ma applicò – per una questione meramente terrena, viepiù prosaica come le corse – il proprio, di giudizi.
Il religioso Senna cedette al solipsismo, gli capiterà ancora nel corso della sua carriera.
L’uomo si affiancò al pilota per sistemare i conti con quelle che Ayrton riteneva delle ingiustizie ed assieme si inventarono (più che cercarono) una rivalsa nei confronti di chi voleva tarpare le ali al pilota più veloce con la politica e far provare a qualcun’altro la stessa sensazione, per punire, restituire, forse chissà, anche per sensibilizzare.
L’incidente con Prost nell’89 rappresentò una di quelle contusioni che di solito guariscono (quindi si regolano) in pista, mentre le decisioni del dopo gara (e quelle sull’ordine di partenza dell’anno dopo) furono un colpo secco, chirurgico e premeditato sferrato sopra un livido ancora pulsante che renderanno l’uomo in balia dei propri istinti di difesa più belligeranti.
Le manovre di palazzo raramente si esimono dall’essere dei soprusi e fecero scoprire, uno ad uno, i nervi di Senna, più avvezzo a circoscrivere la battaglia nel circuito che non nelle stanze del potere o a tavolino; col tempo Senna con quelle pelose situazioni imparò a conviverci, non certo a farci l’abitudine.
Il campione brasiliano fra i cordoli era un satanasso, più d’uno sosteneva che rischiasse sempre troppo e tenero non lo era mai stato con nessuno, cosicchè i suoi rivali l’avevano conosciuto alla svelta e a proprie spese e nondimeno lo avevano proclamato, obtorto collo, come il più bravo di tutti.
Ma con quel gesto Senna assurse a demiurgo, compì un balzo di autorevolezza, lui che aveva già spiccato il volo.
Fu un messaggio devastante per gli altri piloti: se già prima Senna era considerato (quasi) imbattibile ora anche i pensieri più meschini partoriti per batterlo, venivano disinnescati ed annientati alla fonte.

La vita regala degli insegnamenti quando meno ce lo aspettiamo: quella domenica mattina, con una sveglia spaesata a suonare all’alba, davanti alla televisione assistetti ad una lezione; sul rispetto, sulla remissività, sulla giustizia, sul diritto degli uomini a non farsi calpestare e a reagire, anche con la forza, quando i propri meriti vengono offuscati o peggio cancellati con metodi loschi da chicchessia.

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Semplicemente Ayrton/Profeta in patria

14 Gen

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, né scuse, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Facciamo che siete dei piloti e che potete attingere a mani basse dall’immaginazione per dipingere la sceneggiatura di una vittoria su una pista a cui tenete particolarmente, magari la pista di casa vostra.
Non lesinate, avete carta bianca, oltre all’ovvio epilogo sono concessi qualsiasi tipo di prologo, trama, contesto, sorprese ed effetti speciali.
In questa attività onirica vi è permesso chiedere aiuto ad amici e parenti o scomodare registi e drammaturghi.
Mi spiace deludervi, ma qualsiasi cosa abbiate partorito non raggiungerà mai le vette di pathos toccate ad Interlagos il 24/03/1991.
Fino a quella data la sentenza Nemo propheta in patria non aveva risparmiato nemmeno Ayrton Senna, che in Brasile al massimo annoverava un secondo ed un terzo posto.
Questa volta più che il suo proverbiale perfezionismo e la sua bulimia di vittorie crediamo fosse l’amore viscerale per la propria terra a creare in Ayrton un senso di incompiutezza, lui che orgogliosamente si sentiva un portabandiera di quel Brasile, con tutti i sensi del dovere che una responsabilità di quella portata implica.
Il sospetto che sia un dettaglio funzionale a scriverci un romanzato articolo potrebbe nascere: Senna, dirà qualcuno, aveva vinto già due Mondiali e si apprestava a conquistare il terzo, era il pilota più forte, famoso, pagato ed amato del circus.
Sì, ma non dimenticate mai gli orizzonti mentali del campione di San Paolo.

Che Senna partì dalla pole mi sono accorto ora che potevo fare a meno di scriverlo.
Scattò in testa eppure in diverse riprese Mansell sembrava più veloce e pareva essere in grado di superarlo ma una foratura prima rallenterà il Leone inglese, poi la rottura del cambio lo costringerà al definitivo ritiro.
Non sarà solo il cambio della Williams a creare problemi, al 60° giro nella trasmissione della McLaren di Senna si ruppe la quarta.
E sarà solo il preambolo, Ayrton in breve perdette tutte le altre marce ad eccezione della sesta.
E le Formula Uno di allora non erano esattamente elastiche come i turbodiesel che guidiamo oggi.
Nei tornanti la sua monoposto sembrava fermarsi, se Senna avesse potuto scendere a dare una spinta la sua MP4 sarebbe andata sicuramente più forte.
Senna, il pilota che aveva riscritto il concetto di guida al limite, si trovava a contorcersi perché la sua vettura arrancava rischiando a più riprese di spegnersi.
Un pò la legge del contrappasso, un pò un obolo reclamato dal destino, un pò qualcos’altro di indefinibile che dà alla storia un aura affascinante, fatto sta che si percepì che nel suo abitacolo il pilota della Mc Laren stesse combattendo contro un demone intenzionato a sopraffarlo.
Il nostro aveva le sembianze di un equilibrista che si barcamenava a gestire una situazione kafkiana, esacerbata dalla tensione per essere ad un passo dalla vittoria e di vedersela sfuggire.
E mancare un’altra volta la vittoria nel GP di casa era una fattispecie che stava logorando Ayrton.
Lo stress si mischiava all’agonia fisica in una miscela deleteria, quella condizione non sarebbe stata sopportabile a lungo.
Ma c’erano da percorrere ancora una decina di giri.
Grazie alle sue acrobazie, al raggiungimento di una momentanea atarassia (forse) ed anche ai problemi meccanici che afflissero l’altra Williams di Patrese, Senna riuscì a completare in testa anche il 71°giro assicurandosi l’agognato primo gradino del podio.
A 31 anni era finalmente riuscito a trionfare nella propria terra: il macigno che Ayrton portava dentro doveva essere un fardello pesantissimo a giudicare dalle urla che si udirono dalla camercar appena tagliato il traguardo.
Lancinanti, paranormali, disumane, toccanti come pochi altri suoni.
No, decisamente quello non poteva essere solo un grido di esultanza, aveva tutte le sembianze di una liberazione e di un’espiazione.
Il Senna dei sorpassi impossibili, del ritmo frenetico, delle traiettorie impostate schernendo le leggi della fisica quel dì si travestì da un fedele guerriero che servì allo sfinimento la causa patriottica affidatagli: il talento lasciò il posto alla sofferenza, l’estetismo fu soverchiato dalla necessità, accettò ogni tipo di angheria e di tortura pur di giungere nella sua terra promessa.
Senna finì la corsa stravolto, aveva i muscoli del collo e delle spalle completamente contratti e fu estratto a fatica dall’abitacolo.
Ma la bandiera carioca era stata issata.

La vita di Senna è sempre piombata senza soluzione di continuità nelle sue gare lasciando evidenti tracce, dal granellino al pezzo grosso così.
Già detto della brasilianità, Interlagos ’91 racchiude un altro aspetto intimo del pilota, il rapporto col padre.
Con lui (ma con tutta la famiglia) un fortissimo legame simbiotico, costellato da sudditanza e rivincite.
Dal bel documentario del 2010 Senna si vedono le immagini dei festeggiamenti nei box della Mc Laren, Ayrton scorge la figura di suo padre ed esclama un “Papà!”, quasi una tenera richiesta di attenzione e coccole che ogni figlio maschio si aspetta di ricevere dal proprio genitore.
Come dire, me li puoi fare i complimenti, me li sono meritati oggi, guarda in che condizioni ho vinto.
Il signor Da Silva (Senna è il cognome materno) accorre al capezzale del figlio ma fa appena in tempo a sfiorarlo che questi gli intima di toccarlo delicatamente ed il meno possibile.
Ora è il figlio che dice al padre cosa deve fare.
Cosa e come.
Senna quel giorno di fine marzo allontanò l’incubo della gara di casa e si affrancò da una subordinazione nei confronti del papà, anche se gli eventi di qualche anno dopo dimostreranno che emanciparsi totalmente dalla sua famiglia gli risulterà impossibile.

Rimaneva da alzare la Coppa per dare alla giornata il suggello definitivo, senza quel gesto sarebbe stata quasi una vittoria di Pirro (per favore, nessuna battuta sul pilota romano).
Senna era allo spasmo ma richiamò all’ordine le pochissime energie ancora sparse per il suo corpo per alzarla al cielo, un rito doveroso per celebrare la sua vittoriosa battaglia combattuta al solito non solo coi rivali in pista.
Senna gongolava per essere stato spolpato nel fisico e nell’anima dal suo paese, dal suo popolo.
Per avere conseguito una vittoria nel dolore.
Una vittoria del dolore.
Una vittoria dal sapore indimenticabile.

 

 

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Tra il dire e il fare

7 Gen

In una città di oltre centomila anime due persone potrebbero non incontrarsi mai e rimanere perfette sconosciute.
Anche le loro idee potrebbero rimanere equidistanti.
Oppure no, potrebbero incrociarsi ed arrivare a sovrapporsi.
Per farlo avrebbero bisogno solo di un piccolo aiuto.
Ecco, magari l’astratto dovrebbe semplicemente avvicinarsi al concreto.

Tomas è un operaio, figlio di operai, e si definisce di destra.
Non che sia invischiato in faccende di partiti o manifestazioni, ma se lui andasse al potere (ognuno di noi è andato al potere almeno una volta nel proprio immaginario) saprebbe come dare una bella sistemata alla nazione.
Ci vuole più ordine in giro, cazzo.
Più rispetto delle regole, più pene per chi delinque.
E ognuno deve essere padrone di decidere a casa propria.
Questo pensa Tomas.
E tutti i torti forse non ce li ha.
Ma sarebbe troppo semplice se la questione si esaurisse lì.
Tomas è a conoscenza di qualche effetto collaterale del fascismo (qualcuno, perché oltre quel livello l’inibitore di onestà intellettuale che è in lui impedisce lo step successivo), ma almeno a quei tempi certi episodi non solo non capitavano, ma neanche se li immaginavano.
Così, per sintetizzare il Tomas-pensiero.
Ma Tomas non è un camerata didascalico intriso di fanatismo che va in pellegrinaggio a Predappio, assolutamente.
Gli piace divertirsi, conoscere gente nuova, fare le sue bisbocce, ama molto viaggiare Tomas ed è un tipo spontaneamente empatico.
Ma quando sente qualcuno che si confà a quei precetti lì sopra (e lui con l’occhio lungo scruta la situazione che invece c’è là fuori), beh, ne è attratto e senza conoscere i meccanismi dell’appartenenza intuisce che l’oratore ha toccato proprio le corde giuste.
E tutte in fila.
Sull’immigrazione Tomas è durissimo, pensa che sia la causa di tutti i problemi attuali anche se non ha mai provato veramente ad analizzare il fenomeno a fondo: perché esiste, chi la fomenta, che meccanismi vuole scatenare, che situazioni vuole scardinare, a chi giova.
Non gli serve, quando qualcuno dissente lui ha pronti i suoi personali casi di vita vissuta che corroborano la sua, di tesi.
Una prova provata di cui lui è il Pubblico Ministero, l’Avvocato ed il Giudice.

Pietro invece lavora in un’associazione di volontariato e tanto per formazione quanto per inclinazione si è sempre poggiato sulla tolleranza rigettando qualsiasi forma di xenofobia e discriminazione.
Si vivrebbe meglio se aprissimo le porte, i cuori e i portafogli ai più deboli e rispettassimo anche chi è diverso da noi.
Per sommi capi ecco un riassunto del suo credo.
Difficile contraddirlo.
Ma sarebbe troppo semplice se la questione si esaurisse lì.
Si è sempre immolato alla causa dei migranti perché ha identificato in loro la parte più vulnerabile e bistrattata della società.
Storia alla mano, dal colonialismo in poi, Pietro è convinto che la parte debole da tutelare siano loro.
Un anti-razzista militante, che ha analizzato e studiato il fenomeno a fondo.
Ma da un solo punto di vista che come una calamita gli ha condizionato la rotta.
Non sappiamo se Pietro, nella società globalizzata del Terzo millennio, abbia mai vagliato nuove ipotesi o esteso il suo pensiero.
Difficilmente ne avrà sentito il bisogno, lui crede di brandire convinzioni inoppugnabili.
E’ una persona brillante Pietro, di quelle che non sembrano avere nulla fuori posto.
Talmente corretto nelle risposte e nei comportamenti che a volte le sue stesse azioni paiono dover seguire un copione di buone maniere.
Fin da ragazzo ha avuto la strada spianata, lui il Mondo l’ha osservato sempre da una posizione propizia e vissuto con un atteggiamento irreprensibile.
Da quell’angolazione il suo logos si è compiaciuto, ha trovato conferme, si è auto-generato.
Mettere qualcosa in discussione in quel vellutato architrave è un’ipotesi da non contemplare anche per chi si dichiara un progressista (e tante altre cose).
O forse proprio perché si dichiara un progressista (e tante altre cose).
E a cambiare quel piedistallo quindi non ci ha mai pensato.
Lui no, ma siccome c’è chi può farlo per noi (e non avvisa e manco chiede un parere, figuriamoci un permesso) ecco che Pietro dopo il matrimonio – da cui ha recentemente avuto una bella bimba – si è dovuto trasferire in un altro quartiere.
Un pò la crisi economica, un pò la bolla immobiliare, un pò quel che volete voi ed ecco che quell’angolo di città si è trasformato in quelle che i telegiornali chiamano “zone difficili”.
Ma solo perché non possono (e neanche vogliono) definirle come “zone di merda”.
Perché tali sono: di tutto quello che può far precipitare la qualità della vita, lì statene certi che non manca (quasi) nulla.
Una sfavillante boutique del degrado perennemente aperta.
E che piaccia o no la differenza fra il prima ed il dopo si chiama immigrazione selvaggia.

Alla mensa dell’azienda di Tomas hanno assunto una ragazza marocchina.
Ci sono delle bellezze femminili volgari, altre ridondanti, eccessive, che urlano loro stesse finendo per imbruttirsi; la sua no, è di una finezza aulica che quando la incroci qualcosa viene sparigliato per il motivo opposto.
La tipa sa indossare la propria avvenenza, che potrebbe far osare di più, ma lei si affida al decoro e ad una semplicità che la rendono egualmente ineffabile, seppur lontana dai recenti canoni che hanno a paradigma veline&soubrette.
Non porta il burka, a differenza della madre che saltuariamente la viene ad accompagnare.
“Con tutti i disoccupati italiani che abbiamo c’era da prendere una marocchina.Avanti pure…”.
Ecco la prima, personale ed intima riflessione di Tomas su di lei.
Può darsi che pensi in particolare a sua cugina, a spasso da quattro lunghi anni nonostante la domanda l’abbia inoltrata anche lei, da un bel pò e non solo lì.
Ma la nuova arrivata inizia a conturbare Tomas.
Se ne sono accorti anche i suoi amici che subito lo sferzano tra conversioni all’Islam, pellegrinaggi a La Mecca e bambini di nome Mohamed ed Abdullah (ognuno ha il proprio modo di andare oltre).
Tomas, piccato quanto basta, se la prende in verità più con se stesso che con loro, perché il suo mansionario non prevede un’ipotesi così ignominiosa.
Tutti i giorni le scruta – quasi le analizza – il culo, e poi borbotta a bassa voce (ma cercando di farsi sentire) volgarità degne di un commilitone da film.
Tomas ha un solo obiettivo, scoparla, e parlando da solo ripete che la cosa deve finire lì, sia chiaro.
Sempre più concupito, dopo ogni apprezzamento fa partire regolarmente un insulto, acido come solo quelli gratuiti sanno essere.
“Andrebbe bene chiavata, la stronza!”
L’offesa serve a scaricare la colpa sulla ragazza.
La colpa di piacergli nonostante l’empio status di marocchina.
Capita quando una convinzione è talmente cementata nel cervello da respingere il ragionamento e i sentimenti.
Per attirare l’attenzione Tomas si traveste da moderato di ampie vedute, evita come uno slalomista certi argomenti spinosi (spinosi soprattutto per lui), il resto lo fa il suo bell’aspetto ed un savoir faire da vitellone (che succhia però dall’heritage di movimenti meno intransigenti rispetto a quelli portati a paradigma da Tomas).
Se qualcuno osservasse il susseguirsi dei suoi atteggiamenti potrebbe malignamente sferzare Tomas asserendo che la falsità e l’opportunismo non capeggiano solamente fra i venditori nei suk.
Tomas si atteggia da un personaggio di comodo che non c’è, ma quel gioco di ruoli, inizialmente mendace, inizia ad invischiarlo e a far diventare pruriginosi alcuni commenti (non certo illuminati) dei suoi compari.
Per la cronaca identici a quelli proferiti da Tomas fino a ieri l’altro.
Ma incontro dopo incontro il nostro deve recitare sempre meno perché sta bene con la ragazza, nessuno sobbalzerà dalla sedia sapendo che tra i due nasce una relazione.
Solo quando si riunisce al branco rimette in piedi il cerimoniale dell’uomo occidentale spietato che esce con la magrebina solo per castigarla: un pò per il gusto di zittire i petulanti amici un pò per far risalire le sue quotazioni nell’ambiente, ultimamente affievolite.
All’inizio è palesemente in imbarazzo solo quando incontra i suoi amici in compagnia di lei, combattuto fra la protezione (e l’attenzione) che un uomo deve riservare alla propria donna e l’iconografia duropurista da mantenere ed alimentare, ma non tarda molto a superare questi vetusti blocchi mentali.
L’amore può accecare ma anche aprire la mente più di un corso intensivo di filosofia alla Normale di Pisa.
Tomas per ovvie ragioni inizia a frequentare anche il fratello della tipa: personaggio edotto ma popolare, coinvolgente senza lambire la propaganda nonché abile oratore, astutamente gli fa annusare le affinità tra le due culture imperniate sul senso di appartenenza ed identità.
Ora l’animo di Tomas si è equiparato al suo comportamento, ma nella sua palingenesi non si è mica ritrovato boldriniano, o parleremmo di conversione e straniamento.
Semplicemente, alcuni dei suoi storici capisaldi adesso riesce serenamente a divulgarli alla morosa trovando peraltro diffuso consenso, ma quei pregiudizi avventati e quel partire dal risultato per poi costruirci sopra un pensiero (unico) li ha buttati nel cesso tirando anche l’acqua.
A quanto pare le qualità che esaltava come patrimonio dei nostrani fanno capolino anche ai nativi di altre latitudini.
Nel frattempo il Mondo non si è fermato per vedere la metamorfosi dell’ex intollerante Tomas e purtroppo non si è fermata nemmeno la malattia del padre.
Tomas non ha perso l’abitudine di trovare sempre un colpevole per tutto, solo che stavolta dargli torto è affar duro: il colpevole c’è e si chiama fabbrica.
Tra i parenti (non un infinità, ma nemmeno quattro gatti), tra gli ex colleghi (che sembravano così tanti) e tra la compagnia del bar (che si conferma una compagnia da bar) i più assidui assistenti al papà risultano i familiari della ragazza (marocchina).
Per Tomas è insieme una carezza – piacevole ed unica come solo quella che proviene dal tuo amore può essere – ed un sonoro cazzotto, un altro colpo da KO che rende parte delle sue preistoriche credenze più affossate che traballanti e lo costringe ulteriormente a quell’inutile, imprescindibile e devastante pratica dei rimorsi e dei “Se l’avessi capito prima”.
Attività oltremodo caustica, che permette finalmente a Tomas di leggere gli avvenimenti e non di subirli e che lo porta a modificare il tiro e a indirizzare il suo livore contro qualcosa che ancora non sa identificare, ma che lui intuisce essere il responsabile di questa guerra fra poveri, di cui l’immigrazione rappresenta l’artiglieria pesante.
Tomas vede ora l’immigrazione come il modo per rendere l’essere umano inerte e diluito e dannatamente manovrabile.
Oggi riguarda certe popolazioni, Tomas teme che a breve possa capitare alla sua.

Scippi, furti, risse, spaccio, sporcizia, aggressioni, stupri: l’inciviltà e la delinquenza hanno preso residenza nel quartiere assieme ai nuovi arrivati stranieri, e con esse la paura.
I nervi sono a fior di pelle: toccati da cotanta abiezione gli storici abitanti sono come bestie vessate nella loro tana che vorrebbero tanto mostrare i canini e la bava ma hanno ancora troppo da perdere.
E la situazione non fa che peggiorare.
Il focolare, la casa, il quartiere, non sono altro che proiezioni di ataviche esigenze del proprio io, che in queste abbiette condizioni viene minato.
Se c’è una cosa che manda in tilt è sentirsi impotenti nel proprio territorio, vederselo depredato, assistere al dissolvimento di quello che avevi prima sognato e poi (tutto od in parte) realizzato.
Pietro non si è mai sottratto a far la conoscenza di situazioni difficili, al contrario, ne è sempre stato attratto e ci ha condito la propria iconografia asserendo che tutti dovremmo vederle prima di giudicare.
Ma non ha mai sperato che sua figlia ci crescesse in mezzo.
Pietro non riesce a pronunciare ad alta voce (e nemmeno sussurrarlo alla coscienza) che un’immigrazione incontrollata procura sicuri disastri, per timore che quei pensieri sconfessino la dottrina a cui si è anchilosato.
Pietro ha paura di quella che ancora (per poco) giudica la suburra di ogni essere umano, lui che si sente ontologicamente differente da chi si accontenta di accusare il migrante solo perché differente.
All’evidenza cerca ancora di rispondere col ricettario dei buoni sentimenti.
Predica calma, vuole allontanare affrettati e facili giudizi viscerali che assomigliano a sentenze, in quella polveriera cerca di introdurre l’ingombrante parola comprensione, esorta a non abbandonarsi a biechi istinti e a non cadere nella facile trappola del razzismo.
Ma il primo destinatario della sua omelia è se stesso.
E come tanti, disattende quella predica.
Ricorda un alchimista a cui le formule, una ad una, si stanno pian piano ribellando.
Pietro dopo aver assistito a scene che mai lo avevano coinvolto direttamente (i racconti e le esperienze distaccate sono un altra cosa, diverso quando a testimoniare sono i tuoi occhi e a rimetterci tu ed i tuoi cari) inizia a fare conoscenza con una parte di se che non sapeva esistesse, o forse è quest’ultima che è voluta uscire stanca del soggiorno obbligato in mezzo a retorica, radicalismo chic, accoglienza tout court che hanno solo fortificato il sistema dominante.
Pietro è uno di quelli che aveva sempre tenuto i classici bei discorsi tondi e ragionevoli in cui l’antirazzismo oltranzista era pregno dello stesso peccato che voleva redimere.
E così il modello-Pietro, permeato con tutti i crismi dell’uguaglianza forzata e che pareva edificato con l’antisismica, inizia a sfogliarsi come un castello di sabbia asciugato dal sole.
Pietro impara che si può capire e condannare, essere comprensivi e duri, che la tolleranza contempla anche la fermezza e la critica, quando è proprio il contrario una sintomatologia del razzismo.
Pietro diventa portavoce della circoscrizione, deve andare in mezzo alla gente, a tutta, scopre che quella che una volta apostrofava come xenofobia oggi si può serenamente chiamare autodifesa, che la cattiveria è presente anche nel debole, nell’oppresso, nello sfruttato.
Essere deboli non esenta dall’essere stronzi.
Proprio approfittandosi dell’aurea di debolezza.
L’incedere degli eventi ha fatto da panno che ha tolto l’opacità dalle lenti con cui Pietro ha finora guardato la vita.
Pietro prende coscienza che se le leggi incentivano il crimine quel paese si trasforma in un ricettacolo di delinquenti e che ci sono persone che scelgono di andare proprio in quel paese per farsi beffa della (in)giustizia.
Ammette di essere stato manipolato, lui ed il suo atteggiamento, perché spesso il potere per raggiungere i suoi loschi obiettivi (che vanno sempre raggiunti) da abile parassita si serve dei buoni sentimenti, li sfrutta, li usa a mo di cavalli di Troia.
Pietro comprende altresì che per fare il bene (il bene di tutti, autoctoni ed immigrati) occorre anche il pugno duro e che in tutte le relazioni (o rapporti) i buoni devono essere in due, altrimenti meglio cambiare registro.

Se Tomas e la sua ragazza stiano ancora insieme non è dato a sapersi.
Il matrimonio, la abitudini quotidiane, la convivenza religiosa, l’educazione da dare ai figli: con due culture differenti possono essere ostacoli duri da superare.
Possono, ma non è detto che accada.
Non abbiamo notizie nemmeno dal quartiere di Pietro, e questo potrebbe essere anche un bene.
Forse.
No, Tomas e Pietro non si sono mai conosciuti.
Loro no, ma le loro idee si sono incrociate.
E quasi sovrapposte.

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Articolo collegato

https://shiatsu77.me/2016/04/07/qualche-idiota-al-bar/

Piatto ricco mi ci ficco!

30 Nov

L’estrema provincia fa comodo all’evoluta ed emancipata città perché catalizza su di sé tutti gli stereotipi comportamentali che invece i cittadini proprio non possono (né devono) indossare, pur avendoli nell’armadio a far compagnia agli scheletri.
Cavalcando l’ignominioso provincialismo la città si lava la coscienza e trova un capro espiatorio quando invece dovrebbe specchiarsi per vedere se stessa in una declinazione solo meno numerosa.
Tante fenomenologie si rifanno ad un’unica matrice che cataloga, indirizza e divide le masse per mantenere se stessa.
Città; provincia; poco cambia e non fa eccezione il paese del nostro racconto, dove se volevi mettere i piedi sotto una tavola che non fosse quella di casa, la scelta cadeva su due ristoranti.
Il primo era quello storico, un pò più grande, con qualche coperto in più e brandiva ancora lo scettro della categoria; il secondo, sorto in realtà poco dopo, lo insidiava da molto vicino e nel corso degli anni non erano mancati passaggi di consegne su chi dovesse rappresentare l’arte culinaria dei dintorni.
I frequentatori tenevano un approccio settario: chi mangiava nell’uno non metteva piede nell’altro.
Ognuno tesseva le lodi del proprio e soprattutto enfatizzava i difetti altrui.
Veri, presunti od inventati che fossero.
Detto da terzisti di comprovata fede, non si era mai mangiato benissimo nei due locali, perché se aspettate gli adepti quelli non ve lo diranno mai nemmeno sotto tortura a digiuno forzato.
Anzi, loro portavano avanti indefessi un’attività di propaganda e marketing in tutte le salse.
Compreso un Trip Advisor ante litteram.
La qualità, che nella sua interezza aveva fatto raramente visita nelle due cucine, stava ulteriormente scemando ma i commensali vedevano questa tendenza solo nel ristornate a loro inviso.
Ognuno criticava gli aficionados dell’altro, li derideva, li denigrava arrivando a partorire congetture e sillogismi da far impallidire la corrente conservatrice della Santa Inquisizione.
Agli astanti o a qualche anima ancora scevra dal fanatismo che si voleva addentrare nel ristorante nemico si paventava pessima cucina, locale sudicio, servizio squallido e financo rischio di contrarre malattie infettive e veneree (nel dubbio meglio sempre esagerare).
Chiamiamolo manicheismo gastronomico.
Gli screzi non mancavano, i colpi bassi neppure.
Dove c’è fideismo c’è un cambio di casacca, tanto qualcuno o qualcosa da venerare lo si trova ovunque.
La scena si svolgeva così: il convertito – per scelta (quindi dietro pagamento) o per vocazione (quindi per tornaconto) – rinnegava ciò che lo aveva concupito fino al giorno prima e buttava anima e corpo nella nuova professione di fede.
Il nuovo arrivato era il vessillo da sventolare per vellicare il resto della truppa.
Anni fa nei due locali c’era una discreta scelta, perlomeno come numero di piatti, perché il sapore si rifaceva tutto ad un qualcosa di comune.
Ti sembrava di poter scegliere una pietanza sempre diversa, ma in fin dei conti mangiavi sempre la stessa roba o quasi.
Si stava meglio quando si stava peggio vale anche nel nostro paese di provincia ed ecco che la varietà delle due cucine – invero mai irreprensibile, lo avrete capito – registrò una frenata.
Come sempre i fedayn armati di forchetta stigmatizzavano le ristrettezze dei rivali, non di rado visitati con prezzolati clienti-spie.
Qualche temerario del libero pensiero, sottovoce anche con se stesso, rimpiangeva i tempi di dieci anni fa, tempo in cui rimpiangeva i dieci anni precedenti, ma proseguiva fieramente ad ingurgitare tutto quello che gli veniva propinato e i suoi pensieri così stupidamente corsari venivano immediatamente riassorbiti perché così si doveva fare.
Una spiegazione che avrebbe fatto ribellare anche Ken di Barbie, quindi nessuno di loro.
Improvviso come una nuova accisa sulla benzina, il menu del giorno coincideva col menu della settimana che proseguiva identico per tutto il mese.
Un mono-menu.
Già, perché il primo ristorante, in bella vista nella locandina, proponeva un piatto di merda.
Mentre il secondo ristorante rispondeva con un piatto di vomito.

“Noi la merda mai!!!” chiosava inutilmente tronfio il cuoco della seconda trattoria.
“Come si può proporre del vomito??!!Come si può??!!”facevano eco i titolari della prima trattoria con dosi di alterigia ben oltre i limiti del compatimento.
Ovunque si tentava la difesa tanto disperata quanto pacchiana del proprio menu con dei comizi vergognosamente ineffabili.
“Ragazzi il momento non è facile, ma non esiste niente di più sgradevole ed insopportabile del vomito, non oso immaginare che sapore possa avere.E’ decisamente meglio un bel piatto di merda.Che è il risultato finale della digestione, ovvero un processo assolutamente naturale da cui noi ripartiamo”.
Specularmente nell’altro risto-horror qualcuno che aveva dimenticato il cervello da piccolo (e la dignità appena dopo) si barcamenava in tesi altrettanto ardite “Ma lo sapete vero cos’è la merda?Da dove viene giù?Noi a differenza degli altri in questi chiari di luna non abbiamo voluto togliervi la dignità e ci siamo affidati ad un cibo altamente nutriente ma leggero perché di fatto pre-digerito”.
Lo straniamento del genere umano era diventato realtà perché nella folla di palati fini lo stupore durò lo spazio di un tentato ragionamento (praticamente è più lungo scriverlo), poi prevalse l’obbedienza che si confà ai servi.
Senza costrizioni, non occorrevano.
A vederli tutti adunati nella sala nessuno avrebbe detto cosa gli stessero servendo.
C’erano le tavolate delle grande occasioni (e la relativa smania di chi è ancora in fila), quel vociare in sottofondo, fastidioso ma gioiosamente rassicurante, il via vai di gente fra i tavoli.
Tutti indossavano la bramosia di chi sta per andare a mangiare da Bottura o comunque tenevano ben salda la convinzione di essere nel migliore dei ristoranti possibili.
Sembrava l’archetipo della perfetta serata gastronomica, era solo uno distorto ed angosciante simulacro.
L’odore delle pietanze era violentemente impregnato ovunque, nei mobili e nelle pareti, talmente forte che una persona normale l’avrebbe non solo sentito, ma anche visto.
Con le sembianze di uno spettro che raduna i disperati per il viaggio di sola andata.
Un tanfo così ripugnante si poteva trovare solo nelle favole sull’Inferno e sembrava il biglietto da visita della fine del Mondo.
Gli invitati per tutta risposta fremevano rutilanti sperando che la loro porzione fosse la più abbondante possibile.
Se avessimo bisogno di un’istantanea per descrivere l’assurdo, vedere dei cuochi e poi dei camerieri preparare e sbalottare quelle schifezze sarebbe l’icona perfetta.
Appena le sostanze organiche venivano appoggiate sulla tavola i buontemponi impalavano rispettivamente merda e vomito al ritmo di una ruspa da cava.
Un brusio acciottolante, unito ai grugniti che produce una bestia affamata, tradivano la loro spontanea ingordigia.
Anziché bestemmiare, stramaledire l’Universo,menare qualcuno o sfasciare tutto, facevano la scarpetta in segno di gratitudine ed accondiscendenza, e nondimeno ordinavano solerti e quasi elettrici un’altro piatto con ancora il contenuto in bocca.
Dalla voracità con la quale si introducevano quello che sappiamo, schizzavano nella faccia, nei capelli e sui vestiti (propri ed altrui) piccole manciate delle rivoltanti pietanze.
Un dettaglio che in altri contesti avrebbe procurato sicura onta, in quel girone dantesco nemmeno le più pignole dicevano bau.
E proprio vero che le persone si devono prendere per la gola, visto che anche i più inguaribili inappetenti si erano trasformati in convinti bulimici.
Solo i bambini, guidati dal loro salvifico istinto, si ribellavano come potevano, cioè piangendo e cacciando strazianti urla, coi genitori che non si capacitavano di una simile reazione ed arrivavano a redarguire, prima ,e minacciare ed aggredire, dopo, i propri pargoli.
I bimbi ormai angosciati per l’apocalisse che avevano intorno e per la malvagia severità di mamma e papà ad un certo punto furono completamente ignorati dai genitori, che fra i propri figli e il menu scritto nella pietra avevano scelto quest’ultimo.
La merda ed il vomito come un uragano avevano invaso e sbriciolato quel poco di anima rimasta in ognuno dei convitati.
In maniera irreversibile, niente sarà più come prima.
In contemporanea dalle due rinomate trattorie si alzava lo stesso acuto commento “Tanto catastrofismo per nulla!Noi siamo fortunati a venire qui a mangiare…Fosse sempre così la crisi…”
Forse l’ideologia sazia lo stomaco, di certo (a)varia il gusto e guida le inermi masse, perché nei due ristornati non si facevano tanti coperti da quando l’economia tirava per davvero.
Il giorno che segue una baracca è sempre tempo di racconti epici, di momenti da immortalare e da rivivere, la gioia del ricordo si mischia alla malinconia e a qualche goliardica esagerazione.
“Alla fine ne ho mangiati sei di piatti…”
“Accidenti!”
Nell’angolo più recondito della propria dignità si trovava il coraggio di schernire l’acerrimo nemico dai gusti culinari differenti aggiungendo all’inseparabile ortodossia un’inutile vanagloria,
“Guarda un mangiatore di merda!Il cesso è in fondo a destra!”
“Fai vomitare!Così dopo puoi mettere qualcosa sotto i denti!”
L’aria del paese era satura di desolazione ma gli abitanti erano tutti eccitati per avere toccato il fondo.
Non ancora soddisfatti si misero a scavare.

Dopo vent’anni il candidato (ri)svolga la traccia

29 Ott

La situazione poteva apparire come un punto a favore di chi sostiene che abbiamo un destino.
Ma quelli dell’altra parte – fautori che ognuno di noi si crea il proprio – replicherebbero da par loro.
Ed entreremmo in una delle più classiche aporie.
Comunque sia, vent’anni fa trovai sul banco della maturità questa traccia, che solo gli inviati del TG1 chiamano così, visto che per noi quello era IL TEMA di italiano:

“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” (C. Pavese).
Discutete e sviluppate con riflessioni personali il principio enunciato nel passo su riportato.

La scorsa del titolo mi riportò, ridanciano, al pomeriggio del giorno prima, quando Mauro Pigozzi attingendo alle fonti di quel che rimaneva del Kgb mi diede la soffiata che l’argomento del tema d’attualità sarebbe stato internet.
Con fare complice lo ringraziai sentitamente come si ringrazia un amico che pensa agli altri (lui è un companeros coerente) ed anche se già allora eravamo fratelli, attesi pudicamente di riattaccare la cornetta prima di esclamare tra me e me ad alta voce “Ah, internet!Ma che cazzo è poi ‘sto internet?”
E via di corsa in biblioteca, visto che internet non c’era ancora al Peep.
(Domani quando sentirò Mauro gli chiederò chi fu quell’idiota che mise in giro la voce)
Pure a quell’età sentivo il bisogno di scrivere, solo che ancora non lo sapevo.
E quindi non lo facevo, se non in qualche forma embrionale.
Avevo già un rapporto sereno ed amichevole col concetto di passato, imperniato su atavici richiami che lo rendevano un habituè del mio giovane logos.
Senza forzature, era quella che si diceva una frequentazione spontanea.
Una, due, tre letture – che non si sa mai – ed una buona fetta di tensione decise di levarsi dal mio stomaco per fare spazio alla consapevolezza che avrei fatto un buon tema.
Perché un miglior titolo non poteva capitarmi.
E così fu.
Ma da un pò mi balena l’idea di rifarlo, quel tema.
Ecco qui.

In natura solo gli alberi con le radici solide e profonde, che si diramano il più possibile, possono crescere forti, rigogliosi ed indipendenti.
Ogni centimetro di terra conquistata è l’avvicinamento a qualcosa percepito come nettare vitale, un richiamo al centro della terra, all’origine della vita.
Ma anche questi alberi possono ammalarsi e soccombere, figuriamoci quelli con radici precarie o gli esili arbusti che di radici posseggono si e no un surrogato.
L’uomo è l’animale più intelligente ma anche quello dotato del più alto tasso di autolesionismo.
La sua principale forma di apprendimento è l’imitazione, che presuppone un qualcosa di preesistente.
Il passato è inciso nell’anima delle persone, e in maniera silenziosa come solo il divenire può essere, in parte è tramandato geneticamente e con chissà quali alchimie: certi comportamenti, archetipi, cliché e paure derivano da quel biologico e sofisticato passaparola sul quale poggia la macchina-uomo.
Le esperienze di ognuno sono parte stessa delle persone.
Ma non basta affidarsi al Dna e all’istinto.
Dobbiamo imparare a frequentare appieno questo archivio (che diventa ogni giorno più vasto, ricco ma anche dispersivo), guardare negli scaffali, scegliere i documenti più attinenti ed interpretarli.
Consci che questi documenti si presteranno a più versioni dello stesso esegeta senza che nessuno lanci accuse di ondivaghismo.
Il passato è un amico consigliere dotato di scarsa iniziativa, che fa sentire la propria opinione raramente.
Fa il prezioso, sa di esserlo, va interpellato con dedizione ed abnegazione e col rispetto un pò ossequioso che meritano le cose dotte.
E’ il depositario di una materia intelligibile ma sovente si comporta come quel vecchio nonno che teneramente fa sempre la stessa giocata per permettere al nipotino di strozzargli il carico e renderlo più emancipato.
Peccato che il discente non di rado rimanga ignorante, inetto ed insipiente.
L’esplorazione e lo scandagliamento del passato rappresentano una spiritualità immanente per vivere la propria esistenza in prima persona e non per conto terzi.
Un uomo privo di storia vive a discapito di se stesso.

Lo Stato – in un insostenibile equilibrio fra irredentismo, autonomia ed atrocità- è la massima espressione del concetto di comunità, a sua volta proiezione dell’individuo.
La storia di uno Stato non si limita alla contemporaneità o ad un esiziale positivismo, quello che è successo prima ci condiziona perché ha plasmato una collettività.
Se uno Stato non fa i conti col proprio passato arriva il redde rationem, che oggi ha le vesti luccicanti dell’ultra liberismo.
Una foggia che cela comunque la solita falce portatrice di morte.
E’ più vitale fare i conti con il proprio passato che ignorarlo acriticamente.
Senza il caldo soffio di quel che fu, una comunità al massimo sopravvive, ma non tarda ad imboccare il cunicolo dello straniamento che la conduce all’oblio e all’assopimento.
La cancellazione del passato preclude il futuro, poiché chiude delle porte che getteranno ombre e faranno rimanere bui altri pertugi, altri passaggi.
Nei quali si inserirà perfidamente qualcun altro.
L’uomo ogni giorno si evolve e crea del passato, ma rischia di dimenticarselo.
Il corso d’acqua che ci ha levigato non deve sfociare nella consuetudine.
Non è un inno allo storicismo in sè e per sè o un capriccio da nostalgite: il passato non può essere il punto di arrivo ma un balsamico viatico per il domani.
Chi è fanatico della propria storia non sopporta le altre, chi una storia non ce l’ha non ne concepisce il mantenimento per nessuno.
La storia non è da inseguire, da mitizzare tout court, nemmeno da replicare, ma una sorta di pietra filosofale dalla quale attingere.
Il nostro paese è sempre rimasto in coda senza mai riuscirci e quando ha voluto recuperare schiacciando l’acceleratore sul fanatismo ha precluso per sempre la creazione di un senso di appartenenza nazionale.
L’Italia è un esempio didascalico di eredità perduta, un sinistro con concorso di colpa fra gli esperimenti della globalizzazione (che stanno tranciando una ad una tutte le incantevoli identità locali) e la cronica imbelle pavidità del suo popolo.
Ignorare la storia è stupido e pernicioso esattamente come farsela scippare.

Oggi la frase di Pavese suona ancora più cupa, un presagio della fase 2.0 del liberismo d’assalto iniziata nei comodi e spensierati anni Ottanta ed arrivata senza soluzione di continuità fino al terzo millennio digitale.
Quello che allora pareva un semplice monito dopo soli vent’anni echeggia come un disperato tentativo di salvataggio.
Che temo si perderà nel vuoto.
L’essere umano è stato livellato ad una sua invenzione,il computer:con un colpo di spugna si cancella il vecchio sistema operativo che deve durare al massimo un paio di stagioni e poi via col nuovo giro.
Parimenti, lo Stato è un concetto (grossomodo) settecentesco che qualcuno ha deciso di dismettere perché il Potere viene espletato meglio in altre forme, diciamo così, più globali.
Cancellare la storia è stato il refrain di uno dei romanzi distopici più visionari:si vuole combattere la storia perché chi guarda al passato assorbe una moltitudine di persone, esperienze, idee, luoghi e situazioni che porta dentro di sé, sprigionando una salvifica spinta vitale.
Ed è più facile attaccare un uomo solo che un simile condensato di vite.
Un tempo (e non serve scomodare i secoli scorsi) chi possedeva esperienza – logicamente le persone anziane – assurgeva ad oracolo ed era il custode di un prezioso tesoro che veniva tramandato quotidianamente coi rapporti personali.
La conoscenza del passato era sinonimo di saggezza e quindi di considerazione, mentre adesso è un inutile fardello che ostacola i piani modernisti e va derisa ed isolata per il suo odore popolare e stantio.
E’ molto più cool il caotico isolamento da tecnologia, habitat ideale per bombardare l’inerme suddito di slogan inneggianti ad un futuro e ad oggetti che si esauriranno dopo poco perché di questo vive il turbo-capitalismo.
Sono i neologismi dell’esistenza.
Ci fosse stato il vaticinato tema su internet – in quel giugno targato 1996 – sarebbe stato un inquietante passaggio di consegne.
Oramai sono in troppi a credere che la vita sia lì, nella Rete, con tutto a portata di click dove internet incarna i nuovi crismi della sacralità:profeta, tavola e verbo.
Anche la Trinità passa alla connessione multimediale.

Siamo perché eravamo.
Come eravamo, per essere ancora.
Il passato per costruire il futuro.
La vecchiaia che galvanizza la gioventù.
Nutrirsi della storia per mantenere e creare.
I paradossi e le dicotomie di cui è costellata la vita ci aiutano a svelarla.

Semplicemente Ayrton/L’importanza di partire primi

10 Ott

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, né scuse, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Ognuno di noi ha le proprie perversioni.
Piccole o grandi.
Non sempre confessabili.
Ad esempio a chi ama ancora guardare le qualifiche della Formula Uno consiglio di farlo seguendo i precetti del nicodemismo.
Diversamente – ostentando questa (in)salubre passione – potrebbero arrivare a casa loro delle ambulanze a prelevarli in maniera coatta.
Anch’io lo facevo (seguire le qualifiche intendo, non farmi prelevare dall’ambulanza), ma il contesto era un tantino diverso per due semplici ragioni: la Formula Uno era tutto fuorché quella soporifera processione di auto tele-guidate dai box che è oggi; ed in pista correva Ayrton Senna.

Il pilota Senna, contrariamente a quanto il suo strabordante talento induca a credere, aveva parecchie fissazioni.
Per la vittoria, lo abbiamo già visto, ma qui più che di mania siamo nell’ambito della ragione di vita.
Per la messa a punto della vettura, dove risultava più pignolo del più nerd dei suoi ingegneri anglo-giapponesi.
Non amava i giri veloci (solo 19 in carriera, un’inezia se pensiamo ai 2931 giri disputati al comando o alle sue furiose rimonte), perché sosteneva che alterassero il consumo delle gomme e quindi l’equilibrio della vettura.
Poi c’erano le pole position.
Potremmo limitarci a dire che in tutto saranno 65, record ancora imbattuto in relazioni ai Gran Premi disputati.
Ma anche il più altisonante numero necessita della prosa per dare di sé un senso compiuto.
Ed in questa rubrica-viaggio che ci sta conducendo ad Ayrton Senna, la tappa targata pole è uno di quei passaggi obbligati se si vuole arrivare alla meta.

Impossibile non scorgere un rapporto simbiotico fra il tre volte iridato e le prove.
Le pole position hanno contribuito a generare l’agiografia di Ayrton ed in cambio il fuoriclasse brasiliano ha elevato le qualifiche da sottoposte del GP ad autentica gara nella gara.
Si può affermare che la corsa durasse due giorni con il pathos equamente distribuito nel fine settimana.
Senna catalizzava talmente l’attenzione che gli ultimi dieci minuti di prove erano la quintessenza della suspense dove l’incognita era che tempo stratosferico avrebbe stampato Senna.
“Sta scendendo in pista Ayrton Senna!”, annunciava solenne il telecronista col tono di quello che sapeva di assistere a qualcosa da ricordare a lungo e questo semplice richiamo era foriero di un nugolo di emozioni che proiettavano il battito cardiaco del telespettatore abbondantemente sopra quota cento.
Sperare, soffrire e godere – in quegli attimi eterni dove le frazioni di tempo sono messe sotto il microscopio – era una dimostrazione di osmotico amore nei confronti del pilota brasiliano.
Al termine delle qualifiche i tifosi erano provati almeno quanto il loro idolo.
Anche chi non ha la passione della logica o della matematica capirà che in una pista partire davanti a tutti qualche vantaggio lo comporta.
Ma il logos che guidava il Senna-pensiero andava oltre.
E non si limitava ad una collezione, come aveva sentenziato Prost in un acido dileggio.
Dobbiamo partire dall’assunto che quando parliamo del campione di San Paolo la ricerca della perfezione perdeva ogni traccia di velleità per trasformarsi nella massima espressione del tangibile.
La pole per Senna era l’esasperazione della velocità.
E la sua conquista un piacevole obbligo.
Il giro secco era l’occasione – o forse solo il pretesto – per dimostrare la propria superiorità e per sbattere in faccia agli avversari il mix di genio e coraggio, costringendoli a confrontarlo col proprio.
I distacchi che infliggeva ai rivali (arrivava a rifilare quasi due secondi al migliore dei suoi colleghi) erano il plusvalore di considerazione fra sé e gli altri.
Gli occhi intensi ed espressivi e lo sguardo profondo una volta abbassata la visiera si tingevano di un’inaudita ferocia agonistica per annichilire l’avversario già dal sabato, mostrandogli – alla stregua dei denti di una belva- la sua stupefacente capacità di oltrepassare il limite e viverci serenamente.
Solo i grandissimi piloti possono annoverare nelle loro strategie il logorio mentale dell’avversario.
E solo i grandissimi uomini possono rischiare la propria vita per salvare quella di un altro pilota.
Per esempio quella di Eric Comas durante prove del GP di Spa Francorchamps del 1992.
Senna durante le qualifiche aveva un alleato, il piacere di guidare (alla sua maniera).
E due rivali, se stesso ed il limite.
A turno si serviva di uno dei due per battere l’altro, in un sofisticato equilibrio fra sfida e motivazione da far impallidire parecchie branche di filosofia.
Un tipo per niente competitivo Senna, eh?
Ma scevro da qualsiasi accusa di presunzione poiché il primo ad essere nel suo mirino era proprio lui stesso ed alle smargiassate preferiva le batoste (anche umilianti) nel suo terreno ideale, la pista.
La spasmodica e sistematica ricerca della pole raggiungevano il parossismo nel guanto di sfida lanciato al tempo: Senna voleva essere più veloce persino di lui, voleva che fosse il tempo ad inseguirlo e voleva mettergli il fiatone facendosi cronometrare.
E dal televisore tutti abbiamo avuto la sensazione che nei suoi giri veloci in qualifica il concetto spazio-tempo fosse perlomeno opinabile.

La leggenda di Ayrton Senna da Silva passa anche per le sue pole position, 65 capolavori che racchiudevano la perfezione, la follia, l’abnegazione e l’impossibile con la gente rapita dal suo rincorrere qualcosa di talmente veloce che solo lui poteva.
Tanto Senna inseguiva quella cosa e tanto quella cosa lo guidava.

 

 

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E state

22 Set

Finalmente siamo in estate!

Oddio, lo dice il calendario, perché c’è ancora un aria…

Quante cose che voglio fare quest’estate, me le ero anche segante da qualche parte.

Dobbiamo poi fare quella cosa là, ma abbiamo tempo tutta l’estate…

Anche quest’estate non siamo riusciti a fare quella cosa là.

Un tale dice che fa troppo caldo.

Un tale dice che fa troppo freddo.

Diversi tali hanno rotto i coglioni.

Senza un tormentone musicale non è estate.

Ripensando a certi tormentoni musicali si comprende il motivo dei cambiamenti climatici.

Dell’estate ci hanno fregato le vacanze scolastiche.

Anche perché non ritornano più.

D’estate i sogni costano meno.

D’autunno i prezzi ritornano standard.

L’estate è la stagione delle persone solari.

Devono ancora inventare la stagione per il resto dell’umanità.

In estate non si ha troppa voglia di pensare e d’impegnarsi.

Nelle altre stagioni invece meno.

In estate si scarica la repressione di un intero anno.

I gavettoni forse no, ma tante altre cose si possono fare anche a gennaio, febbraio, marzo…

Da ragazzi in estate si cresce di più.

Da adulti in estate cresce il tamarrismo.

D’estate è bello stare all’aria aperta.

Chi d’estate sta in casa ha qualcosa da nascondere.

In casa, ovviamente.

L’estate è giovane, spensierata e diventa illusoria e civettuola con chi programma troppo.

Beh, un pò anche con gli altri.

Le tue estati le ricordi quasi tutte.

L’estate è una tipa che ti frega sempre.

Ma non vedi l’ora di farti rifregare.

L’estate è la stagione dei piedi scalzi.

E purtroppo anche la stagione delle infradito.

In estate vorremmo fare tutto.

Ma in estate anche l’ozio è stimolante.

D’estate perdiamo il nostro atavico pudore della nudità.

Un senso del pudore che dovrebbe invece rimanere a quelli inondati di tatuaggi.

L’estate è stare in compagnia.

Ma se uno è inculento, lo è anche d’estate.

Si può amare l’estate ed anche l’inverno.

Se qualcuno invece ama la nebbia regalategli un trattamento a base di lobotomia transorbitale.

Se inizi ad odiare l’estate ti stai spegnendo.

D’estate è superbo farsi i cazzi propri.

Anche nelle altre tre stagioni è superbo farsi i cazzi propri.

L’estate dura poco, ma ti ci abitui dal giorno prima.

L’estate è così bella che c’è chi va in crisi prima che finisca.

Cazzo, già dura così poco e te la accorci da solo?

C’è anche chi la vive tanto intensamente e senza respiro che si accorge solo dopo che è finita.

E va ancora più in crisi.

L’estate è bioenergetica.

D’estate i sentimenti sono più viscerali.

Le promesse invece sono più flebili.

Chi parla solo di estati passate non si accorge di quella che sta vivendo.

D’estate torniamo un pò tribali.

Magnifica l’estate, ma se fosse sempre estate perderebbe la sua essenza.

L’estate deve finire per poterne desiderare un’altra.

L’estate più bella è quella che deve ancora venire.

La prossima estate…

Tuc i temp i venne basta stai

17 Set

Tuc i temp i venne basta stai è un proverbio montanaro che si può letteralmente tradurre in “Tutti i tempi vengono basta aspettarli”.
Ogni volta che lo sentivo (cioè spesso) mi suonava antipatico nel suo malcelato essere rivelatore e cercavo di sfidarlo.
Di provocarlo.
Di evocarlo (da fastidioso rabdomante) per poi scimmiottarlo.
Certo, era una stecca passata da tanti palmi di mano di persone che adoravo allora come oggi e pur non ammettendolo neanche a me stesso sotto tortura, in cuor mio sapevo che un giorno sarebbe toccato anche a me pronunciarlo.
Ma vedevo quel giorno distante e facevo carte false per allontanarlo il più possibile.
Chi lo proferiva – quell’antico detto – nello stesso istante si tingeva di vecchio e si costellava di una pruriginosa saggezza che infastidiva un pò il giovane dirimpettaio.

Ma a quell’età è doveroso comportarsi così.
Quando cioè l’immaturità vuoi tapparla con pesanti dosi di manicheismo, o forse è proprio quell’acerbo manicheismo che rivela l’immaturità.
Invece oggi in questa doppia età di mezzo la stessa strofa assume una valenza diversa.
Sgomberiamo il campo da equivoci, il significato di Tuc i temp i venne basta stai non è da confondere con il messianismo e l’afflizione presenti in quasi tutte le escatologie.
Con quel detto non si attende nessun giudizio universale, non si invoca nessuna giustizia divina e nondimeno non si esorta alcun atteggiamento remissivo.
Con quelle cagate lì il vecchio adagio non ha niente da spartire.
Il nostro è un proverbio che attenua la paura del divenire e lenisce certi suoi effetti.
Ciò che un giorno credevamo impossibile od inaccettabile potrebbe, col dovuto tempo, diventare quotidiano.
Di questo ci informa, se vogliamo in maniera aspra.
Se fosse un saggio di filosofia si intitolerebbe “Della consapevolezza” e sarebbe intriso di una genuina immanenza.
E’ una frase che ci rende edotti che dell’albero non si muoveranno solo i rami e le foglie ma anche le radici.
Ci rivela che l’elasticità può essere più forte della rigidità, a volte.
Simboleggia l’autodiagnosi, è un inno al tutto scorre.
Ci aiuta ad elaborare che il fiume nel quale ci bagniamo non può farlo per sempre.
Quell’acqua che ci ha cullati,rinfrescati, nutriti e divertiti non può più cullarci, rinfrescarci, nutrirci e divertirci come prima.
Noi stessi cerchiamo un altra corrente.
Cambiamo noi e cambia l’acqua.

Si muta.
E ci si evolve.
Sta a noi decidere in quale modalità.
Qualche botta in faccia, svariate cicatrici nell’anima (che al variare del tempo lanciano delle carognose fitte) e un tasso di disillusione in perenne crescita.
Ma anche valorizzare ciò che davvero conta, senza più la titubanza di eliminare gli inutili orpelli ed avendo esaurito il bisogno di farsi accettare.
Guidati dalla stima e dal rispetto di se stessi, e di conseguenza di chi amiamo.
Si inizia così a prendere la vita per le corna, consci che i colpi di coda si ripresenteranno in tutta la loro stronzaggine.
Non vuol affatto dire aver perso la spensieratezza, perché ci sono tre modi diversi di crescere ed uno solo prevede anche d’invecchiare.
A tanto può arrivare quella multiforme e longeva frase, se bene interpretata.
In cambio chiede di essere curiosi di se stessi.
Di essere il confidente, di se stessi.
Di essere bramosi di stupirsi nuovamente, ma senza l’obbligo di doverlo fare.
Basta non confondere la coerenza col duropurismo, ma nemmeno buttarsi nel cambiamento ad ogni piè sospinto.
Se allora l’aforisma aveva un sapore stantio oggi è gradito al palato e giù fino alla pancia e lo si può pronunciare ma anche serenamente subire da perenni discenti della vita quali siamo.
Ma con uno spirito diverso da allora.
Perché Tuc i temp i venne basta stai.

Ti tirano le pietre

30 Ago

Tempi duri per le teste pensanti.
Per ogni idea c’è un epiteto pronto uso.

Affermi che questo sistema economico ha preso una deriva incontrollabile.
Sei un comunista.

Elenchi i danni creati dal turbo-capitalismo, dal liberismo sfrenato e dalle multinazionali.
Sei un populista.

Hai sempre osteggiato il progetto Euro.
Sei un leghista.

Sostieni che ci sono dei servizi che devono rimanere in mano allo Stato.
Sei uno stalinista.

Sottolinei che occorre riprendersi la sovranità politica ed economica.
Sei un fascista.

Mostri le assurdità del progetto europeo.
Sei un nazionalista.

Ritieni la globalizzazione un male assoluto.
Sei un antimodernista.

Inviti a sostenere le economie locali.
Sei un autarchico.

Non vuoi assoggettarti all’American way of life.
Sei un irriconoscente.

Chiedi il rispetto delle regole e la certezza della pena.
Sei un giustizialista.

Pensi che al Mondo le persone non siano tutte uguali.
Sei un classista.

Critichi una donna per comportamenti od inadeguatezza.
Sei un sessista.

Sei contrario alle adozioni gay.
Sei un omofobo.

Sei favorevole al matrimonio fra omosessuali.
Sei contronatura.

Racconti le nefandezze dell’Occidente.
Sei un terzomondista.

Metti in guardia dai pericoli della mondializzazione.
Sei uno xenofobo.

Denunci l’immigrazione gestita in questo modo.
Sei un retrogrado.

Stigmatizzi i comportamenti degli immigrati.
Sei un razzista.

Stigmatizzi i comportamenti degli italiani.
Sei un moralista.

Cerchi la spiritualità al di fuori della religione.
Sei un indegno.

Ti sforzi di di osservare lucidamente la realtà senza farti abbindolare.
Sei un rosicone.

Stai attento a non farti incasellare.
Sei un bastian contrario.

Dici sempre la tua opinione.
Sei un polemico.

Eviti di discutere con gli idioti.
Sei un illiberale.

Accusi il popolo di essere complice dei propri carnefici.
Sei un antidemocratico.

Non rinunci mai alla profondità.
Sei pesante.

Unisci il serio col faceto ed hai una mente poliedrica e proteiforme.
Sei bipolare.

Capti i segnali ed intuisci le situazioni e gli avvenimenti.
Sei un pessimista.

Chiami le le cose col loro nome.
Sei un estremista.

Respingi il politicamente corretto e la retorica.
Sei un sovversivo.

Ti opponi alle riforme in nome di entità astratte.
Sei un reazionario.

Cerchi una terza via rispetto alle due che ti propongono.
Sei un rivoluzionario.

Rigetti le inutili mode ed i comportamenti indotti.
Sei uno snob.

Vuoi porre un freno a quest’eccesso di competizione.
Sei arrendevole.

Senti il bisogno salvifico di incazzarti.
Sei iracondo.

Guardi alla storia per capire il futuro.
Sei un nostalgico.

Non ti fai contagiare dal buonismo e dal perbenismo interessato.
Sei un insensibile.

Hai compreso l’incidenza dei poteri forti negli avvenimenti storici.
Sei un qualunquista.

Non ti stanchi di scavare dentro te stesso.
Sei complicato.

Desideri sempre andare oltre.
Sei astratto.

Fai notare che la soluzione spesso c’è, solo non si vuole applicare.
Sei semplicistico.

Esprimi la tua paura nel voler cercare la crescita economica ad ogni costo.
Sei un catastrofista.

Sostieni che la tecnologia ha creato un pericoloso cortocircuito.
Sei anacronistico.

Asserisci che la scienza oltre un certo limite debba fermarsi.
Sei un oscurantista.

Inneggi alla rivoluzione culturale ed appoggi le teste pensanti.
Sei un velleitario.

Credi che l’educazione ed il rispetto vadano meritati.
Sei autoreferenziale.

Basterebbe poco per migliorare tante situazioni.
Sei un utopista.

Ti guardi intorno e capisci che tante situazioni non miglioreranno.
Sei un disfattista.

Pensi che siano sempre stati in pochi a decidere le sorti del Mondo.
Sei un complottista.

Ti sembra chiaro che dietro le crisi ci sia un disegno preciso.
Sei paranoico.

Ribadisci che ci si può opporre a ciò che propinano come ineluttabile.
Sei un illuso.

Combatti contro l’insipienza che è al potere.
Sei un gufo.

Poni al centro l’essere umano e la collettività.
Sei delicato.

Identifichi tu le priorità senza fartele dettare.
Sei un egoista.

Non ti piace la piega a cui stanno portando il genere umano.
Sei un misantropo.

Sì, lo so, alla lunga può risultare un pò logorante.
Ma pure stimolante, visti i dirimpettai.
A me viene così naturale…
E poi non mi sembra il caso di dargliela vinta.
Non so voi.

Semplicemente Ayrton/Vincere perdendo

22 Ago

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, né scuse, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Ci sono degli sportivi che anche nelle vittorie non riescono a salire completamente sulla vetta.
Altri che nelle sconfitte escono comunque vincitori.
Ad Ayrton Senna non bastava semplicemente vincere.
Perché comunque c’è sempre un vincitore e lui non voleva essere confuso con uno dei tanti.
Parimenti, quando non riusciva a centrare il suo vitale obiettivo Ayrton non finiva certo nel girone degli sconfitti.
Nossignore.
Lui anche in quelle occasioni brillava di luce propria e la sua iconografia splendeva come e più di prima.

Nelle corse automobilistiche la macchina ha sempre influito.
Ma in quei primi anni Novanta si iniziava a percepire che avrebbe scalzato il pilota nel ruolo del più influente dei due.
Nel 1993 anche l’intelligence francese avrebbero intuito a chi sarebbe andato il titolo mondiale, cioè al loro connazionale Alain Prost.
Lo sapeva ovviamente prima di tutti Senna, che veniva da una stagione tribolata.
Nel ’92 infatti la Williams-Renault con le sospensioni attive aveva palesato una superiorità imbarazzante (invero già vista nel finale della stagione 1991), mentre la Mc Laren dopo anni di dominio si ritrovava tecnologicamente indietro.
Un esempio emblematico: il cambio con comandi al volante arriverà solo a stagione inoltrata.
Non bastassero queste nefaste premesse pure l’affidabilità faceva cilecca: rotture a go go e Ayrton, con ancora il numero 1 sul musetto, chiuse al 4° posto in campionato.
La Honda, che alla monoposto inglese forniva da tempo i motori, si ritirerà dal circus iridato proprio alla fine di quella stagione e lascerà in braghe di tela la scuderia di Woking.
Senna fece carte false in inverno per andare alla corte di Frank Williams, ma quel volpone di Prost nell’anno sabbatico che si era preso, aveva trovato il tempo di scrivere anche i dettagli del suo ultimo matrimonio in carriera (quello con la Williams, appunto).
Non in senso metaforico, li scrisse proprio.
O comunque li dettò.
La clausola c’era, bella chiara ed era il classico aut aut: Ayrton Senna non potrà sedere sulla stessa monoposto.
Prost in vita sua non ha mai provato l’ebrezza di essere ingenuo, nemmeno il terzo giorno d’asilo.
Sapeva che a parità di macchina col brasiliano avrebbe vinto il suo quarto Mondiale solo sulla pista Polistil.
Senna – uno con la competitivite dieci volte i valori di riferimento – non la prese bene.
No, non è vero.
Si incazzò proprio come una bestia.
Girò perfino la voce di un suo ritiro, alla fine si accordò col team manager Ron Dennis per un singolare contratto a gettone: alla fine di ogni gara incassava l’obolo e decideva se correre quella successiva.
Senna si ritrovava un motore a soli 8 cilindri con meno cavalli nel recinto, la consapevolezza di un mezzo palesemente inferiore e sulla miglior macchina del lotto vedeva seduto il rivale di una vita Alain Prost, che lo aveva boicottato impedendogli di esserci lui, su quella macchina.
Senna in quel 1993 diede letteralmente spettacolo.

Il giorno della gara a Donington Park pioveva.
E forte.
Nelle prove sull’aciutto Senna (il re della pole) non era andato oltre la quarta posizione.
Ma quell’acqua aveva un sapore mitologico.
Ed un significato di giustizia divina.
Aveva lavato (e levato) via i favoritismi mettendo a nudo le vere qualità degli eroi in pista.
Pronti via, e Senna perdette una posizione ma quello fu il classico giorno dell’offerta speciale: una lectio magistralis assolutamente gratuita (ed indigesta) per gli altri piloti
Era quinto, dicevamo.
E li sorpassò tutti quelli che gli erano sventuratamente davanti.
Prima il giovane Schumacher, poi Wendlinger, dopo fu la volta di Damon Hill ed infine il caro nemico Prost.
Filotto.
Scusate, l’emozione mi ha fatto omettere un particolare.
Li sorpassò tutti, sì.
Ma nel corso del primo giro!
Senna quel giorno correva sulla stessa pista dei suoi rivali ma in un’altra dimensione.
Quello che agli altri opprimeva a lui galvanizzava.
Tutti erano frustrati, lui esaltato.
Per gli avversari era un calvario, per lui un trionfo.
Soave, maestoso, danzava sulla pioggia ad un ritmo forsennato.
Pare che la fisica quel giorno abbia avuto diverse crisi d’identità ed un tentativo di conversione.
Entusiasmante come vedere sfrecciare Senna sul bagnato c’era solo vedere Senna sfrecciare sul bagnato.
Direte, ma un pilota cosa può fare più di così?
Ve lo dico io, sono qua apposta.
Più di così un pilota può doppiare tutti gli altri eccetto Hill che arriverà secondo al traguardo dopo solo 1’23” e 199 millesimi.
Non si può incoronare chi è già re ma nemmeno impedire alla gloria di aggiungersi ancora al più valoroso.
Senna ricevette quel dì un’ulteriore investitura chiamata leggenda assoluta, mentre Prost subì l’onta del doppiaggio dopo essere andato in pellegrinaggio più volte ai box (cambierà le gomme sette volte).
Non avendone abbastanza dell’umiliazione in pista il francese nella conferenza stampa post gara osò lamentarsi dei problemi alla vettura adducendo ad essi la sua gara incolore (terzo, ma con poco da festeggiare).
Serafica la risposta del campione di San Paolo che lo gelò “Vuoi fare cambio con la mia Mc Laren?Io ci sto!”
Mancava solo che gli mimasse il gesto di consegnargli le chiavi…
L’esperto consiglia di andare su You Tube e di riguardare quel primo giro del GP d’Europa.
E già che ci siete mettete un cartello sulla porta con scritto “Pregasi non disturbare,sto contemplando un’opera d’arte”.

Ne seguiranno altre di vittorie in quella stagione, il bottino salirà a cinque, oltre a qualche ritiro quando era a giocarsela.
Nel Mondiale finì dietro l’iridato Prost e mai un secondo posto fu più vittoria di quello.
In quell’annata Senna era un uomo contrariato ma sereno allo stesso tempo, scevro da pressioni ed obblighi.
A suo modo e sempre con la proverbiale profondità, se ne fotteva di tutto e tutti, quasi a dire “Non lo vincerò il Titolo, ma vi faccio vedere cosa sa fare Ayrton Senna”.
Riuscì a vergare un Mondiale senza che il suo nome apparisse nell’albo d’oro.
A cotanta potenza arrivarono le sue imprese in quell’annata.
Affrancato, obtorto collo, dall’imperativo di essere l’uomo da battere è come se Ayrton fosse tornato a rivivere le stagioni alla Lotus ma con un’età più matura.
Sogno proibito di molti quello di gironzolare fra le varie epoche compilando personalmente la carta d’identità.
Chi è avvezzo a sfrecciare oltre i trecento all’ora probabilmente è ritenuto più consono per ricevere le chiavi della macchina del tempo.
Non sappiamo se quelle chiavi a Senna gliele avesse consegnate il suo amato Dio, il destino, il caso, o se erano incustodite nel box.
Certo, dilatando la vita del fuoriclasse brasiliano e mettendola in sequenza come fosse un film, quel 1993 suona come la fine di qualcosa, come un’inversione di tendenza che Senna doveva cercare o semplicemente subire.
Come se il fiume nel quale Ayrton si era bagnato nelle sue stagioni alla Mc Laren non potesse più farlo.
Non alla stessa maniera.
Un giro di boa ineluttabile per proiettare il tre volte campione del Mondo in una nuova dimensione, verso una corrente altrettanto pescosa, i cui parametri stavano però mutando.
Era sempre una spanna sopra tutti ma stavolta il suo talento gli aveva fatto conoscere un’essenza diversa della vittoria.
A lui, che viveva per quella.
Più leggendaria, meno materiale.
Chissà se il mistico e trascendente Ayrton prima di tutti seppe interpretare questi prodromi.
Perché le coincidenze quando parliamo di Senna hanno meno credibilità del solito.
Lo abbiamo capito, fu una delle stagione più insolite per Senna che si chiuderà nell’ultima gara con l’accoppiata pole position-vittoria – il marchio di fabbrica (o un altro vaticinio, saprete già il perché) – seguite poi dal passaggio invernale alla agognata Williams (Prost si ritirerà) in vista del 1994.
L’anno della sua morte.

 

 

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