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Solo qualche domanda

7 Giu

Subissati dagli echi della Sacra Versione Ufficiale di quella che dovrebbe chiamarsi informazione, siamo ancora alla ricerca di una voce che ne giustifichi l’etimologia.
Oddio, qualcuna ci sarebbe, ma il suono, forzatamente flebile dato il numero esiguo, è come se sparisse nel mezzo di una gola di una catena montuosa.
Districarsi nel marasma dell’informazione è complicato, nel dubbio (specie all’inizio) meglio depennare, cercare la roba da eliminare (quella buona solo per pulire il pavimento o il cesso), individuare i prezzolati araldi e riservargli i sentimenti che meritano i prezzolati araldi.
Se volete un tema dirimente che smascheri subito i pennivendoli dagli opinionisti, non c’è niente di meglio che l’Euro e quello che ci sta dietro.
Argomento assolutamente tabù (o meglio, dogmatico) fino a qualche anno fa, ora il contraddittorio serve a mostrare quanto siano retrogradi ed incoscienti quelli che osano a metterlo in discussione.
Salvo rare eccezioni le diatribe però sono sterili perché al solito non vanno oltre, e parlare dell’Euro senza affrontare il mandante è inutile.

Di seguito qualche petulante domanda per far venire a galla le menzogne e le ipocrisie targate politica.

Perché forze che si dichiarano di centro-sinistra (riassumo per ragioni di spazio) lasciano che i temi della sovranità economica, dell’interesse nazionale e della salvaguardia dello stato sociale siano appannaggio quasi esclusivo di forze principalmente di destra (riassumo ancora per ragioni di spazio)?
Perché ancora queste forze di centro-sinistra si ostinano a difendere col coltello fra i denti il sistema Euro con tanto di levata di scudi per l’UE, per l’american way of life e per tutto ciò che odora di libero mercato, globalizzazione, finanza e deregulation?
Perché le forze di centro-sinistra omettono la lezione delle forze bolivariane del Sud America (quelle sì, di sinistra) che della sovranità economica, dell’interesse nazionale, della salvaguardia dello stato sociale e soprattutto della lotta al neo-liberismo, ne hanno fatto i loro capisaldi?
Forse perché queste forze di centro-sinistra hanno scelto proprio il mercato a discapito del popolo e fa loro estremamente comodo che i portavoce del dissenso siano forze con una certa propensione all’autoritarismo.

Passiamo all’altra (teorica) sponda: perché le forze di destra (riassumo sempre per ragioni di spazio) pongono al centro dei loro rinnovati programmi elettorali la sovranità economica, l’interesse nazionale, la salvaguardia dello stato sociale, argomentando il tutto con encomiabili studi e dati inconfutabili, ma nella loro invettiva non compare mai la punta della piramide, ovvero il neo-liberismo?
Perché queste forze di destra ora alzano la voce ma prima quasi all’unisono alzavano solo la penna firmando e ratificando tutto ciò che gli veniva ordinato di firmare e ratificare?
Forse perché queste forze di destra del liberismo (alias sistema di potere) ne vorrebbero un’altra declinazione, più vicina ai propri interessi ma che temo non coincidano comunque con gli interessi del popolo.

Parlavo del mandante e l’ho già citato un paio di volte.
L’Euro ed i suoi diabolici ingranaggi altro non sono che l’artiglieria pesante di quel mostro chiamato neo-liberismo.
Il mostro da abbattere oggi è quello.

Ti tirano le pietre

30 Ago

Tempi duri per le teste pensanti.
Per ogni idea c’è un epiteto pronto uso.

Affermi che questo sistema economico ha preso una deriva incontrollabile.
Sei un comunista.

Elenchi i danni creati dal turbo-capitalismo, dal liberismo sfrenato e dalle multinazionali.
Sei un populista.

Hai sempre osteggiato il progetto Euro.
Sei un leghista.

Sostieni che ci sono dei servizi che devono rimanere in mano allo Stato.
Sei uno stalinista.

Sottolinei che occorre riprendersi la sovranità politica ed economica.
Sei un fascista.

Mostri le assurdità del progetto europeo.
Sei un nazionalista.

Ritieni la globalizzazione un male assoluto.
Sei un antimodernista.

Inviti a sostenere le economie locali.
Sei un autarchico.

Non vuoi assoggettarti all’American way of life.
Sei un irriconoscente.

Chiedi il rispetto delle regole e la certezza della pena.
Sei un giustizialista.

Pensi che al Mondo le persone non siano tutte uguali.
Sei un classista.

Critichi una donna per comportamenti od inadeguatezza.
Sei un sessista.

Sei contrario alle adozioni gay.
Sei un omofobo.

Sei favorevole al matrimonio fra omosessuali.
Sei contronatura.

Racconti le nefandezze dell’Occidente.
Sei un terzomondista.

Metti in guardia dai pericoli della mondializzazione.
Sei uno xenofobo.

Denunci l’immigrazione gestita in questo modo.
Sei un retrogrado.

Stigmatizzi i comportamenti degli immigrati.
Sei un razzista.

Stigmatizzi i comportamenti degli italiani.
Sei un moralista.

Cerchi la spiritualità al di fuori della religione.
Sei un indegno.

Ti sforzi di di osservare lucidamente la realtà senza farti abbindolare.
Sei un rosicone.

Stai attento a non farti incasellare.
Sei un bastian contrario.

Dici sempre la tua opinione.
Sei un polemico.

Eviti di discutere con gli idioti.
Sei un illiberale.

Accusi il popolo di essere complice dei propri carnefici.
Sei un antidemocratico.

Non rinunci mai alla profondità.
Sei pesante.

Unisci il serio col faceto ed hai una mente poliedrica e proteiforme.
Sei bipolare.

Capti i segnali ed intuisci le situazioni e gli avvenimenti.
Sei un pessimista.

Chiami le le cose col loro nome.
Sei un estremista.

Respingi il politicamente corretto e la retorica.
Sei un sovversivo.

Ti opponi alle riforme in nome di entità astratte.
Sei un reazionario.

Cerchi una terza via rispetto alle due che ti propongono.
Sei un rivoluzionario.

Rigetti le inutili mode ed i comportamenti indotti.
Sei uno snob.

Vuoi porre un freno a quest’eccesso di competizione.
Sei arrendevole.

Senti il bisogno salvifico di incazzarti.
Sei iracondo.

Guardi alla storia per capire il futuro.
Sei un nostalgico.

Non ti fai contagiare dal buonismo e dal perbenismo interessato.
Sei un insensibile.

Hai compreso l’incidenza dei poteri forti negli avvenimenti storici.
Sei un qualunquista.

Non ti stanchi di scavare dentro te stesso.
Sei complicato.

Desideri sempre andare oltre.
Sei astratto.

Fai notare che la soluzione spesso c’è, solo non si vuole applicare.
Sei semplicistico.

Esprimi la tua paura nel voler cercare la crescita economica ad ogni costo.
Sei un catastrofista.

Sostieni che la tecnologia ha creato un pericoloso cortocircuito.
Sei anacronistico.

Asserisci che la scienza oltre un certo limite debba fermarsi.
Sei un oscurantista.

Inneggi alla rivoluzione culturale ed appoggi le teste pensanti.
Sei un velleitario.

Credi che l’educazione ed il rispetto vadano meritati.
Sei autoreferenziale.

Basterebbe poco per migliorare tante situazioni.
Sei un utopista.

Ti guardi intorno e capisci che tante situazioni non miglioreranno.
Sei un disfattista.

Pensi che siano sempre stati in pochi a decidere le sorti del Mondo.
Sei un complottista.

Ti sembra chiaro che dietro le crisi ci sia un disegno preciso.
Sei paranoico.

Ribadisci che ci si può opporre a ciò che propinano come ineluttabile.
Sei un illuso.

Combatti contro l’insipienza che è al potere.
Sei un gufo.

Poni al centro l’essere umano e la collettività.
Sei delicato.

Identifichi tu le priorità senza fartele dettare.
Sei un egoista.

Non ti piace la piega a cui stanno portando il genere umano.
Sei un misantropo.

Sì, lo so, alla lunga può risultare un pò logorante.
Ma pure stimolante, visti i dirimpettai.
A me viene così naturale…
E poi non mi sembra il caso di dargliela vinta.
Non so voi.

Ok, le Ricette sono giuste!

12 Ago

Quante volte abbiamo la soluzione davanti agli occhi, eppure non sappiamo coglierla.
Sta lì, ci passa davanti col suo incedere magari quotidiano, ci sbattiamo il naso chissà quante volte, interagiamo con lei anche, ma niente.
Non sappiamo coglierla.
Ci sfugge.
Oppure le assegniamo aprioristicamente un’altra valenza.
I pericoli della quotidianità, forse.
O della razionalità.
La stessa cosa è accaduta ad Imerio Bolognini con la musica.
Attenzione – o qualcuno potrebbe travisare e trascinarmi diritto davanti al tribunale del Rock – Imerio divora musica come un politico in carriera divorerebbe degli avvisi di garanzia.
Lui (con)vive con la musica.
Lui è (anche) grazie alla musica.
La sente, l’ascolta (che sono due faccende differenti), ha cantato (e nessuno è andato in analisi quando ha smesso) ma non aveva mai pensato a scrivere DI musica.

Spesso comprendiamo l’importanza di qualcosa (o di qualcuno) solamente quando questa non c’è più.
Qui è l’opposto.
E difatti ti chiedi: ma prima, come facevamo?
Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07/2016 a Roma, Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana nel suo profilo di Facebook recensendo (ma a suo modo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un countdown che è diventato un crescendo rossiniano.
Un’attesa nell’attesa.
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Divertente, ha detto.
Ma io non conosco solo Springsteen, avrà aggiunto.
Siamo già alla soluzione, che si chiama Ricette Musicali, che è diventata una pagina Facebook , che è sbarcata anche sul web, che a non frequentarla si cade nell’ignominia (o nell’ascolto forzato di Giusy Ferreri).
L’intuizione di crearle, le Ricette Musicali, è stato un prodromo del successo che avranno.
Ma non bastava.
Il secondo scoglio per l’ideatore Imerio Bolognini era quello di trasferire nella sua creazione tutto il suo talento e la sua passione.
Ime però ha fatto anche questo.
Risultato possibile solo quando la pervicacia incontra sulla sua strada la genialità.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Lui quando prende carta, penna e calamaio e si traveste da esegeta delle canzoni non racconta semplicemente delle storie.
No.
Lui quelle storie le vive.
E a renderci partecipi di quelle vicende – che spesso ingarbugliano l’anima e la scuotono – è inarrivabile.
Per sensibilità, per esperienze, per predisposizione.
Ognuno di noi può (e deve) assegnare un significato alle canzoni.
Ime, vergando il suo, ne appoggia lì uno, di significato, che si accomoda di fianco al nostro.
Perché è proprio il significato che avremmo voluto dare noi a quel pezzo, ma nella nostra caccia siamo arrivati al fuochino.
Oppure perché coincide col nostro, ma come lo ha descritto lui è un’altra cosa.
Nelle Ricette Musicali l’autore ha trovato l’habitat naturale per il suo corsivo diventando l’araldo di se stesso.
Scevro da vincoli, blocchi, schemi e paturnie si può permette di spaziare per esprimere senza soluzione di continuità l’Imerio-pensiero, laddove altre forme lo avrebbero imbrigliato o annullato.
La ricetta delle Ricette riesce ad esaltare anche il sapore dell’entropia, a togliere un pò quello di selvatico e a tenere i commensali compostamente seduti anche quando la cena si dilunga.
Esistenzialismo più che iconoclastia ed intimismo apertamente dichiarato.
La speculazione e l’invettiva si scindono senza detonazione.
Nei testi, per ovvie ragioni, mancano solo la sua mimica e la sua prossemica teatrale.
Ma è come se ci fossero, sapientemente evocate da una scrittura personale e piena di sé (in entrambe le sue accezioni).
Chi lo conosce bene sa che quello è Ime.
Chi non lo conosce impara presto a farlo.
Perché Ime pensa così.
Perché Ime parla così.
Perché Ime E’ così.
Per scelta e per vocazione.
Nella profondità come nelle esagerazioni.
Il proprio sito web è una zona dichiaratamente ad alto tasso di ego e la legislazione speciale permette di usare i personalismi, i sensazionalismi, le forzature, l’arabesco ed il barocco ad libidum.
In una società liquida, cinica ed eterodiretta è un’antidoto da iniettarsi per continuare a vivere e non a rimanere semplicemente vivi.
Imerio Bolognini ha una mente proteiforme ed è un esempio adamantino di eclettico che ha trovato la sua dimensione ideale specializzandosi.
Specializzandosi, ma esclusivamente per dare spazio al suo poliedrico scibile.

(Di lui) conoscenti, amici, astanti, perfetti sconosciuti, amanti, parenti, uno, nessuno, centomila, tutti: a costoro dico di trovare una ragione, se ne sono capaci, per non seguire la pagina Ricette Musicali.
Perché non sarà mai stato così facile smontare un’obiezione.

Articolo collegato

https://shiatsu77.me/2016/07/21/aridi-diluvi/

Dedicato a te/La partenza

15 Nov

Parte oggi una nuova rubrica, Dedicato a te, come si evince dal titolo.
Sarà un piccolo e periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare (gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori).

Il primo destinatario è un pò come il primo pezzo di un album e così ho scelto di partire da te, caro ipotetico cittadino medio, caro ipotetico uno fra i tanti, caro ipotetico elettore qualsiasi.
Ma forse sarebbe meglio dire elettore ignorante: quante cose che ignori.
Poi sì, certo, a volti ti indigni anche tu (poco, troppo poco, finché non lo farai più spesso e per ragioni serie non cambierò la mia idea su di te di un millimetro); pensa, a volte (a volte, eh) intuisci anche tu che qualcosa non va (e lo fai quasi sempre quando il tuo bel partito è all’opposizione, perché sei un servo) ma se un tuo neurone prendesse l’iniziativa di fare qualche collegamento gli altri 3 che hai nel cervello ordinerebbero della Novalgina.
Vedi, l’uomo è dotato di potenzialità infinite e tu le lasci utilizzare agli altri.
E questi altri, caro mio non-simile, non fanno i tuoi e i NOSTRI interessi: ti piace come sintesi?
Disegnini purtroppo non sono in grado di farne, quindi sforzati di capire.
Ti usano e tu li alimenti: sei come uno schiavo che invoca la frusta e le catene.
Non ti informi e nel 2015 non hai più giustificazioni.
I tuoi nonni le avevano (ed erano comunque più intelligenti di te), i tuoi genitori (ed erano comunque più intelligenti di te), ma tu no.
Perché il tempo per le stronzate lo trovi.
E dico stronzate non pensando a cose divertenti, ilari e leggere.
No, quelle servono.
Dico stronzate pensando proprio all’origine materiale del termine.
Credi ancora alle favole, ma a delle favole tristi, scontate e banali.
Un pò come te.
Tranquillo, di difetti ne hai tanti altri.
Per prenderti per il culo bastano due balle che riavvolgono e ti fanno ascoltare all’infinito cambiando solo l’oratore.
Tu sei una versione del genere umano alleggerita del carattere, del nervo e dell’intuizione, così fanno prima a spostarti da una parte all’altra e tu pensi che quella nuova sia sempre l’unica posizione possibile e, proprio perché nuova, quella più vantaggiosa.
Pensa un pò come (s)ragioni.
Ti faccio una rivelazione.
Per la stima che ho per te potresti anche farti trattare peggio, ma c’è un problema.
Che per colpa tua ci rimettiamo TUTTI.
Ed anche se il mio orgoglio potrebbe minacciare di non parlarmi più, vorrei poterti rivalutare.
Vai a caccia della tua dignità, poniti delle domande e rianima il tuo cervello.
Ed inizia a pensare.
Ma so che mi deluderai ancora una volta, perché sembri nato per quello.

Déjà vu, aller plus loin s’il vous plait

14 Nov

Come tanti miei amici ho deciso di non commentare i fatti di Parigi e di evitare accuratamente Facebook per qualche giorno (non ci siamo messi d’accordo, è stata sintonia).
La decisione è stata presa perché non c’è la volontà di capire cosa sia successo, di analizzarne le cause, di conoscere il fenomeno.
Di allargare il campo.
Sui social come in Tv e come al bar.
Anche il cordoglio e la prostrazione sembrano eterodiretti.
Tutta ‘sta retorica, ‘sti post di merda messi alla cazzo di cane senza conoscere niente – e soprattutto senza sforzarsi di intuire niente – sono l’emblema del genere umano guidato da tutto fuorché dall’intelligenza.
In quel modo le vittime vengono profanate ed uccise una seconda volta.
Una precisazione.
Doverosa perché qualcuno è talmente abituato ad essere strumentalizzato che ormai vive di quello.
Non sono filo-arabo (tutt’altro), non sono filo-americano/occidentale (tutt’altro).
Non sono filo un cazzo.
Sono interessato a comprendere quello che mi succede intorno con nessi,annessi e connessi che riguardano il genere umano,ma voglio essere IO a farlo con la mia testa.
E non con la testa (di cazzo) degli altri.

Vite da Terza Repubblica

27 Ott

Mancava alla sua (già) nutrita biografia.
E mancava a se stesso, per interposta persona del suo ego.
Fortunatamente il primo romanzo di Andrea Scanzi è molto meglio del titolo – La vita è un ballo fuori tempo – per il quale Ligabue potrebbe tornare a bussare alla porta (come per il precedente Non è tempo per noi) rivendicando qualcosa.
Ma Scanzi in casa ha due cani di grossa cilindrata.
Ci teneva parecchio – proposito volutamente malcelato – ed ha finito col metterci dentro tutto l’Andrea Scanzi che bramava di scrivere un romanzo.
Tutto e forse anche troppo.
A volte la ricetta migliore non è quella che annovera tutti gli ingredienti, come il musicista non deve esibire interamente il repertorio in una serata.
Peccati riconducibili all’orgoglio ma pure dettagli che il talento riesce ancora a sistemare, ed ecco una storia di parecchi animali domestici nella giungla della Terza Repubblica, fra ottuagenari agguerriti e quarantenni deboli, col grottesco che è al potere ed un popolo senza nervo che lo alimenta, tra lo svilimento di chi potrebbe (e dovrebbe) lottare, condito con l’amore, il disincanto, i rapporti umani, l’amicizia e l’onestà intellettuale.
Il tutto raccontato in maniera oltremodo personale dall’autore.
Affidandosi a dialoghi icastici, alle sue passioni, alle sue manie e a qualche ostentazione di troppo della propria scibile.
I paradossi sono efficaci a descrivere la realtà quando la realtà è un paradosso.
Perché nel libro si ha spesso la sensazione di personaggi eccessivamente caricaturali, di situazioni quantomeno forzate, ma questa società imperniata sull’apparenza e sullo slogan non è esattamente così?
Scanzi ha solo esacerbato – a modo suo – un cortocircuito reiterato e vieppiu percepito da pochi.
E chissà, magari ha solleticato in ogni lettore la propria rivoluzione personale e l’autodiagnosi sul livello di sopportazione raggiunto.

Lo scrittore di Cortona è uno degli intellettuali più preparati e poliedrici del panorama italiano.
Sicuramente della sua generazione, probabilmente in senso assoluto.
Spontaneamente bulimico di cultura, ha l’arma dell’ironia nella fondina che usa nel duello, nella scudisciata ed anche nel cazzeggio.
Ed avvalora la tesi che sia più ficcante il sarcasmo che l’acredine perenne.
Specie quando è alternato all’invettiva e alla speculazione interiore, lambendo così tutte le corde del lettore.
La scrittura di Scanzi ricalca il personaggio, tanto eclettica quanto difficilmente catalogabile.
Soave, per un parallelismo a lui gradito.
L’eclettico Scanzi scrive come pochi ed usa gli avverbi e le parentesi come nessuno.
Nel romanzo ci sono massime notevoli ed aforismi che torneranno utili a qualcuno in quest’epoca della citazione facile.
Anche se a pagina 284 nel termine “poteva” ci sono forse gli estremi per l’apertura di un’inchiesta per mancato uso del congiuntivo che probabilmente verrebbe archiviata perché la situazione si prestava ad una doppia interpretazione.
Nei personaggi non è difficile scorgere delle proiezioni di se stesso e di chi – per osmosi o per refrattarietà – è transitato nell’animo dell’autore.
La penna del Fatto sul bancone della libreria ha esposto anche le proprie debolezze, dimostrandosi una persona decisamente più sensibile (nella sua accezione più nobile) di quanto oramai il personaggio non gli conceda di essere.
Pardon, di apparire.

Questo libro è un investitura per il criminoso Scanzi (l’epiteto lo capiranno i seguaci di vecchia data).
Perché combattere vigorosamente il renzismo e prima il berlusconismo (all’incirca la stessa cosa) è giusto e doveroso.
E lanciare stilettate per far emergere la vergogna tenuta sottotraccia è perlomeno edificante.
Ma Andrea deve andare oltre.
E smascherare chi muove queste marionette che a turno il cittadino-tifoso assurge a salvatori della patria in un pernicioso messianismo 2.0.
Primo Levi affermava che ogni epoca ha il suo fascismo.
Oggi è rappresentato dal Pensiero Unico dominante e dai suoi esegeti turbo-liberisti, da invasati tecnocrati e da oligarchi autorefernziati che sacrificano le regole, la salute e la dignità all’altare della crescita infinita, nuovo verbo del Potere.
Quelli che l’uomo se va bene è un mezzo, ma spesso è solo un intralcio.
Di frequente confusi col Bene, fomentano guerre, s’inventano le crisi solo per giustificare soluzioni estreme, mistificano i fatti e financo la storia.
Sono gli epigoni di quelli che Pasolini già cinquant’anni fa aveva messo nel mirino della sua penna al curaro intuendo quale sarebbe stato il pericolo per quella (e questa) società.
Un solco che uno come Scanzi deve continuare a scavare in questo terreno da rigenerare.

Chi è il nemico?

12 Set

Ogni epoca ha il suo fascismo, scriveva Primo Levi.
Bisognerebbe però individuarlo.
E non ex post.
Perché più che fra destra e sinistra (categorie che un senso ce l’avrebbero ancora, ma sono spesso strumentalizzate) o fra conservatori e progressisti (contenitori inventati dal medesimo produttore, quindi privi di significato) dovremmo iniziare a svegliarci e capire chi dà la precedenza all’uomo e chi alla crescita economica, chi difende i diritti degli esseri umani e chi il profitto tout court.
L’uno (il profitto) sacrifica l’altro (l’uomo).
Tanti dei nostri mali nascono da lì, dal turbo-capitalismo e dai suoi derivati (in senso lato): sull’altare del guadagno e della crescita infinita sacrifichiamo noi stessi.
Perché in nome del Sacro Utile ci sarà sempre un posto dove produrre a minor costo.
E spazio per comunicare ad una famiglia che il lavoro c’è, ma a tempo determinato ed in Romania.
Sono le riforme che ci vogliono propinare, è bene ricordarselo quando qualche maggiordomo ripete a pappagallo la nauseante filastrocca.
Questo nuovo (esiziale) Positivismo si avvale della tecnologia, di neologismi e di tecniche di manipolazione mentale per far credere che non esista un’alternativa (http://shiatsu77.me/2014/11/10/il-manifesto-del-pensiero-unico/).
E di una pletora di rabdomanti abili nel cercare pensieri contorti per aumentare la sofferenza umana e rendere felice un’entità astratta:il mercato.
A ben vedere non c’è mai stato un epocaa storica in cui l’uomo non sia stato oppresso, soggiogato e vessato, ma dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Settanta è stata fatta un incetta di diritti che oggi stiamo perdendo uno dopo l’altro.
Mancando l’opposizione e la resistenza diveniamo come il figlio che lapida quanto messo da parte dai genitori con la fatica ed il sudore e che dissipa i loro preziosi insegnamenti.
Fra le 269 colpe di Berlusconi nel suo ventennio di occupazione delle istituzioni c’è pure quella di averci distratto dall’evoluzione 2.0 del Capitalismo d’Assalto Mondializzato.
O forse l’avevano messo lì anche per quello.
Sempre coglioni noi.
Due volte.

Non si tratta di mettere in discussione un sistema economico che ci ha garantito una buona qualità di vita e svariate possibilità, semmai di stigmatizzarne le esasperazioni.
Da quando cioè gli ammerricani si sono arrogati il diritto di porre in atto la fase 2 per fare più affari.
Chiunque anteponga il capitale all’essere umano è semplicemente da disprezzare.
Un mezzo punto di Pil per costoro vale un taglio alla sanità ed alla scuola (renziani, come le chiamate nel vostro linguaggio jovanottesco?).
La crescita del fatturato giustifica l’utilizzo degli Ogm e il depredamento dell’ambiente.
La conquista di una quota di mercato o di un target price vale i licenziamenti di massa ed il precariato a vita (edulcorati con balsamici termini inglesi).
Il guadagno consente di avvelenare il cibo.
Anche quello dei bambini, certainly.
Lo stesso livore meritano i cosiddetti schiavi che invocano le catene e la frusta.
Ovvero gente comune che da questo sistema non ottiene nulla se non le briciole.
Soldatini volontari in ferma continua addetti alla propaganda e al proselitismo.
Dei subalterni anche di se stessi che mettono nella merda tutti gli altri.
Perché il protocollo prevede di rendere reprobo chiunque osi dissentire, tacciandolo dei più infamanti epiteti ed isolandolo (quando va bene).
Ormai, paradosso che sancisce l’assenza totale di valori, solo le malattie e l’inquinamento – quindi due prodotti della modernità – sono rimaste eque e democratiche:possono colpire e fare danni a chiunque.
Ma ho l’impressione che siano finite a libro paga pure loro.

Se oltre al dettaglio analizziamo anche l’insieme, appare evidente come tutto sia riconducibile al Dio Denaro e alle pericolose liturgie messe in atto per venerarlo.
Le declinazioni fanno riferimento al peccato originale.
Il liberismo globalizzato si inventa gli shock e le crisi (e vive di shock e di crisi) per alimentare se stesso.
Crea conflitti per poter intervenire militarmente.
Fomenta scontri e tensioni sociali con la scusa ecumenica del sincretismo.
Annienta interi popoli con una multinazionale.
Genera dittature per esigenze o esperimenti di mercato.
Ed utilizza sempre il paravento del benessere.
Dietro alla favola dell’uomo cosmopolita si cela una mercificazione dell’individuo per ingrassare una delle più pericolose entità astratte: il mercato.
Tutto è trasformato in azienda.
Ormai non si produce più per consumare, ma si consuma per produrre (Massimo Fini dixit).
La politica al cospetto dell’economia è divenuta un teatrino.
Prima, con l’economia, si sedeva allo stesso tavolo a trattare, ora sta sotto ed in ginocchio.
Quando parliamo di valori dell’Occidente dovremmo renderci conto che questi non esistono più, forse non sono mai esistiti.
Se non in piccoli nuclei o gruppi di persone che appunto il mercato globale non tollera.
L’uomo riunito in comunità (piccole come la famiglia o grandi come uno Stato) non va bene perché da solo è più fragile.
I soli gruppi consentiti sono quelli di potere, lobbistici e para-massonici.
Gli Stati sono usati come sicari ma sono a loro volta vittime.
L’economia moderna abiura le tradizioni e le identità perché con un unico target di mercato l’ufficio marketing tribola meno.
Anche l’immigrazione (tema da trattare a parte) quando non è causata dalle guerre (quindi dai soldi, si picchia sempre lì) è generata e creata per offrire manovalanza alla criminalità, manodopera a basso costo alle imprese e per destabilizzare la pacifica convivenza col metodo meschino di vendere un luccicante El Dorado occidentale disponibile per tutti, il che spiega anche certi comportamenti e certe pretese di chi arriva.

L’uomo è l’essere vivente più intelligente ma è anche il più bravo ad autodistruggersi e a limitare la propria libertà.
Da sempre ha bisogno di dogmi e di strumenti di controllo da parte del potere e della classe dominante.
L’Illuminismo – allora necessario – ha in realtà solo scalfito il monoteismo religioso e ne ha creato un altro, quello del capitale.
Rosa Luxemberg asseriva che il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome.
E’ un precetto che dovrebbe seguire anche chi non ha velleità sovversive.

Tutto in nome del business, spregio delle regole e delle leggi che possono e devono essere violate, assenza di etica,senso di onnipotenza, nessuna considerazione delle persone e dell’ambiente.
Trovate differenze fra il liberismo e la criminalità organizzata?

Ammalia, rende euforici, dà dipendenza.
Ricatta, chiede il conto.
Con gli interessi.
Sempre.
Rende bugiardi.
Toglie interesse per tutto il resto.
Isola.
Liberismo o droga?
O entrambi?

Questi fanatici del mercato globale non hanno pietà delle persone.
Noi non dobbiamo averne di loro.

Così parlò Massimo Fini

1 Giu

Due anni fa scrissi un articolo a cui tengo in modo particolare, questo: http://shiatsu77.me/2013/09/25/un-ribelle-di-69-anni/.
Ovvero un doveroso tributo ad una di quelle persone che ti hanno preso per mano facendoti poi camminare da solo, restando comunque sempre al tuo fianco: Massimo Fini.
La risposta del suo entourage fu per me un concentrato di autostima “Tutto azzeccato, solo sul vino hai sbagliato:beve quasi solo bianco.Gli farò recapitare l’articolo”.
Non so se Fini abbia mai letto quell’articolo e probabilmente non lo saprò mai, ma in cuor mio voglio (e devo) credere di sì.
L’impossibilità di saperlo alimenta e fortifica una fanciullesca illusione.

Leggendo la sua recente autobiografia – Una Vita.Un libro per tutti.O per nessuno – si ripercorre il burrascoso fiume di oltre mezzo secolo di storia d’Italia (e non solo), nel quale Fini ha sempre cercato di nuotare controcorrente.
Per scelta e per vocazione, quando il tornaconto da sempre esige il contrario.
Vedendo dove quel fiume è sfociato inutile dire chi avesse ragione anche se il polemista Fini si è sempre chiesto se non fosse proprio la ragione ad avere torto.
E’ considerato un alieno dell’informazione quando dovrebbe esserne un paradigma.
Allergico al conformismo ed alla retorica, saggiamente non ha mai assunto degli antistaminici né tanto meno inoculato vaccini per allinearsi.
La vita sciorinata in questo libro – vergato con quella scrittura semplice e magnetica che il giornalista regala – poteva essere solo la sua: col talento, gli affetti, le passioni ed i principi a specchiarsi coi vizi, le esagerazioni, la fragilità e qualche paranoia.
Una vita umana – accostamento divenuto ormai un ossimoro – che Fini ha voluto lustrare preferendo oscurare il successo.
Ma anche una vita irta di spine: alcune spontanee, altre coltivate dallo stesso scrittore.
Che a volte pare entrare in certe aggrovigliate contraddizioni (sulle donne ad esempio, ma servirebbe altro che un articolo) dalle quali fatica a districarsi lui stesso.
Nonostante sia innamorato della vita, nella sua alberga un rassicurante mal di vivere.
Fini, più di quanto non fiuti il suo istinto, è amato da tanti perfetti sconosciuti, che nell’ultimo libro cercano le affinità con l’autore e i parallelismi con la propria, di esistenza.
Raggiungono il parossismo tra il sogno e la convinzione di averle vissute, certe situazioni, come si rammaricano del contrario.
Nel suo ultimo lavoro il ribelle Massimo si è aperto come non mai, mettendo i panni dello psicologo di se stesso dopo esserlo stato per una ridda di persone.
E’ l’intellettuale meno mainstream che si sia, è stato pionieristico, ha vaticinato eventi e letto in anticipo (spesso da solo) i prodromi di ciò che sarebbe accaduto, ed in questa sua razionale autodiagnosi spacciata per biografia non ha ceduto alle sirene dell’autocelebrazione e dell’agiografia.
Mai altero, mai borioso, consapevole delle proprie qualità, conscio dei propri limiti.

In un articolo di qualche anno fa lo scrittore milanese esternò la sua stanchezza per lo scrivere tessendo una lode – che sapeva di desiderio – per il teatro (ed il teatro, a detta di tutti quelli che lo hanno fatto, ti entra dentro e non ti molla più).
Che io sappia non è più tornato sull’argomento, continuando a tracciare con la sua penna (e non solo) dei solchi che ha irrorato con la solita scibile.
Ma forse qualcosa covava.
Per qui macabri scherzi del destino impossibili da accettare, assieme al racconto della sua vita è arrivata un’ospite inaspettata (per noi, non per lui) che tutti vorremo respingere, la cecità.
E con essa la decisione di smettere di scrivere.
Motivazione razionalissima quella di temere di non garantire più la stessa qualità di lavoro (modestia autentica, chi legge il giornalista milanese sa che in ogni suo pezzo c’è dietro uno studio, una ricerca certosina ), ma anche scusa che il suo stesso background culturale potrebbe smontare all’istante.
Fra la miriade di insegnamenti che Massimo Fini ha lanciato c’è il rispetto per le scelte altrui.
Oltre al sacrosanto diritto di urlare le proprie opinioni, tutte.
Quei perfetti sconosciuti che lo amano hanno imparato a camminare da soli, ma senza di lui al loro fianco si sentono persi, smarriti, confusi.
E gli chiedono perlomeno di rifletterci, su quella scelta.
L’inconfutabile attestazione di quanto quest’uomo abbia compiuto finora.
La fatale investitura per uno della sua statura.

Mai dire Expo

8 Mag

Dunque sono arrivati a dire che quattro teppistelli figli di papà non rovineranno la festa e che è stato evitato il peggio.
E certo, poteva andar peggio, potevamo morire (cit.).
Vallo però a spiegare a quello a cui hanno bruciato l’auto, che magari era stata acquistata a rate e che sempre magari gli serviva per andare al lavoro in una località, ancora magari, non raggiungibile coi mezzi pubblici.
Prendendo per buone queste farneticanti dichiarazioni, delle due l’una: o il sistema d’ordine era perlomeno inadeguato (lo sapevano anche le poltrone Poang che ci sarebbero stati disordini, visto gli annunci Urbi et Orbi) oppure che li abbiano lasciati agire indisturbati.
O forse tutte e due, suggerisce qualcuno (si stanno riproducendo a vista d’occhio questi disfattisti).
I presunti contestatori – certamente teppisti – hanno compiuto gesti vili ed inaccettabili, finendo per divenire complementari a quel potere che sostengono di combattere, ergo rafforzandolo.
Ecco, capire poi se l’iniziativa sia tutta farina del loro sacco o se – come accade dalla notte dei tempi in Italia quando la protesta si sposta in piazza – siano stati manipolati a dovere è un altro discorso.
Così, a naso, se dovessi scommettere soquanti Euro -dopo una lunga meditazione e facendo ricorso anche al pendolino di Maurizio Mosca – credo che opterei per la seconda ipotesi, senza scomodare la teoria dei centri concentrici di Corrado Guerzoni.
In Italia vengono menati (“Con più gusto” aggiunge amaramente il Marti) gli operai, i precari, gli esodati, gli studenti (meglio se figli di operai, precari ed esodati) e nel dubbio chiunque abbia qualcosa da manifestare pacificamente (ndo cojo cojo).
Invece con gli spacciatori, gli stupratori, i pedofili, i maltrattatori dei minori e delle donne, coi ladri d’appartamento e coi violenti in genere (categoria alla quale appartengono i vandali di Milano) si applica volentieri il protocollo gandhiano chiedendo financo alle vittime di porgere pure l’altra chiappa.
Ma questi antagonisti della mutua sono responsabili anche di un altro tipo di violenza, meno palpabile ma altrettanto pericolosa perché subdola: aver isolato i veri dissidenti del Pensiero Unico ed essere stati i carpentieri che hanno cementato l’assioma “Chi si oppone all’Expo è un Black Block”.

Una mini-strategia della tensione, che non deve scalfire il giudizio sull’Expo.
Cioè esattamente quello che affermò il Rag. Ugo Fantozzi in riferimento alla Corazzata Kotiomkin (io non mi aspetto però i 92 minuti di applausi).
Si sentiva proprio il bisogno di togliere un pò di verde alla città di Milano che notoriamente ne ha parecchio e di profanare ancora la sua vituperata urbanistica.
Come anche di costruire una bella cattedrale nel deserto decontestualizzata da tutto, che finito l’evento avrà la stessa utilità di un fantasista negli schemi di Sacchi.
Cemento forever!
Anche perché queste “grandi opere” non attirano assolutamente tangenti e non sono un ricettacolo del malaffare.
Ci sono più indagati che addetti ai lavori.
Di “grandi” ci sono solo i reati.
Beh, il tema è ambizioso, si dirà: nutrire il pianeta.
Non male come supercazzola, anche se ultimamente c’è chi fa meglio.
Coi 100 milioni che spenderanno (tangente più, spreco meno) non era meglio provare a difendere e valorizzare commercialmente le nostre eccellenze alimentari?
Un nome su tutti:il Parmigiano Reggiano.
Come tutta la nostra produzione agricola.
Ancora, non era il caso di difendere realmente i paesi più poveri dalle politiche turbo-liberiste delle multinazionali? (Mauro Pigozzi docet).
Invece con una mano li hanno inviati e con l’altra poi li strozzano.
Ma che gentili…
Non era meglio fare una bella campagna per dire chiaramente alla gente che stiamo mangiando della gran merda e che ci stiamo uccidendo da soli?
Non era meglio incentivare chi quella merda cerca di non usarla?
Siete sicuri che agli sponsor (noti gigli di campo) interessi “garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri”? (sic.).
Uno slogan che ha più o meno la stessa valenza del “La legge è uguale per tutti”.
Il cibo è una cosa seria, non un’arma dell’Ufficio Marketing per ingrassare i soliti manigoldi.
L’Italia se avesse un piano serio, ambizioso e lungimirante sull’agro-alimentare risolverebbe tanti dei suoi problemi.
Ma vuoi fare un dispetto all’industria internazionale adorante il nuovo monoteismo della Globalizzazione?
Eh no, guai!
Per favore, le carnevalate facciamole nel periodo dell’anno dedicato.

Ma in parecchi sono nati per essere dei servi.
Peccato che col loro atteggiamento rendano tutti schiavi.
In più di un caso si tratta di persone affette da un evidente bipolarismo: nei giorni pari sostengono strenuamente il biologico, si battono indefessi per la raccolta differenziata, si organizzano nello spontaneismo dei Gruppi di Acquisto Solidali; mentre in quelli dispari e nei festivi si infilano la maglia del tifoso dell’Expo e spingono i figli con le rispettive scolaresche ad ammirare questo spettacolo irripetibile.
Trepidanti per il count down, emotivamente toccati dai ritardi dei lavori più che per quelli della compagna, acriticamente ripetono la giaculatoria della “Vetrina per l’Italia, straordinaria opportunità, pim pum pera e bla bla bla”
Per la serie:come rendere l’Expo una sublimazione dell’italianità.
Quasi sempre coincidono con quei tizi che ammaestrati a dovere affibbiano l’epiteto “gufi” a tutti quelli che osano provare a ragionare con la propria testa.
Simbolismo animale per simbolismo animale, loro ricordano molto i pappagalli e le pecore.
Pungolati a dovere riescono a reagire – nel loro parossismo- con un indomito “Ma a voi non piace proprio nulla?”
Purtroppo per loro ce ne sono a bizzeffe di cose che ci piacciono.
Sono più dubbioso invece su cosa ancora riesca a fare incazzare loro.

La speranza fa(ceva) Novanta

29 Set

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza.Della lotta.Dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche rabbiosi e truci dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
E’ stato un periodo che ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto che stavano cercando, magari con un pò di presunzione, di cambiare il mondo (cit.).
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto, forse troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: craxismo e Milano da bere, yuppies e pubblicità.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero, con in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un pò oppio per il popolo e un pò canto del cigno, il cui redde rationem bussa oggi.
L’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del liberismo a discapito dei diritti e del ragionamento nacque allora.
Gli ’80 sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di averli imbavagliati in una definizione loro sono già sgusciati via.

Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla democrazia ed alla libertà (l’Urss) quasi tutti si sono convertiti al monoteismo dell’egida Usa, noti esportatori di democrazia e libertà, nonché strenui pacifisti.
A casa loro (Lele Cassinadri dixit).
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il “sistema” disse “Divertitevi ed esagerate pure!”, coi Novanta si volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo lo stesso filone.
Forse volevano superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse erano la sua emanazione edulcorata e patinata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare sottotraccia (il popolo di Seattle, quello di Mani Pulite, una voglia di indipendenza e legalità diffusa) pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Proteste autentiche, risposte (pronto uso) di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei ’70 durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e mistificare il pensiero dissidente.
Nei ’90 la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Quando il potere finge di riformare sceglie la faccia più pulita (Blair, Clinton, lo stesso centrosinistra italiano), perché si potrà permettere certe cose.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco: in Italia – paese dove non sempre due più due fa quattro – non contenti di vent’anni di fascismo e cinquanta di Democrazia Cristiana abbiamo voluto provare anche l’ebrezza di un altro ventennio (ed ora del suo sequel).
Pur intensa la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove No Logo è diventato un logo (il copyright è di Ime).
Dove ad una evidente voglia di autonomia (tema quanto mai attuale) si è accompagnato il consacramento dell’Euro, ovvero la perfetta antitesi.
Dove il protocollo di Kyoto si scontra con la propagginazione degli Ogm.
Dove la pace di Camp David fa da contraltare alle guerre in Jugoslavia.
Dove uno Stato per combattere la mafia viene a patti con essa.

Ogni epoca si rilette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa).
Se nel decennio Ottanta musica e cinema erano sì gradevoli ma non certo eccelsi (pur con alcune punte di valore assoluto), in quello successivo la qualità salì considerevolmente.
Ed ecco la solita manifestazione di bipolarismo: come spiegare altrimenti l’investitura di Jovanotti a profeta ed icona del progressismo made in Ninety?
Se la sinistra è quasi affossata lo deve anche agli artisti da cui si è fatta rappresentare: banali quanto pavidi, melliflui ed equilibristi per necessità ma evidentemente anche per vocazione: che sintonia con la segreteria del partito!
Una certa voglia di romanticismo per creare qualche cortocircuito- in una rotta che pareva tracciata in tutt’altra direzione – si assaporava anche nel popolare gioco del pallone.
Baggio e Van Basten sono stati gli ultimi poeti di un calcio che la sentenza Bosman stava facendo virare verso la devastazione.
Riuscendoci.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo).
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni tre taglie più larghi del dovuto, dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva una fervida mente.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Condizione sine qua non: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Pare che Steve Jobs ponesse serie limitazioni all’uso dell’ iPad ai propri figli: fate quello che dico, non quello che faccio.
Lo so, vi stavate domandando quando avrei parlato di Non è la Rai, un anatema ancora sottovalutato, fucina di spettatori che più che un autore sono ancora in cerca di un tutore.
Nella maratona per lobotomizzarsi il cervello da soli, l’altro asso di briscola era il Tamagotchi, un giochino talmente consistente che oggi non sfigurerebbe in alcune slides tanto in voga.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione (il traghettamento verso gli inutili Duemila).
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi.
I Novanta sono Senna che muore ad Imola.
Sono l’Italia che perde due Mondiali ai rigori.
Sono Kurt Cobain che si suicida.
Sono il 1992, l’inizio di Tangentopoli (la speranza di cambiamento ) ma pure le strage di Capaci e di Via D’Amelio e le decisioni prese a bordo del Britannia (la fine della speranza).

Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.
E qualche colpa te la dai.