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La speranza fa(ceva) Novanta

29 Set

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza.Della lotta.Dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche rabbiosi e truci dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
E’ stato un periodo che ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto che stavano cercando, magari con un pò di presunzione, di cambiare il mondo (cit.).
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto, forse troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: craxismo e Milano da bere, yuppies e pubblicità.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero, con in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un pò oppio per il popolo e un pò canto del cigno, il cui redde rationem bussa oggi.
L’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del liberismo a discapito dei diritti e del ragionamento nacque allora.
Gli ’80 sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di averli imbavagliati in una definizione loro sono già sgusciati via.

Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla democrazia ed alla libertà (l’Urss) quasi tutti si sono convertiti al monoteismo dell’egida Usa, noti esportatori di democrazia e libertà, nonché strenui pacifisti.
A casa loro (Lele Cassinadri dixit).
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il “sistema” disse “Divertitevi ed esagerate pure!”, coi Novanta si volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo lo stesso filone.
Forse volevano superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse erano la sua emanazione edulcorata e patinata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare sottotraccia (il popolo di Seattle, quello di Mani Pulite, una voglia di indipendenza e legalità diffusa) pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Proteste autentiche, risposte (pronto uso) di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei ’70 durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e mistificare il pensiero dissidente.
Nei ’90 la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Quando il potere finge di riformare sceglie la faccia più pulita (Blair, Clinton, lo stesso centrosinistra italiano), perché si potrà permettere certe cose.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco: in Italia – paese dove non sempre due più due fa quattro – non contenti di vent’anni di fascismo e cinquanta di Democrazia Cristiana abbiamo voluto provare anche l’ebrezza di un altro ventennio (ed ora del suo sequel).
Pur intensa la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove No Logo è diventato un logo (il copyright è di Ime).
Dove ad una evidente voglia di autonomia (tema quanto mai attuale) si è accompagnato il consacramento dell’Euro, ovvero la perfetta antitesi.
Dove il protocollo di Kyoto si scontra con la propagginazione degli Ogm.
Dove la pace di Camp David fa da contraltare alle guerre in Jugoslavia.
Dove uno Stato per combattere la mafia viene a patti con essa.

Ogni epoca si rilette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa).
Se nel decennio Ottanta musica e cinema erano sì gradevoli ma non certo eccelsi (pur con alcune punte di valore assoluto), in quello successivo la qualità salì considerevolmente.
Ed ecco la solita manifestazione di bipolarismo: come spiegare altrimenti l’investitura di Jovanotti a profeta ed icona del progressismo made in Ninety?
Se la sinistra è quasi affossata lo deve anche agli artisti da cui si è fatta rappresentare: banali quanto pavidi, melliflui ed equilibristi per necessità ma evidentemente anche per vocazione: che sintonia con la segreteria del partito!
Una certa voglia di romanticismo per creare qualche cortocircuito- in una rotta che pareva tracciata in tutt’altra direzione – si assaporava anche nel popolare gioco del pallone.
Baggio e Van Basten sono stati gli ultimi poeti di un calcio che la sentenza Bosman stava facendo virare verso la devastazione.
Riuscendoci.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo).
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni tre taglie più larghi del dovuto, dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva una fervida mente.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Condizione sine qua non: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Pare che Steve Jobs ponesse serie limitazioni all’uso dell’ iPad ai propri figli: fate quello che dico, non quello che faccio.
Lo so, vi stavate domandando quando avrei parlato di Non è la Rai, un anatema ancora sottovalutato, fucina di spettatori che più che un autore sono ancora in cerca di un tutore.
Nella maratona per lobotomizzarsi il cervello da soli, l’altro asso di briscola era il Tamagotchi, un giochino talmente consistente che oggi non sfigurerebbe in alcune slides tanto in voga.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione (il traghettamento verso gli inutili Duemila).
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi.
I Novanta sono Senna che muore ad Imola.
Sono l’Italia che perde due Mondiali ai rigori.
Sono Kurt Cobain che si suicida.
Sono il 1992, l’inizio di Tangentopoli (la speranza di cambiamento ) ma pure le strage di Capaci e di Via D’Amelio e le decisioni prese a bordo del Britannia (la fine della speranza).

Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.
E qualche colpa te la dai.

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Cosa dice?Le parole sono importanti!

17 Feb

Se lo stato di salute di un Paese si misurasse solo dal linguaggio dei cittadini noi saremmo messi maluccio.
Poi – siccome l’argomento è da trattare in maniera olistica – intervengono anche altri fattori.
Ed è per questo che il risultato finale peggiora ulteriormente.
In troppi dimenticano che le parole (ma anche i gesti) sono importanti, hanno un senso.
Cazzo, se ce l’hanno.
Tracciano solchi – spesso a senso unico – che rimangono indelebili.
Benvenuti nella sala degli orrori del linguaggio indotto, delle frasi fatte (ma soprattutto inutili), dei tormentoni creati dal Min.cul.pop 2.0.
Qualche finto-pragmatico potrebbe catalogarle come inutili paranoie.
Scusate, ma cosa c’è di più destabilizzante di qualcuno che parla al tuo posto?
E per farlo, vuol dire che ha già occupato il tuo cervello e la tua anima.
O volete fare come quel tizio a cui dicevano perfino “Adesso basta mangiare, sei già sazio!”?
I paradossi sono efficaci a descrivere la realtà, specie quando la realtà è un paradosso.
Sentite un po’ qua a cosa possono arrivare certi famelici del nulla.

Ma anche no
E’ un tipico grido di battaglia renziano usato ad ogni piè sospinto quando il fu boy scout intuisce che il consenso della platea scende sono il minimo sindacale (quest’ultimo termine diventa un ossimoro quando si parla del demiurgo Renzi).
Se venisse proferita con le dovute proporzioni (tipo una volta al mese, come il ciclo) potrebbe risultare quasi simpatica.
Usata come intercalare invece si dimostra solo per quella che è:  un’evidente stortura grammaticale, pur non essendo la peggiore (ne vedremo delle belle).

Ci può stare,ci sta
Non siamo ancora al top, abbiate pazienza.
Qui è punita la reiterazione: scoperto questo affascinante motto i nostri bei trinariciuti (senza ideologia) non se ne liberano più.
Sentono il bisogno di esclamarlo sempre, anche quando non c’entra nulla.
Ma per loro ci può stare.
E poi ci può stare dove?Ci può stare cosa?Ci può stare chi?

Virgolette con le dita
I diversamente carismatici (tipo un surrogato di Oscar Pettinari, per dire) ne abusano.
Tracimano talmente tanta personalità che se gli avessero detto di farle coi piedi, quelle maledette virgolette (di merda), non avrebbero esitato un istante.
Credono di attirare l’attenzione e di creare empatia con gli interlocutori.
Ottengono invece altri due risultati: associare un’immagine alla parola fastidio in un dizionario illustrato e solleticare l’istinto primordiale di spezzare quelle falangi inutilmente mobili (uno dei miei quattro sogni mostruosamente proibiti).

Alzare l’asticella
E’ una delle metafore più utilizzate da chi è talmente avvezzo ad usare delle figure retoriche che crede che lo spread sia uno strumento di piacere inaugurato coi film porno negli anni ’70.
A volte è associato ad un gesto con la mano (hanno il dubbio che la platea non capisca, per fortuna non tutti sono come loro).
E con la stessa manina – per corroborare la loro coinvolgente prossemica – non esitano a sparare pure qualche virgoletta (vedi sopra).
Tornare nell’alveo della normalità è utopia.

Sei sul pezzo
Quando Giorgio Gaber cantava (e provocava) ironico “Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di pensare…?” non crediamo che si riferisse a questi acuti post-illuministi.
Ecco quando l’effetto pecora  diventa pandemia.
In qualsiasi contesto della via lattea la frase ha lo stesso significato di una mezza punta negli schemi di Arrigo Sacchi.
E’ una prova tecnica di lobotomia: ma si, forse nel loro caso è meglio (cit.).

Tanta roba
Le scritture raccontano che la Genesi fu il Mimmo Amarelli dei talentuosi e cazzari Luca e Paolo: “Alla consolle Mimmo Amarelli!E Mimmo ha mucha cosa e Mimmo ha tanta roba”.
(Un bel chi se ne frega lo potete aggiungere voi, gratis).
Ora però gli epigoni superano i creatori (che volevano solo far ridere).
Rimane uno stilema delle Radio Unz-Unz ma sono in tanti ad aver inoculato questo virus (letale) nella società.
Raccapricciante la soddisfazione di tanti Playmobil dell’autonomia intellettuale nel seguire il verbo.
Senza capirlo.
E senza capire in senso lato.

Piuttosto che
Viene utilizzato per stilare un elenco di cose quando il suo significato è esattamente l’opposto.
Pensa un po’.
Quando il trionfo del sentito dire è un attentato alla semantica.
Hanno dichiarato candidamente alla grammatica: noi non faremo prigionieri.
Lo usano benpensanti, comunicatori (della domenica), giornalisti, trascinatori di folle ed il 97% della (presunta) classe dirigente.
All’italiana.
E si gongolano di stuprare uno dei pochi vanti di questo Paese: la lingua italiana (ancora per poco).

Mano all’orecchio
Per interci, è il gesto che fa Luca Toni quando esulta dopo un gol.
Non ho niente contro il bravo attaccante del Verona (tutt’altro, meglio lui a 37 anni che Mario Balotelli a 24).
Oggi se segui il mainstream e gli unici due neuroni rimasti liberi da ipoteca ti suggeriscono di dire “Non so se rendo l’idea” il tuo corpo ha una reazione pavloviana: le mani iniziano a roteare in sincrono all’altezza delle orecchie e la tua mascella diventa un misto fra quella di Ridge di Beautiful e quella di Nando De Napoli.
Tranquillo, uscirne si può.

Devi decidere cosa fare da grande
Un mix di paternalismo, sicumera e banalità che unisce sia il manager in carriera sia l’ultimo che apre la bocca solo per arieggiarla.
Certo – a costo di apparire ruvidi – si può sempre reagire come quel tale che incalzato con l’inutile tormentone rispose serafico “Ho 35 anni e sono alto circa un metro e ottanta, mi sembra di essere già grande”.

Englishman in Italy
Sei un tipo trendy e frequenti solo gente cool.
Per ora ti va bene un entry level ma sulla location non transigi.
Presti la massima attenzione ai warning del tuo core-businnes, ti alleni per step e ti rilassi solo al branch in quel wine-bar.
Ma va a dar via al cùl.

Ci mancava anche il ciaone
Qui le nostre parole non sanno proprio più cosa dire.

I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

3 Gen

Nell’intervista di settembre (https://shiatsu77.wordpress.com/2013/09/06/bulimia-culturale/) Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″.
Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.

Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del topos scanziano.
Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta.
A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.

I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori).
Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli anta.
La voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta.
Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano.
Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande Fratello.
Ai pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.

Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore.
Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere.
Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi.
Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro).
Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini.
E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo.
Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.

Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni.
Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere.
Le affinità finiscono qui.
Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese.
Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.

E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica.
Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo).
Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere).
Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.

Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga.
Forse non per tutti.
Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto.
Solo per non averci provato.

L’unione fa la forza

15 Nov

Nell’articolo del 04/11 (https://shiatsu77.wordpress.com/2013/11/04/terzisti-al-di-sopra-di-ogni-sospetto/) esortavo Michele Santoro a “dedicare una (o più) trasmissioni sull’Euro e sul progetto che c’è alle spalle”.
Detto, fatto.
Con ospite Alberto Bagnai, il non plus ultra sull’argomento.
Vaticinio avverato!
Il (teorico) contraddittorio era garantito dalla presenza dal disarmante Stefano Fassina.
Al solito è apparso tutto fuorché un responsabile economico di un partito.
Lui è un devoto-sofferente dell’Euro, che per la sinistra all’italiana rimane un atto di fede doloroso ma necessario.
Non crede nemmeno lui alle supercazzole che dice.
Lo dimostra l’imbarazzo che accompagna ogni suo intervento.
A volte (sbagliandosi) fa delle uscite da portavoce di un partito che non esiste, cioè di sinistra, poi la sua sinapsi gli ricorda che è al Governo con Letta (e non solo) ed ecco proferire battute che sarebbero più adatte al vecchio Derby di Milano (“…vogliamo modificare gli equilibri dell’Eurozona sfruttando le potenzialità della moneta unica…”).
Ma ora passiamo a cose serie.

Mi definisco (https://shiatsu77.wordpress.com/about/), fra le altre cose, travagliano e bagnaiano.
Marco Travaglio è da sempre un mio riferimento per competenza, coraggio e stile.
Bagnai è l’economista che sta cercando di dissolvere i dogmi ed i luoghi comuni sull’Euro con un’importante attività di divulgazione.
Nella puntata di giovedì intitolata “Goodbye Italia” entrambi avevano perfettamente ragione in relazione agli argomenti di propria competenza.
E’ innegabile – perlomeno per le persone che trovano ancora stimolante quella vecchia usanza di ragionare con il proprio cervello – che il sistema Euro ci abbia decisamente impoverito.
D’altro canto il nostro Paese versa in questo stato comatoso anche per un’endemica corruzione ed una cronica inosservanza delle Leggi.
Travaglio e Bagnai sono due specialisti che però nel corso della puntata non hanno fatto lo sforzo di uscire dalle rispettive roccaforti – nelle quali sono ineccepibili – e di non ammettere che la loro analisi riguardava solo una parte del problema.
Uscire dall’Euro mantenendo gli sprechi, l’illegalità e le ruberie di oggi non risolverebbe d’incanto tutti i problemi.
Parimenti, anche se per magia togliessimo il fardello di cui sopra restando però con una moneta sopravvalutata e senza sovranità economica, non sarebbe sicuramente l’El Dorado.
Uno è un problema macroeconomico, l’altro di cultura e legalità, ma non sono due fenomeni in antitesi, anzi fra loro c’è spesso un rapporto di causa-effetto.
Il tema dell’altra sera – finalmente portato alla ribalta in prima serata – non va affrontato a colpi di manicheismo.
L’analisi di un problema non esclude l’altro.
Viviamo – per usare una metafora manzoniana – in una situazione di merda.
Fra persone valide meglio collaborare, no?

P.s. Il primo che mi accusa di ecumenismo od equilibrismo riceverà in omaggio come radiosveglia Adriano Galliani.

L’intelligenza è

22 Ott

L’intelligenza è leggere un libro ma saper usare anche un badile.

L’intelligenza è capire a prescindere dalla cultura.

L’intelligenza è apprendere che con la cultura si può capire meglio e di più.

L’intelligenza è non farsi prendere per il culo.

L’intelligenza è informarsi per evitare di farsi prendere per il culo.

L’intelligenza è comprendere prima degli altri le persone, le situazioni ed i fatti.

L’intelligenza è intuire le priorità.

L’intelligenza è cercare sempre qualcuno che ci possa aprire la mente per ammirarlo e poi metterlo in discussione.

L’intelligenza è stimare senza idolatrare.

L’intelligenza è essere consci dei propri mezzi ma consapevoli che non tutto dipenderà da essi.

L’intelligenza è essere consci dei propri mezzi ma consapevoli che questi possono essere incrementati.

L’intelligenza è essere pratici ed estetici ed unire la forma al contenuto.

L’intelligenza è ragionare con la propria testa.

L’intelligenza è non cedere a terzi l’usufrutto del proprio cervello.

L’intelligenza è diffidare della versione ufficiale.

L’intelligenza è andare sempre oltre.

L’intelligenza è non cercare a tutti i costi di essere alternativi.

L’intelligenza è prendere delle posizioni.

L’intelligenza è dire ciò che si pensa.

L’intelligenza è pensare  ciò che si dice.

L’intelligenza è saper scegliere il contesto adatto e i dirimpettai giusti per ogni asserzione e comportamento.

L’intelligenza è esser guida senza essere despota.

L’intelligenza è comunicare con se stessi.

L’intelligenza è rapportarsi con se stessi.

L’intelligenza è avere delle intuizioni (cit.).

L’intelligenza è saper allargare i propri orizzonti senza perdere i propri valori.

L’intelligenza è saper cambiare idea senza essere ondivaghi.

L’intelligenza è non ammalarsi di equilibrismo e retorica.

L’intelligenza è mettere a proprio agio il più debole.

L’intelligenza è saper mantenere le proprie idee nonostante la pressione di terzi.

L’intelligenza è non farsi etichettare, incasellare e stereotipare.

L’intelligenza è non soffocare la propria spontaneità e non renderla artefatta.

L’intelligenza è non confondere la libertà con l’onnipotenza.

L’intelligenza è vincere l’ignavia e la pavidità.

L’intelligenza è non vergognarsi di provarle.

L’intelligenza è non barattare la propria dignità.

L’intelligenza è seguire il proprio orgoglio senza diventare schiavi di esso.

L’intelligenza è guardare al futuro con un occhio al passato.

L’intelligenza è guardare la storia per capire il presente.

L’intelligenza è sapere che ridere non ha prezzo.

L’intelligenza è non sciupare nemmeno una risata.

L’intelligenza è portare rispetto, educazione e concedere pietà solo a chi fa altrettanto.

L’intelligenza è poca cosa senza la coscienza e l’umanità.

L’intelligenza è non scambiare l’umanità per la mollezza.

L’intelligenza è alternare e coniugare il serio ed il faceto.

L’intelligenza è unire la passione alla ragione.

L’intelligenza è non far mai spegnere la fiammella di una sana follia.

L’intelligenza è vivere, stimolare, criticare e rispettare la vita.

L’intelligenza è non sprecare la vita in stronzate ed ammennicoli.

L’intelligenza è gioire per la semplicità non accontentandosi di essa.

L’intelligenza è puntare sempre in alto con umiltà.

L’intelligenza è non scambiare l’eclettismo con l’onniscenza.

L’intelligenza è dare tutto alle persone care.

L’intelligenza è cambiare per l’amore a una persona.

L’intelligenza è amare le persone che ti cambiano la vita.

L’intelligenza è amare anche se stessi.

L’intelligenza è contornarsi di persone che ci fanno stare bene.

L’intelligenza è difendere le relazioni con le persone che ci fanno stare bene.

L’intelligenza è intuire chi non ci merita.

L’intelligenza è non dimenticare.

L’intelligenza è molto altro ancora.

L’intelligenza è cercare di scoprirlo.

Quelli che Facebook

11 Ott

Il Signor Facebook, ovvero l’invenzione più geniale dell’era internet o l’anatema della vita moderna, una sorta di nemesi lanciata dagli antichi?
La risposta è, aihmè, molto dorotea: dipende.
Dall’approccio, dall’utilizzo e dallo scopo.
Facciamo una carrellata dei migliori esseri che popolano il social network più famoso al Mondo.
E sperate di non farne parte.

Non avrai altro calcio all’infuori di me
Sono fra i rappresentanti di punta delle persone monotema.
Nei social come nella vita.
Di sesso maschile, vivono di calcio, per il calcio, solo di calcio.
Logico da bambini, giustificabile nell’adolescenza, disarmante ora che questi aspiranti Tiziano Crudeli ed Elio Corno hanno superato i trenta.
Nel loro piccolo sono un inno alla coerenza: erano così a 12 anni come a 23, ma anche lo scorso anno.
Il Carlo Pellegatti che alla nascita è presente in tutti i maschietti d’Italia (inteso come tifoso sfegatato, a prescindere dalla fede calcistica) in loro non si è assopito ma anzi ha acquisito vigore fino a sopraffarli.
Sono gli unici ad apprezzare – e senza avere crisi epilettiche – i titoli dei quotidiani sportivi.
Hanno bloccato il cervello sulle frequenze di Sky Sport 24.
L’Album Panini (che rimane un’icona per tante generazioni) ha avuto su di loro lo stesso effetto del Vangelo sugli apostoli.
Il calcio non è più sana passione, svago e passatempo, diventa una ragione di vita, con i dogmi (e le relative tossine) tipici del fanatismo.
Sono il sogno proibito (che si avvera) dei Biscardi, Conte e Galliani (che culo…).
I loro post: se li conosci li eviti, se li conosci non ti uccidono (l’onestà intellettuale).

Il qualunquista didascalico
Sono (giustamente) indignati per il momento che stiamo vivendo ma (colpevolmente) disinformati sulle cause che hanno portato a ciò.
Buone le intenzioni ma pessimo (o quasi) il risultato.
Si definiscono apolitici pur con qualche affinità con la destra più rozza e becera.
Mischiano fatti di sangue a delitti dei colletti bianchi, anziché allargare il campo lo restringono, conoscono solo un 11 settembre, per loro il Piano Condor e la P2 sono dei nuovi giochi della Wii e la marcia dei quarantamila è una disciplina olimpica.
Grazie a suggestivi paralogismi danno sempre la colpa alla Magistratura, specie nei casi (sempre più rari) in cui questa è irreprensibile (caso Ilva, ma non solo).
Uno dei loro bersagli preferiti è il Ministro Kyenge (figura deboluccia, ma i problemi mi sembrano altrove).
Quando sono incalzati utilizzano delle argomentazioni consistenti come un biscotto Plasmon nel thè caldo.
Vorrebbero combattere il “sistema”, finiscono col rafforzarlo.

Io, io e io
Hanno le manie di protagonismo di Vittorio Sgarbi, nonché molto tempo da perdere.
Sentono il bisogno di inondare la rete con tutto ciò che li riguarda, convinti che dall’altra parte ci sia qualcuno in trepidante attesa.
Ci sono varie declinazioni di questi Vorrei essere un vip e nel dubbio mi comporto come loro.
Quelli che amano recensire i loro affascinanti orpelli: dal loro nuovissimo cellulare (Oooohhh!Tutti a bocca aperta) alla loro collezione autunno-inverno passando per un sempre affascinante tagliaunghie.
Ci sono poi gli esibizionisti del cibo.
Credono di saper cucinare come pochi al Mondo, da piatti inediti (la pizza) ad altri tipicamente etnici (udite udite, un piatto di pasta).
Data l’ingente produzione, o sfamano l’intero quartiere o gli auguriamo di bruciare in un giorno più calorie di un altoforno.
C’è chi ama raccontare anche le pieghe di se stesso (forse perché possiede solo quelle).
Devono ancora afferrare che su Facebook la domanda “A cosa stai pensando?” è fissa.
Un classico: ore 07,30 (notare l’orario) “Senza caffè non mi sveglio”.
Ecco, sarebbe stato meglio.
Si continua così tutto il giorno con la chicca di frasi sibilline scritte apposta per incuriosire (i loro simili) e solleticare i  794 amici (dei quali nessuno è mai uscito con lui) ad interagire.
Se le amenità proferite valessero anche solo un centesimo l’una, questi ilari personaggi sarebbero milionari.
Nelle donne poi è un trionfo di smalti, trucchi e messe in piega.
Mancano solo i dettagli dei loro Nuvenia Pocket quando vanno a lanciarsi col paracadute.
In quei giorni, of course.
Seguire il loro profilo diventa un’ordalia.
Cercasi troll disperatamente.

W la mamma?
Solo chi è genitore può capire dove possa arrivare l’amore per un figlio.
Comprendere invece cosa spinga tante mamme a esporre H24 i propri figli su Facebook è un mistero, un po’ come i capelli di Gianni Morandi (tintura o  parrucchino?).
Dopo il parto il loro cervello è regredito, allineandosi a quello dei neonati.
Pubblicano una pletora di foto dei pargoli ad ogni piè sospinto.
Complimenti:la rete è notoriamente controllabile e non è intrisa da malintenzionati che potrebbero utilizzare le foto in 916 modi diversi.
Avanti pure.
Per enfatizzare lo status di mamma-gggiovane riportano frasi ad effetto trovate nelle offerte 3×2 al supermercato (assieme al budino Ebo ed a una cover a forma di Hello Kitty), ci informano On Line su eventi epocali quali un ruttino (e cosa dovrebbe fare?) e un compleanno con gli amichetti (uuuhh!), farneticano di scene fra l’onirico ed il fantasy.
I loro commenti sono tanto inutili quanto sdolcinati, col rischio di produrre una crisi iperglicemica e dei conati di vomito (insieme).
Tracimano dichiarazioni d’amore melliflue, talmente sforzate da metterne in dubbio la spontaneità.
Un misto fra un melodramma napoletano ed un reality: di peggio c’è solo la Carfagna che parla di Montesquieu e della separazione dei poteri.
Credono di avere fra le mani una versione evoluta del Cicciobello.
Confondono l’ostentazione (di un essere umano indifeso) con l’amore e la protezione, non accorgendosi che la prima è in palese disaccordo con i secondi.
Chi è al centro della scena?La creatura ignara di tutto o la super mamma?
I figli saranno costretti – al compimento del 6° anno – a rivolgersi al Giudice Tutelare per chiedere l’esercizio della patria potestà sulla madre anche se le teorie sull’apprendimento imitativo non ci fanno sperare niente di buono per il futuro dei bebè.
Quando Renato Pozzetto nella Casa Stregata spiegò con cosa ragionano (a suo parere) le donne, si riferiva (senza saperlo) a questa categoria.

Un ribelle di 69 anni

25 Set

Siamo sempre più inondati da termini inglesi e sopporto a fatica l’(ab)uso che ne viene fatto.
Ce n’è però uno che mi piace ed utilizzo frequentemente: mainstream.
Non esiste una traduzione letterale del termine, applicato all’informazione significa seguire la corrente, la posizione o il pensiero dominante di quel momento.
Non porsi domande quindi, ma essere il megafono del potere, delle lobby, delle camarille e del conformismo in genere.
Chi da sempre si smarca da questo approccio è Massimo Fini.

Non sono perennemente d’accordo con lui (l’ultimo articolo su Andreotti mi ha fatto veramente incazzare e la tesi semplicistica sulla morte di Pasolini mi convince meno di un editoriale di Paolo Liguori, tanto per fare due esempi), ma è una delle poche persone che quando scrive mette in discussione le tue credenze, le stimola, le accresce, le demolisce e ne crea di nuove.
Anche quando le idee rimangono divergenti, l’onestà intellettuale del lettore ringrazia avendo comunque allenato il cervello a ragionare in proprio.
Filosofo, storico, teologo senza i dogmi della fede, psicologo, attento osservatore della realtà e delle dinamiche della vita, Massimo Fini è estremo senza essere estremista.
Fa ancora parte di una generazione di intellettuali (è del 1943) che non ama ostentare tutto il suo sapere in inutili ridondanze, divenuto invece lo stilema dei tanti Sapientino che ricamano il niente (quando va bene).
La sua scrittura è volutamente semplice, tanto minimalista quanto suadente, certe citazioni e riferimenti mostrano tutta il suo sterminato scibile.
Nei suoi lavori traspare sempre una ricerca, un meticoloso studio di base.
La penna di Fini pare dotata di un incantesimo poiché riesce a far rivivere situazioni mai affrontate, luoghi mai visitati, epoche solo studiate nei libri.
I racconti della sua Milano degli anni ’60 o i tu per tu con artisti e personaggi famosi (con aneddoti al seguito) sono sfumature che esaltano il sapore della vita.

Come tutti i geni è un precursore.
Come tutti i geni non è compreso.
Non da tutti, almeno.
Un suo qualsiasi articolo -di 20 o 30 anni fa- è un vaticinio di quanto stia accadendo nei nostri giorni, più preciso (allora) di quanto non lo siano oggi certe baggianate spacciate per giornalismo.
Ha stroncato le ideologie del ‘900 quando queste erano dottrine difficilmente sconfessabili.
Massimo Fini è l’intellettuale più contro dell’intero panorama italiano.
Non insegue il successo e nemmeno è ossessionato dal consenso.
Un cane sciolto, insolente ma anche umano che ha rifiutato di arrampicarsi sugli specchi dell’ipocrisia e della menzogna.
A volte si ha quasi l’impressione che lo scrittore milanese (di adozione), coi suoi paradossi, provochi anche se stesso.
Curiosa -e qui sta la grandezza dell’uomo- la contrapposizione fra il suo smisurato bagaglio culturale e la sua semplicità, le sue debolezze (“Gli uomini senza vizi sono pericolosi”), il suo essere popolare (nel senso etimologico di “appartenenza al popolo”).
Massimo Fini è tutto questo, ma anche molto di più.
C’è il Fini sferzatore di cerchiobottisti, perbenisti, rivoluzionari da bar (che aspiravano a dirigere un giornale) e femministe della domenica.
C’è il Fini kryptonite di suorine, sovrani dell’ancien régime, nuovi predoni e prevaricatori.
C’è il Fini integerrimo ma refrattario al moralismo (celebre il suo Omnia munda mundis omnia sozza sozzis).

Ho aderito anch’io al suo Manifesto dell’Antimodernità.
Non per bieco oscurantismo –questo blog senza internet sarebbe come una promessa elettorale, irrealizzabile e la rete offre tantissime opportunità nei più svariati campi- ma per la condivisione del concetto base: l’uomo sta distruggendo se stesso e ciò che gli sta intorno per degli ideali di crescita e ricchezza assolutamente effimeri e nefasti.
Da parecchio tempo Fini afferma che “Non si produce più per consumare, si consuma per produrre”.
Che l’uso distorto della tecnologia isoli e deprima le persone se ne stanno accorgendo in tanti, Massimo Fini ne parlava negli anni ’80 (erano i tempi dei primi Commodore 64).
C’è chi lo definisce disfattista, chi nichilista, chi nemico dell’Occidente, ma a ben vedere il ribelle Fini pone sempre al centro del suo pensiero l’uomo e la sua condizione.

Massimo Fini è un Maestro (volutamente con la maiuscola), il termine Professore sottintende un distacco sconosciuto alla sua iconografia.
Un Maestro –nella nostra immaginazione- col quale andare a cena (rigorosamente in un’osteria) e parlare fino al mattino della vita, ma sparando pure qualche sana cazzata.
Il tutto innaffiato da un buon rosso.
(Anche se membri del suo entourage mi dicono che Massimo Fini “…beve quasi quasi solo bianco…)

Minchia che roba!

20 Set

E’ giovane, carismatico ed in sella alla sua moto ha appena vinto il suo quinto titolo Mondiale nella classe regina (il settimo in carriera).
Poteva essere l’identikit di Valentino Rossi fino a qualche stagione fa, prima che il campione di Tavullia si abbonasse al quarto posto.
Stiamo invece parlando di Antonio Cairoli detto Tony, messinese (è di Patti), di professione pilota di Motocross.
Lo so, tutti (o quasi) non sapranno di cosa stiamo parlando.
Un po’ quello che successe qualche anno fa ad un congresso di un partito, quando Gianfranco Fini osò pronunciare la parola legalità (vade retro Satana).
Tony Cairoli è al momento lo sportivo italiano più vincente, talentuoso e spettacolare che ci sia.
Proprio per questo è più facile che sia conosciuto il 26esimo straniero dell’Inter anziché l’alfiere della Ktm.
La sua superiorità sugli avversari è quasi irriverente, rende facili cose che decisamente non lo sono.
E’ un mix di classe e coraggio, che affascina (i tifosi) ed è fonte di imbarazzo e frustrazione (per gli avversari).
Punta dritto al record dei 10 Mondiali del grande Stefan Everts (che oggi è il suo team manager).
In inverno –anziché godersi il clima mite della sua Sicilia- passa 2 mesi in Belgio ad allenarsi sulla sabbia.
Si è tatuato la frase “Velocità,fango e gloria” .
La personale sintesi di se stesso.
D’altronde sono dei tipi un po’ strani questi crossisti.
Per rendere ancora più epica la propria agiografia, Cairoli corre (per scelta) con una moto di 350 cc di cilindrata, quando gli avversari hanno delle 450.
In sella da quando era in fasce, lui e la sua moto sono una spiegazione pratica del concetto di simbiosi, mentre la sua grandezza è inversamente proporzionale alla statura (è comunque più alto di Brunetta).

Negli sport a motore il Motocross sta al Motomondiale un po’ come il Rally alla Formula 1.
Pur essendo altrettanto scenografici (forse anche di più) devono accontentarsi delle briciole.
Un mistero irrisolto, come cercare di capire perché Marco Balestri conduca una trasmissione radiofonica.
Potere degli sponsor, si dirà.
Anche, ma non solo.
Per uno strano scherzo del destino (anzi, dell’intestino) sono diversi gli sport ad essere ghettizzati in nome di deliranti precetti legati alle “esigenze televisive”.
In realtà è una conferma del potere dei mezzi d’informazione che creano e soffocano miti a loro discrezione.
Il Mondo ci invidia Cairoli (ha avuto tantissime offerte per andare nel fastoso Supercross Usa ma ha preferito rimanere in Europa) e noi a malapena lo riconosciamo per strada.
Le sue vittorie (anche quelle che valgono l’iride) sono relegate a trafiletti nei quotidiani sportivi.
Giusto, meglio parlare degli amplessi di Boateng con la Satta, dei capricci di Cristiano Ronaldo (Ueeeh, voglio l’aumento!), della forfora al parrucchino di Antonio Conte o delle infatuazioni quindicinali della Federoca Pellegrini.
Pochi invece gli speciali sul tartaro di Moratti.

Già, l’egemonia culturale del calcio.
Siamo arrivati a considerare Enrico Variale un guru dell’informazione sportiva.
E ho detto Varriale, cazzo.
Pendiamo dalla cresta e dagli orecchini di Balotelli.
E quindi siamo messi davvero male.
Chi scrive ama anche il calcio, o meglio amava.
Quando c’erano i due/tre stranieri per squadra, quando si giocava alla domenica pomeriggio e le Coppe al mercoledì, quando la Televisione non si era fagocitata uno sport bellissimo ma talmente stuprato e svuotato della sua poesia da non aver quasi più nulla da raccontare.
Senza perdersi nella notte dei tempi, si rimpiangono gli anni in cui c’era un sapore che ammaliava, oggi la differenza fra il calcio giocato ed un’asettica Playstation è labile.
Anche un luogo sacro come lo spogliatoio è stato violato dalle telecamere, i calciatori devono smadonnare con la mano davanti alla bocca.
“Dottore, non sto bene!”
“Mi faccia vedere le analisi…Ah, lei ha assunto troppo calcio, è necessaria una dieta di sport più variegata”

P.s. A Carnevale voglio travestirmi da Paola Ferrari.
Ho già chiesto all’Enel un impianto mobile trifase a 400 V e direttamente da Fukushima mi arriveranno a breve i trucchi con i suoi colori originali (introvabili).
Sto cercando qualcuno che faccia la parte di Ivan Zazzaroni e Marino Bartoletti.
No perditempo.

Bulimia culturale

6 Set

Siccome Andrea Scanzi è borioso, saccente e pieno di sé (manca niente?Ah sì, giustizialistaqualunquistadisfattista) mi ha concesso questa intervista, pur conscio che i visitatori del blog sono all’incirca lo stesso numero dei lettori del Riformista.
Proprio un opportunista questo Scanzi.
Orgogliosamente esibizionista della propria iconografia, in questo botta e risposta c’è molto dello Scanzi-pensiero.
Provocatore per scelta, eclettico per vocazione, il suo orgoglio ben pasciuto (cit.) gli permette di spaziare a tutto tondo con ironia e sagacia e gestire le critiche a questa presunta iper-attività (in Italia usare il cervello è un vizio capitale).
Quando era a La Stampa, il lungimirante direttore Calabresi lo aveva relegato a seguire il Motomondiale (e poi ci lamentiamo se l’editoria è in crisi).
Diventare il Guido Meda della carta stampata è un torto che non andrebbe fatto nemmeno a Filippo Facci (o forse sì?).
Difficilmente (credo) lo scrittore aretino farà mai il Direttore di un giornale (la sua figura sarebbe svilita), lui è un dispensatore di stimoli per liberare il cervello da usufrutti non graditi, è aduso alla monotonia come lo era Roberto Baggio ai metodi di Lippi.
Scanzi rigetta l’equilibrismo doroteo divenuto lo stilema dell’informazione (!) e della (pseudo)cultura di questo paese e -qualità adamantina- riesce ad indignare facendo sorridere.
Avvertenza:è vivamente sconsigliata la lettura dell’intervista a Pigi(Cerchio)Battista e a Polito il Barbiere di Siviglia.
Non sono state riscontrate tracce di ignavia,pavidità e tautologia.

A 39 anni scrivi per il Fatto, sei ospite fisso in tv (molto apprezzato), il tuo spettacolo teatrale è stato un successo. Dove trovi nuovi stimoli? Solo cercando di andare oltre (Pasolini docet)?
“Se non avessi più stimoli, sarei messo molto male. E di sicuro non farei quel che faccio. Sono culturalmente curioso, bulimicamente curioso. Cerco sempre qualcosa che mi incuriosisca e meglio ancora colpisca. Pasolini è sicuramente una delle mie letture più importanti. Una delle tante. In genere amo gli intellettuali non organici: quelli che dividono, quelli che fanno incazzare ma che ti costringono a pensare. E credo che, leggendomi, un po’ la cosa si intuisca”.
Hai dichiarato che scrivere era il tuo sogno ma che le emozioni che regala il teatro sono impareggiabili. Continuerai in entrambe le attività?
“Senza dubbio, almeno fino a quando avrò idee e un pubblico disposto a seguirmi. Ho già scritto un nuovo spettacolo teatrale, Le cattive strade, dedicato a Fabrizio De André. Lo interpreto con un artista che stimo molto, Giulio Casale. Lo abbiamo messo in scena già sette volte, anche se la tournèe vera e propria – prodotta da Promomusic – partirà da dicembre 2013 per continuare tutto il 2014. E Gaber se fosse Gaber, giunto al momento a 94 repliche, proseguirà fino al 31 dicembre. Se scopri il teatro, e in qualche modo il teatro ti accetta o addirittura ti premia, dal trip poi non esci più: mi sa che anche in questo sono gaberiano. Quanto allo scrivere, siano articoli o libri, è la mia vita”
Stai per scrivere un romanzo (non è una domanda, è un affermazione…). Su cosa?
“Devo correggerti. Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013. Per Rizzoli. Il romanzo non è in cantiere, anche se me lo stanno chiedendo da anni. Al momento è più facile che scriva un terzo spettacolo teatrale che un romanzo, ma spero di riuscire in entrambe le cose”.
Potresti essere il capostipite di una nuova generazione di intellettuali. Ti senti investito da questa responsabilità?
“Hai usato una parola bellissima, che però diventa una parolaccia se te la dici da solo: “intellettuale”. Siano gli altri a decidere. Io mi accontento di essere quel che sono: uno che dice e scrive quello che pensa, senza filtri, e per fortuna ha trovato nel suo percorso chi lo ascolta e si fida di lui. E’ raro trovare una persona a cui resti indifferente. Suscito reazioni estreme, amore oppure odio. Mi diverte molto, ero così anche a scuola. Dev’essere proprio una sorta di tara genetica. Detesto quelli che stanno nel mezzo, gli equilibristi furbini. E in Italia ce ne sono tanti. Troppi. Anche tra i nati nei Settanta, che è poi la mia generazione del tutto e del niente”.
Sul momento attuale: abbiamo toccato il fondo o al (nostro) peggio non c’è mai fine?
“L’Italia tocca di continuo il fondo. Poi ricomincia a scavare. E poi, quando è dentro il tunnel, invece di tentare di uscire si mette ad arredare le pareti. Con comodo, senza sforzarsi troppo. Abbiamo una classe politica orripilante, che somiglia però a buona parte del paese. Soltanto l’Italia poteva sopportare per vent’anni, addirittura con entusiasmo, il berlusconismo e al tempo stesso questa caricatura di centrosinistra. Per parafrasare Gaber, la voglia di rivoluzione non ci ha mai intaccato. O meglio, a qualcuno di noi sì: ma pochi. Sempre troppo pochi”.

Per colpa di chi

3 Set

Il mio amico Ghinoz -sul finale di una bella serata in compagnia- mi ha chiesto di parlare della responsabilità che abbiamo noi italiani sul momento che stiamo vivendo
Non amo scrivere su richiesta ma ho deciso di farlo per due motivi.
Uno, per la stima che nutro in lui, anche quando la pensiamo diversamente (Motomondiale ma non solo).
Secondo, perchè è un tema a cui tengo molto, tant’è che credevo trasparisse in modo eloquente dagli articoli.
Evidentemente non tutti l’hanno percepito.

Asserire che tutti i problemi del nostro Paese siano riconducibili a Berlusconi è superficiale, negare che con quest’uomo siano sprofondati tutti i dettami di una democrazia è innegabile.
Berlusconi ha tanti complici, ma anche tanti elettori.
Noi italiani abbiamo ingoiato e digerito di tutto,senza bisogno di tanta Citrosodina:la Dc (e già basterebbe ad espiare delle pene millenarie),il peggior Partito Socialista d’Europa, le ingerenze di uno Stato estero (il Vaticano) nei nostri confronti, la P2, le stragi impunite, una destra impresentabile anche nei peggiori bar di Caracas, dei ladri a tenerci i conti, la balla dell’Euro.
Manca solo di vedere come Primo Ministro Uan, il pupazzo di Bim Bum Bam.
O un condannato in via definitiva a capo di un partito.
Ops, quello c’è…
Siamo caduti così in basso da rimpiangere il niente che c’era prima.

Il nostro problema si chiama (anche) memoria storica,nel senso che ci manca totalmente.
Dopo il 3° giorno, miracolosamente, i peccati svaniscono.
L’italiano è un perfetto rivoluzionario, al bar.
Quante epiche battaglie combattute a banco.
Scende in piazza e si indigna solo per la squadra del cuore (lì è intransigente), se gli rubano il futuro non solo non oppone resistenza , ma non sporge nemmeno denuncia.
Gli hanno dato fuoco alla casa e lui ha mostrato tutte le stanze, che non si scordassero qualcosa.
L’italiano medio è geneticamente costruito per non ragionare con la propria testa.
Ha ceduto il cervello in usufrutto (gratis, poi dicono che gli italiani siano furbi).
Non abbiamo più nervo (forse non lo abbiamo mai avuto):una reazione come c’è stata in Brasile ed in Turchia -al netto delle violenze, sia chiaro- da noi sarebbe contro natura.
L’ultimo treno è passato con Tangentopoli.
Noi eravamo in ritardo e senza biglietto.
I cambiamenti (positivi e non) ce li devono sempre portare dall’esterno, viviamo all’insegna del “Vorrei ma non riesco”.

Il popolo italiano ha un’attrazione fatale per chi glielo mette nel culo ed una tendenza fanatica ad idolatrare chi lo ha ridotto al pauperismo (dev’essere l’evoluzione 2.0 della sindrome di Stoccolma).
Quando riesce a liberarsene (sempre per merito di altri) il suo masochismo ne fa trovare tout court degli altri, di solito peggiori dei precedenti.
La nostra classe politica è peggio degli italiani, ma la partita finirebbe perlomeno ai tempi supplementari.
Capire chi ha influenzato chi è dura.
Gli italiani (non tutti, ma tanti sì) sono legalitari a casa degli altri, garantisti coi delinquenti e inquisitori degli onesti, pieni di un’ignoranza saccente.
Abbiamo barattato la dignità con non si sa cosa.
In tanti criticano strenuamente certi comportamenti (di chi ci rappresenta), sognando in realtà di poterli compiere.
Quanti sono ancora imprigionati nelle ideologie pur non avendo mai avuto un ideale.
Siamo il Paese che annovera Giuliano Ferrara nella categoria degli intellettuali.

La citazione è di Gaber, geniale e purtroppo un pò inflazionata (in tanti se ne sono appropriati per puro tornaconto senza nemmeno capirla) “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.