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Il Biscione spuntato

14 Ago

L’Alfa Romeo ha recentemente presentato la berlinetta 4C, una compatta sportiva dalla linea mozzafiato.
Per i numeri (ne saranno prodotte 1.000 unità all’anno), per il prezzo (60.000 €) e per le soluzioni senza compromessi adottate (una su tutte la scocca in carbonio, appannaggio finora delle supercar più esclusive), non sarà certo l’ancora di salvataggio della Casa milanese per aumentare le vendite.
E’ però un modello che riassocia le parole sportività ed esclusività al brand del Biscione.
Ad oggi la Casa di Arese (per la cronaca, lo storico stabilimento non esiste più) è una splendida incompiuta.
In un dizionario illustrato il simbolo dell’Alfa Romeo comparirebbe di fianco alla parola rimpianto:
di non vedere la Casa nei fasti che le competono.
L’Alfa Romeo rappresenta ancora – nonostante le scelte suicide cerchino di raggiungere l’esatto contrario – uno dei nostri fiori all’occhiello,un vanto, un sinonimo stesso del nostro paese.
Se la Ferrari è il sogno di tutti raggiungibile solo da pochissimi, l’Alfa è sempre stata l’icona della sportività quotidiana,del piacere di guidare, un Cuore Sportivo che ha scandito (ed unito) la storia di tante generazioni creando un senso di appartenenza nel marchio.
Per capire quanto fossero avanti le Alfa basti pensare che la meccanica dell’Alfetta dei primi anni Settanta (una delle macchine più belle di sempre ed un mio personale feticcio) è stata utilizzata per oltre vent’anni (risultando sempre all’avanguardia) sui modelli che le sono succeduti.Altri tempi.
All’estero l’ammirazione per il marchio sfocia quasi in invidia.

Lanciare dei nuovi modelli ed inventarsi dei nuovi segmenti paiono gli unici antidoti per combattere la crisi del settore.
La Bmw e l’Audi -ovvero le teoriche rivali nel settore premium– si schierano rispettivamente con venti e ventidue modelli (ed altri sono in rampa di lancio).
A cotanta bocca di fuoco teutonica i vertici dell’Alfa (pardon, della Fiat) rispondono con ben quattro modelli.
Non cantate vittoria troppo presto però,due di questi usciranno presto di produzione.
Ed ovviamente non verranno sostituiti subito.
Geniali eh?
Cercate una berlina sportiva, un suv,un coupè,una cabrio od un’ammiraglia?
Non perdete neanche tempo a guardare l’attuale listino della Casa di Arese:non c’è nulla di tutto questo.
Meglio lasciarli alla concorrenza, avranno pensato.
Negli anni Ottanta c’era il genio di Minneapolis (Prince), oggi è rimasto quello di Detroit.
Ed al costruttore Marchionne di costruire dei nuovi modelli non va, lo sapete.
Lui è fatto così.

La recente dichiarazione dell.A.d. del Lingotto “In Italia le condizioni industriali sono impossibili, abbiamo le alternative necessarie per realizzare le Alfa ovunque nel Mondo” è il condensato del suo stile: ondivago, un pò bluff ed un pò minaccia, decisionista per l’assenza di contradditorio, comunicativo per la carenza di buoni ascoltatori.
Fra i tanti regali dell’euro (vedi anche l’articolo N€uropsichiatria https://shiatsu77.wordpress.com/2013/07/30/neuropsichiatria/) c’è quello di aver permesso a tante aziende tedesche di fare shopping nel nostro Paese.
Per tornare a valorizzare l’Alfa Romeo però credo che l’unica soluzione sia questa:a Wolfsburg la pratica del Biscione è sui tavoli da un bel pò di tempo, così come i progetti per rilanciarla.
Un’attenta gestione sulle clausole di vendita (una corretta valutazione del marchio alla Fiat,l’obbligo di produrre ed investire in Italia) permetterebbe di far tornare il marchio nell’Olimpo dei costruttori.

Mr. Maglioncino non ha voglia di scherzare.
Speriamo almeno che i tempi stiano per cambiare.

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N€uropsichiatria

30 Lug

L’estate ed i primi caldi gradirebbero degli argomenti frivoli o divertenti.
Invece parleremo della moneta unica europea, l’Euro.
Per farlo ci avvarremo di un testo imprescindibile per capire cosa ci stia succedendo: Il tramonto dell’Euro del Prof. Alberto Bagnai.
Un’opera che ha il merito di dissolvere dogmi ed assiomi sull’Euro, di dare risposte ai luogocomunisti dell’Euro (cit.) e di far uscire l’euroscetticismo (inteso come moneta) dagli scantinati della considerazione, essendo relegato finora tra il populismo opportunistico e il bipolarismo (economico) di Giulio Tremonti (un giorno keynesiano e quello dopo neo-liberista).
Ci accorgeremo che questa crisi non solo era prevedibile ma (fatto ancor più grave) sostanzialmente voluta.
C’è tutto il Bagnai-pensiero in queste 400 pagine scritte con passione e farcite con un ironia insospettabile per un laureato in Economia.

Robert Mundell, in un suo lavoro, dice che quando Paesi strutturalmente diversi decidono di aggiogarsi sotto una moneta unica, se sorgono problemi, come una recessione mondiale, bisogna che i lavoratori accettino di farsi tagliare i salari, o magari di emigrare in cerca di lavoro.Altrimenti, la moneta unica collasserà.
Beh, facile parlare ora, chioserà qualcuno.
Peccato che il documento risalga al 1961.
“Sono sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica.Proporli adesso è politicamente impossibile (sic.).
Ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno nuovi strumenti”
Sono in tanti fratelli i Prodi, ma questa frase l’ha pronunciata, nel 2001, proprio quel Romano che nel 1997 accompagniò l’Italia nel progetto Euro.
Forse gli è uscita dopo una seduta spiritica, come nel caso del rapimento Moro.
“Come l’Argentina l’Italia affronta infatti una crescente perdita di competitività dovuta a una moneta sopravvalutata, con rischio di caduta delle esportazioni e crescita del deficit di parte corrente. Il rallentamento della crescita peggiorerà deficit e debito pubblico e lo renderà potenzialmente insostenibile nel tempo”.
Così Nouriel Roubini nel 2006.
Dicevamo, per redigere la crisi dell’Euro non occorreva scomodare Nostratradamus.
Bastava un mago Otelma qualsiasi.

Una premessa importante:il nostro Paese, Euro o non Euro, paga la corruzione, il malaffare e la cronica illegalità, un fardello da 60 miliardi all’anno secondo la Corte dei Conti, problematica che Bagnai – pur citandola – credo sottovaluti.
Uscire dall’Euro mantenendo gli sprechi, l’endemica inosservanza delle Leggi (incistata ormai nella mentalità) e le ruberie di oggi non risolverebbe d’incanto tutti i problemi.
Parimenti, anche se per magia togliessimo il fardello di cui sopra restando però con una moneta sopravvalutata e senza sovranità economica, non sarebbe sicuramente l’El Dorado.

Unire in un unico calderone tante economie diverse con il vincolo del cambio fisso ha tolto a diversi Stati una delle poche armi per superare i momenti di burrasca.Ovvero la politica monetaria.
Quando nel ’92 l’Italia entrò in una profonda crisi è perché si agganciò (di fatto) al marco nel cosiddetto Sme credibile (da notare anche la terminologia).
Ne uscì solo svalutando la lira.L’economia ripartì e non contenti della lezioni entrammo nell’Euro (geniali eh?).

Sfido chiunque ad indicare un vantaggio portato dall’Euro, se non quello di evitare di cambiare la valuta nel viaggio a Parigi.
Sticazzi.
A beneficiarne è stato un solo Paese, la Germania (o meglio, le sue esportazioni) e tutto il sistema legato alle multinazionali, essenza del liberismo che il sistema Euro nutre vigorosamente.
Almeno i tassi sono stati bassi, dirà qualcuno.
All’inizio è vero, poi è venuto di moda lo spread e il giochino si è interrotto.
Inoltre aver beneficiato di tassi favorevoli ha fatto più danni che utili: la bolla del debito privato si è creata qui.
L’euro ci ha protetti dalla crisi è un altro mantra che ci siamo sentiti ripetere, demenziale come “L’Italia è il Paese che è uscito meglio dalla crisi” (!).
Ovviamente sono tutte balle:i Paesi che hanno potuto intervenire sui cambi e sui tassi oggi se la passano decisamente meglio.
L’inflazione, un altro argomento tabù per i kohmeinisti dell’euro.
A loro semplicemente diciamo che negli anni ’70 ed ’80 con l’inflazione satanica a doppia cifra che c’era in Italia le famiglie riuscivano a campare con uno stipendio e pure a risparmiare, oggi che è prossima allo zero (perlomeno quella dichiarata) in pochi mettono via dei quattrini.
Ma tutto questo i luogocomunisti dell’euro non lo sanno.
“L’euro è in crisi perché manca un unione politica e fiscale dell’europa e poi è meglio essere governati dall’Europa che dai nostri politici”.
Sulle prime la tentazione di rottamare la nostra classe politica è forte, ma perdere la sovranità economica,monetaria e (di fatto fiscale) non è un alternativa consolante.
Nel dubbio noi abbiam fatto l’en pleinn:tecnocrazia europea e politici all’italiana.
Per la serie two gust is mei che one.
Ergo, non abbiamo interrotto il magna magna (vedete che il tema riappare sempre) ed in più siamo costretti a partecipare ad un gioco dove già sai che perderai (farti comandare a casa tua).
Facendoti pure male.

La moneta unica (Non avrai altra valuta all’infuori di me!) più che un sistema economico è un sistema politico.
O meglio, il braccio armato di un sistema per controllare, creare la crisi e gli shock finanziari in modo da scaricare la svalutazione non più sulla moneta (spiacenti, siamo nell’Euro) ma sullo spread ed a cascata sui salari e sui diritti, veri obiettivi del Moloch-Euro.
La risposta europea al reganismo ed al tatcherismo.
La libera circolazione dei capitali (quando c’erano i vincoli e le restrizioni queste epidemie finanziarie non erano ancora diagnosticabili, ma sarà un caso) ha redatto un nuovo postulato: qualche Paese in cui produrre ad un prezzo più basso lo si trova sempre.
L’attacco ai diritti sociali è iniziato negli anni ’70 proseguendo senza soluzione di continuità fino ai giorni odierni in un crescendo rossiniano.
Una strategia della tensione 2.0.
Licio Gelli può stare sereno:il suo Piano di Rinascita Democratica si sta attuando.
La distruzione dello Stato sociale passa attraverso delle regole assurde di tecnocrati (pareggio di bilancio,rapporti deficit/pil) che azzerano qualsiasi possibilità di crescita e tagliano pian piano tutto quell’improduttivo (per loro) insieme di diritti chiamata welfare.
Che bello immolarsi alla causa in nome del vincolo esterno.
Per i maniaci, andate a rileggervi il discorso alla Camera di Giorgio Napolitano del 1978 sull’entrata dell’Italia nello Sme.
L’unico sussulto di una vita politica.

Si potessero mettere in fila tutte le balle proferite sull’Euro si potrebbe ricostruire il Muro di Berlino.
Complice un’informazione al soldo di questo pensiero unico finora definirsi contrari all’Euro era come bestemmiare in Chiesa.
Il “Ce lo chiede l’Europa” è uno dei paralogismi che ha creato  più danni che Aldo Agroppi sulla panchina della Fiorentina.
Diffidate sempre di queste giaculatorie – imparate a memoria come le poesie alle elementari – dagli adepti del mainstream.
Un esempio:ci chiedono “maggiore flessibilità” e “delle riforme ormai irrinunciabili” per sostenere il mercato del lavoro.
Belle parole, ma che tradotto vuol dire tagli allo Stato sociale e licenziamenti facili.
Aumentare l’occupazione licenziando più lavoratori è come dire che per scaldare meglio la casa d’inverno bisogna tenere le finestre aperte.
Ma tutto questo i luogocomunisti dell’euro non lo sanno.
Perchè hanno ricevuto manforte dal PUDE (Partito Unico dell’Euro, Bagnai docet), un’organizzazione politica trasversale ortodossa ai soloni dell’Europa.

Nel suo lavoro, il Professore  universitario spiega anche come uscire da questo incubo, sfidando i terroristi del pensiero unico che invece vorrebbero far credere che all’Euro non esista alternativa.
In un incontro fece questa bella metafora “Nessuno ha detto che sarà semplice, noi stiamo precipitando con una macchina da una strada ripidissima.Invertire la rotta è molto dura, ma l’alternativa è finire in fondo al precipizio”.
Ha spiegato tutto il Prof. Bagnai:il disegno criminale sottostante, il metodo di attuazione, gli effetti ed anche il modo (corretto) di dire la parola Stop a questo martirio.
Sono sicuro che se mai decidessimo di prendere questa scelta (una cosa saggia in Italia la faremo pure, no?) lo faremmo nel modo più sbagliato possibile.
Quando i Responsabili dei Partiti all’economia hanno questi nomi (e soprattutto questi cognomi) il rischio che il dramma finisca in tragedia è alto.

Nel 1997 ero con i miei genitori a casa di parenti.L’argomento della serata era “la tassa per l’Europa” (pensate, per entrare nell’Euro abbiamo pure pagato).
Un mio zio asserisce – col tono di chi si vuol far dare una risposta rassicurante – “Sempre se ci fanno entrare in Europa…?”
Mio papà – che non è colto, non ha studiato ma è intelligente e pratico – rispose serafico (ed in dialetto) “Tranquillo, i coglioni li prendono sempre volentieri…”

Ai nostri tempi era diverso

27 Lug

La fresca terrazza del Marti è un luogo molto stimolante per filosofeggiare.
Anche in assenza di alcool.
L’altra sera una delle frasi più pronunciate è risultata “Ai nostri tempi era diverso”, un chiaro esempio di dicotomia.
Contiene infatti un elevato tasso di qualunquismo: potrebbe essere proferita da qualsiasi generazione in riferimento alla propria epoca.
I quindicenni di oggi un giorno rimpiangeranno “…i bei tempi degli smartphone…”.
Dall’altro canto, è innegabile che la società attuale – che non si evolve da sola, c’è sempre lo zampino dell’uomo – abbia raggiunto degli eccessi risibili anche da chi non sia in età da Polident.

Più cinica che egocentrica, solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo è ridotto ai minimi termini.
E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce un solipsismo materiale.
Essere adolescenti oggi è oggettivamente più difficile che vent’anni fa, quando già l’edonismo reganiano aveva tracciato dei profondi solchi.
Pensiamo solo al sesso (argomento su cui è meglio preferire la pratica alla teoria, quindi ne parleremo il meno possibile…).
Oggi un ragazzo/a deve combattere contro dei riferimenti (fisici,prestazionali) devastanti.
E’ mormale che persone con meno di trent’anni utilizzino il Viagra?
Curioso poi come sia cambiato anche il modello di femminilità:dalle forme giunoniche di Tinto Brass alla (quasi) anoressia, dalle Fat Bottomed Girls dei Queen alla Taglia 42 obbligatoria.
La (presunta) emancipazione ha in realtà tolto alla donna molti diritti e potere e spesso è stata costretta ad imitare l’uomo (e di conseguenza a rinunciare al proprio io) col risultato (spesso) che “…viene via dal Meeting stronza come un uomo, sola come un uomo.”(cit.)

Io ed i miei coetanei possiamo ritenerci fortunati di aver vissuto l’adoloscenza negli anni ’80/’90 e di essere più grandicelli oggi in un tempo dove vagonate di stimoli ed eccesso di sollecitazioni possono destabilizzare.
Chissà cosa pensa a tal proposito Roberto Speranza?
Meglio non saperlo, direte voi.Avete ragione.

Non è certo la barba o qualche altro pelo che sta imbiancando (nel petto eh, dove credevate?) a toglierci la voglia di sparare le nostre compilation di cazzate.
La nostra generazione – che su tanti aspetti non lascerà il segno – gode ancora (anzi, ne ha bisogno) nel ridere e nello stare insieme.
Abitudini da tramandare.

P.s. Chi avesse un pò di tempo (quindi tutti voi) lasci un commento nel link sottostante indicando la cosa che rimpiange di più del passato (anche recente) e a cosa invece non rinuncerebbe della società attuale.
Dalle risposte potrebbe uscire o un nuovo articolo o il nuovo Segretario del Pd.

L’hanno detto alla televisione…

14 Giu

Chi l’onestà intellettuale non l’ha relegata nella lista degli optional e sul tema dell’informazione è cocciutamente intransigente, rischia – parlando della Televisione – di non brillare per originalità.
Occorre anche attenzione a non passare per khomeinisti che vedono la Tv come un anatema.
Il problema non è la televisione in sè, ma come è gestita e cosa è diventata: uno strumento di manipolazione di massa.

Si potessero mettere in fila tutte le balle che escono dal tubo catodico si riuscirebbe a cablare l’intero Paese e tre quarti della Croazia.
Fra omissioni, menzogne, invenzioni, notizie non date (o diffuse in modo errato) o diversivi atti a distrarre (le vacanze dei vip, i cappotti dei cani, il maggio più freddo degli ultimi 650 anni…) sono stati creati dei perfetti etere-dossi, persone portate al guinzaglio che hanno la stessa capacità di ragionare in proprio che aveva Ambra Angiolini ai tempi di Non è la Rai.
Il paragone (a tema) risulta anche utile a ripassare il concetto di osmosi.
A Biscardi è concesso da più trent’anni di effettuare i suoi scgupp (sarebbero gli scoop nella sua lingua madre), alla preparatissima Barbara D’Urso e al coriaceo Massimo Giletti sono dati in pasto – da indottrinare –  le anime buone sul divano della Santa domenica all’italiana.
Cronaca di una morte annunciata.
Quella dell’informazione.E del cervello di ognuno.
Pensate, siamo il Paese che ha dato la possibilità a Giuliano Ferrara di condurre una trasmissione in prima serata su Rai 1.
Questo è successo 2 anni fa.
Quando Giuliano Ferrara era già Giuliano Ferrara da un pò.
La frase “I l’an dit a la televisiun…” (“l’hanno detto alla televisione…” per chi non mastica il dialetto) è una giustificazione in bianco, la citazione di un dogma (non si contraddice, è così in quanto tale) che eleva la televisione a nostra guida.
Orrendo, peggio che ascoltare una canzone di Giusy Ferreri.

L’elettrodomestico più famoso al mondo ha pure cambiato le nostre abitudini.
Quando ero piccolo la prima serata iniziava alle 20,25, poi si è arrotondato ad un più canonico 20,30.
Ancora qualche anno e passiamo alle 20,45 – fa più figo – ed anche le sacre partite di pallone hanno modificato l’orario della Funzione.
Si sale ancora e si tocca quota 21,00, ma non basta.Et voilà, si arriva alle 21,15.
Qualcuno dirà:è stata la società a dettare i nuovi orari.
Più facile il contrario e ci gioco l’asso di briscola.

Non è solo un male italiano, sia chiaro.
Solo che noi nelle nefandezze vogliamo eccellere.
Il brutto è che ci riusciamo.Sempre.
Quel vecchio apolide feticista del Guido ritorna dalle sue peregrinazioni con degli aneddoti curiosi (per gli amanti dei viaggi il suo http://www.viaggiovero.com è il top).
Raccontava che in Azerbaijan non solo vivono col mito dell’Europa (attenzione, non l’Occidente in senso lato, proprio l’Europa), ma arrivano ad inseguire come chimere la Spagna e l’Italia (sic).
Il masochismo è una pianta che cresce ad ogni latitudine.
Per fare annusare al popolo bue un pò di benessere occidentale si sono inventati le  parabole ed i decoder gratis per tutti, un trompe l’oeil in digitale.
Lasciate che i vostri cervelli vengano a me…
Altro oratore, altro Paese.
Riferiva un sacerdote in missione nel poverissimo Brasile del nord (al ritorno si è spretato, ma questa è un’altra storia) che quasi tutte le case sono dotate di collegamento ad internet e parabola (ridaje!):in una zona dove mangiare tutti i giorni non è sinonimo di monotonia, la commistione fra povertà e tecnologia è un cocktail che produce dei danni esiziali.
Una sirena che conduce tanta povera genta dritta negli scogli.

Per essere al suo capolinea la televisione è ancora in gran forma.
Se ne deve essere accorto anche Beppe Grillo (di lui e del M5S parleremo più avanti).
La lodevole intenzione – più utopistica che rivoluzionaria – di radere al suolo questa televisione forse non può prescindere dal combatterla dall’interno.
L’assenza dalla tv ha pagato a febbraio – era diventato il convitato di pietra degli odiati talk-show – ma è stata una delle cause del calo (innegabile) del suo Movimento.
Rinunciare ad apparire nel piccolo schermo – dove regna incontrastato il mainstream – rientra negli atti di autolesionismo a cui Grillo non riesce a rinunciare.
Non votano solo gli internauti.Chiedete a Berlusconi.

Nell’indimenticata Indietro Tutta Arbore cantava “Il padre al figlio…tu nella vita comandi fino a quando c’hai stretto in mano il tuo telecomando…”
Chi ha in mano il telecomando più che comandare è il primo dei telecomandati.

Semplicemente Max Gazzè

24 Mag

Da tempo non mi tuffavo a capofitto in un album come ho fatto (e sto facendo) con l’ultimo lavoro di Max Gazzè, intitolato Sotto Casa.
L’omonimo singolo presentato nella kermesse sanremese è un’autentico colpo di genio, una provocazione tanto orecchiabile quanto profonda.
Riesce a far convivere sotto lo stesso tetto le scudisciate (ai dogmi e agli integralismi) e l’apertura mentale al diverso.
Un pezzo destinato a lasciare un segno indelebile.

E’ indubbiamente un album molto Max Gazzè.
Chi si aspetta delle evoluzioni stilistiche o dei trasformismi (spesso fini a se stessi) resterà forse deluso, ma è la dimostrazione che quando c’è la qualità non è obbligatorio  ricorrere (spesso è un alibi) al cambiamento, che di frequente fa rima con straniamento.
In più, tutti i lavori del cantautore romano trasudano personalità e sono densi di originalità intrinseca.
Le sonorità risulteranno abituali a chi ha già ascoltato Gazzè e piacevolmente coinvolgenti per i neofiti.
Si parla di amore – quindi di gelosia, di rimpianti e di serenità – ma anche del nostro tempo e della spiritualità in varie declinazioni.
Oltre alla hit Sotto casa da citare anche i pezzi E tu vai via e La mia libertà, anche se stilare una classifica diventa arduo, essendo il termine pezzo riempidisco sconosciuto dal vocabolario dell’artista romano.

Qualsiasi altro cantante con la sua estensione vocale (modesta) e con una zeppa (vocale) indossata con orgoglio sarebbe improponibile.
Spontaneamente alternativo, per vocazione più che per scelta, Max Gazzè incarna quella categoria di artisti in cui il talento (purissimo) non è direttamente proporzionale al successo.
Raffinato, senza sconfinare nell’élitario , di questo artista prima ammaliano le sonorità (Max è anche un’ottimo bassista), poi stuzzica nutrirsi dei suoi testi, che etichettare come poesie non è affatto un delitto.
Come tutti i cavalli di razza è difficilmente catalogabile (alternative rock,musica d’autore,pop rock?).
Rappresenta l’ultima generazione dei talentuosi pre-Reality, quindi prima dell’avvento dei virtuosi dell’ugola, delgli urlatori ad ogni costo, delle voci strozzate da simil-gargarismi.
In più l’artista romano le canzoni se le scrive da solo (anzi, in un sodalizio col fratello Francesco).
E la differenza non è da poco.

Il suo aspetto e la sua prossemica sembrano sinceri a comunicarci che il baffuto cantautore viva e stia proprio bene in un suo mondo parallelo, non distante dal nostro ma sempre parallelo e dopo i concerti, le interviste e le esibizioni abbia voglia di tornarci.
Ascoltandolo dal vivo tracima rock più di quanto non traspaia dagli album, come se la sala d’incisione produca in lui un effetto edulcorante alla carica adrenalinica.

A 46 anni pare non aver ancora raggiunto il suo parossismo (e noi siamo contenti).
Sempre un grande, Max Gazzè.

Eppure esistono

9 Mag

In un dizionario illustrato questo articolo comparirebbe accanto alla parola contraddizione.
Se invece fosse una figura retorica sarebbe un antinomia, con i personaggi più che in cerca d’autore in cerca di se stessi – o meglio a smentire se stessi – ed a minare le nostre di certezze.
Con i protagonisti di cui sotto la logica diventa opinabile, l’inspiegabile l’assunto, l’incoerenza la regola.

C’ho un’aziendina
Uno s’immagina l’intricato mondo imprenditoriale, divenuto una giungla dove nemmeno il talento e l’intraprendenza sono sufficienti a lasciarti fuori dalle secche.
Poi ti appare davanti lui e se la prima domanda è “Fa veramente l’imprenditore?” la seconda ha il sapore amaro della mancanza di risposta “Come ha fatto a fare fortuna?”
Il pressapochismo è il suo stilema, avrebbe le stesse possibilità di farsi assumere in una qualsiasi azienda privata di quelle che ha Filippo Facci di vincere il Premio Pulizer.
All’innovazione preferisce l’elusione, è adeguato a condurre un’azienda come Taormina a presiedere una Commissione Parlamentare (eppure entrambi lo hanno fatto).
La causa del suo anatema (le tasse troppo alte) è proprio il suo obiettivo primario (evaderle).
Anche questi personaggi votano.Provate a dire per chi?
In palio un maglioncino (infeltrito) di Marchionne.

Faccio cose,vedo gente.
“Che lavoro fai?”
La domanda è semplice, la risposta non così scontata.
Non quando di fronte hai questi personaggi, sfuggenti quanto enigmatici, più complicati che sofisticati.
Questi autenti fenomeni – rispondendo con una supercazzola degna del miglior Nichi Vendola – riescono nell’impresa di non far comprendere assolutamente nulla di quello che hanno detto.
Non si capisce che mestiere facciano (non lo sanno nemmeno loro), sono sempre in viaggio per andare non si sa dove, impegnatissimi nel loro lavoro (quale?) ma già pronti con un nuovo progetto (il nulla 2.0).
Il problema (più tuo che loro) è che infondono la sensazione di cadere sempre in piedi.
Ti chiedi come facciano a saltarci fuori (è il buon samaritano che è in noi a domandarlo), ti rispondi che in un modo o nell’altro ce la faranno.
Anche meglio di te (il samaritano ha lasciato il posto al paraculo).

Ma che buoni propositi!
In genere è un professionista – un medico, un avvocato, un ingegnere (niente contro le categorie, sia chiaro)- ma potrebbe essere un qualsiasi dipendente.
La Repubblica indossata sotto il braccio è il totem per esibire il suo antiberlusconismo, condizione che gli permette di essere moralista ma anche puttaniere,legalitario dunque evasore, integerrimo di conseguenza affarista.
Come tutti quelli che non hanno niente da nascondere è ossessionato dalle intercettazioni (da un recente sondaggio pare sia la più grossa preoccupazione degli italiani, seguita dagli alligatori che spuntano dal Wc) e da tutto quello che può minare la sua privacy (omnia sozza sozzis).
Le stesse ossessioni paventate dal Cavaliere, a cui attribuisce tutti i mali del Paese (non tutti, i tuoi amici piddini lo hanno aiutato).
Il suo mantra è “Berlusconi ci ha rovinato (ok, sei partito bene), Bersani invece ha mostrato un senso dello Stato altissimo a non andare al voto anticipato” (certo, così ha potuto fare 2 Governi col Cavaliere e farlo resuscitare altrettante volte.Chapeau.)
Incarna l’autoassoluzione tipica della Chiesa, che critica ma frequenta.
I bunga bunga erano ripugnanti, ma solo perchè coincidevano con le sue fantasie erotiche che saltuariamente confessa – corroborate da altre porcate – alle proprie impiegate.
E’ disgustato anche dalle tangenti che hanno ridotto al lastrico il Paese, le stesse che ha pagato ed intascato pure lui.
Max Gazzè cantava oramai una quindicina d’anni fa “Ma andate a cagare voi e le vostre bugie…”

Complottista sarà Lei!

12 Feb

Continua imperterrita la tendenza a far apparire la realtà distorta, a dare alle parole (e ai fatti) un significato diverso – spesso opposto – da quello corretto.
Dici che la massoneria abbia influenzato pesantemente ( e continua…) la storia italiana?
Sei un complottista (la Strategia della tensione questa sconosciuta) .
Sostieni che i mezzi d’informazione omettano ed inventino notizie financo creino allarmi infondati secondo un disegno preciso?
Sei un cospirazionista.
Affermi che dietro le scelte politico-militari ci siano sempre interessi economici in ballo?
Il solito qualunquista visionario.

Chi asserisce ciò si può dividere in due categorie: coloro che lo fanno pro domo sua (i fatti li conoscono bene, sono solo in pesante conflitto d’interessi) e quelli che invece con il loro comportamento non fanno altro che rafforzare le tesi di cui sopra.
Più creduloni che realisti, disinformati quanto superficiali mascherano un’insipienza di fondo con una fanciullesca innocenza.
Riescono ad appassionarsi solo ai processi di Corona o di Michele Misseri , sono riluttanti alla politica ,all’attualità (al netto del gossip di Studio Aperto) ed ai suoi scenari perchè “Noiosa, tanto io non cambio niente“.
Sono desiderosi d’apprendere quanto Antonio Cassano di allenarsi.
Senz’accorgersene (a loro capita spesso…) fanno apparire tante persone normali (una razza in via di estinzione) come dei divoratori di trame occulte a caccia di fantomatiche Spectre del male.

Tra vedere dei complotti ovunque con fisime da dietrologi incalliti e non accorgersi del fuoco nemmeno quando la casa è andata completamente bruciata, forse sarebbe meglio percorrere una strada lastricata di notizie, buon senso e voglia di conoscere i fatti.
Informarsi, leggere, documentarsi non fa vivere meglio.
Forse proprio il contrario.
Perchè ti rivela i fatti,tutti.
Perchè ti costringe a pensare,a riflettere, a metterti in discussione.
Ma è l’unico modo per togliere l’usufrutto di terzi (non desiderati) dal nostro cervello, di ragionare con la propria testa (che guarda caso è il motto del blog)

Un passaggio di Maudit dei Litfiba “Di notte voglio ballare nella stanza dei bottoni…”
(Andate a rivedervi il video, è del 1993 ma sembra oggi).

Certe notti l’alba è chiara

1 Gen

Il 2012 musicale italiano è stato incentrato (molto) sulla querelle fra Vasco Rossi e Luciano Ligabue.
Costruita o voluta che sia , racconta bene lo stato di salute del panorama musicale italiano:non di certo scintillante, pur non essendo moribondo.
Non vogliamo entrare nel merito della polemica – inutile e sterile come i loro ultimi pezzi – ma prendere spunto per affrontare questi due artisti che hanno accompagnato e caratterizzato -con le loro colonne sonore- diverse generazioni.

Le origini.Vasco è un figlio degli anni ’80 (Albachiara è del 1980,Vita Spericolata del 1983) e degli eccessi di quegli anni che lui stesso ha alimentato e subito.
Un edonismo corroborato da un evidente attrazione per lo sballo.
Personalità complessa,anche fragile (alcuni testi sembrano molto autobiografici) ma un talento purissimo unito ad innato marketing della propria immagine maledetta (gli incidenti in auto,l’arresto per droga,il carcere).
Vasco è piaciuto perchè è stato spontaneo, non costruito.C’è chi ha raccontato di averlo visto pasteggiare a whisky prima di uno spettacolo (che si sarebbe tenuto al pomeriggio).
La scintilla con le persone normali, della strada, magari gli ultimi – che condividevano gli stessi problemi e stati d’animo – è stata una naturale conseguenza.
Ligabue è esploso nel decennio successivo.
E’ stato l’autore di un rock più didascalico, dai suoni semplici ma comunque graffianti ed accattivanti (perlomeno nei primi album).
Si è inserito nel solco lasciato tra la musica sfacciatamente ribelle dei Litfiba e quella melanconicamente contro del Vasco stesso.
La sua immagine risultava fresca:voce grossa,look vagamente indiano,stivaletti,capello lungo (e un pò bisunto) ma con  un sorriso coinvolgente  da bravo ragazzo che lo faceva piacere sia alla figlia che alla mamma.
Rochettaro si, maledetto no.Questo suo ecumenismo diventerà un tratto distintivo, un suo stilema.

Il trionfo, poi…Un’argomento che costantemente anima le discussioni degli appassionati è capire quando un artista abbia perso la propria vena creativa.
Tutti i cantanti hanno il loro album capolavoro, bisogna poi capire come gestiscono i successivi.
Per Ligabue questo ha coinciso con Buon compleanno Elvis del 1995 la cui hit Certe notti per ammissione dello stesso cantante correggese “Non mi ha più permesso di fare certe notti”.
Dopodichè un’involuzione che lo ha portato allo straniamento di se stesso.
L’aria sempre più nazionalpopolare,da rocker edulcorato per ampliare i consensi, un Bruce Springsteen de noantri.
Se indicare la magnum opus di Vasco è più complicato si può invece asserire che l’ultimo grande album del Blasco è Nessun pericolo per te datato 1996.
Quelli successivi, se non fossero stati targati Vasco Rossi, sarebbero passati nel dimenticatoio, pieni di “oohh” e “eehh“.
Il cantante di Zocca ha faticato a mantenere così a lungo la propria iconografia.
Quando le candeline sono 60 il rischio di diventare caricaturali è alto.
Parimenti un Vasco più riflessivo è meno credibile, dopo che per tanti anni è andato al massimo.
Le sclerate degli ultimi anni (difendibili come una gaffe della Fornero) tradiscono forse questa contraddizione d’animo (e qualche effetto collaterale di sostanze varie).
Se un’alieno scendesse sulla Terra ed ascoltasse un’intervista di Vasco Rossi – con i suoi “cioè” e “capito” usati come il sale in cucina – difficilmente crederebbe che lo stesso possa aver scritto certi gioielli.
Luciano Ligabue sotto questo punto di vista è decisamente più ammaliante, si lascia decisamente ascoltare.Con il rischio però di tracimare e diventare un predicatore.
Un rischio alimentato anche dalla sua agiografia, fra libri,film e mega-concerti autocelebrativi (alcuni ottimi altri decisamente infelici).

Per entrambi la sintesi migliore viene del mitico Sabba “Ma quando ascoltano le loro ultime canzoni si piaceranno?”

Vogliono spezzare una Lancia

6 Dic

Essere coerenti smentendosi ad ogni dichiarazione è un antinomia che riesce solo a pochi eletti.
Uno di questi è il preparatissimo Sergio Marchionne.
L’ultima boutade del manager italo-canadese ha avuto per soggetto la Lancia, il cui marchio “verrà ridotto o eliminato” perchè “non tornerà quella che era una volta, oggi ha un appeal molto limitato”.
Lo stratega col maglioncino ha deciso:niente nuovi modelli, solo dei copia-incolla con delle affascinanti Chrysler, che riescono nell’impresa di far rimpiangere la Duna e l’Arna.
Come dire, non ti faccio morire di fame ma non ti dò neanche da mangiare.

Si appresta quindi a chiudere una delle più storiche (è del 1906) e prestigiose Case automobilistiche italiane ed i principali giornali cosa dicono?
Niente, assolutamente niente.
Non ce la fanno proprio a dare una notizia,nemmeno quando non occore scomodarsi a trovarla.
Questa era già pronta e confezionata.
E’ proprio più forte di loro.

In una bellissima intervista al Fatto Quotidiano,l’ex pilota Miki Biasion (che a bordo della Lancia Delta ha vinto il Mondiale Rally nell’88 e nell’89, ultimo italiano a vincere l’iride)) ha raccontato benissimo la parabola della casa torinese.
Da sempre sinonimo di eleganza,tecnologia stile e raffinatezza senza mai perdere di vista le prestazioni e una certa dinamicità,la Lancia ha fatto la storia dei Rally:la Lancia Fulvia Hf,la Stratos,la 037 fino all’S4 e alla Delta sono delle pietre miliari delle competizioni.
Proprio la Delta Integrale – che faceva man bassa di titoli in tutte le categorie – era il sogno proibito dei giovanissimi, la scelta degli appassionati ma anche degli avvocati financo dei calciatori.
Roberto Baggio – per festeggiare il Pallone d’oro del ’93 – se ne fece regalare una dall’Avvocato:una versione gialla e decisamente personalizzata (ho avuto la fortuna di vederla).
Capito l’appeal
Negli anni ’80 (quelli della Milano da bere) la Lancia battagliava – grazie alla riuscitissima Thema – ad armi pari con la Mercedes e la Bmw.
Farsi la Thema, magari la versione Turbo, significava aver raggiunto un certo status.

Poi una serie di decisioni tra l’incomprensibile ed il tragico, hanno portato la Casa torinese prima all’oblio poi all’agonia.
L’ultima sentenza è stata un colpo al cuore per tanti lancisti e per tutti coloro che non vogliono perdere un’altro pezzo della nostra storia industriale.
Com’è pieno il libro dei rimpianti delle nostre case automobilistiche:per storia,blasone ed immagine l’Alfa e la Lancia sarebbero le rivali per antonomasia delle Bmw e delle Audi.
Invece devono accontentarsi delle briciole.
L’accanimento terapeutico per difendere l’italianità delle nostre aziende ha prodotto questi risultati.
Meglio sperare – come è avvenuto recentemente per l’Audi con la Lamborghini prima e la Ducati ora – che arrivi qualcuno che veramente creda a queste aziende.
Alla Volkswagen non vedrebbero l’ora di aumentare l’appeal e per far tornare il marchio quel che era una volta.

Non tutti i Marchionne comunque vengono per nuocere.
I soliti bene informati pare che diano quasi per certo il lancio sul mercato di un nuovo prodotto: Chiama la Neuro Beghelli.
Si tratterebbe di un dispositivo sofisticatissimo che ad ogni dichiarazione (di chiunque) diciamo così “strampalata”, automaticamente – grazie ad un sistema brevettato – avviserebbe il più vicino Reparto di Neuro Psichiatria prenotando un’ambulanza per un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Garanzia di 5 anni contro le reiterazioni di intervista.
Quando si dice il made in Italy.

Farai carriera…

27 Ott

Siete preoccupati della crisi?Non trovate lavoro?Non siete valorizzati in azienda?Qui c’è la soluzione.                                    
Ecco le 4 categorie anti-crisi per eccellenza.Leggete con attenzione ogni profilo e sciegliete quella che fa al caso vostro.
Un’altra simpatica attività è collegare ad ogni figura i nomi dei vostri colleghi.Scoprirete dei lunghi elenchi.

Il leccaculo lobotomizzato: le caratteristiche improcrastinabili per far parte della categoria sono avere un encefalogramma pressochè piatto,una capacità di ragionare con la propria testa pari a quella della Flavia Vento e l’orgoglio di Sandro Bondi.
Non importa se queste importanti qualità siano ataviche o il frutto di un duro lavoro. 
E’ altresì richiesta una grande resistenza alla fatica:muovere la lingua in senso rotatorio, sussultorio ed ondulatorio non è un affare da principianti.
In questo sempre più numeroso club, le eccellenze si distinguono dalla massa nei momenti di incertezza,durante i vuoti del potere, quando sta cambiando il padrone ma ancora non lo si conosce.
Difatti non c’è cosa più difficile che leccare dei culi in movimento.
                                                                 
Il fanatico:è invasato, costantemente sotto pressione,sicuramente frustrato.Trasuda l’arrivismo più bieco da ogni bottone della camicia(rigorosamente con le iniziali).
Ha un solo obiettivo in testa:il budget.Ed ogni metodo, lecito o non, è buono.
Vorrebbe motivare ma per lo più sparge tensione, cerca la leadership ma trova compatimento.
Vorrebbe fare il simpatico, coinvolgere, ma senza il potere (conferitogli) non se lo cagherebbe nessuno.
Lo stile è quello che è – i modelli infatti  sono Marchionne, Briatore,Moggi – ed ogni gesto – anche il più semplice – lo fa diventare caricaturale .
E’ vittima di uno stress a cui non può più fare a meno.
Non ha paura degli scontri ma soffre l’ironia.

Il camaleonte:essere vivente presente a tutte le latitudini che si è adattato a tutti i climi (aziendali).                                   
E’ considerato pericolossisimo per il mix fra l’indubbia intelligenza (machiavellica), la cupidigia e l’assenza di scrupoli, il tutto mascherato in un’iconografia da faccia d’angelo.Tende ad assumere le sembianze che meglio gli permettono di raggiungere il proprio scopo, spesso riuscendo ad ingannare gli stessi vertici che lo hanno scelto,lanciato e premiato. 
Al bisogno cambia idea dall’oggi al domani, o sostiene concetti fra loro in antitesi con la stessa naturalezza con cui la Fornero commette una gaffe.
Precursore nello sciegliersi gli alleati come nel disfarsene (“Me ne andrò un minuto prima del terremoto” disse Il Grande Vecchio in Romanzo Criminale). 
Gli studiosi sono ancora dubbiosi se questo comportamento sia limitato al campo lavorativo o si estenda anche alla vita privata anche se un bipolarismo così sfacciato pare non sia un tratto tipico di questo rettile. 
La definizione che meglio lo caratterizza rimane ancora oggi il passaggio della canzone Gli Spari Sopra di Vasco Rossi (1993)”Voi abili a tenere un piede quà e uno là, avrete un avvenire certo in questo Mondo qua, però la dignità dove l’avete persa?”

La regina del ribaltabile:ecco il modo più veloce ed indolore (anzi, tutt’altro…) per aumentare le quote rosa nelle aziende.
Forse Paolo Guzzanti pensava anche a loro quando ha coniato il termine mignottocrazia.
Decisamente più brave sotto che sopra una scrivania, producono in genere sul lavoro dei danni esiziali data la scibile decisamente limitata.
Odiate da tutti (e soprattutto da tutte) posseggono un’arroganza direttamente proporzionale al numero delle persone a cui si sono concesse.Evidentemente darla al capo fa curriculum.
Sono la dimostrazione vivente di come nella stessa azienda si possano svolgere mestieri differenti.
Il loro è molto antico.