Archivio | Politica RSS feed for this section

Solo qualche domanda

7 Giu

Subissati dagli echi della Sacra Versione Ufficiale di quella che dovrebbe chiamarsi informazione, siamo ancora alla ricerca di una voce che ne giustifichi l’etimologia.
Oddio, qualcuna ci sarebbe, ma il suono, forzatamente flebile dato il numero esiguo, è come se sparisse nel mezzo di una gola di una catena montuosa.
Districarsi nel marasma dell’informazione è complicato, nel dubbio (specie all’inizio) meglio depennare, cercare la roba da eliminare (quella buona solo per pulire il pavimento o il cesso), individuare i prezzolati araldi e riservargli i sentimenti che meritano i prezzolati araldi.
Se volete un tema dirimente che smascheri subito i pennivendoli dagli opinionisti, non c’è niente di meglio che l’Euro e quello che ci sta dietro.
Argomento assolutamente tabù (o meglio, dogmatico) fino a qualche anno fa, ora il contraddittorio serve a mostrare quanto siano retrogradi ed incoscienti quelli che osano a metterlo in discussione.
Salvo rare eccezioni le diatribe però sono sterili perché al solito non vanno oltre, e parlare dell’Euro senza affrontare il mandante è inutile.

Di seguito qualche petulante domanda per far venire a galla le menzogne e le ipocrisie targate politica.

Perché forze che si dichiarano di centro-sinistra (riassumo per ragioni di spazio) lasciano che i temi della sovranità economica, dell’interesse nazionale e della salvaguardia dello stato sociale siano appannaggio quasi esclusivo di forze principalmente di destra (riassumo ancora per ragioni di spazio)?
Perché ancora queste forze di centro-sinistra si ostinano a difendere col coltello fra i denti il sistema Euro con tanto di levata di scudi per l’UE, per l’american way of life e per tutto ciò che odora di libero mercato, globalizzazione, finanza e deregulation?
Perché le forze di centro-sinistra omettono la lezione delle forze bolivariane del Sud America (quelle sì, di sinistra) che della sovranità economica, dell’interesse nazionale, della salvaguardia dello stato sociale e soprattutto della lotta al neo-liberismo, ne hanno fatto i loro capisaldi?
Forse perché queste forze di centro-sinistra hanno scelto proprio il mercato a discapito del popolo e fa loro estremamente comodo che i portavoce del dissenso siano forze con una certa propensione all’autoritarismo.

Passiamo all’altra (teorica) sponda: perché le forze di destra (riassumo sempre per ragioni di spazio) pongono al centro dei loro rinnovati programmi elettorali la sovranità economica, l’interesse nazionale, la salvaguardia dello stato sociale, argomentando il tutto con encomiabili studi e dati inconfutabili, ma nella loro invettiva non compare mai la punta della piramide, ovvero il neo-liberismo?
Perché queste forze di destra ora alzano la voce ma prima quasi all’unisono alzavano solo la penna firmando e ratificando tutto ciò che gli veniva ordinato di firmare e ratificare?
Forse perché queste forze di destra del liberismo (alias sistema di potere) ne vorrebbero un’altra declinazione, più vicina ai propri interessi ma che temo non coincidano comunque con gli interessi del popolo.

Parlavo del mandante e l’ho già citato un paio di volte.
L’Euro ed i suoi diabolici ingranaggi altro non sono che l’artiglieria pesante di quel mostro chiamato neo-liberismo.
Il mostro da abbattere oggi è quello.

Annunci

Libertà provvisoria

29 Feb

Accodarsi a parlare dell’argomento di cui il mainstream vuole fortemente che si parli non rientra esattamente nel protocollo del libero pensatore.
Difatti è una delle attività predilette dagli elettori del PD.
Sui diritti civili due anni fa – in tempi di pax romana – scrissi questo articolo (http://shiatsu77.me/2013/10/18/mamma-ho-perso-il-papa/) perché mi andava di scriverlo, senza che i tempi fossero dettati da improponibili burattinai.
Ma siccome di famiglia hanno parlato proprio tutti non posso esimermi dal (ri)dire la mia.

Partiamo dalla cronaca.
Ma non l’avete ancora capito che al PD delle cosiddette unioni civili non gliene frega proprio un bel cazzo?
I temi che premono veramente a questa maggioranza (come a tutte le maggioranze del passato) vengono realizzati nello stesso tempo in cui nascono i funghi, cioè dalla sera alla mattina: con i diktat del capo, con la celere e servile risposta della truppa, con le facce combattute della presunta minoranza che vota sempre e comunque come gli ha ordinato il padrone (ma con dissenso, aggiungono loro, puvret…).
E di solito le loro urgenze non coincidono con gli interessi della collettività (mi scuso per il pleonasmo).
Eppure abbiamo assistito a parecchie scenette del genere nel tris di Repubbliche.
E avete ancora dei dubbi sulla trama?
Al PD faceva comodo andare avanti il più possibile con queste merolate, per distogliere l’attenzione da altri casini e da altre patate bollenti (la cui lista è lunga più o meno come l’elenco telefonico di Arezzo).
E viene usata come vittima sacrificale una questione certamente importante, seppur non la più impellente.
La versione originale del DDL Cirinnà era complessivamente una buona legge, anche sulla discussa stepchild (un inglesismo, strano) perché di fatto avrebbe regolamentato e tutelato una situazione familiare esistente.
Ma il primo a non crederci era lo stesso PD (vecchio giochino della politica quello di fingere di sostenere quello che in realtà si vuole azzoppare, siano leggi o candidature) che ha dato la colpa al M5S di voler far saltare il banco, coi pentastellati al solito talentuosi a lasciare la scaltrezza nell’armadietto del bagno.

Allargando il cerchio, due sono i concetti cardine da tenere appuntati se non si vuole essere portati a spasso con l’anella al naso.
Il primo è evitare di cadere in una delle tante trappole tese dal Pensiero Unico, cioè quella di sposare in toto la tesi opposta della parte che disprezziamo col risultato di farsi beatamente incasellare e quindi essere più controllabili (divide et impera).
Lo so, con certi teocon la tentazione è fortissima.
Il secondo è che il potere dominante in tutte le faccende dirimenti che riguardano la collettività ci mette lo zampino
Pro domo sua.
Decidere di vivere con la persona amata (dello stesso stesso o di quello opposto), prendere decisioni sulla sua salute se questa ne è impossibilitata e in caso di trapasso destinarle i propri averi è la cosa più logica ed umana che ci sia.
Chi poi ancora crede che l’omosessualità sia una malattia sarebbe meglio che prima facesse curare la propria: sono consigliabili dosi di ketamina da 750 mg alternate con l’elettroshock.
Parimenti reputo però fastidiose le inutili ostentazioni della propria sessualità (qualunque essa sia) in stile Gaypride, manifestazioni che più che sensibilizzare l’opinione pubblica cementano ancor di più l’arcaico e volgare assioma gay uguale checca.
E’ invece incivile che qualcuno non permetta (o proprio impedisca) di realizzare ad una persona la propria volontà, volontà che riguarda due individui adulti e vaccinati.
L’incazzatura diventa tracimante scorgendo i profili di questi moralizzatori della mutua: pericolosi come tutti quelli che ragionano per dogmi e che si rifanno ad entità astratte, loro aggiungono un’apertura mentale che a confronto nel Seicento erano più emancipati.
Sono (anche) quelli che ben pensano: quelli che la notte non si può girare più, quelli che vanno a mignotte (e a trans) mentre i figli guardan la tv, per citare l’omonima canzone.
Pregni di ipocrisia, fanatismo, sussiego e malignità come solo un bigotto può essere.
Al buonsenso rispondono con l’oscurantismo, quando intravedono un’apertura mentale iniettano tutto il loro repertorio di stantia consuetudine pensando che serva da sigillante, omettendo che non tutti i cervelli e le anime sono a tenuta stagna ed ammaestrati come i loro.
Quindi non si scorge all’orizzonte nessun motivo che gli arroghi il diritto di decidere cosa ci sia di decoroso o di indegno nel modo di vivere di altre persone capaci di intendere e di volere.
Non mi dilungo sulle ingerenze della Chiesa e del Vaticano perché quando tocco l’argomento divento ripetitivo, volgare e blasfemo.

Premesso che a buona parte di questi novelli inquisitori non farei crescere nemmeno un criceto, ritengo che un bambino debba avere un papà uomo ed una mamma donna.
L’amore e l’affetto indiscutibili che una coppia omosessuale può dare ad un bimbo non sono sufficienti a compensare l’assenza di una delle due figure, imprescindibili a mio avviso.
Faccio l’avvocato del Diavolo ed ammetto che sì, è vero, piuttosto che in un orfanotrofio circondato da preti e suore o da altre discutibili figure, un fanciullo è meglio che viva con una coppia gay.
Ma partire da situazioni limite è fuorviante, allora ragionando per paradossi e considerando la guerra come il male peggiore, tutti gli altri frangenti della vita – siccome migliorativi – sarebbero da ritenersi idilliaci.
Quando non è così.
Non si può partire da una fattispecie e su questa legiferare.
Ho l’impressione che le adozioni siano una sorta di diritto di rivalsa degli omosessuali per tante (troppe) angherie e ghettizzazioni subite dove la parte meno considerata però risulta essere il bambino stesso.
Più che diritto la vedo quasi come un capriccio, una ripicca.
Ecco, se parliamo poi di utero in affitto anche a cercare col lanternino di diritti proprio non ne saltano fuori poiché si tratta solo di una meschina pratica di sfruttamento della donna.
Un crimine.
Se è in vendita, pardon, in affitto (termine quanto mai usato alla cazzo di cane) anche la maternità beh, siamo già al game over.
Non so se esista qualcosa di più intimo della maternità.
Stupisce che una certa fronda progressista non percepisca la tecnica trompe l’oeil che cela invece l’estremizzazione del consumismo e della mercificazione di due individui.
Pasolini l’aveva capito oltre quarant’anni fa che il liberismo sobillava la massa con le presunte libertà sessuali, ma lui era un genio.
I femministaioli militanti (Gaber docet) dovrebbero insorgere per questo abominio anziché per le amenità in cui si sono specializzati.
E invece diventano correi dell’umiliazione di donne spesso in stato di povertà.
Correi della trasformazione di bambini in oggetti da aggiungere al carrello con un clic.
Correi di questo nuovo vezzo delle classi sociali ricche (difatti quando c’è da farsi compatire i Vip non tradiscono mai).
Correi della solita intromissione del capitale sulle persone.

Giù la maschera!

8 Feb

In questo Carnevale – più che cercare un inedito travestimento per celebrare lo sberleffo-capolavoro o la goliardata deluxe – potrebbe essere divertente levare a qualcuno la maschera che indossa tutti i giorni e mostrarlo per quello che è realmente.
Ne uscirebbero personaggi oltremodo caricaturali, involontarie parodie, trattati sul paraculismo e sulla manipolazione dell’opinione pubblica.
Opinione pubblica talmente poco abituata a generarsi da sola che entrerebbe in un’aporia.
O forse c’è già entrata.
Ve ne sarebbero a bizzeffe di soggetti da sgamare, l’elenco qui sotto mi sembra sia rappresentativo della situazione contingente.

1) E’ il rispetto per le istituzioni che mi impone di partire dal Primo Ministro ed io non mi tiro certo indietro.
Cosa pagherei per vederlo – lui, così perennemente (ed inutilmente) tronfio e gasato più di una Seven Up – vestito da cameriere ossequioso (le camicie bianche nel guardaroba non gli mancano) alla cena dei nuovi liberisti e tecnocrati (sì, proprio quelli che ogni tanto finge di voler sfidare), col capo chino e coi muscoli del collo contratti causa inchini & vassoi, mentre cerca di emergere fra la ridda di suoi simili (pella ‘ccente).
Senza dimenticarsi di contare il numero dei silacchi partiti durante i “Sissignore” proferiti ad ogni piè sospinto.
E se la realtà superasse la fantasia?

2) Recentemente c’è stata una manifestazione (sic) che gli organizzatori (sic) dicono abbia toccato i due milioni (sic) di partecipanti (decisamente meno invece per la Questura e per il Simap).
Lasciamoci guidare dall’immaginazione: giusto per ipotesi, cosa penserebbero (scusate, mi ero dimenticato che…), cosa direbbero (sì, forse dovremmo esserci) questi lucidissimi e rubicondi manifestanti se scoprissero che quella piazza – gremita più di bigottismo che di persone – avesse ospitato adulteri ed adultere, cornuti e cornute, puttanieri, bagasce, acquirenti di bambini sul mercato nero, bisessuali, molestatori, genitori incestuosi, pedofili,frequentatori di trans, mariti violenti, padri biologici di figli non riconosciuti, scambisti, magnaccia e maitresse di proprie figlie?
Per qualcuno la famiglia (argomento troppo importante per lasciare a questi qua l’esclusiva) è tanto una maschera quanto un’armatura di ferro nella quale celare ed intrufolare ciò che realmente sono.
E fanno.

3) Ricordano da vicino gli archeologici antifascisti di pasoliniana memoria perché o si divertono a combattere un nemico che non c’è più (il coraggio non si compra al supermercato o su Amazon, ed il vero nemico ringrazia sentitamente) o una pletora di battaglie la cui scala va da inutile a condivisibile ma che esclude sempre quelle imprescindibili, quelle vitali.
Sono i conformisti degli anticonformisti, vorrebbero giocare alla rivoluzione ma da pessimi esegeti delle istruzioni, diventano manodopera sapientemente strumentalizzata del Potere: la distrazione di massa è servita.
Le loro cause partono da punti fermi e talora inconfutabili, ma naufragano per il loro integralismo (confuso per spirito ribelle), per la loro arrogante pavidità e per la volontà del Potere di servirsi di loro.
Vorrebbero abbattere un sistema “conservatore” (e per tante ragioni come dargli torto), ne generano un’altro altrettanto esiziale.
Non lo ammetteranno mai, ma il Pensiero Unico ha fatto centro pure con costoro.
A sconfessare anche solo uno dei loro precetti si rischia lo stato di messa in accusa per omofobia, razzismo e sessismo.
Sotto la loro mise (a volte radical, a volte chic) sembra che sia perennemente indossata una camicia nera.
Rifarsi alle nobili origini non basta per continuare a portare avanti la dinastia.

4) Romano, non mi ha mai catturato (sì, ti do del tu, è ora di finirla con questa reverenza).
Non che io abbia doti taumaturgiche o extra-sensoriali, assolutamente.
Ma tu sei uno che durante una delle fasi più drammatiche della storia repubblicana partecipò ad una seduta spiritica, dalla quale uscì miracolosamente (se no che seduta spiritica sarebbe) il nome Gradoli.
Sfortunatamente le sedute spiritiche di allora erano prive del navigatore satellitare e vagli a spiegare che l’indicazione giusta era la Via e non il paese.
Sei uno che da Presidente dell’IRI diede il là alla privatizzazioni che sancirono la deindustrializzazione del Paese.
Sei uno che da Presidente del Consiglio affrontasti alacremente il conflitto di interesse berlusconiano (nel senso che non facesti proprio nulla), che modificasti la legge sull’abuso d’ufficio e sui testimoni nei processi penali (riassumo per questioni di spazio), che nominasti come Ministro della Giustizia un tal Clemente Mastella e che introducesti i contratti Co.co.co, ovvero gli antesignani del precariato.
Chiudo col tuo capolavoro, l’entrata nell’Euro fra sacrifici necessari e dichiarazioni in pompa magna per santificare la moneta unica.
Ecco, vedi, con uno dotato di cotanto heritage proprio non sono mai riuscito ad avviare una corresponsione di amorosi sensi, non so se mi capirai.
Ed oggi cosa fai?
Afflitto pure tu da kossighite , sancisci mestamente il fallimento del progetto Euro (incredibbile eh?) e biasimi le politiche imperialiste dei tedeschi (ma dai, strano, non c’erano mai stati segnali in proposito prima).
I tedeschi hanno almeno un tomo di difetti, ma i Trattati sull’Unione Europea li hanno letti.
E si vede.
Oggi che non ricopri più ruoli istituzionali è facile stigmatizzare e denunciare quanto avvenuto allora.
L’uomo della strada, proprio perché della strada, ti risponde serafico “Ma tu c’eri e non hai detto e fatto nulla, anzi eri d’accordo”
Esatto, tu c’eri, non hai detto e fatto nulla, anzi eri d’accordo.
E tanto per cambiare ci abbiamo rimesso noi.
Tra i capisaldi dell’esercizio del potere c’è quello di far propinare scelte poco digeribili alla squadra più presentabile delle due, guidata da un leader che rassicuri il popolo sotto l’egida della retorica ecumenica.
Sempre questione di maschere, appunto.

Tu chiamali se vuoi… situazionisti

27 Dic

La politica in sé e per sé non meriterebbe commenti per evitare di darle anche un solo anelito che possa non dico fortificarla, ma pure mantenerla in vita.
Ma queste due storielle permettono di identificare i due architravi che ancora la sostengono: certi elettori e certi intellettuali (elettori pure loro).
Ed entrambi tifosi.

Storiella 1
C’era una volta un fiero (e anche un pochino altezzoso) elettorato che da qualche anno masticava amaro per la presenza di un pericoloso energumeno al Governo.
(Che in realtà si trovava al Governo anche perché i partiti di quell’elettorato erano bellicosi solo nei talk show.Siete già confusi eh?Ed il bello deve ancora venire).
Quell’elettorato per prima cosa si chiedeva come un tipaccio così smaccatamente impresentabile potesse ricevere tanti voti.
Dubbio lecito, tant’è che l’altro elettorato (del pericoloso energumeno, intendo) soffriva di un’evidente nicodemismo:a parole nessuno o quasi lo votava, dentro la rassicurante cabina elettorale qualcuno di più.
Torniamo al nostro, di elettorato, che era giustamente preoccupato: la storia, la loro storia, gli aveva insegnato di diffidare di questi personalismi della politica.
Oddio, anche loro avevano avuto i loro “personaggi” forti, ma dalle quelle parti – sostenevano – c’era partecipazione, preparazione e senso democratico.
E allora giù in piazza a far battaglie contro l’abolizione all’articolo 18, contro l’appropriazione indebita dell’apparato istituzionale, contro l’occupazione dell’informazione, contro la mignottocrazia, contro l’aziendalismo e la mercificazione della politica, contro i tagli lineari (ripetete con me:lineari) alla scuola, alla sanità, agli enti locali, alla giustizia e alle forze di polizia.
Cazzo, si dirà, ma quello di prima era proprio un pazzo scellerato.
Mica finita, i nostri elettori schiumavano di rabbia per tante leggi ad personam e per quelle bavaglio per bloccare magistrati e coraggiosi giornalisti e financo per vedere un Parlamento di nominati (quando andava bene) e pregiudicati (l’immunità a loro serviva per davvero).
Avevano come l’impressione (avevano) che gli interessi del Paese e dei loro cittadini (quelli normali) non li curasse nessuno.
Ma dopo un pò (sorvolando sui metodi o sarei più logorroico di Furio in Bianco rosso e Verdone) al potere ti arriva un tipetto che pensa di risolvere tutto lui a colpi di PlayStation e di slogan da venditore anni Ottanta di enciclopedie, uno di quelli che avrebbe solo potuto fare fortuna in politica e che anche senza essere seguaci di Cesare Lombroso già alla prima occhiata (ma anche alla terza) sembra comportarsi esattamente come chi l’ha preceduto.
La stessa mistificazione della realtà e le stesse balle sesquipedali, proferite solo con la metà degli anni rispetto al predecessore/padre putativo.
Osservandolo meglio si nota addirittura che laddove il ducetto vecchio aveva fallito, quello giovane (di fatto un suo surrogato, un epigone al metadone) riesce a portare a compimento le sue porcate, grazie ad un’iconografia mendacemente fresca ed innovatrice a ad una stampa così servile che certe lisciate di pelo e leccate di culo non si ricordano dai tempi del Ventennio.
Il Bruto era stato costretto al suo ingresso in politica esclusivamente per difendere i cazzi propri e per pararsi il culo e già che c’era, con quello che rimaneva, dava una mano al Sistema Dominante.
Quello nuovo invece pare completamente intriso dalla smania di comando, fattispecie che lo conduce dritto dritto nel palmo del Sistema Dominante.
Il vecchio arnese un giorno davanti allo specchio – mentre si faceva la tinta con l’asfalto drenante si iniettava del Saratoga sotto la borsa degli occhi (ed anche sotto la borsa) – esclamò “Ma fosse arrivato prima, fa quello che voglio io e non devo neanche più sbattermi, alla mia età.Certo che le racconta grosse pure lui, ahahah!”
L’elettorato è stato folgorato dal nuovo che avanza (che di nuovo può avere al massimo i calzini o qualche acconciatura) e il suo messianismo è stato nutrito e solleticato a dovere.
Si sono visti numerosi travasi dall’altra tifoseria: quando per anni si è stati abituati a venerare l’omino al Governo si sente il bisogno di continuare nell’opera della propria professione di fede.
L’immagine è lassù, luminosa tanto da produrre un riverbero, di più, una scia luminosa: ha le sembianze del nuovo Premier che parla alla Nazione (col rapporto di due cazzate ogni parola) ma in realtà è un immagine simbolica, una rappresentazione del Potere.
L’agognato Potere.
Non si criticava l’avversario in quanto tale ma per la sua posizione (invidiata) di dominio.
Non era un problema di idee e valori (assenti prima come adesso), ma di uomini e di partito.
Quello che prima spaventava ora rasserena.
Ciò che ripugnava ora inorgoglisce.
Quelli di prima truffavano, quelli di adesso chiedono dei sacrifici per il nostro futuro.
Se prima era svolta e deriva assolutistica, adesso è balsamico decisionismo.
Se prima erano tagli (lineari,ricordate?) ora sono ancora tagli (e sempre lineari), ma dalla regia dicono per combattere gli sprechi (oltre al Governo vi sarete accorti che sono cambiate anche le regole della semantica).
Qualche promessa elettorale (chiaramente irrealizzabile, se no che promessa elettorale sarebbe?) detta al posto giusto nel momento giusto, una compilation di supercazzole prematurate inneggianti all’happy ending ripetute h24 ed un’immagine un pò meno criminale et voilà, guarda come ti migliora l’umore dell’elettorato.
Ecco, solo quello, perché il resto rimane tale e quale (i miracoli veri non li fa nessuno).
Il loro oppio è diventato l’ottimismo, il nemico della Patria chi emana pessimismo e negatività (cioè osa ragionare col cervello acceso).
Adesso lo so che qualcuno di voi si sarà fatta l’idea che le persone descritte non sono altro che dei servi di partito ammaestrati, gente che intellettualmente e moralmente non merita alcuna stima.
E vi dò ragione.
Perché è esattamente quello che penso io.
In molti casi non sono delle cattive persone, ci mancherebbe.
Ma il rispetto va meritato.

Storiella 2
Come dev’essere un intellettuale?
Libero, coraggioso, non organico, profondo.
Cosa deve fare?
Stimolare e mettersi in gioco, raccontare il bello e soprattutto il brutto, andare oltre, anticipare, intuire (prima degli altri), trovare le cause ed i rimedi, aprire la mente al suo pubblico.
Pungolarlo e provocarlo, quel pubblico.
Pasolini si autodefiniva comunista (ma qualsiasi etichetta evapora al cospetto del suo genio), eppure il PCI ed il tessuto sociale che lo contornava erano tra i primi destinatari delle sue invettive (Valle Giulia è la più famosa e insieme la più strumentalizzata, ma l’elenco è decisamente nutrito).
Gaber era un acutissimo anarcoide apolide pure lui della catalogazione, tendenzialmente con affinità a sinistra, peccato che in Polli d’allevamento (smaccatamente, prima in forma più composta) esondò tutta la sua nausea per quello che era divenuto conformismo, vomitando in faccia al suo pubblico che tanti di loro lo avevano stufato e che non gli piacevano più (eufemismo, il Signor G era giustamente molto più violento).
Ed erano gli anni Settanta, gli anni dell’ideologia, dell’appartenenza, dell’essere obbligatoriamente ed inevitabilmente schierati, anche e soprattutto da parte degli artisti.
Montanelli invece era un uomo di destra (di quella destra che forse non è mai esistita e mai esisterà), ma quando Berlusconi decise di prendersi l’esclusiva dell’elettore conservatore lui esercitò la clausola del diritto di recesso affermando “Se vince Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile nei prossimi 50 anni per motivi di decenza”.
Non cadde nel sofisma di dover accettare aprioristicamente l’autoproclamata leadership del Cavaliere sulla destra italiana.
Tre intellettuali che criticavano anche ciò che teoricamente gli era affine.
Tre intellettuali, appunto.
Il passaggio di consegne tra il vecchio affabulatore ed il nuovo imbonitore ne ha smascherato altri di (presunti) intellettuali, relegandoli alla categoria dei cortigiani.
Il loro pedigree à la gauche gli ha sempre permesso di godere di un credito spropositato, ma adesso i nodi vengono al pettine.
Per andare al comando si sono fatti piacere “la sinistra che sa vincere”, dove la parola chiave della frase è vincere, mentre quella fuoriluogo è sinistra.
Urlavano tutto il loro livore ed il loro astio contro chi voleva sfasciare “la più bella Costituzione del Mondo” (e le cose belle non si devono sfasciare) ma ora è il loro silenzio ad essere assordante, visto che hanno pensato bene di sparire, di nascondersi o di sorreggere la propaganda dei nuovi quarantenni al comando.
Che ci sono quasi riusciti a sfasciare quella Costituzione (fra una pletora di altre disgrazie).
Delle due l’una:o mentivano prima o sono codardi adesso.
La lingua di questi camaleonti opportunisti un tempo era petulante e corrosiva e si divertiva a seminava irriverenza al potere costituito(si), ora lascia solo tracce di bava e saliva.
Il loro senso critico e la loro vena artistica si sono sopite come le loro battute, ora declinate in sermoni e intemerate degni di bolsi soloni.
Hanno la coscienza politicizzata, pur di vedere issata la bandiera coi colori giusti (ma coi valori sbagliati) hanno barattato ciò che un libero pensatore non dovrebbe mai cedere:l’onestà intellettuale.
Un tempo erano incendiari, ora girano con l’estintore a caccia di fiammiferi accesi e per spegnere i propri rigurgiti rivoluzionari (possono stare tranquilli, quindi) o qualche frase scappata in un lapsus freudiano in ricordo dei bei tempi che furono.
Con un indomito spirito battagliero (prima) – refrattario a qualsiasi critica e protetto da una superiorità morale autoreferenziale – non volevano spodestare il vecchio padrone, ma solo sostituirlo.
Con il loro, peraltro in una versione decisamente sottotono.
Così sottotono da assomigliare tremendamente a quelle losche figure che negli anni d’oro additavano come nemico o male assoluto.
Chissà cosa avrebbero detto, gli intellettuali della (fu) intellighenzia, se si fossero visti in questa edizione anche solo una ventina d’anni fa.
Chissà in che modo si sarebbero contestati.
Chissà quanto si sarebbero vergognati.
L’acqua che non si vuole bere ci si affoga dentro, recita un vecchio adagio.
Loro stanno bene, perché quell’acqua adesso li nutre e li rinfresca.
Ad affogare è stata solo la loro credibilità.
E pare che l’abbiano sacrificata senza troppi rimpianti.

Tutto il tifoso renziano minuto per minuto

12 Lug

Pur essendo a tutti gli effetti ancora un prototipo (ma l’omologazione è imminente) circola già sulle nostre strade in un nutrito numero.
La sua peculiarità è di consumare pochissimo, di questi tempi una vera manna dal cielo: pensate, si accontenta di 80 € per una legislatura.
Parliamo del tipico esponente dell’ala più oltranzista del tifo renziano.
Se l’elettorato berlusconiano era affetto da un evidente nicodemismo (a parole nessuno o quasi lo votava, nelle urne qualcuno di più) ora quello renziano più devoto (cioè una buona parte degli ex berlusconiani) non solo ostenta il proprio credo ma si immola pure in un sano proselitismo, convinto com’è di aver contribuito a dare un colpo di spugna al torbido passato.
Praticamente si sentono dei piccoli Mastro Lindo: che potenza, che splendor!
Da sempre l’elettore italiano è sedotto e abbandonato, ma qui entriamo in una nuova dimensione.
Se negli Anni Ottanta il voto di scambio si imperniava su baby pensioni ed assistenzialismo in versione deluxe oggi l’architrave sono i tweet e gli slogan a profusione.
L’annuncite è il metadone dopo il berlusconismo.
Si è fatto proprio furbo l’elettore del Terzo millennio, sì.
Mica lo freghi più come prima.

Grazie agli ultimi ritrovati sui semi-conduttori (sia della televisione pubblica che di quella privata) sono riusciti a trasformare quell’ultimo pizzico di riottosità ai ducetti e alle dittature moderne in opportunità.
Quello che prima spaventava ora rasserena.
Ciò che ripugnava ora inorgoglisce.
Se prima era svolta e deriva assolutistica, adesso è balsamico decisionismo.
Quando certe brutte cose le compivano gli altri, il nostro supporeter da curva Sud era incupito ed intristito, stava male per la democrazia; ora pur di vedere il proprio partito vincere lo scudetto quelle brutte cose non solo le giustifica, ma le invoca pure.
“Come si cambia, per non morire, come si cambia, per amore” (del potere).
Solo poco tempo fa il renzian-militante-integralista era il sostenitore di una rottamazione quasi francescana (da non confondere con Franceschini), adesso – dopo l’osmosi coi colonnelli del partito – eccolo bell’è che anchilosato allo scranno del potere senza nemmeno passare dal via (e nemmeno dalle urne, ad essere precisi).
Ai fatti risponde con la speranza (non la sorella di Roberto), all’evidenza preferisce applicare massicce dosi di happy ending, sulle critiche spruzza ottimismo, che fa rima con fideismo.
Certo, il progettista ha indubbiamente lavorato sapientemente ma il nostro prototipo era già predisposto bene di suo, è bastato un fine lavoro di cesello amalgamando con sagacia quello che già c’era.
Ha sempre sentito il bisogno di identificarsi in qualcosa od in qualcuno, è più forte di lui.
Deve farsi incasellare, etichettare, stereotipare: cosa c’è di meglio della politica?
Monoteista convinto (religione, certo, ma sono previste declinazioni nel mercato, nel progresso e nella tecnologia), ha un latente messianismo (che esula anche dalla fede) che gli fa ingoiare (senza bisogno d’acqua) la favola dell’Ultima Speranza.
Peccato dicessero così della DC (a proposito, bentornata, ma ne avremmo fatto volentieri e meno), di Craxi (che ha inaugurato il personalismo nella politica), poi di Berlusconi (che ha inaugurato i cazzi propri nella politica), ma anche dell’Ulivo, di Veltroni (questa col senno di poi è esilarante, ma anche col senno di dieci anni fa), di Monti che ha salvato l’Italia (il commento più adatto è inibito dall’articolo 724 del Codic Penale, meglio rifarsi in privato).

Oggi, l’elettore trinariciuto della “sinistra” che sa vincere (e che vuole solo vincere), sorride a pensare che qualcuno potesse essere un bersaniano: per favore ditegli che sta ridendo di se stesso.
L’ingegnere che ha curato la parte informatica ci ha confessato che l’eprom della sua centralina non accetta una mappatura contenete valori di onestà intellettuale.
Al nostro elettore-fan(atico) hanno assegnato diversi copioni, tutti luccicanti del niente: nello svolgimento non è andato fuori tema, peccato si sia fatto piacere i titoli.
Nietzsche sosteneva che l’importante non è sapere, ma capire.
Loro sembrano ancora alla ricerca di una terza strada.
Pungolati a dovere, nel loro parossismo affibbiano l’epiteto gufi a tutti quelli che provano a ragionare con la propria testa.
Simbolismo per simbolismo, loro ricordano i pappagalli e le pecore.
Un certo B.M. – uno che di ventenni se ne intendeva visto che fu lui ad inaugurarlo in Italia – asseriva che “Come si fa a non diventare padroni in un paese di servitori?”

Il ricettario dell’Euro

10 Lug

L’economia condiziona pesantemente la nostra vita pur trattandosi – anche armandosi delle più nobili intenzioni – di un argomento decisamente pallosetto.
Affidarsi agli inserti di certi giornali economici potrebbe risultare vano, visto che le fenomenali penne riescono a sbagliare le previsioni anche a fatto avvenuto.
Meglio allora adottare un approccio scanzonato, alternativo , naif.
Prendiamone atto, agli italiani interessano più i programmi di cucina (che hanno occupato la Tv quasi come Renzi&Salvini) della fenomenologia della moneta unica europea.
E allora proviamo a cercare di spiegare l’Euro come fosse una ricetta.
Per entrare meglio nella parte si può comunque indossare il grembiule (sul compasso e sulla squadra vige invece la libertà di coscienza).

1.Si prende uno Stato con qualche buona potenzialità ma gestito maluccio tra inefficienza, corruzione e sprechi;

2.Con una mano glielo si fa pesare dall’alto della morale calvinista e luterana e con l’altra lo si seduce facendogli vedere l’Eldorado del libero mercato e comunque ammonendolo ruffianamente che oramai non esiste più alternativa;

3.La classe politica di quel Paese (dei ricattabili servi dei poteri forti che pensano solo a loro stessi) inizia con un incessante proselitismo menandola per bene con la storia del senso dell’Europa (una glassa sdolcinata e stucchevole ma necessaria) ed una volta che il Paese ha fatto i suoi bei sacrifici per entrare nell’Euro prosegue la prima fase di seduzione con l’aumento del debito privato, che inizialmente la gente scambia per la bella vita tanto agognata, tanto per far avvalorare la scelta;

4.Però col forte debito privato e con altri scompensi causati da un cambio insostenibile i saldi con l’estero (su alcune confezioni troverete la dicitura partite correnti) iniziano a scricchiolare e mettiamoci una bella crisi finanziaria (ovviamente causata oltreoceano) e una contrazione dell’economia globale ed ecco che inizierà a lievitare il già corposo debito pubblico in rapporto al Pil (il Pil sta all’economia come i pomodorini pachino alla cucina, è un pò dappertutto);

5.Si usa il debito pubblico per soccorrere quello privato, ma nei libri sacri dell’ortodossia eurista (inconfutabili come le ricette della nonna) il debito pubblico è Mefistofele e mentre il famigerato spread inizia a salire i prezzolati giornalisti di quella nazione sono divisi fra l’insostenibile leggerezza della leccata al Pensiero Unico dominante ed il non capirci un cazzo e si ritrovano magicamente uniti a tessere le lodi di Sua Maestà l’Euro e a lapidare i reietti euroscettici;

6.I chierichetti del liberismo ed i soloni di Bruxelles (e palazzi limitrofi) hanno la soluzione, loro le chiamano riforme, ovvero tagliare la spesa pubblica, i servizi, privatizzare le aziende di Stato e togliere i diritti ai lavoratori ed aumentare l’età pensionabile per poter creare disoccupazione, cioè abbattere i salari;

7.In altre cucine si sarebbe svalutato un pò la propria moneta, sostenuto l’acquisto dei titoli di Stato con la Banca Centrale e finanziato con interventi diretti l’economia reale (come si chiamava quel tale…sì…Keynes) ma ora c’è il ristorante Euro con il suo menu un tantino rigido, quindi si deve aggiungere al punto 6 l’ingerenza sulla presunta classe dirigente (che definire inadeguata è poco) per spingerla (o meglio costringerla) ad emanare manovre draconiane che colpiscono i ceti più deboli oltre a quella paghetta al contrario che deve sempre essere versata a mamma Europa (per stare male vuoi non pagare?);

8.In questo modo quel Paese esce dai guai?Nenache per sogno, lo sanno tutti, con queste manovre lacrime e sangue si salvano i creditori grossi (ricordate quelli che titillavano per farli entrare?) e si affossa ancora di più l’economia di quel povero Stato perché volutamente si abbattono i consumi interni (sembra un mondo al contrario: prima li hanno sostenuti ed ora li contraggono) col risultato di farlo entrare in una spirale senza ritorno (o quasi) visto che l’austerità porta solo altra miseria, ma l’importante è spaventare il popolo paventando guai ancora peggiori di questo e silenziare quei petulanti personaggi che vorrebbero tornare alla loro moneta;

9.Adesso quella nazione è totalmente ricattabile, quel poco di buono se lo sono presi con le privatizzazioni ed è giunta l’ora di fare anche un po’ di shopping con le aziende private superstiti (che verranno ulteriormente smantellate e spacchettate) e col parco immobiliare (i più fantasiosi possono aggiungere il patrimonio artistico e quello naturalistico);

10.Ora, con il famelico sistema capitalistico globale più satollo di prima e con quello Stato completamente ricoperto di merda, la ricetta può dirsi felicemente conclusa.

E qui comando io e questa è casa mia

7 Lug

Per un sadico gioco (che le vittime ovviamente accettano perinde ac cadaver) più ci raccontano la giaculatoria sulla libertà e sulla democrazia dell’Occidente, più ne veniamo privati un pezzettino alla volta (dà meno nell’occhio).
Una classica meta-dichiarazione che sottindende qualcosa di sinistro.
A pensarci bene è una situazione grottesca, un pò come se uno si mettesse ad ammirare a bocca aperta dei fuochi d’artificio sparati davanti alla propria casa e dietro avesse uno stuolo di ladri che gliela svaligiano.

L’impianto ultraliberista si fonda su vari precetti, uno di questi è il There is not alternative di tatcheriana memoria, traducibile con un maccheronico O così o Pomì o con un popolare O mangi questa minestra o salti la finestra.
Il Pensiero Unico di questo delizioso mostro economico ti obbliga quindi sia ad accettare tutto di quel sistema sia a non desiderare nemmeno una parte (magari quella buona) della concezione degli altri.
I dogmi hanno quell’antico vizietto lì, ma in fondo piacciono per quello (non avrai altro Dio all’infuori di me).
Già, perchè se qualcuno avesse preso un pò di coraggio e non avesse letto i giornali mainstream (quindi se fosse informato) ed osasse dissentire dalla dottrina della globalizzazione e del PIL a prescindere e financo cercasse una via alternatriva, beh, verrebbe tacciato – a seconda della luna e se il vento tira da ponente o da levante – di nazionalista, bolscevico, fascista, antimodernista, nemico dell’Occidente, reazionario, rivoluzionario, eversivo, sovversivo, anarchico e disfattista.
Noterete che alcuni di questi affettuosi epiteti sono l’uno il contrario dell’altro: potrebbero almeno mettersi d’accordo gli esegeti della Modernità…

Qualche settimana fa il Presidente della Bolivia Evo Morales è andato nella Fossa dei Leoni della Bocconi ed ha esposto questo concetto: da noi le scelte non le fanno la Banca Mondiale o il FMI, ma i boliviani.
Non si tratta di “fare cambio di sistema” con loro, ma di plaudire una tesi talmente semplice ed inappuntabile da divenire di utopistica realizzazione.
Pensate, le scelte economiche di una nazione prese senza le ingerenze e le prevaricazioni di multinazionali, di lobby, squali della finanza e camarille.
Praticamente l’anticristo per l’American Way of Life.
E così oggi siamo preoccupati se qualche forza politica (Syriza, Podemos, M5S) non è gradita al mercato.
E per far contento il mercato preferiamo soffrire noi (perchè il mercato è fatto un pò così).
Dei filantropi 2.0.
Abbiamo permesso di gestire l’economia mondiale a persone a cui sarebbe pericoloso anche solo affidare i soldi del Monopoli.
Più che fra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori (categorie che un senso ce l’avrebbero ancora, ma che sono a loro volta strumentalizzate) dovremmo iniziare a capire chi è a favore dell’uomo inteso come essere umano e chi no, chi ha cuore i diritti delle persone e chi no.
Ed individuati i secondi, levarli gentilmente dalle balle.
O dai coglioni, che suona meglio.

E poi c’è l’esito del referendum in Grecia.
La vittoria del NO ha saputo far resuscitare la (quasi) defunta Autodeterminazione dei popoli.
Tsipras ha mostrato che uno statista non deve vivere di slogan, smargiassate e supercazzole ma di scelte strategiche.
Certo, poteva (e doveva) mostrare più coraggio uscendo dall’Euro, ma questa mossa è un bello scrollone al Pantheon eurista e capitalista.
Il caso del paese ellenico è un copione didascalico dell’assurdità dell’Euro (e di tutto il modello che la moneta unica rappresenta).
Quello di un paese con delle inefficienze diffuse (ma che facevano comodo ai calvinisti e luterani paesi del Nord) attratto dall’Eldorado della moneta unica, dove le crisi e gli shock finanziari non sono elementi esogeni ma strutturali per fare accettare scelte diversamente irricevibili (finchè c’erano le limitazioni alla circolazione dei capitali queste cose non accadevano).
Sarebbero le famose riforme strutturali, quali tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola ed ai servizi pubblici.
Quello dell’abracadabra dei conti truccati, con tutti gli attori (crediamo) che conoscevano il trucco.
Quello delle scelte che sono apparse subito più folli che draconiane, perchè il creditore ha tutto il vantaggio che il debitore sopravviva (ne vade il suo credito) e non che esploda.
Quello del debito servito a far rientrare le grosse banche dalla loro esposizione (speculativa) e non a rimettere in sesto una nazione che che da una situazione di merda sprofonda ancora (accadde la medesima cosa da noi nel 2011).
Quello di un paese che agganciandosi ad una valuta forte firma la propria condanna (Italia 1992, Messico 1994, Argentina 2001).
Gli obiettivi che finora l’Euro ha raggiunto in pieno (non applauditelo, è un tipo riservato) sono l’abbattimento dei salari, l’aumento della disoccupazione, il taglio al welfare e la scomparsa della piccola e media impresa.
L’è tutto da rifare (cit.)
La Grecia è diventata un laboratorio, come lo fu il Cile di Pinochet, la Jugoslavia degli anni Novanta o la strategia della tensione nei nostri anni di piombo.
Nella vita le scelte sono importanti ma anche il tempo in cui vengono prese (vanno fatte quando si ha ancora un minimo di potere contrattuale e non quando si è alla canna del gas).
La loro iniziale è risultata nefasta
Quella riparatrice forse tardiva.
Evitiamo di cadere in una coazione a ripetere.

Aggiornamento dopo l’approvazione delle richieste per gli “aiuti” alla Grecia
Caro Tsipras, quando si è minacciati e comprensibilmente si arriva ad impugnare un arma come estrema ratio, occorre mettere in preventivo di doverla anche usare, quell’arma, oppure i danni saranno ulteriormente amplificati.
Per te, ma soprattutto per il tuo popolo.
Giocare una partita contro un avversario più forte, blasonato e temibile in maniera sfrontata e senza timore reverenziale costringendolo al pareggio per 75 minuti e poi cagarsi letteralmente addosso nell’ultimo quarto d’ora prendendo quattro banane fa male ed aumenta i rimpianti, la rabbia e la delusione.
Cercare di liberare il tuo popolo dalla schiavitù volendo rimanere legato alle catene dell’Euro è un affronto al principio della non contraddizione di Aristotele.

Il 1992

8 Apr

Ci sono degli anni che sono un tale agglomerato di eventi da farli sembrare più lunghi dei canonici 365 giorni.
Anni cruciali, spartiacque, che hanno ricevuto la chiamata e l’investitura da parte della Storia ancor prima di terminare.
Il 1992 rientra in quel ristretto novero.

Si parte col botto di Tangentopoli, fenomeno vaticinato da almeno un decennio (ancor prima della famosa questione morale berlingueriana).
Il depistaggio da noi è sempre stato uno sport nazionale al quale l’informazione non ha mai saputo rinunciare.
Approcciarsi a quella stagione richiede impegno.
Qualcuno ha ripetuto all’ossesso l’audace teoria del Golpe Rosso, col risultato di aver invertito il senso della realtà: in Italia il cattivo (e pure rompicoglioni) è chi scopre il reato, non chi lo commette.
La difesa non fu che gli accusati non rubassero, ma che c’era qualcun altro che rubava come o più di loro.
Era il sistema, bellezza.
Come se compiere un reato in compagnia, anziché da soli, abbassi la sua gravità.
Eppure fu questo il messaggio che uscì dalla Camera dei Deputati il 29/04/1993 dopo il discorso di Craxi.
La Camera dei Deputati, non una sala da biliardo.
Definire bolscevichi Piercamillo Davigo ed Antonio Di Pietro strizza l’occhio più al fantasy che al complotto a falce e martello.
Tant’è che proprio la figura più carismatica di questi presunti giacobini (Di Pietro) era corteggiato un giorno sì e l’altro pure da Berlusconi (non un omonimo, proprio lui) per andare a fare il Ministro dell’Interno.
Il Pool di Mani Pulite assomigliava talmente ad un Soviet che la Lega e soprattutto l’allora MSI si schierarono apertamente (nei dibattiti e nelle piazze) a favore dell’inchiesta milanese: chissà come mai in quel momento la giustizia ad orologeria suonò proprio nel momento giusto?
In compenso la semantica iniziò ad accusare seri problemi d’identità per colpa di due paroline – già di loro liquide – e vieppiù usate alla cazzo: giustizialismo e garantismo.
C’è un’altra tesi piuttosto ardita che val la pena confutare, ovvero che le lobby internazionali (che esistono, sia chiaro) sfruttarono un tema di forte impatto popolare (la corruzione) per destituire i politici di allora – ipotetici baluardi degli interessi nazionali – spianando definitivamente la strada al disegno liberista.
Se Di Pietro fosse stato un uomo difeso da fantomatiche Spectre non avrebbe subito tutti quei procedimenti dopo le sue dimissioni e se gli altri giudici “politicizzati” fossero stati protetti da influenti tycoon o think thank non avremmo mai udito il celebre “Resistere, resistere, resistere”.
In realtà la svendita del Paese fu sancita proprio da quella classe dirigente che in queste congetture dovrebbe essere la parte lesa.
L’entrata nello Sme (l’antesignano dell’Euro), il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, le privatizzazioni selvagge con l’Iri sono tutti regali di quei politici della Prima Repubblica e i prodromi a quanto sarebbe accaduto: la sovranità – se mai l’Italia ne abbia avuta una – era stata perduta proprio per colpa loro.
Oltre ad aver allegramente scippato e stuprato un’intera Nazione in un cortocircuito morale e legale.
E’ vero, tutti quelli venuti dopo han tentato disperatamente di farli rimpiangere (e solo per questo meriterebbero un girone dantesco ad personam), ma questi peana per assurgere a insigni statisti chi non lo fu, paiono francamente inappropriati.

Questa non vuole essere un ode per Mani Pulite.
Ce ne sono di cose che non tornano: una certa benevolenza verso il PDS come diversi protagonisti dell’epoca (inteso nella sua accezione più negativa) rimasti misteriosamente immacolati ed intonsi non risultando nemmeno sfiorati dall’inchiesta.
Ancora, dubbi anche sulla tempistica: la caduta del Muro giocò un ruolo chiave, come forse l’opinione pubblica ormai esacerbata ma un’inchiesta giudiziaria andrebbe avviata a prescindere.
Chi parla di occasione perduta e disillusione non sbaglia, ma ricordiamo che la Magistratura applica le leggi del Parlamento, non le proprie (che non esistono).
E subito dopo quel biennio ci fu la corsa bipartisan per riformare la giustizia e l’abuso d’ufficio ed altri reati dei colletti bianchi, segno che i Pm avevano colto nel segno.
Il nuovo che uscì fu qualcosa di vecchio, fra ricicli e restyling (la stessa cosa di oggi).
Il sistema di potere, perso un interlocutore, ne trovò subito un altro.
Perché sono due destini che si uniscono (cit.) o parafrasando Gazzè “E non poteva andare altrimenti”.
La voglia di indignarsi era ancora inoculata negli italiani: oggi si ruba molto di più (denaro e diritti) ed è percepita come la prassi.
E i comportamenti sembrano (sono?) come irredimibili: chi è stato condannato è tornato a ricoprire gli stessi ruoli.
Non c’è una metafora più adatta di quella che usò Luttazzi a Raiperunanotte.
Anche il disonore ha subito una mutazione genetica.
Gli Avvisi di Garanzia si sono trasformati da onta a vanto: si ostenta quello di cui ci si dovrebbe vergognare.
Abbiamo perso un treno.
La cosa grave è che ci manca la forza per riprovare a fare il biglietto.

C’è un filo rosso che unisce tutti gli anni di grandi cambiamenti in Italia.
Rosso, come il sangue delle stragi e degli attentati: nel 1969, nel 1974, nel 1978, nel 1980, nel 1984.
Nel giro di due mesi – in quel 1992 – la speranza aveva fatto la stessa fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Toccò al loro padre putativo Antonino Caponnetto pronunciare con un filo di voce la frase più devastante che il destino potesse riservargli “E’ finito tutto…”.
Uccisi due volte, perché la loro lezione, i loro principi ed il loro esempio sono andati dissolti.
Peggio, profanati.
Citati solo pro domo sua nella quintessenza di una retorica quantomai contigua, anzi correa a ciò che i due magistrati combattevano imperniata dal “Funerali tutti presenti” (Maudit, Litfiba).
Se gli esecutori paiono facilmente identificabili, ecco, sui mandanti qualche dubbio aleggia.
Come sul movente.
Trattative in corso, ricerca di nuovi interlocutori, reazione ai processi, reclamo d’impunità, strategia per giustificare uno Stato di assedio (più finanziario che militare) o l’inizio di una nuova epoca.
Di queste una, tutte, nessuna o altre centomila.
Qualsiasi tipo di fallimento/Ha bisogno della sua claque/Legalizzare la mafia/Sarà la regola del Duemila/Sarà il carisma di Mastro Lindo/A regolare la fila (De Gregori nel 1989).
Le due tragedie scossero fortemente l’Italia, che però nello stesso periodo versò non meno lacrime per la morte di Caroline in Beautiful.
Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua clacque, appunto.

Il 1992 è un romanzo che annovera nei suoi capitoli anche trame squisitamente economiche.
Un bravo lettore per addentrarsi in tanti meandri dovrebbe adottare un approccio olistico.
Invece tutti ricordano il prelievo forzoso di Amato, perché l’italiano guarda la pagliuzza e non la trave.
Non va oltre.
Anziché allargare il campo, lo restringe.
In queste pagine la sovranità economica è il convitato di pietra.
L’ultimo a difenderla fu Enrico Mattei e per certi versi Moro.
Al netto del marciume dilagante, una Lira agganciata al Marco era insostenibile ed i nodi vennero al pettine (chi sostiene il contrario o è un incompetente, o è in malafede o crede ancora alle favole).
Qui la corruzione c’entrava poco, dato che c’era anche prima e ci sarà anche dopo.
Nel 1992 erano le partite correnti il problema (come lo saranno nel 2011), cioè l’indebitamento con l’estero figlio di quegli accordi europei che non si sono formati per autocombustione, no, qualcuno li ha firmati.
Una strategia dissennata si ostinò a difendere il cambio ad oltranza prosciugando le riserve valutarie anziché riprendersi per tempo la leva monetaria, ergo una buona fetta d’autonomia.
Ma in questo modo non si sarebbe potuto proseguire con le privatizzazioni, con la riforma delle pensioni ed altre simpatiche misure draconiane contenute in quella Finanziaria e nei suoi sequel.
L’Italia trasse beneficio dal momentaneo cambio libero (pensa un pò, averlo fatto prima per mantenerlo per sempre no, eh?), per qualche anno crescette ma una simil-sindrome di Stoccolma la spinse ad ulteriori sacrifici proprio per tornare nello stesso pozzo buio che l’aveva ridotta così (Euro, arrivo!).
Una forma di bondage ante litteram.
Senza soluzione di continuità fino ad oggi, anziché eliminare lo spreco del pubblico da loro creato ad hoc, si toglie direttamente tutto il servizio con una sana macelleria sociale.
La liturgia della nuova frontiera liberista odia aprioristicamente tutto ciò che è pubblico ed esige lo sbudellamento di quei diritti tanto sudati ma così fuori moda (per chi non ne ha bisogno).
Le chiamano crisi finanziarie, ma non sono il lato oscuro di questo sistema economico, bensì uno degli architravi.
Senza questi shock non si riuscirebbe mai a far accettare alle persone delle scelte così impopolari ed umilianti.

Il 1992 è stato un anno vissuto pericolosamente di cui porteremo appresso per sempre le cicatrici nell’anima, dove gli anatemi e le catastrofi non sono state trasformate in opportunità.
Che sono svanite al largo, esattamente come il panfilo Britannia.

Eroe del niente

24 Feb

Questa storia è ambientata in un lontano Paese del Terzo Mondo dal passato glorioso.
Nonostante un diffuso pauperismo la dignità delle persone non si era ancora smarrita del tutto.
Il protagonista è alle scuole superiori.
Imparava tutto a memoria, non passava mai nei compiti in classe e spifferava i nomi dei compagni che lo facevano.
In compenso era fieramente antipatico, pure bruttarello ed anche un pò invidioso di quelli che da adolescenti si comportavano da adolescenti.
Li abbiamo avuti tutti dei tipi come lui in classe, oppure nella compagnia.
Dalla compagnia però di solito uscivano, a calci nel culo.
Per darsi un senso raccontava balle in maniera seriale: duelli con supereroi (lui le suonava sia a Batman che all’Uomo Ragno), scopate con le più belle della scuola (due in particolare: Roberta e Federica) ed avventure mirabolanti nella sua camera (iperbarica).
Lui era il classico cugino di tutti.
Ma cagato da nessuno.
La cosa più trasgressiva che aveva fatto nella sua rutilante giovinezza era stata chiedere alla mamma di condirgli la pasta con l’Electrica salsa (baba baba, aha aha).
Culturalmente guardava all’Italia.
Il Drive in lo registrava per vederselo a pezzi: una puntata intera richiedeva troppa attenzione e poi certe battute le capiva solamente al terzo Rewind.
Sognava di essere un Chicco Lazzaretti (seeeee) risultando però un misto fra Bruno Sacchi e la versione sbiadita di Aziz (il maggiordomo di Camillo Zampetti).
Era un pò il Paninaro di Enzo Braschi, appena più tamarro, e un pò Mimmo di Bianco Rosso e Verdone, solo meno intraprendente.
Sedicente intenditore di musica, ai Righeira rimproverava di non avere sonorità all’altezza dei profondissimi testi.
Noto appassionato di se stesso (cioè del nulla) andava predicando che gli fossero state dedicate due canzoni: Faccia da pirla (di un tal Charlie) e Vaffanculo di Marco Masini.
Pur di attirare l’attenzione infatti era disposto a svendere la propria reputazione, che non a caso gli stava distante almeno tre metri.

Quelli come lui, crescendo, o compensano l’apatia cerebrale giovanile con slanci di talento, o peggiorano.
Solo nelle favole si verifica la prima ipotesi.
Resosi conto che nella vita non avrebbe potuto combinare niente (ad oggi rimane l’unico ragionamento di senso compiuto dei suoi primi vent’anni), gli restavano due scelte:
– la televisione, ma il suo ruolo era già stato preso dal protagonista dello spot dell’Hurrà Saiwa ed inoltre Mr. Bean non aveva intenzione di ritirarsi dalle scene;
– la politica.
Pausa drammatica.
Avrete capito perchè.
Non si sa in che modo, ma a piccoli passi arrivò a ricoprire le più importanti cariche istituzionali di quel Paese.
L’informazione di quella Nazione aveva ormai leccato il culo a tutti i potenti che ne calcavano il suolo ed accolsero anche lui con tappeti di saliva.
Il suo secondo pensiero – che risulterà nefasto – fu che se la popolazione andava in visibilio per uno che sparava cazzate a ripetizione era giusto approfittarsene.
Sembrava quasi covasse un personale revanscismo, alla stregua di un suo collega a cui mancavano 8 cm per raggiungere l’altezza di Rui Barros (con le scarpe tacchettate).
Nel frattempo il suo Paese aveva gettato al vento quel poco di morale che gli era rimasta in tasca: ragionare era divenuto un vezzo controproducente ed il cervello un inutile orpello da sacrificare all’altare del Pensiero Unico.
I poteri forti erano ben felici di manovrare uno come lui a cui interessava solo il proprio ego ed il proprio tornaconto.
Rapito com’era dal protagonismo non aveva capito che nei selfie (una moda interplanetaria) era proprio la sua faccia ad essere immortalata.
Era talmente permaloso che accettava le critiche solo se scritte da lui.
Un ottimo metodo per evitare delle figure di merda è parlare di ciò che si conosce.
Allora il nostro Capo avrebbe dovuto stare sempre zitto, ma logorroico com’era non ci riusciva: le sue proverbiali supercazzole erano dolcificanti per tremende purghe, i suoi discorsi talmente vuoti che per elevarne il contenuto sarebbe bastato farli scrivere ad Hello Spank!.
Quando era incalzato (cioè quasi mai visto il servilismo imperante) le sue risposte facevano rimpiangere la trama di Beautiful.
Più era arrogante più il suo consenso aumentava, più emanava leggi impopolari più il suo elettorato lo incitava ad andare avanti (Eddai cazzo!).
Era un Grillo Parlante in carne ed ossa a cui gli elettori non solo credevano ciecamente, ma ne diffondevano pure il verbo.
Dimostrando la stessa razionalità di un tifoso dodicenne.
In un Paese già pieno di macerie il nostro rabdomante di consensi diede il colpo di grazia, ma il suo fervente Fan club anziché andarlo a prendere coi forconi si lamentò perché non lo avevano fatto lavorare abbastanza.
Speriamo che non capiti mai in Italia una vicenda così.

P.s.
Nel 2004 i Green Day pubblicarono American Idiot: forse il loro capolavoro, un album molto politico, duro e critico con la società americana e l’amministrazione Bush.
Un giorno al cantante Billi Joe Armstrong venne posta la domanda se la canzone che diede il titolo al disco fosse dedicata all’allora Presidente degli Stati Uniti.
Billi Joe rispose beffardo e con la faccia di chi voleva far capire che stava prendendo tutti per il culo “La canzone American Idiot non parla di Bush, ma se tutti lo credevano ci sarà un motivo…”.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale).

Figli di troika

7 Ago

Per ovviare alla cronica incapacità dell’Italia a governarsi decentemente in tanti accolgono con favore, anzi caldeggiano, ipotesi di commissariamento esterno.
La prima parte è inconfutabile.
Siamo il Paese dell’illegalità endemica dove chi è responsabile dei disastri si autoproclama a nuovo salvatore della Patria per risolverli.
Ce ne sarebbe abbastanza per una tragedia in piena regola, ma la gente (mai abbastanza pudica) riesce a ri-votarli pure ed ecco che finisce in farsa.
La seconda invece si può incasellare tra i sofismi ed i paralogismi.
O uno è compiacente e si confà al disegno criminale sottostante o è come minimo disinformato (le due categorie possono anche coincidere).
Ce ne sarebbe una terza: quelli afflitti da un masochismo latente, ma le percentuali sono da prefisso telefonico.
Credere che queste entità astratte non elette da nessuno, in nome di un’altra entità astratta (il mercato), risolvano i nostri problemi riconducendoci sulla retta via, facendoci pure patire sacrifici da Moloch (“Redenzione!”) è un concetto che sconfessa definitivamente la Legge Basaglia.
“Ce lo chiede l’Europa” e “Ce lo chiedono i mercati” sono le giaculatorie del terzo millennio.

Perché se qualcuno in questi anni si fosse addormentato – o avesse letto solo i principali quotidiani nazionali, cioè la stessa cosa – è meglio fare un riassuntino: è in corso lo svilimento dell’essere umano dinanzi al soldo, un processo di mondializzazione che passa attraverso l’omologazione dell’intero genere umano con relativa cancellazione dei propri valori, tradizioni, abitudini e stili di vita.
In una parola, della storia.
L’identità di ognuno (con appresso i diritti inalienabili) è diluita, anzi sciolta, nel calderone del bieco liberismo tecnocratico.
E il consumismo diventa uno dei precetti di questa nuova ed ecumenica religione monoteista (Deus Pecunia).
Da anni Massimo Fini sostiene che “Non si produce per consumare, si consuma per produrre”.
Hanno infestato pure la semantica per raggiungere il loro scopo: termini rassicuranti, suadenti, pregni di positività in aggiunta ai soliti vocaboli inglesi.
Si scrive riforme, flessibilità e spending review ma si legge tagli, annullamento di tutele e diritti, ingiustizie e privazioni.
In questa realtà capovolta i riottosi a questo allineamento sono visti come dei gufi rosiconi, dei disfattisti, dei neo-conservatori e financo degli oscurantisti reazionari, che non hanno capito che il Mondo è cambiato, che ci sono nuove opportunità, bla, bla, bla.
Ecco, molto prosaicamente e parafrasando il Renato Pozzetto de La patata bollente, se posso esprimermi con parole mie devo dire che queste nuove opportunità ci hanno proprio rotto il cazzo.
E’ l’evoluzione della strategia della tensione: allora si agitava lo spettro dello stato di emergenza, oggi quello dello spread.
In Italia non abbiamo mai avuto un bel rapporto con la sovranità, politica od economica che sia.
Capita con chi si conosce solo di vista.
Moriremo democristiani e di vincolo esterno.
A livello europeo, occorre dirlo, un abbozzo di difesa a questo abominio (almeno a parole) giunge più dalle formazioni della destra sociale che da quelle della sinistra radicale, ovvero di ciò che è rimasto della sinistra.
Quei temi però, in mano a certe forze politiche con una certa storia alle spalle, rischiano di diventare clavi per l’antico vizietto all’autoritarismo.
Il rigetto del liberismo 2.0 e la difesa incondizionata alla propria sovranità dovrebbero essere i capisaldi ed i mantra di qualsiasi forza politica che si definisca popolare, cioè vicina al popolo.
Per vederle invece accostate a forze socialiste bisogna andare solo in Sud America, al che i dubbi se ancora valga la pena farsi stereotipare in destra e sinistra aumentano.

E’ vero che la storia è sempre stata fatta dalle élite e mai dal popolo, ma quest’ultimo sembra che faccia di tutto per giocare un ruolo marginale – se non passivo – nelle partite che lo riguardano.
Diventando correo del proprio omicidio.