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Solo qualche domanda

7 Giu

Subissati dagli echi della Sacra Versione Ufficiale di quella che dovrebbe chiamarsi informazione, siamo ancora alla ricerca di una voce che ne giustifichi l’etimologia.
Oddio, qualcuna ci sarebbe, ma il suono, forzatamente flebile dato il numero esiguo, è come se sparisse nel mezzo di una gola di una catena montuosa.
Districarsi nel marasma dell’informazione è complicato, nel dubbio (specie all’inizio) meglio depennare, cercare la roba da eliminare (quella buona solo per pulire il pavimento o il cesso), individuare i prezzolati araldi e riservargli i sentimenti che meritano i prezzolati araldi.
Se volete un tema dirimente che smascheri subito i pennivendoli dagli opinionisti, non c’è niente di meglio che l’Euro e quello che ci sta dietro.
Argomento assolutamente tabù (o meglio, dogmatico) fino a qualche anno fa, ora il contraddittorio serve a mostrare quanto siano retrogradi ed incoscienti quelli che osano a metterlo in discussione.
Salvo rare eccezioni le diatribe però sono sterili perché al solito non vanno oltre, e parlare dell’Euro senza affrontare il mandante è inutile.

Di seguito qualche petulante domanda per far venire a galla le menzogne e le ipocrisie targate politica.

Perché forze che si dichiarano di centro-sinistra (riassumo per ragioni di spazio) lasciano che i temi della sovranità economica, dell’interesse nazionale e della salvaguardia dello stato sociale siano appannaggio quasi esclusivo di forze principalmente di destra (riassumo ancora per ragioni di spazio)?
Perché ancora queste forze di centro-sinistra si ostinano a difendere col coltello fra i denti il sistema Euro con tanto di levata di scudi per l’UE, per l’american way of life e per tutto ciò che odora di libero mercato, globalizzazione, finanza e deregulation?
Perché le forze di centro-sinistra omettono la lezione delle forze bolivariane del Sud America (quelle sì, di sinistra) che della sovranità economica, dell’interesse nazionale, della salvaguardia dello stato sociale e soprattutto della lotta al neo-liberismo, ne hanno fatto i loro capisaldi?
Forse perché queste forze di centro-sinistra hanno scelto proprio il mercato a discapito del popolo e fa loro estremamente comodo che i portavoce del dissenso siano forze con una certa propensione all’autoritarismo.

Passiamo all’altra (teorica) sponda: perché le forze di destra (riassumo sempre per ragioni di spazio) pongono al centro dei loro rinnovati programmi elettorali la sovranità economica, l’interesse nazionale, la salvaguardia dello stato sociale, argomentando il tutto con encomiabili studi e dati inconfutabili, ma nella loro invettiva non compare mai la punta della piramide, ovvero il neo-liberismo?
Perché queste forze di destra ora alzano la voce ma prima quasi all’unisono alzavano solo la penna firmando e ratificando tutto ciò che gli veniva ordinato di firmare e ratificare?
Forse perché queste forze di destra del liberismo (alias sistema di potere) ne vorrebbero un’altra declinazione, più vicina ai propri interessi ma che temo non coincidano comunque con gli interessi del popolo.

Parlavo del mandante e l’ho già citato un paio di volte.
L’Euro ed i suoi diabolici ingranaggi altro non sono che l’artiglieria pesante di quel mostro chiamato neo-liberismo.
Il mostro da abbattere oggi è quello.

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Tu chiamali se vuoi… situazionisti

27 Dic

La politica in sé e per sé non meriterebbe commenti per evitare di darle anche un solo anelito che possa non dico fortificarla, ma pure mantenerla in vita.
Ma queste due storielle permettono di identificare i due architravi che ancora la sostengono: certi elettori e certi intellettuali (elettori pure loro).
Ed entrambi tifosi.

Storiella 1
C’era una volta un fiero (e anche un pochino altezzoso) elettorato che da qualche anno masticava amaro per la presenza di un pericoloso energumeno al Governo.
(Che in realtà si trovava al Governo anche perché i partiti di quell’elettorato erano bellicosi solo nei talk show.Siete già confusi eh?Ed il bello deve ancora venire).
Quell’elettorato per prima cosa si chiedeva come un tipaccio così smaccatamente impresentabile potesse ricevere tanti voti.
Dubbio lecito, tant’è che l’altro elettorato (del pericoloso energumeno, intendo) soffriva di un’evidente nicodemismo:a parole nessuno o quasi lo votava, dentro la rassicurante cabina elettorale qualcuno di più.
Torniamo al nostro, di elettorato, che era giustamente preoccupato: la storia, la loro storia, gli aveva insegnato di diffidare di questi personalismi della politica.
Oddio, anche loro avevano avuto i loro “personaggi” forti, ma dalle quelle parti – sostenevano – c’era partecipazione, preparazione e senso democratico.
E allora giù in piazza a far battaglie contro l’abolizione all’articolo 18, contro l’appropriazione indebita dell’apparato istituzionale, contro l’occupazione dell’informazione, contro la mignottocrazia, contro l’aziendalismo e la mercificazione della politica, contro i tagli lineari (ripetete con me:lineari) alla scuola, alla sanità, agli enti locali, alla giustizia e alle forze di polizia.
Cazzo, si dirà, ma quello di prima era proprio un pazzo scellerato.
Mica finita, i nostri elettori schiumavano di rabbia per tante leggi ad personam e per quelle bavaglio per bloccare magistrati e coraggiosi giornalisti e financo per vedere un Parlamento di nominati (quando andava bene) e pregiudicati (l’immunità a loro serviva per davvero).
Avevano come l’impressione (avevano) che gli interessi del Paese e dei loro cittadini (quelli normali) non li curasse nessuno.
Ma dopo un pò (sorvolando sui metodi o sarei più logorroico di Furio in Bianco rosso e Verdone) al potere ti arriva un tipetto che pensa di risolvere tutto lui a colpi di PlayStation e di slogan da venditore anni Ottanta di enciclopedie, uno di quelli che avrebbe solo potuto fare fortuna in politica e che anche senza essere seguaci di Cesare Lombroso già alla prima occhiata (ma anche alla terza) sembra comportarsi esattamente come chi l’ha preceduto.
La stessa mistificazione della realtà e le stesse balle sesquipedali, proferite solo con la metà degli anni rispetto al predecessore/padre putativo.
Osservandolo meglio si nota addirittura che laddove il ducetto vecchio aveva fallito, quello giovane (di fatto un suo surrogato, un epigone al metadone) riesce a portare a compimento le sue porcate, grazie ad un’iconografia mendacemente fresca ed innovatrice a ad una stampa così servile che certe lisciate di pelo e leccate di culo non si ricordano dai tempi del Ventennio.
Il Bruto era stato costretto al suo ingresso in politica esclusivamente per difendere i cazzi propri e per pararsi il culo e già che c’era, con quello che rimaneva, dava una mano al Sistema Dominante.
Quello nuovo invece pare completamente intriso dalla smania di comando, fattispecie che lo conduce dritto dritto nel palmo del Sistema Dominante.
Il vecchio arnese un giorno davanti allo specchio – mentre si faceva la tinta con l’asfalto drenante si iniettava del Saratoga sotto la borsa degli occhi (ed anche sotto la borsa) – esclamò “Ma fosse arrivato prima, fa quello che voglio io e non devo neanche più sbattermi, alla mia età.Certo che le racconta grosse pure lui, ahahah!”
L’elettorato è stato folgorato dal nuovo che avanza (che di nuovo può avere al massimo i calzini o qualche acconciatura) e il suo messianismo è stato nutrito e solleticato a dovere.
Si sono visti numerosi travasi dall’altra tifoseria: quando per anni si è stati abituati a venerare l’omino al Governo si sente il bisogno di continuare nell’opera della propria professione di fede.
L’immagine è lassù, luminosa tanto da produrre un riverbero, di più, una scia luminosa: ha le sembianze del nuovo Premier che parla alla Nazione (col rapporto di due cazzate ogni parola) ma in realtà è un immagine simbolica, una rappresentazione del Potere.
L’agognato Potere.
Non si criticava l’avversario in quanto tale ma per la sua posizione (invidiata) di dominio.
Non era un problema di idee e valori (assenti prima come adesso), ma di uomini e di partito.
Quello che prima spaventava ora rasserena.
Ciò che ripugnava ora inorgoglisce.
Quelli di prima truffavano, quelli di adesso chiedono dei sacrifici per il nostro futuro.
Se prima era svolta e deriva assolutistica, adesso è balsamico decisionismo.
Se prima erano tagli (lineari,ricordate?) ora sono ancora tagli (e sempre lineari), ma dalla regia dicono per combattere gli sprechi (oltre al Governo vi sarete accorti che sono cambiate anche le regole della semantica).
Qualche promessa elettorale (chiaramente irrealizzabile, se no che promessa elettorale sarebbe?) detta al posto giusto nel momento giusto, una compilation di supercazzole prematurate inneggianti all’happy ending ripetute h24 ed un’immagine un pò meno criminale et voilà, guarda come ti migliora l’umore dell’elettorato.
Ecco, solo quello, perché il resto rimane tale e quale (i miracoli veri non li fa nessuno).
Il loro oppio è diventato l’ottimismo, il nemico della Patria chi emana pessimismo e negatività (cioè osa ragionare col cervello acceso).
Adesso lo so che qualcuno di voi si sarà fatta l’idea che le persone descritte non sono altro che dei servi di partito ammaestrati, gente che intellettualmente e moralmente non merita alcuna stima.
E vi dò ragione.
Perché è esattamente quello che penso io.
In molti casi non sono delle cattive persone, ci mancherebbe.
Ma il rispetto va meritato.

Storiella 2
Come dev’essere un intellettuale?
Libero, coraggioso, non organico, profondo.
Cosa deve fare?
Stimolare e mettersi in gioco, raccontare il bello e soprattutto il brutto, andare oltre, anticipare, intuire (prima degli altri), trovare le cause ed i rimedi, aprire la mente al suo pubblico.
Pungolarlo e provocarlo, quel pubblico.
Pasolini si autodefiniva comunista (ma qualsiasi etichetta evapora al cospetto del suo genio), eppure il PCI ed il tessuto sociale che lo contornava erano tra i primi destinatari delle sue invettive (Valle Giulia è la più famosa e insieme la più strumentalizzata, ma l’elenco è decisamente nutrito).
Gaber era un acutissimo anarcoide apolide pure lui della catalogazione, tendenzialmente con affinità a sinistra, peccato che in Polli d’allevamento (smaccatamente, prima in forma più composta) esondò tutta la sua nausea per quello che era divenuto conformismo, vomitando in faccia al suo pubblico che tanti di loro lo avevano stufato e che non gli piacevano più (eufemismo, il Signor G era giustamente molto più violento).
Ed erano gli anni Settanta, gli anni dell’ideologia, dell’appartenenza, dell’essere obbligatoriamente ed inevitabilmente schierati, anche e soprattutto da parte degli artisti.
Montanelli invece era un uomo di destra (di quella destra che forse non è mai esistita e mai esisterà), ma quando Berlusconi decise di prendersi l’esclusiva dell’elettore conservatore lui esercitò la clausola del diritto di recesso affermando “Se vince Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile nei prossimi 50 anni per motivi di decenza”.
Non cadde nel sofisma di dover accettare aprioristicamente l’autoproclamata leadership del Cavaliere sulla destra italiana.
Tre intellettuali che criticavano anche ciò che teoricamente gli era affine.
Tre intellettuali, appunto.
Il passaggio di consegne tra il vecchio affabulatore ed il nuovo imbonitore ne ha smascherato altri di (presunti) intellettuali, relegandoli alla categoria dei cortigiani.
Il loro pedigree à la gauche gli ha sempre permesso di godere di un credito spropositato, ma adesso i nodi vengono al pettine.
Per andare al comando si sono fatti piacere “la sinistra che sa vincere”, dove la parola chiave della frase è vincere, mentre quella fuoriluogo è sinistra.
Urlavano tutto il loro livore ed il loro astio contro chi voleva sfasciare “la più bella Costituzione del Mondo” (e le cose belle non si devono sfasciare) ma ora è il loro silenzio ad essere assordante, visto che hanno pensato bene di sparire, di nascondersi o di sorreggere la propaganda dei nuovi quarantenni al comando.
Che ci sono quasi riusciti a sfasciare quella Costituzione (fra una pletora di altre disgrazie).
Delle due l’una:o mentivano prima o sono codardi adesso.
La lingua di questi camaleonti opportunisti un tempo era petulante e corrosiva e si divertiva a seminava irriverenza al potere costituito(si), ora lascia solo tracce di bava e saliva.
Il loro senso critico e la loro vena artistica si sono sopite come le loro battute, ora declinate in sermoni e intemerate degni di bolsi soloni.
Hanno la coscienza politicizzata, pur di vedere issata la bandiera coi colori giusti (ma coi valori sbagliati) hanno barattato ciò che un libero pensatore non dovrebbe mai cedere:l’onestà intellettuale.
Un tempo erano incendiari, ora girano con l’estintore a caccia di fiammiferi accesi e per spegnere i propri rigurgiti rivoluzionari (possono stare tranquilli, quindi) o qualche frase scappata in un lapsus freudiano in ricordo dei bei tempi che furono.
Con un indomito spirito battagliero (prima) – refrattario a qualsiasi critica e protetto da una superiorità morale autoreferenziale – non volevano spodestare il vecchio padrone, ma solo sostituirlo.
Con il loro, peraltro in una versione decisamente sottotono.
Così sottotono da assomigliare tremendamente a quelle losche figure che negli anni d’oro additavano come nemico o male assoluto.
Chissà cosa avrebbero detto, gli intellettuali della (fu) intellighenzia, se si fossero visti in questa edizione anche solo una ventina d’anni fa.
Chissà in che modo si sarebbero contestati.
Chissà quanto si sarebbero vergognati.
L’acqua che non si vuole bere ci si affoga dentro, recita un vecchio adagio.
Loro stanno bene, perché quell’acqua adesso li nutre e li rinfresca.
Ad affogare è stata solo la loro credibilità.
E pare che l’abbiano sacrificata senza troppi rimpianti.

Il ricettario dell’Euro

10 Lug

L’economia condiziona pesantemente la nostra vita pur trattandosi – anche armandosi delle più nobili intenzioni – di un argomento decisamente pallosetto.
Affidarsi agli inserti di certi giornali economici potrebbe risultare vano, visto che le fenomenali penne riescono a sbagliare le previsioni anche a fatto avvenuto.
Meglio allora adottare un approccio scanzonato, alternativo , naif.
Prendiamone atto, agli italiani interessano più i programmi di cucina (che hanno occupato la Tv quasi come Renzi&Salvini) della fenomenologia della moneta unica europea.
E allora proviamo a cercare di spiegare l’Euro come fosse una ricetta.
Per entrare meglio nella parte si può comunque indossare il grembiule (sul compasso e sulla squadra vige invece la libertà di coscienza).

1.Si prende uno Stato con qualche buona potenzialità ma gestito maluccio tra inefficienza, corruzione e sprechi;

2.Con una mano glielo si fa pesare dall’alto della morale calvinista e luterana e con l’altra lo si seduce facendogli vedere l’Eldorado del libero mercato e comunque ammonendolo ruffianamente che oramai non esiste più alternativa;

3.La classe politica di quel Paese (dei ricattabili servi dei poteri forti che pensano solo a loro stessi) inizia con un incessante proselitismo menandola per bene con la storia del senso dell’Europa (una glassa sdolcinata e stucchevole ma necessaria) ed una volta che il Paese ha fatto i suoi bei sacrifici per entrare nell’Euro prosegue la prima fase di seduzione con l’aumento del debito privato, che inizialmente la gente scambia per la bella vita tanto agognata, tanto per far avvalorare la scelta;

4.Però col forte debito privato e con altri scompensi causati da un cambio insostenibile i saldi con l’estero (su alcune confezioni troverete la dicitura partite correnti) iniziano a scricchiolare e mettiamoci una bella crisi finanziaria (ovviamente causata oltreoceano) e una contrazione dell’economia globale ed ecco che inizierà a lievitare il già corposo debito pubblico in rapporto al Pil (il Pil sta all’economia come i pomodorini pachino alla cucina, è un pò dappertutto);

5.Si usa il debito pubblico per soccorrere quello privato, ma nei libri sacri dell’ortodossia eurista (inconfutabili come le ricette della nonna) il debito pubblico è Mefistofele e mentre il famigerato spread inizia a salire i prezzolati giornalisti di quella nazione sono divisi fra l’insostenibile leggerezza della leccata al Pensiero Unico dominante ed il non capirci un cazzo e si ritrovano magicamente uniti a tessere le lodi di Sua Maestà l’Euro e a lapidare i reietti euroscettici;

6.I chierichetti del liberismo ed i soloni di Bruxelles (e palazzi limitrofi) hanno la soluzione, loro le chiamano riforme, ovvero tagliare la spesa pubblica, i servizi, privatizzare le aziende di Stato e togliere i diritti ai lavoratori ed aumentare l’età pensionabile per poter creare disoccupazione, cioè abbattere i salari;

7.In altre cucine si sarebbe svalutato un pò la propria moneta, sostenuto l’acquisto dei titoli di Stato con la Banca Centrale e finanziato con interventi diretti l’economia reale (come si chiamava quel tale…sì…Keynes) ma ora c’è il ristorante Euro con il suo menu un tantino rigido, quindi si deve aggiungere al punto 6 l’ingerenza sulla presunta classe dirigente (che definire inadeguata è poco) per spingerla (o meglio costringerla) ad emanare manovre draconiane che colpiscono i ceti più deboli oltre a quella paghetta al contrario che deve sempre essere versata a mamma Europa (per stare male vuoi non pagare?);

8.In questo modo quel Paese esce dai guai?Nenache per sogno, lo sanno tutti, con queste manovre lacrime e sangue si salvano i creditori grossi (ricordate quelli che titillavano per farli entrare?) e si affossa ancora di più l’economia di quel povero Stato perché volutamente si abbattono i consumi interni (sembra un mondo al contrario: prima li hanno sostenuti ed ora li contraggono) col risultato di farlo entrare in una spirale senza ritorno (o quasi) visto che l’austerità porta solo altra miseria, ma l’importante è spaventare il popolo paventando guai ancora peggiori di questo e silenziare quei petulanti personaggi che vorrebbero tornare alla loro moneta;

9.Adesso quella nazione è totalmente ricattabile, quel poco di buono se lo sono presi con le privatizzazioni ed è giunta l’ora di fare anche un po’ di shopping con le aziende private superstiti (che verranno ulteriormente smantellate e spacchettate) e col parco immobiliare (i più fantasiosi possono aggiungere il patrimonio artistico e quello naturalistico);

10.Ora, con il famelico sistema capitalistico globale più satollo di prima e con quello Stato completamente ricoperto di merda, la ricetta può dirsi felicemente conclusa.

Il 1992

8 Apr

Ci sono degli anni che sono un tale agglomerato di eventi da farli sembrare più lunghi dei canonici 365 giorni.
Anni cruciali, spartiacque, che hanno ricevuto la chiamata e l’investitura da parte della Storia ancor prima di terminare.
Il 1992 rientra in quel ristretto novero.

Si parte col botto di Tangentopoli, fenomeno vaticinato da almeno un decennio (ancor prima della famosa questione morale berlingueriana).
Il depistaggio da noi è sempre stato uno sport nazionale al quale l’informazione non ha mai saputo rinunciare.
Approcciarsi a quella stagione richiede impegno.
Qualcuno ha ripetuto all’ossesso l’audace teoria del Golpe Rosso, col risultato di aver invertito il senso della realtà: in Italia il cattivo (e pure rompicoglioni) è chi scopre il reato, non chi lo commette.
La difesa non fu che gli accusati non rubassero, ma che c’era qualcun altro che rubava come o più di loro.
Era il sistema, bellezza.
Come se compiere un reato in compagnia, anziché da soli, abbassi la sua gravità.
Eppure fu questo il messaggio che uscì dalla Camera dei Deputati il 29/04/1993 dopo il discorso di Craxi.
La Camera dei Deputati, non una sala da biliardo.
Definire bolscevichi Piercamillo Davigo ed Antonio Di Pietro strizza l’occhio più al fantasy che al complotto a falce e martello.
Tant’è che proprio la figura più carismatica di questi presunti giacobini (Di Pietro) era corteggiato un giorno sì e l’altro pure da Berlusconi (non un omonimo, proprio lui) per andare a fare il Ministro dell’Interno.
Il Pool di Mani Pulite assomigliava talmente ad un Soviet che la Lega e soprattutto l’allora MSI si schierarono apertamente (nei dibattiti e nelle piazze) a favore dell’inchiesta milanese: chissà come mai in quel momento la giustizia ad orologeria suonò proprio nel momento giusto?
In compenso la semantica iniziò ad accusare seri problemi d’identità per colpa di due paroline – già di loro liquide – e vieppiù usate alla cazzo: giustizialismo e garantismo.
C’è un’altra tesi piuttosto ardita che val la pena confutare, ovvero che le lobby internazionali (che esistono, sia chiaro) sfruttarono un tema di forte impatto popolare (la corruzione) per destituire i politici di allora – ipotetici baluardi degli interessi nazionali – spianando definitivamente la strada al disegno liberista.
Se Di Pietro fosse stato un uomo difeso da fantomatiche Spectre non avrebbe subito tutti quei procedimenti dopo le sue dimissioni e se gli altri giudici “politicizzati” fossero stati protetti da influenti tycoon o think thank non avremmo mai udito il celebre “Resistere, resistere, resistere”.
In realtà la svendita del Paese fu sancita proprio da quella classe dirigente che in queste congetture dovrebbe essere la parte lesa.
L’entrata nello Sme (l’antesignano dell’Euro), il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, le privatizzazioni selvagge con l’Iri sono tutti regali di quei politici della Prima Repubblica e i prodromi a quanto sarebbe accaduto: la sovranità – se mai l’Italia ne abbia avuta una – era stata perduta proprio per colpa loro.
Oltre ad aver allegramente scippato e stuprato un’intera Nazione in un cortocircuito morale e legale.
E’ vero, tutti quelli venuti dopo han tentato disperatamente di farli rimpiangere (e solo per questo meriterebbero un girone dantesco ad personam), ma questi peana per assurgere a insigni statisti chi non lo fu, paiono francamente inappropriati.

Questa non vuole essere un ode per Mani Pulite.
Ce ne sono di cose che non tornano: una certa benevolenza verso il PDS come diversi protagonisti dell’epoca (inteso nella sua accezione più negativa) rimasti misteriosamente immacolati ed intonsi non risultando nemmeno sfiorati dall’inchiesta.
Ancora, dubbi anche sulla tempistica: la caduta del Muro giocò un ruolo chiave, come forse l’opinione pubblica ormai esacerbata ma un’inchiesta giudiziaria andrebbe avviata a prescindere.
Chi parla di occasione perduta e disillusione non sbaglia, ma ricordiamo che la Magistratura applica le leggi del Parlamento, non le proprie (che non esistono).
E subito dopo quel biennio ci fu la corsa bipartisan per riformare la giustizia e l’abuso d’ufficio ed altri reati dei colletti bianchi, segno che i Pm avevano colto nel segno.
Il nuovo che uscì fu qualcosa di vecchio, fra ricicli e restyling (la stessa cosa di oggi).
Il sistema di potere, perso un interlocutore, ne trovò subito un altro.
Perché sono due destini che si uniscono (cit.) o parafrasando Gazzè “E non poteva andare altrimenti”.
La voglia di indignarsi era ancora inoculata negli italiani: oggi si ruba molto di più (denaro e diritti) ed è percepita come la prassi.
E i comportamenti sembrano (sono?) come irredimibili: chi è stato condannato è tornato a ricoprire gli stessi ruoli.
Non c’è una metafora più adatta di quella che usò Luttazzi a Raiperunanotte.
Anche il disonore ha subito una mutazione genetica.
Gli Avvisi di Garanzia si sono trasformati da onta a vanto: si ostenta quello di cui ci si dovrebbe vergognare.
Abbiamo perso un treno.
La cosa grave è che ci manca la forza per riprovare a fare il biglietto.

C’è un filo rosso che unisce tutti gli anni di grandi cambiamenti in Italia.
Rosso, come il sangue delle stragi e degli attentati: nel 1969, nel 1974, nel 1978, nel 1980, nel 1984.
Nel giro di due mesi – in quel 1992 – la speranza aveva fatto la stessa fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Toccò al loro padre putativo Antonino Caponnetto pronunciare con un filo di voce la frase più devastante che il destino potesse riservargli “E’ finito tutto…”.
Uccisi due volte, perché la loro lezione, i loro principi ed il loro esempio sono andati dissolti.
Peggio, profanati.
Citati solo pro domo sua nella quintessenza di una retorica quantomai contigua, anzi correa a ciò che i due magistrati combattevano imperniata dal “Funerali tutti presenti” (Maudit, Litfiba).
Se gli esecutori paiono facilmente identificabili, ecco, sui mandanti qualche dubbio aleggia.
Come sul movente.
Trattative in corso, ricerca di nuovi interlocutori, reazione ai processi, reclamo d’impunità, strategia per giustificare uno Stato di assedio (più finanziario che militare) o l’inizio di una nuova epoca.
Di queste una, tutte, nessuna o altre centomila.
Qualsiasi tipo di fallimento/Ha bisogno della sua claque/Legalizzare la mafia/Sarà la regola del Duemila/Sarà il carisma di Mastro Lindo/A regolare la fila (De Gregori nel 1989).
Le due tragedie scossero fortemente l’Italia, che però nello stesso periodo versò non meno lacrime per la morte di Caroline in Beautiful.
Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua clacque, appunto.

Il 1992 è un romanzo che annovera nei suoi capitoli anche trame squisitamente economiche.
Un bravo lettore per addentrarsi in tanti meandri dovrebbe adottare un approccio olistico.
Invece tutti ricordano il prelievo forzoso di Amato, perché l’italiano guarda la pagliuzza e non la trave.
Non va oltre.
Anziché allargare il campo, lo restringe.
In queste pagine la sovranità economica è il convitato di pietra.
L’ultimo a difenderla fu Enrico Mattei e per certi versi Moro.
Al netto del marciume dilagante, una Lira agganciata al Marco era insostenibile ed i nodi vennero al pettine (chi sostiene il contrario o è un incompetente, o è in malafede o crede ancora alle favole).
Qui la corruzione c’entrava poco, dato che c’era anche prima e ci sarà anche dopo.
Nel 1992 erano le partite correnti il problema (come lo saranno nel 2011), cioè l’indebitamento con l’estero figlio di quegli accordi europei che non si sono formati per autocombustione, no, qualcuno li ha firmati.
Una strategia dissennata si ostinò a difendere il cambio ad oltranza prosciugando le riserve valutarie anziché riprendersi per tempo la leva monetaria, ergo una buona fetta d’autonomia.
Ma in questo modo non si sarebbe potuto proseguire con le privatizzazioni, con la riforma delle pensioni ed altre simpatiche misure draconiane contenute in quella Finanziaria e nei suoi sequel.
L’Italia trasse beneficio dal momentaneo cambio libero (pensa un pò, averlo fatto prima per mantenerlo per sempre no, eh?), per qualche anno crescette ma una simil-sindrome di Stoccolma la spinse ad ulteriori sacrifici proprio per tornare nello stesso pozzo buio che l’aveva ridotta così (Euro, arrivo!).
Una forma di bondage ante litteram.
Senza soluzione di continuità fino ad oggi, anziché eliminare lo spreco del pubblico da loro creato ad hoc, si toglie direttamente tutto il servizio con una sana macelleria sociale.
La liturgia della nuova frontiera liberista odia aprioristicamente tutto ciò che è pubblico ed esige lo sbudellamento di quei diritti tanto sudati ma così fuori moda (per chi non ne ha bisogno).
Le chiamano crisi finanziarie, ma non sono il lato oscuro di questo sistema economico, bensì uno degli architravi.
Senza questi shock non si riuscirebbe mai a far accettare alle persone delle scelte così impopolari ed umilianti.

Il 1992 è stato un anno vissuto pericolosamente di cui porteremo appresso per sempre le cicatrici nell’anima, dove gli anatemi e le catastrofi non sono state trasformate in opportunità.
Che sono svanite al largo, esattamente come il panfilo Britannia.

Eroe del niente

24 Feb

Questa storia è ambientata in un lontano Paese del Terzo Mondo dal passato glorioso.
Nonostante un diffuso pauperismo la dignità delle persone non si era ancora smarrita del tutto.
Il protagonista è alle scuole superiori.
Imparava tutto a memoria, non passava mai nei compiti in classe e spifferava i nomi dei compagni che lo facevano.
In compenso era fieramente antipatico, pure bruttarello ed anche un pò invidioso di quelli che da adolescenti si comportavano da adolescenti.
Li abbiamo avuti tutti dei tipi come lui in classe, oppure nella compagnia.
Dalla compagnia però di solito uscivano, a calci nel culo.
Per darsi un senso raccontava balle in maniera seriale: duelli con supereroi (lui le suonava sia a Batman che all’Uomo Ragno), scopate con le più belle della scuola (due in particolare: Roberta e Federica) ed avventure mirabolanti nella sua camera (iperbarica).
Lui era il classico cugino di tutti.
Ma cagato da nessuno.
La cosa più trasgressiva che aveva fatto nella sua rutilante giovinezza era stata chiedere alla mamma di condirgli la pasta con l’Electrica salsa (baba baba, aha aha).
Culturalmente guardava all’Italia.
Il Drive in lo registrava per vederselo a pezzi: una puntata intera richiedeva troppa attenzione e poi certe battute le capiva solamente al terzo Rewind.
Sognava di essere un Chicco Lazzaretti (seeeee) risultando però un misto fra Bruno Sacchi e la versione sbiadita di Aziz (il maggiordomo di Camillo Zampetti).
Era un pò il Paninaro di Enzo Braschi, appena più tamarro, e un pò Mimmo di Bianco Rosso e Verdone, solo meno intraprendente.
Sedicente intenditore di musica, ai Righeira rimproverava di non avere sonorità all’altezza dei profondissimi testi.
Noto appassionato di se stesso (cioè del nulla) andava predicando che gli fossero state dedicate due canzoni: Faccia da pirla (di un tal Charlie) e Vaffanculo di Marco Masini.
Pur di attirare l’attenzione infatti era disposto a svendere la propria reputazione, che non a caso gli stava distante almeno tre metri.

Quelli come lui, crescendo, o compensano l’apatia cerebrale giovanile con slanci di talento, o peggiorano.
Solo nelle favole si verifica la prima ipotesi.
Resosi conto che nella vita non avrebbe potuto combinare niente (ad oggi rimane l’unico ragionamento di senso compiuto dei suoi primi vent’anni), gli restavano due scelte:
– la televisione, ma il suo ruolo era già stato preso dal protagonista dello spot dell’Hurrà Saiwa ed inoltre Mr. Bean non aveva intenzione di ritirarsi dalle scene;
– la politica.
Pausa drammatica.
Avrete capito perchè.
Non si sa in che modo, ma a piccoli passi arrivò a ricoprire le più importanti cariche istituzionali di quel Paese.
L’informazione di quella Nazione aveva ormai leccato il culo a tutti i potenti che ne calcavano il suolo ed accolsero anche lui con tappeti di saliva.
Il suo secondo pensiero – che risulterà nefasto – fu che se la popolazione andava in visibilio per uno che sparava cazzate a ripetizione era giusto approfittarsene.
Sembrava quasi covasse un personale revanscismo, alla stregua di un suo collega a cui mancavano 8 cm per raggiungere l’altezza di Rui Barros (con le scarpe tacchettate).
Nel frattempo il suo Paese aveva gettato al vento quel poco di morale che gli era rimasta in tasca: ragionare era divenuto un vezzo controproducente ed il cervello un inutile orpello da sacrificare all’altare del Pensiero Unico.
I poteri forti erano ben felici di manovrare uno come lui a cui interessava solo il proprio ego ed il proprio tornaconto.
Rapito com’era dal protagonismo non aveva capito che nei selfie (una moda interplanetaria) era proprio la sua faccia ad essere immortalata.
Era talmente permaloso che accettava le critiche solo se scritte da lui.
Un ottimo metodo per evitare delle figure di merda è parlare di ciò che si conosce.
Allora il nostro Capo avrebbe dovuto stare sempre zitto, ma logorroico com’era non ci riusciva: le sue proverbiali supercazzole erano dolcificanti per tremende purghe, i suoi discorsi talmente vuoti che per elevarne il contenuto sarebbe bastato farli scrivere ad Hello Spank!.
Quando era incalzato (cioè quasi mai visto il servilismo imperante) le sue risposte facevano rimpiangere la trama di Beautiful.
Più era arrogante più il suo consenso aumentava, più emanava leggi impopolari più il suo elettorato lo incitava ad andare avanti (Eddai cazzo!).
Era un Grillo Parlante in carne ed ossa a cui gli elettori non solo credevano ciecamente, ma ne diffondevano pure il verbo.
Dimostrando la stessa razionalità di un tifoso dodicenne.
In un Paese già pieno di macerie il nostro rabdomante di consensi diede il colpo di grazia, ma il suo fervente Fan club anziché andarlo a prendere coi forconi si lamentò perché non lo avevano fatto lavorare abbastanza.
Speriamo che non capiti mai in Italia una vicenda così.

P.s.
Nel 2004 i Green Day pubblicarono American Idiot: forse il loro capolavoro, un album molto politico, duro e critico con la società americana e l’amministrazione Bush.
Un giorno al cantante Billi Joe Armstrong venne posta la domanda se la canzone che diede il titolo al disco fosse dedicata all’allora Presidente degli Stati Uniti.
Billi Joe rispose beffardo e con la faccia di chi voleva far capire che stava prendendo tutti per il culo “La canzone American Idiot non parla di Bush, ma se tutti lo credevano ci sarà un motivo…”.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale).

Figli di troika

7 Ago

Per ovviare alla cronica incapacità dell’Italia a governarsi decentemente in tanti accolgono con favore, anzi caldeggiano, ipotesi di commissariamento esterno.
La prima parte è inconfutabile.
Siamo il Paese dell’illegalità endemica dove chi è responsabile dei disastri si autoproclama a nuovo salvatore della Patria per risolverli.
Ce ne sarebbe abbastanza per una tragedia in piena regola, ma la gente (mai abbastanza pudica) riesce a ri-votarli pure ed ecco che finisce in farsa.
La seconda invece si può incasellare tra i sofismi ed i paralogismi.
O uno è compiacente e si confà al disegno criminale sottostante o è come minimo disinformato (le due categorie possono anche coincidere).
Ce ne sarebbe una terza: quelli afflitti da un masochismo latente, ma le percentuali sono da prefisso telefonico.
Credere che queste entità astratte non elette da nessuno, in nome di un’altra entità astratta (il mercato), risolvano i nostri problemi riconducendoci sulla retta via, facendoci pure patire sacrifici da Moloch (“Redenzione!”) è un concetto che sconfessa definitivamente la Legge Basaglia.
“Ce lo chiede l’Europa” e “Ce lo chiedono i mercati” sono le giaculatorie del terzo millennio.

Perché se qualcuno in questi anni si fosse addormentato – o avesse letto solo i principali quotidiani nazionali, cioè la stessa cosa – è meglio fare un riassuntino: è in corso lo svilimento dell’essere umano dinanzi al soldo, un processo di mondializzazione che passa attraverso l’omologazione dell’intero genere umano con relativa cancellazione dei propri valori, tradizioni, abitudini e stili di vita.
In una parola, della storia.
L’identità di ognuno (con appresso i diritti inalienabili) è diluita, anzi sciolta, nel calderone del bieco liberismo tecnocratico.
E il consumismo diventa uno dei precetti di questa nuova ed ecumenica religione monoteista (Deus Pecunia).
Da anni Massimo Fini sostiene che “Non si produce per consumare, si consuma per produrre”.
Hanno infestato pure la semantica per raggiungere il loro scopo: termini rassicuranti, suadenti, pregni di positività in aggiunta ai soliti vocaboli inglesi.
Si scrive riforme, flessibilità e spending review ma si legge tagli, annullamento di tutele e diritti, ingiustizie e privazioni.
In questa realtà capovolta i riottosi a questo allineamento sono visti come dei gufi rosiconi, dei disfattisti, dei neo-conservatori e financo degli oscurantisti reazionari, che non hanno capito che il Mondo è cambiato, che ci sono nuove opportunità, bla, bla, bla.
Ecco, molto prosaicamente e parafrasando il Renato Pozzetto de La patata bollente, se posso esprimermi con parole mie devo dire che queste nuove opportunità ci hanno proprio rotto il cazzo.
E’ l’evoluzione della strategia della tensione: allora si agitava lo spettro dello stato di emergenza, oggi quello dello spread.
In Italia non abbiamo mai avuto un bel rapporto con la sovranità, politica od economica che sia.
Capita con chi si conosce solo di vista.
Moriremo democristiani e di vincolo esterno.
A livello europeo, occorre dirlo, un abbozzo di difesa a questo abominio (almeno a parole) giunge più dalle formazioni della destra sociale che da quelle della sinistra radicale, ovvero di ciò che è rimasto della sinistra.
Quei temi però, in mano a certe forze politiche con una certa storia alle spalle, rischiano di diventare clavi per l’antico vizietto all’autoritarismo.
Il rigetto del liberismo 2.0 e la difesa incondizionata alla propria sovranità dovrebbero essere i capisaldi ed i mantra di qualsiasi forza politica che si definisca popolare, cioè vicina al popolo.
Per vederle invece accostate a forze socialiste bisogna andare solo in Sud America, al che i dubbi se ancora valga la pena farsi stereotipare in destra e sinistra aumentano.

E’ vero che la storia è sempre stata fatta dalle élite e mai dal popolo, ma quest’ultimo sembra che faccia di tutto per giocare un ruolo marginale – se non passivo – nelle partite che lo riguardano.
Diventando correo del proprio omicidio.

Basta attendere

16 Lug

Quando lo sguardo si volta ad analizzare la fenomenologia di una dittatura o di un regime diversamente democratico, ci si chiede, ex post, come sia stato possibile permetterne la nascita e non impedire alle prime fiamme di diventare incendio.
Quando lo si vive invece – un momento storico del genere – almeno inizialmente le nostre percezioni spesso sono come rallentate, intorpidite, anestetizzate.
Non so se la storia si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa (cit.), certo è che il genere umano pare afflitto da un’evidente coazione a ripetere.
Gli italiani sentono il bisogno di emergere ed aggiungono una memoria storica paragonabile a quella del Commodore 64 nell’era di internet.

Durante il ventennio che si è appena concluso ognuno di noi ha immaginato e scritto la propria sceneggiatura-onirica del finale.
Ma nemmeno la più fervida immaginazione poteva arrivare a tanto.
Gli anni della Seconda Repubblica non erano semplicemente la svolta verso un regime, erano anche anni propedeutici.
Le riforme (un’entità astratta, forse miracolosa, ma che noi italiani abbiamo visto finora nella copia peggiore), dicevamo le riforme che non erano riuscite prima (l’abolizione dell’articolo 18, una giustizia più prona all’Esecutivo, una forma di Governo più autoritaria e servizi sociali sempre più carenti) si realizzeranno ora.
Prima queste proposte erano inquadrabili come deriva totalitaria, ora sembrano il naturale programma di una forza socialdemocratica che se le racconta ad una festa di partito fra lambrusco e gnocco fritto.
Se prima l’emanazione di una certa sinistra almeno si indignava (più nelle parole che nei fatti), ora gli stessi progetti li avvalla perinde ac cadaver con tanto di levata di scudi con chi osa dissentire (i soliti gufirosiconidisfattisti).
E i mezzi d’informazione non perdono l’atavico vizio (uno dei retaggi del fascismo) di lisciare il pelo al potente di turno.
E’ proprio vero quello che diceva un vecchio spot:con la dolcezza si ottiene tutto.
Oggi al MinCulPop bastano le slides, qualche Twit/Hashtag e le immancabili supercazzole (anche in inglese) per dissimulare le reali intenzioni ed edulcorare pillole decisamente amare e/o sgradevoli (dipende da dove sono ingerite).
Stiamo vivendo il classico caso in cui il metadone produrrà effetti più devastanti della droga assunta prima, di cui almeno si conoscevano gli effetti perniciosi.
Se dovessimo scielgliere una colonna sonora per la neonata Terza Repubblica potremmo mettere nel Juke Box (pardon, nell’em iPod) due canzoni di Giorgio Gaber: Il potere dei più buoni e Il Conformista, ritratti antropologici degli italiani.
Che si fanno ammaliare dall’arroganza travestita da decisionismo, dall’improvvisare confuso col fare, dall’illusione scambiata per rassicurazione.
Si accontentano del vanesio anziché esigere serietà e competenza.

Ci hanno insegnato, giustamente, a non dire le bugie.
Salvo rare eccezioni, avrebbero dovuto allenarci anche a riconoscerle.
Ci sono stati (e ci sono) tanti politici che a forza di raccontare balle e combinare altrettante malefatte ne hanno fatto il loro stilema, con il popolo bue a bere e digerire di tutto.
Mentre per decretare la fine politica di Antonio Di Pietro (non è immune da colpe, ma almeno aveva provato a portare la parola legalità in politica, difatti era isolato) è bastato un servizio televisivo (in parte smentito).
Gli esseri trinariciuti citati dal Guareschi nel primo dopoguerra si sono riprodotti in grande quantità.
In Italia, più che i sogni, ad avverarsi sembrano il Piano di Rinascita Democratica ed il papello di Riina.
Le promesse e gli slogan sembrano un pozzo senza fine da cui attingere per continuare a muovere le marionette-elettori.
Siccome non si interrompe un’emozione è bene che l’italiano continui ad inseguire le chimere della ripresa e della crescita.
Non diciamogli nemmeno che siamo da tempo in una ineluttabile fase di oblio che ci farà addirittura rimpiangere, fra qualche anno, i pur disastrati giorni nostri.

Asserivano i vecchi d’una volta (in dialetto)”Tùc i temp i venne basta star
(Sottotitoli della pag. 777 di Televideo: “Tutti i tempi vengono basta aspettare”).
Avevano ragione.

Condominio Italia

11 Giu

In una qualsiasi città d’Italia gli abitanti di un appartamento esternano tutto il loro malcontento per la gestione – ormai ultra-decennale – di un navigato amministratore condominiale.
Pressapochismo, problemi rimandati, scuse seriali, disservizi, spese lievitate inspiegabilmente, l’inefficienza entrata nel regolamento condominiale, estratti conti perennemente in affanno, la sensazione diffusa di vantaggi personali nella gestione di una cosa pubblica, la consapevolezza di essere manovrati da poteri infinitamente più forti.
Ecco per sommi capi cosa pensano gli inquilini della gestione del loro amministratore.
Peccato che la tanto agognata assemblea da possibile tappa rivoluzionaria si trasformi in un trionfo per il restauratore che da anni ha soverchiato la volontà popolar-condominiale.
Entrati da incendiari, i poveretti sono stati disinnescati dallo scafato mammasantissima delle palazzine e sono usciti mansueti come degli agnellini.
Un po’ male minore, un po’ unica soluzione, un po’ obtorto collo: semplice la ricetta dell’imbonitore et voilà, l’iconografia anche stavolta (l’ennesima) è stata ripulita e la poltrona mantenuta.

Sostituite agli inquilini gli elettori ed al manigoldo-amministratore i nostri politici e scoprirete che il risultato non cambia.
La situazione che stiamo vivendo non si è certo creata da sola, legittimare ancora quelle persone, quegli apparati (e quei poteri che rappresentano) sperando che risolvano i problemi che proprio loro hanno creato (con colpa o con dolo, scegliete voi) è un esercizio di puro masochismo.
Esistono delle perversioni decisamente più divertenti.
L’assenza di alternative (saper fare una buona opposizione non è sinonimo di saper anche governare) è solo una scusa che in mano alla vecchia partitocrazia diventa un mantra soporifero da spruzzare.
Basterebbe evitare di rieleggere questi professionisti del declino e le loro versioni edulcorate 2.0 (ovvero il simulacro del rinnovamento).
Non è difficile.
Gli italiani hanno uno strano rapporto col cambiamento, quasi avessero una margherita da sfogliare: o quello sbagliato o quello gattopardesco.
Prima scelgono il partito per cui votare poi – in funzione di esso – (s)ragionano di conseguenza.
L’onestà intellettuale ed il buonsenso chiederebbero il contrario.
E’ più faticoso informarsi e ragionare con la propria testa che tenere il loro atavico approccio dogmatico.
Ma qualche danno, forse, verrebbe evitato.

Indro Montanelli affermava che “In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire”.
Un Marco Travaglio decisamente icastico ha aggiunto qualche anno più tardi “Quando uno si informa è molto più difficile prenderlo per il culo”.

Risvegli

31 Lug

Nel 1993, in un grave incidente, rimasero coinvolte 3 persone, elettori rispettivamente del Pds (ex Pci), della Lega Nord e della DC.
Tutte e tre finirono in coma e si risveglieranno solo nell’estate del 2012.
Vediamo le loro storie.

Eravamo 2 leghisti al bar
Profondo nord. Il nostro protagonista freme dalla voglia di conoscere gli ultimi 20 anni del suo partito. Al bar del paese, nel varesotto, incontra un vecchio amico. Inizia il dialogo.
Amico”Sai, nel ’94 siamo andati subito al Governo.Con Berlusconi e gli ex missini di Fini.Ma è durato solo 8 mesi.Il Berlusca voleva comandare e l’Umberto gliele ha suonate di santa ragione…” Il protagonista, inorgoglito, ribatte “Grande Umberto, pericolo scampato, ma perché mettersi con quei 2…E poi?”
“Beh” continua l’amico “dal ’96, all’opposizione sia del governo di centro-sinistra ma anche duri con la destra. Avessi visto la campagna elettorale contro Berlusconi , poi le inchieste della Padania sui presunti rapporti con la mafia…”
Il leghista risvegliato ascolta in silenzio , è proprio quello che vuole sentirsi dire ma i fatti iniziano a prendere una brutta piega.
Amico “In quegli anni è entrato in politica anche Di Pietro…”
Protagonista”Me lo ricordo, lo appoggiavamo ai tempi di Mani Pulite…Beh ci saremo trovati d’accordo su molte cose?”
Amico”Quasi su niente,ma il bello deve ancora venire…”
Il protagonista inizia a non capire ma non può far altro che ascoltare la continuazione del racconto.
“Nel 2001 ci siamo ancora alleati con Fini e Berlusconi, era l’unico modo per tornare al Governo…In cambio del federalismo abbiamo dovuto accettare dei compromessi…”Il protagonista,sbigottito,ha paura a chiedere quali.
“Alcune leggi che facevano comodo al Premier, tipo il falso in bilancio, la legge Cirami,una sulla prescrizione, uno scudo fiscale…”
Il protagonista, al terzo grappino all’alpina per evitare il collasso, è visibilmente in uno stato di shock.
“Sai, la più grande battaglia è stata combattere i giudici politicizzati che cercavano di rovesciare il voto accusando Berlusconi di qualsiasi reato…”
Protagonista”Ma è esattamente l’opposto di quello che dicevamo e facevamo all’inizio…Almeno il federalismo…”
“E’ passato” tuona l’amico.”In realtà pensandoci bene le nostre tasse non rimangono qui e non abbiamo l’autonomia di decidere ancora tanto…Sai qualche compromesso con quelli di Alleanza Nazionale come ti dicevo…”
Al protagonista sta scoppiando la testa, ma deve ancora sorbirsi qualche anno di storia:le battaglie per imbavagliare la stampa, quella sulle intercettazioni, sulla separazione delle carriere, i doppi incarichi di molti leghisti, le spese della Casta, l’appoggio incondizionato al Cavaliere.
Alcuni passanti, vedendo il colore del protagonista e le sue contorsioni epilettiche, hanno intanto allarmato il 118.
L’amico, capendo che il tempo rimasto è poco, scodella gli ultimi anni:la crisi economica prima negata,il lodo Alfano, il caso Ruby-D’Addario, il legittimo impedimento, lo scandalo della Protezione Civile, la caduta dell’ennesimo Governo Berlusconi e dulcis in fundo lo scandalo del partito con le dimissioni di Bossi.
Il protagonista, girandosi ripetutamente la testa come nell’Esorcista, ed espellendo dalla bocca un liquido verde come la camicia dell’amico, esce dal bar si dirige veloce verso la Svizzera…

Compagno di viaggio
Il gesto è abitudinario, andare a prendere il giornale, quasi per riprendersi la quotidianità perduta.
Ed ecco l’incontro con un vecchio compagno di partito, proprio davanti all’edicola. Nessuno dei due, seppur militanti convinti, è mai stato un trinariciuto bolscevico. Sembra il miglior viatico per colmare un vuoto di 20 anni.
Parte il crono-racconto.
L’imprevista sconfitta del ’94 della gioiosa macchina da guerra contro Berlusconi aggiunge un’altra delusione ad una collezione già nutrita.
Il primo sorriso appare alla notizia della vittoria alle elezioni di due anni dopo, seppur con un candidato democristiano (“Una continuazione del compromesso storico” la battezza il nostro amico).Questo sarà il picco più alto raggiunto nella chiacchierata.
Già, perché fra le cose fatte in quella legislatura (una guerra, la legge sul precariato, la legge sull’abuso d’ufficio, l’appoggio ai Colanninno & C) e quelle non fatte (una legge sul conflitto d’interessi) rimane il dubbio di un’occasione persa.
”Violante ammise che le televisioni non sarebbero state toccate?!”
“No scusa, ripeti. Il Cavaliere scende in campo, fa quel che ha fatto e tu vai a fare una Bicamerale con lui?” chiede.
La risposta è ancora peggio di quello che si aspettava “Un’idea di D’Alema…”
Il pover’uomo vorrebbe strapparsi i baffi, ma sono troppo corti per essere afferrati.
Non c’è neanche bisogno di dire chi vincerà le elezioni del 2001.
All’elenco delle nefandezze compiute in quegli anni dal Governo il nostro protagonista scatta con una domanda secca e vorrebbe una risposta altrettanto pronta “Almeno abbiamo fatto un’opposizione dura?”
L’altro “Beh, senza cercare di demonizzare l’avversario, sai …costruttiva…Quella dura e pura l’han fatta Di Pietro, cioè un uomo di destra, qualche giornalista e alcuni comici”.
Dire che il nostro uomo è in confusione non rende bene l’idea.Provate voi a svegliarvi dopo 20 anni e vedere il Mondo al contrario.
Si torna al Governo, in tempo per essere ricordati per l’indulto, per non aver cancellato nemmeno una legge del precedente Governo e per Mastella alla giustizia.
Le aspettative sul proseguio non sono delle migliori, anche perché mentre vengono elencati i vari Segretari fagocitati dalle forche arcoriane e gli autogol dell’ultimo periodo (un evergreen), allo sfortunato protagonista inizia a venire un dubbio.
Quando gli viene raccontato che l’attuale PD è a favore del Tav, degli inceneritori, appoggia Marchionne, isola i movimenti e le liste civiche, isola pure gli alleati che han fatto dell’opposizione seria, è a favore della legge bavaglio, vuole limitare le intercettazioni, è contro l’abolizione delle provincie questo dubbio sfocia in una domanda “Ma lo han fatto gratis o si sono fatti pagare?”

Dici Diccì
Il nostro elettore moderato approfitta della presenza del cognato per farsi raccontare cosa è accaduto durante la sua assenza forzata.
Lascia parlare il parente, solo qualche domanda qua e là per dovizia di particolari.
Appena terminato il racconto sentenzia “Beh, quindi non è cambiato niente…”