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La Pietra filosofale

19 Feb

Quando si è piccoli il Mondo arriva in maniera differente.
Che sia lui a volersi presentare in modo insolito ai nuovi inquilini?
O sono i bambini a munirsi di un filtro diverso per ognuna di quelle scoperte che gli fioccano davanti?
E per un bambino tutto (o quasi) è una scoperta.
Se non ci facciamo inghiottire dal tunnel della razionalità possiamo anche ipotizzare che magari è proprio la percezione adulta ad essere artefatta o limitata, e solo da bimbi se ne può assaporare l’essenza autentica.
Un’auto, un bosco, un quartiere, un quadro, una cantina, possono assumere, nelle giovani ed indefesse menti, dimensioni gigantesche, sedimentandosi nel pensiero fino a diventare un paradigma e solo parecchi anni (ed esperienze) dopo ci si ravvede, senza comunque riuscire a togliere quell’alone di stupore per quanto sia durata la congettura.
Quando si è alti così non solo le dimensioni si divertono a mutare, anche la percezione è deformata e come una secchiata di vernice gettata su una tela può prendere qualsiasi direzione, muta perciò il senso stesso di ciò che si osserva, o che si immagina – una distinzione, quest’ultima, che un bambino seppellirebbe fra un’alzata di spalle ed una sardonica risata.
La logica direbbe che tutto questo accade per un naturale rapporto dimensionale, il buonsenso invece per autodifesa.
Ma la logica ed il buonsenso non sempre spiegano tutto.
Perché in quella fiaba continua che è l’essere bambini la fantasia è in perenne flagranza di reato e pur avendo commesso il fatto è sempre scagionata godendo di una meritata e perenne immunità.
I bambini scorgono animali dalla materia, stanano mostri che non esistono (ma siete poi così sicuri che non esistano?), patiscono luoghi severi, percepiscono timide situazioni, scorgono ombre minacciose, costruiscono da un sassolino, disegnano percorsi profondissimi e forme di Mondi casualmente programmati, intuiscono (anche più frequentemente degli adulti) e leggono le situazioni (anche più lucidamente degli adulti).
Se chiedessimo ad un fanciullo cos’è una figura allegorica il boh sarebbe garantito, ma lui, senza saperlo, ne ha già fatto conoscenza.

Ricordo che a me da bambino inquietava tantissimo una pubblicità (figuriamoci gli horror…), stranamente la mia proverbiale memoria sta facendo scena muta sul prodotto che ci volevano somministrare, ad ogni modo nello spot si vedeva (dall’alto) una città correre ad un ritmo forsennato che finiva per avvilupparsi su se stessa e più che un agglomerato di persone, strade e case assomigliava alla sezione di un circuito elettrico dove l’unica cosa visibile era un fascio di luce.
Tutti i giorni mi ripromettevo di sfidarla, ma in cuor mio speravo che nel blocco-réclame della neonata tv commerciale non apparisse proprio (sotto sotto puntavo ad una vittoria in contumacia), ma lei rispuntava, puntuale e carognosa, al solito orario – evidentemente non mi erano ancora chiare le regole sulle concessioni degli spazi pubblicitari.
Se ci penso oggi mi viene da sorridere, se ci penso una seconda volta continuo a sorridere ma aggiungo che qualcosa di quei mondi è arrivato fino a ad oggi, ed ha tutta l’aria di volerci restare; e credo che valga per ognuno di noi.
Quel vortice che nella mia testa annullava le persone, assomigliava parecchio al prodromo del folle progresso senza sviluppo e della crescita ipertrofica che guardano al Pil, esaltano la tecnologia e calpestano persone e ambiente.
Il mio timore, seppur ingigantito dai neanche dieci anni, non era poi così infondato ed inglobava il rigetto a quella moritura concezione, che difatti porto dentro saldamente.
Invece, fra i viaggi mentali personalizzati a bordo della trasformazione, una delle mie mete preferite era in una parete.
C’era una specie di incavo orizzontale ben visibile e complici le venature verticali che lo circondavano, io ci vedevo una faccia con un naso dantesco e una grande bocca, grande e particolare, e mica finiva lì perché, questo incavo aveva una bella fessura che era poi il posto dove infilare la mano per ottenere chissà quali risposte, per farsi predire un anticipo del futuro o solo per inventarsi un gioco da alternare alle macchinine e al pallone.
Questa bocca – perché poi alla fine il fulcro di tutto era nella bocca – indossava un’ aria fiera, austera, incuriosiva con circospezione ma non mi avrebbe mai fatto del male, non sapevo bene il motivo ma ne ero certo.
Le famose certezze dei bambini.
Visto che queste storie erano come i Lego – potevi aggiungere e togliere quello che ti pareva e loro rimanevano sempre in piedi ed avevano comunque un perché – durante una vacanze di Natale guardando il trailer de La storia infinita mi fissai in testa l’idea che il muso del cavallo fosse la bocca della parete.
O che il muso del cavallo fosse nella parete.
Interscambiabili appunto, come i Lego, con l’aggiunta di un Neverending story che partiva in automatico.
La parete di cui sto parlando non era quella di casa mia, neanche quella del mio vicino e nemmeno di qualsiasi altro edificio del Peep o dei dintorni.
Quella era una parete della Pietra di Bismantova.

Sono cresciuto sotto la sua egida, da un angolo dove non sembrava neanche lei e che ti invogliava a cercare quelli più attraenti – la Pietra sovverte le regole sulla geometria perché di angoli da cui poterla ammirare
ne ha infiniti.
Alzavo la testa e la vedevo, lassù, così imponente, dominante, misteriosa ed infinita, sembrava un Dio pagano, sicuramente più desiderabile e raggiungibile di quello che ci propinavano a catechismo.
Ovvio che tutto muti, se nel frattempo è mutata anche la Pietra: il sentiero si è infoltito di vegetazione che ora la ricopre come una saggia barba, le facciate hanno la pelle più screpolata (non parlate di rughe se no s’incazza) e perfino quella bocca ha cambiato espressione col passare del tempo.
Chissà se il suo od il mio.
Vederla quotidianamente non garantisce di sapere tutto di lei, diciamo che la Pietra ricorda quelle persone che conosci da una vita eppure riescono sempre a stimolarti lasciandoti un nuovo stupore ad ogni incontro.
E poi lei non è gelosa dei propri segreti, non ne cela alcuno, premia solo i solerti che sfidano la pigrizia e ricercano un angolo, una visuale, uno sfondo, un anfratto che possa far esclamare “Da qui non l’avevo mai vista!”.
Se hai iniziato a guardarla col morgaglio al naso (è il moccolo) sei stato catturato, così la Pietra è in ognuno di noi, il legame è consustanziale, quando perde qualche pezzo sentiamo staccarci qualcosa pure noi, la sua forza sta qui, non è solo ambiente – e già basterebbe per venerarla due volte al giorno – è qualcosa che si è calato in ciascuno di noi, l’abbiamo respirata, immagazzinata, fantasticata, ce l’abbiamo dentro da prima di nascere ed è per questo richiamo materno, atavico, magmatico, che vogliamo coccolarla e gustarcela da varie angolazioni, lei così diversa nella sua unicità, monolite mutante al variare di un metro, montagna con la somma pianeggiante, roccia coperta di verde, cima che punta allo zenith, sembra opera dell’ala più creativa del Big Bang o della matita particolarmente psichedelica di un fumettista.
La Pietra è una nave per solcare l’Appennino, una vetta per scorgerne altre, un baluardo all’identità, un antidoto allo sradicamento, è l’esplorazione nella staticità.
Sasso, ma anche stella polare grazie alla quale ci orientiamo, se siamo in un posto nuovo una sbirciata per cercarla è automatica, è un punto di partenza che si cerca anche nell’arrivo ed in cui si desidera tornare.
La Preda (in dialetto la chiamiamo così) è icona e allo stesso tempo (una) ragione del legame con l’Appennino, Luca nei viaggi di ritorno da Bologna affermava di sentirsi arrivato a casa quando iniziava a scorgerla – uno dei tanti punti di contatto della nostra fraternità.

Temo che la scena della pubblicità, alla Pietra, si presenti sempre più frequentemente davanti, e purtroppo, non su uno schermo in prima serata, ma dal vivo.
Più quelle città corrono inutilmente veloci e più lei risponde con la silenziosa forza millenaria che ha visto passare nel fiume, uno dopo l’altro, cadaveri, tutti i carnefici delle umane follie.
Nell’era della società iper-connessa ma scollegata dalle persone, quando le certezze vacillano e l’insicurezza le sostituisce, se ti volti spaesato lei, aspra e accogliente, ti sussurra “Stai tranquillo, sei al sicuro…Come non ci credi?Guarda, mi vedi, sono qui!”.
A chi ne ignora l’esistenza, racconti di lei con l’orgoglio di chi parla di una propria creatura, qualcuno inizialmente non comprende questa interazione, ma appena gli sguardi s’incrociano percepisce istantaneamente l’incantesimo, e l’abbozzo di sminuire la magnificazione termina in un rispetto per qualcosa che sconfinando nel sacro, sa di apodittico.
Non sono per niente convinto che alla bellezza ci si assuefaccia e che la sua quotidianità procuri indifferenza, perlomeno credo che non riguardi la sfera della Pietra di Bismantova, dove la voglia ed il bisogno di viverla e stupirsi surclassa l’abitudinarietà.
Ed anche perché l’onda lunga della sua emanazione concupisce come il primo giorno: durante la ricerca di quella che sarebbe poi diventata la nostra casa, un giorno mi uscì uno spontaneo “Io devo vedere la Pietra”, commento puro di uno stato d’animo che traspariva più dipendenza e passione che debolezza, mentre quando è stata l’ora di scegliere l’icona di questo blog – la casa è di tutta la famiglia, il blog è una stanzetta tutta mia – mi è venuto fisiologico come respirare sceglierla in una posa accattivante.
E dopo tanti anni qualcosa dedicato a lei era giunta l’ora di scriverlo.

E’ tardi, ma appena avrò terminato la pubblicazione di questo articolo, uscirò dalla pagina del blog e scriverò Pietra di Bismantova nel motore di ricerca, poi un clic su Immagini.
Per andare a letto sereno.

Questione di stima

21 Mag

Roma; ultima zingarata; sabato sera.
Ci dirigiamo verso Trastevere, zona turistica per antonomasia, eppure per trovare il nostro ristorante il navigatore ha chiesto l’aiuto del pubblico ed ha pure comprato una vocale.
Sia detto senza perifrasi: fanno cagare ‘sti navigatori.
A chiedere invece non si sbaglia mai.
Eccolo finalmente: sì, è di quelli che piace a noi, un pò spoglio per i canoni attuali, asciutto, di fronzoli neanche l’ombra, con quell’arredo popolare che all’Ikea non si sono mai filati ma che il cinema ha immortalato in una pletora di scene in trattoria con l’acqua Pejo; poi il pavimento, bisogna sempre guardare il pavimento, il pavimento dice tanto, questo pavimento potrebbe racchiudere una buona fetta di storia repubblicana.
Minimo lo avranno silenziato, o stuccato a forza di omissis
Questi tuffi carpiati indietro di decenni sono fra gli antidoti che mi devo iniettare per sopportare meglio l’appiattimento tecnologico del nostro tempo.
Menu senza supercazzole, cameriere con facce autentiche, personale senza la sindrome da MasterChef: per un fisionomista maniacale come me praticamente l’Eden (o l’Edel, per restare in tema di luoghi d’antan).
Voi cosa prendete?Che vino ci facciamo portare?Chi vuole assaggiare?Te ne prendo una forchettata…Di questo il bis!
A Roma si parla di Roma: troppa l’energia sprigionata, strabordante la storia che zampilla da ogni anfratto, suadente tutto, anche escludendo i capolavori.
Un pensiero poi al grande assente, scontato rifare nella Capitale la prossima zingarata – ci teneva tanto a vederla! – meno l’idea di farle d’ora in poi sempre nella Capitale.

Credo sia un dono naturale di ognuno di noi, corroborato poi dall’osmosi dello stare insieme.
Mi riferisco alla capacità di spaziare, collegare, scovare, unire e discernere i più svariati argomenti e pensieri sottostanti.
A volte penso che queste analisi – del tutto istintive – siano anche il risultato della nostra relazione, a volte esattamente l’inverso.
Capita che le speculazioni siano solo un pretesto, come siano pura necessità, come entrambe le cose assieme.
Solo che questi nostri confronti non sempre sono caratterizzati da soffici afflati o delicati sussurri e non sono idratati all’acqua di rosa.
A Bologna due ragazzi sono rimasti seriamente impressionati (al più giovane per diversi mesi non sono più cresciuti i brufoli), a Torino un gruppo di tifosi ha capito che ci può essere alta tensione anche fuori della curva.
E non c’entra la latitudine.
Trastullati dalla romanità, fra le chiacchiere esce un argomento che si presta, ognuno dice la sua, si creano linee di pensiero che intersecandosi arruolano e licenziano noi quattro, c’è voglia di esprimere, convincere e provocare, i decibel crescono proporzionalmente all’enfasi prodigata, i carciofi alla romana con deferenza si sono zittiti e rimpiccioliti, qualcuno sente più il confronto di altri e lo sentono anche agli altri tavoli, che difatti riscopriamo quasi vuoti.
Avevano comunque finito, confidiamo col solito pentimento post-urla, ma non pienamente sincero, ancora troppo recente il gusto (amarognolo) del dibattito.
No, tutto a posto, anche stavolta nessuna strigliata dal ristoratore, evidentemente o restiamo nella norma o più realisticamente la superiamo ma con simpatia.
O sarà l’accento emiliano.
E se la cuoca si avvicina per prendersi i meritati complimenti significa che anche nei battibecchi infondiamo convivialità.

Perché appena usciti dal ristorante abbiamo il sorriso sulle labbra?
Perché scherziamo, ci abbracciamo e ringraziamo per averci fatto reciprocamente ingrossare la giugulare?
Perché ci sbrighiamo a riempire le vie del centro con altre considerazioni, richieste, consigli, proposte?
Perché con altri conoscenti una discussione aspra come quella appena conclusa, o non sarebbe mai nata, o avrebbe lasciato pensieri grondanti di livore per almeno 48 ore o avrebbe segnato indelebilmente i rapporti?
Per una questione di stima.
La stima, quella che ti permette di perdonare un commento sopra le righe (per uno subìto ce n’è uno fatto).
Quella che a distanza di giorni ti fa riflettere su quanto detto ed ascoltato.
Quella che prima ti ha visto combattere verbalmente, poi cercare insegnamento proprio da quelle parole e da quei concetti ostili.
Quella che ti garantisce di poter esprimere liberamente quello che pensi.
Quella che anche in disaccordo, non ti fa scalfire la considerazione del dirimpettaio.
Quella che anche in una cazzata altrui sai di non trovare tracce di sofismi.
Quella che ti spinge a voler correggere un paralogismo altrui.
Quella che ti fa vedere in modo diverso le critiche ricevute.
Quella che ti suggerisce che spesso abbiamo un’identica meta, affrontata solo con qualche personale deviazione sul tragitto standard.
Quella che le tue deviazioni possono sembrare inutili esattamente come quelle degli altri.
Quella che ti ammonisce che anche il tuo atteggiamento può infastidire.
Quella che dà una sgrassata al manicheismo che si deposita in ognuno di noi.
Quella che in un’intesa non ti richiede la sintonia totale.
Quella che ti ricorda che senza questi confronti tutti e cinque saremmo un pò meno di quel che siamo.
Nessuna saga dei buoni sentimenti, nessuna smelassa retorica: la stima va meritata, la stima costa, la stima esige, la stima non va giustificata, la stima ripaga.
La stima è selettiva, è parsimoniosa, la stima non va sprecata, va difesa.
La stima è spontanea, non necessariamente immediata, quasi sempre reciproca.
La stima è dare il giusto risalto ai propri sentimenti, la stima è egoismo ed altruismo, è rispetto di sè e degli altri, è salvezza ed umanità.
La cerchia di persone stimate non è un numero chiuso, aumentarla e diminuirla dev’essere una conseguenza, non un obiettivo.
La stima è quel bisogno atavico dell’uomo di dare e ricevere calore, può contemplare l’amore, l’amicizia o rimanere neutra.
La stima: cinque lettere per una parola che aiuta a sorreggere la vita.

Corsica, avamposto d’Occidente

18 Set

Che la Corsica sia un luogo quantomeno particolare lo annunciano da subito i cartelli in doppia lingua.
Più consoni ad una zona di frontiera (non di meno crocevia di culture e tradizioni) che ad una grossa isola, sono al tempo stesso conseguenza e prodromi.
Rincarano la dose – ma solo ad un’occhio più attento e bulimico di particolari – i fori di proiettile nei cartelli stradali di alcune zone interne, segnale inequivocabile che nella terra che ha dato i Natali a Napoleone Bonaparte la normalità non ha mai preso la residenza.
Qualcuno l’ha definita uno degli ultimi avamposti dell’Occidente ed anche senza leggere la sua tormentata storia (ma è impossibile rinunciarvi, troppo affascinante) non si fatica a comprenderlo.
Dell’Occidente, più che una cartolina, è una proiezione temporale: di come era e di come potrebbe ancora essere.
In pochi altri posti il mare e la montagna si fondono così bene assieme in un qualcosa di primordiale, estremizzando ed esasperando un concetto di per sé presente in (quasi) tutte le isole.
Entri in Corsica e dal primo all’ultimo minuto di permanenza non è mai in discussione la leadership incontrastata della Natura.
Presenza ingombrante ma che rassicura con la sua soave maestosità, di cui si ode ancora l’eco dei dinieghi alla cementificazione selvaggia che invece la vicina Sardegna non ha avuto la forza di proferire all’unisono.
L’isola col simbolo della Testa Mora è un esempio adamantino di come il progresso possa essere sostenibile senza soverchiare l’equilibrio uomo-ambiente.
Strabiliante è l’assonanza dei paesaggi con la storia, con le persone ed il loro modo di vivere.
Dalle Bocche di Bonifacio, con le indescrivibili falesie i cui strati sono come i nodi dell’albero e certificano una presenza ultra millenaria.
Passando per i muri e muretti in sasso non stuccati, all’apparenza così ballerini ma in realtà ancorati alla terra esattamente come il popolo corso, il cui spirito fiero ed identitario è sconosciuto agli italiani.
Il sodalizio prosegue senza soluzione di continuità nell’interno, con una terra aspra ma in realtà generosamente fertile e verdissima: difficile non vedere il paragone coi suoi abitanti frettolosamente etichettati come scontrosi ed antipatici.
E’ sufficiente fare una battuta sui francesi per scoprire il contrario.

Nell’era ultra-tecnologica e senza nessuna apparente rinuncia alla modernità è possibile vedere delle vacche in spiaggia o ai cigli di un passo di montagna, come dover concedere la precedenza ad un branco di maiali selvatici (tutti decisamente educati, peraltro)
In nessun altro luogo con un altitudine media di 568 metri sarebbe ipotizzabile una rete ferroviaria con pendenze dell’ordine del 20%: il TGV corso (per l’occasione acronimo di Treno Gran Vibrazioni), detto anche U Trinighedellu (il piccolo treno), è tanto un’avventura quanto un mezzo di trasporto.
Per il quale ogni anno si spendono circa 20.000 € di manutenzione per i danni procurati…dagli scontri coi bovini.
Terra anomala, la Corsica, dove c’è la più alta concentrazione dell’ultimo modello della Renault Twingo e nessuna traccia del bidè.
La lingua tradisce un ancestrale legame col nostro Paese, in diversi la parlano ed in molti la capiscono.
L’architettura dei centri abitati è un altro trait d’union che rende la Corsica di fatto un terra italiana.
Rivoluzionaria e reazionaria al tempo stesso, cocciuta e coerente, quest’Isola non si è fatta depredare – dal revisionismo o dal Pensiero Unico dominante – del proprio eroe Pasquale Paoli.
Merita rispetto, merita stima, merita ammirazione.
E merita sempre un ulteriore viaggio, questa terra magnifica.