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Questione di stima

21 Mag

Roma; ultima zingarata; sabato sera.
Ci dirigiamo verso Trastevere, zona turistica per antonomasia, eppure per trovare il nostro ristorante il navigatore ha chiesto l’aiuto del pubblico ed ha pure comprato una vocale.
Sia detto senza perifrasi: fanno cagare ‘sti navigatori.
A chiedere invece non si sbaglia mai.
Eccolo finalmente: sì, è di quelli che piace a noi, un pò spoglio per i canoni attuali, asciutto, di fronzoli neanche l’ombra, con quell’arredo popolare che all’Ikea non si sono mai filati ma che il cinema ha immortalato in una pletora di scene in trattoria con l’acqua Pejo; poi il pavimento, bisogna sempre guardare il pavimento, il pavimento dice tanto, questo pavimento potrebbe racchiudere una buona fetta di storia repubblicana.
Minimo lo avranno silenziato, o stuccato a forza di omissis
Questi tuffi carpiati indietro di decenni sono fra gli antidoti che mi devo iniettare per sopportare meglio l’appiattimento tecnologico del nostro tempo.
Menu senza supercazzole, cameriere con facce autentiche, personale senza la sindrome da MasterChef: per un fisionomista maniacale come me praticamente l’Eden (o l’Edel, per restare in tema di luoghi d’antan).
Voi cosa prendete?Che vino ci facciamo portare?Chi vuole assaggiare?Te ne prendo una forchettata…Di questo il bis!
A Roma si parla di Roma: troppa l’energia sprigionata, strabordante la storia che zampilla da ogni anfratto, suadente tutto, anche escludendo i capolavori.
Un pensiero poi al grande assente, scontato rifare nella Capitale la prossima zingarata – ci teneva tanto a vederla! – meno l’idea di farle d’ora in poi sempre nella Capitale.

Credo sia un dono naturale di ognuno di noi, corroborato poi dall’osmosi dello stare insieme.
Mi riferisco alla capacità di spaziare, collegare, scovare, unire e discernere i più svariati argomenti e pensieri sottostanti.
A volte penso che queste analisi – del tutto istintive – siano anche il risultato della nostra relazione, a volte esattamente l’inverso.
Capita che le speculazioni siano solo un pretesto, come siano pura necessità, come entrambe le cose assieme.
Solo che questi nostri confronti non sempre sono caratterizzati da soffici afflati o delicati sussurri e non sono idratati all’acqua di rosa.
A Bologna due ragazzi sono rimasti seriamente impressionati (al più giovane per diversi mesi non sono più cresciuti i brufoli), a Torino un gruppo di tifosi ha capito che ci può essere alta tensione anche fuori della curva.
E non c’entra la latitudine.
Trastullati dalla romanità, fra le chiacchiere esce un argomento che si presta, ognuno dice la sua, si creano linee di pensiero che intersecandosi arruolano e licenziano noi quattro, c’è voglia di esprimere, convincere e provocare, i decibel crescono proporzionalmente all’enfasi prodigata, i carciofi alla romana con deferenza si sono zittiti e rimpiccioliti, qualcuno sente più il confronto di altri e lo sentono anche agli altri tavoli, che difatti riscopriamo quasi vuoti.
Avevano comunque finito, confidiamo col solito pentimento post-urla, ma non pienamente sincero, ancora troppo recente il gusto (amarognolo) del dibattito.
No, tutto a posto, anche stavolta nessuna strigliata dal ristoratore, evidentemente o restiamo nella norma o più realisticamente la superiamo ma con simpatia.
O sarà l’accento emiliano.
E se la cuoca si avvicina per prendersi i meritati complimenti significa che anche nei battibecchi infondiamo convivialità.

Perché appena usciti dal ristorante abbiamo il sorriso sulle labbra?
Perché scherziamo, ci abbracciamo e ringraziamo per averci fatto reciprocamente ingrossare la giugulare?
Perché ci sbrighiamo a riempire le vie del centro con altre considerazioni, richieste, consigli, proposte?
Perché con altri conoscenti una discussione aspra come quella appena conclusa, o non sarebbe mai nata, o avrebbe lasciato pensieri grondanti di livore per almeno 48 ore o avrebbe segnato indelebilmente i rapporti?
Per una questione di stima.
La stima, quella che ti permette di perdonare un commento sopra le righe (per uno subìto ce n’è uno fatto).
Quella che a distanza di giorni ti fa riflettere su quanto detto ed ascoltato.
Quella che prima ti ha visto combattere verbalmente, poi cercare insegnamento proprio da quelle parole e da quei concetti ostili.
Quella che ti garantisce di poter esprimere liberamente quello che pensi.
Quella che anche in disaccordo, non ti fa scalfire la considerazione del dirimpettaio.
Quella che anche in una cazzata altrui sai di non trovare tracce di sofismi.
Quella che ti spinge a voler correggere un paralogismo altrui.
Quella che ti fa vedere in modo diverso le critiche ricevute.
Quella che ti suggerisce che spesso abbiamo un’identica meta, affrontata solo con qualche personale deviazione sul tragitto standard.
Quella che le tue deviazioni possono sembrare inutili esattamente come quelle degli altri.
Quella che ti ammonisce che anche il tuo atteggiamento può infastidire.
Quella che dà una sgrassata al manicheismo che si deposita in ognuno di noi.
Quella che in un’intesa non ti richiede la sintonia totale.
Quella che ti ricorda che senza questi confronti tutti e cinque saremmo un pò meno di quel che siamo.
Nessuna saga dei buoni sentimenti, nessuna smelassa retorica: la stima va meritata, la stima costa, la stima esige, la stima non va giustificata, la stima ripaga.
La stima è selettiva, è parsimoniosa, la stima non va sprecata, va difesa.
La stima è spontanea, non necessariamente immediata, quasi sempre reciproca.
La stima è dare il giusto risalto ai propri sentimenti, la stima è egoismo ed altruismo, è rispetto di sè e degli altri, è salvezza ed umanità.
La cerchia di persone stimate non è un numero chiuso, aumentarla e diminuirla dev’essere una conseguenza, non un obiettivo.
La stima è quel bisogno atavico dell’uomo di dare e ricevere calore, può contemplare l’amore, l’amicizia o rimanere neutra.
La stima: cinque lettere per una parola che aiuta a sorreggere la vita.

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Corsica, avamposto d’Occidente

18 Set

Che la Corsica sia un luogo quantomeno particolare lo annunciano da subito i cartelli in doppia lingua.
Più consoni ad una zona di frontiera (non di meno crocevia di culture e tradizioni) che ad una grossa isola, sono al tempo stesso conseguenza e prodromi.
Rincarano la dose – ma solo ad un’occhio più attento e bulimico di particolari – i fori di proiettile nei cartelli stradali di alcune zone interne, segnale inequivocabile che nella terra che ha dato i Natali a Napoleone Bonaparte la normalità non ha mai preso la residenza.
Qualcuno l’ha definita uno degli ultimi avamposti dell’Occidente ed anche senza leggere la sua tormentata storia (ma è impossibile rinunciarvi, troppo affascinante) non si fatica a comprenderlo.
Dell’Occidente, più che una cartolina, è una proiezione temporale: di come era e di come potrebbe ancora essere.
In pochi altri posti il mare e la montagna si fondono così bene assieme in un qualcosa di primordiale, estremizzando ed esasperando un concetto di per sé presente in (quasi) tutte le isole.
Entri in Corsica e dal primo all’ultimo minuto di permanenza non è mai in discussione la leadership incontrastata della Natura.
Presenza ingombrante ma che rassicura con la sua soave maestosità, di cui si ode ancora l’eco dei dinieghi alla cementificazione selvaggia che invece la vicina Sardegna non ha avuto la forza di proferire all’unisono.
L’isola col simbolo della Testa Mora è un esempio adamantino di come il progresso possa essere sostenibile senza soverchiare l’equilibrio uomo-ambiente.
Strabiliante è l’assonanza dei paesaggi con la storia, con le persone ed il loro modo di vivere.
Dalle Bocche di Bonifacio, con le indescrivibili falesie i cui strati sono come i nodi dell’albero e certificano una presenza ultra millenaria.
Passando per i muri e muretti in sasso non stuccati, all’apparenza così ballerini ma in realtà ancorati alla terra esattamente come il popolo corso, il cui spirito fiero ed identitario è sconosciuto agli italiani.
Il sodalizio prosegue senza soluzione di continuità nell’interno, con una terra aspra ma in realtà generosamente fertile e verdissima: difficile non vedere il paragone coi suoi abitanti frettolosamente etichettati come scontrosi ed antipatici.
E’ sufficiente fare una battuta sui francesi per scoprire il contrario.

Nell’era ultra-tecnologica e senza nessuna apparente rinuncia alla modernità è possibile vedere delle vacche in spiaggia o ai cigli di un passo di montagna, come dover concedere la precedenza ad un branco di maiali selvatici (tutti decisamente educati, peraltro)
In nessun altro luogo con un altitudine media di 568 metri sarebbe ipotizzabile una rete ferroviaria con pendenze dell’ordine del 20%: il TGV corso (per l’occasione acronimo di Treno Gran Vibrazioni), detto anche U Trinighedellu (il piccolo treno), è tanto un’avventura quanto un mezzo di trasporto.
Per il quale ogni anno si spendono circa 20.000 € di manutenzione per i danni procurati…dagli scontri coi bovini.
Terra anomala, la Corsica, dove c’è la più alta concentrazione dell’ultimo modello della Renault Twingo e nessuna traccia del bidè.
La lingua tradisce un ancestrale legame col nostro Paese, in diversi la parlano ed in molti la capiscono.
L’architettura dei centri abitati è un altro trait d’union che rende la Corsica di fatto un terra italiana.
Rivoluzionaria e reazionaria al tempo stesso, cocciuta e coerente, quest’Isola non si è fatta depredare – dal revisionismo o dal Pensiero Unico dominante – del proprio eroe Pasquale Paoli.
Merita rispetto, merita stima, merita ammirazione.
E merita sempre un ulteriore viaggio, questa terra magnifica.