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Milan l’è un gran Milan?

20 Mag

Squadra che vince non si cambia.
Un aforisma che noi avremmo seguito pedissequamente se la maledizione di Montezuma (in versione preventiva) non avesse colpito Nelson Bolognera, lasciando così Karl Aurel Kohrsin, Patrick Marone, Ramuo Gopizzi ed il sottoscritto nell’ingrato compito di percorrere in due giorni circa 30 km a piedi per le vie meneghine in modalità ibrida (sulle prime è risultato poco intuitivo, ma ci ha permesso di superare la famigerata ZTL).
Se c’è una cosa in cui Karl Aurel Kohrsin eccelle è nel creare i tormentoni.
Nell’ultima zingarata nel capoluogo lumbard ha invero raggiunto l’acme, rispolverando e riportando in terra natia – non senza lo stupore di smemorati astanti – il celebre jingle sulla Milano da bere dell’Amaro Ramazzotti.
(Prima di proseguire con la lettura è OBBLIGATORIO rivedere il video di quello spot.E non sto scherzando).
Se i fine settimana piacevoli volano via in men che non si dica questo ha voluto esasperare il concetto, famelico come non mai di vita.

Ed a mente fredda (e con ghiaccio) ho riflettuto su come la città di Milano si sia interposta a me incrociandomi più di quanto io abbia mai colto.
In ordine cronologico, è la città delle mie due cugine più grandi rispettivamente di 8 e 4 anni (una differenza che a quell’età insignisce da sola il ruolo di pigmalione) che in estate mi stimolavano, forse inconsapevolmente, sicuramente amorevolmente, stendendo una prima fila di mattoncini del mio background culturale.
D’altronde erano ancora gli anni in cui c’era il gusto di stare assieme e la tecnologia si fermava allo stereo.
Pur essendo già un monolite con l’Appennino avevo scelto Milano come la mia città ipotetica, in quelle fantasticherie dell’infanzia che non portano a niente se non, appunto, a fantasticare.
Quindi a tanto.
Ancora, è la città del Milan e le questioni calcistiche fino all’adolescenza sono sacre (dopo sono un pò patetiche): fanno traslare il senso di appartenenza della squadra anche alla città e nondimeno stuzzicano la voglia di conoscere la storia dell’una e dell’altra.
Milano è la città dove partì Tangentopoli, che per una nostra tara genetica noi seguivamo appassionatamente fra i banchi della 1^ B, correva l’anno 1992 (https://shiatsu77.me/2015/04/08/il-1992/).
Il triplice fischio alla Prima Repubblica noi lo sentimmo col sottofondo della campanella.
E sempre dal capoluogo lombardo ebbe inizio il 12/12/1969 la stagione che più mi intriga della storia contemporanea.
Quindi di tutta la storia.
Intorno ai diciott’anni – fra romanticismo che faceva rima con purismo ed una innocente altezzosità di sentirsi già grandi- ci sono luoghi più evocativi (ma anche più ruffiani) della città del Duomo, relegata a reietta del trittico palazzi-smog-traffico.
Ma Milano è tornata, per interposte persone.
Con Massimo Fini (comasco solo all’anagrafe) che quando scrive di Milano ha la dote taumaturgica di far vivere situazioni mai affrontate in anfratti mai visitati, anche perché scomparsi a loro volta.
E con Giorgio Gaber che della sua città Natale era intriso, dalla quale ha attinto, elaborato e proiettato i suoi mille pensieri di onnivoro intellettuale.
Due personaggi inattuali allora, oggi e domani che incarnavano la (fu) Milano ma che sentivano anche il bisogno di disintossicarsi da lei (Fini al mare, il Signor G a Montemagno di Camaiore).

Chiamiamola deformazione da osservatore (ma accetto anche patologie più ignominiose), ma in vacanza cerco sempre di immaginare la località visitata nella sua quotidianità, senza la patina che il turismo posa su un luogo, deformandolo.
Di Milano, che ne so, un lunedì mattina alle 08,00 in metropolitana, od un rientro la sera dal lavoro nell’hinterland, l’uscita da scuola dei ragazzi, i genitori che giocano con il bimbo od il caldo d’estate.
Un altra fissa che ho visitando le grandi città è la curiosità per le zone più malfamate, idea che la ragione e la paura fanno sempre rimane nel limbo.
La città della Madonnina offre tanto (e tutto dal punto di vista economico), ma da adepta del do ut des, chiede parecchio in cambio ( e tutto dal punto di vista della qualità della vita).
E l’obolo è quotidiano, senza distinzione fra feriali e festivi.
E’ generosa, ma sorge il dubbio che serva a compensare, o celare, qualcosa.
Famosa per la nebbia, nel capoluogo meneghino si capta sempre una cappa di tensione che ha coperto la città di una coltre di laboriosa ed invereconda smania.
E si è portati a credere della presenza di un virus endemico che si inocula a chiunque metta i piedi a Milano per più di tre giorni.
Metropoli che sembra concedere di più a chi non debba fermarsi mai, quasi che la riflessione cozzi contro un entità ovviamente impalpabile, ma percepibile.
Ottima per divertirsi, progettata per produrre, non sembra invece un paese per vecchi perché anche nel riposo in controluce si intravede una punta di frenesia.
Anche il tempo libero appare concitato.
C’è il sentore che pure nello svago Milano voglia far ricordare la sua missione, il business.
Con il suo tanto la città di Sant’Ambrogio è una città che rischia di fagocitare e di fagocitarsi.
Milano ha ricevuto tante investiture (la capitale economica d’Italia, la capitale morale del Paese, la Milano da bere, la città della moda, la città più glamour e cosmopolita d’Italia) che le hanno creato una dissonanza ed una crisi d’identità.
Ha sempre dovuto rincorrere l’iconografia del momento, atteggiamento che l’ha condotta allo straniamento, impegnata com’era ad immedesimarsi nella parte assegnata (da altri) dimenticandosi di se stessa.
Vecchio problema del passato trovare un milanese a Milano, quello attuale è che sono sparite le tracce di Milano a Milano.
E’ un laboratorio dove ormai fra i mille alambicchi non si riesce più a scovare una traccia di milanesità.
Al cospetto di tutti i grandi centri italiani è quello ha perso di più il proprio heritage, la propria lingua, i propri riti, il proprio io.
Anche i tanti miglioramenti le hanno fatto comunque perdere qualcosa del suo ormai scarno passato.
Semplice non lo è stata mai, Milano.
Forse è il suo destino.
O forse gliel’hanno creato.

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Corsica, avamposto d’Occidente

18 Set

Che la Corsica sia un luogo quantomeno particolare lo annunciano da subito i cartelli in doppia lingua.
Più consoni ad una zona di frontiera (non di meno crocevia di culture e tradizioni) che ad una grossa isola, sono al tempo stesso conseguenza e prodromi.
Rincarano la dose – ma solo ad un’occhio più attento e bulimico di particolari – i fori di proiettile nei cartelli stradali di alcune zone interne, segnale inequivocabile che nella terra che ha dato i Natali a Napoleone Bonaparte la normalità non ha mai preso la residenza.
Qualcuno l’ha definita uno degli ultimi avamposti dell’Occidente ed anche senza leggere la sua tormentata storia (ma è impossibile rinunciarvi, troppo affascinante) non si fatica a comprenderlo.
Dell’Occidente, più che una cartolina, è una proiezione temporale: di come era e di come potrebbe ancora essere.
In pochi altri posti il mare e la montagna si fondono così bene assieme in un qualcosa di primordiale, estremizzando ed esasperando un concetto di per sé presente in (quasi) tutte le isole.
Entri in Corsica e dal primo all’ultimo minuto di permanenza non è mai in discussione la leadership incontrastata della Natura.
Presenza ingombrante ma che rassicura con la sua soave maestosità, di cui si ode ancora l’eco dei dinieghi alla cementificazione selvaggia che invece la vicina Sardegna non ha avuto la forza di proferire all’unisono.
L’isola col simbolo della Testa Mora è un esempio adamantino di come il progresso possa essere sostenibile senza soverchiare l’equilibrio uomo-ambiente.
Strabiliante è l’assonanza dei paesaggi con la storia, con le persone ed il loro modo di vivere.
Dalle Bocche di Bonifacio, con le indescrivibili falesie i cui strati sono come i nodi dell’albero e certificano una presenza ultra millenaria.
Passando per i muri e muretti in sasso non stuccati, all’apparenza così ballerini ma in realtà ancorati alla terra esattamente come il popolo corso, il cui spirito fiero ed identitario è sconosciuto agli italiani.
Il sodalizio prosegue senza soluzione di continuità nell’interno, con una terra aspra ma in realtà generosamente fertile e verdissima: difficile non vedere il paragone coi suoi abitanti frettolosamente etichettati come scontrosi ed antipatici.
E’ sufficiente fare una battuta sui francesi per scoprire il contrario.

Nell’era ultra-tecnologica e senza nessuna apparente rinuncia alla modernità è possibile vedere delle vacche in spiaggia o ai cigli di un passo di montagna, come dover concedere la precedenza ad un branco di maiali selvatici (tutti decisamente educati, peraltro)
In nessun altro luogo con un altitudine media di 568 metri sarebbe ipotizzabile una rete ferroviaria con pendenze dell’ordine del 20%: il TGV corso (per l’occasione acronimo di Treno Gran Vibrazioni), detto anche U Trinighedellu (il piccolo treno), è tanto un’avventura quanto un mezzo di trasporto.
Per il quale ogni anno si spendono circa 20.000 € di manutenzione per i danni procurati…dagli scontri coi bovini.
Terra anomala, la Corsica, dove c’è la più alta concentrazione dell’ultimo modello della Renault Twingo e nessuna traccia del bidè.
La lingua tradisce un ancestrale legame col nostro Paese, in diversi la parlano ed in molti la capiscono.
L’architettura dei centri abitati è un altro trait d’union che rende la Corsica di fatto un terra italiana.
Rivoluzionaria e reazionaria al tempo stesso, cocciuta e coerente, quest’Isola non si è fatta depredare – dal revisionismo o dal Pensiero Unico dominante – del proprio eroe Pasquale Paoli.
Merita rispetto, merita stima, merita ammirazione.
E merita sempre un ulteriore viaggio, questa terra magnifica.