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25/06/2017

25 Giu

Ci sono i miei genitori, artefici di quello che sono.

Ci sono delle altre persone, e qualcuna non c’è più, che mi hanno insegnato a gioire della vita.

C’è un nostro percorso, già avviato, che deve soddisfarci per il passato, appassionarci per il presente e stimolarci per il prosieguo.

Ci sono fra noi promesse più o meno silenziose, tutte condivise , anche quelle mai proferite, che necessitano di tutto il nostro impegno per essere mantenute.

Ci sei tu, emozione e ragione, serenità e passione, intuito e coscienza, che ti sei inserita in quello che mi mancava.

C’è la nostra intesa, che oramai si diverte a precederci.

C’è Luca, magnifico ogni giorno di più.

E poi, qui simbolicamente davanti a tutto, ci siamo noi tre.

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Dieci sportivi per me non posson bastare

23 Ott

Sono di moda e mi stanno sul cazzo.
Forse proprio perché sono di moda, forse perché sono delle catene di S.Antonio, quindi un modo edulcorato di schedare e manovrare le persone.
Parlo delle nomination in voga su Facebook, pur nella nobiltà degli argomenti trattati (letteratura, cinema, sport).
Il dovere (e la voglia) di rispondere ad una lista in stile deluxe di Ime, mi hanno spinto ad allinearmi.
Non nomino nessuno (e ci mancherebbe) ma siccome il blog è mio le regole verranno un pò cambiate (il potere di chi non è stato eletto da nessuno).

Ayrton Senna da Silva
In lui sapevano convivere due fuoriclasse in perfetta simbiosi fra di loro: l’uomo ed il pilota.
Aveva qualità talmente adamantine che la genialità pareva aver scelto lui per fare bella mostra di sé nella sua forma più pura.
Nelle corse ha cambiato la percezione spazio-tempo.
Una delle poche persone per cui valga la pena essere tifosi.
(vedi anche http://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/).
Marco Van Basten
Certi giocatori quanto siano forti non lo capisci dai gol-capolavoro e/o decisivi o dalle giocate-monstre.
Basta guardarli effettuare un semplice retropassaggio.
Van Basten era il prototipo del giocatore perfetto ma senza rinunciare a quella magia che contraddistingue i geni.
Classe, cervello e muscoli (epici i suoi duelli con Vierchowod).
Una volta disse ad Ancelotti “Tu passami la palla, poi corri ad abbracciarmi”.
Tanto talentuoso quanto riservato, il cigno di Utrecht quando smise di giocare a causa della caviglia malconcia stava ancora migliorando, porca troia…
Karl Aurel Kohrsin al fantacalcio riuscì a vendermelo rotto, facendomi svenare.
Al cuor non si comanda.
Roberto Baggio
Ecumenico a sua insaputa, ha saputo unire tutte le tifoserie d’Italia (dote taumaturgica).
La natura gli ha fatto dono di una classe sopraffina (forse qualcosa di più) ed un carattere ed una tenacia d’oro, salvo farglieli pagare caro col dolore degli infortuni.
Baggio è stato più forte di tutto (dei suoi legamenti, di certi suoi allenatori, dell’età, dei pregiudizi e dell’invidia).
E’ stato il miglior giocatore italiano di sempre.
Qualcuno ha pure avuto il coraggio di discuterlo.
Perdonali, Robertobaggio.
Ruud Dil Gullit
Al Psv giocava attaccante, al Milan da seconda punta e sulla fascia, alla Samp ha fatto il centrocampista centrale ed infine al Chelsea il libero.
In mezzo a tanta ecletticità, treccine e spettacolo allo stato puro, trovava il tempo per castigare una pletora di donzelle.
In un derby con una sbega ravvicinata trafisse Zenga.
La rete della porta si sta ancora muovendo.
Era il 1988.
Alberto Tomba
Sbruffone, donnaiolo, cazzaro.
Subito a pensare ad un politico, eh?
Parlo invece di Alberto Tomba, che aveva una qualità in più:era geneticamente costruito (in un unico esemplare protetto da clonazione) per stupire sulle piste di tutto il Mondo.
Per lui (giustamente) l’Italia si fermava.
Grazie a lui tutti gli italiani sono diventati esperti di sci (esclusa Ivana Vaccari).
Il re dello sci e della disponibilità (per forza, è un vitellone emiliano).
Dei due fratelli lui è quello di successo, quello sfigato è Alex l’ariete.
Zdenek Zeman
In un dizionario illustrato la sua foto comparirebbe accanto alle parole
idea, coerenza, coraggio.
Refrattario al compromesso, è un antidoto alla noia e all’ipocrisia.
Chi lo ha detto che i grandi comunicatori devono essere loquaci?
La saggezza e la sincerità danno fastidio, per questo lo adoro.
(http://shiatsu77.me/2012/08/06/il-maestro-boemo/).
Motomondiale 2 tempi
Qui faccio il purista:le moto da corsa devono essere dei 2 tempi.
Più meccanica, zeru elettronica.
In quegli anni l’odore (profumo?) di miscela ed il rumore metallico che diventava un urlo lancinante facevano da colonna sonora a battaglie per uomini veri.
Prima di parlare di moto è obbligatorio conoscere quegli anni, please.
Christofer Roland Waddle e Gianluigi Lentini.
Impazzisco per le ali (meglio se vecchio stampo), i veri ribelli del calcio.
Ognuno ha le proprie manie.
Chi ama farsi 216 selfie al giorno, chi comunicare con le slides.
Qualcuno da giovane ha pure partecipato alla Ruota della Fortuna.
Non ho mai visto nessuno saltare l’uomo (anzi, gli uomini) con tanta facilità come Chris Waddle.
E’ l’esempio didascalico di cosa sia il dribbling (non fine a se stesso, lui puntava alla porta…): chiedere a Paolo Maldini.
In quell’andatura un pò insolente da cavallo pazzo con le chiome al vento c’era tutto Gigi Lentini.
Senza quel maledetto incidente di merda…
Italvolley ’90
Ai miei tempi girava ancora la fionda che la pallavolo fosse roba per le femmine.
Ovviamente una balla, tipo che la legge è uguale per tutti.
Quella squadra emanava un senso di potenza primordiale unendo l’estro dei latini ad un’organizzazione teutonica.
Rimpiango di non aver provato a giocare un pò seriamente (ho una battuta devastante).
Cristiano Doni
Ma come, un giustizialista come me?
Sì, perché aveva quintalate di talento senza essere un predestinato ed era un rappresentante dei fenomeni di provincia, quelli che riducono le distanze fra i protagonisti e gli amanti del pallone.
Prima mi ha emozionato, poi mi ha deluso.
Finale Usa-Croazia Olimpiadi 1992
In quegli anni mi stavo interessando al basket.
Poi abbandonai.
La stessa cosa che avrebbe dovuto fare con la politica un certo Matteo R.
Il rimpianto fu di non vedere la dissolta Jugoslavia giocarsela col Dream Team, ma in un parquet dieci cestisti così forti io non li ho mai più visti.
Dieci?
No, c’erano anche le panchine.
Micheal Johnson
Adoro gli sprinter, per me l’atletica sono loro.
Michel Johnson mi attirava per quello stile un po così che possedeva solo lui, col quale corroborava e condiva le sue tante vittorie (con record).
Quando mi alleno (o meglio, cerco di fare pari con quello che mangio e bevo) esibendomi nei miei proverbiali (bello vero) e prodigiosi (si dai) allunghi, inconsciamente mi viene da imitarlo.
Solo che io faccio pena.
Vincenzo Montella
Il sodalizio iniziò dopo aver visto un suo gol: una girata al volo di sinistro (pleonasmo) quando ancora indossava la maglia del Grifone.
Da allora ogni volta che l’Aeroplanino ha decollato, io volavo con lui (le hostess però non hanno mai premiato la mia fedeltà).
Giocate mai banali, poco aduso a gossip e velinate, è uno degli attaccanti più dotati della sua generazione (e non solo).
Potrebbe rompere il tabù che vuole come bravi allenatori solo gli ex-giocatori “di sostanza”.
Carlos Sainz
Ha vinto “solo” due Mondiali Rally, ma ho avuto conferma nella sua grandezza nelle sconfitte.
Quando aveva una macchina palesemente inferiore (diceva che preferiva essere apprezzato ed in armonia col team piuttosto che avere il mezzo migliore) o quando nel ’98 si ruppe la sua Toyota a pochi metri dall’arrivo impedendogli di vincere l’iride.
Pianse dalla delusione
Vinse ugualmente.
Zlatan Ibrahimovic
Nove volte su dieci quelli come lui non li sopporto.
Quando ancora ero un tifoso dovevo odiarlo, perchè lo temevo.
Come riesca a far convivere tanta grazia in quel fisico è insieme un mistero ed il suo stilema.
Il suo modo d’essere (fra tanti Playmobil) è un rifiuto all’omologazione in un mondo capziosamente individualista ed in realtà standardizzato.
Antonio Cairoli
Lo so, in tanti di voi non sapranno di chi stiamo parlando.
Un pò quello che accadde qualche anno fa ad un congresso di un partito quando Gianfranco Fini pronunciò la parola legalità.
Si è tatuato la frase “Velocita, fango e gloria”.
Sono tipi strani questi crossisti.
La sua superiorità sugli avversari è quasi irriverente, rende facili cose che decisamente non lo sono.
È gia una leggenda del suo sport, infatti in Italia è un semisconosciuto.
(http://shiatsu77.me/2013/09/20/minchia-che-roba/).
Alex Zanardi
Con lui il rischio di cadere nella retorica è alto.
È più alta la stima e l’ammirazione per l’uomo.
Anche il pilota non era male.
Tutte le squadre che hanno battuto la Juventus
Basta la parola.
Come il confetto Falqui.

Il Patto del Nazzareno prevede anche che possa aggiungere qualche nome spot: Stefan Everts (ha vinto dieci titoli mondiali di Motocross, ho detto dieci), Francesco Totti (è secondo solo a Baggio), Massimiliano Biaggi (quando vinceva non lo cagavo, l’ho apprezzato col tempo), Valentino Rossi (sempre tifato contro, ma certe cose erano notevoli anche per me), Nils Liedholm (sciao Liddas!), Gianmarco Pozzecco (un pazzoide), Manuel Rui César Costa (le sue verticalizzazioni ed i suoi assist erano meglio di un gol), Gabriel Omar Batistuta (con lui in campo si partiva perlomeno con l’1-0), il Torneo di Cola (perché era il Torno di Cola), qualche reminiscenza milanista (George Weah, Franklin Edmundo Rijkaard, Paolo Maldini e Franco Baresi), Miki Biasion (l’ultimo iridato italiano su macchina italiana nei Rally), Luca Cadalora (centauro fantastico), Carlo Mazzone (il calcio d’oggi non merita più uomini così), per finire con Oronzo Canà, Andrea Margheritoni e John Fashanu detto anche La Personcina (Peo Pericoli docet).
Lo so, ho esageratro.
Ma se mi venisse in mente qualcun’altro…

Cariolini nel tempo

23 Ago

Siamo nel 1985, un litro di benzina costa 1.328 lire, il tormentone estivo è dei Righeira con L’estate sta finendo e l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vince lo scudetto nel primo anno dei sorteggi integrali degli arbitri (coincidenze?).

A Castelnovo Monti il neonato quartiere Peep è un crocevia di sogni,speranze e tante famiglie, i cui bambini faranno nascere di lì a poco alcune storiche compagnie del paese, molte delle quali ancora unite come un tempo.
Ad un certo punto i “grandoni” (fino all’adolescenza due o tre anni di differenza sembrano un eternità) lanciano la moda dei cariolini:dei piccoli carri in legno con le ruote (o meglio, dei cuscinetti), non c’è il volante, si sterza coi piedi.
Le strade del quartiere -alcune asfaltate di fresco, altre ancora no- ne sono letteralmente invase.
Capendo il desiderio, un papà tanto ingegnoso quanto premuroso, decide di costruirne uno al proprio figlio facendo le cose in grande:telaio in ferro saldato, cuscinetti ricoperti di gomma,struttura in legno vitata al telaio, freno a cavo.
Così anche la mamma –di solito è lei la creativa- può stare (relativamente) tranquilla.
Perché è vero che tutti quei bimbi girano sulle strade aperte (oggi sarebbero azzannati dai Vigili urbani), ma il traffico è ancora sostenibile (qualche R5,alcune moderne Fiat Uno ed una Simca rigorosamente verde) ed al netto di qualche sbucciatura il gioco non ha mai procurato dei feriti.
Bellissimo lo scorcio di vedere venti bimbi o più scendere in fila ognuno col proprio cariolino.
Anche perchè non ce n’è uno uguale all’altro.
Un’altro aspetto che si è sedimentato nell’animo di chi quegli anni li ha vissuti è il rumore:continuo,un pò cupo, metallico per tutta la ferraglia che si scaricava sull’asfalto,ricorda in piccolo quello di un treno ed era la colonna sonora che accompagnava l’avventura.
Il rito si conclude con la risalita da valle a monte per una nuova sfida:i più scaltri si aiutano con una corda per amica, tutti gli altri senza,tanto a quell’età la parola fatica è sconosciuta.
Per molto tempo i pomeriggi al Peep si sono trascorsi così.
Questi ragazzini sono (anzi, siamo) stati gli antesignani di una moda che è scoppiata qualche decennio dopo, soprattutto grazie alle gare di Monchio e Migliara:chi le chiama carrettelle, chi semplicemente carretti.
Se però in queste manifestazioni prevale l’aspetto folkloristico o competitivo, nel quartiere l’obiettivo era divertirsi.
E basta.

Sono passati quasi trent’anni ed il nostro cariolino –usato e tenuto sempre con passione– è ancora lì, a conferma del geniale progetto.
Tramandare le usanze riempie di gioia, così ad essere sensibile al suo richiamo è oggi il nipote ma è quasi incredibile il fascino che può emanare un semplice cariolino se è vero che tutti quelli che lo vedono, grandi e piccini, rimangono conquistati da qualcosa che è più di un gioco, è un inno alla semplicità, un piacere senza tempo.
Basta una discesa ed il divertimento è assicurato.