Archivio | Mag, 2018

Questione di stima

21 Mag

Roma; ultima zingarata; sabato sera.
Ci dirigiamo verso Trastevere, zona turistica per antonomasia, eppure per trovare il nostro ristorante il navigatore ha chiesto l’aiuto del pubblico ed ha pure comprato una vocale.
Sia detto senza perifrasi: fanno cagare ‘sti navigatori.
A chiedere invece non si sbaglia mai.
Eccolo finalmente: sì, è di quelli che piace a noi, un pò spoglio per i canoni attuali, asciutto, di fronzoli neanche l’ombra, con quell’arredo popolare che all’Ikea non si sono mai filati ma che il cinema ha immortalato in una pletora di scene in trattoria con l’acqua Pejo; poi il pavimento, bisogna sempre guardare il pavimento, il pavimento dice tanto, questo pavimento potrebbe racchiudere una buona fetta di storia repubblicana.
Minimo lo avranno silenziato, o stuccato a forza di omissis
Questi tuffi carpiati indietro di decenni sono fra gli antidoti che mi devo iniettare per sopportare meglio l’appiattimento tecnologico del nostro tempo.
Menu senza supercazzole, cameriere con facce autentiche, personale senza la sindrome da MasterChef: per un fisionomista maniacale come me praticamente l’Eden (o l’Edel, per restare in tema di luoghi d’antan).
Voi cosa prendete?Che vino ci facciamo portare?Chi vuole assaggiare?Te ne prendo una forchettata…Di questo il bis!
A Roma si parla di Roma: troppa l’energia sprigionata, strabordante la storia che zampilla da ogni anfratto, suadente tutto, anche escludendo i capolavori.
Un pensiero poi al grande assente, scontato rifare nella Capitale la prossima zingarata – ci teneva tanto a vederla! – meno l’idea di farle d’ora in poi sempre nella Capitale.

Credo sia un dono naturale di ognuno di noi, corroborato poi dall’osmosi dello stare insieme.
Mi riferisco alla capacità di spaziare, collegare, scovare, unire e discernere i più svariati argomenti e pensieri sottostanti.
A volte penso che queste analisi – del tutto istintive – siano anche il risultato della nostra relazione, a volte esattamente l’inverso.
Capita che le speculazioni siano solo un pretesto, come siano pura necessità, come entrambe le cose assieme.
Solo che questi nostri confronti non sempre sono caratterizzati da soffici afflati o delicati sussurri e non sono idratati all’acqua di rosa.
A Bologna due ragazzi sono rimasti seriamente impressionati (al più giovane per diversi mesi non sono più cresciuti i brufoli), a Torino un gruppo di tifosi ha capito che ci può essere alta tensione anche fuori della curva.
E non c’entra la latitudine.
Trastullati dalla romanità, fra le chiacchiere esce un argomento che si presta, ognuno dice la sua, si creano linee di pensiero che intersecandosi arruolano e licenziano noi quattro, c’è voglia di esprimere, convincere e provocare, i decibel crescono proporzionalmente all’enfasi prodigata, i carciofi alla romana con deferenza si sono zittiti e rimpiccioliti, qualcuno sente più il confronto di altri e lo sentono anche agli altri tavoli, che difatti riscopriamo quasi vuoti.
Avevano comunque finito, confidiamo col solito pentimento post-urla, ma non pienamente sincero, ancora troppo recente il gusto (amarognolo) del dibattito.
No, tutto a posto, anche stavolta nessuna strigliata dal ristoratore, evidentemente o restiamo nella norma o più realisticamente la superiamo ma con simpatia.
O sarà l’accento emiliano.
E se la cuoca si avvicina per prendersi i meritati complimenti significa che anche nei battibecchi infondiamo convivialità.

Perché appena usciti dal ristorante abbiamo il sorriso sulle labbra?
Perché scherziamo, ci abbracciamo e ringraziamo per averci fatto reciprocamente ingrossare la giugulare?
Perché ci sbrighiamo a riempire le vie del centro con altre considerazioni, richieste, consigli, proposte?
Perché con altri conoscenti una discussione aspra come quella appena conclusa, o non sarebbe mai nata, o avrebbe lasciato pensieri grondanti di livore per almeno 48 ore o avrebbe segnato indelebilmente i rapporti?
Per una questione di stima.
La stima, quella che ti permette di perdonare un commento sopra le righe (per uno subìto ce n’è uno fatto).
Quella che a distanza di giorni ti fa riflettere su quanto detto ed ascoltato.
Quella che prima ti ha visto combattere verbalmente, poi cercare insegnamento proprio da quelle parole e da quei concetti ostili.
Quella che ti garantisce di poter esprimere liberamente quello che pensi.
Quella che anche in disaccordo, non ti fa scalfire la considerazione del dirimpettaio.
Quella che anche in una cazzata altrui sai di non trovare tracce di sofismi.
Quella che ti spinge a voler correggere un paralogismo altrui.
Quella che ti fa vedere in modo diverso le critiche ricevute.
Quella che ti suggerisce che spesso abbiamo un’identica meta, affrontata solo con qualche personale deviazione sul tragitto standard.
Quella che le tue deviazioni possono sembrare inutili esattamente come quelle degli altri.
Quella che ti ammonisce che anche il tuo atteggiamento può infastidire.
Quella che dà una sgrassata al manicheismo che si deposita in ognuno di noi.
Quella che in un’intesa non ti richiede la sintonia totale.
Quella che ti ricorda che senza questi confronti tutti e cinque saremmo un pò meno di quel che siamo.
Nessuna saga dei buoni sentimenti, nessuna smelassa retorica: la stima va meritata, la stima costa, la stima esige, la stima non va giustificata, la stima ripaga.
La stima è selettiva, è parsimoniosa, la stima non va sprecata, va difesa.
La stima è spontanea, non necessariamente immediata, quasi sempre reciproca.
La stima è dare il giusto risalto ai propri sentimenti, la stima è egoismo ed altruismo, è rispetto di sè e degli altri, è salvezza ed umanità.
La cerchia di persone stimate non è un numero chiuso, aumentarla e diminuirla dev’essere una conseguenza, non un obiettivo.
La stima è quel bisogno atavico dell’uomo di dare e ricevere calore, può contemplare l’amore, l’amicizia o rimanere neutra.
La stima: cinque lettere per una parola che aiuta a sorreggere la vita.

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L’arte definitiva

12 Mag

Quando assistiamo ad un avvenimento storico sentiamo il bisogno di proferire anche ad un astante semi-sconosciuto la frase “Guarda che io c’ero!” e non vediamo l’ora di svelare i particolai – rigorosamente col petto in fuori – al bar, ad una donna, ai figli e ai nipoti.
La sola presenza equivale ad un grande merito.
Sono grossomodo due le modalità di approcciarsi ad un momento che rimarrà negli annali.
La prima è farlo inconsciamente, con la casualità che il vivere sa regalare, con la spensieratezza di un’occasione qualsiasi che poi si rivelerà tutt’altro che qualsiasi.
E’ l’eterea magia delle cose improvvise, spontanee, inconsapevoli.
La storia intanto, quella con l’S maiuscola, ha già preso carta, penna e calamaio, mentre gli spensierati invitati ne scopriranno la caratura perlomeno a circostanza iniziata – in realtà quasi sempre a circostanza abbondantemente terminata.
La seconda, di modalità, forse non piacerà agli istintivi, a quelli che un emozione non si programma, perché presuppone la contezza della portata di un evento e della sua irripetibilità (vera o presunta).
Un orologio dal pressante tic tac ci spinge a partecipare a questo evento, dato che i rimpianti – casomai non riuscissimo nel nostro intento – divamperebbero come un incendio in un fienile.
Col primo metodo nascono i momenti puri ma col secondo stai sicuro che non ti perdi nemmeno una virgola e che assapori tutta l’aria fino all’ultima goccia.
Le cose agognate, o destinate all’estinzione, richiedono più impegno, più attenzione, ma sanno ripagare generosamente.
Prima modalità tipica della giovinezza, seconda della maturità?
Boh, forse.
E poi oggi questi giochini esistenziali non sono importanti.
L’importante è che Roger Waters abbia deciso di toccare lo stivale col suo US + THEM tour, ed uno così sarebbe stato da stolti perderselo.
Concetto razionale finché si vuole, ma perorato da tre rabdomanti di emozioni.
Chi è dipendente dalla scrittura riceve sollecitazioni a getto continuo prima, durante e dopo lo spettacolo: vaticini, percezioni, magnetismo, schegge, frammenti e flashback che chiedono di essere elaborati e fissati per superare lo stesso concetto di sedimentazione.
L’inusitata carica dopo appena quattro ore di sonno certifica il dovere di lasciare una traccia scritta.

Non si compra il biglietto per US + THEM per andarsi a divertire, non c’è nessun happy ending, ma un RESIST per finale, aspro come il nostro tempo, carico e speranzoso come la voglia di cambiarlo.
Nessun senso è ignorato, c’è un impatto totale nella coscienza: sensazioni auliche da situazioni ignominiose.
E’ l’innesco al pensiero, costretti in una commistione di piacere ed inquietudine.
Roger Waters è sempre più sempiterno, protagonista e al tempo stesso servitore del suo show, i 74 anni paiono un dettaglio anagrafico, peraltro nemmeno troppo convincente.
Il tempo ha smussato certi suoi angoli (che andavano a sbattere contro il pubblico) senza minimamente scalfire – anzi fortificando – quella voglia di urlare al Mondo che sono troppe le cose che non vanno bene, elencandole.
In US + THEM Waters ti spiga chi siamo noi e chi sono loro.
Loro che continuano a comandare, noi divisi e sottomessi.
US + THEM, noi e loro, accorato invito ad unire il noi, visto che loro impunemente riescono a dividerci e squartarci.
US + THEM, dove le condizioni di certuni rispetto alle nostre – e parliamo del noi – sono solo questioni di latitudine, coincidenze, fortuna ed altri piccoli dettagli della vita.
Waters è credibile perchè all’invettiva balsamica pre-confezionata preferisce – da sempre – i nomi, i cognomi, le situazioni ed i fatti, perché sceglie il coraggio nell’era dell’omologazione e perché all’endorsement sbatte in faccia quintalate di talento adamantino, col dito medio alzato.
Non ha paura di illuminare il lato oscuro di ognuno, proprio quello che rischia di eclissarci.
Certi messaggi che in bocca ad altri filantropi da copertina puzzano di retorica propagandistica – contigui e correi al potere come sono – lanciati dal divino Roger raccontano quello che devono dire, senza la pretesa di elevarsi ad oracolo, senza la bramosia di divenire guru.
E questo marziano riesce persino a sdoganare quel pericoloso concetto chiamato appartenenza.
Purché non comprenda l’idolatria, da evitare sempre come la peste.
US + THEM è uno spettacolo anche politico, nella sua accezione più tonda.
Waters va fino in fondo, con l’asprezza e l’alterità di chi non deve piacere, ma solo esternare e stimolare.
“Se non vi piace la politica andate a sentire Katy Perry o le Kardashians”
Ecco la differenza tra un artista dalla mente proteiforme ed i suoi simulacri.

Il pensiero fisso di ammirazione per Water ed i suoi sodali del palco, arriva (e parte) senza soluzione di continuità coi Pink Floyd, rarissimo caso della materia dove l’esplosione di un monolite ha prodotto delle gemme altrettanto imponenti e preziose.
La triade stomaco-cuore-sinapsi elargisce elogi su cosa questi quattro siano riusciti a tirare fuori.
Visionari, pionieri, ipnotici, l’esplorazione come cifra stilistica, sono uno dei gruppi meno pop (storica la risposta al disappunto di un produttore per una scelta poco commerciale: “Noi siamo i Pink Floyd”) che ha venduto più dischi (quando ancora i dischi si compravano).
Loro sicuramente avanti sui tempi, mentre un’epidemica alienazione di massa ha reso vano il lavoro di tanti precursori.
Ascoltare un album dei Floyd non è ascoltare i brani contenuti in quell’album, è vivere una storia, dicono si chiami art rock, ed io ci credo.
I Pink Floyd non si sono limitati a riscrivere la storia della musica, ne hanno pure cambiato i caratteri.
La loro onda più che lunga è eterna, per una serie di motivi lunga come una coda tra Pero e Cormano.
E tu questi motivi li stai capendo da trenta metri di distanza.
Ti penti di non averli visti dal vivo – la carta d’identità è un alibi quasi di ferro – ti compiaci di aver rimediato con uno dei suoi profeti.

Catapultati in US + THEM tutti i filtri che il sistema di comando ha posizionato vengono resi inerti, si è proiettati nei bassifondi della società, e nella bassezza del genere umano, in un’accogliente turbamento.
Ti aspetti tanto, per un attimo ti sfiora l’idea malsana che il meglio di quest’icona sia alle spalle, ma istantaneamente si iniziano a toccare vette in un parossismo continuo.
E’ musica di altissimo (inarrivabile) livello, Waters si è circondato di talenti pazzeschi (ed era anche il minimo).
Ma non è solo musica.
E tu non stai assistendo solo al concerto più incredibile della tua vita.
Perché non è solo un concerto.
Tu sei spettatore di qualcosa di più.
Della più totale e perfetta fusione fra arte, cultura, impegno e dissenso.
Sai cosa suonerà, ma lui troverà il modo di stupirti, di inchiodarti.
Il livello raggiunto è secondo solo al coinvolgimento emotivo procurato.
E’ arte definitiva.
Non c’è angolo recondito, o nascosto plissè, che non sia pervaso da questa monumentale opera rock.

Le corde del basso di sua Maestà Waters introducono in un viaggio che scuote, la colonna sonora non è la destinazione ma un veicolo.
Nonostante i giri di basso, i riff, una batteria che risveglierebbe anche l’orso Yoghi da una balla colossale, beh, la reazione è la contemplazione.
Emozione che pietrifica, che imprigiona, la potremmo chiamare la sindrome da Roger Waters (o sindrome da Pink Floyd), interrotta ogni tanto da qualche urlo di Munch.
Pensavi di gridare certe strofe, a volte lo fai, ma qualcosa ti trattiene e ti calamita, quel qualcosa è l’essenza inimitabile e intelligibile profusa dai geni come Waters.
Preso da un delirio di onnipotenza ti verrebbe voglia di stilare un elenco di persone a cui dire piccato “Ma tu lo hai mai visto Roger Waters dal vivo?”
Ma no, atteggiamento insulso, tempo sprecato, meglio rivivere quei momenti, rielaborarli, diffonderli, perché la loro grandezza è decisamente ingombrante per poterli trattenere dentro di te.
Capita quando ti senti testimone di qualcosa di grandioso, di monumentale.
Di storico, appunto.