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Signori, musica!

17 Nov

Capita quando siamo assorti, con l’inconscio alleggerito da petulanti zavorre e la mente in permesso temporaneo ad esplorare le più svariate altitudini e ad affrontare altrettanti dislivelli.
In auto, in auto è un classico – la presenza o meno di passeggeri è un dato perfettamente inutile.
Quando siamo soli, e gioia o tristezza che sia, noi stessi non bastiamo.
In ambo i casi.
In compagnia, la compagnia effettivamente predispone.
Oppure quando l’adrenalina gira a pressioni così elevate da cercare uno sfiato.
Ai bambini che vogliono fare i grandi, ai bambini che diventano grandi, ai bambini che fanno i bambini, ai grandi che diventano grandi, ai grandi che provano a recuperare i bambini dispersi in loro.
Quando vogliamo evadere, evidentemente manca sempre un pezzetto di libertà.
Poi quando vogliamo farci genericamente del bene, senza un apparente motivo, anche perché non è richiesto un motivo per voler stare bene, esistono invece soluzioni quasi infallibili per riuscirvi.
Ma ci capita in infinite altre occasioni.
Ci capita continuamente, si diceva: ovvero di emettere suoni e rumori metrici, di eseguire un acuto, di partorire una melodia, di ripetere quel ritornello meccanicamente, di ascoltare brani, album, raccolte e altre caterve di piccoli gesti ed azioni che sono l’anello di congiunzione per entrare in contatto con la musica.
A pensarci bene, se lasciamo le sovrastrutture nel cesto della biancheria sporca e cacciamo la razionalità in castigo nel cantone più lontano, possiamo scorgere la musica ovunque: nel nostro respiro, nella cadenza dei nostri passi, nel ticchettio di qualcosa, nel vento, in un corso d’acqua, nel suono di un motore, nel riavvolgersi di una tapparella, in un gingillo elettronico, nelle nostre parole.
Penso che l’uomo non abbia inventato la musica, la musica si è fatta viva perché è parte di esso, solo un pò in disparte come la raffinatezza suggerisce, sottotraccia per farsi un pò desiderare, veleggiando sempre in quell’ombra fra il per tutti e il per pochi, per approdare nel per chi la vuole, o nel per chi la merita.
Anche coloro che uno spartito non saprebbero da che verso guardarlo – e di accordi conoscono solo quelli elettorali – sentono un ancestrale bisogno di musica, un richiamo irrefutabile, piacevole perché spontaneo, intrigante giacché misterioso, inspiegabile quindi ammaliante.
Ecco perché anche chi non ha mai preso in mano uno strumento in vita sua, nell’occasione giusta ti esce fuori mimando tanto un assolo di chitarra quanto un gesto con la bacchetta, con la contagiosa disinvoltura del più consumato rocker o direttore d’orchestra.

Se proviamo ad ingabbiare la musica con parametri ingegneristici lei schizzerà via come una saponetta bagnata; se la spremiamo per sentire solo il tintinnio dell’argent se ne risentirà, indispettita; se la trattiamo come un’entità mistica perderà la sua immanente e vitale sostanza umana, straniandosi.
Lei, da aulica ed intraprendente compagna di vita, è predisposta ad infilarsi nei più sperduti anfratti e desiderosa vieppiù di riverberarli con il suono della sua voce.
Veicola rabbia, sfogo, rilassa, carica, ispira.
Quando ascoltiamo quell’ineffabile mosaico di suoni è facile passare in un atmosfera parallela, a volte per puro piacere, a volte come difesa per proteggere un momento etereo e per metterci sopra la nostra ipoteca.
La musica è la risposta ad una domanda che non conosciamo, ma che pronunciamo spesso; è la soluzione di un bisogno innato; è la necessità di persone, ma da un’altra prospettiva.
La musica incarna il rapporto con quella cosa astratta e tangibile che è il tempo, noi siamo fatti di tempo, viviamo per il tempo e contro il tempo, rincorriamo ed insieme respingiamo quello futuro come quello passato.
Al pari dei sensi, la musica è una fucina inesauribile di ricordi a ripetizione, e con la musica di occasioni ne hai tante: una ragazza, una persona che non c’è più, una gita, l’infanzia, una baracca, un’estate, un periodo di merda ed uno in cui ti sentivi un satanasso.
E’ un talismano per saper rivivere il passato, per ricreare una situazione, o simularla, è l’abbrivio per predisporre il futuro, la musica, ovvero note che si staccano dal pentagramma dello spirito, una nostra proiezione che intercetta quelle altrui, un puro rigurgito d’umanità di noi che siamo sempre tropo poco umani.
Sono in pochi a saper raccontare icasticamente ogni epoca come lei, a riuscire ad essere il primo sinonimo di un determinato periodo, probabilmente perché la musica visceralmente non si accontenta di fare da cappello ad un periodo, lei vuole possederlo e voluttuosamente darsi in cambio, talvolta è la predatrice – e riesce realmente a muovere quel decennio e a dargli la sua impronta e costringere gli altri ad adeguarsi, inseguire e far correre la mente – ma capita anche che sia sopraffatta, manipolata e diventi il megafono di istanze di cui lei stessa si vergogna.

Se la musica è apoditticamente parte di noi non deve stupire che nel rapporto con essa si possano rivedere gli stessi meccanismi ed approcci che intercorrono fra gli esseri umani con annesse alchimie – un associazionismo da comuni origini – a volte capiamo quello che abbiamo davanti, a volte no, a volte ci sforziamo di farlo, altre volte nemmeno facciamo il gesto di provarci ed altre volte ancora ogni tentativo risulta vano.
Siamo, in ambo le relazioni, attratti dai nostri simili salvo poi farci fregare da qualcuno che evidentemente non lo era così tanto, il fastidio a ciò che è avverso lascia la sua dose urticante di scorie e tossine ma prima o poi il destino non ci impedisce di incontrare se non quello giusto, perlomeno quello attinente.
Gli astri, la sfiga, una macumba o il karma difettoso (cit.) hanno giocato a non farci mai incontrare una persona, come un genere musicale, come un artista, per anni ne ignoriamo l’esistenza, o lo evitiamo accuratamente, salvo poi scoprirlo per accorgersi di come basti così poco per cambiare così tanto e di come la scoperta fosse vicino a noi, probabilmente tutti i giorni veniva incrociata e magari anche sfiorata – tra la palingenesi e lo status quo può essere davvero una questione di attimi, o di centimetri.
La buona musica e le belle persone credo arrivino nel momento giusto per essere vissute ed apprezzate, esattamente come gli afflati che ci guidano verso nuove rotte e verso nuovi io, qui i rimpianti non meritano nemmeno di essere disturbati perché l’attimo ed il momento hanno la stessa valenza della scoperta e dei suoi effetti.
La musica è il biglietto per un viaggio che porta ognuno in posti diversi, l’approfondimento e le virate per assaporare le sue sfumature sanno di rinascita, emancipazione, consapevolezza, abiura, conversione.
Quelle sette note con tanto intorno sono un internet ante litteram per aprire mondi e spazi infiniti che non rimangono scollegati coi nostri, assomigliano ad una sirena che anziché portarti a sbattere ti fa approdare in lidi fecondi.
Pleonastico dire che la musica sia la colonna sonora della nostra vita, meno che la vita è la colonna sonora di se stessa, a volte ha solo bisogno un interprete, perché l’autore c’è sempre.
C’è chi ascolta solo determinata musica, chi è eclettico, chi ascolta musica di merda: se qualcuno non riesce a trovare la propria, diffidate di lui.

Ad affermare che la canzone sia l’apogeo della musica si rischia di entrare nel più scorbutico dei gineprai, ad insignirla del titolo di perfetta opera d’arte non si corre invece il pericolo di attirare strali per atteggiamento oltremodo empio ed ignominioso.
Come le più ricercate forme d’arte la canzone riesce a catturare e ad isolare il suo ascoltatore creando un magnetico rapporto simbiotico e, magia dell’arte, sempre diverso l’uno dall’altro.
La pelle d’oca, anche gli occhi inusitatamente lucidi, perché no, tradiscono la percezione di un humus vitale che solletica la stessa vitale sostanza ancora sparsa nell’anima – che si tratti del primo ascolto o quando di una canzone conosciamo a memoria anche i respiri.
C’è quella di chi l’ha scritta, quella di chi l’ha arrangiata, quella di chi l’ha eseguita, quella di chi l’ha ascoltata e quella di chi l’ha vissuta, fatto sta che in tutti questi passaggi la sensibilità che ognuno ha profuso non viene minimamente scalfita e nei travasi nemmeno una sua goccia svanisce nel nulla.
Parossistica, nella fervente attesa di un acme che dura troppo poco, libidinosa, nel volerla gustare fino all’ultimo secondo, la canzone è un emozione che vorremmo intrappolare, cristallizzare, reiterare, ma la sua fine è l’inizio di un nuovo desiderio ed è proprio la voglia di riviverlo a concupirci.
E’ un antidoto senza gli effetti collaterali delle medicine, una fonte di energia che non produce scorie né inquina, è potenza in assenza di autoritarismo.
La canzone è un filosofo popolare, uno psicologo che non intimorisce, un saggio non pedante, un folle assennato, un fragile che guida.
E’ molto più ampia del suo testo e della sua musica, va letta fra le righe, va allungata, gonfiata, collegata, va tuffata, pochi minuti possono celare intere esistenze.
Certi brani, come certe persone, danno tutto dall’inizio alla fine e regalano vita, certi altri sono banali sempre e producono inutilità.
Per ogni canzone grimaldello di una nuova sfera, ce n’è pronta almeno un’altra animata dagli stessi buoni propositi, il problema casomai è trovare il tempo per accoglierle tutte.
Altre canzoni, proprio come altre persone, ti appaiono ormai distanti, meglio non riascoltarle – o la delusione sarebbe forte – meglio il lontano e tutto sommato piacevole ricordo di una triste riscoperta che lo andrebbe ad infeltrire.
Diversamente, a riascoltarle, risulterebbero diverse da come le ricordavi, proprio come quelle persone se ti rimettessi a frequentarle.
Diversa lei (diverse loro), ma diverso anche tu, che cerchi quello che prima non cercavi.
Col tempo, con qualche disco sulle spalle e con l’orecchio più aggraziato, ammetti di aver ascoltato anche una pletora di schifezze, poco male, per scoprire il bello occorre partire dal brutto, per arrivare al raffinato bisogna passare dal grezzo e lo stesso grezzo si può impunemente indossare, basta solo non vestirsi sempre e solo di quello.
Le canzoni servono tutte, impegnate, leggere, profonde, cazzare, demenziali, commerciali e di nicchia, per saltare e per pensare, ognuna è un mosaico di quello specchio chiamato società che si riflette poi dentro di noi.
(Oddio, sono stato troppo tollerante, facciamo che servono quasi tutte, la roba che passano oggi proprio non riesco, ma quella non è musica e quelle non sono canzoni).
Ovvio che ti senti più ganzo quando hai avuto certe intuizioni scoprendo quelli giusti con lauto anticipo, e stai lisciando ancora il tuo sesto senso per quelle soffiate.
O quando hai realizzato di essere al cospetto di generi e di artisti imperituri.
Ma dovremmo sempre di più abituarci ad ascoltare la musica e meno il musicista, a soffermarci sulla canzone e meno sul cantante.

La canzone vibra continuamente tra realtà e sogno, fra concreto e fantasia, basta un passo per spostarsi di qua e di là, basti tu per rimanere su quel confine, non per sempre, ma almeno per un pò.
E tira fuori qualcosa che è in noi, ma che senza di lei rimarrebbe intanata lì, col rischio di ammuffire.
Brani e persone: capita che una pezzo assomigli alla tua storia, a volte vorresti che lo fosse, a volte ti racconti che sia così.
Brani e persone: onde, vibrazioni vaganti che vogliono essere ascoltate ed intercettate, bussano, solleticano, finché non gli apri.
Poi capita che ti innamori di una canzone senza motivo, non sai bene perché, è strano, all’inizio quasi ti stupisci.
E magari poi quella diventa la canzone della tua vita.
Brani e persone.

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Superclassifica Show

6 Ott

Tempo fa un’amica di Facebok, di qualche anno più giovane di me, scrisse un post che recitava più o meno così “Ho scoperto di adorare i Pink Floyd, mi sono messa ad ascoltare la musica delle persone grandi!”
Sensazionalismo non pervenuto,ricerca di like assente, poca propaganda, tanta introspezione: insomma, apprezzai molto la riflessione – probabilmente per una convergenza di percorsi musicali – e con la curiosità di uno che intuiva ci sarebbe stato del materiale da sociologia spiccia, mi misi a scorrere i commenti.
Quello di leggere i commenti su Facebook, a prescindere da cosa verta la questione, è un attività che potremmo catalogare fra le antinomie: è oggettivamente tempo perso ma è altresì un termometro oltremodo preciso per misurare la deriva cognitivo comportamentale della società.
Messi davanti al più disparato argomento, o ad una semplice proposizione, la gente si comporta come nella vecchia pubblicità di una famosa merendina, dove al protagonista si chiudeva letteralmente la vista a causa della fame.
(Mi scuso per l’esempio d’antan ma non sono più un gran divoratore di televisione).
Qui la fame non c’entra – anzi, mangiamo pure troppo! – ma il tasso di lucidità e acume speso nei social raggiunge le stesse vette.
Cioè il rasoterra.
E per qualcuno i social e la vita reale sono due sinonimi, due ambienti talmente fungibili da risultare perfettamente sovrapponibili, dove però i primi hanno estirpato l’essenza della seconda insediando i propri tratti somatici e cancellando senza nessuna remora tutto ciò che non gli si confà.
Il social non riempie una parte della vita, il social ha invaso la vita, l’ha fagocitata, nessun prigioniero, tutti ostaggi.
E’ anche per questo che non tolgo certe amicizie su Facebook di persone che in comune con me hanno giusto il funzionamento dell’apparato respiratorio nonostante mi infastidiscano più del polline in un maggio ventoso: sì, perché passata l’iniziale rosga da compatimento e tirato quel paio di doverose bestemmie, costoro mi aggiornano su dove siamo arrivati in termini di massificazione, alienazione del pensiero e pigrizia mentale.
Sono pochi – devono essere pochi, pochissimi, ogni tanto il ripulisti su Facebook è un autentico salvavita – ma paradigmatici, la perfetta mimesi di una società liquida e rigida, libertaria eppure tanto opprimente, emancipata ma eterodiretta.
Il titolo di studio, le conoscenze, il background e la cultura, lo scibile, non c’entrano nulla, si tratta dell’atteggiamento scelto per stare al Mondo: darsi la possibilità di muovere testa e piedi come e dove vogliamo o farsi scavare una buchetta in apparenza comoda e pure coinvolgente su cui appoggiare il culo per poi non spostarlo più, ma credendo di poterlo fare.

Il commento che cercavo era un po’ nelle retrovie, ma c’era: inutilmente tronfio, arbitrario, grondante di superbia come solo un concetto decontestualizzato buttato lì alla cazzo di cane può essere.
Lo sconosciuto chiosava, pressappoco, un serafico “I migliori sono gli U2, nessuno è come loro”.
Ricordo che scossi ripetutamente il capo sorridendo amaramente, quasi volessi col movimento della testa cancellare quell’uscita, eliminarla, ripetendo un lavacro t’an po mia (non puoi mica in dialetto), ignorando ingenuamente che anche se ci fossi riuscito mille altri commenti simili avrebbero contemporaneamente invaso (e infestato) sterminate pagine del social più famoso al mondo.
Transitarono nella mia testa una raffica di considerazioni, mi sentivo come un tizio posizionato dietro un guard rail e loro (le considerazioni) sembravano tante auto che sfrecciavano una dietro l’altra a poca distanza da me, non faceva in tempo ad esaurirsi l’eco di una, che già appariva quella successiva in un ciclo continuo.
Di primo acchito pensai che a giocare coi Pink Floyd a chi ce l’ha più duro si rischia di uscire come uno che vuole sbancare il Casinò, o semplicemente è un atteggiamento che ricorda quel tale che voleva insegnare ai gatti a rampare.
Subito dopo immaginai di avere dinanzi a me l’uomo della sentenza, visto che la mia invettiva da tempo insisteva per fare conoscenza di tipi come lui.
Perché hai tirato fuori gli U2 – che qui si stava parlando di tutt’altro, della metamorfosi musicale di una ragazza al cospetto di una band che ha rivoluzionato la musica e a cui la Storia ha chiesto arrossata un autografo con dedica?
(Sia detto senza ambiguità, anche gli U2 hanno fatto cose pazzesche, poi, che io non riesca più ad ascoltare i loro lavori da un ventennio, un po’ per quello che producono, un po’ per quel filantropone del loro leader, rimane una questione fra me e me).
Non ce la fai a scrivere un commento su qualcosa che esuli dai tuoi idoli senza nominarli?
Se non ci sono i tuoi beniamini, non si può andare avanti?
Guarda che non ti è vietato apprezzare (giustamente) gli U2 assieme ad altri musicisti, e non per forza i Floyd – il proselitismo non mi ha mai arruolato tra le sue file – lungi da me giocare al purista, potresti amare allo strenuo anche Jem e le Holograms, i Righeira e Pietro Galassi e ti farebbe solo bene così avresti perlomeno allargato gli orizzonti, dove cazzo hai letto che si deve apprezzare un solo artista nella vita, nelle istruzioni di una crema rettale?
Non accontentandoti di professarlo, perché diffondi urbi et orbi il tuo fanatico monoteismo?
Abbandonalo e diventa un po’ più pagano!

Nel commento del tizio si fondevano tracce di tifo, egocentrismo, incasellamento, e di quel fenomeno che gli esperti del commerciale chiamano clusterizzazione, termine involontariamente onomatopeico, tant’è che a me ricorda la parola clistere.
Quel commento è il figlio unico del Tutto che deve seguire un format da approfondimento pay tv, o da sondaggio pagina Facebook.
Si deve stanare il tifoso, aizzarlo, trasformare a sua volta l’appassionato in tifoso e ricondurre tutti nell’architettura più controllabile e dal facile audience, ed ecco servita la stortura della classifica-mania.
Stuzzicare l’animosità ed il bisogno di idoli crea un esercito pugnace da dividere in fronde che garantisce cieca fedeltà, obbedienza ed esecuzione di lavori più o meno sporchi.
L’arte, lo spettacolo, lo sport – essenze di per sé libere ed incomprimibili – devono essere catalogate e declinate, quelli del marketing sono stati chiari.
Per ogni disciplina ci vuole la classifica generale, del momento, di tutti i tempi, divisa per decenni, poi di ogni categoria, ruolo e di genere.
Gustarsi lo spettacolo senza fare confronti e senza stilare classifiche a getto continuo appare ormai dissacrante, demodè, controfattuale, anche il lessico non prescinde da epiteti iperbolici che conducono ad una dimensione di perenne bombardamento mediatico (in nome dei like e dai followers) impregnata dei nuovi mali che ci stanno portando alla nevrosi: la competitività e la visibilità.
Siamo in gara, anche quando non lo sappiamo, e vogliamo che la nostra personale classifica primeggi su quella degli altri, non sappiamo più discutere senza che una flotta di graduatorie pronto uso ci appaia nel cervello alla stregua di un menu a tendina e friggiamo se gli altri non ne vengono a conoscenza.
Il commento è anche un pretesto per esternare, in quella che hanno spacciato essere una conversazione, le proprie convinzioni senza preoccuparsi minimamente che qualcun’altro possa partorire delle opinioni degne della nostra, una evidente sublimazione di onnipotenza, l’ostentazione di un’infingarda libertà di espressione che certifica la solitudine e l’isolamento delle comunità virtuali.
Assomiglia allo scambio di persona, si confonde la competenza con lo snocciolare inutili dati statistici, alla passione si preferiscono amenità imparate a memoria, la tecnica è sostituita dal bieco tifo, e come risultato si generano tanti Sapientino e si annientano altrettanti intenditori, perché agli occhi di uno sprovveduto, di un inesperto, o di un ragazzo, chi erige queste riverberanti classifiche sarà sempre uno da venerare ed imitare, lui detiene la clava di questa era geologica, e che sia un incompetente e spesso un idiota è un dettaglio che non passerà agli atti.

Perdiamo tempo a rincorrere improbabili duelli artefatti, a pensare in che posizione veleggia il nostro idolo, e ci perdiamo l’attimo, il momento, la gioia di ammirare un talento, la purezza di un gesto, la magia di una creazione, il sublime gusto della contemplazione.
Detestiamo il rivale inventato e ci perdiamo tutto di lui perché qualcuno lo ha messo alla nostra personale berlina.
Non solo: si disincentiva la ricerca di chi, in quella classifica occupa le posizioni di coda, o chi non ci metterà mai piede, ma qualcosa da farsi ammirare ce l’ha eccome, anche se non ha vinto, se non ha sbancato le classifiche o se non ha una collezione di Oscar in camera.
Per la serie Avere la possibilità di scoprire il globo e farsi rinchiudere in un anfratto.
Se la smettessimo con quelle classifiche saremmo tutti noi a balzare in vetta.

L’arte definitiva

12 Mag

Quando assistiamo ad un avvenimento storico sentiamo il bisogno di proferire anche ad un astante semi-sconosciuto la frase “Guarda che io c’ero!” e non vediamo l’ora di svelare i particolai – rigorosamente col petto in fuori – al bar, ad una donna, ai figli e ai nipoti.
La sola presenza equivale ad un grande merito.
Sono grossomodo due le modalità di approcciarsi ad un momento che rimarrà negli annali.
La prima è farlo inconsciamente, con la casualità che il vivere sa regalare, con la spensieratezza di un’occasione qualsiasi che poi si rivelerà tutt’altro che qualsiasi.
E’ l’eterea magia delle cose improvvise, spontanee, inconsapevoli.
La storia intanto, quella con l’S maiuscola, ha già preso carta, penna e calamaio, mentre gli spensierati invitati ne scopriranno la caratura perlomeno a circostanza iniziata – in realtà quasi sempre a circostanza abbondantemente terminata.
La seconda, di modalità, forse non piacerà agli istintivi, a quelli che un emozione non si programma, perché presuppone la contezza della portata di un evento e della sua irripetibilità (vera o presunta).
Un orologio dal pressante tic tac ci spinge a partecipare a questo evento, dato che i rimpianti – casomai non riuscissimo nel nostro intento – divamperebbero come un incendio in un fienile.
Col primo metodo nascono i momenti puri ma col secondo stai sicuro che non ti perdi nemmeno una virgola e che assapori tutta l’aria fino all’ultima goccia.
Le cose agognate, o destinate all’estinzione, richiedono più impegno, più attenzione, ma sanno ripagare generosamente.
Prima modalità tipica della giovinezza, seconda della maturità?
Boh, forse.
E poi oggi questi giochini esistenziali non sono importanti.
L’importante è che Roger Waters abbia deciso di toccare lo stivale col suo US + THEM tour, ed uno così sarebbe stato da stolti perderselo.
Concetto razionale finché si vuole, ma perorato da tre rabdomanti di emozioni.
Chi è dipendente dalla scrittura riceve sollecitazioni a getto continuo prima, durante e dopo lo spettacolo: vaticini, percezioni, magnetismo, schegge, frammenti e flashback che chiedono di essere elaborati e fissati per superare lo stesso concetto di sedimentazione.
L’inusitata carica dopo appena quattro ore di sonno certifica il dovere di lasciare una traccia scritta.

Non si compra il biglietto per US + THEM per andarsi a divertire, non c’è nessun happy ending, ma un RESIST per finale, aspro come il nostro tempo, carico e speranzoso come la voglia di cambiarlo.
Nessun senso è ignorato, c’è un impatto totale nella coscienza: sensazioni auliche da situazioni ignominiose.
E’ l’innesco al pensiero, costretti in una commistione di piacere ed inquietudine.
Roger Waters è sempre più sempiterno, protagonista e al tempo stesso servitore del suo show, i 74 anni paiono un dettaglio anagrafico, peraltro nemmeno troppo convincente.
Il tempo ha smussato certi suoi angoli (che andavano a sbattere contro il pubblico) senza minimamente scalfire – anzi fortificando – quella voglia di urlare al Mondo che sono troppe le cose che non vanno bene, elencandole.
In US + THEM Waters ti spiga chi siamo noi e chi sono loro.
Loro che continuano a comandare, noi divisi e sottomessi.
US + THEM, noi e loro, accorato invito ad unire il noi, visto che loro impunemente riescono a dividerci e squartarci.
US + THEM, dove le condizioni di certuni rispetto alle nostre – e parliamo del noi – sono solo questioni di latitudine, coincidenze, fortuna ed altri piccoli dettagli della vita.
Waters è credibile perchè all’invettiva balsamica pre-confezionata preferisce – da sempre – i nomi, i cognomi, le situazioni ed i fatti, perché sceglie il coraggio nell’era dell’omologazione e perché all’endorsement sbatte in faccia quintalate di talento adamantino, col dito medio alzato.
Non ha paura di illuminare il lato oscuro di ognuno, proprio quello che rischia di eclissarci.
Certi messaggi che in bocca ad altri filantropi da copertina puzzano di retorica propagandistica – contigui e correi al potere come sono – lanciati dal divino Roger raccontano quello che devono dire, senza la pretesa di elevarsi ad oracolo, senza la bramosia di divenire guru.
E questo marziano riesce persino a sdoganare quel pericoloso concetto chiamato appartenenza.
Purché non comprenda l’idolatria, da evitare sempre come la peste.
US + THEM è uno spettacolo anche politico, nella sua accezione più tonda.
Waters va fino in fondo, con l’asprezza e l’alterità di chi non deve piacere, ma solo esternare e stimolare.
“Se non vi piace la politica andate a sentire Katy Perry o le Kardashians”
Ecco la differenza tra un artista dalla mente proteiforme ed i suoi simulacri.

Il pensiero fisso di ammirazione per Water ed i suoi sodali del palco, arriva (e parte) senza soluzione di continuità coi Pink Floyd, rarissimo caso della materia dove l’esplosione di un monolite ha prodotto delle gemme altrettanto imponenti e preziose.
La triade stomaco-cuore-sinapsi elargisce elogi su cosa questi quattro siano riusciti a tirare fuori.
Visionari, pionieri, ipnotici, l’esplorazione come cifra stilistica, sono uno dei gruppi meno pop (storica la risposta al disappunto di un produttore per una scelta poco commerciale: “Noi siamo i Pink Floyd”) che ha venduto più dischi (quando ancora i dischi si compravano).
Loro sicuramente avanti sui tempi, mentre un’epidemica alienazione di massa ha reso vano il lavoro di tanti precursori.
Ascoltare un album dei Floyd non è ascoltare i brani contenuti in quell’album, è vivere una storia, dicono si chiami art rock, ed io ci credo.
I Pink Floyd non si sono limitati a riscrivere la storia della musica, ne hanno pure cambiato i caratteri.
La loro onda più che lunga è eterna, per una serie di motivi lunga come una coda tra Pero e Cormano.
E tu questi motivi li stai capendo da trenta metri di distanza.
Ti penti di non averli visti dal vivo – la carta d’identità è un alibi quasi di ferro – ti compiaci di aver rimediato con uno dei suoi profeti.

Catapultati in US + THEM tutti i filtri che il sistema di comando ha posizionato vengono resi inerti, si è proiettati nei bassifondi della società, e nella bassezza del genere umano, in un’accogliente turbamento.
Ti aspetti tanto, per un attimo ti sfiora l’idea malsana che il meglio di quest’icona sia alle spalle, ma istantaneamente si iniziano a toccare vette in un parossismo continuo.
E’ musica di altissimo (inarrivabile) livello, Waters si è circondato di talenti pazzeschi (ed era anche il minimo).
Ma non è solo musica.
E tu non stai assistendo solo al concerto più incredibile della tua vita.
Perché non è solo un concerto.
Tu sei spettatore di qualcosa di più.
Della più totale e perfetta fusione fra arte, cultura, impegno e dissenso.
Sai cosa suonerà, ma lui troverà il modo di stupirti, di inchiodarti.
Il livello raggiunto è secondo solo al coinvolgimento emotivo procurato.
E’ arte definitiva.
Non c’è angolo recondito, o nascosto plissè, che non sia pervaso da questa monumentale opera rock.

Le corde del basso di sua Maestà Waters introducono in un viaggio che scuote, la colonna sonora non è la destinazione ma un veicolo.
Nonostante i giri di basso, i riff, una batteria che risveglierebbe anche l’orso Yoghi da una balla colossale, beh, la reazione è la contemplazione.
Emozione che pietrifica, che imprigiona, la potremmo chiamare la sindrome da Roger Waters (o sindrome da Pink Floyd), interrotta ogni tanto da qualche urlo di Munch.
Pensavi di gridare certe strofe, a volte lo fai, ma qualcosa ti trattiene e ti calamita, quel qualcosa è l’essenza inimitabile e intelligibile profusa dai geni come Waters.
Preso da un delirio di onnipotenza ti verrebbe voglia di stilare un elenco di persone a cui dire piccato “Ma tu lo hai mai visto Roger Waters dal vivo?”
Ma no, atteggiamento insulso, tempo sprecato, meglio rivivere quei momenti, rielaborarli, diffonderli, perché la loro grandezza è decisamente ingombrante per poterli trattenere dentro di te.
Capita quando ti senti testimone di qualcosa di grandioso, di monumentale.
Di storico, appunto.

Ok, le Ricette sono giuste!

12 Ago

Quante volte abbiamo la soluzione davanti agli occhi, eppure non sappiamo coglierla.
Sta lì, ci passa davanti col suo incedere magari quotidiano, ci sbattiamo il naso chissà quante volte, interagiamo con lei anche, ma niente.
Non sappiamo coglierla.
Ci sfugge.
Oppure le assegniamo aprioristicamente un’altra valenza.
I pericoli della quotidianità, forse.
O della razionalità.
La stessa cosa è accaduta ad Imerio Bolognini con la musica.
Attenzione – o qualcuno potrebbe travisare e trascinarmi diritto davanti al tribunale del Rock – Imerio divora musica come un politico in carriera divorerebbe degli avvisi di garanzia.
Lui (con)vive con la musica.
Lui è (anche) grazie alla musica.
La sente, l’ascolta (che sono due faccende differenti), ha cantato (e nessuno è andato in analisi quando ha smesso) ma non aveva mai pensato a scrivere DI musica.

Spesso comprendiamo l’importanza di qualcosa (o di qualcuno) solamente quando questa non c’è più.
Qui è l’opposto.
E difatti ti chiedi: ma prima, come facevamo?
Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07/2016 a Roma, Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana nel suo profilo di Facebook recensendo (ma a suo modo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un countdown che è diventato un crescendo rossiniano.
Un’attesa nell’attesa.
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Divertente, ha detto.
Ma io non conosco solo Springsteen, avrà aggiunto.
Siamo già alla soluzione, che si chiama Ricette Musicali, che è diventata una pagina Facebook , che è sbarcata anche sul web, che a non frequentarla si cade nell’ignominia (o nell’ascolto forzato di Giusy Ferreri).
L’intuizione di crearle, le Ricette Musicali, è stato un prodromo del successo che avranno.
Ma non bastava.
Il secondo scoglio per l’ideatore Imerio Bolognini era quello di trasferire nella sua creazione tutto il suo talento e la sua passione.
Ime però ha fatto anche questo.
Risultato possibile solo quando la pervicacia incontra sulla sua strada la genialità.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Lui quando prende carta, penna e calamaio e si traveste da esegeta delle canzoni non racconta semplicemente delle storie.
No.
Lui quelle storie le vive.
E a renderci partecipi di quelle vicende – che spesso ingarbugliano l’anima e la scuotono – è inarrivabile.
Per sensibilità, per esperienze, per predisposizione.
Ognuno di noi può (e deve) assegnare un significato alle canzoni.
Ime, vergando il suo, ne appoggia lì uno, di significato, che si accomoda di fianco al nostro.
Perché è proprio il significato che avremmo voluto dare noi a quel pezzo, ma nella nostra caccia siamo arrivati al fuochino.
Oppure perché coincide col nostro, ma come lo ha descritto lui è un’altra cosa.
Nelle Ricette Musicali l’autore ha trovato l’habitat naturale per il suo corsivo diventando l’araldo di se stesso.
Scevro da vincoli, blocchi, schemi e paturnie si può permette di spaziare per esprimere senza soluzione di continuità l’Imerio-pensiero, laddove altre forme lo avrebbero imbrigliato o annullato.
La ricetta delle Ricette riesce ad esaltare anche il sapore dell’entropia, a togliere un pò quello di selvatico e a tenere i commensali compostamente seduti anche quando la cena si dilunga.
Esistenzialismo più che iconoclastia ed intimismo apertamente dichiarato.
La speculazione e l’invettiva si scindono senza detonazione.
Nei testi, per ovvie ragioni, mancano solo la sua mimica e la sua prossemica teatrale.
Ma è come se ci fossero, sapientemente evocate da una scrittura personale e piena di sé (in entrambe le sue accezioni).
Chi lo conosce bene sa che quello è Ime.
Chi non lo conosce impara presto a farlo.
Perché Ime pensa così.
Perché Ime parla così.
Perché Ime E’ così.
Per scelta e per vocazione.
Nella profondità come nelle esagerazioni.
Il proprio sito web è una zona dichiaratamente ad alto tasso di ego e la legislazione speciale permette di usare i personalismi, i sensazionalismi, le forzature, l’arabesco ed il barocco ad libidum.
In una società liquida, cinica ed eterodiretta è un’antidoto da iniettarsi per continuare a vivere e non a rimanere semplicemente vivi.
Imerio Bolognini ha una mente proteiforme ed è un esempio adamantino di eclettico che ha trovato la sua dimensione ideale specializzandosi.
Specializzandosi, ma esclusivamente per dare spazio al suo poliedrico scibile.

(Di lui) conoscenti, amici, astanti, perfetti sconosciuti, amanti, parenti, uno, nessuno, centomila, tutti: a costoro dico di trovare una ragione, se ne sono capaci, per non seguire la pagina Ricette Musicali.
Perché non sarà mai stato così facile smontare un’obiezione.

Articolo collegato

https://shiatsu77.me/2016/07/21/aridi-diluvi/

Musicanima

4 Feb

L’uomo si differenzia dagli animali soprattutto per due ragioni, tra loro quasi in antitesi: ovvero per la capacità di ridere ma anche per essere l’unico essere vivente a sapere – praticamente da subito – che presto o tardi morirà.
Non deve stupire se per accettare questa ed altre situazioni – o anche solo per lenire l’ansia che procurano – il genere umano sia andato a caccia di soluzioni diciamo così metafisiche.
Peccato che si sia sempre accontentato delle religioni, che della spiritualità e della fede non sono altro che strumenti di controllo.
Anche al giorno d’oggi scindere questi concetti e non passare da profani ha del miracoloso.
L’esigenza di trascendere infatti annovera pure la filosofia (in varie declinazioni) ma anche tante forme di solipsismo e financo il materialismo.
Non di rado diversi musicisti hanno deciso di inserire nello spartito l’elevazione dello spirito.

I Baustelle non sembrano aver mai fatto in vita loro i chierichetti.
Andarsene così è infatti scritta da un ateo marxista de facto filosofo, segno che l’esplorazione dell’anima e di quello che gli sta intorno non è un esclusiva delle religioni.
Il pezzo è un ambizioso tentativo di elevarsi e comprendere mondi differenti “Amare come Dio/usarne le parole”, cercare la genesi di certi meccanismi “Non è impossibile pensare un altro mondo/Durante notti di paura e di dolore” fra sogno,utopia “Sarebbe splendido/amare veramente/riuscire a farcela/e non pentirsi mai” ed un briciolo d’utilitarismo “Sarebbe comodo/andarsene così”.

Sul finire degli anni Ottanta le atmosfere erano piuttosto refrattarie alla meditazione, ma Franco Battiato ed i CCCP hanno regalato queste due gemme che si sono aggiunte alla loro folta collezione.
I CCCP erano precursori e geniali quindi anacronistici e decontestualizzati.
In Svegliami Giovanni Lindo Ferretti ha delle contorsioni intime causate da crisi di valori e perdita di punti di riferimento (“Intanto Paolo VI non c’è più/E’ morto Berlinguer”) e con le sue mitragliate lancia una spietata invettiva (“Sezionatori d’anime giocano con il bisturi/maggioranze boriose cercano furbi e stupidi…”) rivestendo le parole di filosofia adamantina (“Qualcuno il pre/qualcuno il post senza essere mai stato niente” e “Cerco le qualità che non rendono/in questa razza umana/che adora gli orologi/e non conosce il tempo”) con la Natura che sembra voglia parteciparvi attivamente (“Ha conati di vomito la Terra/e si stravolge il cielo con le stelle”)
Un evidente nichilismo (“E non c’è modo di fuggire mai”, “Vorei morire ora”) è in realtà superato nello stesso istante in cui si alza un grido di aiuto e celebrazione a qualcosa di superiore (una divinità, una persona, un feticcio,l’aldilà).
Lo scorcio è lo stesso – il secolo oramai alla fine saturo di parassiti senza dignità (cit.) – ma la sensazione passando all’ascolto di E ti vengo a cercare di Franco Battiato è quella di un uomo innamorato.
Della fede.
L’inquietudine lascia il posto ad una serenità d’animo che lo rende impermeabile a questa suburra di società che vieppiù fortifica il bisogno di incontrare Dio in un rapporto mistico.
Se qualche anno prima il maestro del Maestro insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire (Prospettiva Nevsky), è probabile che il Battio in quel periodo abbia sciolto la matassa della propria anima.
Come dice il mio amico Ime, l’ispirazione di un artista è figlia dell’insoddisfazione, di qualcosa che non ti va e che vorresti cambiare, di un vuoto da riempire.
Comporre questo capolavoro in una condizione di pace interiore dà la misura dell’artista.

Luca Carboni nella famosa Silvia lo sai parlava di “Un Dio cattivo e noioso/preso andando a dottrina/come un arbitro severo fischiava tutti i perché?”.
Faceva parte dello stesso album anche Caro Gesù, una canzone in apparenza leggera e poco impegnata come spesso (troppo) è stato dipinto l’artista bolognese.
Nel brano Carboni sembra smettere i panni del cantautore per indossare quelli della persona comune che dialoga con chi sulla Terra c’è stato e può capire certe problematiche (la casa, ad esempio…)
La filosofia si fa più spiccia ma non meno incisiva:tutta la quotidianità deve avere la benedizione del Dio denaro, sempre.
Quindi?
“Oh no i soldi lo so non danno la felicità/immagina però come può stare chi non li ha/oh no da soli lo so da soli no no no” più che un ritornello è uno schiaffo all’ipocrisia.
Su Radio Maria sarà passata questa canzone?

Anche Ligabue, parafrasando lo stesso cantautore, ha avuto un pò di traffico nell’anima e nella sua Hai un momento Dio ha stilato (da bravo ragioniere) l’ordine delle domande da porre al Signore.
Il dubbio che più lo attanagliava era sapere chi avrebbe acquistato la sua cara Inter.
Siamo infatti nel 1995 e il Presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini avrebbe, di lì a poco, ceduto il timone a Massimo Moratti.
Adesso, questi passaggi interiori non sono mica semplici o indolori, richiedono anche anni prima che venga scavata la galleria giusta che faccia liberare le elaborazioni di una vita, e lui per cosa sente il bisogno di parlare con Dio?
Per la Presidenza dell’Inter.
Solo dopo vengono le più ortodosse ed inflazionate “dove mi porti” e “soprattutto perché?”.
Poi condisce il tutto con la solita salsa vittimista “Se rompo pago per tre” , “No perchè sono qua insomma ci sarei anch’io”, anche se molto umilmente afferma “Perché ho qualche cosa in cui credere perché non riesco mica a ricordare bene che cos’è”.
A cui non è facile rispondere.
E rispondersi.

Certe notti Io penso positivo

20 Nov

(Articolo scritto in collaborazione con Imerio Bolognini, Mauro Pigozzi ed Aurelio Corsini, alias Nelson Bolognera, Ramuo Gopizzi e Karl Aurel Kohrsin).

Per comprendere la fenomenologia dell’Italia dell’ultimo ventennio si deve necessariamente passare da loro: Luciano Ligabue e Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti.
Perché la loro genesi e metamorfosi corre parallela a quella del Paese.
A volte è qualche metro avanti alla gente, in altre occasioni a ruota ad inseguirla, perché il cliente ha sempre ragione.
Che Lorenzo non sappia cantare è tanto risaputo quanto ininfluente (anche Francesco Bianconi non è un virtuoso dell’ugola, ma lui ed i Baustelle si fanno ricordare per altri trentotto buoni motivi).
Se Jovanotti fosse una canzone sarebbe Il Potere dei più buoni del Signor G, se fosse un conduttore sarebbe Fabio Fazio, che non lesina di chiamarlo in trasmissione per la liturgia del salomonico volemose bene.
Se fosse un politico sarebbe Renzi, perché incarna ed alimenta il renzismo e sostenendolo in pubblico fa campagna pubblicitaria anche a se stesso (chi si somiglia, si piglia).
Jovanotti – contrariamente a quanto propinato dalla presunta stampa specializzata – ha raggiunto il suo acme e la sua dimensione più autentica ai tempi di Gimme five e La mia moto.
Poi è cresciuto, certo, si è documentato ed ha studiato.
Sicuramente Comunicazione e Marketing.
Il Jova è il Profeta dell’happy ending, un guru della rivoluzione indolore (dunque inesistente).
Nel suo magico mondo vagamente fiabesco il Bene vince sempre sul Male e l’unico effetto collaterale è che le sue canzoni d’amore devono essere vietate ai diabetici causa eccesso di melassa.
Lui non detta la linea (d’altrone “niente più leader a guidare le masse”), racconta semplicemente loro quanto richiesto, per farli sentire impegnati senza il bisogno d’impegnarsi, la perfetta auto-assoluzione di una generazione scarsamente esigente e senza mordente.
All’invettiva risponde con l’apparenza patinata, all’originalità preferisce la supercazzola.
Antiberlusconiano quanto basta per essere accettato dalla (fu) intellighenzia, quella barba inutilmente lunga tradisce più un perbenismo interessato che un messaggio incendiario.
Se la sinistra è quasi collassata lo si deve anche dagli artisti da cui si è fatta rappresentare: tanto banali quanto pavidi, melliflui, edulcorati ed equilibristi per scelta e pure per vocazione.

Su Ligabue la mia generazione potrebbe scrivere un Trattato.
Si è inserito abilmente nel solco lasciato tra la musica sfacciatamente ribelle dei Litfiba e quella melanconicamente contro di Vasco, con un’iconografia fresca ed ammaliante per piacere alla figlia ma anche alla mamma: look vagamente indiano, stivaletti, capello lungo ma non troppo ed un sorriso coinvolgente da bravo ragazzo.
Rockettaro si, maledetto no (sia mai).
Questo cerchiobbotismo sarà il suo tratto distintivo, il suo stilema.
Ha sempre detto di voler raccontare solo storie.
E così ha fatto, ed anche bene (almeno fino a Buon Compleanno Elvis, poi le sonorità graffianti degli inizi hanno salutato la folla che nel frattempo si è fatta più nutrita).
Ma l’ispirazione di un artista è figlia dell’insoddisfazione, di qualcosa che non ti va e che vorresti cambiare, di un vuoto da riempire, anche della semplice incazzatura finchè sei giovane.
Tutte situazioni estranee al rocker di Correggio.
Basti pensare che mentre gli Anni Novanta implodevano nello stesso istante in cui erano nati (http://shiatsu77.me/2014/09/29/la-speranza-faceva-novanta/) lui manco se ne è accorto, perché se ne stava comodamente da Mario a giocare a briscola.
E parlava di quello (perché poteva solo parlare di quello).
E a noi piaceva (proprio perchè parlava di quello).
Non aveva alternative, al banco del bar il coraggio e la creatività non si potevano ordinare.
Ha poi voluto fare il poeta ma gli assi – essendo solo quattro – finiscono in fretta.
Noto cultore di se stesso, ha corroborato la propria agiografia fra libri, film e mega-concerti (alcuni riusciti, altri decisamente più infelici).
Sempre ecumenico, sempre nazionalpopolare, sempre attento a non scontentare nessuno (ovvero tutti), è un un Bruce Springsteen de noantri.
Ligabue è quello che vuole fare il tipo de sinistra ma senza che gli disturbino l’Happy Hour.
Le poche volte che si è schierato (frequenti come un rigore contro la Juve a Torino) ha fatto seguire, il giorno dopo, un passo dall’altra parte come il Manuale del perfetto equilibrista insegna a pagina uno.
Quella lagna monumentale che è Una vita da mediano non credo sia un’inno ai più umili o ai tenaci che senza talento possono farsi spazio nella vita, ma l’ammissione (involontaria o meno) che lui non sarà mai un Johan Cruijff ed allora meglio tenersi buono l’alibi nel taschino o nel cassetto.
Anche nell’ultimo album che gli esegeti della domenica han definito contro chi ci ha ridotto così (sic), quando proprio gli si chiude la vena esonda con “Siamo il capitano che vi fa l’inchino/siamo la ragazza nel bel mezzo dell’inchino/siamo i trucchi nuovi per i maghi vecchi” o addirittura “C’è qualcuno che può rompere il muro del suono/mentre tutto il mondo si commenta da solo” e financo “Chi doveva pagare non hai mai pagato l’argenteria”
Oh però, non le ha manda mica a dire il Liga, gliele ha proprio cantate chiare.
A memoria d’uomo l’unica canzone con cui Ligabue – anziché prendersela col cielo e logorarsi per il tempo che non sarà mai il suo – punta il dito contro qualcuno è Il Gringo (versione ’91 e ’94).
Ma dev’essere stata una brutta esperienza, quindi meglio non suonarla dal vivo (o farla passare alla radio) per non rievocare fastidiose sensazioni.
Le partite si possono vincere e perdere, Luciano Ligabue le ha sempre pareggiate senza mai scendere in campo.

Jovanotti e Ligabue sono artisti che si tengono ormai a galla da soli e senza nemmeno nuotare, organici non più ad un’idea o ad uno stile ma a qualcosa di liquido come lo Zeitgeist.
Il sistema è veramente contento di farsi contestare da due così, cioè da se stesso.
Sono artisticamente corretti (quindi un ossimoro) e come tutti i conformisti di solito stan sempre dalla parte giusta (cit.)
“Come si conviene farò di tutto per parlare/come si conviene di soldi e di politica/tutto per bene andrà come doveva andare” (Max Gazzè dixit).
Per entrambi la sintesi finale viene dal mitico Sabba “Ma quando ascoltano le loro canzoni, si piaceranno?”.

Quelli che la minoranza

9 Mar

Riecco tornare alla ribalta le gesta dei cinque moschettieri (Karl Aurel Kohrsin, Nelson Bolognera, Patrick Marone, Ramuo Gopizzi ed il sottoscritto) che avevamo lasciato nel viaggio di ritorno di un’insolita Fiera di San Michele (vedi anche https://shiatsu77.wordpress.com/2013/10/05/quelli-che-fanno-i-pranzi/).
Con i tortelli di Pineto a placare degli appetiti che la medicina moderna fatica a comprendere, fra una cazzata e una bottiglia,una bottiglia e una cazzata i nostri ad un tratto si sono cimentati a esegeti di una delle più belle canzoni dei Litfiba, A denti stretti (ieri c’erano i Litfiba, oggi abbiamo i Negramaro, va beh…), uno di quei pezzi che produce libido ad essere ascoltato ad un volume raccomandato dall’Associazione Tamarri d’Italia.

Al dibattito avrebbe dovuto partecipare (in streaming) anche la Sara della Valsabbia (un’assidua ascoltatrice di Radio Studio +, nda) ma la notizia che la canzone avesse un testo (per di più in italiano) e la sua frequenza metronomica fosse inferiore ai 200 battiti al minuto han fatto desistere l’adepta dell’Unz-Unz-Unz.
Un vero peccato.
Nelson Bolognera (conosciuto in Rete anche con lo pseudonimo Noè Mascarpone) è un fine intenditore di musica (ma non diteglielo, dopo si monta la testa e crede di essere la versione emiliano-genovese di Bruce Springsteen), nonostante in un periodo plumbeo della propria esistenza sia stato il paroliere segreto dei Jalisse.
Scheletri nell’armadio a parte, per Bolognera la canzone parla della decisione di un uomo di confessare il proprio amore ad una donna (la Dea nera) e soprattutto della scelta (complicata e sofferta come spesso capita agli uomini quando devono passare dall’ “io” al “noi”) di compiere un passo importante assieme a lei (“Sto correndo a denti stretti verso il sole e ho distrutto la mia gabbia per portarti il cuore”, “Dea nera non resisto più, Dea nera non resisto più”, ancora “Dammi un segnale, e volo da te… uomini stanchi di crescere”).
Chi scrive allarga invece la figura della Dea nera ad una sorta di spirito-guida, per non far perdere (anzi riaccendere) la speranza a persone vessate e disilluse (“…non avrò paura di credere…”), quasi un’ultima spiaggia per farli ancora pulsare per un ideale, determinati (“A denti stretti…”) a combattere per un obiettivo (“Sto viaggiando a pieni giri contro il sole in un giorno che ogni cosa ci ha trasfigurato le mie ali sono ruote e il mio motore graffia e supera incrocio con il mio passato”, “Dammi forza di non perdere la strada che finirà io lo so, dentro i tuoi capelli, dea nera non resisto più, dea nera non resisto più, e prendo le ali e volo con te, non avrò paura di credere, soli rinchiusi dentro di se, uomini stanchi di crescere”).
Poco importa di sapere quale sia il vero significato della canzone, più divertente (e stimolante) è stato cercare di interpretarla.
Poi Bolognera – fra una Domanda Inopportuna ed un’altra – lo potrebbe chiedere a chi l’ha scritta, ovvero Piero Pelù.

Guardandoci intorno, ma anche avanti e indietro (insomma da tutti i cantoni), abbiamo preso consapevolezza che noi saremo sempre in minoranza (mangiare e bere bene ci ha aiutato a digerirlo meglio).
Situazione nella quale non stiamo affatto male, tutt’altro.
Specie quando guardiamo quelli della “maggioranza”.
Nei momenti di forte scoramento è sufficiente applicare alla lettera uno dei precetti del nonno di Gopizzi – il Sig. Pietro – esclamando cioè con aria di compatimento un suo tipico accostamento (chiamiamolo così), ovvero un’applicazione pratica del panteismo.
E’ fondamentale l’aria di compatimento.

P.s.Cos’ho contro i Negramaro?
Nulla, per quanto non mi piacciano criticarli sarebbe puerile.
Ma il loro voler essere ecumenici, il cercare di piacere alle figlie ma anche alle mamme, il voler entrare nei salotti buoni ma con ancora indosso la maglia del concerto (un colpo al cerchio ed uno all’iconografia) sta al Rock come Damon Hill ai grandi della Formula 1.
Sono (o vorrebbero essere) nazionalpopolari, ergo un simulacro di una Rock band.
Non bastano una batteria, qualche riff ed i braccialetti di pelle: il Rock deve esternare, denunciare, sfogare,  quindi anche dividere.
Per lo stesso concetto per cui un vero rivoluzionario non deve essere osannato con toni ossequiosi dal mainstream.
In caso contrario, a gh’è quel ca tocca.

Semplicemente Max Gazzè

24 Mag

Da tempo non mi tuffavo a capofitto in un album come ho fatto (e sto facendo) con l’ultimo lavoro di Max Gazzè, intitolato Sotto Casa.
L’omonimo singolo presentato nella kermesse sanremese è un’autentico colpo di genio, una provocazione tanto orecchiabile quanto profonda.
Riesce a far convivere sotto lo stesso tetto le scudisciate (ai dogmi e agli integralismi) e l’apertura mentale al diverso.
Un pezzo destinato a lasciare un segno indelebile.

E’ indubbiamente un album molto Max Gazzè.
Chi si aspetta delle evoluzioni stilistiche o dei trasformismi (spesso fini a se stessi) resterà forse deluso, ma è la dimostrazione che quando c’è la qualità non è obbligatorio  ricorrere (spesso è un alibi) al cambiamento, che di frequente fa rima con straniamento.
In più, tutti i lavori del cantautore romano trasudano personalità e sono densi di originalità intrinseca.
Le sonorità risulteranno abituali a chi ha già ascoltato Gazzè e piacevolmente coinvolgenti per i neofiti.
Si parla di amore – quindi di gelosia, di rimpianti e di serenità – ma anche del nostro tempo e della spiritualità in varie declinazioni.
Oltre alla hit Sotto casa da citare anche i pezzi E tu vai via e La mia libertà, anche se stilare una classifica diventa arduo, essendo il termine pezzo riempidisco sconosciuto dal vocabolario dell’artista romano.

Qualsiasi altro cantante con la sua estensione vocale (modesta) e con una zeppa (vocale) indossata con orgoglio sarebbe improponibile.
Spontaneamente alternativo, per vocazione più che per scelta, Max Gazzè incarna quella categoria di artisti in cui il talento (purissimo) non è direttamente proporzionale al successo.
Raffinato, senza sconfinare nell’élitario , di questo artista prima ammaliano le sonorità (Max è anche un’ottimo bassista), poi stuzzica nutrirsi dei suoi testi, che etichettare come poesie non è affatto un delitto.
Come tutti i cavalli di razza è difficilmente catalogabile (alternative rock,musica d’autore,pop rock?).
Rappresenta l’ultima generazione dei talentuosi pre-Reality, quindi prima dell’avvento dei virtuosi dell’ugola, delgli urlatori ad ogni costo, delle voci strozzate da simil-gargarismi.
In più l’artista romano le canzoni se le scrive da solo (anzi, in un sodalizio col fratello Francesco).
E la differenza non è da poco.

Il suo aspetto e la sua prossemica sembrano sinceri a comunicarci che il baffuto cantautore viva e stia proprio bene in un suo mondo parallelo, non distante dal nostro ma sempre parallelo e dopo i concerti, le interviste e le esibizioni abbia voglia di tornarci.
Ascoltandolo dal vivo tracima rock più di quanto non traspaia dagli album, come se la sala d’incisione produca in lui un effetto edulcorante alla carica adrenalinica.

A 46 anni pare non aver ancora raggiunto il suo parossismo (e noi siamo contenti).
Sempre un grande, Max Gazzè.

Certe notti l’alba è chiara

1 Gen

Il 2012 musicale italiano è stato incentrato (molto) sulla querelle fra Vasco Rossi e Luciano Ligabue.
Costruita o voluta che sia , racconta bene lo stato di salute del panorama musicale italiano:non di certo scintillante, pur non essendo moribondo.
Non vogliamo entrare nel merito della polemica – inutile e sterile come i loro ultimi pezzi – ma prendere spunto per affrontare questi due artisti che hanno accompagnato e caratterizzato -con le loro colonne sonore- diverse generazioni.

Le origini.Vasco è un figlio degli anni ’80 (Albachiara è del 1980,Vita Spericolata del 1983) e degli eccessi di quegli anni che lui stesso ha alimentato e subito.
Un edonismo corroborato da un evidente attrazione per lo sballo.
Personalità complessa,anche fragile (alcuni testi sembrano molto autobiografici) ma un talento purissimo unito ad innato marketing della propria immagine maledetta (gli incidenti in auto,l’arresto per droga,il carcere).
Vasco è piaciuto perchè è stato spontaneo, non costruito.C’è chi ha raccontato di averlo visto pasteggiare a whisky prima di uno spettacolo (che si sarebbe tenuto al pomeriggio).
La scintilla con le persone normali, della strada, magari gli ultimi – che condividevano gli stessi problemi e stati d’animo – è stata una naturale conseguenza.
Ligabue è esploso nel decennio successivo.
E’ stato l’autore di un rock più didascalico, dai suoni semplici ma comunque graffianti ed accattivanti (perlomeno nei primi album).
Si è inserito nel solco lasciato tra la musica sfacciatamente ribelle dei Litfiba e quella melanconicamente contro del Vasco stesso.
La sua immagine risultava fresca:voce grossa,look vagamente indiano,stivaletti,capello lungo (e un pò bisunto) ma con  un sorriso coinvolgente  da bravo ragazzo che lo faceva piacere sia alla figlia che alla mamma.
Rochettaro si, maledetto no.Questo suo ecumenismo diventerà un tratto distintivo, un suo stilema.

Il trionfo, poi…Un’argomento che costantemente anima le discussioni degli appassionati è capire quando un artista abbia perso la propria vena creativa.
Tutti i cantanti hanno il loro album capolavoro, bisogna poi capire come gestiscono i successivi.
Per Ligabue questo ha coinciso con Buon compleanno Elvis del 1995 la cui hit Certe notti per ammissione dello stesso cantante correggese “Non mi ha più permesso di fare certe notti”.
Dopodichè un’involuzione che lo ha portato allo straniamento di se stesso.
L’aria sempre più nazionalpopolare,da rocker edulcorato per ampliare i consensi, un Bruce Springsteen de noantri.
Se indicare la magnum opus di Vasco è più complicato si può invece asserire che l’ultimo grande album del Blasco è Nessun pericolo per te datato 1996.
Quelli successivi, se non fossero stati targati Vasco Rossi, sarebbero passati nel dimenticatoio, pieni di “oohh” e “eehh“.
Il cantante di Zocca ha faticato a mantenere così a lungo la propria iconografia.
Quando le candeline sono 60 il rischio di diventare caricaturali è alto.
Parimenti un Vasco più riflessivo è meno credibile, dopo che per tanti anni è andato al massimo.
Le sclerate degli ultimi anni (difendibili come una gaffe della Fornero) tradiscono forse questa contraddizione d’animo (e qualche effetto collaterale di sostanze varie).
Se un’alieno scendesse sulla Terra ed ascoltasse un’intervista di Vasco Rossi – con i suoi “cioè” e “capito” usati come il sale in cucina – difficilmente crederebbe che lo stesso possa aver scritto certi gioielli.
Luciano Ligabue sotto questo punto di vista è decisamente più ammaliante, si lascia decisamente ascoltare.Con il rischio però di tracimare e diventare un predicatore.
Un rischio alimentato anche dalla sua agiografia, fra libri,film e mega-concerti autocelebrativi (alcuni ottimi altri decisamente infelici).

Per entrambi la sintesi migliore viene del mitico Sabba “Ma quando ascoltano le loro ultime canzoni si piaceranno?”