Quelli che al Barazzone

19 Ago

Negli ultimi due anni si sono concentrati sul vaccino, dimenticando le cure. La grigliata di Ferragosto al Barazzone invece incarna tutti e due i termini, ma circoscrivere questo gioioso evento nel freddo linguaggio medico sarebbe tanto irrispettoso quanto riduttivo. Cura e vaccino – o antidoto, che suona meno lugubre e un po’ più fiabesco – inteso alla società di oggi, ai suoi ritmi, al suo stress. Poi certo, dopo la grigliata di Ferragosto è necessaria qualche altra cura, principalmente la dieta… La grigliata del Barazzone è un avamposto, una zona franca, un piccolo miracolo spazio-temporale dove le persone riescono a stare bene insieme per il gusto di stare insieme. Ricorda per certi versi le grigliate estive della giovinezza, le coeve feste di Capodanno, i compleanni in pizzeria, eventi programmati ma attesi con quella smania che ti faceva friggere lo stomaco contando i giorni che mancavano, ipotizzando tutte le cose che avresti potuto (o sognato) fare, ma anche la paura di non poter partecipare per qualche motivo. Emozioni pianificate. Di quel tempo è come se si fosse tramandato il gusto di vivere una giornata a chiacchiere e stupidate, amenità che si avviluppano a cose serie, tutto esce naturale, spontaneo. Allora il 110 era solo un voto che forse qualcuno un giorno avrebbe preso, soldi in bisacca pochini, entusiasmo tanto, le borsette erano quelle della mamma e della zia, le auto e le moto si sognavano sulle riviste e si ammiravano in piazza (da ferme) o sulla Sparavalle (in movimento). Divertirsi con poco, fantasticare più che possedere, sfruttare a fare fruttare quello che c’era. Ecco, alla grigliata di Ferragosto si respira lo stesso sapore spensierato, quello che ti ha fatto stare bene come non mai e che a volte temi di non provare più, o comunque non appieno, in più adesso non c’è quella voglia di stupire a tutti i costi che da ragazzi a volte esondava nel numero da circo. Se è sbagliato voler rivivere un’età che non c’è più, è invece salvifico mantenere quello spirito dopo i quaranta. A Ferragosto i genitori tornano ragazzi, mostrando ai figli che per divertirsi e stare bene basta poco – la compagnia è indispensabile, le vivande e la musica quasi, il resto è più o meno superfluo – cosa che i figli sanno già bene e applicano ancor meglio. Amicizie storiche (probabilmente imperiture) ed altre più recenti ma già robuste, un’accoglienza autentica dei padroni di casa che ti mette a tuo agio, spariscono i formalismi, certi meccanismi mentali figli di…boh…diciamo della quotidianità si smontano da soli, i pezzi rimangono lì e si ricomporranno, ma solo dopo qualche giorno e il compiere con naturalezza gesti che altrove imbarazzerebbero (no, la zona nudisti non c’è) vale due certezze: nelle situazioni idilliache esce il meglio di noi e in tutte le altre forse stiamo sbagliando qualcosa (togliendo forse e qualcosa la frase assume un senso ancora più compiuto). Lo diranno anche quegli esauriti dei motivatori, ma contornarsi di persone allegre è vitale. E’ come se con le braci della griglia sparissero certe remore, venisse sgrassata l’anima da sovrastrutture che ci legano gli atteggiamenti ed esattamente come la brace dona alla carne quella particolare cottura e quel tipico gusto, anche i nostri caratteri vengono insaporiti. Nota a margine: non è un inno a grigliare carne umana, o i radicali ed il partito trasversale del politicamente corretto potrebbero alzare un polverone, ergo scassare pesantemente le palle.

Il 15 di agosto al Barazzone ognuno può inventarsi il proprio ruolo: chi gestisce i tavoli, chi cura la griglia, chi la musica, chi il frigo e qualcuno è dedito a non fare assolutamente un cazzo, ruolo quest’ultimo assolutamente previsto nonché fortemente richiesto. I visi non mentono mai, in quella giornata le espressioni sono tutte distese, immortalate della fotografa della compagnia, anche se nulla è per sempre, ed ecco che a fine serata e il mattino successivo le espressioni passano dal disteso al sofferente accompagnate da quell’accrocchio di promesse e pentimenti sul mangiare e sul bere, attendibili esattamente come quelle di 25 anni fa. D’altronde come diceva quel famoso proverbio orientale, non è bere che fa male, è ri-bere. Orientale perché lo pronunciò un tizio del Friuli Venezia Giulia. Ci si affeziona anche ai rituali, tipo il puntuale timore che ogni anno affiora di non aver abbastanza roba da mangiare, gli psicologi la chiamerebbero coazione a ripetere, il risultato è che la grigliata di Ferragisto diventa LE grigliate di Ferragosto. In ogni angolo c’è gente che sta bene. I più piccoli giocano a cosa lo sanno solo loro, si renderanno conto di vivere una meraviglia? O la meraviglia è non rendersene conto? Nella partita a biliardino sono stati convocati frenesia fanciullesca, sudore, competizione e bava alla bocca asciugata da qualche sacrosanta madonna. Le sedie di plastica messe in cerchio paiono non volersi più muovere intente ad ascoltare pure loro le chiacchiere degli invitati. E poi c’è la predisposizione alla cazzata, una di quelle università specializzate nel nulla, una a caso, dovrebbe per una volta fare una ricerca utile sull’argomento. Ma che università, la sentenza la spariamo noi: la sana cazzata aiuta a vivere meglio, il contesto barazzoniano spinge a proferirne a nastro, il contesto barazzoninao aiuta a vivere meglio (il resto dei sillogismi e dei postulati lo potete trovare nel volume La fenomenologia della cazzata).

Anche se il tasso di stronzaggine delle persone è direttamente proporzionale alle temperature medie – sta aumentando considerevolmente – il genere umano ha ancora la capacità di scegliere persone affini con cui stare bene. Forse non tutto il genere umano, noi certamente sì. Il che dà una certa speranza per noi e per i nostri figli. Ci vorrebbero più Ferragosti al Barazzone, anche se non mancano le cause ostative (vedi alla voce proctologia, gastroenterologia, indice di massa corporea), poi un’emozione non si interrompe ma nemmeno si può inflazionare. Sta a noi trarre insegnamento da quella che è molto più di una semplice giornata di festa.

Educazione asessuata

16 Ago

Visto che nel Mondo occidentale stanno aumentando violenza, povertà, inquinamento, sfruttamento ed esasperazione sociale, qual è uno dei primi punti dell’agenda di quelli che democraticamente dettano la linea? L’educazione sessuale. Ma lo fanno per i troppi reprobi villani da educare e civilizzare in nome dei nuovi dettami del progressismo fucsia e arcobaleno, e per rendere più libera e civile la vita di tutti i giorni. Ma noi, che siamo dei bruti rossobruni, degli impenitenti illiberali meritevoli di finire nelle liste di prescrizione, come al solito ci siamo comportati male, non ci è passato quel vizio di scopiazzare (ap)preso a scuola ed ecco che non abbiamo resistito a dare una sbirciata a quella famosa agenda vergata dagli illuminati di modernità (come abbiamo fatto non si può dire, avremo forse avuto un appoggio da qualche Stato canaglia?Mah…)

(Inciso: se è l’Occidente a nasare a casa degli altri e a scoprire delle magagne, è il tripudio della libertà di stampa, di pensiero e dello di stile di vita – e via con l’autocelebrazione della nostra superiorità! – se lo fa qualcuno in casa dell’Occidente e scopre altrettante magagne, fa la fine di Julian Assange, sempre per il concetto della libertà di stampa, di pensiero e dello di stile di vita).

Anche in tema di sessualità, coerentemente ai dettami della loro ideologia senza idee, l’obiettivo è cancellare tutte quelle vecchie abitudini patriarcali e ormonali che finora hanno mandato avanti il genere umano. Si farà affidamento a delle autentiche pietre miliari dell’ondivaghismo sessuale, quali “Two father is mei che uan” (da pronunciare con un marcato accento bolognese), “Uomo o donna: basta che respiri” , ” Oggi mi va così, domani cosà”, “Chi si accontenta gode”, “Ho scoperto che mi piace il pesce”, e “Mia moglie ha una gran nerchia“.

Il messaggio è chiaro ed inoppugnabile, dovranno sparire il concetto della mamma e del papà, inizialmente – e lo saprete senz’altro – si era pensato a Genitore 1 e Genitore 2, solo che alcuni relatori presenti anche nel progetto sul politicamente corretto “Cerca il razzismo e l’emarginazione anche e soprattutto dove non c’è e rompi i coglioni su tutto” hanno rilevato tracce di discriminazione: il genitore 1 viene prima del genitore 2? E perché? Oppure – e qui emerge preponderante tutta la loro venalità – non è che il Genitore 2 abbia un patrimonio doppio rispetto al Genitore 1? Eh sì, dubbi e speculazioni filosofiche che avrebbero fatto pronunciare ai filosofi greci un convinto “Me cojoni!” Si è passati quindi a Genitore A e B, ma anche qui apriti cielo, la lettera A è la prima dell’alfabeto, simbolo di primato e supremazia della razza, hanno bofonchiato alcuni semiologi, impegnati a studiare i simboli dei nuovi partiti e che avevano giusto una mezz’ora libera da riempire con delle troiate. Sono poi intervenuti altri minorati mentali tirando fuori la vecchia solfa che alle scuole medie il corso A era sempre considerato il migliore ed il B quello degli scapestrati. Eh, un bel rompicapo… Alla fine si chiameranno tutti e due con un generico Genitore, seguendo la spersonalizzazione ricercata con ossesso in ogni dove dall’ideologia liberista. Qualcuno potrà sollevare la critica che i bimbi faranno confusione, avranno difficoltà nel riconoscimento dei ruoli, chiameranno uno e risponderà l’altro, non li distingueranno, mancheranno i riferimenti ed avranno grossi problemi alla personalità e nel rapporto con gli altri destinati a perdurare. Cioè esattamente quello che vogliono. Anche perché in questo modo di genitori se ne potranno aggiungere quanti se ne vuole, tipo un contatto in una chat di Whattsapp.

Un altro punto focale è la messa al bando dei peli, tendenza già ad uno stadio avanzato, il cui passo successivo sarà la rasatura sul nascere, rendendo tutti implumi come una boccia di biliardo. Si farà affidamento ad uno storico collaboratore di pace e benessere sociale, la nato, che fra le proprie dotazioni ha un apparecchio laser che verrà proposto obbligatoriamente agli estetisti (previste le forme del noleggio a lungo termine e del leasing strumentale). Evitiamo subito polemiche e allarmismi di fronte al fatto che l’apparecchio rilasci qualche piccola, marginale e trascurabile traccia di uranio impoverito, nelle missioni umanitarie serve anche quello. E poi l’ultima versione ha il 20% di uranio impoverito in meno rispetto alla media dei laser ed ha ottenuto la certificazione Bio. Verranno bandite quelle vetuste espressioni del tipo “camicia aperta col villo di fuori” , “gli ho visto il pelo” , “c’è in giro della pelusca“. Per i trasgressori previste severe pene (in senso giuridico). Anche nella cinematografia si dovrà ricorrere ad alcuni correttivi, in Fantozzi subisce ancora ad esempio, Loris Batacchi sarà doppiato per coprire la famosa battuta “Non ho peli sulla lingua, momentaneamente…” Non sarà risparmiata nemmeno la letteratura, tira aria di censura anche per uno come Henry Miller, a cui non basta la sua avventurosa esistenza beat, la frase de “Il tropico del cancro” sulla fregna rasata che pareva un’ostrica morta è inaccettabile e ancor più quel passaggio che è il pelo a renderla misteriosa. Il sistema come è noto illude di lasciare la massima libertà, purché si faccia come dice lui. Chi si ostinerà a lasciarsi sul corpo, e in particolar modo nelle zone pubiche, quell’ irsuto manto pelliccioso, dovrà pagare la famosa Tassa sul pelo (la Pelotax, ma per il nome definitivo, verrà indetto un sondaggio on line utilizzando la piattaforma di un noto movimento) che verrà calcolata utilizzando un sofisticato algoritmo che terrà conto della superficie totale della zona pelosa e della densità del pelo stesso a cui si aggiungerà un correttivo a seconda della zona del corpo interessata, ovviamente l’area pubica è quella col coefficiente maggiore e più penalizzante. Chi sarà soggetto alla Tassa sul pelo subirà immediatamente anche le nuove rendite catastali e non potrà partecipare alle raccolte punti dei supermercati.

Proseguendo col programma, durante l’ora di religione alle medie anziché un prete (o un suo surrogato) che biascica stronzate sull’autoerotismo e sulla castità ci sarà un chierico laico che farà sentire in colpa gli adolescenti sulle loro prime cotte, spiegando che per ogni cotta nei confronti di un determinato sesso ne deve seguire una per un soggetto dell’altro sesso, entro il quadrimestre di riferimento. Sono esentati solo quei soggetti che si sono invaghiti di un ragazzo/a ucraina. Entro i vent’anni bisognerà compilare tramite il Fascicolo Sanitario Elettronico un questionario sulle abitudini sessuali: chi non avrà ancora avuto rapporti con persone dello stesso sesso o comunque con ambo i sessi, verrà mandato in tournée con Achille Lauro e i Maneskin e gli verrà imposta una dieta esclusivamente vegana con la sola aggiunta di insetti selezionati, da uno studio di una università del cazzo a caso, di quelle specializzate in minchiate inutili e roboanti, è uscita la notizia che un’alimentazione onnivora e variegata e senza fanatismi di sorta favorisce un desiderio eterosessuale. Altrettanto dicasi per l’utilizzo dei mezzi a motore a scoppio: vietati a chi non ha ancora scoperto la sessualità bipartisan, mentre per gli altri sarà ancora possibile dare delle sgasate con motori a combustione ma solo se si possiede almeno lo stesso numero di mezzi elettrici e dal costo non inferiore a 40.000 € cadauno. La transizione ecologica ha i suoi costi, si sa. E si sa anche chi deve pagarli, i poveri cristi. Però ne vale la pena, perché con la conversione elettrica si inquinerà come e più di adesso, ma le nuove lobby si arricchiranno molto in fretta, che è quello che conta, no?

Il progetto è ambizioso, nessuno si nasconde, epocale lo definiscono, ecco perché dovrà coinvolgere anche gli animali domestici, che nel frattempo avranno acquisito la piena capacità giuridica compreso ovviamente il diritto di voto (vedi alla voce allargamento della democrazia partecipativa). Si partirà dagli animaletti più piccoli, perché convincere un asino o un cavallo con la bega in tiro a cambiare i suoi progetti con l’equina di turno è stato ritenuto potenzialmente pericoloso. Invece quelli di piccola taglia verranno mandati a dei corsi, finanziati coi tagli alla scuola pubblica, mentre i punti nascita che sono stati chiusi e i reparti ospedalieri che sono stati smantellati verranno convertiti in consultori per l’assistenza psicologica a queste bestiole durante la delicata fase della transizione sessuale. Finalmente delle conquiste sociali degne di nota.

La maternità e la genitorialità dovranno diventare due concerti puramente consumistici, un vezzo, un tipo di shopping per aumentare la visibilità e gli affari. L’utero in affitto e la possibilità di acquistare dei bambini verrà legalizzata, ma se la potranno permettere solo i ricchi, mentre i poveri potranno solo vendere i propri pargoli o appunto prestare il proprio corpo per fare nascere una creatura, anche oggi è così, solamente sarà regolarizzato, nero su bianco, uno stato di fatto che iniziava ad essere spinoso; questo è coraggio, questa è una delle tante superiorità dell’Occidente, ovvero la mercificazione di tutto.

Traspare un certo ottimismo da parte degli organizzatori sui tempi di applicazione del programma, sia perché i servi del potere sono un po’ come le temperature medie, stanno aumentando costantemente, ed anche perché finora ad opporsi a questo progetto sono perlopiù dei cattolici oltranzisti ultraconservatori e dei vetero-clerico fascisti, personaggi che quando aprono bocca viene voglia di fare il contrario di quello dicono, e viene anche voglia di fare qualcos’altro.

Articolo di pura fantasia, ogni riferimento alla realtà, a fatti, a situazioni, a persone vive o morte è puramente casuale

Trasgressivi alle vongole veraci

1 Lug

Passava di lì ed erano riusciti a strappargli un sorriso. Non avevano fatto niente che sarebbe finito sui libri di storia e/o di sociologia, eh, però vedere dei ragazzi interagire fra loro senza scancherare col cellulare per oltre sei minuti consecutivi e per di più intenti a parlare di musica, beh, gli aveva regalato una bella sensazione. Certo, si esprimevano in un linguaggio veramente merdoso con dei termini da cerebrolesi che ogni volta che ne sentiva uno scattava automatico un “T’an po mia” (Non puoi mica, nda) preceduto da una bestemmia. La bestemmia cambiava ogni volta, il “T’an po mia” invece no. (Fungere da rafforzativo è una delle varie funzioni della bestemmia, sempre che sia usata correttamente. Potrebbe uscire qualcosa al riguardo, non è escluso). Poi, con una prosopopea inversamente proporzionale alla carta d’identità ed un tasso di fanatismo allineato alla società che li ospita, sparavano sentenze tipo Cassazione a sezioni unite su come la musica fosse un fenomeno nato dopo gli anni Duemila, o quasi. Sentenze alla cazzo di cane, quindi. Per la portata delle loro tesi sembravano un misto fra i nazisti dell’Illinois e un movimento a caso della “sinistra” fucsia e arcobaleno.

Al netto di queste premesse e nonostante le nuove leve gli stessero mediamente in cima alle palle, spesso ricordava a se stesso che una delle peggiori generazioni era proprio la sua (presenti ed amici stretti esclusi). E come uno che aveva la pezza da attaccare in canna, rallentò il passo e senza che si diano troppe spiegazioni sul come, era lì pronto a dire la sua. Che poi le spiegazioni si possono anche dare: il tempo trascorso nei bar della montagna negli anni Novanta qualcosa aveva insegnato.

” Ragazzi, ma sono in ritardo di quaranta/cinquant’anni con sti atteggiamenti qua, tutta roba già vista…”

” Il compito dell’artista, del musicista, è liberare la propria personalità, fissare nuovi parametri, mettere in discussione tutte le strutture che infatti scricchiolano, alzare l’asticella, possono dare fastidio, ma non siamo più nel Novecento”, rispose tranquillo, ma convinto, uno del gruppo, visibilmente soddisfatto della risposta “matura” data al dirimpettaio maturo (stavolta senza le virgolette).

” Non siamo più nel Novecento, ma la versione originale di queste provocazioni si è vista proprio nel Novecento”

” Eh se…”

” Adesso la chiamano sessualità fluida, giusto? (accompagnato da un eloqunte gesto con le mani come dire “Du palle!”) ed è uno dei termini che ormai propinano anche nelle mense scolastiche, un trasgressivo-istituzionale….Mai sentito parlare di David Bowie? Ecco, magari prima ascoltate un po’ di cose sue, poi andate a rivedere il suo estetismo ambiguo, potente, magnetico, raffinato. Erano gli anni Settanta e lui è stato uno dei primi…”

” Beh, va bene, adesso qualcuno si sarà un po’ ispirato a lui, è normale prendere qualche spunto, no?”, intervenne uno alto e secco.

” No, lo han copiato, pari pari, e pure male. Io non lo so se a Bowie piacesse la figa e anche il cazzo, se la sua era una battaglia di libertà, un desiderio di provocazione, una mossa commerciale o tutte le cose assieme, ma gli va dato atto di essere stato un precursore, e io non sono un fanatico delle ostentazioni sessuali. A questi di oggi magari piace sia la figa che il cazzo, ma perché gli han detto che è il modo più rapido per far parlare di sè…”

” Non è che sei un po’ bigotto?”

“E bacchettone?” aggiunse a rimorchio il primo che era intervenuto.

” Ecco, pure del bigotto, a me…A proposito di bigotti, nell’Italia degli anni Settanta di bigotti ce n’erano per davvero – oddio, ce ne sono sempre troppi di quelli – e serviva un certo coraggio per presentarsi sul palco come faceva Renato Zero, con le sue tutine, le mosse istrioniche, gli ammiccamenti, le allusioni, gli sdoganamenti. Le prime volte lo perculavano, ma bastava ascoltarlo e anche l’ala oltranzista della Santa Inquisizione ammetteva che musicalmente era una bomba, o forse non lo ammettevano proprio perché erano della Santa Inquisizione, ma le sue canzoni le canticchiavano anche loro e magari ci si ritrovavano pure, sti trucidi…Per fare un paragone con uno di oggi, Achille Lauro vive di colpi di scena, glieli chiedono, sempre di più, ma dietro quelle impalcature e quei trucchi da Cinecittà, di musica se ne respira poca”

” Paragoni epoche differenti, oggi c’è più coraggio e in tanti compiono atti che prima intimidavano”

” A me sembra più una ribellione codificata, una trasgressione indotta e costruita a tavolino, figlia del Pensiero Unico liberal progressista che ci vuole tutti ibridi, come le macchine, né carne né pesce, una sorta di veganesimo antropologico, toh, una massa molliccia ed inerme senza identità propria che, vanesia, si fregia di inutili libertà ed è convinta di poter fare il casino che vuole, peccato che lo spartito l’abbia scritto qualcun altro. Si atteggiano da ribelli, ma sono degli adepti del nicodemismo. Oltretutto quando la provocazione è teleguidata escono degli album di plastica, artefatti, vuoti, speculari alla società capitalistica occidentale. Sulle note di un brano di Elio e le Sorie Tese sembra che cantino <Siamo tutti servi della Nato…>”

” Ah, quindi per te i temi LGBT, dell’identità di genere e di tutte le forme di discriminazione non esistono ed un artista non dovrebbe esternare le proprie opinioni?” disse una ragazza dall’aspetto intrigante nonostante una frangetta da denuncia per crimini contro le acconciature e l’umanità.

” Le minoranze dovrebbero sempre essere tutelate, solo che oggi il turbo-liberismo vuole che siano la regola e discrimina chi non ne fa parte, utilizza questi temi civili solo per togliere quelli sociali e per rincoglionire per bene la testolina e per stringere la vera libertà. Pasolini lo aveva capito già durante il Sessantotto, la maggior parte non lo capirà manco fra altri 68 anni. D’altronde lui era un genio. Sono i temi calati dall’alto dal Potere, quindi non è ribellione, e quegli artisti sono servi. Per me non sono neanche artisti”

“Ma un artista potrà ben fare quello che gli pare???” e stavolta più che intrigante era proprio incazzata.

” Mica posso impedirglielo, l’artista ha tutto il diritto di diventare l’aedo del sistema dominate, io ho il diritto di contestarlo e dire che lo detesto. Il sistema e anche lo pesudo artista. Poi anche i gesti vanno interpretati, contestualizzati, criticati. Prendi quella cantante metal che ha fatto sdraiare sul palco un fan del pubblico e poi gli ha pisciato in faccia… “

” Oh, quella è roba strong anche per me raga, però mica tutti avrebbero il coraggio di farlo”

” Anche lì, mossa figa se vuoi – notate il gioco di parole, ah ah ah!!! – peccato che quarant’anni fa ci fu chi cagò sul palco e penso venne arrestato, e altri fecero anche schifezze peggiori. Un atto sovversivo in ritardo perde di valore, diventa una triste massificazione. Tra l’altro, non c’entra niente, ma questo aneddoto della pisciata mi ha fatto venire in mente quella volta che ero a far visitare mio figlio e ad un certo punto il pediatra rispose ad una telefonata di una mamma che gli chiedeva da dove uscisse l’urina della figlia! Il pediatra gli disse che la mamma e la figlia pisciavano allo stesso identico modo, sempre da lì”

” No dai, come fai a chiedere una cosa così, out a vita!” commentò la tipa con la frangetta rasserenatasi un po’.

” Pensa a quando la figlia inizierà ad avere le sue cose…”

“Usciranno nuove teorie ginecologiche!”

“Sai cos’è il coraggio? Non è farla vedere sul palco o lasciare un ricordino organico , per quello basta un beriago. Il coraggio è scrivere, nel pieno degli anni impegnati, da te, artista impegnato e schierato, un album altamente provocatorio proprio verso il tuo pubblico (di impegnati) e svelarlo a loro dal vivo, a teatro, dicendogli in faccia che non solo ti hanno stufato, ma ti fanno proprio schifo e che non vuoi avere più nulla a che fare con della gente così. Che erano poi i padri putativi di questi pseudo intellettuali chierici di sinistra la cui massima battaglia è il bagno indipendente per i transgender. Il coraggio è quello che ebbe Giorgio Gaber – è di lui che sto parlando – a sciabordare delle frasi violente che riuscivano solo a lui quando era indignato, incazzato e nauseato. E il pubblico degli impegnati, il suo pubblico, non la prese bene…Ma, vedi, invece il problema di queste trasgressioni alle vongole veraci è che spesso nascondono una qualità inesistente, l’impegno l’han messo tutto in queste amenità… non mi viene il termine, amenità contemporanee. Bowie e Zero che vi ho citato prima erano teatrali a bestia ma musicalmente erano dei fenomeni. La qualità nella musica esce dal talento e dall’ispirazione: oggi l’ispirazione gliela confezionano quei fiji de na mignotta dell’Ufficio Comunicazione e Marketing ed il talento per capire chi possa andare avanti lo misurano con la stadera dei talent, solo che la musica non nasce in televisione, ma per strada, nei bar, nelle cantine, nei club, è un’altra cosa. Comunque è giusto che voi ascoltiate la musica del vostro tempo e seguiate questi artisti, non dimenticate però ciò che c’è stato prima, vi si apriranno dei Mondi”

“Vuoi dire che ai tuoi tempi la musica era migliore e gli artisti tutti integerrimi e spontanei?” buttò lì una tipa che probabilmente aveva imparato il giorno prima il termine integerrimo ed era quindi impaziente di utilizzarlo davanti ad un matusa, ma che con la sua domanda aveva innalzato il livello della discussione.

” La musica sicuramente sì! E ve lo dice uno che di musica di merda ne ha ascoltata parecchia, ai tempi. Ma anche di bella, e quanta ne sto ancora scoprendo! All’estero ci sono delle cose piacevolissime anche adesso, fatte bene per davvero, magari non inventano niente di nuovo ma chi se ne frega, miscelano trenta/quarant’anni di generi alla grande, mentre in Italia la situazione è raccapricciante, anzi molto peggio, perlomeno nella roba mainstream, in quella di nicchia non so, non ho abbastanza tempo. Invece gli artisti dei miei tempi….” e l’ultima frase si rivelò peggio di un lifting da quanto avesse modificato la sua espressione.

“Invece…” accompagnò la tipa con un occhietto furbo di chi aveva nasato aria di abiura.

“Sugli artisti fino a qualche anno fa lo pensavo, che fossero integerrimi, ne ero convinto, ora no. Guccini parla delle primarie del partrito più liberista e a destra d’Italia, Pelù che fa da megafono alla Gretina e combatte contro il gas russo, Bruce Springsteen e i Green Day che inorridiscono solo quando il presidente americano è un repubblicano, a targhe alterne, Bono che…va beh, Bono è l’industrializzazione estrema dell’artista impegnato e buonista al servizio del sistema di comando, serve solo a confermare i dubbi su quelle organizzazioni di filantropi. E l’elenco sarebbe lungo, come la mia delusione. Forse l’unico rimasto credibile è Roger Waters, uno con le palle per criticare anche gli intoccabili, infatti spesso lo dipingono come complottista e paranoico”

” Oltre i quarant’anni diventi vecchio e ci sta cambiare idea” sentenziò col sorriso uno che finora era rimasto nelle retrovie, anche perché così poteva guardare il culo alla tipa e non la sua frangetta.

” Alla tua età avevo i parametri sportivi per definire la giovinezza e la vecchiaia. Fino a 25 giovane, a 30 maturo, a 35 da pensione, dai 40 da dentiera…Può essere quello che dici, ed anche il successo in un certo senso è calmierante, che se ci pensi è un assurdo, un controsenso, hai soldi e fama e potresti dire a fare quello che vuoi invece no, ti allinei per restare a galla e ingrossi le fila di quello che tira di più. Oggi sono in tanti ad essere talmente allineati che riesci solo a scorgere il primo della fila. Meglio, tra l’altro, così ne vedi uno solo. Oppure mentivano anche prima e lo facevano da furbi”

” Sei disilluso?”

“Un casino, però mi è servito per imparare che occorre dividere l’artista dal suo prodotto, il messaggio dal suo comportamento, la musica è totalizzante, noi dobbiamo discernere. Resta il fatto che fino agli anni Novanta le cose prodotte creavano comunque cultura, avevano dei contenuti, stimolavano pensatori e contestatori, ti formavi in tutti i sensi. Poi ovvio, hanno formato anche delle grandi teste di cazzo…

“Oh vecchio – no, cioè, vecchio è un modo di dire eh…- ti stai contraddicendo, prima ci dici che la vecchia musica era la più bella del Mondo e poi che quegli artisti ti hanno deluso…”

“Un percorso artistico completo quindi! Uno dei problemi è il diverso rapporto col periodo storico di riferimento, oggi si pensa di influenzarlo, di indirizzarlo, ma lo si subisce come un armadio che ti cade addosso mentre sei sdraiato sul letto, manca la curiosità, sia a scovare qualcosa nell’immediato per stupire, sia a rievocare dal passato, a prendere spunto, non si attinge e non si semina, è in atto un cesoiamento storico”

“Ma se adesso anche in Italia abbiamo finalmente una grande rock band…” replicò il ggiovane pensando di aver fatto scacco matto.

“Bravo, hai fatto proprio l’esempio giusto! A certi gruppi rock italiani i Maneskin non potrebbero neanche andare a pulire le chitarre o asciugare il sudore dalla fronte. L’elenco è lungo una cinquantina d’anni, ma a questi prezzolati addetti ai lavori il rock italiano è apparso adesso, come una folgorazione, tipo la Madonna a Brosio o della macelleria sociale ad un tecnocrate liberista”

“Però scusa, parli di musica, probabilmente ne saprai anche, ma ci butti sempre dentro collegamenti con la politica e roba simile…” e l’espressione corrugata non riuscì a celare il suo disorientamento.

“E’ proprio quello che vogliono, rendere la musica un monolite, un format, come dicono oggi, da utilizzare in Mp3 per andare a correre o per l’aperitivo in piscina, estraniando tutte le sfaccettature che rendono la musica una delle forme artistiche e culturali più complete. I ragazzi come voi devono staccarsi da queste matrici imposte, noi non lo abbiamo fatto, la mia generazione più si è tatuata più si è alienata. Siete ancora in tempo, ma dovete fare inversione adesso se no finirete nel burrone della lobotomizzazione. La musica può salvarvi. Ma la musica vera”

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L’avevano detto

31 Mag

Perché senza le radici non si cresce. Perché non si possono perdere le origini. Perché il nostro dialetto l’è ‘l mej. Ed anche per combattere la deriva del linguaggio moderno: qui non ci sono tracce di inutili inglesismi, di cagatine retorico-progressiste, neologismi tossici, OGM e olio di palma (l’olio di palma fa ancora una certa impressione). E poi c’è una una chicca che vi permetterà di assaporare il dialetto nella sua forma più pura.

Il libro si può acquistare:

– chiedendolo direttamente al sottoscritto (potete contattarmi in privato, in pubblico, dove volete, possibilmente evitate le ore notturne durante la settimana);

A Casina: – presso l’Edicola Leuratti Francesca; – presso l’Edicola Lipari Euro;

A Castelnovo né Monti: – presso l’Edicola Rinascita di Via Roma.

Mi riferiscono di file chilometriche davanti alle edicole e di persone disposte a tutto pur di accaparrarsi il libro, doveste rimanere senza non disperate, avvisatemi.

Buona lettura (e non solo)

Ci sono cascato ancora

24 Nov

Dopo la pubblicazione di Andare oltre (il libro) mi ero ripromesso di tornare a scrivere di più qua sopra, e lo avevo promesso un po’ anche al blog – io e il blog abbiamo un rapporto un po’ così. E invece, niente: due articoli appena, e poi la matana per un mio vecchio pallino ha preso il sopravvento. Sono ripartito fra emozioni e fiaccatura, voglia di fare e (a volte) voglia di mandare tutti a cagare, entusiasmo (tanto) e avvilimento (solo quando penso al lavoro che devo ancora fare). Ecco, sull’avvilimento bisognerebbe chiedere qualcosa ad Ivan, che curerà ancora  l’impaginazione, perché a me risponde sempre con entusiasmo, ma ci vogliamo bene e quindi non mi dice tutta la verità.                                                        Sì, ci sono cascato ancora, perché alle origini non si comanda.

Il piacere al centro

15 Dic

E’ sempre la paternità che può risultare incerta, nel suo caso tutti dicevano Fiat e a pochi mesi dalla nascita è spuntata la Lancia ad apporre definitivamente il nome sul libretto ed il simbolo sulla calandra.
Sulla mamma Pininfarina, invece, non ci sono mai stati dubbi e basta guardarla per capire che lei ci abbia messo tutto il resto, o quasi.
Nella Lancia Beta Montecarlo la maggioranza dei cromosomi sono quelli materni.
La Beta Montecarlo, oltre ad essere uno dei simboli delle classiche di casa nostra, è un esempio di che coraggio e fucine di idee vi fossero nell’industria automobilistica italiana nei pur complicati Anni Settanta, se oggi qualche manager di una casa generalista proponesse di creare dal nulla una berlinetta, di commissionare il progetto e la produzione ad un carrozziere esterno e di inserirla nella gamma di una compatta due volumi, verrebbe prima sottoposto ad un TSO e poi internato, e probabilmente già al primo di questi pensieri corsari.
Nonostante la pletora di modelli disponibili c’è più immobilismo ed assenza di idee nel panorama motoristico attuale, dove la massima espressione della creatività è rialzare di qualche centimetro un’utilitaria per fare il verso alle fuoristrada (sic) o di declinare un SUV in una sgraziata pseudo versione coupé con la linea identica a tutte le concorrenti.
Ma torniamo alle cose piacevoli.

E’ un nome ambizioso Montecarlo – ad evocare una località che nel 1975 era già stata terra di conquista per le auto da rally della casa di Chivasso, e lo sarà anche in seguito – che la nostra berlinetta indossa comunque senza complessi e che si rivela un’adeguata e meritata investitura per la sua sportività e non un raffazzonato tentativo di marketing.
Compatta, bassa, grintosa, trasmette dinamismo da ogni angolo la si guardi, la Monte è una due posti secchi insospettabilmente comoda, smaschera solo se abbiamo messo su qualche chilo di troppo nelle fasi di entrata e uscita dall’abitacolo (ma sarebbe più corretto dire discesa e risalita, visti i suoi 119 cm di altezza).
Anche all’interno prosegue la sensazione di essere su una piccola fuoriserie, con ricercatezze che non passano inosservate e che confermano il senso di coinvolgimento col mezzo.
Modernissima all’epoca, non ha perduto nulla del suo fascino, anzi, oggi è definitivamente un’auto senza tempo, una mini supercar, con forme – specie nella 3/4 posteriore e nella fiancata – che ricordano qualche cugina di Maranello (i cromosomi di cui si parlava prima).
Le linee sono più tese rispetto allo standard Pininfarina, Paolo Martin non ha comunque rinunciato a quell’equilibrio, a quell’eleganza e a quella sinuosità tipiche del carrozziere torinese, qui in una salsa decisamente personale, con quei tocchi di raffinatezza imperituri (su tutti, il movimento a salire della linea di cintura all’altezza del deflettore e il raccordo tetto-finestrino posteriore-pinna).
La Beta Montecarlo è un’auto di classe con una personalità tutta sua che non ha mai patito il vorrei ma non posso, certificato dalla curiosità dei passanti la cui ammirazione è tutta per quello che si trovano davanti agli occhi.

La crisi petrolifera del ’73 (ma forse anche qualche logica interna di strategia commerciale) ha mortificato sul nascere idee ben più ardite in termini di potenza del motore, o comunque calmierato suggestioni che si fanno più o meno tutti viste le potenzialità della vettura. Insomma, venti o trenta cavalli in più ci sarebbero stati bene, ma il bialbero Lampredi (che è un gran motore) su un fisico così asciutto fa comunque una bella figura anche in una sua configurazione tutt’altro che estrema e da ottima base per versioni spinte quale è, basta poco per tiragli fuori qualche cavallo vapore in più. Ovviamente un plurifrazionato è un’altra cosa, ma nel vano motore della Beta Montecarlo c’è poi finito un po’ di tutto, dai 4 ai 6 cilindri, carburatori single o in versione coppie di fatto, iniezioni meccaniche ed elettroniche, aspirati e turbo (praticamente i 3/4 del programma sull’elaborazione di una storica).
Perché il telaio sopporta bene, ed anzi ringrazia, ed il resto della meccanica è all’altezza (anche oggi) di una vera sportiva coi fiocchi.
Con “soli” 118 cavalli le hanno forse tarpato un po’ le ali, e sapendola base per vetture iconiche, vincenti e cattive (la Silhouette Turbo e la 037) questa rimpianto aumenta. Guidandola, invece, il piacere di guida profuso, il comportamento diretto, i limiti di tenuta elevati e le prestazioni comunque brillanti inducono a godersi quello che c’è.
E a rimanere ampiamente soddisfatti.
La vettura offre quelle sensazioni di precisione ed agilità tipiche della soluzione a motore centrale, c’è poco da fare, ad averlo proprio lì dietro la schiena cambia la guida e poi l’orecchio vuole la sua parte.
O forse era l’occhio, ma con la Beta Montecarlo sono soddisfatti entrambi, occhio ed orecchio.
Il posizionamento del motore é il suo tratto distintivo, ma non si distingue solo per quello.
Divertentissima in movimento (anche senza correre), affascinante da ferma, raggiunge il parossismo della coreografia (e della vanità del proprietario) con l’apertura a pianoforte del cofano motore.
Se non è arte questa…

Non ne vendettero tante (la produzione si fermerà poco oltre quota 7.500, se consideriamo anche la versione Scorpion destinata oltreoceano), forse rispetto a quello che chiedeva il mercato venne commercializzata troppo tardi e tolta dai listini troppo presto, forse le auto con personalità (e di nicchia) non sempre vengono capite, forse doveva andare così.
Da svariati decenni le sue quotazioni sembrano dover decollare – e negli ultimi anni qualcosa effettivamente si è smosso – ma per una vettura col suo pedigree e col suo palmarès sportivo, oltretutto prodotta in pochi esemplari, la sensazione è che sia ancora sottovalutata e che se avesse un altro marchio sul cofano girerebbero dei prezzi di ben altra levatura.
Avrebbe meritato più successo, ma sapere che ne circolano poche accresce il suo blasone e quella sensazione di far parte di un ristretto club di fortunati.

Ipocrimania, mitocrisia

11 Dic

La nuova frontiera per apparire accoglienti, tolleranti, inclusivi, civili e democratici (che bello essere CIVILI e DEMOCRATICI!) si sintonizza nell’inventare una rantumaglia di iniziative e battaglie a dir poco patetiche, fanno venire in mente quel secchione che si inventava chissà cosa per impressionare il nuovo Prof (cioè per apparire l’invertebrato che era) o quelle periodiche gare per il più bigotto della Parrocchia, solo che qui subentra una ricerca ossessiva di argomentazioni pompose nell’aspetto ma flaccide di contenuti, anzi, infide.
Parità di genere, ecologia, minoranze presunte o esistenti, discriminazioni vere o inventate per nasconderne altre: ormai c’è un fiocco, uno slogan, un simbolo, una recita e una giornata dedicata a tutti, peccato che nelle altre 364, di giornate, gli organizzatori di questi teatrini vomitevoli non muovano un dito in favore di nessuno, anzi, il più delle volte la principale causa delle disgrazie di tutte le attenzionate categorie è la loro struttura, visto che è un’emanazione del capitalismo liberista. Attenzione, perché se alcuni dei temi affrontati in queste baggianate planetarie sono delle autentiche boiate- tipici di chi è un po’ annoiato ed il suo unico cruccio è creare un ruffiano fumo per gli occhi che garantisca visibilità e seguito – ve ne sono altri di estremamente seri, ma sono esibiti per intenerire, lobotomizzare e fregare il popolino (a sua volta animato da intenzioni che tornino buone) e meriterebbero quindi ben altri attivisti di quelle ghenghe che invece detengono il monopolio della solidarietà. Queste saghe dei buoni sentimenti costruiti a tavolino negli effetti non si discostano molto dal gioco delle tre carte, hanno solo la faccia un po’ più presentabile, ma neanche tanto a guardare bene.
Più la gente fa a gara a partecipare a queste messe in scena, a sbattersi per mettere il like per prima, a condividere messaggi lagnosi talmente sdolcinati che rischiano di far venire il diabete anche al tavolo in cucina e a postare la nuova suggestiva immagine che qualcuno ha ideato per loro, e più i beneficiari di queste campagne sono rimasti perlomeno nelle condizioni di prima.
Perché la loro non è filantropia, è marketing; non è umanità, è manifestazione di potere; non è sensibilizzazione, è stordimento; non è socialità, è sociologia; non è difesa dei più deboli, è controllo delle masse; rappresenta la nuova ortodossia liberale dei diritti civili che ha l’obiettivo di distrarre da quelli sociali e da tutto il mare di povertà e catastrofi che sta producendo il modello liberal-progressista (quello CIVILE e DEMOCRATICO).
Si vuole coprire il male esistente con dell’artefatto amore per i disagiati, ma solo quelli più fotogenici, invece alle numerose vittime meno appariscenti del democraticissimo capitalismo globale non è dedicata alcuna giornata, neanche una mezz’oretta.
Spiacenti, fate poco audience e smuovete pochi sostenitori.

Il tipo che disse che una disgrazia non viene mai sola avrà anche portato un po’ sfiga, ma qualche intuizione l’aveva, occorre dargliene atto. Sì perché accanto alla profusione di retorica ed ipocrisia descritta sopra – da sola in grado di affossare il sistema biliare di un adulto di sana e robusta costituzione – si affianca una nuova categoria di addetti all’informazione con lo scettro di veicolare i messaggi, forse proprio nuova del tutto no, più un’evoluzione delle precedenti: il mitomane.
Nella liturgia per officiare il potere il mitomane ha capito che può ritagliarsi una parte da attore protagonista, siccome quelle iniziative sono una evidente presa per i fondelli, il mitomane a cascata ha semplicemente proseguito senza soluzione di continuità e vuole farci un po’ di cresta pure lui.
Dato che il copione è standardizzato, lui punta sull’interpretazione: teatrale, sforzata, ridondante, eccessiva, melodrammatica, con moine che si alternano ad istigazioni e manfrine che sconfinano nel viscerale, per catalizzare l’attenzione e mostrare la sua luccicante autenticità.
Ovviamente artefatta.
Il mitomane trova un terreno fertile in quelle situazioni, ma dotato di inossidabile egotismo non si accontenta, è l’imprenditore di sé stesso -per utilizzare una delle frasi più inutili che esistano, proprio come il nostro – e si inventa ogni occasione buona per farci sapere che lui c’è.
Ci possiamo imbattere in lui nella carta stampata o nelle trasmissioni tv, sui social o in un libro, e purtroppo anche in più combinazioni; moralista e libertino, impegnato e leggero, politicamente corretto ma anche dissacrante, insomma, tutto, al bisogno. Nel mitomane l’unica coerenza è essere più appariscente possibile, la sola ideologia rimanere al centro dell’attenzione.
Esiste il mitomane specialista (si atteggia da super esperto) ed il mitomane prezzemolino (baccaglia su tutto e tutti perché lui è uno di ampia vedute) ma per entrambi esiste solo una cosa: parlare di sé stesso.
Dev’essere un residuato marcescente di infantilismo, quando la fantasia o la noia porta i bambini ad inventarsi amici immaginari e a proiettare sé stessi in mirabolanti avventure per poi raccontarle agli amichetti sperando che sgranino gli occhi. Il mitomane è rimasto così, un bambino cresciuto (male) e se già da piccoli i ballisti seriali erano fastidiosi figuriamoci quelli adulti.
Stiamo parlando del mitomane al maschile esclusivamente per regole grammaticali, la categoria è rappresentata da ambo i sessi, non possiamo sbilanciarci sulle percentuali o qualche mitomane potrebbe iniziare con la lagna delle quote rosa o con qualche intemerata di quella portata lì e bombardarci a ciclo continuo per una settimana.
Il mitomane non ha confini, né vergogna, in nome della libertà di opinione ci scaraventa la sua inutile prosopopea, se qualcuno osa criticarlo – magari per il ventiseiesimo argomento trattato in una settimana e tutti con fare da luminare, oppure per l’inconsistenza dello stile e dei contenuti messi in campo esclusivamente per farsi notare – lui dall’alto del suo piedistallo (ovviamente auto-costruito) tenta di convincere il dirimpettaio a colpi di vittimismo mischiato ad arroganza e supponenza, non cita le sue conoscenze, il suo sapere, cita sé stesso, anche solo il nome.
Al mitomane piace sentirsi chiamato.
Al mitomane piace chiamarsi.
Eroe di battaglie immaginarie, protagonista di aneddoti onirici, tutte le sue proiezioni ortogonali tendono ad un unico punto, il suo, non ama l’approfondimento autentico, ma solo quello pretestuoso, perché ama approfondire solo ciò che lo riguarda servendosi del resto, il mitomane non di rado osa arrivare a definirsi modesto (una evidente meta-dichiarazione) ed esaltare il lavoro di squadra così da esaltare sé stesso.
Arrivista di prima categoria, opportunista semi-mascherato, non si fa scrupoli a sfruttare le disgrazie altrui, salvo criticare gli altri se si comportano esattamente allo stesso modo. Sfoggia una saggezza che ovviamente non ha, si vanta di aver vaticinato eventi di cui ha sbagliato le previsioni, raggiunge l’apice della lucidità quando utilizza il senno di poi (senno altrui, oltretutto).
Poco talento (inutilmente ostentato), poche idee (inutilmente sbandierate), poche intuizioni: il mitomane si atteggia come se ne avesse invece un magazzino pieno e potesse persino fare consegne a domicilio, tanta è l’abbondanza.
Rabdomante di occasioni per parlare di sé anche quando l’argomento è la Guerra dei Trent’anni, è un onanista di sé stesso, irreversibilmente malato di protagonismo, se abbiamo dei dubbi su quale termine rappresenti meglio la sua distorta personalità fra narcisista, egocentrico ed egoista , col mitomane possiamo eliminare l’imbarazzo della scelta ed usarli anche tutti assieme senza rischio di sbagliare diagnosi, l’unico rischio è di scordarne altri.
La sua è una categoria che non conosce il calo demografico e disgraziatamente il mitomane sta diventando l’idolo di quelli che ritengono di avere una vita culturale attiva e anche di quelli che vogliono replicare il suo approccio ad altri contesti, e sta diventando il modello per coloro che ambiscono ad un ruolo simile al suo.
La figura del mitomane si sta diffondendo anche in altri settori, una logica conseguenza di un modello di società che premia chi riesce a vendersi meglio e per primo, e nella fretta non sono richieste particolari qualità, anzi sono vivamente sconsigliate eccetto quelle di imbonire e stupire a seduta stante.

Il mitomane è il frutto di una dubbia e complessa paternità, è il classico concorso di colpa fra una società sempre più permeata sul sensazionalismo, sullo smodato protagonismo, sul massimizzare, sfruttare ed esasperare ogni cosa, che si erge su un’informazione pacchiana e destabilizzante, ma anche su persone evidentemente predisposte a comportarsi in quel modo e che trovano lì il loro habitat naturale.
L’unica arma che abbiamo per combattere il mitomane è non cagarlo proprio.

E’ arrivato

4 Dic

E’ stata dura, soprattutto per il mio amico Ivan che si è sobbarcato tutto (o quasi) il lavoro della pubblicazione – e si è sobbarcato anche le mie manie persecutorie – ma dopo aver scancherato (e tirato dei cancheri) per soquanti mesi fra PDF, margini, caratteri, pagine orfane, bozze e copie di prova, è finalmente arrivato QUEL momento.
Il libro non è più solo un progetto, un’idea, un obiettivo.
Il libro è stato pubblicato.
E devo dire che quando mi è arrivata la prima copia di prova ho provato una sensazione ovviamente bellissima ma in parte nuova, inattesa, strana: l’ho guardato, l’ho toccato, l’ho maneggiato e poi sfogliato un po’ casualmente, in 15 centimetri x 21 quanto che ci può stare dentro!
Ecco, questa atmosfera eterea si è esaurita verso la terza o quarta copia di prova, quando ho iniziato ad andare anche un po’ in matana tanta era la voglia di vederlo pubblicato nella versione definitiva…
Per fortuna ci siamo arrivati.

Il libro si può acquistare nelle due edicole di Casina (RE) oppure on line nei seguenti siti (condizione stabilita dal sito di auto-pubblicazione):
– lulu.com (attenzione però alle spese di spedizione);
– barnesandnoble.com;
– amazon.it.

Come ho scritto nell’introduzione, spero che il libro vi susciti delle reazioni.
Non dico altro, perché sono di parte.

Vecchiette con l’anima

9 Mag

Le dimensioni e la forma, per prima cosa.
L’ingigantimento è divenuto ineluttabile, ogni centimetro e chilogrammo in più è un appiattimento al dinamismo.
E una strada spianata ai SUV.
Nel definire lo stile i progettisti oggi hanno carta bianca – mentre i loro predecessori tiravano qualche accidente in più – ma spesso disegnano auto molto simili fra loro, sono più diffusi i <Copia e Incolla> che i <Crea nuovo>.
Vecchia storia, quello del pane e dei denti.
Poi il rumore.
Pensate che tristezza se tutti avessimo lo stesso timbro di voce.
Saremmo irriconoscibili, impersonali.
Le automobili moderne (al netto di qualche nobile eccezione) sono così e devono ricorrere a degli artifizi per simulare una sonorità graffiante – praticamente la versione a quattro ruote delle protesi al silicone – quando prima associare un suono ad un modello era uno sport che si iniziava a praticare da piccoli.
Infine l’odore.
Almeno fino ai primissimi anni Novanta ognuna aveva il suo, inconfondibile.
E non svaniva nemmeno dopo un atto di esorcismo in un sabato sera.
Il profumo di benzina nell’abitacolo poi è un promemoria su cosa scorra nelle vene e la soavità della sua fragranza è un assioma, inutile dilungarsi.
Per non parlare di quello che rimane impregnato nei vestiti, un lascito ormonale che solo le pasionarie si possono permettere.
Ecco il podio delle differenze fra le autovetture moderne e quelle d’antan.

Ma quello che non si può misurare – ragion per cui crea un mito nel mito – è il fascino delle auto storiche , diciamo quelle prodotte fino agli Anni Novanta.
C’è sempre un volante da girare ed una carrozzeria da portarsi appresso ma con le storiche è un modo diverso di andare in macchina.
Non ci sono filtri e correttivi, le sensazioni sono vere, dirette, non artefatte.
Esigono impegno e partecipazione, ricambiano con fiumi di passionalità e regalano quel coinvolgimento che rende libidinoso il rapporto uomo-macchina.
All’esasperazione di sensori e centraline le auto d’epoca rispondono trasudando carisma da ogni bullone, fascetta e – perché no – da qualche punto di ruggine.
Hanno una personalità, non fanno nulla per nasconderla, la ostentano anche da ferme, quella hanno e sei tu che devi adattarti, anzi, sei tu che devi scoprirla giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro.
Con qualche logica sosta dal meccanico, ma anche quelle accelerano l’intesa e rafforzano la relazione.
Le auto di allora sono la proiezione fatta oggetto di chi le ha progettate e costruite: tangibili (e distintivi) erano l’approccio, la mentalità, l’idea stessa di automobile, che si portavano inevitabilmente dietro anche i limiti e e le lacune che ogni concetto fisiologicamente possiede.
Lo stesso atto d’acquisto andava ricondotto nelle tappe fondamentali di una vita: perché si sceglieva (e sposava) una filosofia prima di un auto, con pregi e difetti annessi – ed i secondi si digerivano volentieri perché facevano parte del pacchetto.
Avevano cose da raccontare al pilota e spesso lo stupivano; lo facevano allora, continuano a farlo oggi.
Quelle attuali – infarcite di Personal Computer peggio che ad un Festival del Nerd – raccontano anche di più visto che si sono messe a parlare, ma è un copione scontato, scritto su misura per il pubblico, dove il “di più” è tutta roba superflua.

Nell’era dell’hi tech – in un ipotetico bilancio sugli oggetti di una vita – l’auto verrà ricordata alla stregua degli smartphone posseduti.
Mentre fino a qualche annetto fa l’automobile meritava uno spazio nell’album di famiglia, perché era una della famiglia
Anche quelle moderne riescono ad essere desiderabili, ma sono anche distaccate e fredde, noiosette, algide, perfettine, e le belle di oggi (perché ce ne sono) sfioriranno in fretta e non saranno mai imperiture come le antenate, perché ricordano gli elettrodomestici, che si fanno voler bene per la loro funzionalità ma se qualcuno ci trova qualcosa di emozionante è perché si è bevuto un flacone di brillantante.
Vanno decisamente forte, ma non sai se per merito tuo, loro o del programmatore delle centraline.
Per provare sensazioni simili a quelle regalate dalle progenitrici occorre moltiplicare i cavalli per 3,14 periodico.
Ed un cuore pulsante (pardon, pompante) non si trova nemmeno sfogliando la chilometrica lista degli optional, lunga più o meno come una bolletta del gas col conguaglio.
Le autovetture odierne ricalcano il loro tempo e sono come cittadini ultra-globalizzati: non posseggono una propria identità.
Sono state private dell’impronta del progettista, perché il progettista è un robot e un’impronta mica ce l’ha.
Al pari delle nuove generazioni hanno come paradigma l’elettronica, che mentre la elogi per la sua indubbia utilità ti ha già portato in un mondo virtuale e parallelo, ma che di vivo non ha niente.
Le auto sanguigne esistono ancora, ma hanno il piccolo difetto di costare almeno come un bilocale in centro.
Tempo fa essere tecnologicamente avanzati era un vanto che accresceva le prestazioni ed il blasone, oggi snatura l’auto ad un surrogato di un videogioco, perché si attinge a piene mani da tecnologie estranee al mondo dell’auto.
Estranee per chi concepisce l’automobile in maniera passionale, per chi dalla meccanica ricerca piacere, per chi ama la durezza dei comandi e si esalta alla vista di un contagiri che sfiora la zona rossa, che freme per uno scoppio in rilascio o per una doppietta riuscita a regola d’arte, che passerebbe ore ad ammirare un vano motore e l’andamento della fiancata.
Gente così, sicuramente un po’ malata, ma di una malattia sana.
L’abisso fra un supercar ed una vettura generalista dei nostri giorni – oltre alla linea e alle prestazioni – è rappresentato da quell’autentico incantesimo che è la costruzione artigianale, che nelle auto storiche invece si respira su tutte, indistintamente, anche in quelle di fascia economica, con quelle piccole imperfezioni che sanno di umano e che hanno lo stesso valore dei colpi di genio di cui sono piene.
Nell’amare le auto ultra-maggiorenni c’è più passione che moda, e la nostalgia non supera la naturale attrazione per la storia per la storia motoristica: sono allo stesso tempo mezzo e fine.
Il successo dei ramake non sarebbe una fortunatissima operazione di marketing se non poggiasse su qualcosa di incancellabile e se non potesse attingere da modelli oltremodo iconici e va nella direzione di scavare nel passato per offrire, pur rivisitato, qualcosa che ora non si può partorire.
E forse certifica una certa saturazione di nuove idee in tema di design, supercar a parte.
Se un tempo le macchine erano l’emblema del consumismo, con le storiche siamo quasi agli antipodi, perché non si deve costruire niente di nuovo, non si incentiva l’usa e getta ma il possesso (al massimo la vendita) e si esalta la storia fregandosene dell’innovazione.
Se è vero che nel Mondo moderno le passioni devono lasciare il posto agli affari o al massimo sopravvivere in funzione di essi, sarà bene scrivere un promemoria agli adepti de “Il mercato ha sempre ragione” (una setta pericolosa come tutte le sette e con l’aggravante di essere molto numerosa) ricordando loro che le auto storiche creano un fiorente indotto fra meccanici, carrozzieri, commercianti, tappezzieri e artigiani di sorta, organizzatori di eventi, riviste e pagine web specializzate.
Sarebbe il caso di sostenerle, non di affossarle isolandole ad inutile ed inquinante ferraglia.
È una materia che fa andare dietro la lavagna anche diverse Case automobilistiche, nelle cui file siedono troppi ingegneri gestionali e pochi appassionati di auto, incapaci di comprendere che non stiamo più parlando di mezzi a motore ma di un patrimonio storico e artistico da preservare.

Nelle motociclette la faccenda è un po’ differente: hanno retto bene l’attacco di modernite sopportando con disinvoltura il carico di tecnologia che in svariati casi le ha migliorate ed impreziosite (così l’autore di questo articolo non rischia l’infamate accusa di luddismo, uno dei reati più esecrabili dell’era multimediale).
La moto in due aspetti ricorda il libro: entrambi richiedono un impegno attivo e nel bene o nel male qualcosa ti lasciano dentro (la moto anche fuori, dipende se e come cadi).
La moto non è per chi cerca un comodo e pratico mezzo di trasporto, per quelli c’è lo scooter.
La moto è un generatore di emozioni autorizzata a dispensare sogni e va trattata come tale.
Senza scomodare l’Olimpo delle due ruote ci sono mezzi che possono ancora conturbare il proprietario e farlo giustamente rendere protagonista -il che vale i soldini spesi.
Anche al giorno d’oggi si possono vivere delle belle sensazioni, sentirsi pilota e non passeggero.
Ma la voglia di classiche, di scrambler, di café racer, di maschie 2 tempi e di ignoranti 125 stradali – anche tra chi non è ancora entrato negli anta– certifica la ricerca di qualcosa che forse si sta dissolvendo e che c’è voglia di disintossicarsi e distinguersi.
Una due ruote di qualche annetto fa è come un uomo che non si depila, che non si fa le sopracciglia e che non segue la moda del momento, così questi incantevoli ferri polarizzano l’attenzione di chi cerca qualcosa di essenziale, talora semplice, un po’ rude, anche grezzo, ma sempre carismatico.
Meno perfezione, più carattere.

Che siano a due o a quattro ruote, le classiche rispolverano ricordi dimenticati, fanno rivivere vecchie emozioni e provare sensazioni di epoche mai vissute.
Ti permettono di spaziare nel tempo, di ovviare alla carta d’identità, di abbracciare uno stile, un periodo, una corrente.
Di completare un percorso culturale.
Di lasciarti andare.
Una classica è il sogno di un bambino che si avvera, in età adulta.
È cercare in un oggetto la parte più romantica, l’aneddoto, la storia, l’adrenalina.
Certo, sono diventate ottime forme di investimento, ma la molla che fa scattare l’acquisto non dev’essere la rivalutazione (che fa comunque comodo, anche per darsi qualche giustificazione), ma il gusto di possederle, ammirarle, guidarle o anche solo fantasticare su di esse.
E pure la fase della ricerca e della trattativa fa parte del piacere.
Sono qualcosa che si avvicina a quella macchina del tempo da sempre agognata dall’uomo.
Se avete anche voi questa passione o se ne siete incuriositi, non abbiate paura, non è un sintomo d’invecchiamento.
Ma di vitalità.
E ricordatevi, non c’è nulla di increscioso nel volerla di almeno venticinque anni.

La speranza fa(ceva) Novanta

17 Apr

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza, della lotta, dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche truci e rabbiosi dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto.
Troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: Milano da bere, yuppies e paninari, da noi.
Edonismo sfegatato, dappertutto.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero e in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un po’ oppio per il popolo e un po’ canto della sirena: l’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del neo-liberismo a discapito del sociale nacque allora.
Gli Ottanta sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di aver azzeccato la definizione ti accorgi di esserti scordato qualcosa.
Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla libertà il mondo è stato liberamente obbligato a lasciare il comando ai sedicenti esportatori di democrazia col vizietto della guerra e di altre carinerie.
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il sistema per distrarre disse “Divertitevi ed esagerate pure”, coi Novanta volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo il medesimo filone.
Forse era un modo per superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse era solo una sua emanazione edulcorata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare covato dentro pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Esplose perché gli effetti e le reali intenzioni di quelle politiche iniziarono a venire a galla ,anche se in maniera confusa e a volte approssimativa: ad ogni modo si percepiva che trent’anni di conquiste sociali rischiavano di finire in nebbia.
Le persone cominciarono ad intuire di essere in un tritacarne che raramente si inceppa, così, con sofferto disincanto, per qualche istante albergò l’idea che bisognasse tornare indietro anziché andare avanti a testa bassa come si era fatto fino ad allora, perché quando si cammina a testa bassa qualcosa ci si dimentica, e il più delle volte è la dignità delle persone.
Ma dopo poco il pensiero svanì, con buona pace della dignità delle persone.
Proteste autentiche, risposte pronto uso di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei Settanta durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e reprimere il pensiero dissidente, più durava il caos più il piano funzionava.
Nei Novanta la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Pur intensa, la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa e convinta.
Ci si svegliò dalla sbornia del decennio precedente senza capire la vera causa del mal di testa, si pensava che la nausea derivasse dalla mancanza di legalità e giustizia – ed in parte era vero, visto che ce n’era senz’altro bisogno – ma i mali che iniziavano a devastarci si chiamavano capitalismo globalizzato e neo- liberismo, solo che faceva più comodo ricondurre tutto alla corruzione (che esisteva, eccome) e a protestare solo contro quella.
Lontana era la diagnosi, figuriamoci la terapia, protestammo, forse poco, probabilmente male, per assurdo rafforzammo chi avremmo dovuto demolire.
Abbiamo contestato col fumo negli occhi, arruolati in cause esse stesse abbindolate, divisi in categorie che avevano la stessa paternità.
Siamo stati virilmente anti, anti- questo, anti-quello, ma contro personaggi da operetta e peccato che la controparte fosse più o meno la stessa cosa, solo con una livrea differente, più o meno presentabile.
E poi non basta essere contro qualcosa o qualcuno per diventare alleati e perseguire lo stesso scopo, specie se il tuo presunto alleato è un bastardo.
In troppi si fidarono del cosmopolitismo (e ci si affidarono) e delle frontiere aperte – meri cavalli di Troia – e si fecero convincere dalla gabbia europeista, dalle prigione dei liberi mercati e delle privatizzazioni, insomma, da quella masnada di balle che fanno capo alle famose riforme che da quegli anni iniziarono ad incombere ed aleggiare.
Chi aveva invece intuito e vaticinato i pericoli di questa svolta erano i movimenti No global (quelli autentici, quelli nati col popolo di Seattle, non le tristi versioni sbiadite ed opportuniste) ma furono prima dipinti come violenti e facinorosi, trattati poi come vandali o teppisti e infine bollati come nemici della modernità, del benessere e della democrazia – l’epiteto nemico della democrazia in genere funziona sempre, un po’ come gli infiltrati nei cortei.
In troppi non capirono il loro messaggio, anche quelli considerati antagonisti di professione, che si smarrirono in battaglie facili, teleguidate, sterili o utili a chi avrebbe dovuto essere l’obiettivo della contestazione.
In quel decennio il potere finge di cambiare scegliendo la faccia più pulita e la casacca giusta perché si potrà permettere quello che vuole senza sforzi.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco e la gente è divisa in blocchi e fazioni che sono l’una il rovescio della medaglia dell’altro.
E così il capitalismo evoluto è libero di squarciare il culo a piacimento ed ha pure il tempo di prendere per bene la mira.
Il potere è (quasi) sempre stato avanti ai fenomeni storici ed ha intercettato e veicolato le proteste, ma è nei Novanta che per sgattaiolare e mantenere lo status quo, sceglie, quasi ufficialmente, la maschera adatta ad ogni occasione, anche quella del nemico.
In politica lo chiamano trasformismo, nella vita di tutti i giorni paraculismo.
Del potere, prima, abbiamo visto soprattutto la potenza, nei Novanta, e dai Novanta, anche il camaleontismo.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove al bisogno di prosperità, serenità ed autonomia ha fatto seguito l’insediamento dell’Euro e delle sue regole opprimenti.
Dove la celeberrima libertà occidentale si è ridotta a cercare dei dittatori in giro per il Mondo senza accorgersi dei propri.
Dove ai protocolli sul clima si è affiancato un aumento sfrenato della produzione e dei consumi di merce per lo più inutile.
Dove il bisogno di scoprire oltre confine ha fatto diventare tutti apolidi.
Dove mani che si stringono blaterando di pace sono le stesse che hanno ordinano genocidi, massacri e invasioni.
Nei Novanta una iniziale ventata ha portato un polline che profumava di rivalsa e rinascita, illusione spazzata via dal tifone che farà respirare solo l’alienazione e la subalternità al profitto e alla sua macchina organizzativa.
Le ideologie che dapprima avevano unito e diviso sono state sostituite da slogan studiati a tavolino e da valori scialbi e liquidi, tanto da creare negli sfruttati i classici schiavi che invocano frusta e catene.
E’ dalla metà del nostro decennio che è andata in onda la seconda e decisiva fase del nuovo metodo di potere: cinismo, fanatico globalismo, spersonalizzazione, sradicamento, disprezzo nei confronti del sociale e del pubblico, alienazione al business, abiura delle origini.
Ci hanno finanziarizzato il pensiero, economicizzato l’anima e burocratizzato i gesti e le azioni.
La competitività è diventata un comandamento, peccato che solo testualmente faccia rima con dignità.
Dignità, ancora lei.

Ogni epoca si riflette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa), l’ultimo decennio del Novecento si era svegliato con l’ambizione dichiarata di tornare alla semplicità, alla purezza, ad un fiero minimalismo (ricercato o grezzo), di evitare inutili orpelli in nome della spontaneità, agli eccessi si preferiva la profondità, che fossero suoni, testi, trame, arrangiamenti, sceneggiature o regie.
Con le dovute eccezioni.
L’Idea che le ricette artistiche precedenti fossero da soppiantare invece era in comune coi decenni più attempati, come il vizio di gettare via l’acqua sporca ed anche il bambino.
Passato il tempo dello sballo e della provocazione tout court , icone del decennio cotonato, il talento si affidava alla rabbia, all’insofferenza, alla riflessione – presenti invero anche negli Ottanta, ma con meno sistematicità.
Il colpo di spugna inferto alla smaccata ridondanza degli Ottanta sapeva di manifesto per un nuovo corso, culturale e di costume.
E’ di questo intricato decennio l’ultimo genere musicale realmente nuovo, il grunge, nato letteralmente sottotraccia, figlio delle protesta e dell’insoddisfazione, cresciuto nel bisogno di urlare il male interiore per salvarsi la vita e di dare una rumorosa svolta a quella società, ritrovatosi famoso come i generi commerciali che disprezzava da piccolo.
Ha mandato in soffitta artisti e generi, di altri è stato (e continua ad essere) una musa ispiratrice, anche per degli autentici insospettabili.
Si pensava che l’asprezza del grunge come una carta vetrata potesse togliere il marcio che affiorava per far riemergere la linfa fresca.
Si pensava.
Impetuoso, travolgente, influente, effimero, autolesionista, la colonna sonora dei Novanta non può che essere lui, il grunge.
(Una vocina mi suggerisce che la storia non va divisa col righello, né catalogata in ferrei periodi di comodo per chi scrive, come se una qualsiasi epoca iniziasse o finisse esattamente in quel determinato anno, attribuire la paternità di un evento non è mai facile, anche le più iconiche ricorrenze sono tali perché tempo prima – magari un tempo di altra epoca – si sono create le condizioni affinché quell’evento si materializzasse.
Mi dice ancora la vocina, per corroborare ed esemplificare la sua tesi, che il grunge è sì esploso nei Novanta, ma di fatto è nato qualche anno prima.
Bisogna sempre ascoltarle le vocine)
Quindi, la qualità c’era, ma anche qui il decennio non smentì la propria ambivalenza perché nel bilancio finale non mancheranno parecchie voci di assoluta mediocrità o di inutile ridondanza.
E nei Novanta capitava anche che le favole si dissolvessero, magari sul più bello, e anche gli eroi cadessero, magari definitivamente, e nella rapidità della capitolazione, e nel lasso di tempo fra il successo e la sconfitta c’è tutta l’essenza di quei dieci anni.
I Novanta sono Ayrton Senna che si schianta ad Imola per un cedimento al piantone dello sterzo.
Sono Freddy Mercury che muore di AIDS.
Sono l’Italia che getta via due Mondiali ai rigori (forse tre).
Sono Marco Van Basten che gioca la sua ultima partita a 28 anni per i guai alla caviglia.
Sono Kurt Cobain che a 27 si suicida.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo), nei media iniziò una fase di morbosità che con la scusa dell’audience, o delle copie vendute, traslocò anche nella vita di tutti i giorni e a forza di evoluzioni tecnologiche non separerà più il pubblico dal privato, la condivisione dalla riservatezza, l’ego dalla vergogna.
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni e camicie tre taglie più larghi del dovuto (grazie grunge!), dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva altro che una fervida fantasia.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Unica condizione richiesta: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Ad ogni prodotto multimediale che veniva lanciato sul mercato le strade, le piazze ed i bar si svuotavano un po’ di più.
Oggi non c’è tanta gente in giro fuori, nei primi Novanta ce n’era decisamente di più, anche di martedì.
I Novanta hanno accolto l’ultima generazione di ragazzi analogici, quelli che le emozioni preferivano prima viverle piuttosto che immortalarle in una foto, quelli che i ricordi non li hanno salvati in una chiavetta USB ma se li portano dentro tutti perché autentici, avevano una sorpresa nel sapere chi ci sarebbe stato e chi no nel ritrovo, lo squillo del telefono (di casa) poteva far battere il cuore, sono stati gli ultimi a spedire una cartolina, a scrivere una lettera, e a sperare di riceverle (e a godere nel riceverle), creavano le loro compilation su musicassetta con degli strani rumori fra un pezzo e l’altro, per se stessi e per gli amici, e per quelle che speravano divenissero più di amiche, gli album musicali erano prima agognati, poi frustati, ma sempre custoditi con cura, le loro compagnie erano numerose, più delle chat di oggi, con la differenza che allora l’obiettivo era il contatto, oggi il contatto è solo una funzione della rubrica del telefono.
Siamo stati fortunati, noi, ad essere quei ragazzi.
Da allora abbiamo avuto sempre più opportunità, più occasioni, più possibilità, più tutto, ma per star bene dobbiamo filtrarle, rigettarle, selezionarle.
La qualità della vita ci è migliorata solo se siamo noi a gestirla, fattispecie non sempre così scontata.
E così semplice.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione , il traghettamento verso gli inutili Duemila.
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi, complessati da quel conflitto interiore mai sopito fra svoltare ad U e imboccare una faticosa salita o proseguire in una discesa, ma col burrone, alla fine la mancata decisione pesa più di quella presa.
Un desiderio di cambiamento tramutato mestamente in ratifica della restaurazione, anni iniziati da incendiari e finiti col Tamagotchi.
Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.