La prova di traduzione

21 Nov

Università della Strada
Facoltà del Libero Pensiero
Sessione d’esame Dissidenza Attiva 1

“Avanti il prossimo”
“Buongiorno”
“Buongiorno a lei, prima di passare alla prova mi permetta un doveroso cappello introduttivo visto che sostenere questo esame è un primo traguardo per raggiungere altre mete: avrà notato – e vedo con piacere che è in pari con gli esami – che in questa facoltà non vogliamo formare degli specialisti ma degli eclettici, che cerchiamo di instillare il seme della diffidenza alla versione ufficiale e soprattutto che miriamo ad emancipare le persone da dogmi, precetti, tifo e restrizioni che ne limitino l’onestà intellettuale”
“Certamente, l’ho scelta proprio per questo”
“Mi compiaccio; bene, il test di oggi verte sulla lingua inglese, sull’egemonia culturale e financo sulla sociologia di massa: mi deve tradurre la locuzione Black Friday
“CAGATA PAZZESCA”
“Complimenti, lei ha superato l’esame con il massimo dei voti”
“Grazie”
“Hanno proprio rotto i coglioni, eh?”

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Signori, musica!

17 Nov

Capita quando siamo assorti, con l’inconscio alleggerito da petulanti zavorre e la mente in permesso temporaneo ad esplorare le più svariate altitudini e ad affrontare altrettanti dislivelli.
In auto, in auto è un classico – la presenza o meno di passeggeri è un dato perfettamente inutile.
Quando siamo soli, e gioia o tristezza che sia, noi stessi non bastiamo.
In ambo i casi.
In compagnia, la compagnia effettivamente predispone.
Oppure quando l’adrenalina gira a pressioni così elevate da cercare uno sfiato.
Ai bambini che vogliono fare i grandi, ai bambini che diventano grandi, ai bambini che fanno i bambini, ai grandi che diventano grandi, ai grandi che provano a recuperare i bambini dispersi in loro.
Quando vogliamo evadere, evidentemente manca sempre un pezzetto di libertà.
Poi quando vogliamo farci genericamente del bene, senza un apparente motivo, anche perché non è richiesto un motivo per voler stare bene, esistono invece soluzioni quasi infallibili per riuscirvi.
Ma ci capita in infinite altre occasioni.
Ci capita continuamente, si diceva: ovvero di emettere suoni e rumori metrici, di eseguire un acuto, di partorire una melodia, di ripetere quel ritornello meccanicamente, di ascoltare brani, album, raccolte e altre caterve di piccoli gesti ed azioni che sono l’anello di congiunzione per entrare in contatto con la musica.
A pensarci bene, se lasciamo le sovrastrutture nel cesto della biancheria sporca e cacciamo la razionalità in castigo nel cantone più lontano, possiamo scorgere la musica ovunque: nel nostro respiro, nella cadenza dei nostri passi, nel ticchettio di qualcosa, nel vento, in un corso d’acqua, nel suono di un motore, nel riavvolgersi di una tapparella, in un gingillo elettronico, nelle nostre parole.
Penso che l’uomo non abbia inventato la musica, la musica si è fatta viva perché è parte di esso, solo un pò in disparte come la raffinatezza suggerisce, sottotraccia per farsi un pò desiderare, veleggiando sempre in quell’ombra fra il per tutti e il per pochi, per approdare nel per chi la vuole, o nel per chi la merita.
Anche coloro che uno spartito non saprebbero da che verso guardarlo – e di accordi conoscono solo quelli elettorali – sentono un ancestrale bisogno di musica, un richiamo irrefutabile, piacevole perché spontaneo, intrigante giacché misterioso, inspiegabile quindi ammaliante.
Ecco perché anche chi non ha mai preso in mano uno strumento in vita sua, nell’occasione giusta ti esce fuori mimando tanto un assolo di chitarra quanto un gesto con la bacchetta, con la contagiosa disinvoltura del più consumato rocker o direttore d’orchestra.

Se proviamo ad ingabbiare la musica con parametri ingegneristici lei schizzerà via come una saponetta bagnata; se la spremiamo per sentire solo il tintinnio dell’argent se ne risentirà, indispettita; se la trattiamo come un’entità mistica perderà la sua immanente e vitale sostanza umana, straniandosi.
Lei, da aulica ed intraprendente compagna di vita, è predisposta ad infilarsi nei più sperduti anfratti e desiderosa vieppiù di riverberarli con il suono della sua voce.
Veicola rabbia, sfogo, rilassa, carica, ispira.
Quando ascoltiamo quell’ineffabile mosaico di suoni è facile passare in un atmosfera parallela, a volte per puro piacere, a volte come difesa per proteggere un momento etereo e per metterci sopra la nostra ipoteca.
La musica è la risposta ad una domanda che non conosciamo, ma che pronunciamo spesso; è la soluzione di un bisogno innato; è la necessità di persone, ma da un’altra prospettiva.
La musica incarna il rapporto con quella cosa astratta e tangibile che è il tempo, noi siamo fatti di tempo, viviamo per il tempo e contro il tempo, rincorriamo ed insieme respingiamo quello futuro come quello passato.
Al pari dei sensi, la musica è una fucina inesauribile di ricordi a ripetizione, e con la musica di occasioni ne hai tante: una ragazza, una persona che non c’è più, una gita, l’infanzia, una baracca, un’estate, un periodo di merda ed uno in cui ti sentivi un satanasso.
E’ un talismano per saper rivivere il passato, per ricreare una situazione, o simularla, è l’abbrivio per predisporre il futuro, la musica, ovvero note che si staccano dal pentagramma dello spirito, una nostra proiezione che intercetta quelle altrui, un puro rigurgito d’umanità di noi che siamo sempre tropo poco umani.
Sono in pochi a saper raccontare icasticamente ogni epoca come lei, a riuscire ad essere il primo sinonimo di un determinato periodo, probabilmente perché la musica visceralmente non si accontenta di fare da cappello ad un periodo, lei vuole possederlo e voluttuosamente darsi in cambio, talvolta è la predatrice – e riesce realmente a muovere quel decennio e a dargli la sua impronta e costringere gli altri ad adeguarsi, inseguire e far correre la mente – ma capita anche che sia sopraffatta, manipolata e diventi il megafono di istanze di cui lei stessa si vergogna.

Se la musica è apoditticamente parte di noi non deve stupire che nel rapporto con essa si possano rivedere gli stessi meccanismi ed approcci che intercorrono fra gli esseri umani con annesse alchimie – un associazionismo da comuni origini – a volte capiamo quello che abbiamo davanti, a volte no, a volte ci sforziamo di farlo, altre volte nemmeno facciamo il gesto di provarci ed altre volte ancora ogni tentativo risulta vano.
Siamo, in ambo le relazioni, attratti dai nostri simili salvo poi farci fregare da qualcuno che evidentemente non lo era così tanto, il fastidio a ciò che è avverso lascia la sua dose urticante di scorie e tossine ma prima o poi il destino non ci impedisce di incontrare se non quello giusto, perlomeno quello attinente.
Gli astri, la sfiga, una macumba o il karma difettoso (cit.) hanno giocato a non farci mai incontrare una persona, come un genere musicale, come un artista, per anni ne ignoriamo l’esistenza, o lo evitiamo accuratamente, salvo poi scoprirlo per accorgersi di come basti così poco per cambiare così tanto e di come la scoperta fosse vicino a noi, probabilmente tutti i giorni veniva incrociata e magari anche sfiorata – tra la palingenesi e lo status quo può essere davvero una questione di attimi, o di centimetri.
La buona musica e le belle persone credo arrivino nel momento giusto per essere vissute ed apprezzate, esattamente come gli afflati che ci guidano verso nuove rotte e verso nuovi io, qui i rimpianti non meritano nemmeno di essere disturbati perché l’attimo ed il momento hanno la stessa valenza della scoperta e dei suoi effetti.
La musica è il biglietto per un viaggio che porta ognuno in posti diversi, l’approfondimento e le virate per assaporare le sue sfumature sanno di rinascita, emancipazione, consapevolezza, abiura, conversione.
Quelle sette note con tanto intorno sono un internet ante litteram per aprire mondi e spazi infiniti che non rimangono scollegati coi nostri, assomigliano ad una sirena che anziché portarti a sbattere ti fa approdare in lidi fecondi.
Pleonastico dire che la musica sia la colonna sonora della nostra vita, meno che la vita è la colonna sonora di se stessa, a volte ha solo bisogno un interprete, perché l’autore c’è sempre.
C’è chi ascolta solo determinata musica, chi è eclettico, chi ascolta musica di merda: se qualcuno non riesce a trovare la propria, diffidate di lui.

Ad affermare che la canzone sia l’apogeo della musica si rischia di entrare nel più scorbutico dei gineprai, ad insignirla del titolo di perfetta opera d’arte non si corre invece il pericolo di attirare strali per atteggiamento oltremodo empio ed ignominioso.
Come le più ricercate forme d’arte la canzone riesce a catturare e ad isolare il suo ascoltatore creando un magnetico rapporto simbiotico e, magia dell’arte, sempre diverso l’uno dall’altro.
La pelle d’oca, anche gli occhi inusitatamente lucidi, perché no, tradiscono la percezione di un humus vitale che solletica la stessa vitale sostanza ancora sparsa nell’anima – che si tratti del primo ascolto o quando di una canzone conosciamo a memoria anche i respiri.
C’è quella di chi l’ha scritta, quella di chi l’ha arrangiata, quella di chi l’ha eseguita, quella di chi l’ha ascoltata e quella di chi l’ha vissuta, fatto sta che in tutti questi passaggi la sensibilità che ognuno ha profuso non viene minimamente scalfita e nei travasi nemmeno una sua goccia svanisce nel nulla.
Parossistica, nella fervente attesa di un acme che dura troppo poco, libidinosa, nel volerla gustare fino all’ultimo secondo, la canzone è un emozione che vorremmo intrappolare, cristallizzare, reiterare, ma la sua fine è l’inizio di un nuovo desiderio ed è proprio la voglia di riviverlo a concupirci.
E’ un antidoto senza gli effetti collaterali delle medicine, una fonte di energia che non produce scorie né inquina, è potenza in assenza di autoritarismo.
La canzone è un filosofo popolare, uno psicologo che non intimorisce, un saggio non pedante, un folle assennato, un fragile che guida.
E’ molto più ampia del suo testo e della sua musica, va letta fra le righe, va allungata, gonfiata, collegata, va tuffata, pochi minuti possono celare intere esistenze.
Certi brani, come certe persone, danno tutto dall’inizio alla fine e regalano vita, certi altri sono banali sempre e producono inutilità.
Per ogni canzone grimaldello di una nuova sfera, ce n’è pronta almeno un’altra animata dagli stessi buoni propositi, il problema casomai è trovare il tempo per accoglierle tutte.
Altre canzoni, proprio come altre persone, ti appaiono ormai distanti, meglio non riascoltarle – o la delusione sarebbe forte – meglio il lontano e tutto sommato piacevole ricordo di una triste riscoperta che lo andrebbe ad infeltrire.
Diversamente, a riascoltarle, risulterebbero diverse da come le ricordavi, proprio come quelle persone se ti rimettessi a frequentarle.
Diversa lei (diverse loro), ma diverso anche tu, che cerchi quello che prima non cercavi.
Col tempo, con qualche disco sulle spalle e con l’orecchio più aggraziato, ammetti di aver ascoltato anche una pletora di schifezze, poco male, per scoprire il bello occorre partire dal brutto, per arrivare al raffinato bisogna passare dal grezzo e lo stesso grezzo si può impunemente indossare, basta solo non vestirsi sempre e solo di quello.
Le canzoni servono tutte, impegnate, leggere, profonde, cazzare, demenziali, commerciali e di nicchia, per saltare e per pensare, ognuna è un mosaico di quello specchio chiamato società che si riflette poi dentro di noi.
(Oddio, sono stato troppo tollerante, facciamo che servono quasi tutte, la roba che passano oggi proprio non riesco, ma quella non è musica e quelle non sono canzoni).
Ovvio che ti senti più ganzo quando hai avuto certe intuizioni scoprendo quelli giusti con lauto anticipo, e stai lisciando ancora il tuo sesto senso per quelle soffiate.
O quando hai realizzato di essere al cospetto di generi e di artisti imperituri.
Ma dovremmo sempre di più abituarci ad ascoltare la musica e meno il musicista, a soffermarci sulla canzone e meno sul cantante.

La canzone vibra continuamente tra realtà e sogno, fra concreto e fantasia, basta un passo per spostarsi di qua e di là, basti tu per rimanere su quel confine, non per sempre, ma almeno per un pò.
E tira fuori qualcosa che è in noi, ma che senza di lei rimarrebbe intanata lì, col rischio di ammuffire.
Brani e persone: capita che una pezzo assomigli alla tua storia, a volte vorresti che lo fosse, a volte ti racconti che sia così.
Brani e persone: onde, vibrazioni vaganti che vogliono essere ascoltate ed intercettate, bussano, solleticano, finché non gli apri.
Poi capita che ti innamori di una canzone senza motivo, non sai bene perché, è strano, all’inizio quasi ti stupisci.
E magari poi quella diventa la canzone della tua vita.
Brani e persone.

Superclassifica Show

6 Ott

Tempo fa un’amica di Facebok, di qualche anno più giovane di me, scrisse un post che recitava più o meno così “Ho scoperto di adorare i Pink Floyd, mi sono messa ad ascoltare la musica delle persone grandi!”
Sensazionalismo non pervenuto,ricerca di like assente, poca propaganda, tanta introspezione: insomma, apprezzai molto la riflessione – probabilmente per una convergenza di percorsi musicali – e con la curiosità di uno che intuiva ci sarebbe stato del materiale da sociologia spiccia, mi misi a scorrere i commenti.
Quello di leggere i commenti su Facebook, a prescindere da cosa verta la questione, è un attività che potremmo catalogare fra le antinomie: è oggettivamente tempo perso ma è altresì un termometro oltremodo preciso per misurare la deriva cognitivo comportamentale della società.
Messi davanti al più disparato argomento, o ad una semplice proposizione, la gente si comporta come nella vecchia pubblicità di una famosa merendina, dove al protagonista si chiudeva letteralmente la vista a causa della fame.
(Mi scuso per l’esempio d’antan ma non sono più un gran divoratore di televisione).
Qui la fame non c’entra – anzi, mangiamo pure troppo! – ma il tasso di lucidità e acume speso nei social raggiunge le stesse vette.
Cioè il rasoterra.
E per qualcuno i social e la vita reale sono due sinonimi, due ambienti talmente fungibili da risultare perfettamente sovrapponibili, dove però i primi hanno estirpato l’essenza della seconda insediando i propri tratti somatici e cancellando senza nessuna remora tutto ciò che non gli si confà.
Il social non riempie una parte della vita, il social ha invaso la vita, l’ha fagocitata, nessun prigioniero, tutti ostaggi.
E’ anche per questo che non tolgo certe amicizie su Facebook di persone che in comune con me hanno giusto il funzionamento dell’apparato respiratorio nonostante mi infastidiscano più del polline in un maggio ventoso: sì, perché passata l’iniziale rosga da compatimento e tirato quel paio di doverose bestemmie, costoro mi aggiornano su dove siamo arrivati in termini di massificazione, alienazione del pensiero e pigrizia mentale.
Sono pochi – devono essere pochi, pochissimi, ogni tanto il ripulisti su Facebook è un autentico salvavita – ma paradigmatici, la perfetta mimesi di una società liquida e rigida, libertaria eppure tanto opprimente, emancipata ma eterodiretta.
Il titolo di studio, le conoscenze, il background e la cultura, lo scibile, non c’entrano nulla, si tratta dell’atteggiamento scelto per stare al Mondo: darsi la possibilità di muovere testa e piedi come e dove vogliamo o farsi scavare una buchetta in apparenza comoda e pure coinvolgente su cui appoggiare il culo per poi non spostarlo più, ma credendo di poterlo fare.

Il commento che cercavo era un po’ nelle retrovie, ma c’era: inutilmente tronfio, arbitrario, grondante di superbia come solo un concetto decontestualizzato buttato lì alla cazzo di cane può essere.
Lo sconosciuto chiosava, pressappoco, un serafico “I migliori sono gli U2, nessuno è come loro”.
Ricordo che scossi ripetutamente il capo sorridendo amaramente, quasi volessi col movimento della testa cancellare quell’uscita, eliminarla, ripetendo un lavacro t’an po mia (non puoi mica in dialetto), ignorando ingenuamente che anche se ci fossi riuscito mille altri commenti simili avrebbero contemporaneamente invaso (e infestato) sterminate pagine del social più famoso al mondo.
Transitarono nella mia testa una raffica di considerazioni, mi sentivo come un tizio posizionato dietro un guard rail e loro (le considerazioni) sembravano tante auto che sfrecciavano una dietro l’altra a poca distanza da me, non faceva in tempo ad esaurirsi l’eco di una, che già appariva quella successiva in un ciclo continuo.
Di primo acchito pensai che a giocare coi Pink Floyd a chi ce l’ha più duro si rischia di uscire come uno che vuole sbancare il Casinò, o semplicemente è un atteggiamento che ricorda quel tale che voleva insegnare ai gatti a rampare.
Subito dopo immaginai di avere dinanzi a me l’uomo della sentenza, visto che la mia invettiva da tempo insisteva per fare conoscenza di tipi come lui.
Perché hai tirato fuori gli U2 – che qui si stava parlando di tutt’altro, della metamorfosi musicale di una ragazza al cospetto di una band che ha rivoluzionato la musica e a cui la Storia ha chiesto arrossata un autografo con dedica?
(Sia detto senza ambiguità, anche gli U2 hanno fatto cose pazzesche, poi, che io non riesca più ad ascoltare i loro lavori da un ventennio, un po’ per quello che producono, un po’ per quel filantropone del loro leader, rimane una questione fra me e me).
Non ce la fai a scrivere un commento su qualcosa che esuli dai tuoi idoli senza nominarli?
Se non ci sono i tuoi beniamini, non si può andare avanti?
Guarda che non ti è vietato apprezzare (giustamente) gli U2 assieme ad altri musicisti, e non per forza i Floyd – il proselitismo non mi ha mai arruolato tra le sue file – lungi da me giocare al purista, potresti amare allo strenuo anche Jem e le Holograms, i Righeira e Pietro Galassi e ti farebbe solo bene così avresti perlomeno allargato gli orizzonti, dove cazzo hai letto che si deve apprezzare un solo artista nella vita, nelle istruzioni di una crema rettale?
Non accontentandoti di professarlo, perché diffondi urbi et orbi il tuo fanatico monoteismo?
Abbandonalo e diventa un po’ più pagano!

Nel commento del tizio si fondevano tracce di tifo, egocentrismo, incasellamento, e di quel fenomeno che gli esperti del commerciale chiamano clusterizzazione, termine involontariamente onomatopeico, tant’è che a me ricorda la parola clistere.
Quel commento è il figlio unico del Tutto che deve seguire un format da approfondimento pay tv, o da sondaggio pagina Facebook.
Si deve stanare il tifoso, aizzarlo, trasformare a sua volta l’appassionato in tifoso e ricondurre tutti nell’architettura più controllabile e dal facile audience, ed ecco servita la stortura della classifica-mania.
Stuzzicare l’animosità ed il bisogno di idoli crea un esercito pugnace da dividere in fronde che garantisce cieca fedeltà, obbedienza ed esecuzione di lavori più o meno sporchi.
L’arte, lo spettacolo, lo sport – essenze di per sé libere ed incomprimibili – devono essere catalogate e declinate, quelli del marketing sono stati chiari.
Per ogni disciplina ci vuole la classifica generale, del momento, di tutti i tempi, divisa per decenni, poi di ogni categoria, ruolo e di genere.
Gustarsi lo spettacolo senza fare confronti e senza stilare classifiche a getto continuo appare ormai dissacrante, demodè, controfattuale, anche il lessico non prescinde da epiteti iperbolici che conducono ad una dimensione di perenne bombardamento mediatico (in nome dei like e dai followers) impregnata dei nuovi mali che ci stanno portando alla nevrosi: la competitività e la visibilità.
Siamo in gara, anche quando non lo sappiamo, e vogliamo che la nostra personale classifica primeggi su quella degli altri, non sappiamo più discutere senza che una flotta di graduatorie pronto uso ci appaia nel cervello alla stregua di un menu a tendina e friggiamo se gli altri non ne vengono a conoscenza.
Il commento è anche un pretesto per esternare, in quella che hanno spacciato essere una conversazione, le proprie convinzioni senza preoccuparsi minimamente che qualcun’altro possa partorire delle opinioni degne della nostra, una evidente sublimazione di onnipotenza, l’ostentazione di un’infingarda libertà di espressione che certifica la solitudine e l’isolamento delle comunità virtuali.
Assomiglia allo scambio di persona, si confonde la competenza con lo snocciolare inutili dati statistici, alla passione si preferiscono amenità imparate a memoria, la tecnica è sostituita dal bieco tifo, e come risultato si generano tanti Sapientino e si annientano altrettanti intenditori, perché agli occhi di uno sprovveduto, di un inesperto, o di un ragazzo, chi erige queste riverberanti classifiche sarà sempre uno da venerare ed imitare, lui detiene la clava di questa era geologica, e che sia un incompetente e spesso un idiota è un dettaglio che non passerà agli atti.

Perdiamo tempo a rincorrere improbabili duelli artefatti, a pensare in che posizione veleggia il nostro idolo, e ci perdiamo l’attimo, il momento, la gioia di ammirare un talento, la purezza di un gesto, la magia di una creazione, il sublime gusto della contemplazione.
Detestiamo il rivale inventato e ci perdiamo tutto di lui perché qualcuno lo ha messo alla nostra personale berlina.
Non solo: si disincentiva la ricerca di chi, in quella classifica occupa le posizioni di coda, o chi non ci metterà mai piede, ma qualcosa da farsi ammirare ce l’ha eccome, anche se non ha vinto, se non ha sbancato le classifiche o se non ha una collezione di Oscar in camera.
Per la serie Avere la possibilità di scoprire il globo e farsi rinchiudere in un anfratto.
Se la smettessimo con quelle classifiche saremmo tutti noi a balzare in vetta.

Questione di stima

21 Mag

Roma; ultima zingarata; sabato sera.
Ci dirigiamo verso Trastevere, zona turistica per antonomasia, eppure per trovare il nostro ristorante il navigatore ha chiesto l’aiuto del pubblico ed ha pure comprato una vocale.
Sia detto senza perifrasi: fanno cagare ‘sti navigatori.
A chiedere invece non si sbaglia mai.
Eccolo finalmente: sì, è di quelli che piace a noi, un pò spoglio per i canoni attuali, asciutto, di fronzoli neanche l’ombra, con quell’arredo popolare che all’Ikea non si sono mai filati ma che il cinema ha immortalato in una pletora di scene in trattoria con l’acqua Pejo; poi il pavimento, bisogna sempre guardare il pavimento, il pavimento dice tanto, questo pavimento potrebbe racchiudere una buona fetta di storia repubblicana.
Minimo lo avranno silenziato, o stuccato a forza di omissis
Questi tuffi carpiati indietro di decenni sono fra gli antidoti che mi devo iniettare per sopportare meglio l’appiattimento tecnologico del nostro tempo.
Menu senza supercazzole, cameriere con facce autentiche, personale senza la sindrome da MasterChef: per un fisionomista maniacale come me praticamente l’Eden (o l’Edel, per restare in tema di luoghi d’antan).
Voi cosa prendete?Che vino ci facciamo portare?Chi vuole assaggiare?Te ne prendo una forchettata…Di questo il bis!
A Roma si parla di Roma: troppa l’energia sprigionata, strabordante la storia che zampilla da ogni anfratto, suadente tutto, anche escludendo i capolavori.
Un pensiero poi al grande assente, scontato rifare nella Capitale la prossima zingarata – ci teneva tanto a vederla! – meno l’idea di farle d’ora in poi sempre nella Capitale.

Credo sia un dono naturale di ognuno di noi, corroborato poi dall’osmosi dello stare insieme.
Mi riferisco alla capacità di spaziare, collegare, scovare, unire e discernere i più svariati argomenti e pensieri sottostanti.
A volte penso che queste analisi – del tutto istintive – siano anche il risultato della nostra relazione, a volte esattamente l’inverso.
Capita che le speculazioni siano solo un pretesto, come siano pura necessità, come entrambe le cose assieme.
Solo che questi nostri confronti non sempre sono caratterizzati da soffici afflati o delicati sussurri e non sono idratati all’acqua di rosa.
A Bologna due ragazzi sono rimasti seriamente impressionati (al più giovane per diversi mesi non sono più cresciuti i brufoli), a Torino un gruppo di tifosi ha capito che ci può essere alta tensione anche fuori della curva.
E non c’entra la latitudine.
Trastullati dalla romanità, fra le chiacchiere esce un argomento che si presta, ognuno dice la sua, si creano linee di pensiero che intersecandosi arruolano e licenziano noi quattro, c’è voglia di esprimere, convincere e provocare, i decibel crescono proporzionalmente all’enfasi prodigata, i carciofi alla romana con deferenza si sono zittiti e rimpiccioliti, qualcuno sente più il confronto di altri e lo sentono anche agli altri tavoli, che difatti riscopriamo quasi vuoti.
Avevano comunque finito, confidiamo col solito pentimento post-urla, ma non pienamente sincero, ancora troppo recente il gusto (amarognolo) del dibattito.
No, tutto a posto, anche stavolta nessuna strigliata dal ristoratore, evidentemente o restiamo nella norma o più realisticamente la superiamo ma con simpatia.
O sarà l’accento emiliano.
E se la cuoca si avvicina per prendersi i meritati complimenti significa che anche nei battibecchi infondiamo convivialità.

Perché appena usciti dal ristorante abbiamo il sorriso sulle labbra?
Perché scherziamo, ci abbracciamo e ringraziamo per averci fatto reciprocamente ingrossare la giugulare?
Perché ci sbrighiamo a riempire le vie del centro con altre considerazioni, richieste, consigli, proposte?
Perché con altri conoscenti una discussione aspra come quella appena conclusa, o non sarebbe mai nata, o avrebbe lasciato pensieri grondanti di livore per almeno 48 ore o avrebbe segnato indelebilmente i rapporti?
Per una questione di stima.
La stima, quella che ti permette di perdonare un commento sopra le righe (per uno subìto ce n’è uno fatto).
Quella che a distanza di giorni ti fa riflettere su quanto detto ed ascoltato.
Quella che prima ti ha visto combattere verbalmente, poi cercare insegnamento proprio da quelle parole e da quei concetti ostili.
Quella che ti garantisce di poter esprimere liberamente quello che pensi.
Quella che anche in disaccordo, non ti fa scalfire la considerazione del dirimpettaio.
Quella che anche in una cazzata altrui sai di non trovare tracce di sofismi.
Quella che ti spinge a voler correggere un paralogismo altrui.
Quella che ti fa vedere in modo diverso le critiche ricevute.
Quella che ti suggerisce che spesso abbiamo un’identica meta, affrontata solo con qualche personale deviazione sul tragitto standard.
Quella che le tue deviazioni possono sembrare inutili esattamente come quelle degli altri.
Quella che ti ammonisce che anche il tuo atteggiamento può infastidire.
Quella che dà una sgrassata al manicheismo che si deposita in ognuno di noi.
Quella che in un’intesa non ti richiede la sintonia totale.
Quella che ti ricorda che senza questi confronti tutti e cinque saremmo un pò meno di quel che siamo.
Nessuna saga dei buoni sentimenti, nessuna smelassa retorica: la stima va meritata, la stima costa, la stima esige, la stima non va giustificata, la stima ripaga.
La stima è selettiva, è parsimoniosa, la stima non va sprecata, va difesa.
La stima è spontanea, non necessariamente immediata, quasi sempre reciproca.
La stima è dare il giusto risalto ai propri sentimenti, la stima è egoismo ed altruismo, è rispetto di sè e degli altri, è salvezza ed umanità.
La cerchia di persone stimate non è un numero chiuso, aumentarla e diminuirla dev’essere una conseguenza, non un obiettivo.
La stima è quel bisogno atavico dell’uomo di dare e ricevere calore, può contemplare l’amore, l’amicizia o rimanere neutra.
La stima: cinque lettere per una parola che aiuta a sorreggere la vita.

L’arte definitiva

12 Mag

Quando assistiamo ad un avvenimento storico sentiamo il bisogno di proferire anche ad un astante semi-sconosciuto la frase “Guarda che io c’ero!” e non vediamo l’ora di svelare i particolai – rigorosamente col petto in fuori – al bar, ad una donna, ai figli e ai nipoti.
La sola presenza equivale ad un grande merito.
Sono grossomodo due le modalità di approcciarsi ad un momento che rimarrà negli annali.
La prima è farlo inconsciamente, con la casualità che il vivere sa regalare, con la spensieratezza di un’occasione qualsiasi che poi si rivelerà tutt’altro che qualsiasi.
E’ l’eterea magia delle cose improvvise, spontanee, inconsapevoli.
La storia intanto, quella con l’S maiuscola, ha già preso carta, penna e calamaio, mentre gli spensierati invitati ne scopriranno la caratura perlomeno a circostanza iniziata – in realtà quasi sempre a circostanza abbondantemente terminata.
La seconda, di modalità, forse non piacerà agli istintivi, a quelli che un emozione non si programma, perché presuppone la contezza della portata di un evento e della sua irripetibilità (vera o presunta).
Un orologio dal pressante tic tac ci spinge a partecipare a questo evento, dato che i rimpianti – casomai non riuscissimo nel nostro intento – divamperebbero come un incendio in un fienile.
Col primo metodo nascono i momenti puri ma col secondo stai sicuro che non ti perdi nemmeno una virgola e che assapori tutta l’aria fino all’ultima goccia.
Le cose agognate, o destinate all’estinzione, richiedono più impegno, più attenzione, ma sanno ripagare generosamente.
Prima modalità tipica della giovinezza, seconda della maturità?
Boh, forse.
E poi oggi questi giochini esistenziali non sono importanti.
L’importante è che Roger Waters abbia deciso di toccare lo stivale col suo US + THEM tour, ed uno così sarebbe stato da stolti perderselo.
Concetto razionale finché si vuole, ma perorato da tre rabdomanti di emozioni.
Chi è dipendente dalla scrittura riceve sollecitazioni a getto continuo prima, durante e dopo lo spettacolo: vaticini, percezioni, magnetismo, schegge, frammenti e flashback che chiedono di essere elaborati e fissati per superare lo stesso concetto di sedimentazione.
L’inusitata carica dopo appena quattro ore di sonno certifica il dovere di lasciare una traccia scritta.

Non si compra il biglietto per US + THEM per andarsi a divertire, non c’è nessun happy ending, ma un RESIST per finale, aspro come il nostro tempo, carico e speranzoso come la voglia di cambiarlo.
Nessun senso è ignorato, c’è un impatto totale nella coscienza: sensazioni auliche da situazioni ignominiose.
E’ l’innesco al pensiero, costretti in una commistione di piacere ed inquietudine.
Roger Waters è sempre più sempiterno, protagonista e al tempo stesso servitore del suo show, i 74 anni paiono un dettaglio anagrafico, peraltro nemmeno troppo convincente.
Il tempo ha smussato certi suoi angoli (che andavano a sbattere contro il pubblico) senza minimamente scalfire – anzi fortificando – quella voglia di urlare al Mondo che sono troppe le cose che non vanno bene, elencandole.
In US + THEM Waters ti spiga chi siamo noi e chi sono loro.
Loro che continuano a comandare, noi divisi e sottomessi.
US + THEM, noi e loro, accorato invito ad unire il noi, visto che loro impunemente riescono a dividerci e squartarci.
US + THEM, dove le condizioni di certuni rispetto alle nostre – e parliamo del noi – sono solo questioni di latitudine, coincidenze, fortuna ed altri piccoli dettagli della vita.
Waters è credibile perchè all’invettiva balsamica pre-confezionata preferisce – da sempre – i nomi, i cognomi, le situazioni ed i fatti, perché sceglie il coraggio nell’era dell’omologazione e perché all’endorsement sbatte in faccia quintalate di talento adamantino, col dito medio alzato.
Non ha paura di illuminare il lato oscuro di ognuno, proprio quello che rischia di eclissarci.
Certi messaggi che in bocca ad altri filantropi da copertina puzzano di retorica propagandistica – contigui e correi al potere come sono – lanciati dal divino Roger raccontano quello che devono dire, senza la pretesa di elevarsi ad oracolo, senza la bramosia di divenire guru.
E questo marziano riesce persino a sdoganare quel pericoloso concetto chiamato appartenenza.
Purché non comprenda l’idolatria, da evitare sempre come la peste.
US + THEM è uno spettacolo anche politico, nella sua accezione più tonda.
Waters va fino in fondo, con l’asprezza e l’alterità di chi non deve piacere, ma solo esternare e stimolare.
“Se non vi piace la politica andate a sentire Katy Perry o le Kardashians”
Ecco la differenza tra un artista dalla mente proteiforme ed i suoi simulacri.

Il pensiero fisso di ammirazione per Water ed i suoi sodali del palco, arriva (e parte) senza soluzione di continuità coi Pink Floyd, rarissimo caso della materia dove l’esplosione di un monolite ha prodotto delle gemme altrettanto imponenti e preziose.
La triade stomaco-cuore-sinapsi elargisce elogi su cosa questi quattro siano riusciti a tirare fuori.
Visionari, pionieri, ipnotici, l’esplorazione come cifra stilistica, sono uno dei gruppi meno pop (storica la risposta al disappunto di un produttore per una scelta poco commerciale: “Noi siamo i Pink Floyd”) che ha venduto più dischi (quando ancora i dischi si compravano).
Loro sicuramente avanti sui tempi, mentre un’epidemica alienazione di massa ha reso vano il lavoro di tanti precursori.
Ascoltare un album dei Floyd non è ascoltare i brani contenuti in quell’album, è vivere una storia, dicono si chiami art rock, ed io ci credo.
I Pink Floyd non si sono limitati a riscrivere la storia della musica, ne hanno pure cambiato i caratteri.
La loro onda più che lunga è eterna, per una serie di motivi lunga come una coda tra Pero e Cormano.
E tu questi motivi li stai capendo da trenta metri di distanza.
Ti penti di non averli visti dal vivo – la carta d’identità è un alibi quasi di ferro – ti compiaci di aver rimediato con uno dei suoi profeti.

Catapultati in US + THEM tutti i filtri che il sistema di comando ha posizionato vengono resi inerti, si è proiettati nei bassifondi della società, e nella bassezza del genere umano, in un’accogliente turbamento.
Ti aspetti tanto, per un attimo ti sfiora l’idea malsana che il meglio di quest’icona sia alle spalle, ma istantaneamente si iniziano a toccare vette in un parossismo continuo.
E’ musica di altissimo (inarrivabile) livello, Waters si è circondato di talenti pazzeschi (ed era anche il minimo).
Ma non è solo musica.
E tu non stai assistendo solo al concerto più incredibile della tua vita.
Perché non è solo un concerto.
Tu sei spettatore di qualcosa di più.
Della più totale e perfetta fusione fra arte, cultura, impegno e dissenso.
Sai cosa suonerà, ma lui troverà il modo di stupirti, di inchiodarti.
Il livello raggiunto è secondo solo al coinvolgimento emotivo procurato.
E’ arte definitiva.
Non c’è angolo recondito, o nascosto plissè, che non sia pervaso da questa monumentale opera rock.

Le corde del basso di sua Maestà Waters introducono in un viaggio che scuote, la colonna sonora non è la destinazione ma un veicolo.
Nonostante i giri di basso, i riff, una batteria che risveglierebbe anche l’orso Yoghi da una balla colossale, beh, la reazione è la contemplazione.
Emozione che pietrifica, che imprigiona, la potremmo chiamare la sindrome da Roger Waters (o sindrome da Pink Floyd), interrotta ogni tanto da qualche urlo di Munch.
Pensavi di gridare certe strofe, a volte lo fai, ma qualcosa ti trattiene e ti calamita, quel qualcosa è l’essenza inimitabile e intelligibile profusa dai geni come Waters.
Preso da un delirio di onnipotenza ti verrebbe voglia di stilare un elenco di persone a cui dire piccato “Ma tu lo hai mai visto Roger Waters dal vivo?”
Ma no, atteggiamento insulso, tempo sprecato, meglio rivivere quei momenti, rielaborarli, diffonderli, perché la loro grandezza è decisamente ingombrante per poterli trattenere dentro di te.
Capita quando ti senti testimone di qualcosa di grandioso, di monumentale.
Di storico, appunto.

Dedicato a te/5

26 Apr

(Dedicato a te è un periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare, gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori)

Oggi parliamo di te, del tifoso, che trafelato come sei ad elaborare e riordinare giornalmente il tuo unico impegno, scommetto che non ti sarai mai chiesto perché l’origine etimologica della tua ragione di vita, il tifo, coincida con una malattia altamente contagiosa che produce eritemi, eruzioni, meningismo, inappetenza, ulcere, diarrea, delirio, e che può portare a gravi complicazioni fino alla morte.
Non te lo sarai mai chiesto, ma vedi, le parole non sono mai casuali come è invece la tua vita – loro, le parole, un significato ce l’hanno sempre – e allora te lo dico io: perché sono grossomodo gli stessi effetti di cui soffri tu e che provochi anche agli altri.
Oggi farò tutto io, domande, risposte, analisi, spiegazioni: è inutile scomodarti in attività cerebrali per le quali non sei preparato, non vorrei che ti venisse la carne greve alle sinapsi o una contrattura alla corteccia prefrontale mediale.
O peggio ancora che scoprissi di possederle entrambe.
Eri in quarantena nel calcio (e difatti i sintomi della malattia si dividono in settimane, esattamente come il calendario del campionato che veneri come un testo sacro), e non contento dei danni prodotti lì, hai esondato invadendo tutto, non c’è nessun sistema immunitario che sembra arginarti.
In ogni settore c’è un tuo esponente, avete più copertura voi che una zona cablata con la fibra ottica.
E dove arrivi, infesti tutto.
Sei una sorta di Re merda, dove del Re ovviamente non hai nulla (se non l’arroganza), perché tu sei un servo.
E pure frustrato.

E non fare lo stronzo una volta tanto, non mi sto riferendo a chi mette anima e corpo per un hobby o un interesse, o di chi segue qualcuno o qualcosa con amorevole entusiasmo – queste sono attività sane – io sto parlando proprio di te, che adori solo i tuoi eroi ed irridi quelli degli altri, e che spesso hai per eroi personaggi che stonerebbero persino in un letamaio.
I greci quando parlavano di tifo intendevano l’offuscamento febbrile della mente, cazzo se erano avanti eh?
Lo posso giustificare da ragazzi, anzi a quell’età è quasi doveroso passarci, un sornacchio pacato, riflessivo e posato mi farebbe più paura.
Ma tu sei cresciuto – male, ma sei cresciuto – e sei rimasto più dogmatico di un Inquisitore del Medioevo, hai la stessa onestà intellettuale di una lattina di birra Peroni (vuota), adegui ancora il pensiero a ciò che tifi, non hai un tuo parere, una tua idea, una tua iniziativa, dipendi da una sola cosa, sei permeato da una cieca obbedienza, e siccome ci metti fanatismo come se piovesse ti credi uno scomodo, un ribelle, uno cazzuto, quando invece riesci a malapena ad essere un cazzone.

Ci si può emozionare, si può incitare, appoggiare, ammirare, soffrire, supportare,gufare, anche senza quella pletora di ragionamenti alla cazzo di cane di cui fai collezione tu.
Non sai che la mente si può allargare perché la tua l’hai serrata a chiave e l’hai fatta pure saldare, non sai che si possono apprezzare due, tre, quattro, ennesime cose assieme (anche in antitesi) senza rischiare la deflagrazione, come provare stima per un avversario o come ravvedersi dalle proprie convinzioni, sei all’oscuro (in tutti i sensi) di come l’eclettismo elevi l’uomo, tu forzato specialista invasato che da una vita ti abbuffi senza neanche assaporare quello che ti passa il convento.
Sopra al Mondo hai messo una coperta, ti sei limitato a farci un buco e a costruirci la tua vita intorno.
Discutere con te è inutile, non ti stimolerebbe nemmeno una scarica di elettroshok, se Socrate ed i suoi allievi ti avessero conosciuto non sarebbe nata la maieutica.
Sei un contoterzista del pensiero dotato della stessa credibilità di un oroscopo, possiedi infatti svariate enciclopedie di figure di merda.
Ti dipingi appassionato, ma di qualcosa calato sempre dall’alto: ti hanno detto che devi comportarti così, che devi reagire cosà e tu non sgarri di una virgola, devi farti piacere tutto e disprezzare quello dei nemici, quando magari il tuo inconscio vorrebbe il contrario, ma il tuo credo inflessibile glielo impedisce.
Accecato dai tuoi precetti quante cose ti perdi solo perché fanno parte dell’avversario, quanta merda che sei costretto ad incensare (e mangiare) solo perché la tua malattia te lo impone.
Denigri tutto ciò ti è altro, solo perché è altro, ma se domani l’altro diventasse roba tua ti metteresti a venerarlo rinnegando il passato, come scaricheresti al volo ciò che hai esaltato fino ad oggi nel caso inverso.
Tanto di memoria storica non ne hai mai avuta e di dignità ne hai forse sentito parlare una volta al bancone del bar.
Capendoci poco, infatti preferisti continuare a discutere con un tuo simile di una cagata a caso scelta dal tuo catalogo.

Quando penso al regredire della specie umana tu appari nelle parole suggerite.
Penso poi alla bellezza della vita, alla scoperta, al cambiamento, alla novità, all’apprendere, alla poliedricità, e vedo te che col tuo ghignone dall’espressione bovina che abbatti e demolisci questi aulici pensieri, soddisfatto che la società sia divisa ed etichettata in contenitori.
Se il Mondo sta diventando paranoico e schizofrenico è perché stanno usando (anche) te come sicario.
Ti hanno messo al guinzaglio e ti portano dove vogliono loro, ti tengono sempre sulle spine, ti dicono quando abbaiare e quando azzannare, te le fanno prendere, ti mettono nei casini, poi con un biscottino e due complimenti al “tifoso sempre presente!”, torni a credere di essere un protagonista e ricominci daccapo il giro.
Sei proprio un inutile idiota, digerisci di tutto, e fai vomitare gli altri.
Come sprechi l’esistenza.
Come sei comodo al sistema.
Come sei dannoso per l’umanità.
I vaccini, gli antidoti, i diserbanti, gli antiparassitari temo che con te siano poco efficaci, è per questo che nutro più fiducia in una vostra estinzione di massa.
E spero.

Liberazione d’inverno

28 Mar

E così per smascherare alcuni dei sudici e sozzi effetti del turbo-capitalismo bastava il candore e la purezza della neve…
Stavolta la neve – antica come solo un fenomeno atmosferico può essere – prima di coprire dolcemente ed indistintamente ogni cosa le si proponesse davanti, è andata a scovare i moderni archetipi della società occidentale per poi sbrandarli con il cinismo, la cattiveria e l’insofferenza di un najone prossimo al congedo.
E’ stata insignita di questo compito, la neve, tutt’altro che casualmente: un tempo attesa, oggi vituperata, ha covato tristezza, delusione e risentimento, sentimenti che macerando conducono alla rabbia e ad un sano desiderio di rivalsa.

Nell’Appennino la neve è sempre stata la cornice, scomoda se vogliamo (ma più agli occhi di un esterno – e comunque una volta ben più di oggi), ingombrante, eppure amata.
Amata perché insostituibile, amata perché consustanziale: provate a chiedere ad un marinaio un parere sul mare.
D’inverno, se lei era presente, le bacchette da direttore d’orchestra erano sue, d’emblée.
Ed anche l’Oscar come migliore attrice protagonista.
In città non aveva la residenza, è vero, ma il suo sporadico arrivo era un alibi di ferro per rompere la routine, poter cazzeggiare e vivere uno di quei momenti che una volta raccontato avrebbe spalancato bocche, irraggiato visi ed illuminato l’immaginazione dei dirimpettai.
Invece questo sistema economico (scusate, al momento non mi viene un aggettivo sufficientemente insolente, lascio a voi l’onore) ha modificato antropologicamente le persone strappando le radici di ognuno alla propria terra.
I bambini, ontologicamente incontaminati, ancora impermeabili ai dettami del Dio denaro, rabdomanti di avventure il più possibile contigue alla magia, aspettano la neve, per lei si alzano prima (dote taumaturgica): una nevicata vale un’esistenza in attesa di scoprire qualcos’altro che gli faccia battere il cuore altrettanto gustosamente.
Magari un’altra nevicata.
Crescendo purtroppo si abiura quel passato spensierato, l’uomo fa incetta di isterismo e raddoppia le dosi (già da cavallo) che un’entità astratta gli ha prescritto, si lamenta del caldo d’estate, del freddo d’inverno, della pioggia d’autunno, delle viole in primavera.
Più che metereopatico l’uomo moderno è divenuto metereodipendente, con sfumature che lambiscono l’ossessivo-compulsivo: crede più all’ultimo aggiornamento del sito che a quello che gli si presenta davanti agli occhi, sottotraccia spera in qualche calamità per stare un pò in ansia, per dire “Io c’ero!” e per aggiungere qualche foto su Instagram.
Vuole comandare qualsiasi evento (atmosferico e non), governare tutto con una app, è in perenne competizione anche con la propria ombra, si illude di rendere una giornata nevosa produttiva esattamente come tutte le altre perché il mercato deve sempre trionfare (e sempre trionferà!), non accetta che i tempi scanditi dalla redditività vengano dilatati, pretende che la sua tecnologia non abbia mai intoppi e vinca tutte le partite.
E’ l’apologeta di una modernità scordatasi del progresso e dell’umanità.
Al netto di persone che col gelo davvero tribolano e di mestieri votati al sacrificio (qui il rispetto e la solidarietà è d’obbligo), se anche ci fossimo fermati durante le nevicate di questo bellissimo inverno, il Mondo non sarebbe né esploso né avrebbe rischiato di grippare, invece quei maledetti centesimi di Pil pesano come tonnellate perché rischiano di certificare l’infallibilità del capitalismo e la sua ineludibilità.
Impunemente la neve ha sbattuto in faccia alla società tutta la sua fattualità: è molle, liquida, delicagata, inconsistente, destrutturata, fatua e riempita col superfluo, conosce la fatica fisica solo in palestra, la rabbia esclusivamente con un più debole, non sa più sognare, non sa più ridere di se stessa e dell’imprevisto, non sa più fermarsi (solo chi si ferma può ripartire), lavora in nome di una crescita infinita e si sente affranta a rimandare qualcosa a domani, vive in una perenne sindrome di Stoccolma del proprio tempo, si lamenta, ma l’invettiva (sempre che parta) non trova destinatari, e una volta che dall’alto (inteso come atmosfera, of course) si presenta un antidoto, non sa far altro che rimpiangere i ritmi da catena di montaggio che hanno ridotto l’essere umano ad oggetto usa e getta.
Un oggetto che produce altri oggetti, o delle amenità comparabili.
In un epoca così, con uno spartito così – un pò per causa, un pò come effetto – gli intellettuali hanno fatto la fine delle salamandre mentre i loro surrogati imperversano nella spirale dell’appiattimento cosmico diffondendo il verbo 2.0 pregno di improbi dettami: per millenni ci hanno raccontato la fola che il Mondo è stato creato da Dio, questi qua arriveranno a sostenere – utilitaristicamente – che l’unica dottrina a cui inchinarsi è la volontà del capitalismo d’assalto.

Ed invece no, la neve con la sua minimalista ed imponente presenza, col suo silenzioso frastuono, ha confutato le meschine leggi del mercato, ha irriso i deboli crismi dell’incivile modernità, del barbaro progresso, dello sviluppo solo tecnologico.
Attingendo alla sua immanente trascendenza, ha provato a redimerci, infliggendo un’affettuosa umiliazione ai discepoli di questo stile di (non) vita, per riportarli ad una dimensione umana.
Ci ha ricordato che è doveroso rallentare i ritmi, esattamente come ridare dignità al tempo e nondimeno fermare il frenetico contesto per trovare un momento per chiedersi chi siamo.
Intrepida ancorché affettuosa, la neve per titillare le risposte ha messo a disposizione la sua ineffabile atmosfera ovattata e per tutta risposta più che ringraziata è stata stramaledetta: la collettività è riuscita anche qui a dividersi in due fazioni, con fanatismi e linciaggi compresi nel prezzo.
Ma stavolta l’affondo è partito, la neve ha piantato un dito in un occhio – ed un altro nel culo – all’intero Gotha capitaliberista: l’argenteria ha tremato ed è stato tracciato un solco dove prima si intravedeva solo un segnetto di pusillanimi velleità.
I fiocchi, uno dopo l’altro – con la pazienza, la calma e la serenità, doti oramai fagocitate in nome del niente – è come se avessero formato un esercito di liberazione, armati del freddo per svegliare l’umanità dal torpore che la sta conducendo all’assopimento.
Non sappiamo se le nevicate a ripetizione abbiano segnato l’inizio dello sfaldamento del sistema neo-liberista, di sicuro hanno fatto sentire il freddo ad un re un pò più nudo.

Neve, placida ribelle, sovversiva con la naturalezza del tuo essere, rivoluzionaria nel tuo reazionarismo, sei stata uno dei più concreti atti di protesta per abbattere l’autorità costituita(si), tu autentica icona anti-capitalista ed anti-classista, tu, più dirompente in una notte che tanti presunti dissidenti nella loro inutile vita, tu fulgido esempio da seguire senza aver mai pronunciato la parola io.
Grazie neve, un motivo in più per continuare ad amarti.

A tu per tu

17 Feb

Lui è un uomo importante, un manager di una multinazionale.
Incarna gli stilemi di chi ce l’ha fatta: carriera e soldi che si alimentano in un volano dal ritmo esponenziale; viaggi che sono il suo tran tran – dove l’unica ricerca non è una località ma solo nuove relazioni professionali da abbracciare, mercati da scoprire ed una bandierina in più da infilzare in una ruspante cartina; risultati, sfide e stress a cui non riesce più fare a meno.
Ma soprattutto potere.
Potere che da mezzo è diventato fine – e forse lo è sempre stato – potere che è da celebrare ogni volta che viene sguaiato, potere che ha soppiantato tutte le ragioni per cui valga vivere.
E senza dover fare prigionieri.
Vive solo, per scelta, ma ha tante donne, qualcuna manco la conosce per nome ma solo per le misure o per le differenti prestazioni (catalogate) che può offrire, con certe altre prima della chiavata si diverte anche ad uscirci a cena, a bere qualcosa al club o a fare una capatina al mare.
E se invece il nostro vuole compagnia gli basta schioccare le dita senza nemmeno cercare i numeri nella rubrica.
Ca va sans dire.
Dicono che gli amici si vedano nel momento del bisogno, beh, quando lui ha bisogno (cioè si vuole divertire) va in scena un biblico pellegrinaggio di farisei, ma in quel contesto la definizione amico è puramente nominale.
La chiamano personalità, omettendo probabilmente la differenza fra carisma, autorevolezza ed autorità.
Osannato ed invidiato dagli epigoni, nell’epoca vacua ed ultra-competitiva che hanno imbastito su, riesce a convertire anche una rinomata fetta dei petulanti detrattori.
Concludere affari è la sua missione: vive per il risultato ed il risultato lo tiene vivo.
L’etica e la correttezza per lui sono termini atoni ed a seconda dell’occasione il significato arriva sfogliando il dizionario dell’utilitarismo, la sua rettitudine – concetto di per sé alquanto vago – ricorda invece il movimento impazzito della pallina nel flipper.
Spietato come un virus, mutante come il più didascalico dei camaleonti, dissimula abilmente (anche a se stesso) i propri viaggi a Canossa giacché i compromessi del vicino sono sempre più grandi.
Anzi, gli unici.
Sono quello che faccio, faccio perché sono, è una frase che non ha mai pronunciato ma che segue come un precetto.
Un mantra a sua insaputa.
Affari per il lavoro, si diceva, che si tramutano in affari per se stesso.
La sua vita e la sua professione sono un monolite, le persone che incrocia funzionali a quel monolite.
Ed il monolite ha l’obbligo di raggiungere gli obiettivi – quelli che gli vengono assegnati ed i suoi – rispettando solo il codice della propria avidità, chi si interpone o ha la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato viene bellamente sfranzato col cinismo di chi nemmeno si volta a guardare i resti sull’asfalto.

Si trova nel suo attico, in centro, nell’ascensore della vita lui ha premuto il tasto di quel piano, perché era il piano che voleva, dunque il piano che gli spettava, dunque il piano che ha conquistato.
C’è chi nasce per vivere in un attico e chi si merita uno scantinato.
Stavolta la frase è sua.
E’ stravaccato sul divano in pelle Frau con indosso una vestaglia di raso intento solo a non scivolare troppo quando abbozza certe posizioni, anche abbandonato all’ozio trasuda un’indomita strafottenza di chi ha la pretesa di prendere per il culo financo il tempo che passa e – con una smorfia beffarda nel ghigno – la convinzione di riuscirci.
E’ in compagnia di un sigaro, di quelli importanti, di quelli che pochi son degni.
Non tutti possono guidare certe auto, indossare certi abiti, apprezzare certi vini e, appunto, fumare certi sigari.
Sarebbe una questione di classe, di eleganza, di raffinatezza; ma si riduce ad una questione di comando: se ce l’hai, puoi.
Di solito non ha tempo per momenti così improduttivi, come per riflettere e per innescare quelle introspezioni di cui qualcuno abusa, quelli che pensano spesso, troppo, e difatti non hanno raggiunto le vette che ha raggiunto lui.
Ma quel giorno gli va e poi provare qualcosa di insolito fa parte del suo credo, purché sia lui a stabilire il concetto di insolito.
Ogni manifestazione di dominio necessita della propria dottrina – sono nate apposta d’altronde le dottrine, così curate nei particolari, così subdolamente fallaci per catechizzare e portare a spasso l’uomo al guinzaglio in un cammino tanto controllato quanto oppressivo.
In questa storia è il solipsismo a soddisfare le richieste di un mandante che gioca d’azzardo con le carte truccate e con un orologio al polso avanti di decenni.

Riflessioni dunque, chiamiamole così, o pretesti dall’alibi di ferro per compiacersi (da vanesio qual’è) di come lui abbia messo in scacco nientemeno che il sistema (in pratica il suo superiore) con tutto quell’impastato groviglio di rapporti, influenze, gerarchie, relazioni, in una doppia e trionfale scalata, e tra una rutilante onnipotenza ed un meschino desiderio il protagonista scompare in una nuvola di fumo particolarmente scenografica prodotta dal suo sigaro: che scena perfetta sarebbe per un film!
Ma d’un tratto qualcosa non solo lo fa tossire come un ragazzino delle medie alle prese con la prima Marlboro rossa, ma gli alza anche follemente il battito cardiaco con la stessa infinitesimale distanza che intercorre fra la botta e la fitta di dolore e con la frequenza di quando in auto rischi di finire fuori strada e per un soffio te la cavi.
Pum!Pum!Pum!Pum!Pum!Pum!
Saranno 180 al minuto, sparati senza silenziatore.
Perché di fronte, con un espressione oltremodo severa, ha se stesso.
Non bastasse la presenza – capirete, alquanto inaspettata ed ermetica – pure la fisiognomica gli mette a dura prova le coronarie ed annessi meccanismi.
Il nostro super capo ora è intriso di quella tipica paura di chi, pur non sapendo il motivo di quell’intransigenza, si sente in colpa, qualcosa deve ever fatto, e il fatto di non sapere cosa, lo agita ancora di più.
Preoccupato, nonostante chi ha di fronte sia in silenzio.
Preoccupato, soprattutto perché chi ha di fronte continua a rimanere in silenzio.
Un silenzio sentenziatore, che emana più echi e più strali di tante parole.
L’uomo che ha di fronte – atteggiamenti di un perfetto estraneo con le sembianze di se stesso – sembra voler ritardare volutamente le parole affidandosi ad uno sguardo tutt’altro che indulgente ed il protrarsi di quella mimica è una lama seghettata che scarna le interiora del manager, che non distingue se sia più straziante l’affondo od il ritorno.
Questa attesa è angosciante, ma teme che sarà peggio il dopo.
Sempre se ci sarà.
Non provava questa sensazione da una vita fa, quando ancora l’apogeo non lo aveva reso refrattario alle emozioni, e lui così impermeabile a tutto, per tornare a tremare doveva trovarsi davanti nientemeno che se stesso.
E’ nella sua casa da sogno e sembra proprio che si sia accomodato in un incubo, di quelli che non si riesce ad uscirne, anche volendo.
Ad un tratto imperversa un rumore acuto, sembra un forte fischio ma più effettuato, quasi ci fosse qualcuno alle prese con un VCS3, poi si aggiunge una rapida sequenza di lampi, flash e bagliori talmente ineffabili la cui origine pare reclamata dall’elettronica e dagli astri assieme, a cui fa da contraltare una coltre biancastra, niente di strampalato a vederci qualcosa di celestiale visti i canoni cinematografici che abbiamo, un inedito connubio luce-nebbia che illumina lo stupore dei suoi occhi.
Trascorsi questi infiniti secondi di cupo riverbero il protagonista si rivede in momenti di vita vissuta.
E’ lo spettatore di un cortometraggio della propria vita in cui le immagini, mistero su mistero, vengono proiettate in un ipotetico mirabolante schermo che però non c’è, roba da far piombare il 4d nel mesozoico.
Il nostro si rivede, dapprima nella gavetta, scalpitante e fervente a fare terra bruciata intorno a sè – con la tracotanza che già strabordante gli sgorgava dalla bocca come la bava ad un cane senza cappottino; poi si rivede nella conclusione di un contratto, uno dei tanti: la trattativa pianificata come un attacco militare, gli aspetti psicologici vivisezionati da uno Jung del male, gli accordi sottobanco, gli appoggi esterni, le pressioni, le minacce (dapprima velate, poi propriamente dette), le clausole nascoste, anche l’infame trattamento riservato alla malcapitata segretaria che aveva la colpa di scrivere l’atto.
Poi passano, random, le immagini delle sue sfuriate, delle sue ingerenze, delle sue vessazioni, delle sue megalomanie, della sua interessata e calibrata gentilezza, dei suoi sermoni col pulpito tentato dalla dissociazione, della corsa dei sottoposti a compiacerlo, delle fila degli stessi per farsi sottomettere e subito dopo a cercare di imitarlo con qualcuno più debole di loro, della sua arte di vendersi, della manipolazione delle persone per scopo e per gusto.
La sceneggiatura accoglie, generosa, tutti i suoi metodi, ma potete scommetterci che qualcuno decisamente impenitente stia parlando di stile facendo già le prove davanti allo specchio del cesso.
Il meddley lo ha calmato, inizia a riconoscere il dirimpettaio, la paura che scema gli inibisce pudicamente di chiedersi cosa cazzo stia succedendo – perché qualcosa sta succedendo.
Il manager preferisce crogiolarsi alla vista di un film che finalmente gli rende onore ed, obnubilandosi, quasi prova vergogna per le sensazioni che ha avvertito qualche attimo prima ma è solo un pensiero fugace, meglio non protrarlo per non macchiare la liturgia in atto.
E’ più conveniente una biografia artefatta di una veritiera.
La proiezione continua ed il mega-capo è come un bambino quando la maestra legge a tutti i compagni il suo tema, sta provando un sentimento puro lui che la purezza l’ha abiurata senza mai averla abbracciata.
Ad una persona normale forse diventerebbero lustri gli occhi, a lui, chissà, intanto abbozza un interpretazione, e non può che essere che d’approvazione: l’improvvisato ermeneuta scorge in questa visione un’investitura, per essere divenuto come uno del suo lignaggio dev’essere, per essere divenuto come lui voleva essere.
Le umiliazioni inflitte, sfruttare le persone, modificarne il destino, creare personaggi, distruggerne, divertirsi a possedere fisicamente qualcuno o ambire diabolicamente a controllare le menti, essere capo e cingere anche la vita privata, schiacciare le persone fino a fargli uscire l’anima e lo spirito per poi berseli in un calice sacrificale: la sua speculazione è divenuta un assioma.
Quelle immagini profumano di brama, di trampolino, di legittimazione, di agiografia, di famelico e bulimico egocentrismo e sanciscono la potenza raggiunta ed il potere conseguito, eterni come si confà ai sovrani.
Da sempre voluttuoso, è eccitato da se stesso come non mai: è in onda un film col cattivo, il cattivo è lui, e lui pensa di essere, se non il buono, perlomeno il giusto.
Ogni millimetro di quell’icastica e fuorviante pellicola rende sempre più tronfio il manager e con la soddisfazione aumenta, chissà perché, il livore verso il resto dell’umanità.
E non che prima fosse un filantropo…
Questo sistema – senza ampolle, provette ed alambicchi, solo imperniato sulle debolezze umane – ha aggiunto (e da mò…) un altro mostro alla nutrita flotta, essere lo spettatore del proprio trionfo lo ha allontanato ancora di più da una realtà che mai ha sopportato.
Più gongola nel vedersi, più le ghiandole endocrine sgorgano onnipotenza a fiotti, più la sua percezione è offuscata.
Le immagini crede siano nettare, bevanda degli gli dei, ma si rivelano solo un intruglio, preparato nel laboratorio della sua cupidigia e tagliato da chiunque ci veda un tornaconto, da iniettarsi nelle vene per una dose che assomiglia sempre più pericolosamente a quella letale.
Ci sono due modalità di interpretare un messaggio allegorico, il manager, su imbeccata dell’inseparabile boria, ha immaginato di essere l’artista, trattando le immagini come ha sempre trattato chi gli sta intorno: a suo comodo.
Ma qui non siamo più nel mondo degli affari, qui stiamo vivendo qualcosa di paranormale e a giudicare dall’acume con cui maneggia la faccenda, il nostro indomito protagonista sembra essere l’unico a non averlo capito.
Arrogante come i suoi gessati, il nostro – fra i tanti baratti imposti e le decisioni prese che puzzano di aut aut subiti – ha perduto la voglia di chinarsi per cogliere i segnali che la vita lancia.
Lui, designatosi onniscente, è sempre stato attento a captare le frequenze che facevano rima con la parola business, peccato che il denaro lo si possa attirare, mentre i segnali della vita sono tanto parsimoniosi quanto enigmatici, per non dire permalosi.

Sono passati dieci anni e tutto sembra esattamente come quel giorno, ma il potere cambia pelle rapidamente e ricorda quelle giornate di montagna dove nel meriggio il vento scombussola un cielo che solo qualche ora prima prometteva sereno e pareva più sincero del sorriso di un innamorato, ma la giornata finisce in pioggia; o come quando cambia la briscola, le regole sono esattamente le stesse di prima, ma chi comanda è un altro seme.
Ecco, lui pensava che la sua briscola non solo non cambiasse mai, ma che fosse riuscita pure a riscrivere le regole del gioco.
In quegli ambienti capita che per avere aria nuova occorra nuova aria.
La sua (di aria) per qualcuno inizia ad essere viziata e non è sufficiente spalancare la finestra come in una canzone.
Lui che decideva di tutto e di tutti ha subito una scelta altrui, lui che si considerava imperituro è stato messo in disparte, lui osannato come un Dio ha visto la genesi di una nuovo (e temporaneo) profeta, lui capo dei capi è ora trattato con sussiego, lui monade è stato diviso e liquidato.
Il manager non pronuncia l’ignominiosa parola ritiro – figuriamoci pensione, roba da pezzenti – meglio trincerarsi dietro nuovi progetti, consulenze ed amenità limitrofe.
Non è escluso che per qualche tempo il suo irraggiamento riesca ancora a bruciare dei culi, ma la sua brace si sta spegnendo e chi finora lo ha inondato di comburente ha la memoria corta, e di braci guarda quelle che ardono ora, adesso, quelle che ardono e bruciano tutto, tutto e subito, più forte è il crepitio, più l’ossigeno ha il fiatone nello stargli dietro, più vanno bene.
Anche se il viso è buono (abitudine al bluff, vergogna dell’onta), tutto il resto del corpo non si capacita di quanto gli stia accadendo, l’ormai fu manager si sente come un soldato lasciato solo al fronte dopo aver servito fideisticamente la patria in lungo e in largo e per encomio si ritrova abbandonato, con gli anfibi bucati in mezzo al gelo e con un rancio da far digiunare le ponghe.
Nemmeno la sua corazza se la sente di respingere un simile colpo, l’ex re della sofisticazione della resilienza (a dosi di menefreghismo) è nudo di reazioni, vuoto di tempra, azzerato di nerbo, scippato di idee.
Ritiene giusto che lui debba ancora guidare e tutti gli altri debbano seguirlo, temerlo, adorarlo e servirlo, la reverenza nei suoi confronti è contenuta nel cofanetto dei suoi diritti naturali al pari della celebrazione del suo culto, rimarrà sempre sopra gli altri, un eletto.
Un capriccio isterico che cela la velleità di rimanere avvinghiato al comando, ma è così frastornato da non accorgersi di stare già rotolando dopo il più sonoro dei calci nel culo.
Il suo personale senso di giustizia – frutto di una distorta quanto naufragata meritocrazia – esattamente come la sua voglia di potere si poggia sugli stessi meccanismi dei buoni sentimenti e della sincera afflizione.
Curiosa la bestia umana, se la cattiveria e la bontà nascono e crescono assieme e differiscono solo negli effetti prodotti, ecco in parte spiegate certe esistenze vissute in un’eterna e paludosa dicotomia.
Distinguere poi la cattiveria dalla bontà richiede più acume del previsto.

Se fosse nel giorno del giudizio universale il manager affranto si schiererebbe più altero che mai fissando tutti negli occhi, e col petto infuori e con la voce stentorea, reclamerebbe (con un aneddoto per ogni medaglia della giacca) i meriti sul campo per tornare sul campo.
Ma fra tutti i pensieri che sono apparsi reclamando la parola, fra tutti gli afflati di rivalsa, fra tutti gli aneliti di risalita, mai che abbia ripensato a quell’incontro di dieci anni prima.
I segnali della vita, ricorderete, tanto parsimoniosi quanto enigmatici, per non dire permalosi, quelli che il manager si era stufato di raccogliere.
Perennemente insofferente, per tutto il giorno ha il groppo in gola degli indigenti e la stessa solerte ansia che ha consumato per una vita i dirimpettai.
I cupi pensieri che la logica si sforza di mandare via sembrano attirati ed acclamati da un mostro che alberga in lui, la mestizia ha le sembianze di uno sciame di zanzare, e quando, ormai esanime, il manager decaduto prende coraggio, agita la mano e si sforza di mandarle via, sa perfettamente che dopo pochi minuti torneranno a pungerlo, nello stesso punto come in altri.
E’ a letto, simbolo di quel ristoro che per lui è divenuto un perfetto sconosciuto, e dopo insistenti tentativi è riuscito ad addormentarsi.
Nella fase iniziale del sonno, l’inconscio si mischia ai pensieri, l’imponderabile alla razionalità, le speranze alle paure; l’attività onirica pesca dal cervello, dai rigurgiti dell’anima e chissà da cos’altro è influenzata.
Il manager in disgrazia non sembra il tipo da credere alle premonizioni né uno che si sia mai fatto prendere dalla mitologia greca.
L’avesse fatto, forse vivrebbe in maniera diversa il nuovo incontro che lo sta attendendo.
Anni fa era stato un uomo (cioè se stesso) ad accendere il più incredibile degli incontri, stavolta è il sesso femminile ad apparirgli – una donna indubbiamente, ma con foggia e sembianze che lasciano intendere ci sia dell’altro.
Se il protagonista sia sveglio o stia dormendo è un dubbio che nemmeno lui può sciogliere.
Questa femmina irrompe con un piglio che del gentil sesso ha ben poco, e fa da contraltare coi suoi tratti aggraziati e armonici pur con uno sguardo tanto severo da far pensare tout court ad un’ordalia o a qualcosa inerente ad un’inquisizione.
Il contesto è cupo come la notte e come un sonno affannato, fattispecie che mette ancora più in risalto la sua imponente ed ingombrante figura – non per dimensioni, ma per presenza scenica.
Lei ha portato il gelo nel già vituperato manager, che esangue riesce solo a spalancare la bocca senza aver più nemmeno un abbrivio per poterla richiudere, nè la forza – figuriamoci la volontà – di replicare alla sua invettiva, neanche con un colorato sospiro.
“Non hai interpretato la sciarada, non certo perché fosse indecifrabile, ma solo perché non hai rispetto per la vita.
Hai avuto la possibilità di redimerti e non l’hai sfruttata.
E non lo meritavi nemmeno, sarebbe stato ingiusto, ed io invece sono qui per portare giustizia.
La tua coscienza smarrita anche se avesse tentato un’esplorazione avrebbe trovato solo le viscere, ma tu manco ci hai provato.
Questa volta io sarà più diretta, niente significati allegorici – oltretutto millanti di essere uno stratega aziendale e ti si devono fare i disegnini, ma vedrai che stavolta con me capirai perfettamente.
Ti hanno tolto il giochino, la tua sublimazione, il tuo viagra, e senza quel ruolo non sei nessuno, la tua vita era imperniata in quel ruolo e quel ruolo non ce l’hai più.
Facevi tanto il ganzo ma la tua esistenza era nelle mani di qualcun’altro che tu non hai mai saputo chi fosse, ti sei dato completamente a sconosciuti pur di comandare.
Hai compiuto malvagità per conto di un’entità astratta, hai calpestato delle persone per conto di un’entità astratta, non ti sei fatto scrupoli pur di raggiungere il tuo scopo, neanch’io me ne farò pur di portare a termine la mia missione.
Il potere che hai rincorso, e raggiunto, distrugge l’essere umano, mi sembra doveroso fare altrettanto con te.
Tu vedi me, ma è come se avessi davanti tutta la pletora di persone che hai fatto soffrire, tante eh…
Ascoltami bene, adesso ti svelo il tuo futuro: morirai, non prestissimo, non prima di essere impazzito, rendendoti conto ogni giorno di impazzire, quindi avrai capito che soffrirai parecchio, sarà una cosa veramente atroce, fra le punizioni più crudeli che abbia mai inflitto – e la lista è lunga – perché sei un grosso pezzo di merda, ed i grossi pezzi di merda meritano di essere trattati da grossi pezzi di merda.
Fosse stato per me ti sarebbe successo prima, ma non posso decidere tutto io, vedrò di recuperare con l’intensità della pena.
Tutti i tuoi soldi, tutte le tue proprietà, tutte le persone influenti che ancora conosci – no, non ho detto l’influenza che hai sulle persone, perché quella è terminata assieme al tuo incarico – dicevo, tutto quello che possiedi non ti servirà assolutamente a nulla.
Tutto superfluo.
Tu hai rincorso il superfluo ed io ti riporto alla realtà.
In questo momento ti starai chiedendo se io sono solo un brutto sogno o qualcosa di peggio – e tu stai sperando nel brutto sogno: io aggiusto e rivelo e peggio di quello che ti capiterà c’è solo il conoscerlo in anticipo.
Adesso invece ti stai domandando perché proprio a te, evidentemente qualche altro stronzo tuo simile se l’è cavata, intanto comincio da te poi ho intenzione di fare un pò di straordinari, e proprio nel tuo settore.
D’ora in poi vivrai dei momenti talmente brutti che non vedrai l’ora che finiscano, solo che quello successivo sarà sempre peggio, in un escalation infinita.
Hai visto che io sono stata più diretta…
Non ho altro da aggiungere”

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Come prima più di prima

26 Nov

Nei primissimi anni Novanta – quando questa storia ebbe inizio – il Mondo pareva combattuto fra proseguire senza soluzione di continuità con i comodi, divertenti, vacui e perniciosi Ottanta, fra insaziabili prurigini da Terzo Millennio, fra mutare i sistemi di comando e fra il bisogno di redimersi un pò.
Eccetto l’ultima, scegliete voi: la risposta andrà comunque bene.
Il sorteggio per la composizione delle prime superiori targate 1991/92 non lo proiettarono in Eurovisione, un peccato, se non altro perché la sigla era davvero suggestiva.
Più che benevola, quell’urna – se di urna si trattò – si rivelerà determinante per noi cinque imberbi (tranne uno) ragazzi che il primo giorno di scuola immaginavamo tutto fuorché l’avvio di un sodalizio.
Già dal secondo giorno di permanenza in quello specchio della società ognuno di noi cinque capì che qualcuno – a prescindere dall’età – era più stronzo, qualcuno più peso, qualcun’altro più smaliziato.
Ma anche che qualcuno gli somigliava.
Forse avremmo fatto ognuno il proprio identico percorso incontrando altre persone nel nostro cammino, o forse saremmo stati prima calpestati e poi inghiottiti da quella folla, o semplicemente oggi racconterei una storia dai contorni differenti.
A quell’età, in una colonna sonora di assoluta spensieratezza, fanno visita i primi groppi allo stomaco, corroborati dal fatto che non conosci le tue qualità, ma nemmeno intuisci perché a volte tiri delle bestemmie senza un apparente motivo, oppure perché quel motivo sono le relazioni con certi altri e certe altre.
Di quella che conoscemmo poi come introspezione – allora il termine lo si poteva sentire giusto da Marzullo o al Maurizio Costanzo Show in qualche serata deluxe – a quei tempi si poteva intravedere al massimo un rudimentale abbozzo, per gente che non riusciva ad accettare la sconfitta della squadra del cuore figuriamoci quanto potesse costare ammettere un proprio limite o una propria debolezza.
In un confronto all’americana “Allora vs Oggi” sembra essere cambiato tutto – la società non era interconnessa; il CD era la massima frontiera del digitale; per comunicare i più fighini avevano in saccoccia le tessere telefoniche, i più pratici qualche gettone da 200 lire, la restante parte si accontentava di raccontarlo di persona al suo arrivo; i vestiti erano di tre taglie più grandi che per immaginare tutto ci voleva altro che una fervida immaginazione; i tagli di capelli erano moderatamente improponibili (e difatti sono tornati attuali); apparire non era un obbligo imposto a tutti ma una facoltà esercitabile a discrezione del richiedente; c’era ancora qualche anfratto dove poter sbagliare e fare delle sane figure di merda.
Da adolescenti poi, la capacità decisionale è ingarbugliata come una musicassetta inceppata nel mangianastri, ma allora – come oggi, e come sempre sarà – un salvifico istinto ci fece avvicinare ai propri simili, basta nasarsi un pò, ascoltare qualche commento, osservare gli atteggiamenti, carpire qualche reazione ed un atavico magnetismo tara la giusta alchimia e si è bell’e che creato una sintonia e nel caso, un gruppo.
Qualcuno già conosciuto e qualcuno perfetto estraneo, totale noi cinque:nella massa incarnando l’archetipo di chi non ha intenzione di seguirla ad oltranza, ma nemmeno di distinguersi ad ogni costo, né sfigati né fenomeni, educatamente casinisti e dissacrantemente corretti, stanziavamo in quella terra di mezzo oggi depredata dalla nuova esasperazione, ilari senza sconfinare nel cretinismo, madidi d’ingenuità, pieni di convinzioni pur nelle nostre fisiologiche insicurezze, eravamo l’applicazione pratica di come una persona possa essere in anticipo su certe questioni, in ritardo su altre e perfettamente nella media con le rimanenti.
Stare insieme era un bisogno, una bramosa necessità, ci dava gusto, era l’egida che noi stessi ci eravamo costruiti e che sapeva esaltare le nostre personalità.

Il tempo intanto ha messo qualche puntino sulle “i”, archiviato i sospesi (creandone qualcun’altro) e confermato le sue precedenti visioni – i prodromi anche stavolta non si sono sbagliati, i finti esegeti sì.
Più di vent’anni tutti d’un fiato, con qualche logica pausa, d’altronde le cose che contano devi difenderle sempre un pò, come cantava un gruppo bolognese.
Le parallele esperienze personali – simili, diverse, identiche, opposte – hanno fatto convergere ancor di più le nostre forma mentis, che rimangono differenti, indipendenti e sovrapponibili.
Non è la saga dell’ossimoro, ma un approccio alla vita, tanto spontaneo quanto cercato.
Più di vent’anni tutti d’un fiato, e delle immense compagnie oggi restano bellissimi ricordi che devono rimanere tali, mentre il numero, ahimè, si è sfoltito, come quando la prof di mate ci insegnava a ridurre ai minimi termini.
O era forse la lezione di scienze sulla selezione naturale?
Nessun’acredine, in genere, solo che adesso stare bene con gli altri è una questione di qualità, altro che una formalità, ed il personale e ristretto club di ciascuno annovera anche gli altri quattro (e non solo).
E’ un club dove l’uno anticipa il pensiero dell’altro, dove si pronuncia la stessa parola nello stesso momento, dove le battute sembrano sketch d’avanspettacolo, dove ti aspetti sia una rassicurante risposta sia la quintessenza dello stupore, dove un sorriso lo strappi sempre e comunque.
Capita con una donna e capita anche fra uomini.
Vedersi è un obiettivo ma non un assillo, la percezione della presenza c’è a prescindere ed è cementata dall’intesa che non ci impedisce di voler dissentire, col sottofondo magari di rumorose discussioni che spaventano gli astanti nelle quali si ha voglia di dibattere per convincere l’altro ed inconsciamente di convincersi dell’altro.
Più di vent’anni tutti d’un fiato, ed eccoci più coraggiosi in un maggior equilibrio, sempre selvatici, fatti alla nostra maniera perché le origini non si scordano di bussarti alla porta e tu non vedi l’ora di aprirgli e poi perché quelli perfettini ci sono sempre stati sulle palle.
Fra i tanti modi di assaporare gaudiosi la vita il nostro non rinuncia alla profondità, vogliamo ridere senza sprecare una sola ristata e pure la baracca fa sempre un giro nella serietà prima di chiudere il cerchio, non si può vivere scegliendo solo le tal sfaccettature.
Oppure si può, ma a noi non piace.
Per noi essere positivi non significa affatto farsi piacere tutto, e difatti siamo piuttosto difficili, pazienza poi alle etichette, come nei maglioni quando grattano troppo si tagliano.
Più di vent’anni tutto d’un fiato e siamo rimasti noi stessi, evoluti, abbiamo mantenuto un’amicizia, fortificandola.
E non abbiamo assolutamente terminato.

L’intellettuale sconfitto

29 Set

Intellettuale.
E sconfitto.
Ma non domo.
Emarginato, pur lontano dall’oblio.
Refrattario al mainstream, ma con in tasca ancora tanto ascendente così.
Isolato, eppure tra la gente.
Ha perso, ne è consapevole, quindi non si è rassegnato.
Anche perché una sconfitta non è mai eterna per chi si vuole risollevare.
L’attuale insuccesso, l’anfiteatro in cui va in scena ed i momentanei vincitori, nutrono la sua vitalità, che la dissidenza ricama temprandola.
Brama, pulsa, detesta sopravvivere, è un disilluso speranzoso.
Appare un nichilista.
O così viene dipinto.
All’idealismo preferisce l’onestà intellettuale, ai dogmi risponde con la curiosità, indossa l’appartenenza con parsimonia e quando questa gli calza perfettamente sente l’atavico richiamo di cambiare pelle per non essere fagocitato.
Prima combatteva cercando consenso.
Ora seleziona, giacché il numero è in subordine alla qualità.
Per il momento.

L’intellettuale sconfitto vaga per la città: la paglia penzolante, qualche bicchiere in corpo e pensieri ingombranti che scorrono rumorosi nelle vene e nelle tempie, gli donano un’aria più desolata di quanto non sia in realtà.
Fingono di ignorarlo ma lui è il convitato di pietra delle loro diffamazioni.
Dicono sia populista, meritato dileggio di chi ha a cuore la causa delle persone comuni.
Estremo senza essere estremista, chiama le cose col loro nome e non con quello del tornaconto.
Non essere allineato diventa un onta, pensare in proprio un’aggravante, l’intellettuale sconfitto per loro è un’empia figura.
E il potere delle immagini che ci vogliono proiettare stravince sempre la sfida con la nitida ma opacizzata realtà.
Non ha una meta precisa che però si affretta a raggiungere.
L’intellettuale sconfitto ha i sensi sviluppati, se ai più le cose scorrono intorno o al massimo rimbalzano sul loro muro di gomma, a lui donano spunti che trasforma in segnali.
Cerca di intuire ed intuisce perché cerca.
Una battuta, un nuovo slang, un messaggio subliminale, il comportamento della massa, la manipolazione della massa, il caos od il silenzio, per lui è tutto polline da trasformare in miele.
Spesso amaro.
Come un animale capta tutto con lauto anticipo, a volte se ne duole e vorrebbe condividere con altri le sue visioni per riuscire a bloccare gli eventi vaticinati.
O anche solo per alleviare il fardello che si porta appresso.

Si ritrova dunque in piazza, che ha ancora il dono di unire.
Di unire anche chi non ha niente da spartire, chi è ontologicamente differente, chi vive nello stesso posto ma a distanze siderali.
Ma tutti cercano la piazza, anche chi ne ha sempre preso le distanze, chi per vocazione chi per interesse.
O è la piazza a cercare loro.
Quando un luogo è la quintessenza della partecipazione assorbe millenni di energia umana e per osmosi – o per inesplorate meccaniche – diventa sostanza vitale.
Lui sa benissimo che li troverà quasi tutti lì, distesi come pedine pronte ad essere manovrate e l’idea lo nausea e lo stimola al tempo stesso, poi un sano senso di superiorità fa prevalere la seconda sensazione.
Li ha già affrontati, uno alla volta come in gruppo, ed umiliarli non è stato soddisfacente solo perché loro manco se sono accorti e credevano financo di aver prevalso nell’alterco.

L’intellettuale sconfitto sa che in quel maremagnum c’è anche chi è in buona fede e vorrebbe essere clemente, ma irrompono le facce degli altri e lì scorge il doppio fine, il situazionismo, poi oramai non è tempo di distinguo, è stanco degli alibi, non perdona più neanche l’ignoranza, colpa e dolo pari sono negli effetti e anche nel giudizio.
I primi che nota sono gli euroinomani (cit.), riconoscibili per i loro 12 buchi nella pelle – delle specie stigmate a forma di stelline – e per le preghierine (sulle bellezza delle frontiere libere, sui vantaggi dei cittadini apolidi e sulla necessità di cedere sovranità) imparate a memoria e recitate ad ogni piè sospinto, ovvero enormi cazzate in perenne lotta con l’intero scibile umano che inglobano anche il non trascurabile particolare di essere oltremodo tossiche.
Si trincerano dietro il politicamente corretto e ad un positivismo ammuffito che diventano la loro (e malauguratamente, la nostra) prigione.
Fra sapere e capire questi hanno scelto una terza strada lastricata del nulla.
L’intellettuale sconfitto scuote il capo con un sorriso fra l’amaro e l’astioso, si volta dopo aver cacciato almeno quattro bestemmioni e la sua vista incontra un gruppo apparentemente più innocuo.
Sono quelli che la raccolta differenziata salverà il mondo e che l’auto elettrica sconfiggerà l’inquinamento.
Vagli a spiegare che impatto avrebbe costruire, ricaricare ed infine smaltire delle batterie per 16 milioni di vetture (grossomodo quante se ne producono in un anno).
Nella loro pelosa dedizione all’ambiente imperniata su plastici (e fatui) gesti, mai che gli venga in mente che l’unico modo di allungare la vita al pianeta sarebbe cambiare sistema economico…
Ma lo spirito verde assolve la propria anima, titilla quelle altrui e diventa un comodo lasciapassare.
Si prosegue, qualche passo e senza che si debbano spremere tutte le diottrie è la volta di un capannello di persone ordinato, oggettivamente numeroso eppure poco appariscente.
Sono esattamente schierati dove gli hanno detto di stare.
Utilizzano specularmente i termini che gli hanno imposto.
Ragionano alla stregua di come li hanno istruiti.
Comprano tutto quello chi gli hanno proposto.
Si vestono e si muovono come la moda comanda.
Per gioire, per indignarsi, o anche per ribellarsi, attendono sempre istruzioni dall’alto.
Araldi per scelta (altrui) ma anche per vocazione, nel loro contratto non è contemplato l’approfondimento.
Habitué della retorica, ne ostentano il bulimico abuso e non hanno mai confutato la versione ufficiale e soprattutto, mai hanno pensato di farlo.
Non è necessario disinnescarli perché non si sono mai attivati.
Sono gli untori di cui si serve il sistema dominante, una claque gratuita del nostro tempo.
Senza accorgersene, of course.
Spiacenti, cari contoterzisti del vivere, ma il rispetto e la pietà vanno meritati.

L’intellettuale sconfitto sfoglia nel proprio cervello un’ipotetica margherita per vedere chi troverà ora.
E spuntano loro, gli integrazionisti oltranzisti, gli anti-razzisti militanti: hanno così a cuore le persone che in nome dell’uguaglianza arrivano a negare le differenze fra i popoli, sono così rispettosi dell’identità di ognuno che vorrebbero mescolare a ciclo continuo usi e costumi fino a farli sparire non prima di aver creato un putiferio, sono talmente accoglienti che ignorano i disastri sociali di un sincretismo massiccio e violento, sono così altruisti che godono a vedere sprofondare tutti nella merda.
L’intellettuale sconfitto per stanare i sofismi e paralogismi di queste anime pie pone sempre una semplice, icastica domanda: “Cui prodest?”
E suggerisce anche la risposta: il nuovo capitalismo liberista e globalista.
Ecco dove va a finire tutta la loro melliflua filantropia.
E la fila dei discepoli devoti al materialismo astratto prosegue con un’inedita (ma nemmeno troppo) alleanza. L’intellettuale sconfitto se ne accorge passando loro vicino quel tanto che basta a captare le parole chiave dei loro magri discorsi, applicando il motto “Dimmi come parli e ti dirò chi sei”.
Ascolta e vede gente eccitata dai derivati, dagli swap, dallo spread, dall’ hedging strategy, dal tapering, dalla wirelss LAN, dal microprocessore, dalla Ram, dal widget , dal banner: più celebrano la loro liturgia più sminuiscono l’uomo.
Passano gli anni ma i monoteismi proseguono imperterriti nell’usufrutto dell’ Anima&Cervello dell’uomo.
La piazza è grande, intrinsecamente generosa senza riuscire ad essere pure meritocratica: offre un posto per tutti.
Loro peraltro sono di casa, adusi all’agorà tanto da essere una presenza quasi rassicurante nella loro inutilità.
Sono i (vetero) servi di partito: uno stendardo stampato a caldo nel lobo frontale, volontari alle feste, finanziatori, presenti ed allineati alle adunate, bellicosi nelle chiamate alle armi, acquirenti di qualsiasi programma elettorale e di ogni sua (ir)realizzazione, pronti a sventolare la bandiera che gli mettono in mano quando si vincono le elezioni (e il bastone da un’altra parte).
Ubbidienti, fedeli, scodinzolano, riportano il voto più che l’osso, non sporcano, non abbaiano anche se starnazzano.
Manipolarli è un gioco da ragazzi, non sfruttarli quasi un peccato, perché lo farebbe comunque qualcun’altro (partito).

Solo a quell’orario l’imbrunire tinge l’ambiente di un colore etereo, dieci minuti dove le cangianti sfumature fanno soffusamente calare sugli occhi nuove lenti che permettono di trascendere, di avviarsi in avventure spazio-temporali e di visitare nuovi luoghi pur restando perfettamente immobili.
In cotanta atmosfera aulica stona, come un ecomostro in un riserva naturale, quell’anatema dell’umanità che risponde al nome di Radical chic.
Chissà quale battaglia del cazzo appoggeranno stasera – si chiede l’intellettuale sconfitto – per rendersi protagonisti, visto che oramai hanno difeso tutti (perlopiù degli stronzi e dei ricchi, ma anche entrambi) tranne il proletariato, vetusta parola che a loro, però, qualcosa dovrebbe dire.
In realtà gli risulta afona perché hanno sempre adorato il potere ed i soldi ma hanno capito che avrebbero potuto ottenerlo (il potere) e stringerli (i quattrini) più rapidamente e senza lasciare sospetti se avessero giocato al piccolo rivoluzionario da salotto, la scorciatoia degli insospettabili.
Più passa il tempo e più le loro evve mosce diventano urticanti, più la loro presunta intellighenzia evapora, più gli si augura di sparire.
La pattumiera della storia per loro troverà sempre un posticino.
L’intellettuale sconfitto pavlovianamente cerca l’altro lato della medaglia, gli alter ego della sponda opposta, lui è certo della loro presenza che difatti scova in contemporanea con l’intuizione: eccoli i celeberrimi fascisti da tastiera, duri e spietati nei social ed al bar, non così integerrimi nella vita privata (e qui ricordano i loro presunti antenati).
Questi adepti della mistificazione della realtà, fra ignoranza e fanatismo un tanto al chilo, sono la dimostrazione che credere alle favole passati i dici anni sia estremamente pericoloso.
E sono anche quelli che durante il ventennio avrebbero preso una masnada di botte dalle camice scure che tanto invocano.

L’intellettuale sconfitto cavalca l’artefatta indifferenza nei suoi confronti per non lasciare traccia di sé, ad un tratto con la scusa di fissare i lampioni e assaporare la nuova livrea della piazza sente il bisogno di fermarsi e di ricaricarsi col brusio indefinibile della gente.
Solo qualche attimo, per la verità, ed il suo sguardo assorto è richiamato all’ordine da alcuni esponenti di quelli che lui chiama i Liberal-dem.
Alla loro vista l’intellettuale sconfitto, scherzando con se stesso, gioca ad irrigidirsi, stringe le chiappe e mima, scanzonato, di voltarsi preoccupato accertandosi di non avere nessuno di loro alle spalle.
Perché il Liberal dem te lo mette nel culo, sembra progettato e costruito per quello.
Sono ancora più fini (cioè bastardi) dei radical, perché usano l’ecumenismo come cavallo di Troia.
Il Liberal-dem è un portatore di istanze apparentemente inattaccabili, affilato grimaldello per fottere a più non posso.
Finge di sprigionare tracce di sinistra (invisibili anche al microscopio) che sono il suo passepartout per rigettare qualsiasi accusa di autoritarismo, ha un fare ieratico da prete mancato ed un ossequio totale (opportunamente mascherato) al pensiero unico dominante.
Perennemente ragionevole, incazzato on demand, lui premette sempre di essere un liberale e un progressista (tradotto: un paraculo) così può permettersi, nelle sue patetiche intemerate, di difendere sempre il sistema di comando e di strappare un applauso nazionalpopolare.
Bravissimo a giocare alla vittima e nondimeno ad inventarsi nemici che non ha per accrescere la sua influenza e lustrare la sua iconografia.
E’ un terzista dichiarato, quindi fra i primi ad essere a libro paga.

L’intellettuale sconfitto scorge infine uno sparuto gruppo che parlotta con un’espressione pregna di superiorità.
Verso tutto e verso tutti.
Sprezzanti nel pensiero come nei commenti.
Gli si fa incontro.
Ma quanti libri che hanno letto!
Ma quanti film d’autore che hanno visto!
Ma quanti viaggi che hanno fatto!
E quanto lo rimarcano!
Esaltano le vite a mille all’ora di certi maledetti e nel scimmiottarli sono la caricatura di se stessi.
Esistenzialisti con la paghetta di papà, on the road purché in prima classe, bohémien col posto fisso, decadenti ma in carriera, democratici in base al censo, puristi con l’attrazione per le lobby, inventori della propria élite, si credono aristocratici mancati ed intellettuali nel secolo sbagliato e per questo sono livorosi col popolo – così incolto, così rozzo – da fargli rinnegare anche le proprie origini.

L’intellettuale sconfitto ringrazia se stesso per aver preso residenza nella minoranza ma sarebbe felice, un giorno, di poter finalmente traslocare.
Terminata la Via Crucis, con un movimento della testa fiero e progressivo, guarda in alto nel Palazzo (saranno qualche decina di metri, non di più) e la finestra aperta del penultimo piano gli permettere di scorgere ben più delle semplici sagome.
Sono in un numero sufficiente a raggiungere il loro obiettivo, ma potrebbero essere anche in meno, si muovono ragionevoli e felpati, hanno espressioni silenziose, imperative, occhi da serpe che iniettano una flemma letale e con la calma (una calma che deve saper mettere anche ansia) di chi ha tutto sotto controllo approvano, annuiscono all’unisono per quanto stanno vedendo là sotto, facendo trapelare solo una fetta della loro compiacenza.
All’intellettuale sconfitto scappa da vivere.
“Abbiamo ancora tanto da fare, per fortuna”, parlando anche a nome dei suoi simili.