Ci sono cascato ancora

24 Nov

Dopo la pubblicazione di Andare oltre (il libro) mi ero ripromesso di tornare a scrivere di più qua sopra, e lo avevo promesso un po’ anche al blog – io e il blog abbiamo un rapporto un po’ così. E invece, niente: due articoli appena, e poi la matana per un mio vecchio pallino ha preso il sopravvento. Sono ripartito fra emozioni e fiaccatura, voglia di fare e (a volte) voglia di mandare tutti a cagare, entusiasmo (tanto) e avvilimento (solo quando penso al lavoro che devo ancora fare). Ecco, sull’avvilimento bisognerebbe chiedere qualcosa ad Ivan, che curerà ancora  l’impaginazione, perché a me risponde sempre con entusiasmo, ma ci vogliamo bene e quindi non mi dice tutta la verità.                                                        Sì, ci sono cascato ancora, perché alle origini non si comanda.

Il piacere al centro

15 Dic

E’ sempre la paternità che può risultare incerta, nel suo caso tutti dicevano Fiat e a pochi mesi dalla nascita è spuntata la Lancia ad apporre definitivamente il nome sul libretto ed il simbolo sulla calandra.
Sulla mamma Pininfarina, invece, non ci sono mai stati dubbi e basta guardarla per capire che lei ci abbia messo tutto il resto, o quasi.
Nella Lancia Beta Montecarlo la maggioranza dei cromosomi sono quelli materni.
La Beta Montecarlo, oltre ad essere uno dei simboli delle classiche di casa nostra, è un esempio di che coraggio e fucine di idee vi fossero nell’industria automobilistica italiana nei pur complicati Anni Settanta, se oggi qualche manager di una casa generalista proponesse di creare dal nulla una berlinetta, di commissionare il progetto e la produzione ad un carrozziere esterno e di inserirla nella gamma di una compatta due volumi, verrebbe prima sottoposto ad un TSO e poi internato, e probabilmente già al primo di questi pensieri corsari.
Nonostante la pletora di modelli disponibili c’è più immobilismo ed assenza di idee nel panorama motoristico attuale, dove la massima espressione della creatività è rialzare di qualche centimetro un’utilitaria per fare il verso alle fuoristrada (sic) o di declinare un SUV in una sgraziata pseudo versione coupé con la linea identica a tutte le concorrenti.
Ma torniamo alle cose piacevoli.

E’ un nome ambizioso Montecarlo – ad evocare una località che nel 1975 era già stata terra di conquista per le auto da rally della casa di Chivasso, e lo sarà anche in seguito – che la nostra berlinetta indossa comunque senza complessi e che si rivela un’adeguata e meritata investitura per la sua sportività e non un raffazzonato tentativo di marketing.
Compatta, bassa, grintosa, trasmette dinamismo da ogni angolo la si guardi, la Monte è una due posti secchi insospettabilmente comoda, smaschera solo se abbiamo messo su qualche chilo di troppo nelle fasi di entrata e uscita dall’abitacolo (ma sarebbe più corretto dire discesa e risalita, visti i suoi 119 cm di altezza).
Anche all’interno prosegue la sensazione di essere su una piccola fuoriserie, con ricercatezze che non passano inosservate e che confermano il senso di coinvolgimento col mezzo.
Modernissima all’epoca, non ha perduto nulla del suo fascino, anzi, oggi è definitivamente un’auto senza tempo, una mini supercar, con forme – specie nella 3/4 posteriore e nella fiancata – che ricordano qualche cugina di Maranello (i cromosomi di cui si parlava prima).
Le linee sono più tese rispetto allo standard Pininfarina, Paolo Martin non ha comunque rinunciato a quell’equilibrio, a quell’eleganza e a quella sinuosità tipiche del carrozziere torinese, qui in una salsa decisamente personale, con quei tocchi di raffinatezza imperituri (su tutti, il movimento a salire della linea di cintura all’altezza del deflettore e il raccordo tetto-finestrino posteriore-pinna).
La Beta Montecarlo è un’auto di classe con una personalità tutta sua che non ha mai patito il vorrei ma non posso, certificato dalla curiosità dei passanti la cui ammirazione è tutta per quello che si trovano davanti agli occhi.

La crisi petrolifera del ’73 (ma forse anche qualche logica interna di strategia commerciale) ha mortificato sul nascere idee ben più ardite in termini di potenza del motore, o comunque calmierato suggestioni che si fanno più o meno tutti viste le potenzialità della vettura. Insomma, venti o trenta cavalli in più ci sarebbero stati bene, ma il bialbero Lampredi (che è un gran motore) su un fisico così asciutto fa comunque una bella figura anche in una sua configurazione tutt’altro che estrema e da ottima base per versioni spinte quale è, basta poco per tiragli fuori qualche cavallo vapore in più. Ovviamente un plurifrazionato è un’altra cosa, ma nel vano motore della Beta Montecarlo c’è poi finito un po’ di tutto, dai 4 ai 6 cilindri, carburatori single o in versione coppie di fatto, iniezioni meccaniche ed elettroniche, aspirati e turbo (praticamente i 3/4 del programma sull’elaborazione di una storica).
Perché il telaio sopporta bene, ed anzi ringrazia, ed il resto della meccanica è all’altezza (anche oggi) di una vera sportiva coi fiocchi.
Con “soli” 118 cavalli le hanno forse tarpato un po’ le ali, e sapendola base per vetture iconiche, vincenti e cattive (la Silhouette Turbo e la 037) questa rimpianto aumenta. Guidandola, invece, il piacere di guida profuso, il comportamento diretto, i limiti di tenuta elevati e le prestazioni comunque brillanti inducono a godersi quello che c’è.
E a rimanere ampiamente soddisfatti.
La vettura offre quelle sensazioni di precisione ed agilità tipiche della soluzione a motore centrale, c’è poco da fare, ad averlo proprio lì dietro la schiena cambia la guida e poi l’orecchio vuole la sua parte.
O forse era l’occhio, ma con la Beta Montecarlo sono soddisfatti entrambi, occhio ed orecchio.
Il posizionamento del motore é il suo tratto distintivo, ma non si distingue solo per quello.
Divertentissima in movimento (anche senza correre), affascinante da ferma, raggiunge il parossismo della coreografia (e della vanità del proprietario) con l’apertura a pianoforte del cofano motore.
Se non è arte questa…

Non ne vendettero tante (la produzione si fermerà poco oltre quota 7.500, se consideriamo anche la versione Scorpion destinata oltreoceano), forse rispetto a quello che chiedeva il mercato venne commercializzata troppo tardi e tolta dai listini troppo presto, forse le auto con personalità (e di nicchia) non sempre vengono capite, forse doveva andare così.
Da svariati decenni le sue quotazioni sembrano dover decollare – e negli ultimi anni qualcosa effettivamente si è smosso – ma per una vettura col suo pedigree e col suo palmarès sportivo, oltretutto prodotta in pochi esemplari, la sensazione è che sia ancora sottovalutata e che se avesse un altro marchio sul cofano girerebbero dei prezzi di ben altra levatura.
Avrebbe meritato più successo, ma sapere che ne circolano poche accresce il suo blasone e quella sensazione di far parte di un ristretto club di fortunati.

Ipocrimania, mitocrisia

11 Dic

La nuova frontiera per apparire accoglienti, tolleranti, inclusivi, civili e democratici (che bello essere CIVILI e DEMOCRATICI!) si sintonizza nell’inventare una rantumaglia di iniziative e battaglie a dir poco patetiche, fanno venire in mente quel secchione che si inventava chissà cosa per impressionare il nuovo Prof (cioè per apparire l’invertebrato che era) o quelle periodiche gare per il più bigotto della Parrocchia, solo che qui subentra una ricerca ossessiva di argomentazioni pompose nell’aspetto ma flaccide di contenuti, anzi, infide.
Parità di genere, ecologia, minoranze presunte o esistenti, discriminazioni vere o inventate per nasconderne altre: ormai c’è un fiocco, uno slogan, un simbolo, una recita e una giornata dedicata a tutti, peccato che nelle altre 364, di giornate, gli organizzatori di questi teatrini vomitevoli non muovano un dito in favore di nessuno, anzi, il più delle volte la principale causa delle disgrazie di tutte le attenzionate categorie è la loro struttura, visto che è un’emanazione del capitalismo liberista. Attenzione, perché se alcuni dei temi affrontati in queste baggianate planetarie sono delle autentiche boiate- tipici di chi è un po’ annoiato ed il suo unico cruccio è creare un ruffiano fumo per gli occhi che garantisca visibilità e seguito – ve ne sono altri di estremamente seri, ma sono esibiti per intenerire, lobotomizzare e fregare il popolino (a sua volta animato da intenzioni che tornino buone) e meriterebbero quindi ben altri attivisti di quelle ghenghe che invece detengono il monopolio della solidarietà. Queste saghe dei buoni sentimenti costruiti a tavolino negli effetti non si discostano molto dal gioco delle tre carte, hanno solo la faccia un po’ più presentabile, ma neanche tanto a guardare bene.
Più la gente fa a gara a partecipare a queste messe in scena, a sbattersi per mettere il like per prima, a condividere messaggi lagnosi talmente sdolcinati che rischiano di far venire il diabete anche al tavolo in cucina e a postare la nuova suggestiva immagine che qualcuno ha ideato per loro, e più i beneficiari di queste campagne sono rimasti perlomeno nelle condizioni di prima.
Perché la loro non è filantropia, è marketing; non è umanità, è manifestazione di potere; non è sensibilizzazione, è stordimento; non è socialità, è sociologia; non è difesa dei più deboli, è controllo delle masse; rappresenta la nuova ortodossia liberale dei diritti civili che ha l’obiettivo di distrarre da quelli sociali e da tutto il mare di povertà e catastrofi che sta producendo il modello liberal-progressista (quello CIVILE e DEMOCRATICO).
Si vuole coprire il male esistente con dell’artefatto amore per i disagiati, ma solo quelli più fotogenici, invece alle numerose vittime meno appariscenti del democraticissimo capitalismo globale non è dedicata alcuna giornata, neanche una mezz’oretta.
Spiacenti, fate poco audience e smuovete pochi sostenitori.

Il tipo che disse che una disgrazia non viene mai sola avrà anche portato un po’ sfiga, ma qualche intuizione l’aveva, occorre dargliene atto. Sì perché accanto alla profusione di retorica ed ipocrisia descritta sopra – da sola in grado di affossare il sistema biliare di un adulto di sana e robusta costituzione – si affianca una nuova categoria di addetti all’informazione con lo scettro di veicolare i messaggi, forse proprio nuova del tutto no, più un’evoluzione delle precedenti: il mitomane.
Nella liturgia per officiare il potere il mitomane ha capito che può ritagliarsi una parte da attore protagonista, siccome quelle iniziative sono una evidente presa per i fondelli, il mitomane a cascata ha semplicemente proseguito senza soluzione di continuità e vuole farci un po’ di cresta pure lui.
Dato che il copione è standardizzato, lui punta sull’interpretazione: teatrale, sforzata, ridondante, eccessiva, melodrammatica, con moine che si alternano ad istigazioni e manfrine che sconfinano nel viscerale, per catalizzare l’attenzione e mostrare la sua luccicante autenticità.
Ovviamente artefatta.
Il mitomane trova un terreno fertile in quelle situazioni, ma dotato di inossidabile egotismo non si accontenta, è l’imprenditore di sé stesso -per utilizzare una delle frasi più inutili che esistano, proprio come il nostro – e si inventa ogni occasione buona per farci sapere che lui c’è.
Ci possiamo imbattere in lui nella carta stampata o nelle trasmissioni tv, sui social o in un libro, e purtroppo anche in più combinazioni; moralista e libertino, impegnato e leggero, politicamente corretto ma anche dissacrante, insomma, tutto, al bisogno. Nel mitomane l’unica coerenza è essere più appariscente possibile, la sola ideologia rimanere al centro dell’attenzione.
Esiste il mitomane specialista (si atteggia da super esperto) ed il mitomane prezzemolino (baccaglia su tutto e tutti perché lui è uno di ampia vedute) ma per entrambi esiste solo una cosa: parlare di sé stesso.
Dev’essere un residuato marcescente di infantilismo, quando la fantasia o la noia porta i bambini ad inventarsi amici immaginari e a proiettare sé stessi in mirabolanti avventure per poi raccontarle agli amichetti sperando che sgranino gli occhi. Il mitomane è rimasto così, un bambino cresciuto (male) e se già da piccoli i ballisti seriali erano fastidiosi figuriamoci quelli adulti.
Stiamo parlando del mitomane al maschile esclusivamente per regole grammaticali, la categoria è rappresentata da ambo i sessi, non possiamo sbilanciarci sulle percentuali o qualche mitomane potrebbe iniziare con la lagna delle quote rosa o con qualche intemerata di quella portata lì e bombardarci a ciclo continuo per una settimana.
Il mitomane non ha confini, né vergogna, in nome della libertà di opinione ci scaraventa la sua inutile prosopopea, se qualcuno osa criticarlo – magari per il ventiseiesimo argomento trattato in una settimana e tutti con fare da luminare, oppure per l’inconsistenza dello stile e dei contenuti messi in campo esclusivamente per farsi notare – lui dall’alto del suo piedistallo (ovviamente auto-costruito) tenta di convincere il dirimpettaio a colpi di vittimismo mischiato ad arroganza e supponenza, non cita le sue conoscenze, il suo sapere, cita sé stesso, anche solo il nome.
Al mitomane piace sentirsi chiamato.
Al mitomane piace chiamarsi.
Eroe di battaglie immaginarie, protagonista di aneddoti onirici, tutte le sue proiezioni ortogonali tendono ad un unico punto, il suo, non ama l’approfondimento autentico, ma solo quello pretestuoso, perché ama approfondire solo ciò che lo riguarda servendosi del resto, il mitomane non di rado osa arrivare a definirsi modesto (una evidente meta-dichiarazione) ed esaltare il lavoro di squadra così da esaltare sé stesso.
Arrivista di prima categoria, opportunista semi-mascherato, non si fa scrupoli a sfruttare le disgrazie altrui, salvo criticare gli altri se si comportano esattamente allo stesso modo. Sfoggia una saggezza che ovviamente non ha, si vanta di aver vaticinato eventi di cui ha sbagliato le previsioni, raggiunge l’apice della lucidità quando utilizza il senno di poi (senno altrui, oltretutto).
Poco talento (inutilmente ostentato), poche idee (inutilmente sbandierate), poche intuizioni: il mitomane si atteggia come se ne avesse invece un magazzino pieno e potesse persino fare consegne a domicilio, tanta è l’abbondanza.
Rabdomante di occasioni per parlare di sé anche quando l’argomento è la Guerra dei Trent’anni, è un onanista di sé stesso, irreversibilmente malato di protagonismo, se abbiamo dei dubbi su quale termine rappresenti meglio la sua distorta personalità fra narcisista, egocentrico ed egoista , col mitomane possiamo eliminare l’imbarazzo della scelta ed usarli anche tutti assieme senza rischio di sbagliare diagnosi, l’unico rischio è di scordarne altri.
La sua è una categoria che non conosce il calo demografico e disgraziatamente il mitomane sta diventando l’idolo di quelli che ritengono di avere una vita culturale attiva e anche di quelli che vogliono replicare il suo approccio ad altri contesti, e sta diventando il modello per coloro che ambiscono ad un ruolo simile al suo.
La figura del mitomane si sta diffondendo anche in altri settori, una logica conseguenza di un modello di società che premia chi riesce a vendersi meglio e per primo, e nella fretta non sono richieste particolari qualità, anzi sono vivamente sconsigliate eccetto quelle di imbonire e stupire a seduta stante.

Il mitomane è il frutto di una dubbia e complessa paternità, è il classico concorso di colpa fra una società sempre più permeata sul sensazionalismo, sullo smodato protagonismo, sul massimizzare, sfruttare ed esasperare ogni cosa, che si erge su un’informazione pacchiana e destabilizzante, ma anche su persone evidentemente predisposte a comportarsi in quel modo e che trovano lì il loro habitat naturale.
L’unica arma che abbiamo per combattere il mitomane è non cagarlo proprio.

E’ arrivato

4 Dic

E’ stata dura, soprattutto per il mio amico Ivan che si è sobbarcato tutto (o quasi) il lavoro della pubblicazione – e si è sobbarcato anche le mie manie persecutorie – ma dopo aver scancherato (e tirato dei cancheri) per soquanti mesi fra PDF, margini, caratteri, pagine orfane, bozze e copie di prova, è finalmente arrivato QUEL momento.
Il libro non è più solo un progetto, un’idea, un obiettivo.
Il libro è stato pubblicato.
E devo dire che quando mi è arrivata la prima copia di prova ho provato una sensazione ovviamente bellissima ma in parte nuova, inattesa, strana: l’ho guardato, l’ho toccato, l’ho maneggiato e poi sfogliato un po’ casualmente, in 15 centimetri x 21 quanto che ci può stare dentro!
Ecco, questa atmosfera eterea si è esaurita verso la terza o quarta copia di prova, quando ho iniziato ad andare anche un po’ in matana tanta era la voglia di vederlo pubblicato nella versione definitiva…
Per fortuna ci siamo arrivati.

Il libro si può acquistare nelle due edicole di Casina (RE) oppure on line nei seguenti siti (condizione stabilita dal sito di auto-pubblicazione):
– lulu.com (attenzione però alle spese di spedizione);
– barnesandnoble.com;
– amazon.it.

Come ho scritto nell’introduzione, spero che il libro vi susciti delle reazioni.
Non dico altro, perché sono di parte.

Vecchiette con l’anima

9 Mag

Le dimensioni e la forma, per prima cosa.
L’ingigantimento è divenuto ineluttabile, ogni centimetro e chilogrammo in più è un appiattimento al dinamismo.
E una strada spianata ai SUV.
Nel definire lo stile i progettisti oggi hanno carta bianca – mentre i loro predecessori tiravano qualche accidente in più – ma spesso disegnano auto molto simili fra loro, sono più diffusi i <Copia e Incolla> che i <Crea nuovo>.
Vecchia storia, quello del pane e dei denti.
Poi il rumore.
Pensate che tristezza se tutti avessimo lo stesso timbro di voce.
Saremmo irriconoscibili, impersonali.
Le automobili moderne (al netto di qualche nobile eccezione) sono così e devono ricorrere a degli artifizi per simulare una sonorità graffiante – praticamente la versione a quattro ruote delle protesi al silicone – quando prima associare un suono ad un modello era uno sport che si iniziava a praticare da piccoli.
Infine l’odore.
Almeno fino ai primissimi anni Novanta ognuna aveva il suo, inconfondibile.
E non svaniva nemmeno dopo un atto di esorcismo in un sabato sera.
Il profumo di benzina nell’abitacolo poi è un promemoria su cosa scorra nelle vene e la soavità della sua fragranza è un assioma, inutile dilungarsi.
Per non parlare di quello che rimane impregnato nei vestiti, un lascito ormonale che solo le pasionarie si possono permettere.
Ecco il podio delle differenze fra le autovetture moderne e quelle d’antan.

Ma quello che non si può misurare – ragion per cui crea un mito nel mito – è il fascino delle auto storiche , diciamo quelle prodotte fino agli Anni Novanta.
C’è sempre un volante da girare ed una carrozzeria da portarsi appresso ma con le storiche è un modo diverso di andare in macchina.
Non ci sono filtri e correttivi, le sensazioni sono vere, dirette, non artefatte.
Esigono impegno e partecipazione, ricambiano con fiumi di passionalità e regalano quel coinvolgimento che rende libidinoso il rapporto uomo-macchina.
All’esasperazione di sensori e centraline le auto d’epoca rispondono trasudando carisma da ogni bullone, fascetta e – perché no – da qualche punto di ruggine.
Hanno una personalità, non fanno nulla per nasconderla, la ostentano anche da ferme, quella hanno e sei tu che devi adattarti, anzi, sei tu che devi scoprirla giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro.
Con qualche logica sosta dal meccanico, ma anche quelle accelerano l’intesa e rafforzano la relazione.
Le auto di allora sono la proiezione fatta oggetto di chi le ha progettate e costruite: tangibili (e distintivi) erano l’approccio, la mentalità, l’idea stessa di automobile, che si portavano inevitabilmente dietro anche i limiti e e le lacune che ogni concetto fisiologicamente possiede.
Lo stesso atto d’acquisto andava ricondotto nelle tappe fondamentali di una vita: perché si sceglieva (e sposava) una filosofia prima di un auto, con pregi e difetti annessi – ed i secondi si digerivano volentieri perché facevano parte del pacchetto.
Avevano cose da raccontare al pilota e spesso lo stupivano; lo facevano allora, continuano a farlo oggi.
Quelle attuali – infarcite di Personal Computer peggio che ad un Festival del Nerd – raccontano anche di più visto che si sono messe a parlare, ma è un copione scontato, scritto su misura per il pubblico, dove il “di più” è tutta roba superflua.

Nell’era dell’hi tech – in un ipotetico bilancio sugli oggetti di una vita – l’auto verrà ricordata alla stregua degli smartphone posseduti.
Mentre fino a qualche annetto fa l’automobile meritava uno spazio nell’album di famiglia, perché era una della famiglia
Anche quelle moderne riescono ad essere desiderabili, ma sono anche distaccate e fredde, noiosette, algide, perfettine, e le belle di oggi (perché ce ne sono) sfioriranno in fretta e non saranno mai imperiture come le antenate, perché ricordano gli elettrodomestici, che si fanno voler bene per la loro funzionalità ma se qualcuno ci trova qualcosa di emozionante è perché si è bevuto un flacone di brillantante.
Vanno decisamente forte, ma non sai se per merito tuo, loro o del programmatore delle centraline.
Per provare sensazioni simili a quelle regalate dalle progenitrici occorre moltiplicare i cavalli per 3,14 periodico.
Ed un cuore pulsante (pardon, pompante) non si trova nemmeno sfogliando la chilometrica lista degli optional, lunga più o meno come una bolletta del gas col conguaglio.
Le autovetture odierne ricalcano il loro tempo e sono come cittadini ultra-globalizzati: non posseggono una propria identità.
Sono state private dell’impronta del progettista, perché il progettista è un robot e un’impronta mica ce l’ha.
Al pari delle nuove generazioni hanno come paradigma l’elettronica, che mentre la elogi per la sua indubbia utilità ti ha già portato in un mondo virtuale e parallelo, ma che di vivo non ha niente.
Le auto sanguigne esistono ancora, ma hanno il piccolo difetto di costare almeno come un bilocale in centro.
Tempo fa essere tecnologicamente avanzati era un vanto che accresceva le prestazioni ed il blasone, oggi snatura l’auto ad un surrogato di un videogioco, perché si attinge a piene mani da tecnologie estranee al mondo dell’auto.
Estranee per chi concepisce l’automobile in maniera passionale, per chi dalla meccanica ricerca piacere, per chi ama la durezza dei comandi e si esalta alla vista di un contagiri che sfiora la zona rossa, che freme per uno scoppio in rilascio o per una doppietta riuscita a regola d’arte, che passerebbe ore ad ammirare un vano motore e l’andamento della fiancata.
Gente così, sicuramente un po’ malata, ma di una malattia sana.
L’abisso fra un supercar ed una vettura generalista dei nostri giorni – oltre alla linea e alle prestazioni – è rappresentato da quell’autentico incantesimo che è la costruzione artigianale, che nelle auto storiche invece si respira su tutte, indistintamente, anche in quelle di fascia economica, con quelle piccole imperfezioni che sanno di umano e che hanno lo stesso valore dei colpi di genio di cui sono piene.
Nell’amare le auto ultra-maggiorenni c’è più passione che moda, e la nostalgia non supera la naturale attrazione per la storia per la storia motoristica: sono allo stesso tempo mezzo e fine.
Il successo dei ramake non sarebbe una fortunatissima operazione di marketing se non poggiasse su qualcosa di incancellabile e se non potesse attingere da modelli oltremodo iconici e va nella direzione di scavare nel passato per offrire, pur rivisitato, qualcosa che ora non si può partorire.
E forse certifica una certa saturazione di nuove idee in tema di design, supercar a parte.
Se un tempo le macchine erano l’emblema del consumismo, con le storiche siamo quasi agli antipodi, perché non si deve costruire niente di nuovo, non si incentiva l’usa e getta ma il possesso (al massimo la vendita) e si esalta la storia fregandosene dell’innovazione.
Se è vero che nel Mondo moderno le passioni devono lasciare il posto agli affari o al massimo sopravvivere in funzione di essi, sarà bene scrivere un promemoria agli adepti de “Il mercato ha sempre ragione” (una setta pericolosa come tutte le sette e con l’aggravante di essere molto numerosa) ricordando loro che le auto storiche creano un fiorente indotto fra meccanici, carrozzieri, commercianti, tappezzieri e artigiani di sorta, organizzatori di eventi, riviste e pagine web specializzate.
Sarebbe il caso di sostenerle, non di affossarle isolandole ad inutile ed inquinante ferraglia.
È una materia che fa andare dietro la lavagna anche diverse Case automobilistiche, nelle cui file siedono troppi ingegneri gestionali e pochi appassionati di auto, incapaci di comprendere che non stiamo più parlando di mezzi a motore ma di un patrimonio storico e artistico da preservare.

Nelle motociclette la faccenda è un po’ differente: hanno retto bene l’attacco di modernite sopportando con disinvoltura il carico di tecnologia che in svariati casi le ha migliorate ed impreziosite (così l’autore di questo articolo non rischia l’infamate accusa di luddismo, uno dei reati più esecrabili dell’era multimediale).
La moto in due aspetti ricorda il libro: entrambi richiedono un impegno attivo e nel bene o nel male qualcosa ti lasciano dentro (la moto anche fuori, dipende se e come cadi).
La moto non è per chi cerca un comodo e pratico mezzo di trasporto, per quelli c’è lo scooter.
La moto è un generatore di emozioni autorizzata a dispensare sogni e va trattata come tale.
Senza scomodare l’Olimpo delle due ruote ci sono mezzi che possono ancora conturbare il proprietario e farlo giustamente rendere protagonista -il che vale i soldini spesi.
Anche al giorno d’oggi si possono vivere delle belle sensazioni, sentirsi pilota e non passeggero.
Ma la voglia di classiche, di scrambler, di café racer, di maschie 2 tempi e di ignoranti 125 stradali – anche tra chi non è ancora entrato negli anta– certifica la ricerca di qualcosa che forse si sta dissolvendo e che c’è voglia di disintossicarsi e distinguersi.
Una due ruote di qualche annetto fa è come un uomo che non si depila, che non si fa le sopracciglia e che non segue la moda del momento, così questi incantevoli ferri polarizzano l’attenzione di chi cerca qualcosa di essenziale, talora semplice, un po’ rude, anche grezzo, ma sempre carismatico.
Meno perfezione, più carattere.

Che siano a due o a quattro ruote, le classiche rispolverano ricordi dimenticati, fanno rivivere vecchie emozioni e provare sensazioni di epoche mai vissute.
Ti permettono di spaziare nel tempo, di ovviare alla carta d’identità, di abbracciare uno stile, un periodo, una corrente.
Di completare un percorso culturale.
Di lasciarti andare.
Una classica è il sogno di un bambino che si avvera, in età adulta.
È cercare in un oggetto la parte più romantica, l’aneddoto, la storia, l’adrenalina.
Certo, sono diventate ottime forme di investimento, ma la molla che fa scattare l’acquisto non dev’essere la rivalutazione (che fa comunque comodo, anche per darsi qualche giustificazione), ma il gusto di possederle, ammirarle, guidarle o anche solo fantasticare su di esse.
E pure la fase della ricerca e della trattativa fa parte del piacere.
Sono qualcosa che si avvicina a quella macchina del tempo da sempre agognata dall’uomo.
Se avete anche voi questa passione o se ne siete incuriositi, non abbiate paura, non è un sintomo d’invecchiamento.
Ma di vitalità.
E ricordatevi, non c’è nulla di increscioso nel volerla di almeno venticinque anni.

La speranza fa(ceva) Novanta

17 Apr

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza, della lotta, dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche truci e rabbiosi dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto.
Troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: Milano da bere, yuppies e paninari, da noi.
Edonismo sfegatato, dappertutto.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero e in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un po’ oppio per il popolo e un po’ canto della sirena: l’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del neo-liberismo a discapito del sociale nacque allora.
Gli Ottanta sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di aver azzeccato la definizione ti accorgi di esserti scordato qualcosa.
Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla libertà il mondo è stato liberamente obbligato a lasciare il comando ai sedicenti esportatori di democrazia col vizietto della guerra e di altre carinerie.
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il sistema per distrarre disse “Divertitevi ed esagerate pure”, coi Novanta volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo il medesimo filone.
Forse era un modo per superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse era solo una sua emanazione edulcorata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare covato dentro pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Esplose perché gli effetti e le reali intenzioni di quelle politiche iniziarono a venire a galla ,anche se in maniera confusa e a volte approssimativa: ad ogni modo si percepiva che trent’anni di conquiste sociali rischiavano di finire in nebbia.
Le persone cominciarono ad intuire di essere in un tritacarne che raramente si inceppa, così, con sofferto disincanto, per qualche istante albergò l’idea che bisognasse tornare indietro anziché andare avanti a testa bassa come si era fatto fino ad allora, perché quando si cammina a testa bassa qualcosa ci si dimentica, e il più delle volte è la dignità delle persone.
Ma dopo poco il pensiero svanì, con buona pace della dignità delle persone.
Proteste autentiche, risposte pronto uso di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei Settanta durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e reprimere il pensiero dissidente, più durava il caos più il piano funzionava.
Nei Novanta la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Pur intensa, la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa e convinta.
Ci si svegliò dalla sbornia del decennio precedente senza capire la vera causa del mal di testa, si pensava che la nausea derivasse dalla mancanza di legalità e giustizia – ed in parte era vero, visto che ce n’era senz’altro bisogno – ma i mali che iniziavano a devastarci si chiamavano capitalismo globalizzato e neo- liberismo, solo che faceva più comodo ricondurre tutto alla corruzione (che esisteva, eccome) e a protestare solo contro quella.
Lontana era la diagnosi, figuriamoci la terapia, protestammo, forse poco, probabilmente male, per assurdo rafforzammo chi avremmo dovuto demolire.
Abbiamo contestato col fumo negli occhi, arruolati in cause esse stesse abbindolate, divisi in categorie che avevano la stessa paternità.
Siamo stati virilmente anti, anti- questo, anti-quello, ma contro personaggi da operetta e peccato che la controparte fosse più o meno la stessa cosa, solo con una livrea differente, più o meno presentabile.
E poi non basta essere contro qualcosa o qualcuno per diventare alleati e perseguire lo stesso scopo, specie se il tuo presunto alleato è un bastardo.
In troppi si fidarono del cosmopolitismo (e ci si affidarono) e delle frontiere aperte – meri cavalli di Troia – e si fecero convincere dalla gabbia europeista, dalle prigione dei liberi mercati e delle privatizzazioni, insomma, da quella masnada di balle che fanno capo alle famose riforme che da quegli anni iniziarono ad incombere ed aleggiare.
Chi aveva invece intuito e vaticinato i pericoli di questa svolta erano i movimenti No global (quelli autentici, quelli nati col popolo di Seattle, non le tristi versioni sbiadite ed opportuniste) ma furono prima dipinti come violenti e facinorosi, trattati poi come vandali o teppisti e infine bollati come nemici della modernità, del benessere e della democrazia – l’epiteto nemico della democrazia in genere funziona sempre, un po’ come gli infiltrati nei cortei.
In troppi non capirono il loro messaggio, anche quelli considerati antagonisti di professione, che si smarrirono in battaglie facili, teleguidate, sterili o utili a chi avrebbe dovuto essere l’obiettivo della contestazione.
In quel decennio il potere finge di cambiare scegliendo la faccia più pulita e la casacca giusta perché si potrà permettere quello che vuole senza sforzi.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco e la gente è divisa in blocchi e fazioni che sono l’una il rovescio della medaglia dell’altro.
E così il capitalismo evoluto è libero di squarciare il culo a piacimento ed ha pure il tempo di prendere per bene la mira.
Il potere è (quasi) sempre stato avanti ai fenomeni storici ed ha intercettato e veicolato le proteste, ma è nei Novanta che per sgattaiolare e mantenere lo status quo, sceglie, quasi ufficialmente, la maschera adatta ad ogni occasione, anche quella del nemico.
In politica lo chiamano trasformismo, nella vita di tutti i giorni paraculismo.
Del potere, prima, abbiamo visto soprattutto la potenza, nei Novanta, e dai Novanta, anche il camaleontismo.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove al bisogno di prosperità, serenità ed autonomia ha fatto seguito l’insediamento dell’Euro e delle sue regole opprimenti.
Dove la celeberrima libertà occidentale si è ridotta a cercare dei dittatori in giro per il Mondo senza accorgersi dei propri.
Dove ai protocolli sul clima si è affiancato un aumento sfrenato della produzione e dei consumi di merce per lo più inutile.
Dove il bisogno di scoprire oltre confine ha fatto diventare tutti apolidi.
Dove mani che si stringono blaterando di pace sono le stesse che hanno ordinano genocidi, massacri e invasioni.
Nei Novanta una iniziale ventata ha portato un polline che profumava di rivalsa e rinascita, illusione spazzata via dal tifone che farà respirare solo l’alienazione e la subalternità al profitto e alla sua macchina organizzativa.
Le ideologie che dapprima avevano unito e diviso sono state sostituite da slogan studiati a tavolino e da valori scialbi e liquidi, tanto da creare negli sfruttati i classici schiavi che invocano frusta e catene.
E’ dalla metà del nostro decennio che è andata in onda la seconda e decisiva fase del nuovo metodo di potere: cinismo, fanatico globalismo, spersonalizzazione, sradicamento, disprezzo nei confronti del sociale e del pubblico, alienazione al business, abiura delle origini.
Ci hanno finanziarizzato il pensiero, economicizzato l’anima e burocratizzato i gesti e le azioni.
La competitività è diventata un comandamento, peccato che solo testualmente faccia rima con dignità.
Dignità, ancora lei.

Ogni epoca si riflette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa), l’ultimo decennio del Novecento si era svegliato con l’ambizione dichiarata di tornare alla semplicità, alla purezza, ad un fiero minimalismo (ricercato o grezzo), di evitare inutili orpelli in nome della spontaneità, agli eccessi si preferiva la profondità, che fossero suoni, testi, trame, arrangiamenti, sceneggiature o regie.
Con le dovute eccezioni.
L’Idea che le ricette artistiche precedenti fossero da soppiantare invece era in comune coi decenni più attempati, come il vizio di gettare via l’acqua sporca ed anche il bambino.
Passato il tempo dello sballo e della provocazione tout court , icone del decennio cotonato, il talento si affidava alla rabbia, all’insofferenza, alla riflessione – presenti invero anche negli Ottanta, ma con meno sistematicità.
Il colpo di spugna inferto alla smaccata ridondanza degli Ottanta sapeva di manifesto per un nuovo corso, culturale e di costume.
E’ di questo intricato decennio l’ultimo genere musicale realmente nuovo, il grunge, nato letteralmente sottotraccia, figlio delle protesta e dell’insoddisfazione, cresciuto nel bisogno di urlare il male interiore per salvarsi la vita e di dare una rumorosa svolta a quella società, ritrovatosi famoso come i generi commerciali che disprezzava da piccolo.
Ha mandato in soffitta artisti e generi, di altri è stato (e continua ad essere) una musa ispiratrice, anche per degli autentici insospettabili.
Si pensava che l’asprezza del grunge come una carta vetrata potesse togliere il marcio che affiorava per far riemergere la linfa fresca.
Si pensava.
Impetuoso, travolgente, influente, effimero, autolesionista, la colonna sonora dei Novanta non può che essere lui, il grunge.
(Una vocina mi suggerisce che la storia non va divisa col righello, né catalogata in ferrei periodi di comodo per chi scrive, come se una qualsiasi epoca iniziasse o finisse esattamente in quel determinato anno, attribuire la paternità di un evento non è mai facile, anche le più iconiche ricorrenze sono tali perché tempo prima – magari un tempo di altra epoca – si sono create le condizioni affinché quell’evento si materializzasse.
Mi dice ancora la vocina, per corroborare ed esemplificare la sua tesi, che il grunge è sì esploso nei Novanta, ma di fatto è nato qualche anno prima.
Bisogna sempre ascoltarle le vocine)
Quindi, la qualità c’era, ma anche qui il decennio non smentì la propria ambivalenza perché nel bilancio finale non mancheranno parecchie voci di assoluta mediocrità o di inutile ridondanza.
E nei Novanta capitava anche che le favole si dissolvessero, magari sul più bello, e anche gli eroi cadessero, magari definitivamente, e nella rapidità della capitolazione, e nel lasso di tempo fra il successo e la sconfitta c’è tutta l’essenza di quei dieci anni.
I Novanta sono Ayrton Senna che si schianta ad Imola per un cedimento al piantone dello sterzo.
Sono Freddy Mercury che muore di AIDS.
Sono l’Italia che getta via due Mondiali ai rigori (forse tre).
Sono Marco Van Basten che gioca la sua ultima partita a 28 anni per i guai alla caviglia.
Sono Kurt Cobain che a 27 si suicida.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo), nei media iniziò una fase di morbosità che con la scusa dell’audience, o delle copie vendute, traslocò anche nella vita di tutti i giorni e a forza di evoluzioni tecnologiche non separerà più il pubblico dal privato, la condivisione dalla riservatezza, l’ego dalla vergogna.
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni e camicie tre taglie più larghi del dovuto (grazie grunge!), dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva altro che una fervida fantasia.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Unica condizione richiesta: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Ad ogni prodotto multimediale che veniva lanciato sul mercato le strade, le piazze ed i bar si svuotavano un po’ di più.
Oggi non c’è tanta gente in giro fuori, nei primi Novanta ce n’era decisamente di più, anche di martedì.
I Novanta hanno accolto l’ultima generazione di ragazzi analogici, quelli che le emozioni preferivano prima viverle piuttosto che immortalarle in una foto, quelli che i ricordi non li hanno salvati in una chiavetta USB ma se li portano dentro tutti perché autentici, avevano una sorpresa nel sapere chi ci sarebbe stato e chi no nel ritrovo, lo squillo del telefono (di casa) poteva far battere il cuore, sono stati gli ultimi a spedire una cartolina, a scrivere una lettera, e a sperare di riceverle (e a godere nel riceverle), creavano le loro compilation su musicassetta con degli strani rumori fra un pezzo e l’altro, per se stessi e per gli amici, e per quelle che speravano divenissero più di amiche, gli album musicali erano prima agognati, poi frustati, ma sempre custoditi con cura, le loro compagnie erano numerose, più delle chat di oggi, con la differenza che allora l’obiettivo era il contatto, oggi il contatto è solo una funzione della rubrica del telefono.
Siamo stati fortunati, noi, ad essere quei ragazzi.
Da allora abbiamo avuto sempre più opportunità, più occasioni, più possibilità, più tutto, ma per star bene dobbiamo filtrarle, rigettarle, selezionarle.
La qualità della vita ci è migliorata solo se siamo noi a gestirla, fattispecie non sempre così scontata.
E così semplice.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione , il traghettamento verso gli inutili Duemila.
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi, complessati da quel conflitto interiore mai sopito fra svoltare ad U e imboccare una faticosa salita o proseguire in una discesa, ma col burrone, alla fine la mancata decisione pesa più di quella presa.
Un desiderio di cambiamento tramutato mestamente in ratifica della restaurazione, anni iniziati da incendiari e finiti col Tamagotchi.
Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.

Quella volta che…

28 Mar

Dopo la tua morte per cercare di raccogliere i miei pezzi sfracellati e sparpagliati in terra, provare a dargli un verso e darlo quindi anche a me, sì insomma, per cercare di salvarmi un pò, in aggiunta ad auto-terapie e soluzioni sane che si alternavano ad altre decisamente alcoliche, mi venne l’idea di scrivere una serie di ricordi, degli aneddoti sui tanti momenti vissuti insieme.
Ce n’erano proprio tanti che mi rimpallavano in testa ed ognuno era una fiammata che subito mi aumentava lo strazio, perché mi ribadiva quello che avevo perso, ma mi accorgevo di averne fortemente bisogno, perché era il modo di renderli eterni.
Presi un quadernone, uno dei tanti avanzi della scuola che giravano ancora per casa (e che per fortuna girano ancora): era verde chiaro, l’avevo scelto a caso, forse a righe c’era solo quello, ma è sintomatico che il colore fosse quello della speranza che si contrapponeva al nero del mio umore.
Il nero è un colore di merda.
Sempre.
Scrissi il titolo, Quella volta che…, in corsivo, ovviamente con una biro blu – quando scrivo senza fretta ho anche una bella calligrafia – ed iniziai a vergare una serie di episodi (ilari, profondi, totali) anche e soprattutto per paura di scordarmeli, in quei momenti allo sconforto si aggiungono pure dei potenziali sensi di colpa.
Scorrevano, gli aneddoti e la biro, fluidi, naturali, alcuni recenti, altri di parecchi calzoni indietro, l’ordine era scandito da cosa tiravo fuori, o forse da cosa suggerivi tu.
Ad ogni riga mi rallegravo: per averli vissuti, quei momenti, e per averti conosciuto.
Scrivevo e rileggevo, era bello rileggerli, che cazzo dico, era tutto rileggerli, specie quando il numero iniziava ad essere corposo.
Quel quaderno non so che fine abbia fatto, non è incuranza, forse ho meno bisogno di lui e alla fine quei ricordi non sono svaniti.
Adesso potrei rimettermi a cercarlo.

In quei momenti ci si fanno tante domande, sul credere, soprattutto sul non credere, e si tirano tante bestemmie.
Io credo alle persone ed al legame eterno che può scaturire.
E so che ci rivedremo, alla faccia del mio (pur spirituale) ateismo.
Tu andavi oltre, insieme andavamo oltre, il nostro legame andava oltre, Diocristo, 21 anni sono troppo pochi per morire e troppo pochi anche per perdere un amico.
E a noi era successo anche tre anni prima.
Tutte le volte che sentivo quelle cazzate sugli angeli chiamati da lassù e sui migliori che se ne vanno, al dolore si aggiungeva un’ulteriore incazzatura.
Certo che sei speciale – mi piace parlare di te al presente – ma proprio perché sei una persona speciale è qui il tuo posto, è qui che uno come te dovrebbe stare.
Porca troia se mi manchi, mi mancherai per sempre, ma io sento fissa la tua presenza, come quando in macchina ci voltavamo simultaneamente e ci guardavamo in faccia – sono andato avanti un tot a girarmi di scatto sicuro di trovarti lì.
Lì non ci sei più stato, ma io so che ci sei lo stesso, così a tutte Quelle volte che… si sono aggiunte altre Quelle volte che…

E’ stata pesa scrivere queste parole, ma te lo dovevo.
E lo dovevo anche a me.

Ottanta all’ora

10 Feb

Se gli anni Settanta, in Italia, sono ufficialmente iniziati con Piazza Fontana (la mamma di tutte le stragi, 12/12/1969), gli Ottanta vedono la luce il 02/08/1980 nella stazione di Bologna.
Dopo un decennio di esasperazioni la parola fine viene apposta con la stessa vigliacca modalità di come erano iniziati gli Anni di Piombo, ma diametralmente opposte saranno strategie e finalità.
Meccanismi disumani e perversi che una coscienza non può che ripugnare e disprezzare.
Il decennio vedrà poi i titoli di coda, in mondovisione ed a reti unificate, con la caduta del Muro e la rivolta di Piazza Tienanmen per proiettarsi negli illusori, enigmatici e contraddittori Novanta.
L’Italia, all’acme del proprio prestigio, non lo sapeva ancora, ma stava già sprofondando: vittima designata del nuovo scacchiere internazionale, svenduta da servilismo, insipienza, pressapochismo, tornaconto personale e dal quel male atavico identificabile come l’opposto dell’amor di patria.
Cause esogene ed endogene ed il delitto fu servito quando ancora la banda suonava.
Gli Ottanta hanno quasi quarant’anni ma non li dimostrano, fedeli alla propria effige di eterni e scanzonati teenager.

Giudicare un periodo senza farsi condizionare dai ricordi (specie se giovanili) è dura.
Sono stati anni istrionici, divertenti, esagerati, erano costruiti per quello, il risultato del più bieco utilitarismo: tutto va ben (Madama la Marchesa) purché dia piacere.
A pensare e a riflettere avremmo fatto in tempo domani.
Un proposito che stiamo ancora rimandando.
Non che la sostanza mancasse, semplicemente le veniva preferita la forma, il più possibile vistosa (e pacchiana) anche a discapito dell’eleganza, stupire era una missione, il piacere doveva essere inversamente proporzionale alla profondità, il divertimento sedare coscienze e spirito critico, pure la ribellione era ricondotta nella sfera più edonista, pareva che il limite non avesse fine e l’unica regola da seguire diligentemente fosse l’eccesso.
Ci si prendeva poco sul serio, anche le ultime puntate della Guerra Fredda avevano perso credibilità.
Prevedibili come la trama di Rocky 4.
In Italia erano gli anni della Milano da bere.
Abbiamo bevuto.
Anche troppo.
Fuori dai confini si respirava la stessa aria perché chi aveva commissionato gli Anni Ottanta pretendeva massificazione e leggerezza e spingeva le persone a cotonarsi non solo i capelli ma anche il cervello sottostante.
Dieci anni intensi, sempre di corsa – sono volati via in un istante – non c’era tempo né voglia di fermarsi e nella frenesia alcune cose riescono meglio, altre peggio.
Questa atmosfera elettrica sprigionava una sensazione che tutto potesse essere aumentato, incrementato, superato, anche questa era speranza – o una sua astuta sublimazione – infatti sembrava che i poli fossero solo quelli positivi.
E’ stato un decennio dove la secolarizzazione, la libertà di espressione, di costume e l’esaltazione dell’ego hanno impazzato; agognate per non so quanto, si sono materializzate una in fila all’altra.
Tutto bene quindi, anzi benissimo.
Beh, quasi, visto che ci siamo emancipati più come consumatori ed esibizionisti che come uomini liberi, alla fine quell’individualismo sfrenato che ne è scaturito non ha arricchito il singolo ma in compenso ha impoverito tutta la collettività.
Collettività: un termine talmente dimenticato in quei patinati dieci anni che ha rischiato di atrofizzarsi.
Quel decennio è stato pajettes e luci stroboscopiche ficcati negli occhi, per permettere al manovratore di portare avanti la nuova fase del capitalismo incentrata nel rendere superati ed obsoleti equilibri e conquiste pagati a caro prezzo (ovviamente dai poveracci).

Nella storia certi eventi sono casuali, tanti altri no, il Muro di Berlino poteva cadere solo negli Ottanta, ma qualcuno, allora, trafelato dai peana sulla libertà e dal giubilo per la vittoria della democrazia, non capì che assieme ai quei cupi e grigi calcinacci si sgretolò anche un argine al liberismo – certo, un argine cupo, un argine che opprimeva e faceva paura, siccome però la dicotomia sui buoni e cattivi aveva già attecchito ben prima degli Ottanta e non mollerà certo la presa dopo, individuato il cattivo (l’Urss e la sua galassia), per esclusione, chi lo combatteva era considerato il buono, che così buono non era (e non è) e poteva permettersi tutte le nefandezze che voleva.
Ai tempi – in uno Sliding doors ante litteram – le persone giocavano ad immaginare come sarebbe stata la loro vita oltre quel Muro, ad est come ad ovest, sfogliando immaginazione, speranza, supponenza, dubbio.
Il Muro sapeva anche unire.
A noi andò decisamente meglio a nascere e a vivere da questa parte, ma tanti diritti conquistati li dobbiamo all’esistenza di quello che era dipinto come il terrore puro, mentre alle popolazioni oltre cortina andò davvero peggio quando assaggiarono gli effetti del libero mercato post caduta.
Spruzzare concetti filosofici in un articolo sugli Anni Ottanta è come parlare di uncinetto in una fonderia, ma per disquisire sul Muro senza l’ortodossia delle opposte tifoserie dobbiamo affidarci alla teoria dei pesi e dei contrappesi: al Mondo faceva bene che qualcuno provasse ad opporsi agli sceriffi a stelle e strisce, faceva bene non per ciò che era e rappresentava, ma per quello che controbilanciava.
Se guardiamo alla storia il socialismo è stato il solo a tenere a cuccia il liberismo che dalla caduta del Muro ha invece proliferato – che poi l’Urss non fosse l’applicazione del socialismo è un concetto per quelli che amano approfondire.
Come l’Occidente forse non è la patria della libertà, visto che anche in quegli anni che precedettero il 1989 in nome dell’anti-comunismo vennero appoggiati, o addirittura creati, sistemi anche più dittatoriali di quello sovietico.
La caduta del Muro è stata emotivamente coinvolgente per vicende personali che non potevano non commuovere, l’istinto ci spingeva a solidarizzare e a reputarla una conquista, per certi versi lo è stata, ma politicamente fu una tragedia.
Ai servizi televisivi in salsa strappalacrime sulle crudeltà del Muro dovrebbero far seguire quelli sugli effetti, altrettanto catastrofici, creati in giro per il Mondo dal capitalismo d’assalto globalizzato, che dal quel 1989 non ha avuto più rivali.
Iniziarono a ripeterlo con le prime dirette che assieme al Muro era caduto anche l’ultimo regime autoritario del Novecento e la litania non si è ancora spenta – la classica mezza verità o mezza bugia – peccato che questi prezzolati storiografi a senso unico non ci abbiano mai spiegato perché senza più nemici della democrazia il Mondo a trazione amerikana sia sempre peggiorato avviluppandosi fra guerre ed isterismo.

L’Oscar per il miglior attore protagonista andrà al duo Reagan-Tatcher,
le scorie della loro interpretazione ci contamineranno ancora a lungo: sono riusciti a demonizzare tutto ciò che è pubblico associandovi ogni infamia, hanno fatto biasimare, contestare e lasciar cadere i concetti di solidarietà e Stato sociale da chi ne avrebbe bisogno (ovvero la gente comune) e a far loro rincorrere chimere che li stanno sbranando.
La Regina del decennio invece è stata lei, la Televisione, in una nuova livrea un pò imputtanita ma ancora incisiva; il suo predominio assoluto in tema di persuasione verrà presto ridimensionato da tecnologie allora agli albori.
Sempre a quel periodo si deve lo sdoganamento del tamarrismo e dell’ostentazione: considerati comportamenti deplorevoli solo qualche sera prima, sono mutati in vanto e oggi ulteriormente rinfocillati fino a divenire parte integrante per il successo.
Sotto il vestito niente, o comunque poco.
Associare la parola musica agli Anni Ottanta significa entrare in un’aporia.
Gli Ottanta musicali sono stati idolatrati, demoliti e riabilitati.
Ancora oggi c’è chi li adora e chi li brucerebbe.
Il punto è capire di cosa parliamo, perché ci furono cose straordinarie (più o meno sottotraccia) e un bel pò di merda (sempre in bella mostra).
Ma non più di oggi, anzi.
In qualsiasi epoca la ricerca della novità stilistica si basa sulla rottura degli archetipi in vigore.
Neanche il tempo riesce ad essere un imparziale giudice sul risultato ottenuto, per fortuna anche lui cambia idea, prende dei dritti, torna sui suoi passi, sentenzia e poi rivaluta.
Nonostante il decennio sia stato una generosa fucina di generi, artisti e pezzi a dir poco geniali, nell’immaginario popolare il paradigma erano (e sono) le mitragliate di sintetizzatori e quei ritornelli orecchiabili ancor prima di averli ascoltati, tanto che diversi musicisti, anche quelli dotati, anziché tentare il qualcosa in più si accontentavano di seguire quell’onda lunga, evidentemente più ap-pagante.
Comunque se qualcuno vuole ascoltare della gran musica gli Ottanta sapranno essere generosi.
In quel decennio poi c’è stata la summa dello sport: Calcio, Formula Uno, Tennis, Rally, Basket, Motomondiale.
Si sono dati appuntamento una pletora di talenti per epici duelli ancora incontaminati (o comunque poco) da esigenze televisive, ridondanza di schemi, atletismo esasperato, tirate di culo degli sponsor e controlli elettronici.
E nelle domeniche italiane si aggiungeva 90° Minuto con le sue pause chilometriche, i suoi ritmi blandi ma a loro modo serrati, i suoi inviati elegantemente caricaturali, i suoi riti prevedibilissimi ma attesi ogni settimana con ansia.
Oggi lo sport è più professionale, più vincente, ma ha forse perso quella poesia che lo rendeva assieme nobile e popolare.

Opporsi agli Ottanta, avendoli vissuti in prima persona, era quasi impossibile.
Nel decennio le voci fuori dal coro c’erano ma venivano fagocitate dalla stessa architettura fino a renderle smaccatamente anacronistiche, oltremodo decontestualizzate esattamente come chi le proferiva.
Durante una chiassosa festa quante voci non si sentono…
Gli Anni Ottanta vivevano di pubblicità, erano essi stessi pubblicità e, seppur monopolisti, vendendo il loro prodotto all’inizio non hanno fatto pagare niente perché erano un accecante diversivo per spingere le persone verso la mentalità neo-liberista, salvo farle poi sentire in colpa con l’accusa di aver vissuto sopra le proprie possibilità, evidente scusa per andare avanti con la macelleria sociale e col taglio dei diritti nei decenni successivi – ovvero la conclusione del piano.
Infatti gratis non c’è nulla, il redde rationem è un tipo dalla buona memoria che si segna tutto, specie quando è il padrone di casa che ha deciso di scombussolare la morfologia sociale scaturita del trentennio post guerra.
Ti facevano credere che il protagonista fossi proprio tu, confessandoti solo dopo che invece eri solo la vittima.
Anzi, manco cagandoti di striscio, visto che l’indifferenza è cresciuta di pari passo con la convinzione che l’individuo potesse fare a meno della comunità.
La libertà sa diventare aguzzina quando viene scomodata per secondi fini.
Gli Anni Ottanta sono stati il prototipo della attuale società imperniata sull’apparenza come mantra, competitiva solo se il risultato è il profitto, che corre per autodistruggersi, che abbassa volontariamente la qualità e scarta tutto ciò che possa nutrire una testa pensante, ma ricordarli con un pò d’affetto, quegli anni, o in qualche caso anche rimpiangerli, non è sinonimo di dissonanza cognitiva.
Perché ancora la speranza era palpabile (o era qualcos’altro ma faceva comodo catalogarla così).
Perché il nuovo aveva appena attecchito quindi la semplicità a la voglia di stare insieme venivano ancora a galla.
Perché a desiderare un pò di spensieratezza non si cade nell’ignominia.
Perché c’era sì la consapevolezza che il mondo stesse cambiando, ma come nelle favole c’era l’illusione di poter prendere solo il buono di quel nuovo corso, cristallizzando il resto.
Ah, accidenti anche alle favole, a volte.

Gli Anni Ottanta sarebbero stati l’ideale complemento d’arredo di ogni decennio.
Ne sono invece diventati i muri portanti.

Assenza giustificata

19 Nov

Possono essere diverse le ragioni per cui qualcuno, da mesi, non pubblica un articolo sul proprio blog.
Proprio come sta accadendo a me.
Potrebbe non avere più nulla da dire.
Ma non è il mio caso.
Potrebbe aver perso la voglia di scrivere.
Ma non è il mio caso.
Potrebbe aver esaurito le idee e l’ispirazione.
Ma non è il mio caso.
Il mio caso si chiama libro.
Il mio libro.
Che ha i suoi tempi.
Ci aggiorniamo.

La Pietra filosofale

19 Feb

Quando si è piccoli il Mondo arriva in maniera differente.
Che sia lui a volersi presentare in modo insolito ai nuovi inquilini?
O sono i bambini a munirsi di un filtro diverso per ognuna di quelle scoperte che gli fioccano davanti?
E per un bambino tutto (o quasi) è una scoperta.
Se non ci facciamo inghiottire dal tunnel della razionalità possiamo anche ipotizzare che magari è proprio la percezione adulta ad essere artefatta o limitata, e solo da bimbi se ne può assaporare l’essenza autentica.
Un’auto, un bosco, un quartiere, un quadro, una cantina, possono assumere, nelle giovani ed indefesse menti, dimensioni gigantesche, sedimentandosi nel pensiero fino a diventare un paradigma e solo parecchi anni (ed esperienze) dopo ci si ravvede, senza comunque riuscire a togliere quell’alone di stupore per quanto sia durata la congettura.
Quando si è alti così non solo le dimensioni si divertono a mutare, anche la percezione è deformata e come una secchiata di vernice gettata su una tela può prendere qualsiasi direzione, muta perciò il senso stesso di ciò che si osserva, o che si immagina – una distinzione, quest’ultima, che un bambino seppellirebbe fra un’alzata di spalle ed una sardonica risata.
La logica direbbe che tutto questo accade per un naturale rapporto dimensionale, il buonsenso invece per autodifesa.
Ma la logica ed il buonsenso non sempre spiegano tutto.
Perché in quella fiaba continua che è l’essere bambini la fantasia è in perenne flagranza di reato e pur avendo commesso il fatto è sempre scagionata godendo di una meritata e perenne immunità.
I bambini scorgono animali dalla materia, stanano mostri che non esistono (ma siete poi così sicuri che non esistano?), patiscono luoghi severi, percepiscono timide situazioni, scorgono ombre minacciose, costruiscono da un sassolino, disegnano percorsi profondissimi e forme di Mondi casualmente programmati, intuiscono (anche più frequentemente degli adulti) e leggono le situazioni (anche più lucidamente degli adulti).
Se chiedessimo ad un fanciullo cos’è una figura allegorica il boh sarebbe garantito, ma lui, senza saperlo, ne ha già fatto conoscenza.

Ricordo che a me da bambino inquietava tantissimo una pubblicità (figuriamoci gli horror…), stranamente la mia proverbiale memoria sta facendo scena muta sul prodotto che ci volevano somministrare, ad ogni modo nello spot si vedeva (dall’alto) una città correre ad un ritmo forsennato che finiva per avvilupparsi su se stessa e più che un agglomerato di persone, strade e case assomigliava alla sezione di un circuito elettrico dove l’unica cosa visibile era un fascio di luce.
Tutti i giorni mi ripromettevo di sfidarla, ma in cuor mio speravo che nel blocco-réclame della neonata tv commerciale non apparisse proprio (sotto sotto puntavo ad una vittoria in contumacia), ma lei rispuntava, puntuale e carognosa, al solito orario – evidentemente non mi erano ancora chiare le regole sulle concessioni degli spazi pubblicitari.
Se ci penso oggi mi viene da sorridere, se ci penso una seconda volta continuo a sorridere ma aggiungo che qualcosa di quei mondi è arrivato fino a ad oggi, ed ha tutta l’aria di volerci restare; e credo che valga per ognuno di noi.
Quel vortice che nella mia testa annullava le persone, assomigliava parecchio al prodromo del folle progresso senza sviluppo e della crescita ipertrofica che guardano al Pil, esaltano la tecnologia e calpestano persone e ambiente.
Il mio timore, seppur ingigantito dai neanche dieci anni, non era poi così infondato ed inglobava il rigetto a quella moritura concezione, che difatti porto dentro saldamente.
Invece, fra i viaggi mentali personalizzati a bordo della trasformazione, una delle mie mete preferite era in una parete.
C’era una specie di incavo orizzontale ben visibile e complici le venature verticali che lo circondavano, io ci vedevo una faccia con un naso dantesco e una grande bocca, grande e particolare, e mica finiva lì perché, questo incavo aveva una bella fessura che era poi il posto dove infilare la mano per ottenere chissà quali risposte, per farsi predire un anticipo del futuro o solo per inventarsi un gioco da alternare alle macchinine e al pallone.
Questa bocca – perché poi alla fine il fulcro di tutto era nella bocca – indossava un’ aria fiera, austera, incuriosiva con circospezione ma non mi avrebbe mai fatto del male, non sapevo bene il motivo ma ne ero certo.
Le famose certezze dei bambini.
Visto che queste storie erano come i Lego – potevi aggiungere e togliere quello che ti pareva e loro rimanevano sempre in piedi ed avevano comunque un perché – durante una vacanze di Natale guardando il trailer de La storia infinita mi fissai in testa l’idea che il muso del cavallo fosse la bocca della parete.
O che il muso del cavallo fosse nella parete.
Interscambiabili appunto, come i Lego, con l’aggiunta di un Neverending story che partiva in automatico.
La parete di cui sto parlando non era quella di casa mia, neanche quella del mio vicino e nemmeno di qualsiasi altro edificio del Peep o dei dintorni.
Quella era una parete della Pietra di Bismantova.

Sono cresciuto sotto la sua egida, da un angolo dove non sembrava neanche lei e che ti invogliava a cercare quelli più attraenti – la Pietra sovverte le regole sulla geometria perché di angoli da cui poterla ammirare
ne ha infiniti.
Alzavo la testa e la vedevo, lassù, così imponente, dominante, misteriosa ed infinita, sembrava un Dio pagano, sicuramente più desiderabile e raggiungibile di quello che ci propinavano a catechismo.
Ovvio che tutto muti, se nel frattempo è mutata anche la Pietra: il sentiero si è infoltito di vegetazione che ora la ricopre come una saggia barba, le facciate hanno la pelle più screpolata (non parlate di rughe se no s’incazza) e perfino quella bocca ha cambiato espressione col passare del tempo.
Chissà se il suo od il mio.
Vederla quotidianamente non garantisce di sapere tutto di lei, diciamo che la Pietra ricorda quelle persone che conosci da una vita eppure riescono sempre a stimolarti lasciandoti un nuovo stupore ad ogni incontro.
E poi lei non è gelosa dei propri segreti, non ne cela alcuno, premia solo i solerti che sfidano la pigrizia e ricercano un angolo, una visuale, uno sfondo, un anfratto che possa far esclamare “Da qui non l’avevo mai vista!”.
Se hai iniziato a guardarla col morgaglio al naso (è il moccolo) sei stato catturato, così la Pietra è in ognuno di noi, il legame è consustanziale, quando perde qualche pezzo sentiamo staccarci qualcosa pure noi, la sua forza sta qui, non è solo ambiente – e già basterebbe per venerarla due volte al giorno – è qualcosa che si è calato in ciascuno di noi, l’abbiamo respirata, immagazzinata, fantasticata, ce l’abbiamo dentro da prima di nascere ed è per questo richiamo materno, atavico, magmatico, che vogliamo coccolarla e gustarcela da varie angolazioni, lei così diversa nella sua unicità, monolite mutante al variare di un metro, montagna con la somma pianeggiante, roccia coperta di verde, cima che punta allo zenith, sembra opera dell’ala più creativa del Big Bang o della matita particolarmente psichedelica di un fumettista.
La Pietra è una nave per solcare l’Appennino, una vetta per scorgerne altre, un baluardo all’identità, un antidoto allo sradicamento, è l’esplorazione nella staticità.
Sasso, ma anche stella polare grazie alla quale ci orientiamo, se siamo in un posto nuovo una sbirciata per cercarla è automatica, è un punto di partenza che si cerca anche nell’arrivo ed in cui si desidera tornare.
La Preda (in dialetto la chiamiamo così) è icona e allo stesso tempo (una) ragione del legame con l’Appennino, Luca nei viaggi di ritorno da Bologna affermava di sentirsi arrivato a casa quando iniziava a scorgerla – uno dei tanti punti di contatto della nostra fraternità.

Temo che la scena della pubblicità, alla Pietra, si presenti sempre più frequentemente davanti, e purtroppo, non su uno schermo in prima serata, ma dal vivo.
Più quelle città corrono inutilmente veloci e più lei risponde con la silenziosa forza millenaria che ha visto passare nel fiume, uno dopo l’altro, cadaveri, tutti i carnefici delle umane follie.
Nell’era della società iper-connessa ma scollegata dalle persone, quando le certezze vacillano e l’insicurezza le sostituisce, se ti volti spaesato lei, aspra e accogliente, ti sussurra “Stai tranquillo, sei al sicuro…Come non ci credi?Guarda, mi vedi, sono qui!”.
A chi ne ignora l’esistenza, racconti di lei con l’orgoglio di chi parla di una propria creatura, qualcuno inizialmente non comprende questa interazione, ma appena gli sguardi s’incrociano percepisce istantaneamente l’incantesimo, e l’abbozzo di sminuire la magnificazione termina in un rispetto per qualcosa che sconfinando nel sacro, sa di apodittico.
Non sono per niente convinto che alla bellezza ci si assuefaccia e che la sua quotidianità procuri indifferenza, perlomeno credo che non riguardi la sfera della Pietra di Bismantova, dove la voglia ed il bisogno di viverla e stupirsi surclassa l’abitudinarietà.
Ed anche perché l’onda lunga della sua emanazione concupisce come il primo giorno: durante la ricerca di quella che sarebbe poi diventata la nostra casa, un giorno mi uscì uno spontaneo “Io devo vedere la Pietra”, commento puro di uno stato d’animo che traspariva più dipendenza e passione che debolezza, mentre quando è stata l’ora di scegliere l’icona di questo blog – la casa è di tutta la famiglia, il blog è una stanzetta tutta mia – mi è venuto fisiologico come respirare sceglierla in una posa accattivante.
E dopo tanti anni qualcosa dedicato a lei era giunta l’ora di scriverlo.

E’ tardi, ma appena avrò terminato la pubblicazione di questo articolo, uscirò dalla pagina del blog e scriverò Pietra di Bismantova nel motore di ricerca, poi un clic su Immagini.
Per andare a letto sereno.