Qualche riga per un amico

1 Set

Nel Mondo degli appassionati del dialetto montanaro c’è una regola non scritta che però è un assioma: se l’argomento sono dei testi sul dialetto del medio Appennino reggiano, il pensiero volge immediatamente a Savino Rabotti. Una subitanea reazione, istintiva e rapida come sfogliare una pagina di un libro, a certificare il merito che il letterato originario di Castellaro di Vetto ha costruito con abnegazione e spontaneità alla causa. Nato fra le due guerre, epoca in cui perlomeno in montagna il dialetto era LA lingua, Rabotti ha deciso di non separarsi dalle proprie origini e di titillare il nettare vitale delle proprie radici che idrata, nutre e coccola l’anima, scegliendo appunto il dialetto come cifra stilistica e codice etico-morale di uno spontaneo logos sentimentale. Molto più che semplice appassionato, riduttivo definirlo solo esperto in materia, Savino coniuga l’approccio del semiologo, la sensibilità del poeta e l’entusiasmo dell’amatore.

L’aria d’cà raccoglie tutto l’eclettismo del poeta Rabotti – versi che ammiccano ai poemi classici passando all’ironia delle amate satre. Poesie già note (e premiate) ed altre rimaste pudicamente nell’archivio del suo studio. L’occhio del poeta permette di seminare profondità e riflessione anche da situazioni ilari, quotidiane, in apparenza ordinarie, Savino però non si accontenta di vestire questi già ambiziosi panni, diventa financo esploratore linguistico, testimone storico popolare, divulgatore e mette a disposizione degli altri il proprio sapere, un (ri)scoprire i lasciti della Valle del Tassobbio (lui scriverebbe Tassobio) per condividerli. Il Nostro – già autore fra le svariate pubblicazioni de “Vocabolario dei dialetti del Medio Appennino Reggiano” – da sempre si impegna per la valorizzazione del dialetto come patrimonio vivo, condiviso e trasmissibile. Sostiene che non si tratti di una lingua minore,  del passato o di un suo surrogato, ma di una vera e propria lingua madre, radicata nella storia e nel paesaggio, veicolo di identità e riflessione per le nuove generazioni, da lui sempre attenzionate con particolare affetto. Rabotti ci ha insegnato che il dialetto non è una reliquia da custodire in un museo, ma una chiave di vita per interpretare il presente, comprendere il territorio e rinsaldare il legame con le comunità che lo abitano. Il diletto, quindi, non va conservato sottovetro, ma vissuto come una forma espressiva attuale, capace di generare consapevolezza e senso di appartenenza. È un patrimonio da proteggere perché dentro le sue parole vivono le nostre radici – e senza radici non si cresce e non ci si mantiene vivi.

Savino Rabotti, filologo ed ermeneuta di un codice linguistico orale, ha codificato una lingua antica non scritta, inventando delle regole fonetico-grammaticali (quelle che i suoi discepoli chiamano amorevolmente “il metodo Savino”) per semplificare la scrittura e la lettura e per esaltare gli inconfondibili accenti del dialetto di montagna. Proprio la musicalità, ci ha sempre raccontato il poeta della Valle del Tassobbio, è la chiave per comprendere la metrica e la struttura di una lingua che al tempo non vergava alcunché. L’oralità, forma fondante del dialetto è oggi un’esigenza vitale per la comprensione e futura trasmissione e rappresenta il fulcro della dottrina rabottiana (“Chiedete ai vostri nonni di parlarvi in dialetto”  o anche “Provate a pronunciare qualche frase in dialetto”, asserisce Savino ai più giovani). Ecco perché questa raccolta di poesie è stata implementata di un QR Code per poterne ascoltare la lettura di ognuna. La tecnologia in assistenza alla tradizione, un mutuo soccorso fra ere diverse che reciprocamente si sostengono generando il vero progresso senza limitarsi al mero e bieco sviluppo. L’aria d’cà raggiunge il proprio parossismo proprio con l’ascolto dei QR Code, poter assaporare quei suoni e quelle inflessioni rende l’ascolto del dialetto un’esperienza aulica, eterea, totalizzante. Il dialetto, lingua orale, con l’ascolto rivive ed assurge a quintessenza, apogeo, summa. La cadenza del dialetto, caratteristica e caratterizzante, è un esperienza spazio-temporale non quantificabile, il tipico suono chiuso dell’Appennino è un’eredità di chi non doveva sprecare nemmeno un afflato nei faticosi saliscendi della vita, gente in apparenza aspra e ruvida come certe rocce, ma dopo pochi ascolti le persone si rivelano accoglienti ed il paesaggio mostra anche dolci pendii.

La penna di Savino è riuscita a creare un’immanente trascendenza mettendosi a disposizione del dialetto e di tutti i fruitori di quest’opera. Buon ascolto e buona lettura.

Lascia un commento