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Grunk

1 Feb

Gli esperti ci dicono che le mode ciclicamente ritornano – diciamo ogni dieci/quindici anni – e si ripropongono, se non proprio identiche, riprendendone i tratti salienti. Chiamiamola voglia del passato, assenza di creatività o anche ancestrale richiamo stimolato e corroborato dai corsi e ricorsi storici. Una quindicina d’anni scarsi è esattamente il tempo intercorso tra la nascita del punk e quella del grunge, che di modaiolo in realtà avevano ben poco. Perlomeno inizialmente. Pur essendo due fenomeni ben distinti e almeno ufficialmente non collegabili fra loro, i punti di intreccio che vengono a galla sono più numerosi di quelli che una grossolana analisi farebbe affiorare. Inutile tentare di appiccicare delle etichette, o risulterebbero pruriginose come quelle della maglietta, ma volendo sintetizzare ai minimi termini, il punk ed il grunge sono stati prima di tutto due fenomeni sociali e culturali, degli stili di vita che scaraventandosi successivamente nella musica hanno trovato la loro sublime forma di realizzazione artistica.

Il punk è figlio della crisi economica che negli anni Settanta ridusse il Regno Unito in una stanca ed avvizzita (ex) Regina e passa dagli squatter, dall’emergenza alloggi poi divenuta occupazione alloggi, dal disagio di chi si vedeva oscurato il futuro tanto da non crederci più, in quel futuro, di fronte alla prima vera crisi del sistema capitalista dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma più che di crisi, il primo abbozzo del sistema occidentale di mostrarsi come realmente è, visto che di crisi vive. E vegeta. I diritti che in trent’anni erano stati acquisiti dalle masse popolari non andavano più bene al Potere, nella lapide del Welfare State capeggia la scritta “Nato e morto in Inghilterra”. Il punk è un movimento sottotraccia che emerge in tutto il suo sudiciume, è la sporca vita di marciapiede di chi vuole rimanere lercio vantandosi di esserlo, ostentandolo, è stato rabbia e desolazione, reazione e alienazione, protesta e apatia di chi voleva reagire a quel sistema ma che forse già sapeva che sarebbe stato comunque sopraffatto. La versione a stelle e strisce trova una situazione meno specifica rispetto a quella della perfida Albione ma anche in America nei Seventy l’aria era tutt’altro che salubre e nella terra dei sogni realizzabili non mancano mai situazioni di estremizzazione sociale, civile ed economica, allora, oggi e come sempre sarà. Dopo l’ascesa degli USA nel Novecento quale superpotenza mondiale, le prime crepe si vedono e si sentono, il Mondo scopre il vizietto della guerra facile degli eredi dei cow boy, d’altronde ognuno ha le proprie radici e la propria dottrina e loro hanno la guerra. Distanza oceanica, malesseri simili. Quindi, origini anglo-americane, tutte le successive tappe saranno ascrivibili prettamente alla fase musicale, compresa quella berlinese, che del punk è stato un centro nevralgico e che avrà un influsso anche a casa nostra. Il grunge vede la luce alla fine degli anni Ottanta, il decennio di Reagan e della Tatcher, i due sicari ingaggiati dal liberismo che riusciranno a creare i presupposti per l’esasperazione sociale. La patria è Seattle, città che vedrà successivamente nascere un altro movimento, quello dei NO Global, di cui il grunge può essere considerato una sorta di precursore. Più che musa ispiratrice, la città che ha dato i Natali a Jimi Hendrix era semplicemente un’inondazione di degrado ed eroina ed il grunge è stato un urlo di rabbia verso l’infinito, era la voglia di strappare e demolire i lustrini e le paillettes dei luccicanti Ottanta, di grattarli via con la trasandatezza di quei quattro stracci indossati su, con l’asprezza di chitarra-basso-batteria e di spararli via il più lontano possibile. Il grunge era una vomitata da sbornia di edonismo. Come nel punk la genesi è stata la protesta verso un Mondo che si era ulteriormente imbarbarito, un Mondo dove il neo-liberismo aveva iniziato a calare gli assi e si prestava a giocare impunemente a carte scoperte sicuro di vincere come solo il banco può permettersi. E come nel punk, l’aspetto grezzo era l’anteprima di cosa si sarebbe ascoltato. I pankettari classici, quelli che si rifacevano alla prima ora, megafoni del proprio rifiuto, sono sempre stati visti come rifiuti, le loro creste scatenavano più disgusto di quelle di certi rettili esotici, reietti erano all’inizio e reietti sono rimasti, l’icona di paria non se la sono tolta nemmeno quando il punk non era più così appestato ed in certe declinazioni più civili era quasi considerato intrigante; l’aspetto grunge ha invece attecchito e dilagato immediatamente nella cultura di massa, diventando moda ed estetica: le camice di flanella da boscaiolo comparivano anche nella versione fighetto dentro alle boutique, a prezzi ovviamente da boutique, lo stronzo opportunista che cavalcava l’onda o l’hipster ante-litteram vestivano grunge. Quello stile era diventato un codice, volevano quell’aspetto anche coloro che ignoravano completamente la suddetta fenomenologia, ma si erano accorti che se non si fossero vestiti in quel modo sarebbero stati loro ad essere ignorati. Chi nei primi anni Novanta era adolescente non può scordare nemmeno che si passò dalla maglietta stretta e fina ai maglioni di tre taglie più larghi, che ad immaginare tutto ci voleva altro che fervida immaginazione…Doveroso dettaglio ormonale. Fatto sta che probabilmente il grunge auto-implose nel momento della sua diffusione nel grande pubblico, non ci era abituato, era contro natura. La differenza sull’accoglienza “estetica” tra le due correnti è da ricercare con buona probabilità contestualizzando gli eventi: negli Ottanta era difficile accettare creste, capelli fluo e decadentismo se non da chi ci credeva veramente, invece con la crisi di identità dei primi Novanta un movimento minimalista come il grunge ha attratto tante persone che si sentivano smarrite e prosciugate dopo un decennio di vacuo fragore. Entrambi gli adepti erano animali metropolitani, creavano disordine affidandosi al loro disordine, un po’ irregolari, un po’ antagonisti, sfattoni e talvolta pure fattoni, con evidenti tracce di nichilismo, totalmente incuranti dell’apparenza da divenire dei noncuranti di professione, cercavano la distrazione con la distruzione, in comune c’erano ancora la giovane età dei partecipanti ed un atteggiamento che era ribelle e visionario, ma anche ingenuo, a tratti infantile. Così un vecchio adagio dell’ambiente “Non fidarsi mai di chi aderisce al punk oltre i trent’anni”. Anche la semantica ci viene in soccorso, non serve l’aiuto da casa: la parola punk significa materiale di qualità scadente, da due soldi, o anche feccia, nel gruppo da cui tutto partì, i Sex Pistols, il cantante John Lydon era Johnny Rotten (Rotten = marcio, da una battuta sull’aspetto dei suoi denti); il termine grunge inizialmente voleva solo dire sporcizia, porcheria, persona sgradevole e ripugnante. Nessuno nega che anche questi movimenti furono intercettati da abili menti commerciali – i già citati Pistols furono una geniale creazione di Malcom McLaren, a partire proprio dal look – ma ciò non intacca minimamente il fatto che la maggiore spinta propulsiva partì dalla strada, dai garage, come il vero underground dovrebbe essere.

Il punk è deflagrato nei Settanta e ha deflagrato i Settanta, che nel lato A del vinile si è trovato i fenomenali mostri sacri del rock e nelle ultime tracce del lato B questi parvenu della musica che rivendicavano il diritto a voler suonare senza (quasi) saper suonare. Talento poco, genialità tantissima. O forse è stato proprio il suggello finale di un decennio magico per la musica. Musicalmente il punk propriamente detto è durato due anni, forse tre, ma buona parte dei meravigliosi suoni degli anni Ottanta sono figli, nipoti e pronipoti suoi (chiamiamola la grande famiglia allargata del post punk e della new wave), le borchie e le catene hanno graffiato indelebilmente le sonorità di quegli anni fino a farli diventare cicatuaggio, cicatrice e tatuaggio. Ha più sottogeneri il punk che figli Garrincha, tutti con tratti somatici differenti e caratteristici, ma il progenitore è sempre uno e non serve nemmeno la prova del DNA. Il punk è una sorgente ormai invisibile da dove sono sgorgati tanti corsi d’acqua che a loro volta si sono diramati vorticosamente. Nato come rigurgito antiestetico, ha poi accolto i cupi pensieri, il mal di vivere e l’introspezione nel decennio sbagliato e a suon di evoluzioni (ma soprattutto involuzioni) una certa branca ha finito con l’essere oltremodo commerciale rinnegando le origini, per essere poi ucciso nel biennio ’86/’87 dall’hair metal quale musica mainstream di riferimento, eliminato a sua volta dopo pochi anni dal grunge, in uno strano gioco di vendette trasversali. E la seconda ondata punk vede la luce, guarda caso, proprio un minuto dopo il canto del cigno del grunge. Il grunge si rifà all’hard rock classico, ma senza una fonte di ispirazione univoca, la libertà per attingere ai più disparati generi è totale, purché siano rumorosi, col risultato che nella sua semplicità il grunge è quanto mai variegato, se ci basiamo solo sulla struttura musicale non sempre è facile annettere od escludere qualcuno dal panorama grunge. D’altronde tante band non si identificavano per prime con quella parola. Torna indietro portandosi decisamente avanti, ha mandato in pre-pensionamento diversi generi e ne ha condizionati di successivi, costringendo anche gli insospettabili ad adeguarsi a quel ciclone. E’ stato un massaggio cardiaco col defibrillatore al rock che rischiava di tirare le cuoia, perlomeno nella sua forma più pura. Mai vista tanta ruvidità, potenza che diventa violenza. Ed anche qui, una meteora: appena si è stati in grado di capire cosa stesse succedendo, proprio come sopra, ed eravamo già nel dopo. E ci siamo ancora. I generi rock seguenti sono tutti alloggiati in un motel dove lampeggia l’insegna Post Grunge, anche tutta l’apprezzabilissima scena alternativa e indipendente venuta dopo i ragazzi di Seattle non ha avuto il carisma del fratello maggiore per rendersi emancipata e si appoggia ancora a lui con riconoscenza. Il movimento grunge è degli anni Novanta ed E’ gli anni Novanta, li incarna perfettamente, forse è la sua colonna sonora più adatta per raccontarli. Già, i Novanta: passionali, fragili, illusori, effimeri, contradditori, travolgenti ma impotenti, intraprendenti a tanto così dall’esserci riusciti – ad invertire la rotta – colmi di speranza ma con tanti vuoti a rendere pieni di rimpianti e di qualche rimorso, finiti come tutti gli altri quando erano iniziati diversamente, una splendida incompiuta che genera affetto, nostalgia, amarezza e un finale sperato diverso. Da ambo le parti furono banditi i virtuosismi e le ricercatezze, la ridondanza venne ficcata nel più vicino bidone del rusco, i suoni rozzi, semplici – che tutti potessero suonarli era una balla che alimentava il mito e che tornerebbe comoda anche in questo articolo, ma come tutte le cose semplici ciò che ne è scaturito sono dei capolavori sempiterni.

Il punk ed il grunge sono durati il tempo di un fiammifero, hanno però acceso una pietra refrattaria eterna, volevano solo urlare che il presente gli faceva mediamente schifo, detestavano il futuro e come contrappasso tutto il loro post sembra destinato a vita imperitura, senza il minimo progetto e lo straccio di un manifesto ideologico sono diventati guida, riferimento e paradigma. Proponevano niente, spesso avevano un atteggiamento autolesionista e discutibile nei confronti della vita stessa, ma hanno avuto il coraggio di dire cosa non andava, che è ancora quello che non va – quella storia che la critica sì ma solo se è costruttiva è una baggianata per mantenere le rendite di posizione. Non hanno il rimpianto di aver taciuto o di essersi auto-censurati, e già questo rende un uomo libero, quindi sereno, forse felice. Non ambivano a cambiare nulla, figuriamoci il Mondo, e invece lo hanno fatto. Culturalmente, musicalmente ed umanamente.

La speranza fa(ceva) Novanta

17 Apr

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza, della lotta, dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche truci e rabbiosi dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto.
Troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: Milano da bere, yuppies e paninari, da noi.
Edonismo sfegatato, dappertutto.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero e in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un po’ oppio per il popolo e un po’ canto della sirena: l’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del neo-liberismo a discapito del sociale nacque allora.
Gli Ottanta sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di aver azzeccato la definizione ti accorgi di esserti scordato qualcosa.
Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla libertà il mondo è stato liberamente obbligato a lasciare il comando ai sedicenti esportatori di democrazia col vizietto della guerra e di altre carinerie.
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il sistema per distrarre disse “Divertitevi ed esagerate pure”, coi Novanta volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo il medesimo filone.
Forse era un modo per superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse era solo una sua emanazione edulcorata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare covato dentro pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Esplose perché gli effetti e le reali intenzioni di quelle politiche iniziarono a venire a galla ,anche se in maniera confusa e a volte approssimativa: ad ogni modo si percepiva che trent’anni di conquiste sociali rischiavano di finire in nebbia.
Le persone cominciarono ad intuire di essere in un tritacarne che raramente si inceppa, così, con sofferto disincanto, per qualche istante albergò l’idea che bisognasse tornare indietro anziché andare avanti a testa bassa come si era fatto fino ad allora, perché quando si cammina a testa bassa qualcosa ci si dimentica, e il più delle volte è la dignità delle persone.
Ma dopo poco il pensiero svanì, con buona pace della dignità delle persone.
Proteste autentiche, risposte pronto uso di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei Settanta durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e reprimere il pensiero dissidente, più durava il caos più il piano funzionava.
Nei Novanta la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Pur intensa, la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa e convinta.
Ci si svegliò dalla sbornia del decennio precedente senza capire la vera causa del mal di testa, si pensava che la nausea derivasse dalla mancanza di legalità e giustizia – ed in parte era vero, visto che ce n’era senz’altro bisogno – ma i mali che iniziavano a devastarci si chiamavano capitalismo globalizzato e neo- liberismo, solo che faceva più comodo ricondurre tutto alla corruzione (che esisteva, eccome) e a protestare solo contro quella.
Lontana era la diagnosi, figuriamoci la terapia, protestammo, forse poco, probabilmente male, per assurdo rafforzammo chi avremmo dovuto demolire.
Abbiamo contestato col fumo negli occhi, arruolati in cause esse stesse abbindolate, divisi in categorie che avevano la stessa paternità.
Siamo stati virilmente anti, anti- questo, anti-quello, ma contro personaggi da operetta e peccato che la controparte fosse più o meno la stessa cosa, solo con una livrea differente, più o meno presentabile.
E poi non basta essere contro qualcosa o qualcuno per diventare alleati e perseguire lo stesso scopo, specie se il tuo presunto alleato è un bastardo.
In troppi si fidarono del cosmopolitismo (e ci si affidarono) e delle frontiere aperte – meri cavalli di Troia – e si fecero convincere dalla gabbia europeista, dalle prigione dei liberi mercati e delle privatizzazioni, insomma, da quella masnada di balle che fanno capo alle famose riforme che da quegli anni iniziarono ad incombere ed aleggiare.
Chi aveva invece intuito e vaticinato i pericoli di questa svolta erano i movimenti No global (quelli autentici, quelli nati col popolo di Seattle, non le tristi versioni sbiadite ed opportuniste) ma furono prima dipinti come violenti e facinorosi, trattati poi come vandali o teppisti e infine bollati come nemici della modernità, del benessere e della democrazia – l’epiteto nemico della democrazia in genere funziona sempre, un po’ come gli infiltrati nei cortei.
In troppi non capirono il loro messaggio, anche quelli considerati antagonisti di professione, che si smarrirono in battaglie facili, teleguidate, sterili o utili a chi avrebbe dovuto essere l’obiettivo della contestazione.
In quel decennio il potere finge di cambiare scegliendo la faccia più pulita e la casacca giusta perché si potrà permettere quello che vuole senza sforzi.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco e la gente è divisa in blocchi e fazioni che sono l’una il rovescio della medaglia dell’altro.
E così il capitalismo evoluto è libero di squarciare il culo a piacimento ed ha pure il tempo di prendere per bene la mira.
Il potere è (quasi) sempre stato avanti ai fenomeni storici ed ha intercettato e veicolato le proteste, ma è nei Novanta che per sgattaiolare e mantenere lo status quo, sceglie, quasi ufficialmente, la maschera adatta ad ogni occasione, anche quella del nemico.
In politica lo chiamano trasformismo, nella vita di tutti i giorni paraculismo.
Del potere, prima, abbiamo visto soprattutto la potenza, nei Novanta, e dai Novanta, anche il camaleontismo.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove al bisogno di prosperità, serenità ed autonomia ha fatto seguito l’insediamento dell’Euro e delle sue regole opprimenti.
Dove la celeberrima libertà occidentale si è ridotta a cercare dei dittatori in giro per il Mondo senza accorgersi dei propri.
Dove ai protocolli sul clima si è affiancato un aumento sfrenato della produzione e dei consumi di merce per lo più inutile.
Dove il bisogno di scoprire oltre confine ha fatto diventare tutti apolidi.
Dove mani che si stringono blaterando di pace sono le stesse che hanno ordinano genocidi, massacri e invasioni.
Nei Novanta una iniziale ventata ha portato un polline che profumava di rivalsa e rinascita, illusione spazzata via dal tifone che farà respirare solo l’alienazione e la subalternità al profitto e alla sua macchina organizzativa.
Le ideologie che dapprima avevano unito e diviso sono state sostituite da slogan studiati a tavolino e da valori scialbi e liquidi, tanto da creare negli sfruttati i classici schiavi che invocano frusta e catene.
E’ dalla metà del nostro decennio che è andata in onda la seconda e decisiva fase del nuovo metodo di potere: cinismo, fanatico globalismo, spersonalizzazione, sradicamento, disprezzo nei confronti del sociale e del pubblico, alienazione al business, abiura delle origini.
Ci hanno finanziarizzato il pensiero, economicizzato l’anima e burocratizzato i gesti e le azioni.
La competitività è diventata un comandamento, peccato che solo testualmente faccia rima con dignità.
Dignità, ancora lei.

Ogni epoca si riflette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa), l’ultimo decennio del Novecento si era svegliato con l’ambizione dichiarata di tornare alla semplicità, alla purezza, ad un fiero minimalismo (ricercato o grezzo), di evitare inutili orpelli in nome della spontaneità, agli eccessi si preferiva la profondità, che fossero suoni, testi, trame, arrangiamenti, sceneggiature o regie.
Con le dovute eccezioni.
L’Idea che le ricette artistiche precedenti fossero da soppiantare invece era in comune coi decenni più attempati, come il vizio di gettare via l’acqua sporca ed anche il bambino.
Passato il tempo dello sballo e della provocazione tout court , icone del decennio cotonato, il talento si affidava alla rabbia, all’insofferenza, alla riflessione – presenti invero anche negli Ottanta, ma con meno sistematicità.
Il colpo di spugna inferto alla smaccata ridondanza degli Ottanta sapeva di manifesto per un nuovo corso, culturale e di costume.
E’ di questo intricato decennio l’ultimo genere musicale realmente nuovo, il grunge, nato letteralmente sottotraccia, figlio delle protesta e dell’insoddisfazione, cresciuto nel bisogno di urlare il male interiore per salvarsi la vita e di dare una rumorosa svolta a quella società, ritrovatosi famoso come i generi commerciali che disprezzava da piccolo.
Ha mandato in soffitta artisti e generi, di altri è stato (e continua ad essere) una musa ispiratrice, anche per degli autentici insospettabili.
Si pensava che l’asprezza del grunge come una carta vetrata potesse togliere il marcio che affiorava per far riemergere la linfa fresca.
Si pensava.
Impetuoso, travolgente, influente, effimero, autolesionista, la colonna sonora dei Novanta non può che essere lui, il grunge.
(Una vocina mi suggerisce che la storia non va divisa col righello, né catalogata in ferrei periodi di comodo per chi scrive, come se una qualsiasi epoca iniziasse o finisse esattamente in quel determinato anno, attribuire la paternità di un evento non è mai facile, anche le più iconiche ricorrenze sono tali perché tempo prima – magari un tempo di altra epoca – si sono create le condizioni affinché quell’evento si materializzasse.
Mi dice ancora la vocina, per corroborare ed esemplificare la sua tesi, che il grunge è sì esploso nei Novanta, ma di fatto è nato qualche anno prima.
Bisogna sempre ascoltarle le vocine)
Quindi, la qualità c’era, ma anche qui il decennio non smentì la propria ambivalenza perché nel bilancio finale non mancheranno parecchie voci di assoluta mediocrità o di inutile ridondanza.
E nei Novanta capitava anche che le favole si dissolvessero, magari sul più bello, e anche gli eroi cadessero, magari definitivamente, e nella rapidità della capitolazione, e nel lasso di tempo fra il successo e la sconfitta c’è tutta l’essenza di quei dieci anni.
I Novanta sono Ayrton Senna che si schianta ad Imola per un cedimento al piantone dello sterzo.
Sono Freddy Mercury che muore di AIDS.
Sono l’Italia che getta via due Mondiali ai rigori (forse tre).
Sono Marco Van Basten che gioca la sua ultima partita a 28 anni per i guai alla caviglia.
Sono Kurt Cobain che a 27 si suicida.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo), nei media iniziò una fase di morbosità che con la scusa dell’audience, o delle copie vendute, traslocò anche nella vita di tutti i giorni e a forza di evoluzioni tecnologiche non separerà più il pubblico dal privato, la condivisione dalla riservatezza, l’ego dalla vergogna.
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni e camicie tre taglie più larghi del dovuto (grazie grunge!), dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva altro che una fervida fantasia.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Unica condizione richiesta: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Ad ogni prodotto multimediale che veniva lanciato sul mercato le strade, le piazze ed i bar si svuotavano un po’ di più.
Oggi non c’è tanta gente in giro fuori, nei primi Novanta ce n’era decisamente di più, anche di martedì.
I Novanta hanno accolto l’ultima generazione di ragazzi analogici, quelli che le emozioni preferivano prima viverle piuttosto che immortalarle in una foto, quelli che i ricordi non li hanno salvati in una chiavetta USB ma se li portano dentro tutti perché autentici, avevano una sorpresa nel sapere chi ci sarebbe stato e chi no nel ritrovo, lo squillo del telefono (di casa) poteva far battere il cuore, sono stati gli ultimi a spedire una cartolina, a scrivere una lettera, e a sperare di riceverle (e a godere nel riceverle), creavano le loro compilation su musicassetta con degli strani rumori fra un pezzo e l’altro, per se stessi e per gli amici, e per quelle che speravano divenissero più di amiche, gli album musicali erano prima agognati, poi frustati, ma sempre custoditi con cura, le loro compagnie erano numerose, più delle chat di oggi, con la differenza che allora l’obiettivo era il contatto, oggi il contatto è solo una funzione della rubrica del telefono.
Siamo stati fortunati, noi, ad essere quei ragazzi.
Da allora abbiamo avuto sempre più opportunità, più occasioni, più possibilità, più tutto, ma per star bene dobbiamo filtrarle, rigettarle, selezionarle.
La qualità della vita ci è migliorata solo se siamo noi a gestirla, fattispecie non sempre così scontata.
E così semplice.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione , il traghettamento verso gli inutili Duemila.
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi, complessati da quel conflitto interiore mai sopito fra svoltare ad U e imboccare una faticosa salita o proseguire in una discesa, ma col burrone, alla fine la mancata decisione pesa più di quella presa.
Un desiderio di cambiamento tramutato mestamente in ratifica della restaurazione, anni iniziati da incendiari e finiti col Tamagotchi.
Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.