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Quella volta che…

28 Mar

Dopo la tua morte per cercare di raccogliere i miei pezzi sfracellati e sparpagliati in terra, provare a dargli un verso e darlo quindi anche a me, sì insomma, per cercare di salvarmi un pò, in aggiunta ad auto-terapie e soluzioni sane che si alternavano ad altre decisamente alcoliche, mi venne l’idea di scrivere una serie di ricordi, degli aneddoti sui tanti momenti vissuti insieme.
Ce n’erano proprio tanti che mi rimpallavano in testa ed ognuno era una fiammata che subito mi aumentava lo strazio, perché mi ribadiva quello che avevo perso, ma mi accorgevo di averne fortemente bisogno, perché era il modo di renderli eterni.
Presi un quadernone, uno dei tanti avanzi della scuola che giravano ancora per casa (e che per fortuna girano ancora): era verde chiaro, l’avevo scelto a caso, forse a righe c’era solo quello, ma è sintomatico che il colore fosse quello della speranza che si contrapponeva al nero del mio umore.
Il nero è un colore di merda.
Sempre.
Scrissi il titolo, Quella volta che…, in corsivo, ovviamente con una biro blu – quando scrivo senza fretta ho anche una bella calligrafia – ed iniziai a vergare una serie di episodi (ilari, profondi, totali) anche e soprattutto per paura di scordarmeli, in quei momenti allo sconforto si aggiungono pure dei potenziali sensi di colpa.
Scorrevano, gli aneddoti e la biro, fluidi, naturali, alcuni recenti, altri di parecchi calzoni indietro, l’ordine era scandito da cosa tiravo fuori, o forse da cosa suggerivi tu.
Ad ogni riga mi rallegravo: per averli vissuti, quei momenti, e per averti conosciuto.
Scrivevo e rileggevo, era bello rileggerli, che cazzo dico, era tutto rileggerli, specie quando il numero iniziava ad essere corposo.
Quel quaderno non so che fine abbia fatto, non è incuranza, forse ho meno bisogno di lui e alla fine quei ricordi non sono svaniti.
Adesso potrei rimettermi a cercarlo.

In quei momenti ci si fanno tante domande, sul credere, soprattutto sul non credere, e si tirano tante bestemmie.
Io credo alle persone ed al legame eterno che può scaturire.
E so che ci rivedremo, alla faccia del mio (pur spirituale) ateismo.
Tu andavi oltre, insieme andavamo oltre, il nostro legame andava oltre, Diocristo, 21 anni sono troppo pochi per morire e troppo pochi anche per perdere un amico.
E a noi era successo anche tre anni prima.
Tutte le volte che sentivo quelle cazzate sugli angeli chiamati da lassù e sui migliori che se ne vanno, al dolore si aggiungeva un’ulteriore incazzatura.
Certo che sei speciale – mi piace parlare di te al presente – ma proprio perché sei una persona speciale è qui il tuo posto, è qui che uno come te dovrebbe stare.
Porca troia se mi manchi, mi mancherai per sempre, ma io sento fissa la tua presenza, come quando in macchina ci voltavamo simultaneamente e ci guardavamo in faccia – sono andato avanti un tot a girarmi di scatto sicuro di trovarti lì.
Lì non ci sei più stato, ma io so che ci sei lo stesso, così a tutte Quelle volte che… si sono aggiunte altre Quelle volte che…

E’ stata pesa scrivere queste parole, ma te lo dovevo.
E lo dovevo anche a me.