Archivio | 21:16

Vecchiette con l’anima

9 Mag

Le dimensioni e la forma, per prima cosa.
L’ingigantimento è divenuto ineluttabile, ogni centimetro e chilogrammo in più è un appiattimento al dinamismo.
Nel definire lo stile i progettisti oggi hanno carta bianca – mentre i loro predecessori tiravano qualche accidente in più – ma spesso disegnano auto molto simili fra loro, sono più diffusi i <Copia e Incolla> che i <Crea nuovo>.
Vecchia storia, quello del pane e dei denti.
Poi il rumore.
Pensate che tristezza se tutti avessimo lo stesso timbro di voce.
Saremmo irriconoscibili, impersonali.
Le automobili moderne (al netto di qualche nobile eccezione) sono così e devono ricorrere a degli artifizi per simulare una sonorità graffiante – praticamente la versione a quattro ruote delle protesi al silicone – quando prima associare un suono ad un modello era uno sport che si iniziava a praticare da piccoli.
Infine l’odore.
Almeno fino ai primissimi anni Novanta ognuna aveva il suo, inconfondibile.
E non svaniva nemmeno dopo un atto di esorcismo in un sabato sera.
Il profumo di benzina nell’abitacolo poi è un promemoria su cosa scorra nelle vene e la soavità della sua fragranza è un assioma, inutile dilungarsi.
Per non parlare di quello che rimane impregnato nei vestiti, un lascito ormonale che solo le pasionarie si possono permettere.
Ecco il podio delle differenze fra le autovetture moderne e quelle d’antan.

Ma quello che non si può misurare – ragion per cui crea un mito nel mito – è il fascino delle auto storiche , diciamo quelle prodotte fino agli Anni Novanta.
C’è sempre un volante da girare ed una carrozzeria da portarsi appresso ma con le storiche è un modo diverso di andare in macchina.
Non ci sono filtri e correttivi, le sensazioni sono vere, dirette, non artefatte.
Esigono impegno e partecipazione, ricambiano con fiumi di passionalità e regalano quel coinvolgimento che rende libidinoso il rapporto uomo-macchina.
All’esasperazione di sensori e centraline le auto d’epoca rispondono trasudando carisma da ogni bullone, fascetta e – perché no – da qualche punto di ruggine.
Hanno una personalità, non fanno nulla per nasconderla, la ostentano anche da ferme, quella hanno e sei tu che devi adattarti, anzi, sei tu che devi scoprirla giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro.
Con qualche logica sosta dal meccanico, ma anche quelle accelerano l’intesa e rafforzano la relazione.
Le auto di allora sono la proiezione fatta oggetto di chi le ha progettate e costruite: tangibili (e distintivi) erano l’approccio, la mentalità, l’idea stessa di automobile, che si portavano inevitabilmente dietro anche i limiti e e le lacune che ogni concetto fisiologicamente possiede.
Lo stesso atto d’acquisto andava ricondotto nelle tappe fondamentali di una vita: perché si sceglieva (e sposava) una filosofia prima di un auto, con pregi e difetti annessi – ed i secondi si digerivano volentieri perché facevano parte del pacchetto.
Avevano cose da raccontare al pilota e spesso lo stupivano; lo facevano allora, continuano a farlo oggi.
Quelle attuali – infarcite di Personal Computer peggio che ad un Festival del Nerd – raccontano anche di più visto che si sono messe a parlare, ma è un copione scontato, scritto su misura per il pubblico, dove il “di più” è tutta roba superflua.

Nell’era dell’hi tech – in un ipotetico bilancio sugli oggetti di una vita – l’auto verrà ricordata alla stregua degli smartphone posseduti.
Mentre fino a qualche annetto fa l’automobile meritava uno spazio nell’album di famiglia, perché era una della famiglia
Anche quelle moderne riescono ad essere desiderabili, ma sono anche distaccate e fredde, noiosette, algide, perfettine, e le belle di oggi (perché ce ne sono) sfioriranno in fretta e non saranno mai imperiture come le antenate, perché ricordano gli elettrodomestici, che si fanno voler bene per la loro funzionalità ma se qualcuno ci trova qualcosa di emozionante è perché si è bevuto un flacone di brillantante.
Vanno decisamente forte, ma non sai se per merito tuo, loro o del programmatore delle centraline.
Per provare sensazioni simili a quelle regalate dalle progenitrici occorre moltiplicare i cavalli per 3,14 periodico.
Ed un cuore pulsante (pardon, pompante) non si trova nemmeno sfogliando la chilometrica lista degli optional, lunga più o meno come una bolletta del gas col conguaglio.
Le autovetture odierne ricalcano il loro tempo e sono come cittadini ultra-globalizzati: non posseggono una propria identità.
Sono state private dell’impronta del progettista, perché il progettista è un robot e un’impronta mica ce l’ha.
Al pari delle nuove generazioni hanno come paradigma l’elettronica, che mentre la elogi per la sua indubbia utilità ti ha già portato in un mondo virtuale e parallelo, ma che di vivo non ha niente.
Le auto sanguigne esistono ancora, ma hanno il piccolo difetto di costare almeno come un bilocale in centro.
Tempo fa essere tecnologicamente avanzati era un vanto che accresceva le prestazioni ed il blasone, oggi snatura l’auto ad un surrogato di un videogioco, perché si attinge a piene mani da tecnologie estranee al mondo dell’auto.
Estranee per chi concepisce l’automobile in maniera passionale, per chi dalla meccanica ricerca piacere, per chi ama la durezza dei comandi e si esalta alla vista di un contagiri che sfiora la zona rossa, che freme per uno scoppio in rilascio o per una doppietta riuscita a regola d’arte, che passerebbe ore ad ammirare un vano motore e l’andamento della fiancata.
Gente così, sicuramente un po’ malata, ma di una malattia sana.
L’abisso fra un supercar ed una vettura generalista dei nostri giorni – oltre alla linea e alle prestazioni – è rappresentato da quell’autentico incantesimo che è la costruzione artigianale, che nelle auto storiche invece si respira su tutte, indistintamente, anche in quelle di fascia economica, con quelle piccole imperfezioni che sanno di umano e che hanno lo stesso valore dei colpi di genio di cui sono piene.
Nell’amare le auto ultra-maggiorenni c’è più passione che moda, più heritage motoristico che nostalgia: sono allo stesso tempo mezzo e fine.
Il successo dei ramake non sarebbe una fortunatissima operazione di marketing se non poggiasse su qualcosa di incancellabile e se non potesse attingere da modelli oltremodo iconici e va nella direzione di scavare nel passato per offrire, pur rivisitato, qualcosa che ora non si può partorire.
E forse certifica una certa saturazione di nuove idee in tema di design, supercar a parte.
Se un tempo le macchine erano l’emblema del consumismo, con le storiche siamo quasi agli antipodi, perché non si deve costruire niente di nuovo, non si incentiva l’usa e getta ma il possesso (al massimo la vendita) e si esalta la storia fregandosene dell’innovazione.
Se è vero che nel Mondo moderno le passioni devono lasciare il posto agli affari o al massimo sopravvivere in funzione di essi, sarà bene scrivere un promemoria agli adepti de (una setta pericolosa come tutte le sette e con l’aggravante di essere molto numerosa) ricordando loro che le auto storiche creano un fiorente indotto fra meccanici, carrozzieri, commercianti, tappezzieri e artigiani di sorta, organizzatori di eventi, riviste e pagine web specializzate.
Sarebbe il caso di sostenerle, non di affossarle isolandole ad inutile ed inquinante ferraglia.
È una materia che fa andare dietro la lavagna anche diverse Case automobilistiche, nelle cui file siedono troppi ingegneri gestionali e pochi appassionati di auto, incapaci di comprendere che non stiamo più parlando di mezzi a motore ma di un patrimonio storico e artistico da preservare.

Nelle motociclette la faccenda è un po’ differente: hanno retto bene l’attacco di modernite sopportando con disinvoltura il carico di tecnologia che in svariati casi le ha migliorate ed impreziosite (così l’autore di questo articolo non rischia l’infamate accusa di luddismo, uno dei reati più esecrabili dell’era multimediale).
La moto in due aspetti ricorda il libro: entrambi richiedono un impegno attivo e nel bene o nel male qualcosa ti lasciano dentro (la moto anche fuori, dipende se e come cadi).
La moto non è per chi cerca un comodo e pratico mezzo di trasporto, per quelli c’è lo scooter.
La moto è un generatore di emozioni autorizzata a dispensare sogni e va trattata come tale.
Senza scomodare l’Olimpo delle due ruote ci sono mezzi che possono ancora conturbare il proprietario e farlo giustamente rendere protagonista -il che vale i soldini spesi.
Anche al giorno d’oggi si possono vivere delle belle sensazioni, sentirsi pilota e non passeggero.
Ma la voglia di scrambler, di café racer, di maschie 2 tempi e di ignoranti 125 stradali – anche tra chi non è ancora entrato negli anta– certifica la ricerca di qualcosa che forse si sta dissolvendo e che c’è voglia di disintossicarsi e distinguersi.
Una due ruote di qualche annetto fa è come un uomo che non si depila, che non si fa le sopracciglia e che non segue la moda del momento, così questi incantevoli ferri polarizzano l’attenzione di chi cerca qualcosa di essenziale, talora semplice, un po’ rude, anche grezzo, ma sempre carismatico.
Meno perfezione, più carattere.

Che siano a due o a quattro ruote, le classiche rispolverano ricordi dimenticati, fanno rivivere vecchie emozioni e provare sensazioni di epoche mai vissute.
Ti permettono di spaziare nel tempo, di ovviare alla carta d’identità, di abbracciare uno stile, un periodo, una corrente.
Di completare un percorso culturale.
Di lasciarti andare.
Una classica è il sogno di un bambino che si avvera, in età adulta.
È cercare in un oggetto la parte più romantica, l’aneddoto, la storia, l’adrenalina.
Certo, sono diventate ottime forme di investimento, ma la molla che fa scattare l’acquisto non dev’essere la rivalutazione (che fa comunque comodo, anche per darsi qualche giustificazione), ma il gusto di possederle, ammirarle, guidarle o anche solo fantasticare su di esse.
E pure la fase della ricerca e della trattativa fa parte del piacere.
Sono qualcosa che si avvicina a quella macchina del tempo da sempre agognata dall’uomo.
Se avete anche voi questa passione o se ne siete incuriositi, non abbiate paura, non è un sintomo d’invecchiamento.
Ma di vitalità.
E ricordatevi, non c’è nulla di increscioso nel volerla di almeno venticinque anni.