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Lo spirito di vino

22 Dic

I maggiori indiziati sono l’età, l’arterio e l’intolleranza al grande pubblico, tutti in forte aumento, tipo l’inflazione quest’anno. Prese singolarmente, al completo o in una bella struttura di un ragionamento concatenato poco cambia, la soluzione per disintossicarsi da tante (e indimenticabili) zingarate nelle città era una sola: andare fuori dalle balle, in campagna, in mezzo alla natura. Da dove veniamo, poi. La vita e i viaggi hanno un rapporto tellurico, a volte si vuole visitare quello che non si ha, per scoprire e compensare, e pensi di aver trovato la vacanza ideale, per tanto tempo è così, nessun stravolgimento, e credi che il formato durerà per sempre, manco ci pensi agli stravolgimenti, poi all’improvviso le origini ti ricordano chi sei e da dove vieni ed in maniera violenta ed improvvisa, ti ribaltano le convinzioni mandandoti a centinaia di chilometri di distanza, ma in ambienti simili ai tuoi. E così via, con infinite combinazioni possibili. Negli ultimi due anni il livello di tossine assimilate ha fatto il resto, e già ce n’erano a sufficienza nella società moderna, li mortacci sua. Decisa la meta, mancava ancora qualcosa per rendere il viaggio un po’ più…un po’ più…ecco: per rendere il viaggio un po’ più! Ovvero un furgone: un po’ effetto gita, un po’ beat generation, un po’ A-Team e pure un po’ narcotrafficanti colombiani. L’impianto organizzativo al solito è stato esemplare, solerte ed efficace, col piccolo particolare che per una cosa seria spariamo almeno dieci cazzate (fai anche quattordici) ed ecco che la rigorosa tabella di marcia stilata con lauto anticipo è stata minata nella forma e nella sostanza, ergo è andata a puttana. (Lei, eh, non noi). La più grossa insidia dei nostri viaggi è rappresentata appunto dalla nostra chat, troppi i messaggi, i vocali e il profluvio di coglionate prodotte a nastro, volutamente mischiate agli attimi di sobrietà e ragionevolezza. Districarsi lì in mezzo non è facile e a volte non è facile neanche trovarla, la chat, dato che ha cambiato più nomi che un partito di Clemente Mastella. Districarsi nella chat non sarà facile ma a noi serve quello, ci dà la carica. L’attentato in corso alla sanità pubblica lo si nota anche dalla pessima programmazione degli interventi chirurgici, stavolta ne ha fatto le spese Auri, saggiamente rimasto a casa per restare accanto alle sue donne. Così, le Langhe hanno dato il benvenuto ai quattro stronzoni superstiti. Ecco, un consiglio: non datevi mai degli stronzi nelle Langhe davanti ad altre persone, come invece siamo abituati a fare noi, una signora che probabilmente manco era piemontese, ci è rimasta talmente male nel sentire i nostri affettuosi epiteti che dalla disperazione ha comprato un biglietto per un concerto di Mahmood e poi si è suicidata. Per sua fortuna prima di assistere al concerto.

Dalla prima zingarata targata Bologna 2014 soquante cose sono cambiate: in quella caldissima serata d’ottobre invademmo la Dotta con delle rutilanti camicie sbottonate e dei villi arroganti, con addosso le ultime tracce di baracchite per come la intendevamo (fino) allora. Ci avevamo messo un attimo a scaravoltare dei mojiti in un locale che ci aveva dato corda oltremisura, mandando a letto Bologna con un’epica discussione delle nostre in Piazza Maggiore, la giugulare urlante e una timbrica più distorta del suono di una Jackson Soloist. Un’autentica chicca del nostro curriculum. Correva l’ora 3:15. Decibel: non pervenuti, come la temperatura di Potenza. Erano passati una decina di mesi dal colpo di Stato amerikanato in Ucraina – la mamma di tutti i casini che stanno succedendo ora – ma nel dirimente 2014 anche quella discussione probabilmente contribuì a sancire la fine degli equilibri internazionali come li avevamo vissuti dopo la caduta del Muro (Chiedetelo ai due malcapitati ragazzi che assistettero alla scena: ad uno per due anni non sono più cresciuti i brufoli, l’altro invece li ha comprati al mercato nero e ha provato a rivenderli su Subito, stranamente senza successo). Dalla movida di Bologna, al pigiama sul divano alle otto e mezza a guardare Il secondo Tragico Fantozzi nelle Langhe. Ma solo perché il mattino ha l’oro in bocca, soprattutto il vino: dopo quella del sabato pomeriggio alla Cantina Il Glicine, alla domenica era prenotata una degustazione di 8 assaggi alla Cantina Sòt, il pacchetto deluxe. Ed è ora di finirla con la storia che bere al mattino faccia male, Anche perché non è bere che fa male, al massimo è ri-bere. Come sosteneva un mio commilitone friulano. Alcolizzato.

La Cantina del Glicine e la Cantina Sòt sono similarmente piccole per quanto estremamente differenti, come se gli stessi vitigni, partiti dallo stesso suolo a pochi chilometri di distanza, abbiano voluto vivere (e far vivere, e far poi narrare) storie differenti. Perché ogni cantina è diversa dalle altre, magari solo per un particolare, per qualche aneddoto, che moltiplicati per tutti i santi giorni e per l’imprevedibilità della vita, producono tante variegate gemme. E ce lo hanno insegnato alle elementari, in Natura non esiste una cosa identica all’altra. Il Glicine ha nella sua “anomalia” la sua unicità, non si scende in una cantina bensì in uno scavo archeologico, ti accolgono prima l’arte e la storia, poi arriva l’enologia. La Cantina Sòt ha tutti i crismi della bella favola, ma senza la minima traccia di melliflua retorica, l’architrave per questo copione sono la fatica e la passione e i miracoli che queste riescono a mettere in piedi.

In quelle cantine si respira odore di mosto ma soprattutto di uomo, al centro di tutto c’è l’uomo, il suo ingegno, le sue invenzioni artigianali, tecnologiche, di sopravvivenza, di miglioramento continuo. Come da noi nei caseifici, un altro punto di contatto fra le due terre. Non c’è mai un’annata identica alle precedenti, ogni bottiglia è un’esperienza unica, per chi la produce e per chi la beve, i primi devono aspettare il giudizio dei secondi per valutare il proprio operato. Se non siete mai state nelle Langhe visitate queste due cantine, l’ordine è indifferente, assaggiate, bevete ma soprattutto ascoltate, osservate e chiedete. Una visita in una cantina è un’immersione totale, il trasporto palpabile, crescente, contagioso, verranno ingaggiati tutti e cinque i sensi per questi racconti di un pezzetto d’Italia, quella vera, non le patetiche didascalie da campagna elettorale o da pubblicità di stoca (stocazzo, nda).

Si sarà intuito, nessuno di noi cinque ha mai frequentato l’astemia, se mai in certe fasi ci siamo avvicinati più al polo opposto. Poi, deposte le asce di guerra, ognuno fortunatamente è rientrato nell’alveo del piacere sano, con le proprie preferenze, anche multiple (vino, birra, cocktail, rum, whiskey), però due giorni in quelle colline hanno formato od ulteriormente erudito tutti quanti – lo avrebbero fatto anche con l’assente, che ci seguiva da remoto. Ime da quando è tornato sfrutta ogni occasione per aprire delle bottiglie di qualità con lo stesso ritmo che aveva il Guccio ai tempi dell’Avvelenata. Appassionarsi del vino col vino. Assapori quel nettare con occhi diversi, il profumo è più abbagliante, il sapore più caldo, il cervellone prova a fare una recensione (alla peggio, si butta lì un sentore di frutti di bosco, che non stona mai…). Dalla bbùda alla beva.

Persone, natura, alchimia, imprevedibilità, ingegno, fatica, colpi di scena: il mondo del vivo cattura, è suadente come il profumo di un rosso ed inebriante come l’effetto di un suo sorseggio. Il fascino che esonda da queste attività sempiterne è tanto abbondante quanto cristallino. Certo, si sono evolute, la tecnologizzazione si è accasata anche qui (e diciamo anche per fortuna), ma il magma vitale ha le sue origini in quella fermentazione preistorica. Accanto ai tannini e alla gradazione abbiamo però trovato anche dei termini che purtroppo conosciamo bene, forse eravamo lì anche per sfuggire da essi: private equity, core business, asset diversification strategy e altri inglesismi di merda (citati solo per aumentare il fastidio verso il turbo liberismo). L’ impresa del vino, passata da una gestione pressoché familiare presente fino ai primi anni Novanta ad una altamente specializzata, ed il relativo indotto del turismo, hanno salvato e sostenuto le Langhe, ma l’equilibrio fra la prosperità e lo straniamento di una regione è delicato almeno quanto una vinificazione, un modello in apparenza opulento può nascondere un potenziale killer. I numeri, il fatturato, soprattutto il guadagno, devono sempre quadrare con la sostenibilità tout court, ma questo capitolo è stato censurato da quasi tutti i libri di economia. Pare proprio che il capitalismo d’assalto in salsa liberista si sia fortemente interessato alle vigne delle Langhe e se la Magia del vino, eterna dalla notte dei tempi, citato nella Bibbia è stata invasa da un monoteismo altrettanto dogmatico, delle due l’una: ciò che deriva dalla terra è ancora indispensabile alla faccia degli Elon Musk, e allora c’è da essere ottimisti, oppure al contrario c’è da preoccuparsi perché da questa invasione non si salva più niente. Anche stavolta ci è venuto naturale, è stato interessante e fonte di ulteriori nostre chiacchere, mi riferisco allo spaziare, collegare, cogliere e approfondire, non fermarsi al compartimento stagno, all’esplorare le prospettive anche in un momento ludico e culturale come una degustazione. D’altronde, siamo fatti così. Mi riferivo al cartone animato, Siamo fatti così. Si guarda sempre volentieri.

Le Langhe si sono confermate una terra di gente mite, cortese, educata ma con la voglia di ridere, alla ricerca della battuta in ingresso e in uscita, rispetto a tanti siti del Nord Italia non è presente la frenesia (avete presente quella di Milano? ma non solo lì), o quella chiusura che porta a solipsismo e alla solitudine ed inaridisce indelebilmente l’animo. Abbiamo trovato camerieri che non avrebbero sfigurato seduti a tavola di fianco a noi, e forse ne avrebbero avuto voglia pure loro, la Michela, nostra “locandiera”, anche lei fatta della nostra stessa pasta. Trovo sempre sbagliato arrogarsi il diritto di emettere sentenze su una popolazione conosciuta da turista, per un giudizio completo bisognerebbe vivere la vita di tutti i giorni, quelli che millantano di conoscere la tal zona, magari all’altro capo del mondo, perché ci sono stati due settimane in vacanza sono l’emblema della supponenza da viaggio, certa gente potrebbe anche girare il Mondo e continuare a capire tanto come alla partenza, ovvero poco, e con un’apertura mentale pari a quella di una serratura, ad ogni modo l’impressione è che nelle Langhe ci sia ancora la voglia di quel contatto umano, tipicamente agreste, gli spazi larghi invogliano a voler incontrare gente, fanno ancora gioire quando si incontra qualcuno, a differenza della città, dove un eccesso di calca ha magari provocato un’intolleranza fra le persone poi sfociata in forte allergia, di quelle da shock anafilattico.

Va bene che dopo i quaranta non c’è più quella fregola e quel bisogno smanioso di vedersi – che a 20 anni può farti perdere delle amicizie senza un motivo, solo perché ti perdi un po’ di vista – però qua bisogna intensificare gli incontri, trovare dei pretesti, ogni scusa è buona, una cena, una camminata un aperitivo, una colazione. Anche un aperitivo a colazione camminando. E allora via coi buoni propositi: è stata partorita e licenziata l’idea della doppia zingarata, una bucolica ed una cittadina – partorita e licenziata sembra un tipico caso di sfruttamento del mondo del lavoro, ma mi sapeva fatica cancellarla. E come promesso all’assente, nel viaggio di ritorno è stata ufficializzata la meta della prossima uscita. Già l’ambiente di suo ha qualcosa di misterioso, di malinconico e da sempre, quell’ambiente, è fonte di leggende e storie financo un po’ lugubri. In più la nostra futura meta è stata al centro di alcuni dei più famosi misteri d’Italia, proprio di quelli che piacciono a noi. Ed abbiamo già visto che la zona è circondata da numerose cantine.

Paura, eh?