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Qualche riga per un amico

1 Set

Nel Mondo degli appassionati del dialetto montanaro c’è una regola non scritta che però è un assioma: se l’argomento sono dei testi sul dialetto del medio Appennino reggiano, il pensiero volge immediatamente a Savino Rabotti. Una subitanea reazione, istintiva e rapida come sfogliare una pagina di un libro, a certificare il merito che il letterato originario di Castellaro di Vetto ha costruito con abnegazione e spontaneità alla causa. Nato fra le due guerre, epoca in cui perlomeno in montagna il dialetto era LA lingua, Rabotti ha deciso di non separarsi dalle proprie origini e di titillare il nettare vitale delle proprie radici che idrata, nutre e coccola l’anima, scegliendo appunto il dialetto come cifra stilistica e codice etico-morale di uno spontaneo logos sentimentale. Molto più che semplice appassionato, riduttivo definirlo solo esperto in materia, Savino coniuga l’approccio del semiologo, la sensibilità del poeta e l’entusiasmo dell’amatore.

L’aria d’cà raccoglie tutto l’eclettismo del poeta Rabotti – versi che ammiccano ai poemi classici passando all’ironia delle amate satre. Poesie già note (e premiate) ed altre rimaste pudicamente nell’archivio del suo studio. L’occhio del poeta permette di seminare profondità e riflessione anche da situazioni ilari, quotidiane, in apparenza ordinarie, Savino però non si accontenta di vestire questi già ambiziosi panni, diventa financo esploratore linguistico, testimone storico popolare, divulgatore e mette a disposizione degli altri il proprio sapere, un (ri)scoprire i lasciti della Valle del Tassobbio (lui scriverebbe Tassobio) per condividerli. Il Nostro – già autore fra le svariate pubblicazioni de “Vocabolario dei dialetti del Medio Appennino Reggiano” – da sempre si impegna per la valorizzazione del dialetto come patrimonio vivo, condiviso e trasmissibile. Sostiene che non si tratti di una lingua minore,  del passato o di un suo surrogato, ma di una vera e propria lingua madre, radicata nella storia e nel paesaggio, veicolo di identità e riflessione per le nuove generazioni, da lui sempre attenzionate con particolare affetto. Rabotti ci ha insegnato che il dialetto non è una reliquia da custodire in un museo, ma una chiave di vita per interpretare il presente, comprendere il territorio e rinsaldare il legame con le comunità che lo abitano. Il diletto, quindi, non va conservato sottovetro, ma vissuto come una forma espressiva attuale, capace di generare consapevolezza e senso di appartenenza. È un patrimonio da proteggere perché dentro le sue parole vivono le nostre radici – e senza radici non si cresce e non ci si mantiene vivi.

Savino Rabotti, filologo ed ermeneuta di un codice linguistico orale, ha codificato una lingua antica non scritta, inventando delle regole fonetico-grammaticali (quelle che i suoi discepoli chiamano amorevolmente “il metodo Savino”) per semplificare la scrittura e la lettura e per esaltare gli inconfondibili accenti del dialetto di montagna. Proprio la musicalità, ci ha sempre raccontato il poeta della Valle del Tassobbio, è la chiave per comprendere la metrica e la struttura di una lingua che al tempo non vergava alcunché. L’oralità, forma fondante del dialetto è oggi un’esigenza vitale per la comprensione e futura trasmissione e rappresenta il fulcro della dottrina rabottiana (“Chiedete ai vostri nonni di parlarvi in dialetto”  o anche “Provate a pronunciare qualche frase in dialetto”, asserisce Savino ai più giovani). Ecco perché questa raccolta di poesie è stata implementata di un QR Code per poterne ascoltare la lettura di ognuna. La tecnologia in assistenza alla tradizione, un mutuo soccorso fra ere diverse che reciprocamente si sostengono generando il vero progresso senza limitarsi al mero e bieco sviluppo. L’aria d’cà raggiunge il proprio parossismo proprio con l’ascolto dei QR Code, poter assaporare quei suoni e quelle inflessioni rende l’ascolto del dialetto un’esperienza aulica, eterea, totalizzante. Il dialetto, lingua orale, con l’ascolto rivive ed assurge a quintessenza, apogeo, summa. La cadenza del dialetto, caratteristica e caratterizzante, è un esperienza spazio-temporale non quantificabile, il tipico suono chiuso dell’Appennino è un’eredità di chi non doveva sprecare nemmeno un afflato nei faticosi saliscendi della vita, gente in apparenza aspra e ruvida come certe rocce, ma dopo pochi ascolti le persone si rivelano accoglienti ed il paesaggio mostra anche dolci pendii.

La penna di Savino è riuscita a creare un’immanente trascendenza mettendosi a disposizione del dialetto e di tutti i fruitori di quest’opera. Buon ascolto e buona lettura.

Sulla Liberazione

25 Apr

Ogni epoca ha il suo fascismo, scriveva Primo Levi. L’importante sarebbe riconoscerlo, indignarsi e magari ribellarsi, in tempo reale. Pasolini aveva coniato il concetto degli archeologici antifascisti per descrivere coloro che combattevano un fascismo ormai vecchio di cinquant’anni (e ben lontano da poter ritornare negli stessi termini) ma si guardavano bene dall’ opporsi a quello del loro tempo. Per pavidità, ma soprattutto per tornaconto, visto che ne facevano parte.

Questi pensieri valgono soprattutto oggi, il 25 Aprile, una giornata purtroppo incistata di persone che a parole festeggiano la Liberazione dal nazifascismo ma che nei fatti non riconoscono (o negano) i nazifascismi attuali, uno su tutti il capitalismo liberista e le sue tossiche derive economiche, tecnologiche e scientifiche. Salgono pure sui palchi, moralizzano, salmodiano con la lingua biforcuta sempre bella umida di retorica, utilizzano la Liberazione come lasciapassare per i cazzi loro e poi scopri che sono fieri atlantisti, europeisti, liberal progressisti, suprematisti occidentali. Più si dichiarano antifascisti e più ne incarnano i modi e gli atteggiamenti, sono addestrati a fiutare a chilometri di distanza pericolose tracce di fascismo dove non ve n’è minimamente traccia e a menarla col rischio della deriva autoritaria quando qualcuno osa parlare di sovranità, di autonomia e di mantenimento di tradizioni. In compenso sostengono tutte le entità sovranazionali che ci stanno riducendo in merda, appoggiano le guerre, i colpi di Stato e le invasioni benedette dal blocco atlantista, sono pro Israele, pro Ucraina e contro tutti quegli Stati canaglia dell’elenco stilato da sua Maestà Occidente. Sono così attenti ai diritti di tutti tranne a quelli dei poveracci del loro paese, così sensibili alle tragedie umanitarie che sì, la questione palestinese è un problema ma bisogna sentire tutte e due le ragioni. Quindi loro avrebbero ascoltato le ragioni dei nazisti? Evidentemente un genocidio in corso da oltre cento anni non è abbastanza per prendere una posizione. Strenui pacifisti, ma quando i signori della guerra chiamano loro rispondono solerti con soldi e armi, generalmente inviati a gente più nazifascista dei nazifascisti.

Festeggiamo la Liberazione, noi. Loro, i servi, no. Dovrebbero avere la decenza di non festeggiarla. Ma loro una decenza non ce l’hanno.

Grunk

1 Feb

Gli esperti ci dicono che le mode ciclicamente ritornano – diciamo ogni dieci/quindici anni – e si ripropongono, se non proprio identiche, riprendendone i tratti salienti. Chiamiamola voglia del passato, assenza di creatività o anche ancestrale richiamo stimolato e corroborato dai corsi e ricorsi storici. Una quindicina d’anni scarsi è esattamente il tempo intercorso tra la nascita del punk e quella del grunge, che di modaiolo in realtà avevano ben poco. Perlomeno inizialmente. Pur essendo due fenomeni ben distinti e almeno ufficialmente non collegabili fra loro, i punti di intreccio che vengono a galla sono più numerosi di quelli che una grossolana analisi farebbe affiorare. Inutile tentare di appiccicare delle etichette, o risulterebbero pruriginose come quelle della maglietta, ma volendo sintetizzare ai minimi termini, il punk ed il grunge sono stati prima di tutto due fenomeni sociali e culturali, degli stili di vita che scaraventandosi successivamente nella musica hanno trovato la loro sublime forma di realizzazione artistica.

Il punk è figlio della crisi economica che negli anni Settanta ridusse il Regno Unito in una stanca ed avvizzita (ex) Regina e passa dagli squatter, dall’emergenza alloggi poi divenuta occupazione alloggi, dal disagio di chi si vedeva oscurato il futuro tanto da non crederci più, in quel futuro, di fronte alla prima vera crisi del sistema capitalista dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma più che di crisi, il primo abbozzo del sistema occidentale di mostrarsi come realmente è, visto che di crisi vive. E vegeta. I diritti che in trent’anni erano stati acquisiti dalle masse popolari non andavano più bene al Potere, nella lapide del Welfare State capeggia la scritta “Nato e morto in Inghilterra”. Il punk è un movimento sottotraccia che emerge in tutto il suo sudiciume, è la sporca vita di marciapiede di chi vuole rimanere lercio vantandosi di esserlo, ostentandolo, è stato rabbia e desolazione, reazione e alienazione, protesta e apatia di chi voleva reagire a quel sistema ma che forse già sapeva che sarebbe stato comunque sopraffatto. La versione a stelle e strisce trova una situazione meno specifica rispetto a quella della perfida Albione ma anche in America nei Seventy l’aria era tutt’altro che salubre e nella terra dei sogni realizzabili non mancano mai situazioni di estremizzazione sociale, civile ed economica, allora, oggi e come sempre sarà. Dopo l’ascesa degli USA nel Novecento quale superpotenza mondiale, le prime crepe si vedono e si sentono, il Mondo scopre il vizietto della guerra facile degli eredi dei cow boy, d’altronde ognuno ha le proprie radici e la propria dottrina e loro hanno la guerra. Distanza oceanica, malesseri simili. Quindi, origini anglo-americane, tutte le successive tappe saranno ascrivibili prettamente alla fase musicale, compresa quella berlinese, che del punk è stato un centro nevralgico e che avrà un influsso anche a casa nostra. Il grunge vede la luce alla fine degli anni Ottanta, il decennio di Reagan e della Tatcher, i due sicari ingaggiati dal liberismo che riusciranno a creare i presupposti per l’esasperazione sociale. La patria è Seattle, città che vedrà successivamente nascere un altro movimento, quello dei NO Global, di cui il grunge può essere considerato una sorta di precursore. Più che musa ispiratrice, la città che ha dato i Natali a Jimi Hendrix era semplicemente un’inondazione di degrado ed eroina ed il grunge è stato un urlo di rabbia verso l’infinito, era la voglia di strappare e demolire i lustrini e le paillettes dei luccicanti Ottanta, di grattarli via con la trasandatezza di quei quattro stracci indossati su, con l’asprezza di chitarra-basso-batteria e di spararli via il più lontano possibile. Il grunge era una vomitata da sbornia di edonismo. Come nel punk la genesi è stata la protesta verso un Mondo che si era ulteriormente imbarbarito, un Mondo dove il neo-liberismo aveva iniziato a calare gli assi e si prestava a giocare impunemente a carte scoperte sicuro di vincere come solo il banco può permettersi. E come nel punk, l’aspetto grezzo era l’anteprima di cosa si sarebbe ascoltato. I pankettari classici, quelli che si rifacevano alla prima ora, megafoni del proprio rifiuto, sono sempre stati visti come rifiuti, le loro creste scatenavano più disgusto di quelle di certi rettili esotici, reietti erano all’inizio e reietti sono rimasti, l’icona di paria non se la sono tolta nemmeno quando il punk non era più così appestato ed in certe declinazioni più civili era quasi considerato intrigante; l’aspetto grunge ha invece attecchito e dilagato immediatamente nella cultura di massa, diventando moda ed estetica: le camice di flanella da boscaiolo comparivano anche nella versione fighetto dentro alle boutique, a prezzi ovviamente da boutique, lo stronzo opportunista che cavalcava l’onda o l’hipster ante-litteram vestivano grunge. Quello stile era diventato un codice, volevano quell’aspetto anche coloro che ignoravano completamente la suddetta fenomenologia, ma si erano accorti che se non si fossero vestiti in quel modo sarebbero stati loro ad essere ignorati. Chi nei primi anni Novanta era adolescente non può scordare nemmeno che si passò dalla maglietta stretta e fina ai maglioni di tre taglie più larghi, che ad immaginare tutto ci voleva altro che fervida immaginazione…Doveroso dettaglio ormonale. Fatto sta che probabilmente il grunge auto-implose nel momento della sua diffusione nel grande pubblico, non ci era abituato, era contro natura. La differenza sull’accoglienza “estetica” tra le due correnti è da ricercare con buona probabilità contestualizzando gli eventi: negli Ottanta era difficile accettare creste, capelli fluo e decadentismo se non da chi ci credeva veramente, invece con la crisi di identità dei primi Novanta un movimento minimalista come il grunge ha attratto tante persone che si sentivano smarrite e prosciugate dopo un decennio di vacuo fragore. Entrambi gli adepti erano animali metropolitani, creavano disordine affidandosi al loro disordine, un po’ irregolari, un po’ antagonisti, sfattoni e talvolta pure fattoni, con evidenti tracce di nichilismo, totalmente incuranti dell’apparenza da divenire dei noncuranti di professione, cercavano la distrazione con la distruzione, in comune c’erano ancora la giovane età dei partecipanti ed un atteggiamento che era ribelle e visionario, ma anche ingenuo, a tratti infantile. Così un vecchio adagio dell’ambiente “Non fidarsi mai di chi aderisce al punk oltre i trent’anni”. Anche la semantica ci viene in soccorso, non serve l’aiuto da casa: la parola punk significa materiale di qualità scadente, da due soldi, o anche feccia, nel gruppo da cui tutto partì, i Sex Pistols, il cantante John Lydon era Johnny Rotten (Rotten = marcio, da una battuta sull’aspetto dei suoi denti); il termine grunge inizialmente voleva solo dire sporcizia, porcheria, persona sgradevole e ripugnante. Nessuno nega che anche questi movimenti furono intercettati da abili menti commerciali – i già citati Pistols furono una geniale creazione di Malcom McLaren, a partire proprio dal look – ma ciò non intacca minimamente il fatto che la maggiore spinta propulsiva partì dalla strada, dai garage, come il vero underground dovrebbe essere.

Il punk è deflagrato nei Settanta e ha deflagrato i Settanta, che nel lato A del vinile si è trovato i fenomenali mostri sacri del rock e nelle ultime tracce del lato B questi parvenu della musica che rivendicavano il diritto a voler suonare senza (quasi) saper suonare. Talento poco, genialità tantissima. O forse è stato proprio il suggello finale di un decennio magico per la musica. Musicalmente il punk propriamente detto è durato due anni, forse tre, ma buona parte dei meravigliosi suoni degli anni Ottanta sono figli, nipoti e pronipoti suoi (chiamiamola la grande famiglia allargata del post punk e della new wave), le borchie e le catene hanno graffiato indelebilmente le sonorità di quegli anni fino a farli diventare cicatuaggio, cicatrice e tatuaggio. Ha più sottogeneri il punk che figli Garrincha, tutti con tratti somatici differenti e caratteristici, ma il progenitore è sempre uno e non serve nemmeno la prova del DNA. Il punk è una sorgente ormai invisibile da dove sono sgorgati tanti corsi d’acqua che a loro volta si sono diramati vorticosamente. Nato come rigurgito antiestetico, ha poi accolto i cupi pensieri, il mal di vivere e l’introspezione nel decennio sbagliato e a suon di evoluzioni (ma soprattutto involuzioni) una certa branca ha finito con l’essere oltremodo commerciale rinnegando le origini, per essere poi ucciso nel biennio ’86/’87 dall’hair metal quale musica mainstream di riferimento, eliminato a sua volta dopo pochi anni dal grunge, in uno strano gioco di vendette trasversali. E la seconda ondata punk vede la luce, guarda caso, proprio un minuto dopo il canto del cigno del grunge. Il grunge si rifà all’hard rock classico, ma senza una fonte di ispirazione univoca, la libertà per attingere ai più disparati generi è totale, purché siano rumorosi, col risultato che nella sua semplicità il grunge è quanto mai variegato, se ci basiamo solo sulla struttura musicale non sempre è facile annettere od escludere qualcuno dal panorama grunge. D’altronde tante band non si identificavano per prime con quella parola. Torna indietro portandosi decisamente avanti, ha mandato in pre-pensionamento diversi generi e ne ha condizionati di successivi, costringendo anche gli insospettabili ad adeguarsi a quel ciclone. E’ stato un massaggio cardiaco col defibrillatore al rock che rischiava di tirare le cuoia, perlomeno nella sua forma più pura. Mai vista tanta ruvidità, potenza che diventa violenza. Ed anche qui, una meteora: appena si è stati in grado di capire cosa stesse succedendo, proprio come sopra, ed eravamo già nel dopo. E ci siamo ancora. I generi rock seguenti sono tutti alloggiati in un motel dove lampeggia l’insegna Post Grunge, anche tutta l’apprezzabilissima scena alternativa e indipendente venuta dopo i ragazzi di Seattle non ha avuto il carisma del fratello maggiore per rendersi emancipata e si appoggia ancora a lui con riconoscenza. Il movimento grunge è degli anni Novanta ed E’ gli anni Novanta, li incarna perfettamente, forse è la sua colonna sonora più adatta per raccontarli. Già, i Novanta: passionali, fragili, illusori, effimeri, contradditori, travolgenti ma impotenti, intraprendenti a tanto così dall’esserci riusciti – ad invertire la rotta – colmi di speranza ma con tanti vuoti a rendere pieni di rimpianti e di qualche rimorso, finiti come tutti gli altri quando erano iniziati diversamente, una splendida incompiuta che genera affetto, nostalgia, amarezza e un finale sperato diverso. Da ambo le parti furono banditi i virtuosismi e le ricercatezze, la ridondanza venne ficcata nel più vicino bidone del rusco, i suoni rozzi, semplici – che tutti potessero suonarli era una balla che alimentava il mito e che tornerebbe comoda anche in questo articolo, ma come tutte le cose semplici ciò che ne è scaturito sono dei capolavori sempiterni.

Il punk ed il grunge sono durati il tempo di un fiammifero, hanno però acceso una pietra refrattaria eterna, volevano solo urlare che il presente gli faceva mediamente schifo, detestavano il futuro e come contrappasso tutto il loro post sembra destinato a vita imperitura, senza il minimo progetto e lo straccio di un manifesto ideologico sono diventati guida, riferimento e paradigma. Proponevano niente, spesso avevano un atteggiamento autolesionista e discutibile nei confronti della vita stessa, ma hanno avuto il coraggio di dire cosa non andava, che è ancora quello che non va – quella storia che la critica sì ma solo se è costruttiva è una baggianata per mantenere le rendite di posizione. Non hanno il rimpianto di aver taciuto o di essersi auto-censurati, e già questo rende un uomo libero, quindi sereno, forse felice. Non ambivano a cambiare nulla, figuriamoci il Mondo, e invece lo hanno fatto. Culturalmente, musicalmente ed umanamente.

Si ricomincia

15 Set

La riapertura della scuola è il tipico momento indecifrabile, non sai esattamente come definirlo, ma non perché ti manchi l’aggettivo calzante o un ancor più ruspante sinonimo. La terminologia ce l’avresti anche, ma non sapresti quale utilizzare, diciamo che ci stai capendo poco. Vieni da tre mesi di vacanza e come ogni estate ti eri fatto tutti i tuoi propositi mentali già scalettati, ai primi di giugno ti eri già immaginato tutto ed in realtà l’estate ha deciso lei che piega prendere. Sarà così anche da grandi, con la differenza dei tre mesi di di vacanze estive. Chiamiamolo un dettaglio contrattuale. Tante cose che sognavi le hai comunque fatte, ad alcune non avresti mai pensato ed invece ogni tanto (diciamo tutti i giorni) ti tornano orgogliosamente davanti agli occhi, l’hai vissuta tutta, hai stretto amicizia con nuove esperienze che te ne presenteranno altre. E tu non vedi l’ora di dargli il benvenuto. Nelle vacanze estive si trasloca in un’altra dimensione con l’identica residenza di quella invernale, ci si sente un po’ onnipotenti, coscientemente cazzoni e un po’ più grandi. L’han sempre detto che col caldo i ragazzi crescono di più. Dicevano pure con la febbre, ma anche se a volte è fastidioso, in estate meglio crescere col caldo. Ogni estate ha i suoi tormentoni, una canzone, un modo di dire, un’invenzione assolutamente priva di senso, quindi assolutamente geniale e finché si va a scuola si riesce a memorizzare e collocare ogni evento (personale o di attualità) nel corretto arco temporale, quando si ricorda qualcosa prima si pensa a che classe si frequentava, poi si collega l’anno. Dopo non viene a meno la memoria, per quello occorre aspettare ancora, ma è come se mancasse l’appiglio, l’ancoraggio che come la ruota della fortuna ci riporta esattamente in quel momento. Più avanti si vivranno altrettante felici situazioni, ancora spensierate, ma i ricordi si disperdono e diventano meno a portata di mano, e di mente. Si dice “Quella canzone è uscita che ero in 3^”, e non “Quando ero al terzo anno di lavoro”.
L’accorciarsi delle giornate ricorda una clessidra che sta per mettere fine alla festa, ansiosa come tutti i conti alla rovescia, ma anche se non vuoi ammetterlo – e lo fai solo a te stesso in quei giorni in cui sei in buona compagnia oppure a qualche fidato sodale – elabori la convinzione che certe cose belle (e buone) come le vacanze debbano finire per aver voglia di attenderle, assaporarle e poi divorarle ancora. Se ti senti confuso fra una dolciastra malinconia, una gioia satura ,un attraente tristezza e un disagio inedito, sei in buona compagnia, la fine dell’estate fa questo effetto a tanti. Pensionati compresi. Mettiamoci il cambio di stagione imminente, magari qualche cotta o storiella andata a puttana, no ferma….così non gira, ripartiamo, qualche cotta o storiella finita male (in estate le cotte vanno in calore) ed ecco che gli ultimi venti giorni di settembre sono stabili come un Ciao in piega ai 50 all’ora, a confronto il programma di centrifuga della lavatrice scombussola di meno. In compenso qualche incrostazione rimane, servirà qualche lavaggio extra-stagionale. I grandi che vogliono rassicurare i figli sono i primi ad essere emotivamente abbattuti, anche quelli che odiano l’estate e non vedono l’ora che finisca.
Ecco, in questo equilibrio deficitario, andrebbero abolite le pubblicità alla televisione degli articoli scolastici, perché passino pure queste dicotomie settembrine, ma cazzo, sti qua iniziano a bombardarti la testa di zaini, astucci, diari bio, biro colorate ibride e pennarelli da bere dalla metà di agosto! Quando è risaputo che la seconda quindicina di agosto è dedicata a digerire la grigliata di Ferragosto (anzi, LE grigliate). Per forza poi viene il magone ai ragazzi. Fanno come quelli che a forza di darsi dei vecchi prima del tempo lo diventano davvero, e sempre prima del tempo. Perché alla fine i giorni peggiori dell’inizio della scuola sono quelli che precedono l’evento, quella Terra di Nessuno abitata da disincantati ricordi estivi e senso del dovere di chi presto avrà un anno in più. La mattina del rientro, quando alle otto meno un quarto rivedi quella rassicurante bolgia muoversi unita e sparpagliata e senti quel baccagliare in sottofondo che riempie gli spazi adiacenti alla scuola, ti senti a casa. Adesso tutto è reale, regale, tangibile, ci sei tornato dentro, è come un puzzle che ricomponendosi scaccia via tutte le paure per qualcosa che spaventava nonostante fosse la normalità. Il primo giorno di scuola l’abbigliamento conta, è fondamentale. Vuoi un attimo sdrammatizzare (alla faccia di tutte queste profonde riflessioni, sempre di un mezzo lutto si tratta) ma soprattutto farti guardare (ammirare?) per come sei diventato dopo tre mesi che valgono un anno. C’è la voglia di rivedere dei compagni di classe che la distanza, le attività o la fiacca hanno tenuto lontani. Ci sarebbe anche voglia che alcuni compagni rimanessero lontani. Sei smanioso di mostrare il nuovo TU e curioso come la più curiosa delle pettegole, di vedere gli altri come (e cosa) sono diventati. Mostrare le scoperte agli altri (mettendoci sopra il copyright), per scoprire che alcune erano in comune… Chiacchierare davanti alla scalinata con quelli con cui hai passato l’estate, i tuoi amici. A chiacchierare ovviamente dell’estate. Perché tre mesi, fino ad una certa età, sono tanti e non è solo un concetto matematico sulle frazioni. Qualcuno in tre mesi si trasforma, qualcuno di più. Ecco, meglio diffidare se a trasformarsi mettendo su un po’di baffi è stata la tipa con la frangia che l’anno scorso era nel banco in prima fila. Dell’inizio della scuola una cosa da ricordare sono i pomeriggi, una proiezione delle vacanze che per qualche ora distrae e fa tornare a qualche settimana precedente. Sono i compiti che ci riportano dritti a quella attuale, di dimensioni. Ecco, dei compiti delle vacanze meglio non parlare, la situazione internazionale non permette di affrontare un tema spinoso e divisivo di suo. Poi a fine settembre c’è la Fiera di San Michele, un altro evento-obiettivo che addolcisce il rientro, l’evento giusto al momento giusto, che trama perfetta! Riparte anche il campionato di calcio, per convincere che tutto deve tornare alla normalità, ma neanche loro, i calciatori, ci credono tanto, lo si vede dalle espressioni, dai colori delle immagini televisive, ancora troppo sole, troppa luce, ancora troppo abbronzati loro, e poi quella nuova maglia, bisogna ancora farci l’occhio… Strana bestia l’uomo, è la più intelligente ma per andare avanti deve crearsi una serie mica indifferente di viaggi mentali. O forse è la più intelligente anche per questo.


Resta il fatto che le storie della scuola restano dentro, non spariscono all’ultima campanella, sono eventi segnanti, più indelebili dei tatuaggi. Segnanti e sognanti.

Ipocrimania, mitocrisia

11 Dic

La nuova frontiera per apparire accoglienti, tolleranti, inclusivi, civili e democratici (che bello essere CIVILI e DEMOCRATICI!) si sintonizza nell’inventare una rantumaglia di iniziative e battaglie a dir poco patetiche, fanno venire in mente quel secchione che si inventava chissà cosa per impressionare il nuovo Prof (cioè per apparire l’invertebrato che era) o quelle periodiche gare per il più bigotto della Parrocchia, solo che qui subentra una ricerca ossessiva di argomentazioni pompose nell’aspetto ma flaccide di contenuti, anzi, infide.
Parità di genere, ecologia, minoranze presunte o esistenti, discriminazioni vere o inventate per nasconderne altre: ormai c’è un fiocco, uno slogan, un simbolo, una recita e una giornata dedicata a tutti, peccato che nelle altre 364, di giornate, gli organizzatori di questi teatrini vomitevoli non muovano un dito in favore di nessuno, anzi, il più delle volte la principale causa delle disgrazie di tutte le attenzionate categorie è la loro struttura, visto che è un’emanazione del capitalismo liberista. Attenzione, perché se alcuni dei temi affrontati in queste baggianate planetarie sono delle autentiche boiate- tipici di chi è un po’ annoiato ed il suo unico cruccio è creare un ruffiano fumo per gli occhi che garantisca visibilità e seguito – ve ne sono altri di estremamente seri, ma sono esibiti per intenerire, lobotomizzare e fregare il popolino (a sua volta animato da intenzioni che tornino buone) e meriterebbero quindi ben altri attivisti di quelle ghenghe che invece detengono il monopolio della solidarietà. Queste saghe dei buoni sentimenti costruiti a tavolino negli effetti non si discostano molto dal gioco delle tre carte, hanno solo la faccia un po’ più presentabile, ma neanche tanto a guardare bene.
Più la gente fa a gara a partecipare a queste messe in scena, a sbattersi per mettere il like per prima, a condividere messaggi lagnosi talmente sdolcinati che rischiano di far venire il diabete anche al tavolo in cucina e a postare la nuova suggestiva immagine che qualcuno ha ideato per loro, e più i beneficiari di queste campagne sono rimasti perlomeno nelle condizioni di prima.
Perché la loro non è filantropia, è marketing; non è umanità, è manifestazione di potere; non è sensibilizzazione, è stordimento; non è socialità, è sociologia; non è difesa dei più deboli, è controllo delle masse; rappresenta la nuova ortodossia liberale dei diritti civili che ha l’obiettivo di distrarre da quelli sociali e da tutto il mare di povertà e catastrofi che sta producendo il modello liberal-progressista (quello CIVILE e DEMOCRATICO).
Si vuole coprire il male esistente con dell’artefatto amore per i disagiati, ma solo quelli più fotogenici, invece alle numerose vittime meno appariscenti del democraticissimo capitalismo globale non è dedicata alcuna giornata, neanche una mezz’oretta.
Spiacenti, fate poco audience e smuovete pochi sostenitori.

Il tipo che disse che una disgrazia non viene mai sola avrà anche portato un po’ sfiga, ma qualche intuizione l’aveva, occorre dargliene atto. Sì perché accanto alla profusione di retorica ed ipocrisia descritta sopra – da sola in grado di affossare il sistema biliare di un adulto di sana e robusta costituzione – si affianca una nuova categoria di addetti all’informazione con lo scettro di veicolare i messaggi, forse proprio nuova del tutto no, più un’evoluzione delle precedenti: il mitomane.
Nella liturgia per officiare il potere il mitomane ha capito che può ritagliarsi una parte da attore protagonista, siccome quelle iniziative sono una evidente presa per i fondelli, il mitomane a cascata ha semplicemente proseguito senza soluzione di continuità e vuole farci un po’ di cresta pure lui.
Dato che il copione è standardizzato, lui punta sull’interpretazione: teatrale, sforzata, ridondante, eccessiva, melodrammatica, con moine che si alternano ad istigazioni e manfrine che sconfinano nel viscerale, per catalizzare l’attenzione e mostrare la sua luccicante autenticità.
Ovviamente artefatta.
Il mitomane trova un terreno fertile in quelle situazioni, ma dotato di inossidabile egotismo non si accontenta, è l’imprenditore di sé stesso -per utilizzare una delle frasi più inutili che esistano, proprio come il nostro – e si inventa ogni occasione buona per farci sapere che lui c’è.
Ci possiamo imbattere in lui nella carta stampata o nelle trasmissioni tv, sui social o in un libro, e purtroppo anche in più combinazioni; moralista e libertino, impegnato e leggero, politicamente corretto ma anche dissacrante, insomma, tutto, al bisogno. Nel mitomane l’unica coerenza è essere più appariscente possibile, la sola ideologia rimanere al centro dell’attenzione.
Esiste il mitomane specialista (si atteggia da super esperto) ed il mitomane prezzemolino (baccaglia su tutto e tutti perché lui è uno di ampia vedute) ma per entrambi esiste solo una cosa: parlare di sé stesso.
Dev’essere un residuato marcescente di infantilismo, quando la fantasia o la noia porta i bambini ad inventarsi amici immaginari e a proiettare sé stessi in mirabolanti avventure per poi raccontarle agli amichetti sperando che sgranino gli occhi. Il mitomane è rimasto così, un bambino cresciuto (male) e se già da piccoli i ballisti seriali erano fastidiosi figuriamoci quelli adulti.
Stiamo parlando del mitomane al maschile esclusivamente per regole grammaticali, la categoria è rappresentata da ambo i sessi, non possiamo sbilanciarci sulle percentuali o qualche mitomane potrebbe iniziare con la lagna delle quote rosa o con qualche intemerata di quella portata lì e bombardarci a ciclo continuo per una settimana.
Il mitomane non ha confini, né vergogna, in nome della libertà di opinione ci scaraventa la sua inutile prosopopea, se qualcuno osa criticarlo – magari per il ventiseiesimo argomento trattato in una settimana e tutti con fare da luminare, oppure per l’inconsistenza dello stile e dei contenuti messi in campo esclusivamente per farsi notare – lui dall’alto del suo piedistallo (ovviamente auto-costruito) tenta di convincere il dirimpettaio a colpi di vittimismo mischiato ad arroganza e supponenza, non cita le sue conoscenze, il suo sapere, cita sé stesso, anche solo il nome.
Al mitomane piace sentirsi chiamato.
Al mitomane piace chiamarsi.
Eroe di battaglie immaginarie, protagonista di aneddoti onirici, tutte le sue proiezioni ortogonali tendono ad un unico punto, il suo, non ama l’approfondimento autentico, ma solo quello pretestuoso, perché ama approfondire solo ciò che lo riguarda servendosi del resto, il mitomane non di rado osa arrivare a definirsi modesto (una evidente meta-dichiarazione) ed esaltare il lavoro di squadra così da esaltare sé stesso.
Arrivista di prima categoria, opportunista semi-mascherato, non si fa scrupoli a sfruttare le disgrazie altrui, salvo criticare gli altri se si comportano esattamente allo stesso modo. Sfoggia una saggezza che ovviamente non ha, si vanta di aver vaticinato eventi di cui ha sbagliato le previsioni, raggiunge l’apice della lucidità quando utilizza il senno di poi (senno altrui, oltretutto).
Poco talento (inutilmente ostentato), poche idee (inutilmente sbandierate), poche intuizioni: il mitomane si atteggia come se ne avesse invece un magazzino pieno e potesse persino fare consegne a domicilio, tanta è l’abbondanza.
Rabdomante di occasioni per parlare di sé anche quando l’argomento è la Guerra dei Trent’anni, è un onanista di sé stesso, irreversibilmente malato di protagonismo, se abbiamo dei dubbi su quale termine rappresenti meglio la sua distorta personalità fra narcisista, egocentrico ed egoista , col mitomane possiamo eliminare l’imbarazzo della scelta ed usarli anche tutti assieme senza rischio di sbagliare diagnosi, l’unico rischio è di scordarne altri.
La sua è una categoria che non conosce il calo demografico e disgraziatamente il mitomane sta diventando l’idolo di quelli che ritengono di avere una vita culturale attiva e anche di quelli che vogliono replicare il suo approccio ad altri contesti, e sta diventando il modello per coloro che ambiscono ad un ruolo simile al suo.
La figura del mitomane si sta diffondendo anche in altri settori, una logica conseguenza di un modello di società che premia chi riesce a vendersi meglio e per primo, e nella fretta non sono richieste particolari qualità, anzi sono vivamente sconsigliate eccetto quelle di imbonire e stupire a seduta stante.

Il mitomane è il frutto di una dubbia e complessa paternità, è il classico concorso di colpa fra una società sempre più permeata sul sensazionalismo, sullo smodato protagonismo, sul massimizzare, sfruttare ed esasperare ogni cosa, che si erge su un’informazione pacchiana e destabilizzante, ma anche su persone evidentemente predisposte a comportarsi in quel modo e che trovano lì il loro habitat naturale.
L’unica arma che abbiamo per combattere il mitomane è non cagarlo proprio.

La speranza fa(ceva) Novanta

17 Apr

I Settanta sono gli anni dell’appartenenza, della lotta, dell’agorà.
Conquiste epocali andavano di pari passo con la strategia della tensione e con prove tecniche di dittatura da terzo millennio.
Anni impegnati, ma anche truci e rabbiosi dove l’ideologia e le pallottole si rincorrevano in un tremendo meccanismo di causa-effetto.
Manicheismo, tanto.
Manipolazione, molta più del percepito.
Se non si comprende quel periodo è inutile sforzarsi di capire i nostri giorni.
Gli anni Ottanta sono stati invece decisamente più comodi e spensierati.
Divertenti.
Tanto.
Troppo.
Dalle piazze alle discoteche il passo fu breve: Milano da bere, yuppies e paninari, da noi.
Edonismo sfegatato, dappertutto.
Dopo gli anni di piombo la gente volle distensione.
Gliela diedero e in omaggio pure il superfluo che più superfluo non si può.
Un po’ oppio per il popolo e un po’ canto della sirena: l’egemonia culturale (di gramsciana memoria) del neo-liberismo a discapito del sociale nacque allora.
Gli Ottanta sono la palingenesi della plutocrazia, che oggi ha raggiunto dimensioni da crescita ormonale.
E gli anni Novanta?
Mica facile rispondere, perché quando pensi di aver azzeccato la definizione ti accorgi di esserti scordato qualcosa.
Perché i Novanta sono più indecifrabili, un condensato di tutto ed anche del suo contrario, essendo nati in maniera fallace: caduto un regime allergico alla libertà il mondo è stato liberamente obbligato a lasciare il comando ai sedicenti esportatori di democrazia col vizietto della guerra e di altre carinerie.
L’influenza del decennio precedente fu evidente, ma se con gli Ottanta il sistema per distrarre disse “Divertitevi ed esagerate pure”, coi Novanta volle dare una parvenza di contegno, pur seguendo il medesimo filone.
Forse era un modo per superare l’edonismo reaganiano sfrenato, forse era solo una sua emanazione edulcorata.
Peccato che tutto questo facesse a cazzotti con un focolare covato dentro pronto ad esplodere.
Ed esplose.
Esplose perché gli effetti e le reali intenzioni di quelle politiche iniziarono a venire a galla ,anche se in maniera confusa e a volte approssimativa: ad ogni modo si percepiva che trent’anni di conquiste sociali rischiavano di finire in nebbia.
Le persone cominciarono ad intuire di essere in un tritacarne che raramente si inceppa, così, con sofferto disincanto, per qualche istante albergò l’idea che bisognasse tornare indietro anziché andare avanti a testa bassa come si era fatto fino ad allora, perché quando si cammina a testa bassa qualcosa ci si dimentica, e il più delle volte è la dignità delle persone.
Ma dopo poco il pensiero svanì, con buona pace della dignità delle persone.
Proteste autentiche, risposte pronto uso di finto cambiamento, artefatte.
Se il periodo di tensione dei Settanta durò molto è (anche) perché faceva comodo all’autorità costituita: creare il disordine per giustificare una svolta (semi)autoritaria e reprimere il pensiero dissidente, più durava il caos più il piano funzionava.
Nei Novanta la voglia di cambiamento non era politicizzata da ideologie che andavano ormai scemando, era in un certo senso più genuina.
Quasi ingenua.
Ma durò pochissimo.
Pur intensa, la contestazione dei Novanta, rispetto ai famigerati anni Settanta, fu più sporadica e soprattutto meno partecipativa e convinta.
Ci si svegliò dalla sbornia del decennio precedente senza capire la vera causa del mal di testa, si pensava che la nausea derivasse dalla mancanza di legalità e giustizia – ed in parte era vero, visto che ce n’era senz’altro bisogno – ma i mali che iniziavano a devastarci si chiamavano capitalismo globalizzato e neo- liberismo, solo che faceva più comodo ricondurre tutto alla corruzione (che esisteva, eccome) e a protestare solo contro quella.
Lontana era la diagnosi, figuriamoci la terapia, protestammo, forse poco, probabilmente male, per assurdo rafforzammo chi avremmo dovuto demolire.
Abbiamo contestato col fumo negli occhi, arruolati in cause esse stesse abbindolate, divisi in categorie che avevano la stessa paternità.
Siamo stati virilmente anti, anti- questo, anti-quello, ma contro personaggi da operetta e peccato che la controparte fosse più o meno la stessa cosa, solo con una livrea differente, più o meno presentabile.
E poi non basta essere contro qualcosa o qualcuno per diventare alleati e perseguire lo stesso scopo, specie se il tuo presunto alleato è un bastardo.
In troppi si fidarono del cosmopolitismo (e ci si affidarono) e delle frontiere aperte – meri cavalli di Troia – e si fecero convincere dalla gabbia europeista, dalle prigione dei liberi mercati e delle privatizzazioni, insomma, da quella masnada di balle che fanno capo alle famose riforme che da quegli anni iniziarono ad incombere ed aleggiare.
Chi aveva invece intuito e vaticinato i pericoli di questa svolta erano i movimenti No global (quelli autentici, quelli nati col popolo di Seattle, non le tristi versioni sbiadite ed opportuniste) ma furono prima dipinti come violenti e facinorosi, trattati poi come vandali o teppisti e infine bollati come nemici della modernità, del benessere e della democrazia – l’epiteto nemico della democrazia in genere funziona sempre, un po’ come gli infiltrati nei cortei.
In troppi non capirono il loro messaggio, anche quelli considerati antagonisti di professione, che si smarrirono in battaglie facili, teleguidate, sterili o utili a chi avrebbe dovuto essere l’obiettivo della contestazione.
In quel decennio il potere finge di cambiare scegliendo la faccia più pulita e la casacca giusta perché si potrà permettere quello che vuole senza sforzi.
Oppure opta per il cambiamento smaccatamente gattopardesco e la gente è divisa in blocchi e fazioni che sono l’una il rovescio della medaglia dell’altro.
E così il capitalismo evoluto è libero di squarciare il culo a piacimento ed ha pure il tempo di prendere per bene la mira.
Il potere è (quasi) sempre stato avanti ai fenomeni storici ed ha intercettato e veicolato le proteste, ma è nei Novanta che per sgattaiolare e mantenere lo status quo, sceglie, quasi ufficialmente, la maschera adatta ad ogni occasione, anche quella del nemico.
In politica lo chiamano trasformismo, nella vita di tutti i giorni paraculismo.
Del potere, prima, abbiamo visto soprattutto la potenza, nei Novanta, e dai Novanta, anche il camaleontismo.
Con un’incazzatura mediamente alta ed una sana voglia di indignarsi che pareva indissolubile, resta il rimpianto di non averci provato abbastanza.
E di non aver rigettato il messaggio orwelliano di invertire la realtà delle cose.
Gli anni Novanta, ovvero speranza e delusione , sono implosi (o fatti implodere) nello stesso momento in cui sono nati.
Dove al bisogno di prosperità, serenità ed autonomia ha fatto seguito l’insediamento dell’Euro e delle sue regole opprimenti.
Dove la celeberrima libertà occidentale si è ridotta a cercare dei dittatori in giro per il Mondo senza accorgersi dei propri.
Dove ai protocolli sul clima si è affiancato un aumento sfrenato della produzione e dei consumi di merce per lo più inutile.
Dove il bisogno di scoprire oltre confine ha fatto diventare tutti apolidi.
Dove mani che si stringono blaterando di pace sono le stesse che hanno ordinano genocidi, massacri e invasioni.
Nei Novanta una iniziale ventata ha portato un polline che profumava di rivalsa e rinascita, illusione spazzata via dal tifone che farà respirare solo l’alienazione e la subalternità al profitto e alla sua macchina organizzativa.
Le ideologie che dapprima avevano unito e diviso sono state sostituite da slogan studiati a tavolino e da valori scialbi e liquidi, tanto da creare negli sfruttati i classici schiavi che invocano frusta e catene.
E’ dalla metà del nostro decennio che è andata in onda la seconda e decisiva fase del nuovo metodo di potere: cinismo, fanatico globalismo, spersonalizzazione, sradicamento, disprezzo nei confronti del sociale e del pubblico, alienazione al business, abiura delle origini.
Ci hanno finanziarizzato il pensiero, economicizzato l’anima e burocratizzato i gesti e le azioni.
La competitività è diventata un comandamento, peccato che solo testualmente faccia rima con dignità.
Dignità, ancora lei.

Ogni epoca si riflette con le rappresentazioni artistiche del proprio tempo (e viceversa), l’ultimo decennio del Novecento si era svegliato con l’ambizione dichiarata di tornare alla semplicità, alla purezza, ad un fiero minimalismo (ricercato o grezzo), di evitare inutili orpelli in nome della spontaneità, agli eccessi si preferiva la profondità, che fossero suoni, testi, trame, arrangiamenti, sceneggiature o regie.
Con le dovute eccezioni.
L’Idea che le ricette artistiche precedenti fossero da soppiantare invece era in comune coi decenni più attempati, come il vizio di gettare via l’acqua sporca ed anche il bambino.
Passato il tempo dello sballo e della provocazione tout court , icone del decennio cotonato, il talento si affidava alla rabbia, all’insofferenza, alla riflessione – presenti invero anche negli Ottanta, ma con meno sistematicità.
Il colpo di spugna inferto alla smaccata ridondanza degli Ottanta sapeva di manifesto per un nuovo corso, culturale e di costume.
E’ di questo intricato decennio l’ultimo genere musicale realmente nuovo, il grunge, nato letteralmente sottotraccia, figlio delle protesta e dell’insoddisfazione, cresciuto nel bisogno di urlare il male interiore per salvarsi la vita e di dare una rumorosa svolta a quella società, ritrovatosi famoso come i generi commerciali che disprezzava da piccolo.
Ha mandato in soffitta artisti e generi, di altri è stato (e continua ad essere) una musa ispiratrice, anche per degli autentici insospettabili.
Si pensava che l’asprezza del grunge come una carta vetrata potesse togliere il marcio che affiorava per far riemergere la linfa fresca.
Si pensava.
Impetuoso, travolgente, influente, effimero, autolesionista, la colonna sonora dei Novanta non può che essere lui, il grunge.
(Una vocina mi suggerisce che la storia non va divisa col righello, né catalogata in ferrei periodi di comodo per chi scrive, come se una qualsiasi epoca iniziasse o finisse esattamente in quel determinato anno, attribuire la paternità di un evento non è mai facile, anche le più iconiche ricorrenze sono tali perché tempo prima – magari un tempo di altra epoca – si sono create le condizioni affinché quell’evento si materializzasse.
Mi dice ancora la vocina, per corroborare ed esemplificare la sua tesi, che il grunge è sì esploso nei Novanta, ma di fatto è nato qualche anno prima.
Bisogna sempre ascoltarle le vocine)
Quindi, la qualità c’era, ma anche qui il decennio non smentì la propria ambivalenza perché nel bilancio finale non mancheranno parecchie voci di assoluta mediocrità o di inutile ridondanza.
E nei Novanta capitava anche che le favole si dissolvessero, magari sul più bello, e anche gli eroi cadessero, magari definitivamente, e nella rapidità della capitolazione, e nel lasso di tempo fra il successo e la sconfitta c’è tutta l’essenza di quei dieci anni.
I Novanta sono Ayrton Senna che si schianta ad Imola per un cedimento al piantone dello sterzo.
Sono Freddy Mercury che muore di AIDS.
Sono l’Italia che getta via due Mondiali ai rigori (forse tre).
Sono Marco Van Basten che gioca la sua ultima partita a 28 anni per i guai alla caviglia.
Sono Kurt Cobain che a 27 si suicida.
In compenso nacquero i programmi televisivi urlati e di conseguenza gli sbraglioni di professione ed anche la politica imboccò senza indugi la via della spettacolarizzazione (un ossimoro, visti i personaggi in campo), nei media iniziò una fase di morbosità che con la scusa dell’audience, o delle copie vendute, traslocò anche nella vita di tutti i giorni e a forza di evoluzioni tecnologiche non separerà più il pubblico dal privato, la condivisione dalla riservatezza, l’ego dalla vergogna.
Dalla maglietta fina e stretta si passò a maglioni e camicie tre taglie più larghi del dovuto (grazie grunge!), dove per immaginare qualcosa (qualcosa, figuriamoci tutto) ci voleva altro che una fervida fantasia.
Ma chi se ne frega, da allora possiamo comunicare come vogliamo, da dove vogliamo e in quanti vogliamo.
Unica condizione richiesta: essere soli.
E’ la tecnologia, bellezza.
Ad ogni prodotto multimediale che veniva lanciato sul mercato le strade, le piazze ed i bar si svuotavano un po’ di più.
Oggi non c’è tanta gente in giro fuori, nei primi Novanta ce n’era decisamente di più, anche di martedì.
I Novanta hanno accolto l’ultima generazione di ragazzi analogici, quelli che le emozioni preferivano prima viverle piuttosto che immortalarle in una foto, quelli che i ricordi non li hanno salvati in una chiavetta USB ma se li portano dentro tutti perché autentici, avevano una sorpresa nel sapere chi ci sarebbe stato e chi no nel ritrovo, lo squillo del telefono (di casa) poteva far battere il cuore, sono stati gli ultimi a spedire una cartolina, a scrivere una lettera, e a sperare di riceverle (e a godere nel riceverle), creavano le loro compilation su musicassetta con degli strani rumori fra un pezzo e l’altro, per se stessi e per gli amici, e per quelle che speravano divenissero più di amiche, gli album musicali erano prima agognati, poi frustati, ma sempre custoditi con cura, le loro compagnie erano numerose, più delle chat di oggi, con la differenza che allora l’obiettivo era il contatto, oggi il contatto è solo una funzione della rubrica del telefono.
Siamo stati fortunati, noi, ad essere quei ragazzi.
Da allora abbiamo avuto sempre più opportunità, più occasioni, più possibilità, più tutto, ma per star bene dobbiamo filtrarle, rigettarle, selezionarle.
La qualità della vita ci è migliorata solo se siamo noi a gestirla, fattispecie non sempre così scontata.
E così semplice.

Cosa resterà degli anni Novanta?
Una prima parte, di autentico fermento.
Una seconda, di autentica fermentazione , il traghettamento verso gli inutili Duemila.
Una splendida incompiuta, tanto illusori quanto raggirati loro stessi, complessati da quel conflitto interiore mai sopito fra svoltare ad U e imboccare una faticosa salita o proseguire in una discesa, ma col burrone, alla fine la mancata decisione pesa più di quella presa.
Un desiderio di cambiamento tramutato mestamente in ratifica della restaurazione, anni iniziati da incendiari e finiti col Tamagotchi.
Gli Anni Novanta sono un fotogramma sempre nitido.
Stai per toccare con un dito il cambiamento, ma ti sfugge.
E sai che quell’occasione non tornerà più.

Ottanta all’ora

10 Feb

Se gli anni Settanta, in Italia, sono ufficialmente iniziati con Piazza Fontana (la mamma di tutte le stragi, 12/12/1969), gli Ottanta vedono la luce il 02/08/1980 nella stazione di Bologna.
Dopo un decennio di esasperazioni la parola fine viene apposta con la stessa vigliacca modalità di come erano iniziati gli Anni di Piombo, ma diametralmente opposte saranno strategie e finalità.
Meccanismi disumani e perversi che una coscienza non può che ripugnare e disprezzare.
Il decennio vedrà poi i titoli di coda, in mondovisione ed a reti unificate, con la caduta del Muro e la rivolta di Piazza Tienanmen per proiettarsi negli illusori, enigmatici e contraddittori Novanta.
L’Italia, all’acme del proprio prestigio, non lo sapeva ancora, ma stava già sprofondando: vittima designata del nuovo scacchiere internazionale, svenduta da servilismo, insipienza, pressapochismo, tornaconto personale e dal quel male atavico identificabile come l’opposto dell’amor di patria.
Cause esogene ed endogene ed il delitto fu servito quando ancora la banda suonava.
Gli Ottanta hanno quasi quarant’anni ma non li dimostrano, fedeli alla propria effige di eterni e scanzonati teenager.

Giudicare un periodo senza farsi condizionare dai ricordi (specie se giovanili) è dura.
Sono stati anni istrionici, divertenti, esagerati, erano costruiti per quello, il risultato del più bieco utilitarismo: tutto va ben (Madama la Marchesa) purché dia piacere.
A pensare e a riflettere avremmo fatto in tempo domani.
Un proposito che stiamo ancora rimandando.
Non che la sostanza mancasse, semplicemente le veniva preferita la forma, il più possibile vistosa (e pacchiana) anche a discapito dell’eleganza, stupire era una missione, il piacere doveva essere inversamente proporzionale alla profondità, il divertimento sedare coscienze e spirito critico, pure la ribellione era ricondotta nella sfera più edonista, pareva che il limite non avesse fine e l’unica regola da seguire diligentemente fosse l’eccesso.
Ci si prendeva poco sul serio, anche le ultime puntate della Guerra Fredda avevano perso credibilità.
Prevedibili come la trama di Rocky 4.
In Italia erano gli anni della Milano da bere.
Abbiamo bevuto.
Anche troppo.
Fuori dai confini si respirava la stessa aria perché chi aveva commissionato gli Anni Ottanta pretendeva massificazione e leggerezza e spingeva le persone a cotonarsi non solo i capelli ma anche il cervello sottostante.
Dieci anni intensi, sempre di corsa – sono volati via in un istante – non c’era tempo né voglia di fermarsi e nella frenesia alcune cose riescono meglio, altre peggio.
Questa atmosfera elettrica sprigionava una sensazione che tutto potesse essere aumentato, incrementato, superato, anche questa era speranza – o una sua astuta sublimazione – infatti sembrava che i poli fossero solo quelli positivi.
E’ stato un decennio dove la secolarizzazione, la libertà di espressione, di costume e l’esaltazione dell’ego hanno impazzato; agognate per non so quanto, si sono materializzate una in fila all’altra.
Tutto bene quindi, anzi benissimo.
Beh, quasi, visto che ci siamo emancipati più come consumatori ed esibizionisti che come uomini liberi, alla fine quell’individualismo sfrenato che ne è scaturito non ha arricchito il singolo ma in compenso ha impoverito tutta la collettività.
Collettività: un termine talmente dimenticato in quei patinati dieci anni che ha rischiato di atrofizzarsi.
Quel decennio è stato pajettes e luci stroboscopiche ficcati negli occhi, per permettere al manovratore di portare avanti la nuova fase del capitalismo incentrata nel rendere superati ed obsoleti equilibri e conquiste pagati a caro prezzo (ovviamente dai poveracci).

Nella storia certi eventi sono casuali, tanti altri no, il Muro di Berlino poteva cadere solo negli Ottanta, ma qualcuno, allora, trafelato dai peana sulla libertà e dal giubilo per la vittoria della democrazia, non capì che assieme ai quei cupi e grigi calcinacci si sgretolò anche un argine al liberismo – certo, un argine cupo, un argine che opprimeva e faceva paura, siccome però la dicotomia sui buoni e cattivi aveva già attecchito ben prima degli Ottanta e non mollerà certo la presa dopo, individuato il cattivo (l’Urss e la sua galassia), per esclusione, chi lo combatteva era considerato il buono, che così buono non era (e non è) e poteva permettersi tutte le nefandezze che voleva.
Ai tempi – in uno Sliding doors ante litteram – le persone giocavano ad immaginare come sarebbe stata la loro vita oltre quel Muro, ad est come ad ovest, sfogliando immaginazione, speranza, supponenza, dubbio.
Il Muro sapeva anche unire.
A noi andò decisamente meglio a nascere e a vivere da questa parte, ma tanti diritti conquistati li dobbiamo all’esistenza di quello che era dipinto come il terrore puro, mentre alle popolazioni oltre cortina andò davvero peggio quando assaggiarono gli effetti del libero mercato post caduta.
Spruzzare concetti filosofici in un articolo sugli Anni Ottanta è come parlare di uncinetto in una fonderia, ma per disquisire sul Muro senza l’ortodossia delle opposte tifoserie dobbiamo affidarci alla teoria dei pesi e dei contrappesi: al Mondo faceva bene che qualcuno provasse ad opporsi agli sceriffi a stelle e strisce, faceva bene non per ciò che era e rappresentava, ma per quello che controbilanciava.
Se guardiamo alla storia il socialismo è stato il solo a tenere a cuccia il liberismo che dalla caduta del Muro ha invece proliferato – che poi l’Urss non fosse l’applicazione del socialismo è un concetto per quelli che amano approfondire.
Come l’Occidente forse non è la patria della libertà, visto che anche in quegli anni che precedettero il 1989 in nome dell’anti-comunismo vennero appoggiati, o addirittura creati, sistemi anche più dittatoriali di quello sovietico.
La caduta del Muro è stata emotivamente coinvolgente per vicende personali che non potevano non commuovere, l’istinto ci spingeva a solidarizzare e a reputarla una conquista, per certi versi lo è stata, ma politicamente fu una tragedia.
Ai servizi televisivi in salsa strappalacrime sulle crudeltà del Muro dovrebbero far seguire quelli sugli effetti, altrettanto catastrofici, creati in giro per il Mondo dal capitalismo d’assalto globalizzato, che dal quel 1989 non ha avuto più rivali.
Iniziarono a ripeterlo con le prime dirette che assieme al Muro era caduto anche l’ultimo regime autoritario del Novecento e la litania non si è ancora spenta – la classica mezza verità o mezza bugia – peccato che questi prezzolati storiografi a senso unico non ci abbiano mai spiegato perché senza più nemici della democrazia il Mondo a trazione amerikana sia sempre peggiorato avviluppandosi fra guerre ed isterismo.

L’Oscar per il miglior attore protagonista andrà al duo Reagan-Tatcher,
le scorie della loro interpretazione ci contamineranno ancora a lungo: sono riusciti a demonizzare tutto ciò che è pubblico associandovi ogni infamia, hanno fatto biasimare, contestare e lasciar cadere i concetti di solidarietà e Stato sociale da chi ne avrebbe bisogno (ovvero la gente comune) e a far loro rincorrere chimere che li stanno sbranando.
La Regina del decennio invece è stata lei, la Televisione, in una nuova livrea un pò imputtanita ma ancora incisiva; il suo predominio assoluto in tema di persuasione verrà presto ridimensionato da tecnologie allora agli albori.
Sempre a quel periodo si deve lo sdoganamento del tamarrismo e dell’ostentazione: considerati comportamenti deplorevoli solo qualche sera prima, sono mutati in vanto e oggi ulteriormente rinfocillati fino a divenire parte integrante per il successo.
Sotto il vestito niente, o comunque poco.
Associare la parola musica agli Anni Ottanta significa entrare in un’aporia.
Gli Ottanta musicali sono stati idolatrati, demoliti e riabilitati.
Ancora oggi c’è chi li adora e chi li brucerebbe.
Il punto è capire di cosa parliamo, perché ci furono cose straordinarie (più o meno sottotraccia) e un bel pò di merda (sempre in bella mostra).
Ma non più di oggi, anzi.
In qualsiasi epoca la ricerca della novità stilistica si basa sulla rottura degli archetipi in vigore.
Neanche il tempo riesce ad essere un imparziale giudice sul risultato ottenuto, per fortuna anche lui cambia idea, prende dei dritti, torna sui suoi passi, sentenzia e poi rivaluta.
Nonostante il decennio sia stato una generosa fucina di generi, artisti e pezzi a dir poco geniali, nell’immaginario popolare il paradigma erano (e sono) le mitragliate di sintetizzatori e quei ritornelli orecchiabili ancor prima di averli ascoltati, tanto che diversi musicisti, anche quelli dotati, anziché tentare il qualcosa in più si accontentavano di seguire quell’onda lunga, evidentemente più ap-pagante.
Comunque se qualcuno vuole ascoltare della gran musica gli Ottanta sapranno essere generosi.
In quel decennio poi c’è stata la summa dello sport: Calcio, Formula Uno, Tennis, Rally, Basket, Motomondiale.
Si sono dati appuntamento una pletora di talenti per epici duelli ancora incontaminati (o comunque poco) da esigenze televisive, ridondanza di schemi, atletismo esasperato, tirate di culo degli sponsor e controlli elettronici.
E nelle domeniche italiane si aggiungeva 90° Minuto con le sue pause chilometriche, i suoi ritmi blandi ma a loro modo serrati, i suoi inviati elegantemente caricaturali, i suoi riti prevedibilissimi ma attesi ogni settimana con ansia.
Oggi lo sport è più professionale, più vincente, ma ha forse perso quella poesia che lo rendeva assieme nobile e popolare.

Opporsi agli Ottanta, avendoli vissuti in prima persona, era quasi impossibile.
Nel decennio le voci fuori dal coro c’erano ma venivano fagocitate dalla stessa architettura fino a renderle smaccatamente anacronistiche, oltremodo decontestualizzate esattamente come chi le proferiva.
Durante una chiassosa festa quante voci non si sentono…
Gli Anni Ottanta vivevano di pubblicità, erano essi stessi pubblicità e, seppur monopolisti, vendendo il loro prodotto all’inizio non hanno fatto pagare niente perché erano un accecante diversivo per spingere le persone verso la mentalità neo-liberista, salvo farle poi sentire in colpa con l’accusa di aver vissuto sopra le proprie possibilità, evidente scusa per andare avanti con la macelleria sociale e col taglio dei diritti nei decenni successivi – ovvero la conclusione del piano.
Infatti gratis non c’è nulla, il redde rationem è un tipo dalla buona memoria che si segna tutto, specie quando è il padrone di casa che ha deciso di scombussolare la morfologia sociale scaturita del trentennio post guerra.
Ti facevano credere che il protagonista fossi proprio tu, confessandoti solo dopo che invece eri solo la vittima.
Anzi, manco cagandoti di striscio, visto che l’indifferenza è cresciuta di pari passo con la convinzione che l’individuo potesse fare a meno della comunità.
La libertà sa diventare aguzzina quando viene scomodata per secondi fini.
Gli Anni Ottanta sono stati il prototipo della attuale società imperniata sull’apparenza come mantra, competitiva solo se il risultato è il profitto, che corre per autodistruggersi, che abbassa volontariamente la qualità e scarta tutto ciò che possa nutrire una testa pensante, ma ricordarli con un pò d’affetto, quegli anni, o in qualche caso anche rimpiangerli, non è sinonimo di dissonanza cognitiva.
Perché ancora la speranza era palpabile (o era qualcos’altro ma faceva comodo catalogarla così).
Perché il nuovo aveva appena attecchito quindi la semplicità a la voglia di stare insieme venivano ancora a galla.
Perché a desiderare un pò di spensieratezza non si cade nell’ignominia.
Perché c’era sì la consapevolezza che il mondo stesse cambiando, ma come nelle favole c’era l’illusione di poter prendere solo il buono di quel nuovo corso, cristallizzando il resto.
Ah, accidenti anche alle favole, a volte.

Gli Anni Ottanta sarebbero stati l’ideale complemento d’arredo di ogni decennio.
Ne sono invece diventati i muri portanti.

La Pietra filosofale

19 Feb

Quando si è piccoli il Mondo arriva in maniera differente.
Che sia lui a volersi presentare in modo insolito ai nuovi inquilini?
O sono i bambini a munirsi di un filtro diverso per ognuna di quelle scoperte che gli fioccano davanti?
E per un bambino tutto (o quasi) è una scoperta.
Se non ci facciamo inghiottire dal tunnel della razionalità possiamo anche ipotizzare che magari è proprio la percezione adulta ad essere artefatta o limitata, e solo da bimbi se ne può assaporare l’essenza autentica.
Un’auto, un bosco, un quartiere, un quadro, una cantina, possono assumere, nelle giovani ed indefesse menti, dimensioni gigantesche, sedimentandosi nel pensiero fino a diventare un paradigma e solo parecchi anni (ed esperienze) dopo ci si ravvede, senza comunque riuscire a togliere quell’alone di stupore per quanto sia durata la congettura.
Quando si è alti così non solo le dimensioni si divertono a mutare, anche la percezione è deformata e come una secchiata di vernice gettata su una tela può prendere qualsiasi direzione, muta perciò il senso stesso di ciò che si osserva, o che si immagina – una distinzione, quest’ultima, che un bambino seppellirebbe fra un’alzata di spalle ed una sardonica risata.
La logica direbbe che tutto questo accade per un naturale rapporto dimensionale, il buonsenso invece per autodifesa.
Ma la logica ed il buonsenso non sempre spiegano tutto.
Perché in quella fiaba continua che è l’essere bambini la fantasia è in perenne flagranza di reato e pur avendo commesso il fatto è sempre scagionata godendo di una meritata e perenne immunità.
I bambini scorgono animali dalla materia, stanano mostri che non esistono (ma siete poi così sicuri che non esistano?), patiscono luoghi severi, percepiscono timide situazioni, scorgono ombre minacciose, costruiscono da un sassolino, disegnano percorsi profondissimi e forme di Mondi casualmente programmati, intuiscono (anche più frequentemente degli adulti) e leggono le situazioni (anche più lucidamente degli adulti).
Se chiedessimo ad un fanciullo cos’è una figura allegorica il boh sarebbe garantito, ma lui, senza saperlo, ne ha già fatto conoscenza.

Ricordo che a me da bambino inquietava tantissimo una pubblicità (figuriamoci gli horror…), stranamente la mia proverbiale memoria sta facendo scena muta sul prodotto che ci volevano somministrare, ad ogni modo nello spot si vedeva (dall’alto) una città correre ad un ritmo forsennato che finiva per avvilupparsi su se stessa e più che un agglomerato di persone, strade e case assomigliava alla sezione di un circuito elettrico dove l’unica cosa visibile era un fascio di luce.
Tutti i giorni mi ripromettevo di sfidarla, ma in cuor mio speravo che nel blocco-réclame della neonata tv commerciale non apparisse proprio (sotto sotto puntavo ad una vittoria in contumacia), ma lei rispuntava, puntuale e carognosa, al solito orario – evidentemente non mi erano ancora chiare le regole sulle concessioni degli spazi pubblicitari.
Se ci penso oggi mi viene da sorridere, se ci penso una seconda volta continuo a sorridere ma aggiungo che qualcosa di quei mondi è arrivato fino a ad oggi, ed ha tutta l’aria di volerci restare; e credo che valga per ognuno di noi.
Quel vortice che nella mia testa annullava le persone, assomigliava parecchio al prodromo del folle progresso senza sviluppo e della crescita ipertrofica che guardano al Pil, esaltano la tecnologia e calpestano persone e ambiente.
Il mio timore, seppur ingigantito dai neanche dieci anni, non era poi così infondato ed inglobava il rigetto a quella moritura concezione, che difatti porto dentro saldamente.
Invece, fra i viaggi mentali personalizzati a bordo della trasformazione, una delle mie mete preferite era in una parete.
C’era una specie di incavo orizzontale ben visibile e complici le venature verticali che lo circondavano, io ci vedevo una faccia con un naso dantesco e una grande bocca, grande e particolare, e mica finiva lì perché, questo incavo aveva una bella fessura che era poi il posto dove infilare la mano per ottenere chissà quali risposte, per farsi predire un anticipo del futuro o solo per inventarsi un gioco da alternare alle macchinine e al pallone.
Questa bocca – perché poi alla fine il fulcro di tutto era nella bocca – indossava un’ aria fiera, austera, incuriosiva con circospezione ma non mi avrebbe mai fatto del male, non sapevo bene il motivo ma ne ero certo.
Le famose certezze dei bambini.
Visto che queste storie erano come i Lego – potevi aggiungere e togliere quello che ti pareva e loro rimanevano sempre in piedi ed avevano comunque un perché – durante una vacanze di Natale guardando il trailer de La storia infinita mi fissai in testa l’idea che il muso del cavallo fosse la bocca della parete.
O che il muso del cavallo fosse nella parete.
Interscambiabili appunto, come i Lego, con l’aggiunta di un Neverending story che partiva in automatico.
La parete di cui sto parlando non era quella di casa mia, neanche quella del mio vicino e nemmeno di qualsiasi altro edificio del Peep o dei dintorni.
Quella era una parete della Pietra di Bismantova.

Sono cresciuto sotto la sua egida, da un angolo dove non sembrava neanche lei e che ti invogliava a cercare quelli più attraenti – la Pietra sovverte le regole sulla geometria perché di angoli da cui poterla ammirare
ne ha infiniti.
Alzavo la testa e la vedevo, lassù, così imponente, dominante, misteriosa ed infinita, sembrava un Dio pagano, sicuramente più desiderabile e raggiungibile di quello che ci propinavano a catechismo.
Ovvio che tutto muti, se nel frattempo è mutata anche la Pietra: il sentiero si è infoltito di vegetazione che ora la ricopre come una saggia barba, le facciate hanno la pelle più screpolata (non parlate di rughe se no s’incazza) e perfino quella bocca ha cambiato espressione col passare del tempo.
Chissà se il suo od il mio.
Vederla quotidianamente non garantisce di sapere tutto di lei, diciamo che la Pietra ricorda quelle persone che conosci da una vita eppure riescono sempre a stimolarti lasciandoti un nuovo stupore ad ogni incontro.
E poi lei non è gelosa dei propri segreti, non ne cela alcuno, premia solo i solerti che sfidano la pigrizia e ricercano un angolo, una visuale, uno sfondo, un anfratto che possa far esclamare “Da qui non l’avevo mai vista!”.
Se hai iniziato a guardarla col morgaglio al naso (è il moccolo) sei stato catturato, così la Pietra è in ognuno di noi, il legame è consustanziale, quando perde qualche pezzo sentiamo staccarci qualcosa pure noi, la sua forza sta qui, non è solo ambiente – e già basterebbe per venerarla due volte al giorno – è qualcosa che si è calato in ciascuno di noi, l’abbiamo respirata, immagazzinata, fantasticata, ce l’abbiamo dentro da prima di nascere ed è per questo richiamo materno, atavico, magmatico, che vogliamo coccolarla e gustarcela da varie angolazioni, lei così diversa nella sua unicità, monolite mutante al variare di un metro, montagna con la somma pianeggiante, roccia coperta di verde, cima che punta allo zenith, sembra opera dell’ala più creativa del Big Bang o della matita particolarmente psichedelica di un fumettista.
La Pietra è una nave per solcare l’Appennino, una vetta per scorgerne altre, un baluardo all’identità, un antidoto allo sradicamento, è l’esplorazione nella staticità.
Sasso, ma anche stella polare grazie alla quale ci orientiamo, se siamo in un posto nuovo una sbirciata per cercarla è automatica, è un punto di partenza che si cerca anche nell’arrivo ed in cui si desidera tornare.
La Preda (in dialetto la chiamiamo così) è icona e allo stesso tempo (una) ragione del legame con l’Appennino, Luca nei viaggi di ritorno da Bologna affermava di sentirsi arrivato a casa quando iniziava a scorgerla – uno dei tanti punti di contatto della nostra fraternità.

Temo che la scena della pubblicità, alla Pietra, si presenti sempre più frequentemente davanti, e purtroppo, non su uno schermo in prima serata, ma dal vivo.
Più quelle città corrono inutilmente veloci e più lei risponde con la silenziosa forza millenaria che ha visto passare nel fiume, uno dopo l’altro, cadaveri, tutti i carnefici delle umane follie.
Nell’era della società iper-connessa ma scollegata dalle persone, quando le certezze vacillano e l’insicurezza le sostituisce, se ti volti spaesato lei, aspra e accogliente, ti sussurra “Stai tranquillo, sei al sicuro…Come non ci credi?Guarda, mi vedi, sono qui!”.
A chi ne ignora l’esistenza, racconti di lei con l’orgoglio di chi parla di una propria creatura, qualcuno inizialmente non comprende questa interazione, ma appena gli sguardi s’incrociano percepisce istantaneamente l’incantesimo, e l’abbozzo di sminuire la magnificazione termina in un rispetto per qualcosa che sconfinando nel sacro, sa di apodittico.
Non sono per niente convinto che alla bellezza ci si assuefaccia e che la sua quotidianità procuri indifferenza, perlomeno credo che non riguardi la sfera della Pietra di Bismantova, dove la voglia ed il bisogno di viverla e stupirsi surclassa l’abitudinarietà.
Ed anche perché l’onda lunga della sua emanazione concupisce come il primo giorno: durante la ricerca di quella che sarebbe poi diventata la nostra casa, un giorno mi uscì uno spontaneo “Io devo vedere la Pietra”, commento puro di uno stato d’animo che traspariva più dipendenza e passione che debolezza, mentre quando è stata l’ora di scegliere l’icona di questo blog – la casa è di tutta la famiglia, il blog è una stanzetta tutta mia – mi è venuto fisiologico come respirare sceglierla in una posa accattivante.
E dopo tanti anni qualcosa dedicato a lei era giunta l’ora di scriverlo.

E’ tardi, ma appena avrò terminato la pubblicazione di questo articolo, uscirò dalla pagina del blog e scriverò Pietra di Bismantova nel motore di ricerca, poi un clic su Immagini.
Per andare a letto sereno.

La prova di traduzione

21 Nov

Università della Strada
Facoltà del Libero Pensiero
Sessione d’esame Dissidenza Attiva 1

“Avanti il prossimo”
“Buongiorno”
“Buongiorno a lei, prima di passare alla prova mi permetta un doveroso cappello introduttivo visto che sostenere questo esame è un primo traguardo per raggiungere altre mete: avrà notato – e vedo con piacere che è in pari con gli esami – che in questa facoltà non vogliamo formare degli specialisti ma degli eclettici, che cerchiamo di instillare il seme della diffidenza alla versione ufficiale e soprattutto che miriamo ad emancipare le persone da dogmi, precetti, tifo e restrizioni che ne limitino l’onestà intellettuale”
“Certamente, l’ho scelta proprio per questo”
“Mi compiaccio; bene, il test di oggi verte sulla lingua inglese, sull’egemonia culturale e financo sulla sociologia di massa: mi deve tradurre la locuzione Black Friday
“CAGATA PAZZESCA”
“Complimenti, lei ha superato l’esame con il massimo dei voti”
“Grazie”
“Hanno proprio rotto i coglioni, eh?”

Superclassifica Show

6 Ott

Tempo fa un’amica di Facebok, di qualche anno più giovane di me, scrisse un post che recitava più o meno così “Ho scoperto di adorare i Pink Floyd, mi sono messa ad ascoltare la musica delle persone grandi!”
Sensazionalismo non pervenuto,ricerca di like assente, poca propaganda, tanta introspezione: insomma, apprezzai molto la riflessione – probabilmente per una convergenza di percorsi musicali – e con la curiosità di uno che intuiva ci sarebbe stato del materiale da sociologia spiccia, mi misi a scorrere i commenti.
Quello di leggere i commenti su Facebook, a prescindere da cosa verta la questione, è un attività che potremmo catalogare fra le antinomie: è oggettivamente tempo perso ma è altresì un termometro oltremodo preciso per misurare la deriva cognitivo comportamentale della società.
Messi davanti al più disparato argomento, o ad una semplice proposizione, la gente si comporta come nella vecchia pubblicità di una famosa merendina, dove al protagonista si chiudeva letteralmente la vista a causa della fame.
(Mi scuso per l’esempio d’antan ma non sono più un gran divoratore di televisione).
Qui la fame non c’entra – anzi, mangiamo pure troppo! – ma il tasso di lucidità e acume speso nei social raggiunge le stesse vette.
Cioè il rasoterra.
E per qualcuno i social e la vita reale sono due sinonimi, due ambienti talmente fungibili da risultare perfettamente sovrapponibili, dove però i primi hanno estirpato l’essenza della seconda insediando i propri tratti somatici e cancellando senza nessuna remora tutto ciò che non gli si confà.
Il social non riempie una parte della vita, il social ha invaso la vita, l’ha fagocitata, nessun prigioniero, tutti ostaggi.
E’ anche per questo che non tolgo certe amicizie su Facebook di persone che in comune con me hanno giusto il funzionamento dell’apparato respiratorio nonostante mi infastidiscano più del polline in un maggio ventoso: sì, perché passata l’iniziale rosga da compatimento e tirato quel paio di doverose bestemmie, costoro mi aggiornano su dove siamo arrivati in termini di massificazione, alienazione del pensiero e pigrizia mentale.
Sono pochi – devono essere pochi, pochissimi, ogni tanto il ripulisti su Facebook è un autentico salvavita – ma paradigmatici, la perfetta mimesi di una società liquida e rigida, libertaria eppure tanto opprimente, emancipata ma eterodiretta.
Il titolo di studio, le conoscenze, il background e la cultura, lo scibile, non c’entrano nulla, si tratta dell’atteggiamento scelto per stare al Mondo: darsi la possibilità di muovere testa e piedi come e dove vogliamo o farsi scavare una buchetta in apparenza comoda e pure coinvolgente su cui appoggiare il culo per poi non spostarlo più, ma credendo di poterlo fare.

Il commento che cercavo era un po’ nelle retrovie, ma c’era: inutilmente tronfio, arbitrario, grondante di superbia come solo un concetto decontestualizzato buttato lì alla cazzo di cane può essere.
Lo sconosciuto chiosava, pressappoco, un serafico “I migliori sono gli U2, nessuno è come loro”.
Ricordo che scossi ripetutamente il capo sorridendo amaramente, quasi volessi col movimento della testa cancellare quell’uscita, eliminarla, ripetendo un lavacro t’an po mia (non puoi mica in dialetto), ignorando ingenuamente che anche se ci fossi riuscito mille altri commenti simili avrebbero contemporaneamente invaso (e infestato) sterminate pagine del social più famoso al mondo.
Transitarono nella mia testa una raffica di considerazioni, mi sentivo come un tizio posizionato dietro un guard rail e loro (le considerazioni) sembravano tante auto che sfrecciavano una dietro l’altra a poca distanza da me, non faceva in tempo ad esaurirsi l’eco di una, che già appariva quella successiva in un ciclo continuo.
Di primo acchito pensai che a giocare coi Pink Floyd a chi ce l’ha più duro si rischia di uscire come uno che vuole sbancare il Casinò, o semplicemente è un atteggiamento che ricorda quel tale che voleva insegnare ai gatti a rampare.
Subito dopo immaginai di avere dinanzi a me l’uomo della sentenza, visto che la mia invettiva da tempo insisteva per fare conoscenza di tipi come lui.
Perché hai tirato fuori gli U2 – che qui si stava parlando di tutt’altro, della metamorfosi musicale di una ragazza al cospetto di una band che ha rivoluzionato la musica e a cui la Storia ha chiesto arrossata un autografo con dedica?
(Sia detto senza ambiguità, anche gli U2 hanno fatto cose pazzesche, poi, che io non riesca più ad ascoltare i loro lavori da un ventennio, un po’ per quello che producono, un po’ per quel filantropone del loro leader, rimane una questione fra me e me).
Non ce la fai a scrivere un commento su qualcosa che esuli dai tuoi idoli senza nominarli?
Se non ci sono i tuoi beniamini, non si può andare avanti?
Guarda che non ti è vietato apprezzare (giustamente) gli U2 assieme ad altri musicisti, e non per forza i Floyd – il proselitismo non mi ha mai arruolato tra le sue file – lungi da me giocare al purista, potresti amare allo strenuo anche Jem e le Holograms, i Righeira e Pietro Galassi e ti farebbe solo bene così avresti perlomeno allargato gli orizzonti, dove cazzo hai letto che si deve apprezzare un solo artista nella vita, nelle istruzioni di una crema rettale?
Non accontentandoti di professarlo, perché diffondi urbi et orbi il tuo fanatico monoteismo?
Abbandonalo e diventa un po’ più pagano!

Nel commento del tizio si fondevano tracce di tifo, egocentrismo, incasellamento, e di quel fenomeno che gli esperti del commerciale chiamano clusterizzazione, termine involontariamente onomatopeico, tant’è che a me ricorda la parola clistere.
Quel commento è il figlio unico del Tutto che deve seguire un format da approfondimento pay tv, o da sondaggio pagina Facebook.
Si deve stanare il tifoso, aizzarlo, trasformare a sua volta l’appassionato in tifoso e ricondurre tutti nell’architettura più controllabile e dal facile audience, ed ecco servita la stortura della classifica-mania.
Stuzzicare l’animosità ed il bisogno di idoli crea un esercito pugnace da dividere in fronde che garantisce cieca fedeltà, obbedienza ed esecuzione di lavori più o meno sporchi.
L’arte, lo spettacolo, lo sport – essenze di per sé libere ed incomprimibili – devono essere catalogate e declinate, quelli del marketing sono stati chiari.
Per ogni disciplina ci vuole la classifica generale, del momento, di tutti i tempi, divisa per decenni, poi di ogni categoria, ruolo e di genere.
Gustarsi lo spettacolo senza fare confronti e senza stilare classifiche a getto continuo appare ormai dissacrante, demodè, controfattuale, anche il lessico non prescinde da epiteti iperbolici che conducono ad una dimensione di perenne bombardamento mediatico (in nome dei like e dai followers) impregnata dei nuovi mali che ci stanno portando alla nevrosi: la competitività e la visibilità.
Siamo in gara, anche quando non lo sappiamo, e vogliamo che la nostra personale classifica primeggi su quella degli altri, non sappiamo più discutere senza che una flotta di graduatorie pronto uso ci appaia nel cervello alla stregua di un menu a tendina e friggiamo se gli altri non ne vengono a conoscenza.
Il commento è anche un pretesto per esternare, in quella che hanno spacciato essere una conversazione, le proprie convinzioni senza preoccuparsi minimamente che qualcun’altro possa partorire delle opinioni degne della nostra, una evidente sublimazione di onnipotenza, l’ostentazione di un’infingarda libertà di espressione che certifica la solitudine e l’isolamento delle comunità virtuali.
Assomiglia allo scambio di persona, si confonde la competenza con lo snocciolare inutili dati statistici, alla passione si preferiscono amenità imparate a memoria, la tecnica è sostituita dal bieco tifo, e come risultato si generano tanti Sapientino e si annientano altrettanti intenditori, perché agli occhi di uno sprovveduto, di un inesperto, o di un ragazzo, chi erige queste riverberanti classifiche sarà sempre uno da venerare ed imitare, lui detiene la clava di questa era geologica, e che sia un incompetente e spesso un idiota è un dettaglio che non passerà agli atti.

Perdiamo tempo a rincorrere improbabili duelli artefatti, a pensare in che posizione veleggia il nostro idolo, e ci perdiamo l’attimo, il momento, la gioia di ammirare un talento, la purezza di un gesto, la magia di una creazione, il sublime gusto della contemplazione.
Detestiamo il rivale inventato e ci perdiamo tutto di lui perché qualcuno lo ha messo alla nostra personale berlina.
Non solo: si disincentiva la ricerca di chi, in quella classifica occupa le posizioni di coda, o chi non ci metterà mai piede, ma qualcosa da farsi ammirare ce l’ha eccome, anche se non ha vinto, se non ha sbancato le classifiche o se non ha una collezione di Oscar in camera.
Per la serie Avere la possibilità di scoprire il globo e farsi rinchiudere in un anfratto.
Se la smettessimo con quelle classifiche saremmo tutti noi a balzare in vetta.