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Liberazione d’inverno

28 Mar

E così per smascherare alcuni dei sudici e sozzi effetti del turbo-capitalismo bastava il candore e la purezza della neve…
Stavolta la neve – antica come solo un fenomeno atmosferico può essere – prima di coprire dolcemente ed indistintamente ogni cosa le si proponesse davanti, è andata a scovare i moderni archetipi della società occidentale per poi sbrandarli con il cinismo, la cattiveria e l’insofferenza di un najone prossimo al congedo.
E’ stata insignita di questo compito, la neve, tutt’altro che casualmente: un tempo attesa, oggi vituperata, ha covato tristezza, delusione e risentimento, sentimenti che macerando conducono alla rabbia e ad un sano desiderio di rivalsa.

Nell’Appennino la neve è sempre stata la cornice, scomoda se vogliamo (ma più agli occhi di un esterno – e comunque una volta ben più di oggi), ingombrante, eppure amata.
Amata perché insostituibile, amata perché consustanziale: provate a chiedere ad un marinaio un parere sul mare.
D’inverno, se lei era presente, le bacchette da direttore d’orchestra erano sue, d’emblée.
Ed anche l’Oscar come migliore attrice protagonista.
In città non aveva la residenza, è vero, ma il suo sporadico arrivo era un alibi di ferro per rompere la routine, poter cazzeggiare e vivere uno di quei momenti che una volta raccontato avrebbe spalancato bocche, irraggiato visi ed illuminato l’immaginazione dei dirimpettai.
Invece questo sistema economico (scusate, al momento non mi viene un aggettivo sufficientemente insolente, lascio a voi l’onore) ha modificato antropologicamente le persone strappando le radici di ognuno alla propria terra.
I bambini, ontologicamente incontaminati, ancora impermeabili ai dettami del Dio denaro, rabdomanti di avventure il più possibile contigue alla magia, aspettano la neve, per lei si alzano prima (dote taumaturgica): una nevicata vale un’esistenza in attesa di scoprire qualcos’altro che gli faccia battere il cuore altrettanto gustosamente.
Magari un’altra nevicata.
Crescendo purtroppo si abiura quel passato spensierato, l’uomo fa incetta di isterismo e raddoppia le dosi (già da cavallo) che un’entità astratta gli ha prescritto, si lamenta del caldo d’estate, del freddo d’inverno, della pioggia d’autunno, delle viole in primavera.
Più che metereopatico l’uomo moderno è divenuto metereodipendente, con sfumature che lambiscono l’ossessivo-compulsivo: crede più all’ultimo aggiornamento del sito che a quello che gli si presenta davanti agli occhi, sottotraccia spera in qualche calamità per stare un pò in ansia, per dire “Io c’ero!” e per aggiungere qualche foto su Instagram.
Vuole comandare qualsiasi evento (atmosferico e non), governare tutto con una app, è in perenne competizione anche con la propria ombra, si illude di rendere una giornata nevosa produttiva esattamente come tutte le altre perché il mercato deve sempre trionfare (e sempre trionferà!), non accetta che i tempi scanditi dalla redditività vengano dilatati, pretende che la sua tecnologia non abbia mai intoppi e vinca tutte le partite.
E’ l’apologeta di una modernità scordatasi del progresso e dell’umanità.
Al netto di persone che col gelo davvero tribolano e di mestieri votati al sacrificio (qui il rispetto e la solidarietà è d’obbligo), se anche ci fossimo fermati durante le nevicate di questo bellissimo inverno, il Mondo non sarebbe né esploso né avrebbe rischiato di grippare, invece quei maledetti centesimi di Pil pesano come tonnellate perché rischiano di certificare l’infallibilità del capitalismo e la sua ineludibilità.
Impunemente la neve ha sbattuto in faccia alla società tutta la sua fattualità: è molle, liquida, delicagata, inconsistente, destrutturata, fatua e riempita col superfluo, conosce la fatica fisica solo in palestra, la rabbia esclusivamente con un più debole, non sa più sognare, non sa più ridere di se stessa e dell’imprevisto, non sa più fermarsi (solo chi si ferma può ripartire), lavora in nome di una crescita infinita e si sente affranta a rimandare qualcosa a domani, vive in una perenne sindrome di Stoccolma del proprio tempo, si lamenta, ma l’invettiva (sempre che parta) non trova destinatari, e una volta che dall’alto (inteso come atmosfera, of course) si presenta un antidoto, non sa far altro che rimpiangere i ritmi da catena di montaggio che hanno ridotto l’essere umano ad oggetto usa e getta.
Un oggetto che produce altri oggetti, o delle amenità comparabili.
In un epoca così, con uno spartito così – un pò per causa, un pò come effetto – gli intellettuali hanno fatto la fine delle salamandre mentre i loro surrogati imperversano nella spirale dell’appiattimento cosmico diffondendo il verbo 2.0 pregno di improbi dettami: per millenni ci hanno raccontato la fola che il Mondo è stato creato da Dio, questi qua arriveranno a sostenere – utilitaristicamente – che l’unica dottrina a cui inchinarsi è la volontà del capitalismo d’assalto.

Ed invece no, la neve con la sua minimalista ed imponente presenza, col suo silenzioso frastuono, ha confutato le meschine leggi del mercato, ha irriso i deboli crismi dell’incivile modernità, del barbaro progresso, dello sviluppo solo tecnologico.
Attingendo alla sua immanente trascendenza, ha provato a redimerci, infliggendo un’affettuosa umiliazione ai discepoli di questo stile di (non) vita, per riportarli ad una dimensione umana.
Ci ha ricordato che è doveroso rallentare i ritmi, esattamente come ridare dignità al tempo e nondimeno fermare il frenetico contesto per trovare un momento per chiedersi chi siamo.
Intrepida ancorché affettuosa, la neve per titillare le risposte ha messo a disposizione la sua ineffabile atmosfera ovattata e per tutta risposta più che ringraziata è stata stramaledetta: la collettività è riuscita anche qui a dividersi in due fazioni, con fanatismi e linciaggi compresi nel prezzo.
Ma stavolta l’affondo è partito, la neve ha piantato un dito in un occhio – ed un altro nel culo – all’intero Gotha capitaliberista: l’argenteria ha tremato ed è stato tracciato un solco dove prima si intravedeva solo un segnetto di pusillanimi velleità.
I fiocchi, uno dopo l’altro – con la pazienza, la calma e la serenità, doti oramai fagocitate in nome del niente – è come se avessero formato un esercito di liberazione, armati del freddo per svegliare l’umanità dal torpore che la sta conducendo all’assopimento.
Non sappiamo se le nevicate a ripetizione abbiano segnato l’inizio dello sfaldamento del sistema neo-liberista, di sicuro hanno fatto sentire il freddo ad un re un pò più nudo.

Neve, placida ribelle, sovversiva con la naturalezza del tuo essere, rivoluzionaria nel tuo reazionarismo, sei stata uno dei più concreti atti di protesta per abbattere l’autorità costituita(si), tu autentica icona anti-capitalista ed anti-classista, tu, più dirompente in una notte che tanti presunti dissidenti nella loro inutile vita, tu fulgido esempio da seguire senza aver mai pronunciato la parola io.
Grazie neve, un motivo in più per continuare ad amarti.

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