L’intellettuale sconfitto

29 Set

Intellettuale.
E sconfitto.
Ma non domo.
Emarginato, pur lontano dall’oblio.
Refrattario al mainstream, ma con in tasca ancora tanto ascendente così.
Isolato, eppure tra la gente.
Ha perso, ne è consapevole, quindi non si è rassegnato.
Anche perché una sconfitta non è mai eterna per chi si vuole risollevare.
L’attuale insuccesso, l’anfiteatro in cui va in scena ed i momentanei vincitori, nutrono la sua vitalità, che la dissidenza ricama temprandola.
Brama, pulsa, detesta sopravvivere, è un disilluso speranzoso.
Appare un nichilista.
O così viene dipinto.
All’idealismo preferisce l’onestà intellettuale, ai dogmi risponde con la curiosità, indossa l’appartenenza con parsimonia e quando questa gli calza perfettamente sente l’atavico richiamo di cambiare pelle per non essere fagocitato.
Prima combatteva cercando consenso.
Ora seleziona, giacché il numero è in subordine alla qualità.
Per il momento.

L’intellettuale sconfitto vaga per la città: la paglia penzolante, qualche bicchiere in corpo e pensieri ingombranti che scorrono rumorosi nelle vene e nelle tempie, gli donano un’aria più desolata di quanto non sia in realtà.
Fingono di ignorarlo ma lui è il convitato di pietra delle loro diffamazioni.
Dicono sia populista, meritato dileggio di chi ha a cuore la causa delle persone comuni.
Estremo senza essere estremista, chiama le cose col loro nome e non con quello del tornaconto.
Non essere allineato diventa un onta, pensare in proprio un’aggravante, l’intellettuale sconfitto per loro è un’empia figura.
E il potere delle immagini che ci vogliono proiettare stravince sempre la sfida con la nitida ma opacizzata realtà.
Non ha una meta precisa che però si affretta a raggiungere.
L’intellettuale sconfitto ha i sensi sviluppati, se ai più le cose scorrono intorno o al massimo rimbalzano sul loro muro di gomma, a lui donano spunti che trasforma in segnali.
Cerca di intuire ed intuisce perché cerca.
Una battuta, un nuovo slang, un messaggio subliminale, il comportamento della massa, la manipolazione della massa, il caos od il silenzio, per lui è tutto polline da trasformare in miele.
Spesso amaro.
Come un animale capta tutto con lauto anticipo, a volte se ne duole e vorrebbe condividere con altri le sue visioni per riuscire a bloccare gli eventi vaticinati.
O anche solo per alleviare il fardello che si porta appresso.

Si ritrova dunque in piazza, che ha ancora il dono di unire.
Di unire anche chi non ha niente da spartire, chi è ontologicamente differente, chi vive nello stesso posto ma a distanze siderali.
Ma tutti cercano la piazza, anche chi ne ha sempre preso le distanze, chi per vocazione chi per interesse.
O è la piazza a cercare loro.
Quando un luogo è la quintessenza della partecipazione assorbe millenni di energia umana e per osmosi – o per inesplorate meccaniche – diventa sostanza vitale.
Lui sa benissimo che li troverà quasi tutti lì, distesi come pedine pronte ad essere manovrate e l’idea lo nausea e lo stimola al tempo stesso, poi un sano senso di superiorità fa prevalere la seconda sensazione.
Li ha già affrontati, uno alla volta come in gruppo, ed umiliarli non è stato soddisfacente solo perché loro manco se sono accorti e credevano financo di aver prevalso nell’alterco.

L’intellettuale sconfitto sa che in quel maremagnum c’è anche chi è in buona fede e vorrebbe essere clemente, ma irrompono le facce degli altri e lì scorge il doppio fine, il situazionismo, poi oramai non è tempo di distinguo, è stanco degli alibi, non perdona più neanche l’ignoranza, colpa e dolo pari sono negli effetti e anche nel giudizio.
I primi che nota sono gli euroinomani (cit.), riconoscibili per i loro 12 buchi nella pelle – delle specie stigmate a forma di stelline – e per le preghierine (sulle bellezza delle frontiere libere, sui vantaggi dei cittadini apolidi e sulla necessità di cedere sovranità) imparate a memoria e recitate ad ogni piè sospinto, ovvero enormi cazzate in perenne lotta con l’intero scibile umano che inglobano anche il non trascurabile particolare di essere oltremodo tossiche.
Si trincerano dietro il politicamente corretto e ad un positivismo ammuffito che diventano la loro (e malauguratamente, la nostra) prigione.
Fra sapere e capire questi hanno scelto una terza strada lastricata del nulla.
L’intellettuale sconfitto scuote il capo con un sorriso fra l’amaro e l’astioso, si volta dopo aver cacciato almeno quattro bestemmioni e la sua vista incontra un gruppo apparentemente più innocuo.
Sono quelli che la raccolta differenziata salverà il mondo e che l’auto elettrica sconfiggerà l’inquinamento.
Vagli a spiegare che impatto avrebbe costruire, ricaricare ed infine smaltire delle batterie per 16 milioni di vetture (grossomodo quante se ne producono in un anno).
Nella loro pelosa dedizione all’ambiente imperniata su plastici (e fatui) gesti, mai che gli venga in mente che l’unico modo di allungare la vita al pianeta sarebbe cambiare sistema economico…
Ma lo spirito verde assolve la propria anima, titilla quelle altrui e diventa un comodo lasciapassare.
Si prosegue, qualche passo e senza che si debbano spremere tutte le diottrie è la volta di un capannello di persone ordinato, oggettivamente numeroso eppure poco appariscente.
Sono esattamente schierati dove gli hanno detto di stare.
Utilizzano specularmente i termini che gli hanno imposto.
Ragionano alla stregua di come li hanno istruiti.
Comprano tutto quello chi gli hanno proposto.
Si vestono e si muovono come la moda comanda.
Per gioire, per indignarsi, o anche per ribellarsi, attendono sempre istruzioni dall’alto.
Araldi per scelta (altrui) ma anche per vocazione, nel loro contratto non è contemplato l’approfondimento.
Habitué della retorica, ne ostentano il bulimico abuso e non hanno mai confutato la versione ufficiale e soprattutto, mai hanno pensato di farlo.
Non è necessario disinnescarli perché non si sono mai attivati.
Sono gli untori di cui si serve il sistema dominante, una claque gratuita del nostro tempo.
Senza accorgersene, of course.
Spiacenti, cari contoterzisti del vivere, ma il rispetto e la pietà vanno meritati.

L’intellettuale sconfitto sfoglia nel proprio cervello un’ipotetica margherita per vedere chi troverà ora.
E spuntano loro, gli integrazionisti oltranzisti, gli anti-razzisti militanti: hanno così a cuore le persone che in nome dell’uguaglianza arrivano a negare le differenze fra i popoli, sono così rispettosi dell’identità di ognuno che vorrebbero mescolare a ciclo continuo usi e costumi fino a farli sparire non prima di aver creato un putiferio, sono talmente accoglienti che ignorano i disastri sociali di un sincretismo massiccio e violento, sono così altruisti che godono a vedere sprofondare tutti nella merda.
L’intellettuale sconfitto per stanare i sofismi e paralogismi di queste anime pie pone sempre una semplice, icastica domanda: “Cui prodest?”
E suggerisce anche la risposta: il nuovo capitalismo liberista e globalista.
Ecco dove va a finire tutta la loro melliflua filantropia.
E la fila dei discepoli devoti al materialismo astratto prosegue con un’inedita (ma nemmeno troppo) alleanza. L’intellettuale sconfitto se ne accorge passando loro vicino quel tanto che basta a captare le parole chiave dei loro magri discorsi, applicando il motto “Dimmi come parli e ti dirò chi sei”.
Ascolta e vede gente eccitata dai derivati, dagli swap, dallo spread, dall’ hedging strategy, dal tapering, dalla wirelss LAN, dal microprocessore, dalla Ram, dal widget , dal banner: più celebrano la loro liturgia più sminuiscono l’uomo.
Passano gli anni ma i monoteismi proseguono imperterriti nell’usufrutto dell’ Anima&Cervello dell’uomo.
La piazza è grande, intrinsecamente generosa senza riuscire ad essere pure meritocratica: offre un posto per tutti.
Loro peraltro sono di casa, adusi all’agorà tanto da essere una presenza quasi rassicurante nella loro inutilità.
Sono i (vetero) servi di partito: uno stendardo stampato a caldo nel lobo frontale, volontari alle feste, finanziatori, presenti ed allineati alle adunate, bellicosi nelle chiamate alle armi, acquirenti di qualsiasi programma elettorale e di ogni sua (ir)realizzazione, pronti a sventolare la bandiera che gli mettono in mano quando si vincono le elezioni (e il bastone da un’altra parte).
Ubbidienti, fedeli, scodinzolano, riportano il voto più che l’osso, non sporcano, non abbaiano anche se starnazzano.
Manipolarli è un gioco da ragazzi, non sfruttarli quasi un peccato, perché lo farebbe comunque qualcun’altro (partito).

Solo a quell’orario l’imbrunire tinge l’ambiente di un colore etereo, dieci minuti dove le cangianti sfumature fanno soffusamente calare sugli occhi nuove lenti che permettono di trascendere, di avviarsi in avventure spazio-temporali e di visitare nuovi luoghi pur restando perfettamente immobili.
In cotanta atmosfera aulica stona, come un ecomostro in un riserva naturale, quell’anatema dell’umanità che risponde al nome di Radical chic.
Chissà quale battaglia del cazzo appoggeranno stasera – si chiede l’intellettuale sconfitto – per rendersi protagonisti, visto che oramai hanno difeso tutti (perlopiù degli stronzi e dei ricchi, ma anche entrambi) tranne il proletariato, vetusta parola che a loro, però, qualcosa dovrebbe dire.
In realtà gli risulta afona perché hanno sempre adorato il potere ed i soldi ma hanno capito che avrebbero potuto ottenerlo (il potere) e stringerli (i quattrini) più rapidamente e senza lasciare sospetti se avessero giocato al piccolo rivoluzionario da salotto, la scorciatoia degli insospettabili.
Più passa il tempo e più le loro evve mosce diventano urticanti, più la loro presunta intellighenzia evapora, più gli si augura di sparire.
La pattumiera della storia per loro troverà sempre un posticino.
L’intellettuale sconfitto pavlovianamente cerca l’altro lato della medaglia, gli alter ego della sponda opposta, lui è certo della loro presenza che difatti scova in contemporanea con l’intuizione: eccoli i celeberrimi fascisti da tastiera, duri e spietati nei social ed al bar, non così integerrimi nella vita privata (e qui ricordano i loro presunti antenati).
Questi adepti della mistificazione della realtà, fra ignoranza e fanatismo un tanto al chilo, sono la dimostrazione che credere alle favole passati i dici anni sia estremamente pericoloso.
E sono anche quelli che durante il ventennio avrebbero preso una masnada di botte dalle camice scure che tanto invocano.

L’intellettuale sconfitto cavalca l’artefatta indifferenza nei suoi confronti per non lasciare traccia di sé, ad un tratto con la scusa di fissare i lampioni e assaporare la nuova livrea della piazza sente il bisogno di fermarsi e di ricaricarsi col brusio indefinibile della gente.
Solo qualche attimo, per la verità, ed il suo sguardo assorto è richiamato all’ordine da alcuni esponenti di quelli che lui chiama i Liberal-dem.
Alla loro vista l’intellettuale sconfitto, scherzando con se stesso, gioca ad irrigidirsi, stringe le chiappe e mima, scanzonato, di voltarsi preoccupato accertandosi di non avere nessuno di loro alle spalle.
Perché il Liberal dem te lo mette nel culo, sembra progettato e costruito per quello.
Sono ancora più fini (cioè bastardi) dei radical, perché usano l’ecumenismo come cavallo di Troia.
Il Liberal-dem è un portatore di istanze apparentemente inattaccabili, affilato grimaldello per fottere a più non posso.
Finge di sprigionare tracce di sinistra (invisibili anche al microscopio) che sono il suo passepartout per rigettare qualsiasi accusa di autoritarismo, ha un fare ieratico da prete mancato ed un ossequio totale (opportunamente mascherato) al pensiero unico dominante.
Perennemente ragionevole, incazzato on demand, lui premette sempre di essere un liberale e un progressista (tradotto: un paraculo) così può permettersi, nelle sue patetiche intemerate, di difendere sempre il sistema di comando e di strappare un applauso nazionalpopolare.
Bravissimo a giocare alla vittima e nondimeno ad inventarsi nemici che non ha per accrescere la sua influenza e lustrare la sua iconografia.
E’ un terzista dichiarato, quindi fra i primi ad essere a libro paga.

L’intellettuale sconfitto scorge infine uno sparuto gruppo che parlotta con un’espressione pregna di superiorità.
Verso tutto e verso tutti.
Sprezzanti nel pensiero come nei commenti.
Gli si fa incontro.
Ma quanti libri che hanno letto!
Ma quanti film d’autore che hanno visto!
Ma quanti viaggi che hanno fatto!
E quanto lo rimarcano!
Esaltano le vite a mille all’ora di certi maledetti e nel scimmiottarli sono la caricatura di se stessi.
Esistenzialisti con la paghetta di papà, on the road purché in prima classe, bohémien col posto fisso, decadenti ma in carriera, democratici in base al censo, puristi con l’attrazione per le lobby, inventori della propria élite, si credono aristocratici mancati ed intellettuali nel secolo sbagliato e per questo sono livorosi col popolo – così incolto, così rozzo – da fargli rinnegare anche le proprie origini.

L’intellettuale sconfitto ringrazia se stesso per aver preso residenza nella minoranza ma sarebbe felice, un giorno, di poter finalmente traslocare.
Terminata la Via Crucis, con un movimento della testa fiero e progressivo, guarda in alto nel Palazzo (saranno qualche decina di metri, non di più) e la finestra aperta del penultimo piano gli permettere di scorgere ben più delle semplici sagome.
Sono in un numero sufficiente a raggiungere il loro obiettivo, ma potrebbero essere anche in meno, si muovono ragionevoli e felpati, hanno espressioni silenziose, imperative, occhi da serpe che iniettano una flemma letale e con la calma (una calma che deve saper mettere anche ansia) di chi ha tutto sotto controllo approvano, annuiscono all’unisono per quanto stanno vedendo là sotto, facendo trapelare solo una fetta della loro compiacenza.
All’intellettuale sconfitto scappa da vivere.
“Abbiamo ancora tanto da fare, per fortuna”, parlando anche a nome dei suoi simili.

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