E’ morto Franco Baresi. Lo scrivo in maniera asciutta, senza fronzoli aggiunti, per contestualizzare la notizia, per elaborarla. Perché gli idoli che avevamo da ragazzini non invecchiano, hanno solamente quei dieci, quindici, vent’anni più di noi e ai nostri occhi godono sempre di una patina di immortalità e di un’immunità agli eventi della vita che inconsciamente vorremmo che ci venissero passati in stecca pure a noi. Vale anche per i genitori, anche loro sono stati nostri idoli. Gli idoli non devono morire, non possono, se no diventiamo più vecchi e più fragili pure noi. Invece anche Baresi è morto, se n’è andato così un altro fenomeno di quei magici ragazzi nati negli anni Sessanta, gli ultimi rappresentanti del calcio analogico.
Nato a Travagliato, campagna bresciana, l’8/05/1960, sessantasei anni dunque. Cresce in una terra di valori contadini, frequenta l’oratorio. Questa la sua formazione, i cui insegnamenti sono stati umiltà, fatica, rispetto, lavoro. Ed anche il darsi il tempo necessario per vedersi ripagati di quei sacrifici. A parte gli addetti ai lavori e i fissati con le date (presente!), è sempre stato difficile per chiunque assegnare un’età a Baresi, che rimasto orfano di entrambi i genitori in giovanissima età è stato costretto da subito ad anticipare il tempo prima che gli attaccanti e quelle spalle abituate a farsi carico di tante amarezze della vita hanno poi accolto anche tutti i suoi compagni della difesa. El Piscinîn è diventato presto un uomo, per necessità, per scelta, ma anche per vocazione. Fisiognomicamente Baresi faceva parte di quella generazione che dimostrava di più dei suoi anni. Il viso nato adulto, il petto villoso, tatuaggi nemmeno l’ombra, le vacanze estive a Forte di Marmi, ogni anno qualche ruga in più, la voce roca che andava in crisi a parlare troppo. E difatti a lui bastava uno sguardo, uno, non di più. In campo, negli spogliatoi, in allenamento. Alla faccia dei corsi motivazionali. Perché Franco Baresi ha sempre avuto una personalità strabordante, coinvolgente, e come gli autentici fuoriclasse, la capacità di mettere a proprio agio i compagni e financo migliorarli. Protagonismo ed ostentazione non pervenuti, un antidivo naturale che senza autoproclamazioni è sempre stato eletto dai suoi compagni quale leader assoluto ed indiscusso. Siamo oltre le maggioranze bulgare. Schivo e riservato anche nel momento di massima notorietà, ha gestito con estrema dignità alcune cattiverie nei suoi confronti ed alcuni momenti personali complicati, mettendo la famiglia al riparo.
Calcisticamente Baresi è stato mostruoso. In apparenza aveva un fisico normale (176 cm), quasi minuto, peccato che avesse un’esplosività e una reattività nelle gambe da far atterrire. Non era plasmato dalla palestra, ma forgiato direttamente dal fosforo. Coi suoi capelli arruffati, col viso solcato dalla responsabilità, con la maglietta fuori dai calzoncini e con uno sguardo tagliente, Baresi più che un libero era un condottiero. La sua eleganza non era quella regale di Beckenbauer, nemmeno quella flemmatica di Scirea o quella atletica di Maldini, la sua era un’eleganza gladiatoria. La natura gli aveva regalato un talento cristallino che lui aveva innaffiato quotidianamente con gocce di sudore per renderlo ancora più fertile. Il Kaiser Franz aggrediva furiosamente l’avversario prima di farlo pensare e giocare, poi impostava o partiva palla al piede per suonare la carica ai suoi e per lacerare gli avversari in uno strappo fatale. In ogni sua giocata c’era il comandante che dà l’esempio alla truppa. Tecnicamente pazzesco, alternava recuperi, sciabolate e scudisciate, a volte non aveva nemmeno bisogno del connubio fisico-tecnica, bastava la sua testa ed il suo carisma per guidare i compagni e neutralizzare gli avversari (qualcuno, malizioso, potrebbe aggiungere anche condizionare gli arbitri). Comandava col silenzio, comunicava con lo sguardo, guidava coi gesti. Sagace maestro di tattica, Baresi aveva un repertorio talmente vasto da essere sempre avanti nella lettura della partita.
Franco Baresi decise di legare la propria vita al Milan, ovvero chi sostituì i suoi genitori. Sono parole sue. E i genitori non si tradiscono, non si abbandonano, anche quando le cose vanno male e c’è l’aria che possano andare peggio. Baresi col Diavolo vinse da ragazzino lo scudetto della stella (Liedholm lo mise titolare, a diciott’anni) e poi conobbe gli inferi di due retrocessioni (la prima, drammatica, per il calcio-scommesse, la seconda, tragica, sul campo) e i gironi danteschi di momenti bui che parevano dipinti appositamente per far perdere ogni speranza, di chi entrava e di chi usciva. Lui non la perse, a costo di barattare la propria carriera pur di non abbandonare la famiglia Milan – era uno dei talenti più puri del calcio italiano, le offerte non gli mancavano. Lui non la perse dicevamo, e fu ripagato, diventando uno dei giocatori più vincenti della Storia, salendo nuovamente sul tetto d’Italia, poi dell’Europa e infine del Mondo, da Capitano degli Invincibili. La sua vita è stata il Milan ma anche con la maglia azzurra Baresi regalò prove leggendarie, di un autentico attaccamento alla maglia. Campione del Mondo ’82 senza mai giocare, nei Mondiali del ’90 e del ’94 deliziò ricevendo in cambio due cocenti mazzate, metabolizzate però con una serenità di spirito e una sportività di chi è una bestia dura e risoluta sul campo che però sa anche accettarne il verdetto. Nella finale del 1994 si assistette probabilmente alla più impressionante prova di un difensore della Storia del calcio. Tutto normale, dirà qualcuno. Era Baresi. Era una finale. Sì, era Baresi: ma era già nella fase atleticamente calante della sua carriera (le primavere erano trentaquattro). Sì, era sempre Baresi: ma era reduce da un intervento al menisco da venticinque giorni, giocò la gara di esordio di quei Mondiali e si infortunò. Sì, era la finale: che si giocava alla randa del sole a mezzogiorno, perché gli americani dovrebbero limitarsi a cuocere degli hamburger. In una partita onestamente noiosa, Baresi impressionò il Mondo e obnubilò gli avversari, Romario (la stella di quel Brasile) pare che nell’intervallo ebbe una mezza crisi nervosa per l’insuperabilità del Capitano. Baresi in quella gara raggiunse un’atarassia mentale che gli permise di dominare qualsiasi situazione gli si presentò davanti. Solo l’esito di quella partita non fu il giusto coronamento ad una prestazione eroica, la stronzaggine del calcio può raggiungere livelli di cinismo inimmaginabili, oltretutto due degli errori dal dischetto furono dello stesso Baresi e di Robi Baggio, due fra i diamanti più puri che il calcio italiano abbia mai avuto. Baresi accettò la sconfitta con la serenità dei grandi, senza vergognarsi di piangere come un bambino sul campo. Anche ad un abitudinario della vittoria come lui capitò di perdere, dopo essersi preso la responsabilità di tirare coi crampi un rigore, cosa che in partita non faceva da qualche lustro. Ma in una finale Mondiale più del piede contano la testa, il cuore ed altri due organi sferici.
Leader carismatico e tecnico, Capitan Baresi era per i compagni una guida perentoria ma rassicurante, la sua irruenza calcolata raramente sconfinava nella scompostezza. Da ragazzo, chiunque giocasse in difesa provò almeno una volta a far salire la squadra o a far scattare la trappola del fuorigioco, come faceva lui, anche solo nelle partite estive al pomeriggio nel campetto del quartiere. Quel gesto – in apparenza lontano dal gusto beffardo e narcisista di un dribbling secco o dalla orgasmica esplosione dopo un gol – rappresentava semplicemente il senso del comando, ci faceva capire (forse) cosa provasse Franco Baresi e noi, scimmiottandolo, volevamo provare per un attimo quella sensazione. Quella di guidare i nostri compagni, da comandanti. quella di mostrare agli avversari le nostre capacità di capi per annientarli. Il Kaiser Franz sapeva coinvolgere proprio tutti nell’arte del condurre.
Essere stato un giocatore silenzioso e poco mediatico lo ha penalizzato nell’immaginario popolare, non che siano importanti le classifiche dei social e dei Reels e nemmeno che lui sia caduto nel dimenticatoio, ma spesso vengono proclamati ed esaltati dei calciatori che a Baresi non avrebbero saputo nemmeno reggere lo sguardo. Quello sguardo. Meglio far parlare chi Franco Baresi ha avuto la fortuna di affrontarlo e di giocarci assieme. Aneddoto 1: dopo un Napoli-Milan Diego Armando Maradona transita negli spogliatoi del San Paolo con indosso la maglia rossonera n.6, è di spalle alle telecamere e da fuoriclasse anche della comunicazione, volutamente si fa porre la domanda sullo scambio di magliette per poter dire che Baresi è un avversario del suo livello. Aneddoto 2: un altro gigante della difesa, Paolo Maldini, il difensore più completo mai visto su un campo di calcio, ha speso parole di profonda riconoscenza umana e professionale per Baresi indicandolo come uno dei più forti con cui abbia giocato e non dimentichiamo che quando i due componevano quella linea difensiva, Maldini si trovava all’apice della carriera, ma era Baresi a dettare i movimenti e a tenere in pugno la difesa, era Baresi che diceva a Maldini cosa fare. A Maldini, signori, ci rendiamo conto o no? Aneddoto 3: un giovane Filippo Inzaghi prima dell’inizio di un Parma-Milan anticipa a Baresi che gli piacerebbe ricevere la sua maglia a fine partita, Inzaghi si accomoderà in panchina e non scenderà nemmeno in campo, a fine partita si affretta verso il Capitano del Milan per paura che si sia scordato la promessa, Baresi invece la mantiene e dopo avergliela consegnata, nonostante sia da tempo un monumento vivente del calcio se ne esce con “Ma come, e tu non mi dai la tua?” C’è un altro dettaglio che mi è sempre rimasto impresso del numero 6 rossonero. Nei primissimi anni Novanta esce in edicola una videocassetta su di lui, contenente svariati servizi tratti dallo sterminato archivio della Rai, tante perle di un giornalismo che andrebbe riscoperto, per fortuna nella rete si trovano parecchie cose. In un passaggio, c’è un’intervista del grande Bruno Pizzul ai fratelli Baresi in vista della stracittadina della Madonnina del 1979 che li vede impegnati con gli opposti colori. Si parla di calcio ovviamente ma anche di vita, quando Pizzul chiede a Franco se fosse fidanzato. Sono affezionato ad una ragazza, la risposta di Baresi con la bocca timida, strappando i complimenti di Pizzul per la frase appena proferita.
Franco Baresi era un uomo come non ce ne sono più di un calcio che non c’è più. Di entrambi avremmo fortemente bisogno.
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