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Qualche idiota al bar

7 Apr

E’ specialmente al pomeriggio che il bar della piazzetta vorrebbe rinnegare se stesso ed obiettare contro troppi invasori che calcano il suo pavimento, attorcigliano il pensiero e lo fanno evaporare in una nube di fumo.
Che strano, la coscienza che sembra aver abbandonato il genere umano pare ancora pulsare in alcuni luoghi toccati un tempo dalla partecipazione.
Non sappiamo bene perché Roberto fosse lì quel giorno alle 15,30.
Non lo sapeva probabilmente nemmeno lui, sempre più astante senza un perché, che pure in quel bar aveva lasciato un pezzo d’anima, parecchi stipendi e quasi tutta la dotazione di illusioni.
Ma non c’è cosa che appaia più distante che un ricordo svuotato del suo senso.
Accompagnato dalla sua perenne espressione tra il baldanzoso e l’incazzato e col suo inseparabile piumino blu smanicato, entrò nel bar il Picchio.
Come un rabdomante di notizie si diresse subito dalla parata di quotidiani in cerca di un casus belli che in realtà possedeva già.
Ma la cerimonia richiedeva questo passaggio, oramai lo aveva capito pure Ettore, non certo il più ineffabile dei baristi.
Terrorismo, immigrazione, furti, rapine: il terreno era fertile, l’abbrivio non si fece attendere.
“Guarda per colpa di ‘sti qua come ci tocca vivere, oramai non comandiamo più a casa nostra, siamo in balia di pazzi”
I dieci cadaveri ambulanti – inopportunamente scambiati per clienti – in un sussulto improvviso annuirono in maniera sincronizzata, raggiungendo così l’acme della loro vitalità.
Roberto, anche per punire loro, intervenne.
“Per la legge dei grandi numeri capita anche a te di avere ragione”
“Perché, cosa vuoi dire?” in un tono che di amichevole non aveva nulla.
“E’ vero, non comandiamo più a casa nostra.Almeno dal 1945.E di gente pericolosa al Mondo ce n’è parecchia, specie chi ti dovrebbe difendere”
“Ma che cazzo dici?!Ma capisci con chi abbiamo a che fare?!Vedi cosa succede in giro per le nostre città?E hai visto a Parigi e a Bruxelles?Vengono qui fingendosi poveri per poi conquistarci perché non sopportano la nostra libertà”
“Hai fatto un frullato peggiore di quelli che propina lui” – indicando Ettore che stava asciugando lo stesso bicchiere da cinque minuti.
“Ma senti questo…”
“Certo che l’immigrazione è un problema, ma tu vivi di quello.E’ il tuo alibi permanente.Evidentemente l’oracolo con la felpa ti ha ammaestrato bene visto che più in là delle tue scarpe non riesci ad andare.Ti vorrei parlare anche di terrorismo ma l’argomento necessita di qualche collegamento in più e già mi sembri in difficoltà adesso…”
“Io so solo che dobbiamo difendere i nostri valori occidentali, o finisce male” e anche la sua vena del collo rischiava di finire male in considerazioni delle dimensioni che aveva assunto.
“Peccato che i nostri valori, come li chiami tu, anzi, i vostri valori, siano il consumo, la produzione e soprattutto il guadagno ad ogni costo.Ed è per questi nobili valori che esiste l’immigrazione ed il terrorismo da sempre è ampiamente manipolato e strumentalizzato”
“Ci mancavano i massimi sistemi, la faccenda è più semplice ed io saprei come risolverla.Ma certa gente vuole restare al potere ed ha bisogno dei voti di quelli lì” chiosò più rubicondo che mai.
“Sai quant’è che l’Occidente depreda quei paesi delle loro risorse creando il caos?Quelle persone vengono perché il sistema che tu difendi li attrae promettendo loro l’El Dorado oppure li bombarda a casa loro costringendoli a fuggire.Questione di soldi, bello mio.Sempre di soldi.Per creare manodopera a basso costo o manovalanza per la criminalità organizzata”
“Sai cosa c’è? che ci vorrebbe lo zio Benito per rimettere le cose a posto” sentenziò oltremodo soddisfatto e sollevato.
“Ai tempi del ventennio tu saresti stato uno dei primi a prendere delle botte e a subire le loro gentilezze.Fra le 420 colpe del fascismo c’è quella di aver incistato negli italiani la tara genetica di adulare il più arrogante che spara le stronzate più grosse, compie le peggiori angherie distogliendo dalla realtà i suoi servi.E poi ricordati che c’è sempre qualcuno più fascista di te”
“Frega…Io so che noi staremmo bene senza di loro.”
“E allora perché nel tuo cantiere hai chiamato quei muratori extracomunitari?E perché ti fai fare i pompini da quella tipa che non mi sembra né delle Langhe e nemmeno avere un accento mantovano?”
E mentre il barista, col suo sorriso sempre ebete ma perlomeno più consapevole, ripensava alle risposte di Roberto, il Picchio aveva accusato il colpo, ma come insegnavano i suoi maestri quando uno è alle corde occorre buttarla in caciara.
Congedò la folla – che si era irrimediabilmente perduta alla parola alibi– con un nugolo di massime per le grandi occasioni, indubbiamente personali e nondimeno sentite, ma pur sempre delle emerite stronzate.

Puntuale nel suo fancazzismo giornaliero (pure retribuito, malignava qualcuno) fece la sua comparsa Fabio Nascelli, l’estremista dei progressisti, il conformista degli anticonformisti, un alternativo che riusciva a riabilitare certi reazionari.
Anzi, tutta la categoria.
Col Picchio s’incrociò quasi sulla porta del bar per un breve ma intenso trust di cervelli.
Fu una sorta di staffetta fra due esegeti del Pensiero Unico, fra due poli opposti che non si attraggono ma che sono simbioticamente sorretti dal potere dominante.
E viceversa.
Niente favelle, solo un pit-stop di sguardi coi sottotitoli dei reciproci auguri (di morte).
Nascelli portava una barba inutilmente lunga, teneva sottobraccio una simil-rivista (che invece sarebbe stata ottima dopo mangiato) ed un vinile in mano, colonna sonora del suo bisogno di sublimare cultura.
Le mode lui le aveva sempre (in)seguite.
Anche il frigo tatuato Heineken stava facendo il conto alla rovescia alla sua intemerata.
E Fabio Nascelli lo tolse subito dagli impicci.
“Il nostro fuhrer di provincia ha lanciato l’ennesimo allarme immigrati?”
I presenti, anche se erano quei presenti di prima, speravano che a prendere la parola fosse una persona sola.
Roberto non lo guardò neanche in faccia, fece finta di continuare a leggere il giornale che naturalmente si guardava ben di leggere.
“Beh, prova a chiederlo a qualcuno che abita vicino alla stazione”
“Oh bene, quindi col suo proselitismo ha convinto pure te…”
“No, perché ho l’abitudine di ragionare con la mia testa.Dovresti provare anche tu.”
“Allora converrai con me che siamo in dovere di accogliere tutti quelli che sono in difficoltà, l’immigrazione è tutt’altro che un problema, anzi è la più grossa opportunità sociale ed economica che abbiamo”
“Sì, la più grossa opportunità per il capitalismo più sfrenato, che sentitamente ringrazia”
“E’ un fenomeno ineluttabile ed il Mondo per fortuna è sempre andato avanti, mai indietro come vorresti tu.Ma nelle tue parole sento odore di disfattismo e razzismo”
“Allora soffri di anosmia.Al Mondo tutti dovremmo avere gli stessi diritti, ma non siamo tutti uguali.Per storia, contesto sociale, esperienze, formazione culturale.E di questo occorre tenerne conto.Catapultare persone con abitudini e stili di vita agli antipodi dai nostri in una società-vortice è quantomeno pericoloso.Per chi arriva e per chi ci abita già”
“E allora resta chiuso nel tuo orticello.Il Mondo sta cambiando!”
“Il Mondo non cambia da solo ma perché esistono i cosiddetti gruppi di pressione che hanno sempre scandito gli eventi in base alla volontà del Potere.Senti, se oltre la metà dei carcerati è straniera, se le condizioni di vita degli immigrati sono spesso indecenti, se quelle dei residenti sono precipitate e se certe zone delle città sono invivibili polveriere pronte a scoppiare evidentemente c’è qualcosa che non va in questa gestione, non ti sembra?”
“Vedi il male solo negli immigrati”
“No, noi di male ne abbiamo abbastanza a casa nostra.Poi certo, essendo il Paese dell’incentivo a delinquere stai sicuro che se uno emigra con l’intento di commettere reati è facile che accampi qui.Come è innegabile che diversi immigrati si comportino qui come mai si sognerebbero a casa loro come non permetterebbero a qualcuno di fare altrettanto sempre a casa loro.E questo è il dettaglio.Poi occorre allargare il campo e scorgere l’insieme.Sai chi sono i razzisti?I razzisti sono quelli che non vedono questa situazione, che è una guerra fra poveri dove le battaglie e la guerra sono vinte dal turbo-liberismo e le vittime sono gli esseri umani, la gente comune.I razzisti sono quelli che si fanno soggiogare dalle teorie del progresso e della crescita economica infinita e scelgono come alibi per la propria coscienza la retorica del sincretismo e dell’accoglienza e si nascondono dietro il paravento del conformismo.I razzisti sono quelli che preferiscono perorare le cause secondarie o financo inutili e di combattere nemici oramai innocui o addirittura estinti.I razzisti sono quelli che non ammettono le differenze fra gli uomini ed omettono le identità per compiacere l’Ufficio Marketing del Sistema dominante che ci vuole tutti allineati.I razzisti sono quelli che appoggiano questo sistema economico e politico.I razzisti sono quelli che sventolano vecchi e nobili ideali che vigliaccamente hanno tradito, perché hanno scelto di stare con il capitale e non con le persone.I razzisti sono quelli come te e come quella testa di cazzo in cui ti sei imbattuto entrando qui.Voi siete le due facce della stessa medaglia, vi siete fatti colpevolmente incasellare dalla stessa longa manus e manco ve ne siete accorti.E siccome tu sei il simulacro dell’impegno sociale, della tolleranza e della libertà, sei doppiamente un figlio di puttana”.
“Sei un becero qualunquista, populista e pure malato di complottismo”
“Troppi complimenti, non credo di meritarli tutti”
Fabio Nascelli, intriso com’era di protagonismo, non seppe rinunciare ad un’uscita di scena tanto ampollosa quanto patetica.
Quasi un condensato della propria vita.
Il barman invece sembrava quasi ringalluzzito.
Ovviamente non era vero, ma in questo suo tentativo di parossismo chiese a Roberto, sicuro di coglierlo in castagna “Si ma quindi tu da che parte stai?”
“Vedi Ettore, tu hai esattamente la clientela che ti meriti: una clientela di merda”
Quel giorno il bar si era proprio divertito.

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a persone, fatti o luoghi é puramente casuale.

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Tu chiamali se vuoi… situazionisti

27 Dic

La politica in sé e per sé non meriterebbe commenti per evitare di darle anche un solo anelito che possa non dico fortificarla, ma pure mantenerla in vita.
Ma queste due storielle permettono di identificare i due architravi che ancora la sostengono: certi elettori e certi intellettuali (elettori pure loro).
Ed entrambi tifosi.

Storiella 1
C’era una volta un fiero (e anche un pochino altezzoso) elettorato che da qualche anno masticava amaro per la presenza di un pericoloso energumeno al Governo.
(Che in realtà si trovava al Governo anche perché i partiti di quell’elettorato erano bellicosi solo nei talk show.Siete già confusi eh?Ed il bello deve ancora venire).
Quell’elettorato per prima cosa si chiedeva come un tipaccio così smaccatamente impresentabile potesse ricevere tanti voti.
Dubbio lecito, tant’è che l’altro elettorato (del pericoloso energumeno, intendo) soffriva di un’evidente nicodemismo:a parole nessuno o quasi lo votava, dentro la rassicurante cabina elettorale qualcuno di più.
Torniamo al nostro, di elettorato, che era giustamente preoccupato: la storia, la loro storia, gli aveva insegnato di diffidare di questi personalismi della politica.
Oddio, anche loro avevano avuto i loro “personaggi” forti, ma dalle quelle parti – sostenevano – c’era partecipazione, preparazione e senso democratico.
E allora giù in piazza a far battaglie contro l’abolizione all’articolo 18, contro l’appropriazione indebita dell’apparato istituzionale, contro l’occupazione dell’informazione, contro la mignottocrazia, contro l’aziendalismo e la mercificazione della politica, contro i tagli lineari (ripetete con me:lineari) alla scuola, alla sanità, agli enti locali, alla giustizia e alle forze di polizia.
Cazzo, si dirà, ma quello di prima era proprio un pazzo scellerato.
Mica finita, i nostri elettori schiumavano di rabbia per tante leggi ad personam e per quelle bavaglio per bloccare magistrati e coraggiosi giornalisti e financo per vedere un Parlamento di nominati (quando andava bene) e pregiudicati (l’immunità a loro serviva per davvero).
Avevano come l’impressione (avevano) che gli interessi del Paese e dei loro cittadini (quelli normali) non li curasse nessuno.
Ma dopo un pò (sorvolando sui metodi o sarei più logorroico di Furio in Bianco rosso e Verdone) al potere ti arriva un tipetto che pensa di risolvere tutto lui a colpi di PlayStation e di slogan da venditore anni Ottanta di enciclopedie, uno di quelli che avrebbe solo potuto fare fortuna in politica e che anche senza essere seguaci di Cesare Lombroso già alla prima occhiata (ma anche alla terza) sembra comportarsi esattamente come chi l’ha preceduto.
La stessa mistificazione della realtà e le stesse balle sesquipedali, proferite solo con la metà degli anni rispetto al predecessore/padre putativo.
Osservandolo meglio si nota addirittura che laddove il ducetto vecchio aveva fallito, quello giovane (di fatto un suo surrogato, un epigone al metadone) riesce a portare a compimento le sue porcate, grazie ad un’iconografia mendacemente fresca ed innovatrice a ad una stampa così servile che certe lisciate di pelo e leccate di culo non si ricordano dai tempi del Ventennio.
Il Bruto era stato costretto al suo ingresso in politica esclusivamente per difendere i cazzi propri e per pararsi il culo e già che c’era, con quello che rimaneva, dava una mano al Sistema Dominante.
Quello nuovo invece pare completamente intriso dalla smania di comando, fattispecie che lo conduce dritto dritto nel palmo del Sistema Dominante.
Il vecchio arnese un giorno davanti allo specchio – mentre si faceva la tinta con l’asfalto drenante si iniettava del Saratoga sotto la borsa degli occhi (ed anche sotto la borsa) – esclamò “Ma fosse arrivato prima, fa quello che voglio io e non devo neanche più sbattermi, alla mia età.Certo che le racconta grosse pure lui, ahahah!”
L’elettorato è stato folgorato dal nuovo che avanza (che di nuovo può avere al massimo i calzini o qualche acconciatura) e il suo messianismo è stato nutrito e solleticato a dovere.
Si sono visti numerosi travasi dall’altra tifoseria: quando per anni si è stati abituati a venerare l’omino al Governo si sente il bisogno di continuare nell’opera della propria professione di fede.
L’immagine è lassù, luminosa tanto da produrre un riverbero, di più, una scia luminosa: ha le sembianze del nuovo Premier che parla alla Nazione (col rapporto di due cazzate ogni parola) ma in realtà è un immagine simbolica, una rappresentazione del Potere.
L’agognato Potere.
Non si criticava l’avversario in quanto tale ma per la sua posizione (invidiata) di dominio.
Non era un problema di idee e valori (assenti prima come adesso), ma di uomini e di partito.
Quello che prima spaventava ora rasserena.
Ciò che ripugnava ora inorgoglisce.
Quelli di prima truffavano, quelli di adesso chiedono dei sacrifici per il nostro futuro.
Se prima era svolta e deriva assolutistica, adesso è balsamico decisionismo.
Se prima erano tagli (lineari,ricordate?) ora sono ancora tagli (e sempre lineari), ma dalla regia dicono per combattere gli sprechi (oltre al Governo vi sarete accorti che sono cambiate anche le regole della semantica).
Qualche promessa elettorale (chiaramente irrealizzabile, se no che promessa elettorale sarebbe?) detta al posto giusto nel momento giusto, una compilation di supercazzole prematurate inneggianti all’happy ending ripetute h24 ed un’immagine un pò meno criminale et voilà, guarda come ti migliora l’umore dell’elettorato.
Ecco, solo quello, perché il resto rimane tale e quale (i miracoli veri non li fa nessuno).
Il loro oppio è diventato l’ottimismo, il nemico della Patria chi emana pessimismo e negatività (cioè osa ragionare col cervello acceso).
Adesso lo so che qualcuno di voi si sarà fatta l’idea che le persone descritte non sono altro che dei servi di partito ammaestrati, gente che intellettualmente e moralmente non merita alcuna stima.
E vi dò ragione.
Perché è esattamente quello che penso io.
In molti casi non sono delle cattive persone, ci mancherebbe.
Ma il rispetto va meritato.

Storiella 2
Come dev’essere un intellettuale?
Libero, coraggioso, non organico, profondo.
Cosa deve fare?
Stimolare e mettersi in gioco, raccontare il bello e soprattutto il brutto, andare oltre, anticipare, intuire (prima degli altri), trovare le cause ed i rimedi, aprire la mente al suo pubblico.
Pungolarlo e provocarlo, quel pubblico.
Pasolini si autodefiniva comunista (ma qualsiasi etichetta evapora al cospetto del suo genio), eppure il PCI ed il tessuto sociale che lo contornava erano tra i primi destinatari delle sue invettive (Valle Giulia è la più famosa e insieme la più strumentalizzata, ma l’elenco è decisamente nutrito).
Gaber era un acutissimo anarcoide apolide pure lui della catalogazione, tendenzialmente con affinità a sinistra, peccato che in Polli d’allevamento (smaccatamente, prima in forma più composta) esondò tutta la sua nausea per quello che era divenuto conformismo, vomitando in faccia al suo pubblico che tanti di loro lo avevano stufato e che non gli piacevano più (eufemismo, il Signor G era giustamente molto più violento).
Ed erano gli anni Settanta, gli anni dell’ideologia, dell’appartenenza, dell’essere obbligatoriamente ed inevitabilmente schierati, anche e soprattutto da parte degli artisti.
Montanelli invece era un uomo di destra (di quella destra che forse non è mai esistita e mai esisterà), ma quando Berlusconi decise di prendersi l’esclusiva dell’elettore conservatore lui esercitò la clausola del diritto di recesso affermando “Se vince Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile nei prossimi 50 anni per motivi di decenza”.
Non cadde nel sofisma di dover accettare aprioristicamente l’autoproclamata leadership del Cavaliere sulla destra italiana.
Tre intellettuali che criticavano anche ciò che teoricamente gli era affine.
Tre intellettuali, appunto.
Il passaggio di consegne tra il vecchio affabulatore ed il nuovo imbonitore ne ha smascherato altri di (presunti) intellettuali, relegandoli alla categoria dei cortigiani.
Il loro pedigree à la gauche gli ha sempre permesso di godere di un credito spropositato, ma adesso i nodi vengono al pettine.
Per andare al comando si sono fatti piacere “la sinistra che sa vincere”, dove la parola chiave della frase è vincere, mentre quella fuoriluogo è sinistra.
Urlavano tutto il loro livore ed il loro astio contro chi voleva sfasciare “la più bella Costituzione del Mondo” (e le cose belle non si devono sfasciare) ma ora è il loro silenzio ad essere assordante, visto che hanno pensato bene di sparire, di nascondersi o di sorreggere la propaganda dei nuovi quarantenni al comando.
Che ci sono quasi riusciti a sfasciare quella Costituzione (fra una pletora di altre disgrazie).
Delle due l’una:o mentivano prima o sono codardi adesso.
La lingua di questi camaleonti opportunisti un tempo era petulante e corrosiva e si divertiva a seminava irriverenza al potere costituito(si), ora lascia solo tracce di bava e saliva.
Il loro senso critico e la loro vena artistica si sono sopite come le loro battute, ora declinate in sermoni e intemerate degni di bolsi soloni.
Hanno la coscienza politicizzata, pur di vedere issata la bandiera coi colori giusti (ma coi valori sbagliati) hanno barattato ciò che un libero pensatore non dovrebbe mai cedere:l’onestà intellettuale.
Un tempo erano incendiari, ora girano con l’estintore a caccia di fiammiferi accesi e per spegnere i propri rigurgiti rivoluzionari (possono stare tranquilli, quindi) o qualche frase scappata in un lapsus freudiano in ricordo dei bei tempi che furono.
Con un indomito spirito battagliero (prima) – refrattario a qualsiasi critica e protetto da una superiorità morale autoreferenziale – non volevano spodestare il vecchio padrone, ma solo sostituirlo.
Con il loro, peraltro in una versione decisamente sottotono.
Così sottotono da assomigliare tremendamente a quelle losche figure che negli anni d’oro additavano come nemico o male assoluto.
Chissà cosa avrebbero detto, gli intellettuali della (fu) intellighenzia, se si fossero visti in questa edizione anche solo una ventina d’anni fa.
Chissà in che modo si sarebbero contestati.
Chissà quanto si sarebbero vergognati.
L’acqua che non si vuole bere ci si affoga dentro, recita un vecchio adagio.
Loro stanno bene, perché quell’acqua adesso li nutre e li rinfresca.
Ad affogare è stata solo la loro credibilità.
E pare che l’abbiano sacrificata senza troppi rimpianti.

Attenti a quei due

13 Dic

In un Mondo di rincitrulliti loro due sono considerati soggetti altamente pericolosi e nocivi per la società.
L’etichetta è stata marchiata a fuoco dal solerte Ministero per il Rincoglionimento del Suddito Cittadino, una sorta di Min.cul.pop un pò meno fanatico (ma altrettanto stronzo) e più europeista (quindi sicuramente più stronzo).
L’ultimo capo d’imputazione che ha fatto scattare l’atroce sentenza è di quelli ineluttabili: i due reprobi in maniera sistematica e continuativa utilizzano contemporaneamente entrambi gli emisferi del cervello.
D’accordo, aver sottoscritto l’abbonamento alla Juventus nella stagione 2009/10 (quella di Ferrara) non ha migliorato la già problematica situazione, ma qualche scheletro nell’armadio chi non ce l’ha?
D’ora in avanti sulle vetrine dei negozi e accanto alle Slot machine troverete la foto segnaletica di Cristian Martinelli detto il Marti e di Daniele Cassinadri da molti chiamato Lele o Professore.
Il nutrito archivio dei Servizi Segreti che li riguarda (nome in codice Matash) per buona parte è stato misteriosamente ritrovato alla curva della Botte.
Qualcuno sospetta un’attività di controspionaggio del famigerato Agente Apripiscta, la cui identità è ovviamente top secret (si sa solamente che porta i baffi).
Spulciando quei dossier emergono i tratti salienti di questi due indomiti sovversivi.

Il Marti
Passionale da sempre con tutto e tutti, ha esteso lo stile Dolce Vita anche all’arredamento di casa sua.
Non è raro vedere al bar il suo divano fare incetta di aperitivi e di belle ragazze o la sua libreria, nelle feste che contano, tirarsela un pò con citazioni dotte.
La pettegola del suo palazzo (nessuno la conosce, ma c’è sempre una pettegola nel palazzo) insiste col dire che il Marti – dopo svariate avance – abbia sedotto la sua lavatrice giungendo a rapporti non protetti da anticalcare (inimicandosi la potente lobby dei supermercati).
E’ sempre stato anticlericale e pure un pò iconoclasta, alla prima cena dovrà spiegare e giustificare ai suoi amici l’abbonamento all’Osservatore Romano, la cui copia è pudicamente tenuta sotto riviste più glamour.
Tutte le crisi diplomatiche degli ultimi 28 anni sono state provocate dalle sue imitazioni, a cui si debbono aggiungere tre divorzi, una dozzina di licenziamenti e due conversioni (della stessa persona, andata e ritorno).
Cristian è da tempo immemore (all’incirca da quando Renzi e Salvini sono in politica) che prende in giro la collettività con dei tormentoni, veri o presunti.
Lo fa perché in lui c’è uno psicologo/sociologo latente ed anche perché le sue vittime si meritano questo ed altro.
Non crederete davvero che sia sincero quando (fintamente) rutilante di rabbia esonda contro le feste estive di paese?
Solo apparenza per sbeffeggiare i compaesani, in realtà vende lui stesso i biglietti con la barba,gli occhiali ed i capelli finti.
Ma in estate fa caldo, lui suda e tende a togliersi i travestimenti.
Ma nessuno si è mai accorto di nulla, anche perché sono quasi tutti elettori del PD.
Al sistema non va proprio giù uno come lui che sappia divertirsi, informarsi ed indignarsi.
Ma visto il livello raggiunto dal nostro Paese qualche cedimento lo ha rischiato anche il boy di Ottosalici: pare abbia seriamente pensato di diventare Emo.
Scelta poi declinata nella volontà di seguire ancora il ciclismo.
Refrattario a dogmi e al pensiero precostituito, l’altro giorno in auto ha avuto un furibondo diverbio con se stesso per quale uscita imboccare ad una rotonda:solo l’intervento delle forze dell’ordine ha scongiurato il peggio.
Quando sono arrivate si sono sentite dire che come fosse antani per senso unico a livelli navigatore con scappellamento a destra prematurata blindo all’ uscita contromano.
Al ché hanno convenuto col Marti.
Convenuto su tutto.

Il Professore
E’ un esistenzialista prestato all’economia.
O se preferite l’esperto di economia più umanista che ci sia (la rima non era voluta).
Ipocondriaco quanto basta per meritare la sufficienza piena, sono francamente eccessive anche le critiche di disfattismo nei suoi confronti: dopo una dissertazione di una mezz’ora con lui Tonino Guerra ha tentato tre volte il suicidio (l’ultimo dei quali è fallito perché le auto di oggi inquinano troppo poco rispetto a qualche anno fa).
E dire che Lele aveva sciorinato solo l’introduzione.
Se i politici si informassero la metà di quanto fa lui ed avessero 1/3 della sua abnegazione avremmo la classe dirigente migliore della Storia, fattispecie che i nostri politici di professione vogliono evitare, non sta bene.
Ma Il Professore ama anche divertirsi e con lui la baracca assurge ad una dimensione spirituale superiore.
Decisamente più terreni e prosaici, invece, i bicchieri che vengono scaravoltati.
Lele è una delle poche persone che ha letto l’intero Trattato di Lisbona (non lo ha fatto nemmeno chi lo ha scritto, e i risultati si vedono) raggiungendo il parossismo all’articolo 123 (quello sul ruolo della Banca pubblica).
Nella sua attività di divulgazione sulla materia ha scelto la tecnica del porta a porta, come un venditore di enciclopedie qualsiasi.
Ma uno che parla di banche e di Euro sul pianerottolo con la barba ed i capelli lunghi non viene ritenuto credibile: una signora gli ha proposto di andare nella sua comune, un direttore artistico gli ha offerto una parte nel musical Jesus Christ Supestar, mentre un sessantenne che ha vissuto la febbre del sabato sera (un ex eroinomane, insomma) pensava ad una reincarnazione di Maurice Gibb dei Bee Gese.
A sorbirsi le sue lectio magistralis (roba da sei-sette ore minimo) rimangono i suoi gatti.
La scelta di allevare i felini ha scatenato una lotta fratricida fra le pasdaran di Forza Italia:la Brambilla si è schierata in prima fila con lui (che culo), mentre la Santanché vorrebbe far sgomberare tutto perché diversi mici risultano clandestini.
Cassinadri deve sempre guardarsi alle spalle poiché i nemici pullulano: gentaccia, teste di cuccudrillo assetate di sangue (cit.)
Pensate che un gruppo di ignoti tecnocrati ultra-liberisti per la legge del contrappasso lo ha iscritto contemporaneamente a tutte le Logge Massoniche del Pianeta.
Inoltre la macchina del fango lo ha esposto al pubblico ludibrio dipingendolo come un feticista delle mestruazioni solo perché nelle sue lezioni fa spesso riferimento al Ciclo di Frenkel.
Paladino dell’antiglobalizzazione, a molti non farà piacere di sapere che nel dopolavoro assembla dei mobili per l’Ikea, purtroppo senza la possibilità di dargli un nome, o ritroveremmo la scrivania Carl Marx, la libreria Keynes o il tavolo Bohemien.
In attesa della rivoluzione, sta preparando il campo ad una nuova classe dirigente:il suo cane Axel diventerà il primo Sindaco d’Italia a quattro zampe.
Attendiamo impazienti quando il Professor Cassinadri esclamerà tronfio e con accento toscano “Io dò Pal al mio Sindaho”.

Cudghin a bala da sciop!

22 Mar

La lunga attesa ne ha accresciuto il già intrinseco fascino.
Dell’ottimo vino, dei piatti cucinati con sapienza, della musica di qualità ed un tasso alcolico più alto dello spread targato novembre 2011.
E noi.
I prodromi per una piacevole serata c’erano tutti, ma il risultato finale della Cotechinata è andato oltre ogni aspettativa.
Purtroppo mancava il Guido, un apolide che per una volta forse ha rinnegato di essere tale.
La tavola imbandita ha accolto quindi il Marti (passionale padrone di casa), Lele Cassinadri (O’ Professore) , Ancio (il Conte Mascetti del terzo millennio), il Gip (sbaraccatore silenzioso e discreto) ed il Benna (lui è come i brasiliani: semplicemente il Benna) che per un impegno istituzionale ha dovuto abbandonare appena dopo mangiato.
Affidandoci totalmente all’alchimia abbiamo potuto formulare il postulato un cotechino per ogni commensale.
Registriamolo, o qualcuno potrebbe costruirci la prossima campagna elettorale.

Mescolando la vodka con l’acqua tonica si è anche visto un’interpretazione del Marti di Città Vecchia di De Andrè: forse prosaica, sicuramente intensa, dunque autentica.
Chi reputa inconsueto impiegare quasi due ore per percorrere a piedi un paio di chilometri omette l’automatico fuso orario che scatta a certe ore della notte.
Ed ignora quella poliedricità che ci invita a parlare della filosofia applicata al gioco del calcio (con tanto di sopralluogo al vecchio Valentino Mazzola) nella stessa serata in cui si è discusso (e animatamente, per fortuna) della politica economica dell’Italia nel dopoguerra, trovando pure un doveroso ritaglio di tempo per contemplare una delle lectio magistralis più ficcanti ed adamantine di Karl Aurel Kohrsin.
Se il divertimento avesse voluto interpretare se stesso avrebbe scelto questa serata di parossismi ripetuti.
La semplicità (che contro il parere di molti fa rima con profondità) crediamo sia uno stilema del nostro topos ed un antidoto che auguriamo di possedere anche alle future generazioni.

P.s. Una velina dei servizi segreti dà per certa la riedizione della Cotechinata nientepopodimeno che in estate.
E quelli di solito ci prendono.

Menu a sorpresa

18 Mar

Parafrasando il Trap, squadra che beve non si cambia.
Eccoli qua, in tutto il loro splendore:
– Nelson Bolognera (l’iconoclasta);
– Ramuo Gopizzi (il rivoluzionario);
– Karl Aurel Kohrsin (il giustiziere);
– Patrick Marone (il gigante buono ma non fatelo arrabbiare);
– chi scrive (il battitore libero).
Un Osteria come pensatoio, un pò di vino (giusto un pò) per innaffiare un’ancestrale voglia di stare insieme.
Se poi uno avesse saputo anche il menu
Dovete sapere che ogni nostro incontro deve avere almeno un tormentone e stavolta ci siamo inventati quello del menu (cazzari si nasce).
Che poi uno il menu lo scopre nel momento in cui si siede a tavola, direte voi: ma di cosa cazzo avremmo potuto parlare per una settimana, sennò?
Del secondo dei tormentoni, cioè di fantasie da Tinto Brass dei poveri (o da vecchi commilitoni, se preferite) su un’inconsapevole fanciulla.
Tutt’altro che innocente, anche se io ribadisco che la donzella non mi conturba.

Un refrain dei nostri simposi è: come siamo, come eravamo e un’anteprima di come saremo.
Mattinate che sembravano eterne sono durate comunque troppo poco.
Ci sono mancate giusto le serenate nell’ora di ginnastica o di religione, ma noi mica eravamo all’Istituto magistrale…
Ecco, solo un’accortezza: i dettagli non chiedeteli a Bolognera, ultimamente la sua memoria si sta paurosamente accorciando.
Speriamo per lui solo quella.
Ai blocchi di partenza c’erano dei ragazzini con una peluria matta sul viso.
Solo Gopizzi aveva già la barba (e due tentate rivoluzioni alle spalle).
Partiti come compagni di classe ci siamo ritrovati amici inseparabili in questa corsa perpetua che è la vita.
E per comprendere la materia qualche lezione privata è necessaria (tutt’ora).
“Si, siete uniti ma dopo vi perderete, fanno tutti così: il lavoro, le morose, gli impegni…”.
Eh, chi lu!(sto cazzo in dialetto, nda).
Forse il destino, sicuramente la volontà, perché le cose che contano devi difenderle sempre un pò, se no finiscono male (cit.).

Il Gruppo non ha mai rinnegato le proprie sonorità, ma è riuscito ad ascoltare nuovi generi, ad apprezzare arrangiamenti differenti e si è aperto a testi prima inesplorati.
Si è cercato di crescere, di andare oltre, ma tenendo sempre accesa quella fiammella chiamata follia.
Difficile, ancor di più se il percorso viene intrapreso assieme.
Ma appagante, quando si ha l’impressione di esserci riusciti (più spesso che raramente).
Nonsolostronzate: si discute su vedute differenti, ci si incazza, ci si manda a cagare (sintomo di stima, dalle nostre parti), si smadonna e si alza la voce.
Già, noi alziamo spesso la voce, ma mai in modo fastidioso o maleducato.
Solo un barista di Bologna è sbottato, ma lo capiamo: portarsi in giro quella faccia non dev’essere facile e coprirla di un’inutile barba non lenisce certo la sofferenza al reprobo.
Siamo portatori sani (o quasi) dei nostri integralismi e dei nostri pregiudizi.
Perché li abbiamo tutti, inutile fare le suorine.
Solo che quelli altrui sono più ingombranti, si nascondo peggio e danno più fastidio.
Chissà di cosa parleremo al prossimo pranzo…?

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Eroe del niente

24 Feb

Questa storia è ambientata in un lontano Paese del Terzo Mondo dal passato glorioso.
Nonostante un diffuso pauperismo la dignità delle persone non si era ancora smarrita del tutto.
Il protagonista è alle scuole superiori.
Imparava tutto a memoria, non passava mai nei compiti in classe e spifferava i nomi dei compagni che lo facevano.
In compenso era fieramente antipatico, pure bruttarello ed anche un pò invidioso di quelli che da adolescenti si comportavano da adolescenti.
Li abbiamo avuti tutti dei tipi come lui in classe, oppure nella compagnia.
Dalla compagnia però di solito uscivano, a calci nel culo.
Per darsi un senso raccontava balle in maniera seriale: duelli con supereroi (lui le suonava sia a Batman che all’Uomo Ragno), scopate con le più belle della scuola (due in particolare: Roberta e Federica) ed avventure mirabolanti nella sua camera (iperbarica).
Lui era il classico cugino di tutti.
Ma cagato da nessuno.
La cosa più trasgressiva che aveva fatto nella sua rutilante giovinezza era stata chiedere alla mamma di condirgli la pasta con l’Electrica salsa (baba baba, aha aha).
Culturalmente guardava all’Italia.
Il Drive in lo registrava per vederselo a pezzi: una puntata intera richiedeva troppa attenzione e poi certe battute le capiva solamente al terzo Rewind.
Sognava di essere un Chicco Lazzaretti (seeeee) risultando però un misto fra Bruno Sacchi e la versione sbiadita di Aziz (il maggiordomo di Camillo Zampetti).
Era un pò il Paninaro di Enzo Braschi, appena più tamarro, e un pò Mimmo di Bianco Rosso e Verdone, solo meno intraprendente.
Sedicente intenditore di musica, ai Righeira rimproverava di non avere sonorità all’altezza dei profondissimi testi.
Noto appassionato di se stesso (cioè del nulla) andava predicando che gli fossero state dedicate due canzoni: Faccia da pirla (di un tal Charlie) e Vaffanculo di Marco Masini.
Pur di attirare l’attenzione infatti era disposto a svendere la propria reputazione, che non a caso gli stava distante almeno tre metri.

Quelli come lui, crescendo, o compensano l’apatia cerebrale giovanile con slanci di talento, o peggiorano.
Solo nelle favole si verifica la prima ipotesi.
Resosi conto che nella vita non avrebbe potuto combinare niente (ad oggi rimane l’unico ragionamento di senso compiuto dei suoi primi vent’anni), gli restavano due scelte:
– la televisione, ma il suo ruolo era già stato preso dal protagonista dello spot dell’Hurrà Saiwa ed inoltre Mr. Bean non aveva intenzione di ritirarsi dalle scene;
– la politica.
Pausa drammatica.
Avrete capito perchè.
Non si sa in che modo, ma a piccoli passi arrivò a ricoprire le più importanti cariche istituzionali di quel Paese.
L’informazione di quella Nazione aveva ormai leccato il culo a tutti i potenti che ne calcavano il suolo ed accolsero anche lui con tappeti di saliva.
Il suo secondo pensiero – che risulterà nefasto – fu che se la popolazione andava in visibilio per uno che sparava cazzate a ripetizione era giusto approfittarsene.
Sembrava quasi covasse un personale revanscismo, alla stregua di un suo collega a cui mancavano 8 cm per raggiungere l’altezza di Rui Barros (con le scarpe tacchettate).
Nel frattempo il suo Paese aveva gettato al vento quel poco di morale che gli era rimasta in tasca: ragionare era divenuto un vezzo controproducente ed il cervello un inutile orpello da sacrificare all’altare del Pensiero Unico.
I poteri forti erano ben felici di manovrare uno come lui a cui interessava solo il proprio ego ed il proprio tornaconto.
Rapito com’era dal protagonismo non aveva capito che nei selfie (una moda interplanetaria) era proprio la sua faccia ad essere immortalata.
Era talmente permaloso che accettava le critiche solo se scritte da lui.
Un ottimo metodo per evitare delle figure di merda è parlare di ciò che si conosce.
Allora il nostro Capo avrebbe dovuto stare sempre zitto, ma logorroico com’era non ci riusciva: le sue proverbiali supercazzole erano dolcificanti per tremende purghe, i suoi discorsi talmente vuoti che per elevarne il contenuto sarebbe bastato farli scrivere ad Hello Spank!.
Quando era incalzato (cioè quasi mai visto il servilismo imperante) le sue risposte facevano rimpiangere la trama di Beautiful.
Più era arrogante più il suo consenso aumentava, più emanava leggi impopolari più il suo elettorato lo incitava ad andare avanti (Eddai cazzo!).
Era un Grillo Parlante in carne ed ossa a cui gli elettori non solo credevano ciecamente, ma ne diffondevano pure il verbo.
Dimostrando la stessa razionalità di un tifoso dodicenne.
In un Paese già pieno di macerie il nostro rabdomante di consensi diede il colpo di grazia, ma il suo fervente Fan club anziché andarlo a prendere coi forconi si lamentò perché non lo avevano fatto lavorare abbastanza.
Speriamo che non capiti mai in Italia una vicenda così.

P.s.
Nel 2004 i Green Day pubblicarono American Idiot: forse il loro capolavoro, un album molto politico, duro e critico con la società americana e l’amministrazione Bush.
Un giorno al cantante Billi Joe Armstrong venne posta la domanda se la canzone che diede il titolo al disco fosse dedicata all’allora Presidente degli Stati Uniti.
Billi Joe rispose beffardo e con la faccia di chi voleva far capire che stava prendendo tutti per il culo “La canzone American Idiot non parla di Bush, ma se tutti lo credevano ci sarà un motivo…”.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale).

Babbo Natale scrive

24 Dic

In queste feste comandate il solito tran tran è stato interrotto dalla lettera di Babbo Natale, uno che di solito le riceve.
Stavolta ha scritto lui.

Chi ha fatto il militare (non io, quindi) sa bene che il nonno è stanco.
Beh, io sono solo un Babbo e non avrei il grado per pronunciarla, quella frase.
Ma forse l’anzianità sì.
E se anche il mio coetaneo Giorgio si dimetterà dalla sua attuale occupazione, allora credo di poterlo fare anch’io.
In questa mia lettera di commiato non avrò peli sulla lingua (al massimo dei pelucchi del vestito, una volta invece…) e sarò un po scurrile come non lo sono mai stato, anche perché ormai il costume dell’eterno buono mi sta stretto (no, le costine di maiale fritte con la salsa dell’Ikea non c’entrano niente, su dai…).

Non ce l’ho affatto coi vostri bambini, loro sono ancora deliziosi.
Nonostante voi.
Sì, siete voi che ormai detesto.
Pensate solo a sti cazzo di regali.
Come diceva Nietzsche (me lo ricordo:un pò originale ma era forte) “Di tutto conoscete il prezzo, di niente il valore”.
Mi sono stufato di essere l’assoluzione per la vostra anima, avete la morale autocertificata (ma non diciamolo ai rottamatori o ci costruiscono la prossima campagna elettorale).
Siete ormai delle cavie (consenzienti) per il laboratorio del consumismo: state accettando di tutto, a partire da quella festa che manco vi rappresenta.
Mi sto riferendo ad Halloween.
Non vi siete presi nemmeno la versione originale, quella celtica, ma un surrogato a stelle e strisce.
Anche la mia tradizione non vi appartiene, ma la consegna a domicilio è troppo comoda.
Voi non siete molto meglio di chi vi rappresenta, anzi loro sono la sublimazione della vostra bramosia e cupidigia.
Li criticate non per il comportamento, ma perché vorreste essere al loro posto.
I vostri buoni proposti regolarmente disattesi non sono altro che le promesse dei politici in campagna elettorale.

Se foste morbosi di notizie e verità come lo siete di gossip e cronaca nera vivreste in un Paese quasi normale.
E invece da sempre vi fate nutrire di monoteismi vari (religione, scienza, mercato).
Capisco cinquant’anni fa, ma ora che avete i mezzi informatevi.
Credete a favole decisamente più perniciose della mia.
Fatevi un regalo inedito: imparate a ragionare in proprio.
Al vostro cospetto è decisamente più emancipata la mia slitta.
Credenti o meno, a Natale avete come reazione pavloviana una bulimia consumistica travestita da buoni sentimenti.
E’ una catarsi oltremodo comoda, arriva tutti gli anni nello stesso periodo e per l’unico obolo da pagare è sufficiente strisciare la carta.
Aveva ragione Gianfranco Funari ad asserire che quanno uno te fa l’auguri de Natale e tutto l’anno manco te se ‘ncula nun je poi dì “grazie, altrettanto…”, je devi dì “auguri mpar de cojoni, mettete er panettone sotto ar braccio e vatteneaffanculo!”
Ecco, se penso a tanti di voi mi viene in mente quella strofa di Eugenio Finardi “…sempre in vendita come una troia…” (un chiaro riferimento alla Befana, nda).

Giunto alla fine della corsa sento però il dovere di svelarvi qualche retroscena.
Sono stato un agente segreto della CIA, mi mettevano sempre insieme a quel tale che mi somigliava, come si chiamava?
Forse Giulio, o Giuliano, adesso scrive (o meglio ci prova) rigorosamente a libro paga.
Ma sì, ve ne dico un’altra.
Sono più di tre anni che per le mie consegne mi avvalgo dei droni di Amazon.
Non fate così, mi ci hanno costretto intensificando i controlli anti-doping sulle renne.
Come dite, ultimamente consegnavo solo una marca di giocattoli?
Ci credo, coi viaggi alle Maldive che mi regalavano era il minimo che potessi fare.
In realtà sono così incazzato anche perchè in Romanzo Criminale il mio personaggio non è stato interpretato da nessuno e nell’inchiesta Mafia Capitale il mio nome era sempre coperto dagli omissis.
Ao, ricordateve na cosa: a Roma ancora adesso nun cade foglia ch’er Babbo nun voglia.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti e persone è puramente casuale).

Buon compleanno Aigor!

10 Dic

(Oggi compie gli anni il mio amico Ivan, noto anche come Aigor, il Toro ed Ivanov.Per ragioni di spazio e buoncostume tralasciamo i vezzeggiativi di letto che gli sono stati affibbiati in tanti anni di onorata carriera).

 

Forse  per la distanza o per la tua vicinanza al Po (digli di non fare lo stronzo).

Forse perché crescendo (noi non invecchiamo…) gli amici coi quali stiamo veramente bene giocoforza diminuiscono.

Forse perché la genialità non sempre sceglie la maschera più sfavillante ed appariscente.

Forse perché con quell’umorismo sottile galleggi, resisti ed attacchi.

Forse perché sei un romantico informatico (ovviamente feticista).

Forse perché quella flemma è tanto rilassante quanto inquietante (ogni tanto urla, cazzo, urla!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!).

Forse perché sei molte cose che certi nemmeno immaginano.

Forse perché a volte fai veramente incazzare.

Forse perché spesso insegni.

Forse perché se non sono un pò folli non li vogliamo.

Forse perché metti al centro le persone (e poi non gli spari).

Forse perché hai il karma un pò difettoso (lo hai detto tu, eh?).

Forse per quelle chiaccherate sul Pandino (rigorosamente 1^ serie) su delle strade improbabili  (tranquillo, non eravamo intercettati).

Forse per quel tuo essere un pò filosofo senza saperlo (e volerlo).

Forse perché certe baracche segnano l’anima (e purtroppo anche il fisico).

Forse perché sei uno che ha delle intuizioni (cit.).

Forse perché ti meriti sempre qualcosa in più.

Comunque sia, auguri vitellone!

Condominio Italia

11 Giu

In una qualsiasi città d’Italia gli abitanti di un appartamento esternano tutto il loro malcontento per la gestione – ormai ultra-decennale – di un navigato amministratore condominiale.
Pressapochismo, problemi rimandati, scuse seriali, disservizi, spese lievitate inspiegabilmente, l’inefficienza entrata nel regolamento condominiale, estratti conti perennemente in affanno, la sensazione diffusa di vantaggi personali nella gestione di una cosa pubblica, la consapevolezza di essere manovrati da poteri infinitamente più forti.
Ecco per sommi capi cosa pensano gli inquilini della gestione del loro amministratore.
Peccato che la tanto agognata assemblea da possibile tappa rivoluzionaria si trasformi in un trionfo per il restauratore che da anni ha soverchiato la volontà popolar-condominiale.
Entrati da incendiari, i poveretti sono stati disinnescati dallo scafato mammasantissima delle palazzine e sono usciti mansueti come degli agnellini.
Un po’ male minore, un po’ unica soluzione, un po’ obtorto collo: semplice la ricetta dell’imbonitore et voilà, l’iconografia anche stavolta (l’ennesima) è stata ripulita e la poltrona mantenuta.

Sostituite agli inquilini gli elettori ed al manigoldo-amministratore i nostri politici e scoprirete che il risultato non cambia.
La situazione che stiamo vivendo non si è certo creata da sola, legittimare ancora quelle persone, quegli apparati (e quei poteri che rappresentano) sperando che risolvano i problemi che proprio loro hanno creato (con colpa o con dolo, scegliete voi) è un esercizio di puro masochismo.
Esistono delle perversioni decisamente più divertenti.
L’assenza di alternative (saper fare una buona opposizione non è sinonimo di saper anche governare) è solo una scusa che in mano alla vecchia partitocrazia diventa un mantra soporifero da spruzzare.
Basterebbe evitare di rieleggere questi professionisti del declino e le loro versioni edulcorate 2.0 (ovvero il simulacro del rinnovamento).
Non è difficile.
Gli italiani hanno uno strano rapporto col cambiamento, quasi avessero una margherita da sfogliare: o quello sbagliato o quello gattopardesco.
Prima scelgono il partito per cui votare poi – in funzione di esso – (s)ragionano di conseguenza.
L’onestà intellettuale ed il buonsenso chiederebbero il contrario.
E’ più faticoso informarsi e ragionare con la propria testa che tenere il loro atavico approccio dogmatico.
Ma qualche danno, forse, verrebbe evitato.

Indro Montanelli affermava che “In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire”.
Un Marco Travaglio decisamente icastico ha aggiunto qualche anno più tardi “Quando uno si informa è molto più difficile prenderlo per il culo”.

Dalle panchine all’altare

16 Mag

Dopo innumerevoli tentativi anche la Giulia, pare, riuscirà a convogliare a nozze.
Le speranze si erano ridotte al lumicino quando anche l’ultima sua preda (un sessantaseienne uxoricida di Latina con la passione per l’uncinetto e per gli orologi-omaggio del Dixan) era riuscito a divincolarsi con l’incontrovertibile scusa di essere stato ingaggiato a tempo pieno nel cast della Pimpa.
Un affronto immeritato per una musa ispiratrice di svariati artisti:i Pooh scrissero per lei -ben prima che nascesse- la struggente “Piccola mula“, poi rivista in un più commerciale “Piccola Katy“, mentre Ligabue compose “Piccola mula senza stalla“, che verrà modificata (e mortificata) dai discografici come ben sappiamo.
Passando alla letteratura, tutti conosciamo il celebre romanzo “Il nome della mula“.

Ecco allora che il destino (ho detto il destino, non l’intestino) le ha fatto incontrare Omar il Fichissimo, il 4° ragazzo più bello di Ramiseto (ma in molti si erano ritirati), noto anche come il Mago (S)Omar: un tipo tosto e deciso.
Ancora lo devono informare del matrimonio.
Neanche quando la sua badante (gentilissima, tra l’altro) lo ha accompagnato ad acquistare il vestito e ad ordinare confetti e bomboniere ha ventilato il benché minimo sospetto.
Il suo cane da caccia invece qualcosa aveva fiutato.
Per non fargli prendere impegni il giorno del (suo) nozze, alla Giulietta è bastato annunciare al Romeo de noantri che Putin verrà a Ramiseto proprio in quella data con il suo mezzo di rappresentanza (un carro armato T-90) per guadare l’Enza offrendo sambuca a tutto l’alto crinale.

Sui testimoni vige il massimo riserbo.
E’ trapelato solo un nome, riconducibile allo sposo (notizia mai smentita dai diretti interessati): quello di “Hacksaw” Jim Duggan, il celebre wrestler-boscaiolo in auge negli anni Ottanta.
I soliti bene informati dicono però di vedere spesso nella residenza ramisetana dei futuri sposi (ebbene sì, convivono, non diciamolo a Giovanardi) scendere da un mastodontico Suv maculato un tipo biondiccio, vestito in maniera imbarazzante (un misto tra un dadaismo 2.0 e l’anteprima di una società post-atomica) che biascica un idioma non identificato da nessun dizionario e/o traduttore.

Solitamente il vestito della sposa è una cerimonia nella cerimonia.
Quello della Giulia (le fonti sono tombali) dicono sia lo spot per il nuovo programma Ma come ti sposi?: più che un abito, un accessorio per uno scherzo agli invitati (il sogno proibito di tutti gli sposi).
Anche la scelta del ristorante non è stata una passeggiata.
Erano rimasti in lizza la mensa del Fatebenefratelli di Milano (scartato per il numero di invitati, è richiesto un minimo di 3.200 persone) e una partita avariata (dal 2005) di Quattro Salti in Padella.
Solo l’intervento risoluto di #bepperosa ha scongiurato un pranzo al sacco con tovaglia biancorossa, panini e formiche (ci sono sempre, le formiche, nei picnic).

Per allietare la festa sarà trasmessa la docu-fiction “La cagna è la migliore amica dell’uomo” e ricavata una stanza dove si potranno effettuare scambi di coppia (ma anche di animali e di fili interdentali), bondage con suore orsoline, partite a Risiko e/o Subbuteo completamente nudi ed esperimenti nucleari col riso basmati.
Per l’occasione Studio Aperto comunicherà una notizia.
Per due persone la cui colonna sonora è “In vacanza da una vita” la meta della luna di miele rimbalza fra il superfluo ed il disinteressato.
La scelta è caduta su un trittico da paura: il giro della Pietra in bici, una vasca in auto al Direzionale col braccio fuori dal finestrino e – come suggello finale – una romantica crociera sul Dolo.

Durante la cerimonia e nel successivo rinfresco sarà severamente vietato:
– toccare il culo alla sposa (la sorella invece si è dichiarata disponibile);
– mimare le virgolette con le dita;
– effettuare esercitazioni di caccia al cinghiale (per gli amici dello sposo);
– uscire dal nozze con un tasso alcolico più basso di 2,73 g/l (per tutti);
– canticchiare od anche solo intonare brani di Gigi D’Alessio;
– presentarsi con l’unghia del mignolo lunga e con la ricrescita;
– rimettere su la porta (questa la capiranno in sette);
– schiacciare i brufoli ai partner;
– sbagliare l’uso del congiuntivo (non saranno ammessi errori nemmeno da ubriachi).

Le variabili: l’amicizia ed un evento (molto) importante.
Lo svolgimento, che coincide col risultato: fotogrammi di una vita che scorrono davanti agli occhi, aneddoti indelebili, cerchi che si chiudono, (nuove) strade che ne aprono altri, tourbillon di ricordi proiettati al futuro.
Gli auguri si fanno anche così, fra noi refrattari alla banalità.