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Qualche riga per un amico

1 Set

Nel Mondo degli appassionati del dialetto montanaro c’è una regola non scritta che però è un assioma: se l’argomento sono dei testi sul dialetto del medio Appennino reggiano, il pensiero volge immediatamente a Savino Rabotti. Una subitanea reazione, istintiva e rapida come sfogliare una pagina di un libro, a certificare il merito che il letterato originario di Castellaro di Vetto ha costruito con abnegazione e spontaneità alla causa. Nato fra le due guerre, epoca in cui perlomeno in montagna il dialetto era LA lingua, Rabotti ha deciso di non separarsi dalle proprie origini e di titillare il nettare vitale delle proprie radici che idrata, nutre e coccola l’anima, scegliendo appunto il dialetto come cifra stilistica e codice etico-morale di uno spontaneo logos sentimentale. Molto più che semplice appassionato, riduttivo definirlo solo esperto in materia, Savino coniuga l’approccio del semiologo, la sensibilità del poeta e l’entusiasmo dell’amatore.

L’aria d’cà raccoglie tutto l’eclettismo del poeta Rabotti – versi che ammiccano ai poemi classici passando all’ironia delle amate satre. Poesie già note (e premiate) ed altre rimaste pudicamente nell’archivio del suo studio. L’occhio del poeta permette di seminare profondità e riflessione anche da situazioni ilari, quotidiane, in apparenza ordinarie, Savino però non si accontenta di vestire questi già ambiziosi panni, diventa financo esploratore linguistico, testimone storico popolare, divulgatore e mette a disposizione degli altri il proprio sapere, un (ri)scoprire i lasciti della Valle del Tassobbio (lui scriverebbe Tassobio) per condividerli. Il Nostro – già autore fra le svariate pubblicazioni de “Vocabolario dei dialetti del Medio Appennino Reggiano” – da sempre si impegna per la valorizzazione del dialetto come patrimonio vivo, condiviso e trasmissibile. Sostiene che non si tratti di una lingua minore,  del passato o di un suo surrogato, ma di una vera e propria lingua madre, radicata nella storia e nel paesaggio, veicolo di identità e riflessione per le nuove generazioni, da lui sempre attenzionate con particolare affetto. Rabotti ci ha insegnato che il dialetto non è una reliquia da custodire in un museo, ma una chiave di vita per interpretare il presente, comprendere il territorio e rinsaldare il legame con le comunità che lo abitano. Il diletto, quindi, non va conservato sottovetro, ma vissuto come una forma espressiva attuale, capace di generare consapevolezza e senso di appartenenza. È un patrimonio da proteggere perché dentro le sue parole vivono le nostre radici – e senza radici non si cresce e non ci si mantiene vivi.

Savino Rabotti, filologo ed ermeneuta di un codice linguistico orale, ha codificato una lingua antica non scritta, inventando delle regole fonetico-grammaticali (quelle che i suoi discepoli chiamano amorevolmente “il metodo Savino”) per semplificare la scrittura e la lettura e per esaltare gli inconfondibili accenti del dialetto di montagna. Proprio la musicalità, ci ha sempre raccontato il poeta della Valle del Tassobbio, è la chiave per comprendere la metrica e la struttura di una lingua che al tempo non vergava alcunché. L’oralità, forma fondante del dialetto è oggi un’esigenza vitale per la comprensione e futura trasmissione e rappresenta il fulcro della dottrina rabottiana (“Chiedete ai vostri nonni di parlarvi in dialetto”  o anche “Provate a pronunciare qualche frase in dialetto”, asserisce Savino ai più giovani). Ecco perché questa raccolta di poesie è stata implementata di un QR Code per poterne ascoltare la lettura di ognuna. La tecnologia in assistenza alla tradizione, un mutuo soccorso fra ere diverse che reciprocamente si sostengono generando il vero progresso senza limitarsi al mero e bieco sviluppo. L’aria d’cà raggiunge il proprio parossismo proprio con l’ascolto dei QR Code, poter assaporare quei suoni e quelle inflessioni rende l’ascolto del dialetto un’esperienza aulica, eterea, totalizzante. Il dialetto, lingua orale, con l’ascolto rivive ed assurge a quintessenza, apogeo, summa. La cadenza del dialetto, caratteristica e caratterizzante, è un esperienza spazio-temporale non quantificabile, il tipico suono chiuso dell’Appennino è un’eredità di chi non doveva sprecare nemmeno un afflato nei faticosi saliscendi della vita, gente in apparenza aspra e ruvida come certe rocce, ma dopo pochi ascolti le persone si rivelano accoglienti ed il paesaggio mostra anche dolci pendii.

La penna di Savino è riuscita a creare un’immanente trascendenza mettendosi a disposizione del dialetto e di tutti i fruitori di quest’opera. Buon ascolto e buona lettura.

Paroliamo

23 Set

Per una virgola la frase non si regola, cantavano gli Audio 2. Certo, non hanno lasciato sto gran segno nella storia della musica, ma non possiamo mica citare sempre e solo i grandi cantautori italiani o i Pink Floyd. E poi avevano perfettamente ragione. Basta una virgola, e cambia tutto. O un apostrofo, figuriamoci una o più lettere. E questa cosa noi non dovremmo subirla, ma cercarla, anziché venerare gli inglesismi o il nuovo parlato che sembra uscito da una riunione di spacciatori strafatti di crack, dovremmo perderci nei meandri della lingua italiana, fiutare queste sottigliezze, scovarle, stanarle, inseguirle, ficcarcisi dentro per scoprire un ludico parco dove la sintassi e la semantica non vedono l’ora di sghignazzare e di fare a gara a chi spara più supercazzole. Ringrazierebbe anche il nostro cervello, ormai atrofizzato dalle troppe ditate sugli smartphone. Partiamo, quindi.

Sembrano sciocchezze, ma se inverti funzione e finzione, sciroppo e scirocco, albero ed albergo, porta e porca, allegria ed allergia, se scoreggi e non correggi, vi assicuro la faccenda cambia. Si parte dalla seduzione, poi arriva la sedizione e si a finisce con la spedizione. Basta poco perché uno schiavo diventi schivo ( e vorrei anche vedere, poveretto), una micia raccolga una miccia e dopo esploda una granata a Granada. Abbasso quell’ammasso che gli è caduto addosso adesso, povera bestiola…

La mancanza di fantasia linguistica dipende anche dall’esasperazione sociale, sta crescendo la follia nella folla. Forte aumento delle psicosi: si può avere il complesso del reflusso, o il reflusso del complesso (musicale). Comportamenti bipolari: sono proprio dei pazzi a prendere quei pezzi di pizza nel pozzo che puzza. Per non parlare di quel tale, che alle sette mette le tette a fette rette, l’ago nel lago, chissà se l’ama o non la lama? Quest’anno non lo so, l’ano precedente forse sì. Lui si sente forte, sfida la morte, chissà la sorte cosa gli riserverà?…Ah, scopro ora che è morto nell’orto.

Anche l’assenza di sicurezza incide, l’ordine pubblico non è più ordinato come un tempo, né ordinabile, neanche su internet: c’è sempre più premura in Pretura, un seriale che agisce in un giorno feriale diventa sicuramente ferale, le notizie le procura la Procura. Non ci si può fidare più di nessuno, men che meno di chi esagera coi buoni sentimenti, tipo quelli che “Ti affetto con affetto”. Hanno addirittura rapito un rapido, con un tram avrebbero fatto prima. E hai sentito che quel signore un po’ acciaccato è stato accerchiato e poi accecato? In quella situazione aveva poco da sperare, avrebbe voluto sparire, magari sparare, ma non certo spirare. Pare l’avessero seguito, ma chi segue poi esegue? Tendenzialmente sì, a meno che un ameno non abbia un nemico anemico.

E dopo è logico ci si rifugi nella solitudine, alle prese con dubbi filosofici che avrebbero bisogno di un supporto, anche se io non li sopporto (questa è una bella balla, io adoro filosofare) : meglio un approccio esistenziale o assistenziale? E’ più efficace un invio telematico o telepatico? E’ più grosso un culo o un cubo? Il Creato può subire un reato? Le fragole fanno fragore fra (le) gole? La foca si muove con foga? Per avere una vita regolare, incide più il destino o l’intestino? Se uno antipatico la smette di essere contro tutto e tutti, diventa patico o apatico? O rimane semplicemente incagabile? E’ più spettacolare un’eruzione o un’erezione? Punti di vista. O vista di un punto.

Cara vecchia saggezza popolare, aiutaci tu: tra il dire e tradire c’è di mezzo il fare e il mentire, non necessariamente al mare. Meglio ricevere una bottiglia d’annata che una dannata. O danneggiata. Per vincere la sfida non serve la sfiga. Ammettiamolo, la moderna società occidentale ha fallito, liberiamoci del liberismo, perché questo pregresso progresso ha portato solo del regresso. Questa crisi di valori può essere superata affidandosi a qualcosa di trascendente, di metafisico? E con metà fisico? Azione cattolica, accolita, attonita, tonica, come l’acqua, non Santa, ma San Pellegrino. Mah, beato chi ci crede, ed anche chi osserva praticare. Credenti o non credenti, per fare andare bene la sanità oggi bisogna pregare sua Santità, il reparto è stato prima accoppiato, poi accorpato, infine accoppato ed il paziente esce azzoppato. Lo stesso problema riguarda le questioni d’istruzione, basta una distrazione e si arriva alla distruzione.

Va bene l’introspezione, ma l’uomo è un animale sociale, certo, dipende ovviamente da chi frequentiamo, quei tipi ad esempio sono un po’ strani: la Greta è finita nella grata, Simone nel sifone. Simone, Simona, sì mona, s’immola. C’era molta confusione anche a casa: da loro non c’era l’oro ma degli scacchi, dei sacchi, dei secchi e dei vecchi, sparsi, infine arsi. E i vecchi prima li hanno visti farsi, che falsi. Almeno giocano con gioia assieme alla Gioia, che sembra allegra, tutta l’opposto di Allegra. E di Allegri.

Alla fine della Fiera chiamiamo chi amiamo, ma ti vedo preoccupato se il telefono è occupato, tu hai ancora una fibra pigra, ne hai quasi una libra. E l’attesa l’ha resa tesa. Se dimentichi i sedimenti di sabbia ti riempi di rabbia e dopo devi sfogarti nell’alcol: Ah però, l’Aperol! Ti gusta ma ti guasta, e dopo inizi a straparlare, e anche a strapparle, quando dovresti solo stapparle, le bottiglie: dici che i denti sono venti, poi ti senti e ti penti perché menti…Hai raccontato di quei giovani armeni armati vestiti Armani che giravano con un crauto cauto con la foto di Couto (Fernando). Non credevo alle mie orecchie, ti ho sentito, ti ho ri-sentito e poi mi sono fortemente risentito. E anche riascoltato. Ma pure riscaldato.

Ho infine incontrato una tipa: rossa, russa, e mentre russa, bussa. Le ho detto “Giura che ti gira bene! Hai un cul che sembra molto cool…” M’andava (di dirglielo), e lei mi mandava via. Allora le ho fatto un regalo. Un mezzo mazzo di fiori, da fuori. “Che Rose!” fa lei “No, Cherose(ne)”, rispondo io. Alla fine si è velata e rivelata una gran piva, si sentiva una diva la Diva. Dove? A riva. Ma non sul Garda. Ma guarda. Lo ammetto, mi ero arrapato, sono rimasto aggrappato.

Ecco, vedete, in assenza di creatina la scrittura creativa diventa cretina.

Articolo di pura follia…volevo dire fantasia, l’autore assicura di essere mentalmente sano, al netto di qualche inevitabile disturbo, e di non necessitare di trattamenti terapeutici e/o farmacologici.

Lo spirito di vino

22 Dic

I maggiori indiziati sono l’età, l’arterio e l’intolleranza al grande pubblico, tutti in forte aumento, tipo l’inflazione quest’anno. Prese singolarmente, al completo o in una bella struttura di un ragionamento concatenato poco cambia, la soluzione per disintossicarsi da tante (e indimenticabili) zingarate nelle città era una sola: andare fuori dalle balle, in campagna, in mezzo alla natura. Da dove veniamo, poi. La vita e i viaggi hanno un rapporto tellurico, a volte si vuole visitare quello che non si ha, per scoprire e compensare, e pensi di aver trovato la vacanza ideale, per tanto tempo è così, nessun stravolgimento, e credi che il formato durerà per sempre, manco ci pensi agli stravolgimenti, poi all’improvviso le origini ti ricordano chi sei e da dove vieni ed in maniera violenta ed improvvisa, ti ribaltano le convinzioni mandandoti a centinaia di chilometri di distanza, ma in ambienti simili ai tuoi. E così via, con infinite combinazioni possibili. Negli ultimi due anni il livello di tossine assimilate ha fatto il resto, e già ce n’erano a sufficienza nella società moderna, li mortacci sua. Decisa la meta, mancava ancora qualcosa per rendere il viaggio un po’ più…un po’ più…ecco: per rendere il viaggio un po’ più! Ovvero un furgone: un po’ effetto gita, un po’ beat generation, un po’ A-Team e pure un po’ narcotrafficanti colombiani. L’impianto organizzativo al solito è stato esemplare, solerte ed efficace, col piccolo particolare che per una cosa seria spariamo almeno dieci cazzate (fai anche quattordici) ed ecco che la rigorosa tabella di marcia stilata con lauto anticipo è stata minata nella forma e nella sostanza, ergo è andata a puttana. (Lei, eh, non noi). La più grossa insidia dei nostri viaggi è rappresentata appunto dalla nostra chat, troppi i messaggi, i vocali e il profluvio di coglionate prodotte a nastro, volutamente mischiate agli attimi di sobrietà e ragionevolezza. Districarsi lì in mezzo non è facile e a volte non è facile neanche trovarla, la chat, dato che ha cambiato più nomi che un partito di Clemente Mastella. Districarsi nella chat non sarà facile ma a noi serve quello, ci dà la carica. L’attentato in corso alla sanità pubblica lo si nota anche dalla pessima programmazione degli interventi chirurgici, stavolta ne ha fatto le spese Auri, saggiamente rimasto a casa per restare accanto alle sue donne. Così, le Langhe hanno dato il benvenuto ai quattro stronzoni superstiti. Ecco, un consiglio: non datevi mai degli stronzi nelle Langhe davanti ad altre persone, come invece siamo abituati a fare noi, una signora che probabilmente manco era piemontese, ci è rimasta talmente male nel sentire i nostri affettuosi epiteti che dalla disperazione ha comprato un biglietto per un concerto di Mahmood e poi si è suicidata. Per sua fortuna prima di assistere al concerto.

Dalla prima zingarata targata Bologna 2014 soquante cose sono cambiate: in quella caldissima serata d’ottobre invademmo la Dotta con delle rutilanti camicie sbottonate e dei villi arroganti, con addosso le ultime tracce di baracchite per come la intendevamo (fino) allora. Ci avevamo messo un attimo a scaravoltare dei mojiti in un locale che ci aveva dato corda oltremisura, mandando a letto Bologna con un’epica discussione delle nostre in Piazza Maggiore, la giugulare urlante e una timbrica più distorta del suono di una Jackson Soloist. Un’autentica chicca del nostro curriculum. Correva l’ora 3:15. Decibel: non pervenuti, come la temperatura di Potenza. Erano passati una decina di mesi dal colpo di Stato amerikanato in Ucraina – la mamma di tutti i casini che stanno succedendo ora – ma nel dirimente 2014 anche quella discussione probabilmente contribuì a sancire la fine degli equilibri internazionali come li avevamo vissuti dopo la caduta del Muro (Chiedetelo ai due malcapitati ragazzi che assistettero alla scena: ad uno per due anni non sono più cresciuti i brufoli, l’altro invece li ha comprati al mercato nero e ha provato a rivenderli su Subito, stranamente senza successo). Dalla movida di Bologna, al pigiama sul divano alle otto e mezza a guardare Il secondo Tragico Fantozzi nelle Langhe. Ma solo perché il mattino ha l’oro in bocca, soprattutto il vino: dopo quella del sabato pomeriggio alla Cantina Il Glicine, alla domenica era prenotata una degustazione di 8 assaggi alla Cantina Sòt, il pacchetto deluxe. Ed è ora di finirla con la storia che bere al mattino faccia male, Anche perché non è bere che fa male, al massimo è ri-bere. Come sosteneva un mio commilitone friulano. Alcolizzato.

La Cantina del Glicine e la Cantina Sòt sono similarmente piccole per quanto estremamente differenti, come se gli stessi vitigni, partiti dallo stesso suolo a pochi chilometri di distanza, abbiano voluto vivere (e far vivere, e far poi narrare) storie differenti. Perché ogni cantina è diversa dalle altre, magari solo per un particolare, per qualche aneddoto, che moltiplicati per tutti i santi giorni e per l’imprevedibilità della vita, producono tante variegate gemme. E ce lo hanno insegnato alle elementari, in Natura non esiste una cosa identica all’altra. Il Glicine ha nella sua “anomalia” la sua unicità, non si scende in una cantina bensì in uno scavo archeologico, ti accolgono prima l’arte e la storia, poi arriva l’enologia. La Cantina Sòt ha tutti i crismi della bella favola, ma senza la minima traccia di melliflua retorica, l’architrave per questo copione sono la fatica e la passione e i miracoli che queste riescono a mettere in piedi.

In quelle cantine si respira odore di mosto ma soprattutto di uomo, al centro di tutto c’è l’uomo, il suo ingegno, le sue invenzioni artigianali, tecnologiche, di sopravvivenza, di miglioramento continuo. Come da noi nei caseifici, un altro punto di contatto fra le due terre. Non c’è mai un’annata identica alle precedenti, ogni bottiglia è un’esperienza unica, per chi la produce e per chi la beve, i primi devono aspettare il giudizio dei secondi per valutare il proprio operato. Se non siete mai state nelle Langhe visitate queste due cantine, l’ordine è indifferente, assaggiate, bevete ma soprattutto ascoltate, osservate e chiedete. Una visita in una cantina è un’immersione totale, il trasporto palpabile, crescente, contagioso, verranno ingaggiati tutti e cinque i sensi per questi racconti di un pezzetto d’Italia, quella vera, non le patetiche didascalie da campagna elettorale o da pubblicità di stoca (stocazzo, nda).

Si sarà intuito, nessuno di noi cinque ha mai frequentato l’astemia, se mai in certe fasi ci siamo avvicinati più al polo opposto. Poi, deposte le asce di guerra, ognuno fortunatamente è rientrato nell’alveo del piacere sano, con le proprie preferenze, anche multiple (vino, birra, cocktail, rum, whiskey), però due giorni in quelle colline hanno formato od ulteriormente erudito tutti quanti – lo avrebbero fatto anche con l’assente, che ci seguiva da remoto. Ime da quando è tornato sfrutta ogni occasione per aprire delle bottiglie di qualità con lo stesso ritmo che aveva il Guccio ai tempi dell’Avvelenata. Appassionarsi del vino col vino. Assapori quel nettare con occhi diversi, il profumo è più abbagliante, il sapore più caldo, il cervellone prova a fare una recensione (alla peggio, si butta lì un sentore di frutti di bosco, che non stona mai…). Dalla bbùda alla beva.

Persone, natura, alchimia, imprevedibilità, ingegno, fatica, colpi di scena: il mondo del vivo cattura, è suadente come il profumo di un rosso ed inebriante come l’effetto di un suo sorseggio. Il fascino che esonda da queste attività sempiterne è tanto abbondante quanto cristallino. Certo, si sono evolute, la tecnologizzazione si è accasata anche qui (e diciamo anche per fortuna), ma il magma vitale ha le sue origini in quella fermentazione preistorica. Accanto ai tannini e alla gradazione abbiamo però trovato anche dei termini che purtroppo conosciamo bene, forse eravamo lì anche per sfuggire da essi: private equity, core business, asset diversification strategy e altri inglesismi di merda (citati solo per aumentare il fastidio verso il turbo liberismo). L’ impresa del vino, passata da una gestione pressoché familiare presente fino ai primi anni Novanta ad una altamente specializzata, ed il relativo indotto del turismo, hanno salvato e sostenuto le Langhe, ma l’equilibrio fra la prosperità e lo straniamento di una regione è delicato almeno quanto una vinificazione, un modello in apparenza opulento può nascondere un potenziale killer. I numeri, il fatturato, soprattutto il guadagno, devono sempre quadrare con la sostenibilità tout court, ma questo capitolo è stato censurato da quasi tutti i libri di economia. Pare proprio che il capitalismo d’assalto in salsa liberista si sia fortemente interessato alle vigne delle Langhe e se la Magia del vino, eterna dalla notte dei tempi, citato nella Bibbia è stata invasa da un monoteismo altrettanto dogmatico, delle due l’una: ciò che deriva dalla terra è ancora indispensabile alla faccia degli Elon Musk, e allora c’è da essere ottimisti, oppure al contrario c’è da preoccuparsi perché da questa invasione non si salva più niente. Anche stavolta ci è venuto naturale, è stato interessante e fonte di ulteriori nostre chiacchere, mi riferisco allo spaziare, collegare, cogliere e approfondire, non fermarsi al compartimento stagno, all’esplorare le prospettive anche in un momento ludico e culturale come una degustazione. D’altronde, siamo fatti così. Mi riferivo al cartone animato, Siamo fatti così. Si guarda sempre volentieri.

Le Langhe si sono confermate una terra di gente mite, cortese, educata ma con la voglia di ridere, alla ricerca della battuta in ingresso e in uscita, rispetto a tanti siti del Nord Italia non è presente la frenesia (avete presente quella di Milano? ma non solo lì), o quella chiusura che porta a solipsismo e alla solitudine ed inaridisce indelebilmente l’animo. Abbiamo trovato camerieri che non avrebbero sfigurato seduti a tavola di fianco a noi, e forse ne avrebbero avuto voglia pure loro, la Michela, nostra “locandiera”, anche lei fatta della nostra stessa pasta. Trovo sempre sbagliato arrogarsi il diritto di emettere sentenze su una popolazione conosciuta da turista, per un giudizio completo bisognerebbe vivere la vita di tutti i giorni, quelli che millantano di conoscere la tal zona, magari all’altro capo del mondo, perché ci sono stati due settimane in vacanza sono l’emblema della supponenza da viaggio, certa gente potrebbe anche girare il Mondo e continuare a capire tanto come alla partenza, ovvero poco, e con un’apertura mentale pari a quella di una serratura, ad ogni modo l’impressione è che nelle Langhe ci sia ancora la voglia di quel contatto umano, tipicamente agreste, gli spazi larghi invogliano a voler incontrare gente, fanno ancora gioire quando si incontra qualcuno, a differenza della città, dove un eccesso di calca ha magari provocato un’intolleranza fra le persone poi sfociata in forte allergia, di quelle da shock anafilattico.

Va bene che dopo i quaranta non c’è più quella fregola e quel bisogno smanioso di vedersi – che a 20 anni può farti perdere delle amicizie senza un motivo, solo perché ti perdi un po’ di vista – però qua bisogna intensificare gli incontri, trovare dei pretesti, ogni scusa è buona, una cena, una camminata un aperitivo, una colazione. Anche un aperitivo a colazione camminando. E allora via coi buoni propositi: è stata partorita e licenziata l’idea della doppia zingarata, una bucolica ed una cittadina – partorita e licenziata sembra un tipico caso di sfruttamento del mondo del lavoro, ma mi sapeva fatica cancellarla. E come promesso all’assente, nel viaggio di ritorno è stata ufficializzata la meta della prossima uscita. Già l’ambiente di suo ha qualcosa di misterioso, di malinconico e da sempre, quell’ambiente, è fonte di leggende e storie financo un po’ lugubri. In più la nostra futura meta è stata al centro di alcuni dei più famosi misteri d’Italia, proprio di quelli che piacciono a noi. Ed abbiamo già visto che la zona è circondata da numerose cantine.

Paura, eh?

Quelli che al Barazzone

19 Ago

Negli ultimi due anni si sono concentrati sul vaccino, dimenticando le cure. La grigliata di Ferragosto al Barazzone invece incarna tutti e due i termini, ma circoscrivere questo gioioso evento nel freddo linguaggio medico sarebbe tanto irrispettoso quanto riduttivo. Cura e vaccino – o antidoto, che suona meno lugubre e un po’ più fiabesco – inteso alla società di oggi, ai suoi ritmi, al suo stress. Poi certo, dopo la grigliata di Ferragosto è necessaria qualche altra cura, principalmente la dieta… La grigliata del Barazzone è un avamposto, una zona franca, un piccolo miracolo spazio-temporale dove le persone riescono a stare bene insieme per il gusto di stare insieme. Ricorda per certi versi le grigliate estive della giovinezza, le coeve feste di Capodanno, i compleanni in pizzeria, eventi programmati ma attesi con quella smania che ti faceva friggere lo stomaco contando i giorni che mancavano, ipotizzando tutte le cose che avresti potuto (o sognato) fare, ma anche la paura di non poter partecipare per qualche motivo. Emozioni pianificate. Di quel tempo è come se si fosse tramandato il gusto di vivere una giornata a chiacchiere e stupidate, amenità che si avviluppano a cose serie, tutto esce naturale, spontaneo. Allora il 110 era solo un voto che forse qualcuno un giorno avrebbe preso, soldi in bisacca pochini, entusiasmo tanto, le borsette erano quelle della mamma e della zia, le auto e le moto si sognavano sulle riviste e si ammiravano in piazza (da ferme) o sulla Sparavalle (in movimento). Divertirsi con poco, fantasticare più che possedere, sfruttare a fare fruttare quello che c’era. Ecco, alla grigliata di Ferragosto si respira lo stesso sapore spensierato, quello che ti ha fatto stare bene come non mai e che a volte temi di non provare più, o comunque non appieno, in più adesso non c’è quella voglia di stupire a tutti i costi che da ragazzi a volte esondava nel numero da circo. Se è sbagliato voler rivivere un’età che non c’è più, è invece salvifico mantenere quello spirito dopo i quaranta. A Ferragosto i genitori tornano ragazzi, mostrando ai figli che per divertirsi e stare bene basta poco – la compagnia è indispensabile, le vivande e la musica quasi, il resto è più o meno superfluo – cosa che i figli sanno già bene e applicano ancor meglio. Amicizie storiche (probabilmente imperiture) ed altre più recenti ma già robuste, un’accoglienza autentica dei padroni di casa che ti mette a tuo agio, spariscono i formalismi, certi meccanismi mentali figli di…boh…diciamo della quotidianità si smontano da soli, i pezzi rimangono lì e si ricomporranno, ma solo dopo qualche giorno e il compiere con naturalezza gesti che altrove imbarazzerebbero (no, la zona nudisti non c’è) vale due certezze: nelle situazioni idilliache esce il meglio di noi e in tutte le altre forse stiamo sbagliando qualcosa (togliendo forse e qualcosa la frase assume un senso ancora più compiuto). Lo diranno anche quegli esauriti dei motivatori, ma contornarsi di persone allegre è vitale. E’ come se con le braci della griglia sparissero certe remore, venisse sgrassata l’anima da sovrastrutture che ci legano gli atteggiamenti ed esattamente come la brace dona alla carne quella particolare cottura e quel tipico gusto, anche i nostri caratteri vengono insaporiti. Nota a margine: non è un inno a grigliare carne umana, o i radicali ed il partito trasversale del politicamente corretto potrebbero alzare un polverone, ergo scassare pesantemente le palle.

Il 15 di agosto al Barazzone ognuno può inventarsi il proprio ruolo: chi gestisce i tavoli, chi cura la griglia, chi la musica, chi il frigo e qualcuno è dedito a non fare assolutamente un cazzo, ruolo quest’ultimo assolutamente previsto nonché fortemente richiesto. I visi non mentono mai, in quella giornata le espressioni sono tutte distese, immortalate della fotografa della compagnia, anche se nulla è per sempre, ed ecco che a fine serata e il mattino successivo le espressioni passano dal disteso al sofferente accompagnate da quell’accrocchio di promesse e pentimenti sul mangiare e sul bere, attendibili esattamente come quelle di 25 anni fa. D’altronde come diceva quel famoso proverbio orientale, non è bere che fa male, è ri-bere. Orientale perché lo pronunciò un tizio del Friuli Venezia Giulia. Ci si affeziona anche ai rituali, tipo il puntuale timore che ogni anno affiora di non aver abbastanza roba da mangiare, gli psicologi la chiamerebbero coazione a ripetere, il risultato è che la grigliata di Ferragisto diventa LE grigliate di Ferragosto. In ogni angolo c’è gente che sta bene. I più piccoli giocano a cosa lo sanno solo loro, si renderanno conto di vivere una meraviglia? O la meraviglia è non rendersene conto? Nella partita a biliardino sono stati convocati frenesia fanciullesca, sudore, competizione e bava alla bocca asciugata da qualche sacrosanta madonna. Le sedie di plastica messe in cerchio paiono non volersi più muovere intente ad ascoltare pure loro le chiacchiere degli invitati. E poi c’è la predisposizione alla cazzata, una di quelle università specializzate nel nulla, una a caso, dovrebbe per una volta fare una ricerca utile sull’argomento. Ma che università, la sentenza la spariamo noi: la sana cazzata aiuta a vivere meglio, il contesto barazzoniano spinge a proferirne a nastro, il contesto barazzoninao aiuta a vivere meglio (il resto dei sillogismi e dei postulati lo potete trovare nel volume La fenomenologia della cazzata).

Anche se il tasso di stronzaggine delle persone è direttamente proporzionale alle temperature medie – sta aumentando considerevolmente – il genere umano ha ancora la capacità di scegliere persone affini con cui stare bene. Forse non tutto il genere umano, noi certamente sì. Il che dà una certa speranza per noi e per i nostri figli. Ci vorrebbero più Ferragosti al Barazzone, anche se non mancano le cause ostative (vedi alla voce proctologia, gastroenterologia, indice di massa corporea), poi un’emozione non si interrompe ma nemmeno si può inflazionare. Sta a noi trarre insegnamento da quella che è molto più di una semplice giornata di festa.

E’ arrivato

4 Dic

E’ stata dura, soprattutto per il mio amico Ivan che si è sobbarcato tutto (o quasi) il lavoro della pubblicazione – e si è sobbarcato anche le mie manie persecutorie – ma dopo aver scancherato (e tirato dei cancheri) per soquanti mesi fra PDF, margini, caratteri, pagine orfane, bozze e copie di prova, è finalmente arrivato QUEL momento.
Il libro non è più solo un progetto, un’idea, un obiettivo.
Il libro è stato pubblicato.
E devo dire che quando mi è arrivata la prima copia di prova ho provato una sensazione ovviamente bellissima ma in parte nuova, inattesa, strana: l’ho guardato, l’ho toccato, l’ho maneggiato e poi sfogliato un po’ casualmente, in 15 centimetri x 21 quanto che ci può stare dentro!
Ecco, questa atmosfera eterea si è esaurita verso la terza o quarta copia di prova, quando ho iniziato ad andare anche un po’ in matana tanta era la voglia di vederlo pubblicato nella versione definitiva…
Per fortuna ci siamo arrivati.

Il libro si può acquistare nelle due edicole di Casina (RE) oppure on line nei seguenti siti (condizione stabilita dal sito di auto-pubblicazione):
– lulu.com (attenzione però alle spese di spedizione);
– barnesandnoble.com;
– amazon.it.

Come ho scritto nell’introduzione, spero che il libro vi susciti delle reazioni.
Non dico altro, perché sono di parte.

Vecchiette con l’anima

9 Mag

Le dimensioni e la forma, per prima cosa.
L’ingigantimento è divenuto ineluttabile, ogni centimetro e chilogrammo in più è un appiattimento al dinamismo.
E una strada spianata ai SUV.
Nel definire lo stile i progettisti oggi hanno carta bianca – mentre i loro predecessori tiravano qualche accidente in più – ma spesso disegnano auto molto simili fra loro, sono più diffusi i <Copia e Incolla> che i <Crea nuovo>.
Vecchia storia, quello del pane e dei denti.
Poi il rumore.
Pensate che tristezza se tutti avessimo lo stesso timbro di voce.
Saremmo irriconoscibili, impersonali.
Le automobili moderne (al netto di qualche nobile eccezione) sono così e devono ricorrere a degli artifizi per simulare una sonorità graffiante – praticamente la versione a quattro ruote delle protesi al silicone – quando prima associare un suono ad un modello era uno sport che si iniziava a praticare da piccoli.
Infine l’odore.
Almeno fino ai primissimi anni Novanta ognuna aveva il suo, inconfondibile.
E non svaniva nemmeno dopo un atto di esorcismo in un sabato sera.
Il profumo di benzina nell’abitacolo poi è un promemoria su cosa scorra nelle vene e la soavità della sua fragranza è un assioma, inutile dilungarsi.
Per non parlare di quello che rimane impregnato nei vestiti, un lascito ormonale che solo le pasionarie si possono permettere.
Ecco il podio delle differenze fra le autovetture moderne e quelle d’antan.

Ma quello che non si può misurare – ragion per cui crea un mito nel mito – è il fascino delle auto storiche , diciamo quelle prodotte fino agli Anni Novanta.
C’è sempre un volante da girare ed una carrozzeria da portarsi appresso ma con le storiche è un modo diverso di andare in macchina.
Non ci sono filtri e correttivi, le sensazioni sono vere, dirette, non artefatte.
Esigono impegno e partecipazione, ricambiano con fiumi di passionalità e regalano quel coinvolgimento che rende libidinoso il rapporto uomo-macchina.
All’esasperazione di sensori e centraline le auto d’epoca rispondono trasudando carisma da ogni bullone, fascetta e – perché no – da qualche punto di ruggine.
Hanno una personalità, non fanno nulla per nasconderla, la ostentano anche da ferme, quella hanno e sei tu che devi adattarti, anzi, sei tu che devi scoprirla giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro.
Con qualche logica sosta dal meccanico, ma anche quelle accelerano l’intesa e rafforzano la relazione.
Le auto di allora sono la proiezione fatta oggetto di chi le ha progettate e costruite: tangibili (e distintivi) erano l’approccio, la mentalità, l’idea stessa di automobile, che si portavano inevitabilmente dietro anche i limiti e e le lacune che ogni concetto fisiologicamente possiede.
Lo stesso atto d’acquisto andava ricondotto nelle tappe fondamentali di una vita: perché si sceglieva (e sposava) una filosofia prima di un auto, con pregi e difetti annessi – ed i secondi si digerivano volentieri perché facevano parte del pacchetto.
Avevano cose da raccontare al pilota e spesso lo stupivano; lo facevano allora, continuano a farlo oggi.
Quelle attuali – infarcite di Personal Computer peggio che ad un Festival del Nerd – raccontano anche di più visto che si sono messe a parlare, ma è un copione scontato, scritto su misura per il pubblico, dove il “di più” è tutta roba superflua.

Nell’era dell’hi tech – in un ipotetico bilancio sugli oggetti di una vita – l’auto verrà ricordata alla stregua degli smartphone posseduti.
Mentre fino a qualche annetto fa l’automobile meritava uno spazio nell’album di famiglia, perché era una della famiglia
Anche quelle moderne riescono ad essere desiderabili, ma sono anche distaccate e fredde, noiosette, algide, perfettine, e le belle di oggi (perché ce ne sono) sfioriranno in fretta e non saranno mai imperiture come le antenate, perché ricordano gli elettrodomestici, che si fanno voler bene per la loro funzionalità ma se qualcuno ci trova qualcosa di emozionante è perché si è bevuto un flacone di brillantante.
Vanno decisamente forte, ma non sai se per merito tuo, loro o del programmatore delle centraline.
Per provare sensazioni simili a quelle regalate dalle progenitrici occorre moltiplicare i cavalli per 3,14 periodico.
Ed un cuore pulsante (pardon, pompante) non si trova nemmeno sfogliando la chilometrica lista degli optional, lunga più o meno come una bolletta del gas col conguaglio.
Le autovetture odierne ricalcano il loro tempo e sono come cittadini ultra-globalizzati: non posseggono una propria identità.
Sono state private dell’impronta del progettista, perché il progettista è un robot e un’impronta mica ce l’ha.
Al pari delle nuove generazioni hanno come paradigma l’elettronica, che mentre la elogi per la sua indubbia utilità ti ha già portato in un mondo virtuale e parallelo, ma che di vivo non ha niente.
Le auto sanguigne esistono ancora, ma hanno il piccolo difetto di costare almeno come un bilocale in centro.
Tempo fa essere tecnologicamente avanzati era un vanto che accresceva le prestazioni ed il blasone, oggi snatura l’auto ad un surrogato di un videogioco, perché si attinge a piene mani da tecnologie estranee al mondo dell’auto.
Estranee per chi concepisce l’automobile in maniera passionale, per chi dalla meccanica ricerca piacere, per chi ama la durezza dei comandi e si esalta alla vista di un contagiri che sfiora la zona rossa, che freme per uno scoppio in rilascio o per una doppietta riuscita a regola d’arte, che passerebbe ore ad ammirare un vano motore e l’andamento della fiancata.
Gente così, sicuramente un po’ malata, ma di una malattia sana.
L’abisso fra un supercar ed una vettura generalista dei nostri giorni – oltre alla linea e alle prestazioni – è rappresentato da quell’autentico incantesimo che è la costruzione artigianale, che nelle auto storiche invece si respira su tutte, indistintamente, anche in quelle di fascia economica, con quelle piccole imperfezioni che sanno di umano e che hanno lo stesso valore dei colpi di genio di cui sono piene.
Nell’amare le auto ultra-maggiorenni c’è più passione che moda, e la nostalgia non supera la naturale attrazione per la storia per la storia motoristica: sono allo stesso tempo mezzo e fine.
Il successo dei ramake non sarebbe una fortunatissima operazione di marketing se non poggiasse su qualcosa di incancellabile e se non potesse attingere da modelli oltremodo iconici e va nella direzione di scavare nel passato per offrire, pur rivisitato, qualcosa che ora non si può partorire.
E forse certifica una certa saturazione di nuove idee in tema di design, supercar a parte.
Se un tempo le macchine erano l’emblema del consumismo, con le storiche siamo quasi agli antipodi, perché non si deve costruire niente di nuovo, non si incentiva l’usa e getta ma il possesso (al massimo la vendita) e si esalta la storia fregandosene dell’innovazione.
Se è vero che nel Mondo moderno le passioni devono lasciare il posto agli affari o al massimo sopravvivere in funzione di essi, sarà bene scrivere un promemoria agli adepti de “Il mercato ha sempre ragione” (una setta pericolosa come tutte le sette e con l’aggravante di essere molto numerosa) ricordando loro che le auto storiche creano un fiorente indotto fra meccanici, carrozzieri, commercianti, tappezzieri e artigiani di sorta, organizzatori di eventi, riviste e pagine web specializzate.
Sarebbe il caso di sostenerle, non di affossarle isolandole ad inutile ed inquinante ferraglia.
È una materia che fa andare dietro la lavagna anche diverse Case automobilistiche, nelle cui file siedono troppi ingegneri gestionali e pochi appassionati di auto, incapaci di comprendere che non stiamo più parlando di mezzi a motore ma di un patrimonio storico e artistico da preservare.

Nelle motociclette la faccenda è un po’ differente: hanno retto bene l’attacco di modernite sopportando con disinvoltura il carico di tecnologia che in svariati casi le ha migliorate ed impreziosite (così l’autore di questo articolo non rischia l’infamate accusa di luddismo, uno dei reati più esecrabili dell’era multimediale).
La moto in due aspetti ricorda il libro: entrambi richiedono un impegno attivo e nel bene o nel male qualcosa ti lasciano dentro (la moto anche fuori, dipende se e come cadi).
La moto non è per chi cerca un comodo e pratico mezzo di trasporto, per quelli c’è lo scooter.
La moto è un generatore di emozioni autorizzata a dispensare sogni e va trattata come tale.
Senza scomodare l’Olimpo delle due ruote ci sono mezzi che possono ancora conturbare il proprietario e farlo giustamente rendere protagonista -il che vale i soldini spesi.
Anche al giorno d’oggi si possono vivere delle belle sensazioni, sentirsi pilota e non passeggero.
Ma la voglia di classiche, di scrambler, di café racer, di maschie 2 tempi e di ignoranti 125 stradali – anche tra chi non è ancora entrato negli anta– certifica la ricerca di qualcosa che forse si sta dissolvendo e che c’è voglia di disintossicarsi e distinguersi.
Una due ruote di qualche annetto fa è come un uomo che non si depila, che non si fa le sopracciglia e che non segue la moda del momento, così questi incantevoli ferri polarizzano l’attenzione di chi cerca qualcosa di essenziale, talora semplice, un po’ rude, anche grezzo, ma sempre carismatico.
Meno perfezione, più carattere.

Che siano a due o a quattro ruote, le classiche rispolverano ricordi dimenticati, fanno rivivere vecchie emozioni e provare sensazioni di epoche mai vissute.
Ti permettono di spaziare nel tempo, di ovviare alla carta d’identità, di abbracciare uno stile, un periodo, una corrente.
Di completare un percorso culturale.
Di lasciarti andare.
Una classica è il sogno di un bambino che si avvera, in età adulta.
È cercare in un oggetto la parte più romantica, l’aneddoto, la storia, l’adrenalina.
Certo, sono diventate ottime forme di investimento, ma la molla che fa scattare l’acquisto non dev’essere la rivalutazione (che fa comunque comodo, anche per darsi qualche giustificazione), ma il gusto di possederle, ammirarle, guidarle o anche solo fantasticare su di esse.
E pure la fase della ricerca e della trattativa fa parte del piacere.
Sono qualcosa che si avvicina a quella macchina del tempo da sempre agognata dall’uomo.
Se avete anche voi questa passione o se ne siete incuriositi, non abbiate paura, non è un sintomo d’invecchiamento.
Ma di vitalità.
E ricordatevi, non c’è nulla di increscioso nel volerla di almeno venticinque anni.

Assenza giustificata

19 Nov

Possono essere diverse le ragioni per cui qualcuno, da mesi, non pubblica un articolo sul proprio blog.
Proprio come sta accadendo a me.
Potrebbe non avere più nulla da dire.
Ma non è il mio caso.
Potrebbe aver perso la voglia di scrivere.
Ma non è il mio caso.
Potrebbe aver esaurito le idee e l’ispirazione.
Ma non è il mio caso.
Il mio caso si chiama libro.
Il mio libro.
Che ha i suoi tempi.
Ci aggiorniamo.

Questione di stima

21 Mag

Roma; ultima zingarata; sabato sera.
Ci dirigiamo verso Trastevere, zona turistica per antonomasia, eppure per trovare il nostro ristorante il navigatore ha chiesto l’aiuto del pubblico ed ha pure comprato una vocale.
Sia detto senza perifrasi: fanno cagare ‘sti navigatori.
A chiedere invece non si sbaglia mai.
Eccolo finalmente: sì, è di quelli che piace a noi, un pò spoglio per i canoni attuali, asciutto, di fronzoli neanche l’ombra, con quell’arredo popolare che all’Ikea non si sono mai filati ma che il cinema ha immortalato in una pletora di scene in trattoria con l’acqua Pejo; poi il pavimento, bisogna sempre guardare il pavimento, il pavimento dice tanto, questo pavimento potrebbe racchiudere una buona fetta di storia repubblicana.
Minimo lo avranno silenziato, o stuccato a forza di omissis
Questi tuffi carpiati indietro di decenni sono fra gli antidoti che mi devo iniettare per sopportare meglio l’appiattimento tecnologico del nostro tempo.
Menu senza supercazzole, cameriere con facce autentiche, personale senza la sindrome da MasterChef: per un fisionomista maniacale come me praticamente l’Eden (o l’Edel, per restare in tema di luoghi d’antan).
Voi cosa prendete?Che vino ci facciamo portare?Chi vuole assaggiare?Te ne prendo una forchettata…Di questo il bis!
A Roma si parla di Roma: troppa l’energia sprigionata, strabordante la storia che zampilla da ogni anfratto, suadente tutto, anche escludendo i capolavori.
Un pensiero poi al grande assente, scontato rifare nella Capitale la prossima zingarata – ci teneva tanto a vederla! – meno l’idea di farle d’ora in poi sempre nella Capitale.

Credo sia un dono naturale di ognuno di noi, corroborato poi dall’osmosi dello stare insieme.
Mi riferisco alla capacità di spaziare, collegare, scovare, unire e discernere i più svariati argomenti e pensieri sottostanti.
A volte penso che queste analisi – del tutto istintive – siano anche il risultato della nostra relazione, a volte esattamente l’inverso.
Capita che le speculazioni siano solo un pretesto, come siano pura necessità, come entrambe le cose assieme.
Solo che questi nostri confronti non sempre sono caratterizzati da soffici afflati o delicati sussurri e non sono idratati all’acqua di rosa.
A Bologna due ragazzi sono rimasti seriamente impressionati (al più giovane per diversi mesi non sono più cresciuti i brufoli), a Torino un gruppo di tifosi ha capito che ci può essere alta tensione anche fuori della curva.
E non c’entra la latitudine.
Trastullati dalla romanità, fra le chiacchiere esce un argomento che si presta, ognuno dice la sua, si creano linee di pensiero che intersecandosi arruolano e licenziano noi quattro, c’è voglia di esprimere, convincere e provocare, i decibel crescono proporzionalmente all’enfasi prodigata, i carciofi alla romana con deferenza si sono zittiti e rimpiccioliti, qualcuno sente più il confronto di altri e lo sentono anche agli altri tavoli, che difatti riscopriamo quasi vuoti.
Avevano comunque finito, confidiamo col solito pentimento post-urla, ma non pienamente sincero, ancora troppo recente il gusto (amarognolo) del dibattito.
No, tutto a posto, anche stavolta nessuna strigliata dal ristoratore, evidentemente o restiamo nella norma o più realisticamente la superiamo ma con simpatia.
O sarà l’accento emiliano.
E se la cuoca si avvicina per prendersi i meritati complimenti significa che anche nei battibecchi infondiamo convivialità.

Perché appena usciti dal ristorante abbiamo il sorriso sulle labbra?
Perché scherziamo, ci abbracciamo e ringraziamo per averci fatto reciprocamente ingrossare la giugulare?
Perché ci sbrighiamo a riempire le vie del centro con altre considerazioni, richieste, consigli, proposte?
Perché con altri conoscenti una discussione aspra come quella appena conclusa, o non sarebbe mai nata, o avrebbe lasciato pensieri grondanti di livore per almeno 48 ore o avrebbe segnato indelebilmente i rapporti?
Per una questione di stima.
La stima, quella che ti permette di perdonare un commento sopra le righe (per uno subìto ce n’è uno fatto).
Quella che a distanza di giorni ti fa riflettere su quanto detto ed ascoltato.
Quella che prima ti ha visto combattere verbalmente, poi cercare insegnamento proprio da quelle parole e da quei concetti ostili.
Quella che ti garantisce di poter esprimere liberamente quello che pensi.
Quella che anche in disaccordo, non ti fa scalfire la considerazione del dirimpettaio.
Quella che anche in una cazzata altrui sai di non trovare tracce di sofismi.
Quella che ti spinge a voler correggere un paralogismo altrui.
Quella che ti fa vedere in modo diverso le critiche ricevute.
Quella che ti suggerisce che spesso abbiamo un’identica meta, affrontata solo con qualche personale deviazione sul tragitto standard.
Quella che le tue deviazioni possono sembrare inutili esattamente come quelle degli altri.
Quella che ti ammonisce che anche il tuo atteggiamento può infastidire.
Quella che dà una sgrassata al manicheismo che si deposita in ognuno di noi.
Quella che in un’intesa non ti richiede la sintonia totale.
Quella che ti ricorda che senza questi confronti tutti e cinque saremmo un pò meno di quel che siamo.
Nessuna saga dei buoni sentimenti, nessuna smelassa retorica: la stima va meritata, la stima costa, la stima esige, la stima non va giustificata, la stima ripaga.
La stima è selettiva, è parsimoniosa, la stima non va sprecata, va difesa.
La stima è spontanea, non necessariamente immediata, quasi sempre reciproca.
La stima è dare il giusto risalto ai propri sentimenti, la stima è egoismo ed altruismo, è rispetto di sè e degli altri, è salvezza ed umanità.
La cerchia di persone stimate non è un numero chiuso, aumentarla e diminuirla dev’essere una conseguenza, non un obiettivo.
La stima è quel bisogno atavico dell’uomo di dare e ricevere calore, può contemplare l’amore, l’amicizia o rimanere neutra.
La stima: cinque lettere per una parola che aiuta a sorreggere la vita.

Come prima più di prima

26 Nov

Nei primissimi anni Novanta – quando questa storia ebbe inizio – il Mondo pareva combattuto fra proseguire senza soluzione di continuità con i comodi, divertenti, vacui e perniciosi Ottanta, fra insaziabili prurigini da Terzo Millennio, fra mutare i sistemi di comando e fra il bisogno di redimersi un po’.
Eccetto l’ultima, scegliete voi: la risposta andrà comunque bene.
Il sorteggio per la composizione delle prime superiori targate 1991/92 non venne proiettato in Eurovisione; un peccato, se non altro perché la sigla era davvero suggestiva.
Più che benevola, quell’urna – se di urna si trattò – si rivelerà determinante per noi cinque ragazzi che il primo giorno di scuola immaginavamo tutto fuorché l’avvio di un sodalizio.
Già dal secondo giorno di permanenza in quello specchio della società ognuno di noi cinque capì che qualcuno – a prescindere dall’età – era più stronzo, qualcuno più peso, qualcun altro più smaliziato.
Ma anche che qualcuno gli somigliava.
Forse avremmo fatto ognuno il proprio identico percorso incontrando altre persone nel nostro cammino, o forse saremmo stati prima calpestati e poi inghiottiti da quella folla, o semplicemente oggi racconterei una storia dai contorni differenti.
A quell’età, in una colonna sonora di assoluta spensieratezza, fanno visita i primi groppi allo stomaco, corroborati dal fatto che non conosci le tue qualità, ma nemmeno intuisci perché a volte tiri delle bestemmie senza un apparente motivo, oppure perché quel motivo sono le relazioni con certi altri e certe altre.
Di quella che conoscemmo poi come introspezione – allora il termine lo si poteva sentire giusto da Marzullo o al Maurizio Costanzo Show in qualche serata deluxe– a quei tempi si poteva intravedere al massimo un rudimentale abbozzo, per gente che non riusciva ad accettare la sconfitta della squadra del cuore figuriamoci quanto potesse costare ammettere un proprio limite o una propria debolezza.
In un confronto all’americana “Allora vs Oggi” sembra essere cambiato tutto – la società non era interconnessa; il CD era la massima frontiera del digitale; per comunicare i più fighini avevano in saccoccia le tessere telefoniche, i più pratici qualche gettone da 200 lire, la restante parte si accontentava di raccontarlo di persona al suo arrivo; i vestiti erano di tre taglie più grandi che per immaginare tutto ci voleva altro che una fervida immaginazione; i tagli di capelli erano moderatamente improponibili (e difatti sono tornati attuali); apparire non era un obbligo imposto a tutti ma una facoltà esercitabile a discrezione del richiedente; c’era ancora qualche anfratto dove poter sbagliare e fare delle sane figure di merda.
Da adolescenti poi, la capacità decisionale è ingarbugliata come una musicassetta inceppata nel mangianastri, ma allora – come oggi, e come sempre sarà – un salvifico istinto ci fece avvicinare ai propri simili, basta nasarsi un po’ , ascoltare qualche commento, osservare gli atteggiamenti, carpire qualche reazione ed un ancestrale magnetismo tara la giusta alchimia e si è bell’e che creato una sintonia e nel caso, un gruppo.
Qualcuno già amico e qualcuno perfetto estraneo, totale noi cinque: nella massa incarnando l’archetipo di chi non ha intenzione di seguirla ad oltranza, ma nemmeno di distinguersi ad ogni costo, né sfigati né fenomeni, educatamente casinisti e dissacrantemente corretti, stanziavamo in quella terra di mezzo oggi depredata dalla nuova esasperazione, ilari senza sconfinare nel cretinismo, madidi d’ingenuità, pieni di convinzioni pur nelle nostre fisiologiche insicurezze, eravamo l’applicazione pratica di come una persona possa essere in anticipo su certe questioni, in ritardo su altre e perfettamente nella media con le rimanenti.
Stare insieme era un bisogno, una bramosa necessità, ci dava gusto, era l’egida che noi stessi ci eravamo costruiti e che sapeva esaltare le nostre personalità.
Il tempo intanto ha messo qualche puntino sulle “i”, archiviato i sospesi (creandone qualcun’altro) e confermato le sue precedenti visioni – i prodromi anche stavolta non si sono sbagliati, i finti esegeti sì.
Trent’anni tutti d’un fiato, con qualche logica pausa, d’altronde le cose che contano devi difenderle sempre un po’ , come cantava un gruppo bolognese.
Le parallele esperienze personali – simili, diverse, identiche, opposte – hanno fatto convergere ancor di più le nostre forma mentis, che rimangono differenti, indipendenti e sovrapponibili.
Non è la saga dell’ossimoro, ma un approccio alla vita, tanto spontaneo quanto cercato.
Trent’anni tutti d’un fiato, e delle immense compagnie oggi restano bellissimi ricordi che devono rimanere tali, mentre il numero, ahimè, si è sfoltito, come quando la prof di mate ci insegnava a ridurre ai minimi termini.
O era forse la lezione di scienze sulla selezione naturale?
Nessun acredine, in genere, solo che adesso stare bene con gli altri è una questione di qualità, altro che una formalità, ed il personale e ristretto club di ciascuno annovera anche gli altri quattro (e non solo).
E’ un club dove l’uno anticipa il pensiero dell’altro, dove si pronuncia la stessa parola nello stesso momento, dove le battute sembrano sketch d’avanspettacolo, dove ti aspetti sia una rassicurante risposta sia la quintessenza dello stupore, dove un sorriso lo strappi sempre e comunque.
Capita con una donna e capita anche fra uomini.
Vedersi è un obiettivo ma non un assillo, la percezione della presenza c’è a prescindere ed è cementata dall’intesa che non ci impedisce di voler dissentire, col sottofondo magari di rumorose discussioni che spaventano gli astanti nelle quali si ha voglia di dibattere per convincere l’altro ed inconsciamente di convincersi dell’altro.
Trent’anni tutti d’un fiato, ed eccoci più coraggiosi in un maggior equilibrio, sempre selvatici, fatti alla nostra maniera perché le origini non si scordano di bussarti alla porta e tu non vedi l’ora di aprirgli e poi perché quelli perfettini ci sono sempre stati sulle palle.
Fra i tanti modi di assaporare gaudiosi la vita il nostro non rinuncia alla profondità, vogliamo ridere senza sprecare una sola ristata e pure la baracca fa sempre un giro nella serietà prima di chiudere il cerchio, non si può vivere scegliendo solo le tal sfaccettature.
Oppure si può, ma a noi non piace.
Per noi essere positivi non significa affatto farsi piacere tutto, e difatti siamo piuttosto difficili, pazienza poi alle etichette, come nei maglioni quando grattano troppo si tagliano.
Trent’anni tutto d’un fiato e siamo rimasti noi stessi, evoluti, abbiamo mantenuto un’amicizia, fortificandola.
E non abbiamo assolutamente terminato.

E state

22 Set

Finalmente siamo in estate!

Oddio, lo dice il calendario, perché c’è ancora un aria…

Quante cose che voglio fare quest’estate, me le ero anche segante da qualche parte.

Dobbiamo poi fare quella cosa là, ma abbiamo tempo tutta l’estate…

Anche quest’estate non siamo riusciti a fare quella cosa là.

Un tale dice che fa troppo caldo.

Un tale dice che fa troppo freddo.

Diversi tali hanno rotto i coglioni.

Senza un tormentone musicale non è estate.

Ripensando a certi tormentoni musicali si comprende il motivo dei cambiamenti climatici.

Dell’estate ci hanno fregato le vacanze scolastiche.

Anche perché non ritornano più.

D’estate i sogni costano meno.

D’autunno i prezzi ritornano standard.

L’estate è la stagione delle persone solari.

Devono ancora inventare la stagione per il resto dell’umanità.

In estate non si ha troppa voglia di pensare e d’impegnarsi.

Nelle altre stagioni invece meno.

In estate si scarica la repressione di un intero anno.

I gavettoni forse no, ma tante altre cose si possono fare anche a gennaio, febbraio, marzo…

Da ragazzi in estate si cresce di più.

Da adulti in estate cresce il tamarrismo.

D’estate è bello stare all’aria aperta.

Chi d’estate sta in casa ha qualcosa da nascondere.

In casa, ovviamente.

L’estate è giovane, spensierata e diventa illusoria e civettuola con chi programma troppo.

Beh, un pò anche con gli altri.

Le tue estati le ricordi quasi tutte.

L’estate è una tipa che ti frega sempre.

Ma non vedi l’ora di farti rifregare.

L’estate è la stagione dei piedi scalzi.

E purtroppo anche la stagione delle infradito.

In estate vorremmo fare tutto.

Ma in estate anche l’ozio è stimolante.

D’estate perdiamo il nostro atavico pudore della nudità.

Un senso del pudore che dovrebbe invece rimanere a quelli inondati di tatuaggi.

L’estate è stare in compagnia.

Ma se uno è inculento, lo è anche d’estate.

Si può amare l’estate ed anche l’inverno.

Se qualcuno invece ama la nebbia regalategli un trattamento a base di lobotomia transorbitale.

Se inizi ad odiare l’estate ti stai spegnendo.

D’estate è superbo farsi i cazzi propri.

Anche nelle altre tre stagioni è superbo farsi i cazzi propri.

L’estate dura poco, ma ti ci abitui dal giorno prima.

L’estate è così bella che c’è chi va in crisi prima che finisca.

Cazzo, già dura così poco e te la accorci da solo?

C’è anche chi la vive tanto intensamente e senza respiro che si accorge solo dopo che è finita.

E va ancora più in crisi.

L’estate è bioenergetica.

D’estate i sentimenti sono più viscerali.

Le promesse invece sono più flebili.

Chi parla solo di estati passate non si accorge di quella che sta vivendo.

D’estate torniamo un pò tribali.

Magnifica l’estate, ma se fosse sempre estate perderebbe la sua essenza.

L’estate deve finire per poterne desiderare un’altra.

L’estate più bella è quella che deve ancora venire.

La prossima estate…