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Menu a sorpresa

18 Mar

Parafrasando il Trap, squadra che beve non si cambia.
Eccoli qua, in tutto il loro splendore:
– Nelson Bolognera (l’iconoclasta);
– Ramuo Gopizzi (il rivoluzionario);
– Karl Aurel Kohrsin (il giustiziere);
– Patrick Marone (il gigante buono ma non fatelo arrabbiare);
– chi scrive (il battitore libero).
Un Osteria come pensatoio, un pò di vino (giusto un pò) per innaffiare un’ancestrale voglia di stare insieme.
Se poi uno avesse saputo anche il menu
Dovete sapere che ogni nostro incontro deve avere almeno un tormentone e stavolta ci siamo inventati quello del menu (cazzari si nasce).
Che poi uno il menu lo scopre nel momento in cui si siede a tavola, direte voi: ma di cosa cazzo avremmo potuto parlare per una settimana, sennò?
Del secondo dei tormentoni, cioè di fantasie da Tinto Brass dei poveri (o da vecchi commilitoni, se preferite) su un’inconsapevole fanciulla.
Tutt’altro che innocente, anche se io ribadisco che la donzella non mi conturba.

Un refrain dei nostri simposi è: come siamo, come eravamo e un’anteprima di come saremo.
Mattinate che sembravano eterne sono durate comunque troppo poco.
Ci sono mancate giusto le serenate nell’ora di ginnastica o di religione, ma noi mica eravamo all’Istituto magistrale…
Ecco, solo un’accortezza: i dettagli non chiedeteli a Bolognera, ultimamente la sua memoria si sta paurosamente accorciando.
Speriamo per lui solo quella.
Ai blocchi di partenza c’erano dei ragazzini con una peluria matta sul viso.
Solo Gopizzi aveva già la barba (e due tentate rivoluzioni alle spalle).
Partiti come compagni di classe ci siamo ritrovati amici inseparabili in questa corsa perpetua che è la vita.
E per comprendere la materia qualche lezione privata è necessaria (tutt’ora).
“Si, siete uniti ma dopo vi perderete, fanno tutti così: il lavoro, le morose, gli impegni…”.
Eh, chi lu!(sto cazzo in dialetto, nda).
Forse il destino, sicuramente la volontà, perché le cose che contano devi difenderle sempre un pò, se no finiscono male (cit.).

Il Gruppo non ha mai rinnegato le proprie sonorità, ma è riuscito ad ascoltare nuovi generi, ad apprezzare arrangiamenti differenti e si è aperto a testi prima inesplorati.
Si è cercato di crescere, di andare oltre, ma tenendo sempre accesa quella fiammella chiamata follia.
Difficile, ancor di più se il percorso viene intrapreso assieme.
Ma appagante, quando si ha l’impressione di esserci riusciti (più spesso che raramente).
Nonsolostronzate: si discute su vedute differenti, ci si incazza, ci si manda a cagare (sintomo di stima, dalle nostre parti), si smadonna e si alza la voce.
Già, noi alziamo spesso la voce, ma mai in modo fastidioso o maleducato.
Solo un barista di Bologna è sbottato, ma lo capiamo: portarsi in giro quella faccia non dev’essere facile e coprirla di un’inutile barba non lenisce certo la sofferenza al reprobo.
Siamo portatori sani (o quasi) dei nostri integralismi e dei nostri pregiudizi.
Perché li abbiamo tutti, inutile fare le suorine.
Solo che quelli altrui sono più ingombranti, si nascondo peggio e danno più fastidio.
Chissà di cosa parleremo al prossimo pranzo…?

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(http://shiatsu77.me/2013/10/05/quelli-che-fanno-i-pranzi/)
(http://shiatsu77.me/2014/03/09/quelli-che-la-minoranza/)

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Eroe del niente

24 Feb

Questa storia è ambientata in un lontano Paese del Terzo Mondo dal passato glorioso.
Nonostante un diffuso pauperismo la dignità delle persone non si era ancora smarrita del tutto.
Il protagonista è alle scuole superiori.
Imparava tutto a memoria, non passava mai nei compiti in classe e spifferava i nomi dei compagni che lo facevano.
In compenso era fieramente antipatico, pure bruttarello ed anche un pò invidioso di quelli che da adolescenti si comportavano da adolescenti.
Li abbiamo avuti tutti dei tipi come lui in classe, oppure nella compagnia.
Dalla compagnia però di solito uscivano, a calci nel culo.
Per darsi un senso raccontava balle in maniera seriale: duelli con supereroi (lui le suonava sia a Batman che all’Uomo Ragno), scopate con le più belle della scuola (due in particolare: Roberta e Federica) ed avventure mirabolanti nella sua camera (iperbarica).
Lui era il classico cugino di tutti.
Ma cagato da nessuno.
La cosa più trasgressiva che aveva fatto nella sua rutilante giovinezza era stata chiedere alla mamma di condirgli la pasta con l’Electrica salsa (baba baba, aha aha).
Culturalmente guardava all’Italia.
Il Drive in lo registrava per vederselo a pezzi: una puntata intera richiedeva troppa attenzione e poi certe battute le capiva solamente al terzo Rewind.
Sognava di essere un Chicco Lazzaretti (seeeee) risultando però un misto fra Bruno Sacchi e la versione sbiadita di Aziz (il maggiordomo di Camillo Zampetti).
Era un pò il Paninaro di Enzo Braschi, appena più tamarro, e un pò Mimmo di Bianco Rosso e Verdone, solo meno intraprendente.
Sedicente intenditore di musica, ai Righeira rimproverava di non avere sonorità all’altezza dei profondissimi testi.
Noto appassionato di se stesso (cioè del nulla) andava predicando che gli fossero state dedicate due canzoni: Faccia da pirla (di un tal Charlie) e Vaffanculo di Marco Masini.
Pur di attirare l’attenzione infatti era disposto a svendere la propria reputazione, che non a caso gli stava distante almeno tre metri.

Quelli come lui, crescendo, o compensano l’apatia cerebrale giovanile con slanci di talento, o peggiorano.
Solo nelle favole si verifica la prima ipotesi.
Resosi conto che nella vita non avrebbe potuto combinare niente (ad oggi rimane l’unico ragionamento di senso compiuto dei suoi primi vent’anni), gli restavano due scelte:
– la televisione, ma il suo ruolo era già stato preso dal protagonista dello spot dell’Hurrà Saiwa ed inoltre Mr. Bean non aveva intenzione di ritirarsi dalle scene;
– la politica.
Pausa drammatica.
Avrete capito perchè.
Non si sa in che modo, ma a piccoli passi arrivò a ricoprire le più importanti cariche istituzionali di quel Paese.
L’informazione di quella Nazione aveva ormai leccato il culo a tutti i potenti che ne calcavano il suolo ed accolsero anche lui con tappeti di saliva.
Il suo secondo pensiero – che risulterà nefasto – fu che se la popolazione andava in visibilio per uno che sparava cazzate a ripetizione era giusto approfittarsene.
Sembrava quasi covasse un personale revanscismo, alla stregua di un suo collega a cui mancavano 8 cm per raggiungere l’altezza di Rui Barros (con le scarpe tacchettate).
Nel frattempo il suo Paese aveva gettato al vento quel poco di morale che gli era rimasta in tasca: ragionare era divenuto un vezzo controproducente ed il cervello un inutile orpello da sacrificare all’altare del Pensiero Unico.
I poteri forti erano ben felici di manovrare uno come lui a cui interessava solo il proprio ego ed il proprio tornaconto.
Rapito com’era dal protagonismo non aveva capito che nei selfie (una moda interplanetaria) era proprio la sua faccia ad essere immortalata.
Era talmente permaloso che accettava le critiche solo se scritte da lui.
Un ottimo metodo per evitare delle figure di merda è parlare di ciò che si conosce.
Allora il nostro Capo avrebbe dovuto stare sempre zitto, ma logorroico com’era non ci riusciva: le sue proverbiali supercazzole erano dolcificanti per tremende purghe, i suoi discorsi talmente vuoti che per elevarne il contenuto sarebbe bastato farli scrivere ad Hello Spank!.
Quando era incalzato (cioè quasi mai visto il servilismo imperante) le sue risposte facevano rimpiangere la trama di Beautiful.
Più era arrogante più il suo consenso aumentava, più emanava leggi impopolari più il suo elettorato lo incitava ad andare avanti (Eddai cazzo!).
Era un Grillo Parlante in carne ed ossa a cui gli elettori non solo credevano ciecamente, ma ne diffondevano pure il verbo.
Dimostrando la stessa razionalità di un tifoso dodicenne.
In un Paese già pieno di macerie il nostro rabdomante di consensi diede il colpo di grazia, ma il suo fervente Fan club anziché andarlo a prendere coi forconi si lamentò perché non lo avevano fatto lavorare abbastanza.
Speriamo che non capiti mai in Italia una vicenda così.

P.s.
Nel 2004 i Green Day pubblicarono American Idiot: forse il loro capolavoro, un album molto politico, duro e critico con la società americana e l’amministrazione Bush.
Un giorno al cantante Billi Joe Armstrong venne posta la domanda se la canzone che diede il titolo al disco fosse dedicata all’allora Presidente degli Stati Uniti.
Billi Joe rispose beffardo e con la faccia di chi voleva far capire che stava prendendo tutti per il culo “La canzone American Idiot non parla di Bush, ma se tutti lo credevano ci sarà un motivo…”.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale).

Quando è moda è moda

26 Gen

Ah, non c’è più la società di una volta.
Viviamo di complicazioni nella complicazione.
In tutto.
Anche nel fare gli anticonformisti e i dissidenti.
Che nostalgia per i periodi in cui bastava difendere i propri diritti prendendosi (quando andava bene) delle manganellate (ops quello succede anche oggi…), oppure contestare l’autorità costituita(si), portare i capelli lunghi, magari leggere libri impegnati o ascoltare la “musica del demonio”, ripugnare le guerre (tutte) o anche solo sfanculare allegramente i soloni della Restaurazione.
Riassumendo: rigettare una società (quella esistente) che voleva soffocarne un altra (quella sperata).
Ma oggi anche il contestatore ha perduto il posto fisso.

Partiamo col dire che, contro ogni pronostico, fra quelle due società ha vinto la prima.
Ma ha fatto credere il contrario.
Perché furbescamente ha lasciato delle valvole di sfogo (il simulacro della libertà) che non solo le fanno il solletico ma addirittura la fortificano (per forza, ha deciso lei).
Cosi l’homus quasi libero sublima la mancanza di libertà con la trasgressione, sessuale in primis.
Siamo passati dalla sessuofobia e dall’esigenza di liberare cliché bacchetton-clericali all’ostentare obbligatoriamente tutto con paradigmi che più che all’eros strizzano l’occhio al marketing.
Provare l’estremo per scoprire cosa c’è oltre, ma sempre a comando e dietro l’imbeccata del Pensiero Unico (http://shiatsu77.me/2014/11/10/il-manifesto-del-pensiero-unico/).
Ripiegare spesso è peggio che desistere.
Ecco allora alzare la bandiera bianca sulle battaglie vere – quelle troppo difficili da combattere – e sublimarle con accanimenti contro presunti e desueti simboli della società che fu.
Tipo la famiglia (tradizionale e non), un’organizzazione da superare.
O perlomeno da raddoppiare.
Fateci caso a quanti spot televisivi amino ricordarci di come sia stimolante e divertente – ma pure conveniente (sic) – avere quelle tre o quattro famiglie.
I diritti sono una cosa seria, le esagerazioni perniciose un altra (http://shiatsu77.me/2013/10/18/mamma-ho-perso-il-papa/).
Pasolini – dato che era un genio e non certo un bigotto – lo aveva capito più di quarant’anni fa, individuando anche il mandante (che coincide col vincitore): il Sig. Consumismo (semper lu).

Siamo ciò che leggiamo.
Ma anche ciò che vogliamo (e possiamo) capire dalla lettura.
Non ti puoi attaccare alla libertà di opinione se nel migliore dei casi sostieni l’importanza di avere un cesso chimico nel salotto od esalti gli effetti della soda caustica usata regolarmente al posto del detergente intimo (gli esempi erano volutamente più seri di quelli reali).
E poi ci sono loro, quelli che parlano (ed ormai cagano) solo per citazioni che manco capiscono.
A questi parvenu della cultura per la legge del contrappasso è’ obbligatorio rispondere parafrasando qualcun’altro: “Tu sai recitare i classici a memoria/Ma non distingui il ramo dalla foglia/Pigro” (è Ivan Graziani).
Si passa ai qualunquisti (nella sua accezione più negativa), che sono giustamente indignati per il momento che stiamo vivendo ma (colpevolmente) disinformati sulle cause che hanno portato a ciò.
Buone le intenzioni ma pessimo (o quasi) il risultato.
Anziché allargare il campo lo restringono, conoscono solo un 11 settembre, la P2 per loro è un gioco della Wii, la marcia dei quarantamila è una disciplina olimpica e il Piano Solo una forma di onanismo in voga sul web.
Quando sono incalzati utilizzano delle argomentazioni consistenti come un biscotto Plasmon nel thè caldo.
Capisci perché sperare nella Rivoluzione è utopia.

Vi dice niente “Qualcuno era comunista perché se eri contro eri comunista”? (GG dixit)
Qualcosa non deve aver funzionato a dovere, perché da quella parte o tutti gli interpreti sono andati puntualmente fuori tema (A.A.A. esegeta cercasi disperatamente) – rigettando il verbo attratti dalle sirene del potere – o ha ragione chi asserisce che la stessa ideologia è macchiata da un peccato originale essendo il rovescio della medaglia del capitale, mirando il progetto a sostituire gli attori e non il copione.
Da allora hanno difeso quasi tutti, fuorché gli onesti.
E difendono ancora gente che quando va bene meriterebbe delle cavicchiate.
Alternativi non per vocazione, ma per tornaconto.
Per autoassoluzione.
E per noia:che cazzo faccio oggi?
Ma sì, il bastian contrario!
Un vecchio detto emiliano recitava "I cumpagn: ien cumpagn a chiatre“.
Come nelle autovetture d’antan il listino offre a richiesta la versione L, Lusso.
Signove signovi ecco a voi i Radical chic, inutili ammassi di evve moscia che divulgano le proprietà mediche del caviale della Manciuria, idolatrano i nomadi della Steppa che involontariamente sono stati gli antesignani del biologico e recensiscono gli artisti che compongono statue con oggetti che sono stati a contatto coi fluidi del corpo umano (cotton fioc, fazzoletti, carta igienica, assorbenti).
Si nutrono di sincretismo, vanno in brodo di giuggiole per l’etnico, tanto che mangerebbero anche una merda se provenisse dall’emisfero australe.
Sono talmente contrari alla globalizzazione che hanno assunto a loro modello Steve Jobbs (la mela morsicata fa molto peccato originale) e qualcuno di loro ha confuso la ribellione col Carnevale (capita a chi non ha un cazzo da fare tutto il giorno) arrivando pure a sostenere Bush (e non era Kate).
Una branca particolarmente pruriginosa si vanta di nutrirsi solo con radici, alghe e bacche salvo poi azzannare una bistecca direttamente dalle mani ed affondare anche la coscienza in un barattolo di proletaria Nutella quando l’ultimo ospite ha lasciato la terrazza imperiale.
Non basta più definirli i conformisti degli anticonformisti, perché sono semplicemente degli idioti.
Freud avrebbe pagato oro per essere un loro coetaneo.
Pentendosene.
Devono essere parenti alla lontana coi figli di papà dei centri sociali, talmente à la gauche che sono un’applicazione pratica del fascismo.
La numerosa famiglia accoglie anche le sempre utili e mai fastidiose veterofemministe, quelle per cui il problema delle donne è chi cucina nelle pubblicità del Mulino Bianco.
Viene il dubbio che l’eziologia con loro sia tempo sprecato.
Bene, brave, bis.

E’ difficile dire se lo facciano solo per farsi notare o se ci credano veramente.
Perché gli animalisti filantropi ricordano il vecchio Arnold: una ne pensano, cento ne fanno.
Fosse per loro l’epiteto “Porco cane” andrebbe punito con la reclusione, si incatenerebbero per protestare contro l’impossibilità dei felini di intestarsi beni immobili.
E’ proprio illiberale un Paese che non permette ad un gatto di avere la propria casa, già…
A tempo perso – fra un balsamo al coniglio nano ed un corso di inglese alla capretta che tengono in casa – raccolgono firme per i Pacs dei pappagalli ed avvolgono il Chihuahua con una termocoperta da F1 ovviamente firmata per poterla pagare a peso d’oro.
L’uomo ha sempre vissuto a fianco degli animali e chi non li rispetta non può essere una brava persona.
Le bestie danno tanto, ad alcune di esse manca davvero soltanto la parola (anche a certe persone a dire il vero).
Ma sono bestie, tentare di umanizzarle è crudele.
Tentare di umanizzare i loro padroni invece è antropologicamente inutile.

Una prece a tutti questi supereroi di se stessi: per una volta fate qualcosa che vi distingua veramente.
Mai sentito parlare di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio)?

Babbo Natale scrive

24 Dic

In queste feste comandate il solito tran tran è stato interrotto dalla lettera di Babbo Natale, uno che di solito le riceve.
Stavolta ha scritto lui.

Chi ha fatto il militare (non io, quindi) sa bene che il nonno è stanco.
Beh, io sono solo un Babbo e non avrei il grado per pronunciarla, quella frase.
Ma forse l’anzianità sì.
E se anche il mio coetaneo Giorgio si dimetterà dalla sua attuale occupazione, allora credo di poterlo fare anch’io.
In questa mia lettera di commiato non avrò peli sulla lingua (al massimo dei pelucchi del vestito, una volta invece…) e sarò un po scurrile come non lo sono mai stato, anche perché ormai il costume dell’eterno buono mi sta stretto (no, le costine di maiale fritte con la salsa dell’Ikea non c’entrano niente, su dai…).

Non ce l’ho affatto coi vostri bambini, loro sono ancora deliziosi.
Nonostante voi.
Sì, siete voi che ormai detesto.
Pensate solo a sti cazzo di regali.
Come diceva Nietzsche (me lo ricordo:un pò originale ma era forte) “Di tutto conoscete il prezzo, di niente il valore”.
Mi sono stufato di essere l’assoluzione per la vostra anima, avete la morale autocertificata (ma non diciamolo ai rottamatori o ci costruiscono la prossima campagna elettorale).
Siete ormai delle cavie (consenzienti) per il laboratorio del consumismo: state accettando di tutto, a partire da quella festa che manco vi rappresenta.
Mi sto riferendo ad Halloween.
Non vi siete presi nemmeno la versione originale, quella celtica, ma un surrogato a stelle e strisce.
Anche la mia tradizione non vi appartiene, ma la consegna a domicilio è troppo comoda.
Voi non siete molto meglio di chi vi rappresenta, anzi loro sono la sublimazione della vostra bramosia e cupidigia.
Li criticate non per il comportamento, ma perché vorreste essere al loro posto.
I vostri buoni proposti regolarmente disattesi non sono altro che le promesse dei politici in campagna elettorale.

Se foste morbosi di notizie e verità come lo siete di gossip e cronaca nera vivreste in un Paese quasi normale.
E invece da sempre vi fate nutrire di monoteismi vari (religione, scienza, mercato).
Capisco cinquant’anni fa, ma ora che avete i mezzi informatevi.
Credete a favole decisamente più perniciose della mia.
Fatevi un regalo inedito: imparate a ragionare in proprio.
Al vostro cospetto è decisamente più emancipata la mia slitta.
Credenti o meno, a Natale avete come reazione pavloviana una bulimia consumistica travestita da buoni sentimenti.
E’ una catarsi oltremodo comoda, arriva tutti gli anni nello stesso periodo e per l’unico obolo da pagare è sufficiente strisciare la carta.
Aveva ragione Gianfranco Funari ad asserire che quanno uno te fa l’auguri de Natale e tutto l’anno manco te se ‘ncula nun je poi dì “grazie, altrettanto…”, je devi dì “auguri mpar de cojoni, mettete er panettone sotto ar braccio e vatteneaffanculo!”
Ecco, se penso a tanti di voi mi viene in mente quella strofa di Eugenio Finardi “…sempre in vendita come una troia…” (un chiaro riferimento alla Befana, nda).

Giunto alla fine della corsa sento però il dovere di svelarvi qualche retroscena.
Sono stato un agente segreto della CIA, mi mettevano sempre insieme a quel tale che mi somigliava, come si chiamava?
Forse Giulio, o Giuliano, adesso scrive (o meglio ci prova) rigorosamente a libro paga.
Ma sì, ve ne dico un’altra.
Sono più di tre anni che per le mie consegne mi avvalgo dei droni di Amazon.
Non fate così, mi ci hanno costretto intensificando i controlli anti-doping sulle renne.
Come dite, ultimamente consegnavo solo una marca di giocattoli?
Ci credo, coi viaggi alle Maldive che mi regalavano era il minimo che potessi fare.
In realtà sono così incazzato anche perchè in Romanzo Criminale il mio personaggio non è stato interpretato da nessuno e nell’inchiesta Mafia Capitale il mio nome era sempre coperto dagli omissis.
Ao, ricordateve na cosa: a Roma ancora adesso nun cade foglia ch’er Babbo nun voglia.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti e persone è puramente casuale).

Buon compleanno Aigor!

10 Dic

(Oggi compie gli anni il mio amico Ivan, noto anche come Aigor, il Toro ed Ivanov.Per ragioni di spazio e buoncostume tralasciamo i vezzeggiativi di letto che gli sono stati affibbiati in tanti anni di onorata carriera).

 

Forse  per la distanza o per la tua vicinanza al Po (digli di non fare lo stronzo).

Forse perché crescendo (noi non invecchiamo…) gli amici coi quali stiamo veramente bene giocoforza diminuiscono.

Forse perché la genialità non sempre sceglie la maschera più sfavillante ed appariscente.

Forse perché con quell’umorismo sottile galleggi, resisti ed attacchi.

Forse perché sei un romantico informatico (ovviamente feticista).

Forse perché quella flemma è tanto rilassante quanto inquietante (ogni tanto urla, cazzo, urla!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!).

Forse perché sei molte cose che certi nemmeno immaginano.

Forse perché a volte fai veramente incazzare.

Forse perché spesso insegni.

Forse perché se non sono un pò folli non li vogliamo.

Forse perché metti al centro le persone (e poi non gli spari).

Forse perché hai il karma un pò difettoso (lo hai detto tu, eh?).

Forse per quelle chiaccherate sul Pandino (rigorosamente 1^ serie) su delle strade improbabili  (tranquillo, non eravamo intercettati).

Forse per quel tuo essere un pò filosofo senza saperlo (e volerlo).

Forse perché certe baracche segnano l’anima (e purtroppo anche il fisico).

Forse perché sei uno che ha delle intuizioni (cit.).

Forse perché ti meriti sempre qualcosa in più.

Comunque sia, auguri vitellone!

L’esperto domanda (e risponde)

13 Ott

La famiglia dei curiosi (nella sua accezione più negativa) e degli invadenti è composta da molte specie.
Piero Angela potrebbe dedicargli un’intera stagione del suo Quark.
Se non sono ancora protette dal WWF è perché il loro numero anzichè calare aumenta e non mette a rischio la loro estinzione (purtroppo).
Presentano un evidente scollegamento fra il lobo frontale e quello temporale.
Scollegamento dovuto all’assenza del primo.
Fra le tante categorie presenti ne scegliamo due, la cui probabilità di non averle incontrate è uguale a quella che in Italia calino le tasse.

Dove vai se la ragazza non ce l’hai?
La premessa: hai sui 30 anni e per un camion rimorchio di cazzi tuoi, sei single.
Oppure, stai insieme ad una persona da più di 36 mesi (tipo la stagionatura dei prosciutti) ed ancora non sei sposato (ma che birbante…).
Ti vedono (non è vero, ti stavano pedinando da più di due ore e per l’occasione indossavano l’impermeabile, la barba e gli occhiali finti e fingevano di leggere un quotidiano del 1987 girato al contrario e con un buco al centro) e col loro incedere dinoccolato si avvicinano a te con lo sguardo fra il bovino ed il vitreo di chi ti vuole chiedere una sola cosa.
E te la chiedono (l’originalità non rientra fra le loro qualità. A pensarci bene non ne hanno, di qualità).
Groucho Marx avrebbe detto “Guardate quell’uomo: si comporta come un deficiente e parla come un deficiente, ma non fatevi ingannare.
E’ proprio un deficiente”.
Inutilmente giunti alla terza età, questi perpetui – con l’acquolina in bocca per la ghiottosa occasione – pongono la domanda che è una chiara sublimazione dell’amplesso (senza preliminari, però).
Anche perché molto realisticamente la loro unica possibilità di avere un erezione è che gli venga un crampo.
A seconda della tua condizione di reprobo è pronta la relativa scudisciata.
Ipotesi A: “Allora, la ragazza l’hai messa su?”.
Ipotesi B: “E’ ora che ti sposi, cosa aspetti!”.
Rispondere con le buone maniere o col protocollo della corretta educazione con loro non serve.
E’ dannoso.
E’ sbagliato.
Perché il rispetto va prima di tutto meritato.
Ne sa qualcosa il Marti, che esacerbato da un petulante (mis)conoscente, una sera in un locale rispose – da genio qual’è – al solito, fastidioso, interrogativo (l’ipotesi A, per la cronaca).
“Sì!”, tuonò deciso.
“E’ rimasto in macchina, il mio nuovo ragazzo…”, breve pausa da attore consumato.
“Perché, lo sai vero che sono gay…?”
Zittito.
Definitivamente.
Voto: 10 e lode.
(Info per il vecchio stalker sclerotico: la storia del gay era inventata).

Cercasi bebè (altrui) disperatamene
Nonostante la pletora di attività che deve svolgere un genitore loro riescono sempre a ritagliarsi il tempo per un sano proselitismo della procreazione altrui.
Sono i genitori afflitti da consiglite.
Spesso non lo fanno con cattiveria, anche se il risultato finale addurrebbe proprio al contrario.
Incontrarli?
Decisamente meglio cagarsi addosso.
Poiché sentono il bisogno di evangelizzare voi, coppia di paria che si trova nella disdicevole situazione di non avere ancora figli.
Viene il dubbio che siano soci occulti della Pampers o che vogliano partecipare al concepimento.
Molto più prosaicamente devono mettere il becco negli affari vostri.
Il loro repertorio è vario.
“Quando tocca a voi?” (Non accettano più prenotazioni, siamo in fila…).
“Non vi è venuto voglia?” (Sì, di mandarvi affanculo e darvi uno sgrugnone per uno).
“Dovete fare un figlio!” (Adesso???Davanti a tutti ci vergogniamo un pò…).
E’ vero: la gioia di un figlio è semplicemente indescrivibile.
Ma arrogarsi il diritto di entrare nella sfera più intima di due persone è un comportamento illiberale ed irrispettoso.
Perché una coppia, un bambino, potrebbe appena averlo perso, potrebbe essere impossibilitata ad averne, potrebbe cercarlo (anche con cure pesanti) da anni senza che questo arrivi o potrebbe essere divisa proprio sull’argomento.
Ma tutto questo i soloni della figliata non lo sanno.
Ed è inutile perdere tempo in improbabili dissertazioni: non discutere mai con idiota, la gente potrebbe non notare la differenza (cit.).
Figuriamoci con due.
Gli ingenui – che dopo la nascita della loro creatura credono di essersi messi al riparo da questi luogocomunisti della famiglia – non conoscono la loro pervicacia.
Il secondo figlio (vostro) rientra nei precetti del pernicioso marketing liturgico.
Il loro magico mondo offuscato (al pari del loro cervello), è abitato solo da un misto fra la Famiglia Bradford e quella del Mulino Bianco.
Così, per sentito dire.
Per consuetudine.
Perché qualcuno, anni fa, gli disse che era giusto così.
Ecco, qualcuno (ancora prima) non era meglio se quella sera fosse andato al cinema?

Riservata personale

18 Lug

La riservatezza rientra fra quei concetti ai quali non si può applicare un sistema metrico.
I personaggi che scopriremo tra poco però vanno ben oltre il revisionismo.

Bulli & balle
Danno il meglio di sé nei luoghi pubblici: a bordo di una piscina, davanti ad un tapis roulant in palestra (che frequentano esclusivamente per sganassare) o appoggiati al bancone di un bar (che frequentano anche per sganassare).
Sono dei succedanei di Artur Fonzarelli, delle versioni sbiadite di personaggi caricaturali come Oscar Pettinari, il Verdone di Troppo Forte.
L’archetipo di questi bulletti del Terzo millennio è un quarantenne/cinquantenne perennemente affascinato da se stesso.
Esigono pubblico, in cambio raccontano vita, morte, miracoli, cose vere (e false) di se stessi e di chi gli sta (sventuratamente) accanto: le proprie malattie veneree, le loro traversie matrimoniali (ovviamente sparando merda sulla moglie), la durata (al centesimo di secondo) del loro ultimo rapporto sessuale, i problemi dei figli (vorrei anche vedere), le loro pendenze giudiziarie, i loro progetti imprenditoriali assolutamente irrealizzabili, le loro scopate gratis assolutamente irrealizzabili e le loro scopate a pagamento (che realizzano di frequente).
Nei loro racconti spesso il convitato di pietra è un ignara partner (magari alle prime uscite) di cui tre quarti della città conosce ormai anche le pieghe della pelle (e non solo).
Se le persone normali proteggono i propri cari, loro li proiettano vivisezionati in pasto ad un pubblico ululante.
La mia nonna paterna, che purtroppo non ho mai conosciuto, soleva dire che “Certuni fanno ridere di fuori e piangere in casa”.

Che pezza!
Forse queste poche righe non saranno sufficienti a preservarvi dalla loro molestia, ma è un tentativo che dobbiamo fare.
Non chiedetegli mai “Come stai?”, finireste nelle loro fauci tout court.
Anche perché da un innocente quanto banale “Hai sentito che caldo oggi…” questi pezz-man hanno la capacità non comune di partire ad enunciarvi le loro peripezie.
Ed in questo processo morboso vogliono evangelizzare tutti per farli partecipare alle loro sfighe.
Effettivamente gliene capitano di tutti i colori: vi racconteranno dei malanni (con annessi ricoveri, esami, interventi sbagliati, medicine e convalescenza) dei parenti fino al quarto grado, delle angherie subite negli uffici pubblici e della nuova causa civile col vicino.
Perché loro sono sempre in causa con qualcuno.
Pezza multitasking: questo particolare della loro scheda tecnica – apparentemente insignificante – è in realtà il tratto distintivo che li fa assurgere a fuoriclasse della categoria.
Il loro microchip può gestire una quantità di argomenti che tende a + infinito.
Anzi, spesso per ipnotizzare la vittima volutamente iniziano – senza terminarli – una mezza dozzina di concetti e postulati.
Stranamente con dei genitori così il figlio ha una vita sociale paragonabile a quella di un Murray Bozinsky (però in versione autistica).
Se dalle loro labbra sentite enunciare un “Ti racconto questa poi vado…” sappiate che siete solo all’inizio dei gironi danteschi dell’Inferno.
Non soddisfatti delle loro geremiadi amano suggellare la loro performance con una pignatta di cazzi degli altri.

Speteguless
Avere un amico (ma molto più spesso un’amica) così rientra fra gli anatemi.
Sono dei recipienti coi buchi di confidenze, mossi da evidenti pulsioni freudiane.
Impossibile non pensare a Maledette malelingue di Ivan Graziani.
Se la notizia non va da loro, loro vanno dalla notizia in un’ossessiva corsa ai cazzi degli altri.
Non esiste una situazione propedeutica a stimolare la loro voglia di critica livida e feroce: facendo loro il motto “Ogni notizia (e relativa spettegolata) lasciata è persa”, sono perennemente con le orecchie dritte e la lingua biforcuta pronta a spruzzare il suo veleno fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi (cit.).
Confidarsi con loro garantisce la stessa riservatezza di una notizia annunciata al telegiornale.
Quando iniziano a sparlare entrano in una trance agonistica: tale è la libido, tanto il livore emanato, che il loro dirimpettaio potrebbe essere tranquillamente il fratello della vittima senza che loro fermino la loro furia.
E’ uno sporco lavoro e loro sono ben contenti di farlo.
Anzi, trasformare una passione in un’attività è un traguardo tanto ambizioso quanto stimolante.
Denigrare in gruppo (magari con le loro simili) è una fantasia neanche tanto proibita: nella fattispecie il viso diventa rutilante, gli occhi brillano di una luce propria, gli acidi commenti ed il sistema endocrino si alimentano reciprocamente.
Provate voi a fare un commento su di loro, e vedrete…

Confessioni di quarto grado
Tra un approccio cattolico ed uno protestante al tema della confessione le signore di questa categoria (sì, sono quasi tutte donne) hanno scelto una terza strada.
E soprattutto un confessore “anomalo”: un commesso, un impiegato postale, un infermiere.
Cercano subito feeling: già al primo incontro sciorinano il calendario degli ultimi 24 mesi sul loro ciclo mestruale con annesso un flussometro ad istogrammi.
Raccontano – a quello che a tutti gli effetti è un perfetto estraneo – questioni di cui non parlano nemmeno col marito o con una sorella (ma forse perché non vengono più ascoltate).
“Sai, col rapporto che c’è tra di noi…” è un mantra usato capziosamente per soverchiare le delicate regole delle relazioni interpersonali.
Nessuno – per pudore ma soprattutto per obblighi professionali – che le dica “Perché,che rapporto c’è tra di noi?”
Vogliono far credere che l’involontario depositario dei loro segreti sia unico: un predestinato a cui il Signore ha riservato l’onore di ascoltare la pettegola smarrita.
Non è vero: il fruttivendolo del negozio di fronte conosce altrettante vicende, se non di più (alcune verdure, con quelle forme un po’ così, solleticano racconti bollenti).

Dalle panchine all’altare

16 Mag

Dopo innumerevoli tentativi anche la Giulia, pare, riuscirà a convogliare a nozze.
Le speranze si erano ridotte al lumicino quando anche l’ultima sua preda (un sessantaseienne uxoricida di Latina con la passione per l’uncinetto e per gli orologi-omaggio del Dixan) era riuscito a divincolarsi con l’incontrovertibile scusa di essere stato ingaggiato a tempo pieno nel cast della Pimpa.
Un affronto immeritato per una musa ispiratrice di svariati artisti:i Pooh scrissero per lei -ben prima che nascesse- la struggente “Piccola mula“, poi rivista in un più commerciale “Piccola Katy“, mentre Ligabue compose “Piccola mula senza stalla“, che verrà modificata (e mortificata) dai discografici come ben sappiamo.
Passando alla letteratura, tutti conosciamo il celebre romanzo “Il nome della mula“.

Ecco allora che il destino (ho detto il destino, non l’intestino) le ha fatto incontrare Omar il Fichissimo, il 4° ragazzo più bello di Ramiseto (ma in molti si erano ritirati), noto anche come il Mago (S)Omar: un tipo tosto e deciso.
Ancora lo devono informare del matrimonio.
Neanche quando la sua badante (gentilissima, tra l’altro) lo ha accompagnato ad acquistare il vestito e ad ordinare confetti e bomboniere ha ventilato il benché minimo sospetto.
Il suo cane da caccia invece qualcosa aveva fiutato.
Per non fargli prendere impegni il giorno del (suo) nozze, alla Giulietta è bastato annunciare al Romeo de noantri che Putin verrà a Ramiseto proprio in quella data con il suo mezzo di rappresentanza (un carro armato T-90) per guadare l’Enza offrendo sambuca a tutto l’alto crinale.

Sui testimoni vige il massimo riserbo.
E’ trapelato solo un nome, riconducibile allo sposo (notizia mai smentita dai diretti interessati): quello di “Hacksaw” Jim Duggan, il celebre wrestler-boscaiolo in auge negli anni Ottanta.
I soliti bene informati dicono però di vedere spesso nella residenza ramisetana dei futuri sposi (ebbene sì, convivono, non diciamolo a Giovanardi) scendere da un mastodontico Suv maculato un tipo biondiccio, vestito in maniera imbarazzante (un misto tra un dadaismo 2.0 e l’anteprima di una società post-atomica) che biascica un idioma non identificato da nessun dizionario e/o traduttore.

Solitamente il vestito della sposa è una cerimonia nella cerimonia.
Quello della Giulia (le fonti sono tombali) dicono sia lo spot per il nuovo programma Ma come ti sposi?: più che un abito, un accessorio per uno scherzo agli invitati (il sogno proibito di tutti gli sposi).
Anche la scelta del ristorante non è stata una passeggiata.
Erano rimasti in lizza la mensa del Fatebenefratelli di Milano (scartato per il numero di invitati, è richiesto un minimo di 3.200 persone) e una partita avariata (dal 2005) di Quattro Salti in Padella.
Solo l’intervento risoluto di #bepperosa ha scongiurato un pranzo al sacco con tovaglia biancorossa, panini e formiche (ci sono sempre, le formiche, nei picnic).

Per allietare la festa sarà trasmessa la docu-fiction “La cagna è la migliore amica dell’uomo” e ricavata una stanza dove si potranno effettuare scambi di coppia (ma anche di animali e di fili interdentali), bondage con suore orsoline, partite a Risiko e/o Subbuteo completamente nudi ed esperimenti nucleari col riso basmati.
Per l’occasione Studio Aperto comunicherà una notizia.
Per due persone la cui colonna sonora è “In vacanza da una vita” la meta della luna di miele rimbalza fra il superfluo ed il disinteressato.
La scelta è caduta su un trittico da paura: il giro della Pietra in bici, una vasca in auto al Direzionale col braccio fuori dal finestrino e – come suggello finale – una romantica crociera sul Dolo.

Durante la cerimonia e nel successivo rinfresco sarà severamente vietato:
– toccare il culo alla sposa (la sorella invece si è dichiarata disponibile);
– mimare le virgolette con le dita;
– effettuare esercitazioni di caccia al cinghiale (per gli amici dello sposo);
– uscire dal nozze con un tasso alcolico più basso di 2,73 g/l (per tutti);
– canticchiare od anche solo intonare brani di Gigi D’Alessio;
– presentarsi con l’unghia del mignolo lunga e con la ricrescita;
– rimettere su la porta (questa la capiranno in sette);
– schiacciare i brufoli ai partner;
– sbagliare l’uso del congiuntivo (non saranno ammessi errori nemmeno da ubriachi).

Le variabili: l’amicizia ed un evento (molto) importante.
Lo svolgimento, che coincide col risultato: fotogrammi di una vita che scorrono davanti agli occhi, aneddoti indelebili, cerchi che si chiudono, (nuove) strade che ne aprono altri, tourbillon di ricordi proiettati al futuro.
Gli auguri si fanno anche così, fra noi refrattari alla banalità.

Quelli che la minoranza

9 Mar

Riecco tornare alla ribalta le gesta dei cinque moschettieri (Karl Aurel Kohrsin, Nelson Bolognera, Patrick Marone, Ramuo Gopizzi ed il sottoscritto) che avevamo lasciato nel viaggio di ritorno di un’insolita Fiera di San Michele (vedi anche https://shiatsu77.wordpress.com/2013/10/05/quelli-che-fanno-i-pranzi/).
Con i tortelli di Pineto a placare degli appetiti che la medicina moderna fatica a comprendere, fra una cazzata e una bottiglia,una bottiglia e una cazzata i nostri ad un tratto si sono cimentati a esegeti di una delle più belle canzoni dei Litfiba, A denti stretti (ieri c’erano i Litfiba, oggi abbiamo i Negramaro, va beh…), uno di quei pezzi che produce libido ad essere ascoltato ad un volume raccomandato dall’Associazione Tamarri d’Italia.

Al dibattito avrebbe dovuto partecipare (in streaming) anche la Sara della Valsabbia (un’assidua ascoltatrice di Radio Studio +, nda) ma la notizia che la canzone avesse un testo (per di più in italiano) e la sua frequenza metronomica fosse inferiore ai 200 battiti al minuto han fatto desistere l’adepta dell’Unz-Unz-Unz.
Un vero peccato.
Nelson Bolognera (conosciuto in Rete anche con lo pseudonimo Noè Mascarpone) è un fine intenditore di musica (ma non diteglielo, dopo si monta la testa e crede di essere la versione emiliano-genovese di Bruce Springsteen), nonostante in un periodo plumbeo della propria esistenza sia stato il paroliere segreto dei Jalisse.
Scheletri nell’armadio a parte, per Bolognera la canzone parla della decisione di un uomo di confessare il proprio amore ad una donna (la Dea nera) e soprattutto della scelta (complicata e sofferta come spesso capita agli uomini quando devono passare dall’ “io” al “noi”) di compiere un passo importante assieme a lei (“Sto correndo a denti stretti verso il sole e ho distrutto la mia gabbia per portarti il cuore”, “Dea nera non resisto più, Dea nera non resisto più”, ancora “Dammi un segnale, e volo da te… uomini stanchi di crescere”).
Chi scrive allarga invece la figura della Dea nera ad una sorta di spirito-guida, per non far perdere (anzi riaccendere) la speranza a persone vessate e disilluse (“…non avrò paura di credere…”), quasi un’ultima spiaggia per farli ancora pulsare per un ideale, determinati (“A denti stretti…”) a combattere per un obiettivo (“Sto viaggiando a pieni giri contro il sole in un giorno che ogni cosa ci ha trasfigurato le mie ali sono ruote e il mio motore graffia e supera incrocio con il mio passato”, “Dammi forza di non perdere la strada che finirà io lo so, dentro i tuoi capelli, dea nera non resisto più, dea nera non resisto più, e prendo le ali e volo con te, non avrò paura di credere, soli rinchiusi dentro di se, uomini stanchi di crescere”).
Poco importa di sapere quale sia il vero significato della canzone, più divertente (e stimolante) è stato cercare di interpretarla.
Poi Bolognera – fra una Domanda Inopportuna ed un’altra – lo potrebbe chiedere a chi l’ha scritta, ovvero Piero Pelù.

Guardandoci intorno, ma anche avanti e indietro (insomma da tutti i cantoni), abbiamo preso consapevolezza che noi saremo sempre in minoranza (mangiare e bere bene ci ha aiutato a digerirlo meglio).
Situazione nella quale non stiamo affatto male, tutt’altro.
Specie quando guardiamo quelli della “maggioranza”.
Nei momenti di forte scoramento è sufficiente applicare alla lettera uno dei precetti del nonno di Gopizzi – il Sig. Pietro – esclamando cioè con aria di compatimento un suo tipico accostamento (chiamiamolo così), ovvero un’applicazione pratica del panteismo.
E’ fondamentale l’aria di compatimento.

P.s.Cos’ho contro i Negramaro?
Nulla, per quanto non mi piacciano criticarli sarebbe puerile.
Ma il loro voler essere ecumenici, il cercare di piacere alle figlie ma anche alle mamme, il voler entrare nei salotti buoni ma con ancora indosso la maglia del concerto (un colpo al cerchio ed uno all’iconografia) sta al Rock come Damon Hill ai grandi della Formula 1.
Sono (o vorrebbero essere) nazionalpopolari, ergo un simulacro di una Rock band.
Non bastano una batteria, qualche riff ed i braccialetti di pelle: il Rock deve esternare, denunciare, sfogare,  quindi anche dividere.
Per lo stesso concetto per cui un vero rivoluzionario non deve essere osannato con toni ossequiosi dal mainstream.
In caso contrario, a gh’è quel ca tocca.

Caro Babbo Natale

22 Dic

Caro Babbo Natale,

con tutte le balle che ci stanno raccontando sei rimasta la persona più credibile alla quale rivolgersi.
Credo di essermi sempre comportato correttamente (forse perché non ho mai incontrato Maurizio Gasparri) ed ho sempre scritto ciò che pensavo.
Dire la verità è ancora un valore, no?
Sì, stai tranquillo: l’Imu e la Tares le ho pagate.
Qualcuno asserisce che io sappia solo criticare, ma la questione credo vada ribaltata: al momento sono più numerose le questioni da combattere che quelle da elogiare (e quando ci sono, lo faccio ben volentieri).
Poi, ammettilo, cerco sempre la risata.
Infatti scrivo spesso del PD e dei suoi nuovi alleati.

Senza tanti indugi, ecco le mie richieste.
Non ce n’è nessuna a titolo personale, sono tutte per la collettività (mi sento molto il Segretario del Partito dell’Amore).
Cerca di far abrogare la Legge Basaglia, i manicomi vanno riaperti.
Per sveltire la pratica la persona più indicata credo sia il tuo ex compagno di classe Giorgio Napolitano.
Il numero di telefono puoi fartelo dare da Nicola Mancino.
Lo so che con Re Giorgio non corre buon sangue, ma guarda che sull’invasione dell’Ungheria ha cambiato idea.
Va bene, difende ancora Craxi, ha sollevato il conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato – Mafia, ha detto che non andrà a testimoniare a quel processo, ha fatto distruggere una sua intercettazione manco fosse un sovrano dell’ancien regime, ha spianato la strada ad un altro indulto mascherato e fra un monito e l’altro sta mostrando una demo sull’imminente presidenzialismo (esatto, proprio come nel Piano di Rinascita Democratica della P2), ma in fondo è il nostro Presidente.
Non il tuo, dici?
Beh se è per quello, neanche il mio.
Ci sarebbe anche la Cancellieri, ma tu di cognome non fai Ligresti.

Veniamo alla seconda.
E’ giusto prendersela con i politici cialtroni, i bigotti, i delinquenti, i gerarchi, i piduisti, i ladri, i satrapi, i guerrafondai, gli speculatori, gli sfruttatori, i mafiosi e i dittatori (spesso le figure coincidono).
Le colpe però andrebbero equamente distribuite con chi permette alle sfavillanti categorie di cui sopra di mantenere la loro condizione di potere.
Ovvero con il popolo.
Cerca di sostituire l’ignavia, il manifreghismo e l’ignoranza che tanti dimostrano con una corpulente dose di onestà intellettuale, orgoglio e capacità di ragionare con la propria testa.
Chiedo miracoli?
Per ultimo, ci piacerebbe tanto tornare a pagare con la vecchia Lira.
Ah, l’argomento Euro è tabù anche su da te?
Andiamo bene…

Veniamo ai buoni propositi.
Ti prometto che avrò più rispetto per gli uomini che si depilano, per i possessori dei Suv, per le ragazze che indossano gli stivali d’estate e persino per gli scooteristi.
No, per quelli che montano l’Akrapovic sul T-Max invece nessuna pietà.
Dato che tutti hanno delle qualità mi sforzerò di cercare quelle di Mario Balotelli, pur sapendo che sarà un lavoro vano.
Se alla radio passasse una canzone di Jovanotti cercherò di non inveire cambiando subito stazione.
Cambierò solo stazione (subito) e mi terrò il bonus da usare contro (in alternativa) a Ornella Vanoni, Giorgia, l’immancabbile Gigi D’Alessio e Tiziano Ferro.
Leggere articoli di giornalisti avversi accresce il proprio background culturale?
Lo faro’, ma su Maurizio Belpietro chiederò il legittimo impedimento.

Ti esorto – prima di affrontare il lungo viaggio – a cambiare l’olio ed i filtri alle renne.
Stai tranquillo, i nostri mezzi d’informazione hanno dato poco risalto l’anno scorso alla notizia di quella renna che ha grippato.
Poi era ancora in garanzia.
Diffida di chi ti vuole aiutare a consegnare i doni.
E’ una scusa per andare alla ricerca delle mamme più disinibite da arruolare nei provini dei film porno.

Un caro saluto ma… cosa ci fai a Singapore con una scheda telefonica anonima davanti alle quotazioni del derby di domenica sera?