Gli esperti ci dicono che le mode ciclicamente ritornano – diciamo ogni dieci/quindici anni – e si ripropongono, se non proprio identiche, riprendendone i tratti salienti. Chiamiamola voglia del passato, assenza di creatività o anche ancestrale richiamo stimolato e corroborato dai corsi e ricorsi storici. Una quindicina d’anni scarsi è esattamente il tempo intercorso tra la nascita del punk e quella del grunge, che di modaiolo in realtà avevano ben poco. Perlomeno inizialmente. Pur essendo due fenomeni ben distinti e almeno ufficialmente non collegabili fra loro, i punti di intreccio che vengono a galla sono più numerosi di quelli che una grossolana analisi farebbe affiorare. Inutile tentare di appiccicare delle etichette, o risulterebbero pruriginose come quelle della maglietta, ma volendo sintetizzare ai minimi termini, il punk ed il grunge sono stati prima di tutto due fenomeni sociali e culturali, degli stili di vita che scaraventandosi successivamente nella musica hanno trovato la loro sublime forma di realizzazione artistica.
Il punk è figlio della crisi economica che negli anni Settanta ridusse il Regno Unito in una stanca ed avvizzita (ex) Regina e passa dagli squatter, dall’emergenza alloggi poi divenuta occupazione alloggi, dal disagio di chi si vedeva oscurato il futuro tanto da non crederci più, in quel futuro, di fronte alla prima vera crisi del sistema capitalista dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma più che di crisi, il primo abbozzo del sistema occidentale di mostrarsi come realmente è, visto che di crisi vive. E vegeta. I diritti che in trent’anni erano stati acquisiti dalle masse popolari non andavano più bene al Potere, nella lapide del Welfare State capeggia la scritta “Nato e morto in Inghilterra”. Il punk è un movimento sottotraccia che emerge in tutto il suo sudiciume, è la sporca vita di marciapiede di chi vuole rimanere lercio vantandosi di esserlo, ostentandolo, è stato rabbia e desolazione, reazione e alienazione, protesta e apatia di chi voleva reagire a quel sistema ma che forse già sapeva che sarebbe stato comunque sopraffatto. La versione a stelle e strisce trova una situazione meno specifica rispetto a quella della perfida Albione ma anche in America nei Seventy l’aria era tutt’altro che salubre e nella terra dei sogni realizzabili non mancano mai situazioni di estremizzazione sociale, civile ed economica, allora, oggi e come sempre sarà. Dopo l’ascesa degli USA nel Novecento quale superpotenza mondiale, le prime crepe si vedono e si sentono, il Mondo scopre il vizietto della guerra facile degli eredi dei cow boy, d’altronde ognuno ha le proprie radici e la propria dottrina e loro hanno la guerra. Distanza oceanica, malesseri simili. Quindi, origini anglo-americane, tutte le successive tappe saranno ascrivibili prettamente alla fase musicale, compresa quella berlinese, che del punk è stato un centro nevralgico e che avrà un influsso anche a casa nostra. Il grunge vede la luce alla fine degli anni Ottanta, il decennio di Reagan e della Tatcher, i due sicari ingaggiati dal liberismo che riusciranno a creare i presupposti per l’esasperazione sociale. La patria è Seattle, città che vedrà successivamente nascere un altro movimento, quello dei NO Global, di cui il grunge può essere considerato una sorta di precursore. Più che musa ispiratrice, la città che ha dato i Natali a Jimi Hendrix era semplicemente un’inondazione di degrado ed eroina ed il grunge è stato un urlo di rabbia verso l’infinito, era la voglia di strappare e demolire i lustrini e le paillettes dei luccicanti Ottanta, di grattarli via con la trasandatezza di quei quattro stracci indossati su, con l’asprezza di chitarra-basso-batteria e di spararli via il più lontano possibile. Il grunge era una vomitata da sbornia di edonismo. Come nel punk la genesi è stata la protesta verso un Mondo che si era ulteriormente imbarbarito, un Mondo dove il neo-liberismo aveva iniziato a calare gli assi e si prestava a giocare impunemente a carte scoperte sicuro di vincere come solo il banco può permettersi. E come nel punk, l’aspetto grezzo era l’anteprima di cosa si sarebbe ascoltato. I pankettari classici, quelli che si rifacevano alla prima ora, megafoni del proprio rifiuto, sono sempre stati visti come rifiuti, le loro creste scatenavano più disgusto di quelle di certi rettili esotici, reietti erano all’inizio e reietti sono rimasti, l’icona di paria non se la sono tolta nemmeno quando il punk non era più così appestato ed in certe declinazioni più civili era quasi considerato intrigante; l’aspetto grunge ha invece attecchito e dilagato immediatamente nella cultura di massa, diventando moda ed estetica: le camice di flanella da boscaiolo comparivano anche nella versione fighetto dentro alle boutique, a prezzi ovviamente da boutique, lo stronzo opportunista che cavalcava l’onda o l’hipster ante-litteram vestivano grunge. Quello stile era diventato un codice, volevano quell’aspetto anche coloro che ignoravano completamente la suddetta fenomenologia, ma si erano accorti che se non si fossero vestiti in quel modo sarebbero stati loro ad essere ignorati. Chi nei primi anni Novanta era adolescente non può scordare nemmeno che si passò dalla maglietta stretta e fina ai maglioni di tre taglie più larghi, che ad immaginare tutto ci voleva altro che fervida immaginazione…Doveroso dettaglio ormonale. Fatto sta che probabilmente il grunge auto-implose nel momento della sua diffusione nel grande pubblico, non ci era abituato, era contro natura. La differenza sull’accoglienza “estetica” tra le due correnti è da ricercare con buona probabilità contestualizzando gli eventi: negli Ottanta era difficile accettare creste, capelli fluo e decadentismo se non da chi ci credeva veramente, invece con la crisi di identità dei primi Novanta un movimento minimalista come il grunge ha attratto tante persone che si sentivano smarrite e prosciugate dopo un decennio di vacuo fragore. Entrambi gli adepti erano animali metropolitani, creavano disordine affidandosi al loro disordine, un po’ irregolari, un po’ antagonisti, sfattoni e talvolta pure fattoni, con evidenti tracce di nichilismo, totalmente incuranti dell’apparenza da divenire dei noncuranti di professione, cercavano la distrazione con la distruzione, in comune c’erano ancora la giovane età dei partecipanti ed un atteggiamento che era ribelle e visionario, ma anche ingenuo, a tratti infantile. Così un vecchio adagio dell’ambiente “Non fidarsi mai di chi aderisce al punk oltre i trent’anni”. Anche la semantica ci viene in soccorso, non serve l’aiuto da casa: la parola punk significa materiale di qualità scadente, da due soldi, o anche feccia, nel gruppo da cui tutto partì, i Sex Pistols, il cantante John Lydon era Johnny Rotten (Rotten = marcio, da una battuta sull’aspetto dei suoi denti); il termine grunge inizialmente voleva solo dire sporcizia, porcheria, persona sgradevole e ripugnante. Nessuno nega che anche questi movimenti furono intercettati da abili menti commerciali – i già citati Pistols furono una geniale creazione di Malcom McLaren, a partire proprio dal look – ma ciò non intacca minimamente il fatto che la maggiore spinta propulsiva partì dalla strada, dai garage, come il vero underground dovrebbe essere.
Il punk è deflagrato nei Settanta e ha deflagrato i Settanta, che nel lato A del vinile si è trovato i fenomenali mostri sacri del rock e nelle ultime tracce del lato B questi parvenu della musica che rivendicavano il diritto a voler suonare senza (quasi) saper suonare. Talento poco, genialità tantissima. O forse è stato proprio il suggello finale di un decennio magico per la musica. Musicalmente il punk propriamente detto è durato due anni, forse tre, ma buona parte dei meravigliosi suoni degli anni Ottanta sono figli, nipoti e pronipoti suoi (chiamiamola la grande famiglia allargata del post punk e della new wave), le borchie e le catene hanno graffiato indelebilmente le sonorità di quegli anni fino a farli diventare cicatuaggio, cicatrice e tatuaggio. Ha più sottogeneri il punk che figli Garrincha, tutti con tratti somatici differenti e caratteristici, ma il progenitore è sempre uno e non serve nemmeno la prova del DNA. Il punk è una sorgente ormai invisibile da dove sono sgorgati tanti corsi d’acqua che a loro volta si sono diramati vorticosamente. Nato come rigurgito antiestetico, ha poi accolto i cupi pensieri, il mal di vivere e l’introspezione nel decennio sbagliato e a suon di evoluzioni (ma soprattutto involuzioni) una certa branca ha finito con l’essere oltremodo commerciale rinnegando le origini, per essere poi ucciso nel biennio ’86/’87 dall’hair metal quale musica mainstream di riferimento, eliminato a sua volta dopo pochi anni dal grunge, in uno strano gioco di vendette trasversali. E la seconda ondata punk vede la luce, guarda caso, proprio un minuto dopo il canto del cigno del grunge. Il grunge si rifà all’hard rock classico, ma senza una fonte di ispirazione univoca, la libertà per attingere ai più disparati generi è totale, purché siano rumorosi, col risultato che nella sua semplicità il grunge è quanto mai variegato, se ci basiamo solo sulla struttura musicale non sempre è facile annettere od escludere qualcuno dal panorama grunge. D’altronde tante band non si identificavano per prime con quella parola. Torna indietro portandosi decisamente avanti, ha mandato in pre-pensionamento diversi generi e ne ha condizionati di successivi, costringendo anche gli insospettabili ad adeguarsi a quel ciclone. E’ stato un massaggio cardiaco col defibrillatore al rock che rischiava di tirare le cuoia, perlomeno nella sua forma più pura. Mai vista tanta ruvidità, potenza che diventa violenza. Ed anche qui, una meteora: appena si è stati in grado di capire cosa stesse succedendo, proprio come sopra, ed eravamo già nel dopo. E ci siamo ancora. I generi rock seguenti sono tutti alloggiati in un motel dove lampeggia l’insegna Post Grunge, anche tutta l’apprezzabilissima scena alternativa e indipendente venuta dopo i ragazzi di Seattle non ha avuto il carisma del fratello maggiore per rendersi emancipata e si appoggia ancora a lui con riconoscenza. Il movimento grunge è degli anni Novanta ed E’ gli anni Novanta, li incarna perfettamente, forse è la sua colonna sonora più adatta per raccontarli. Già, i Novanta: passionali, fragili, illusori, effimeri, contradditori, travolgenti ma impotenti, intraprendenti a tanto così dall’esserci riusciti – ad invertire la rotta – colmi di speranza ma con tanti vuoti a rendere pieni di rimpianti e di qualche rimorso, finiti come tutti gli altri quando erano iniziati diversamente, una splendida incompiuta che genera affetto, nostalgia, amarezza e un finale sperato diverso. Da ambo le parti furono banditi i virtuosismi e le ricercatezze, la ridondanza venne ficcata nel più vicino bidone del rusco, i suoni rozzi, semplici – che tutti potessero suonarli era una balla che alimentava il mito e che tornerebbe comoda anche in questo articolo, ma come tutte le cose semplici ciò che ne è scaturito sono dei capolavori sempiterni.
Il punk ed il grunge sono durati il tempo di un fiammifero, hanno però acceso una pietra refrattaria eterna, volevano solo urlare che il presente gli faceva mediamente schifo, detestavano il futuro e come contrappasso tutto il loro post sembra destinato a vita imperitura, senza il minimo progetto e lo straccio di un manifesto ideologico sono diventati guida, riferimento e paradigma. Proponevano niente, spesso avevano un atteggiamento autolesionista e discutibile nei confronti della vita stessa, ma hanno avuto il coraggio di dire cosa non andava, che è ancora quello che non va – quella storia che la critica sì ma solo se è costruttiva è una baggianata per mantenere le rendite di posizione. Non hanno il rimpianto di aver taciuto o di essersi auto-censurati, e già questo rende un uomo libero, quindi sereno, forse felice. Non ambivano a cambiare nulla, figuriamoci il Mondo, e invece lo hanno fatto. Culturalmente, musicalmente ed umanamente.
Superclassifica Show
6 OttTempo fa un’amica di Facebok, di qualche anno più giovane di me, scrisse un post che recitava più o meno così “Ho scoperto di adorare i Pink Floyd, mi sono messa ad ascoltare la musica delle persone grandi!”
Sensazionalismo non pervenuto,ricerca di like assente, poca propaganda, tanta introspezione: insomma, apprezzai molto la riflessione – probabilmente per una convergenza di percorsi musicali – e con la curiosità di uno che intuiva ci sarebbe stato del materiale da sociologia spiccia, mi misi a scorrere i commenti.
Quello di leggere i commenti su Facebook, a prescindere da cosa verta la questione, è un attività che potremmo catalogare fra le antinomie: è oggettivamente tempo perso ma è altresì un termometro oltremodo preciso per misurare la deriva cognitivo comportamentale della società.
Messi davanti al più disparato argomento, o ad una semplice proposizione, la gente si comporta come nella vecchia pubblicità di una famosa merendina, dove al protagonista si chiudeva letteralmente la vista a causa della fame.
(Mi scuso per l’esempio d’antan ma non sono più un gran divoratore di televisione).
Qui la fame non c’entra – anzi, mangiamo pure troppo! – ma il tasso di lucidità e acume speso nei social raggiunge le stesse vette.
Cioè il rasoterra.
E per qualcuno i social e la vita reale sono due sinonimi, due ambienti talmente fungibili da risultare perfettamente sovrapponibili, dove però i primi hanno estirpato l’essenza della seconda insediando i propri tratti somatici e cancellando senza nessuna remora tutto ciò che non gli si confà.
Il social non riempie una parte della vita, il social ha invaso la vita, l’ha fagocitata, nessun prigioniero, tutti ostaggi.
E’ anche per questo che non tolgo certe amicizie su Facebook di persone che in comune con me hanno giusto il funzionamento dell’apparato respiratorio nonostante mi infastidiscano più del polline in un maggio ventoso: sì, perché passata l’iniziale rosga da compatimento e tirato quel paio di doverose bestemmie, costoro mi aggiornano su dove siamo arrivati in termini di massificazione, alienazione del pensiero e pigrizia mentale.
Sono pochi – devono essere pochi, pochissimi, ogni tanto il ripulisti su Facebook è un autentico salvavita – ma paradigmatici, la perfetta mimesi di una società liquida e rigida, libertaria eppure tanto opprimente, emancipata ma eterodiretta.
Il titolo di studio, le conoscenze, il background e la cultura, lo scibile, non c’entrano nulla, si tratta dell’atteggiamento scelto per stare al Mondo: darsi la possibilità di muovere testa e piedi come e dove vogliamo o farsi scavare una buchetta in apparenza comoda e pure coinvolgente su cui appoggiare il culo per poi non spostarlo più, ma credendo di poterlo fare.
Il commento che cercavo era un po’ nelle retrovie, ma c’era: inutilmente tronfio, arbitrario, grondante di superbia come solo un concetto decontestualizzato buttato lì alla cazzo di cane può essere.
Lo sconosciuto chiosava, pressappoco, un serafico “I migliori sono gli U2, nessuno è come loro”.
Ricordo che scossi ripetutamente il capo sorridendo amaramente, quasi volessi col movimento della testa cancellare quell’uscita, eliminarla, ripetendo un lavacro t’an po mia (non puoi mica in dialetto), ignorando ingenuamente che anche se ci fossi riuscito mille altri commenti simili avrebbero contemporaneamente invaso (e infestato) sterminate pagine del social più famoso al mondo.
Transitarono nella mia testa una raffica di considerazioni, mi sentivo come un tizio posizionato dietro un guard rail e loro (le considerazioni) sembravano tante auto che sfrecciavano una dietro l’altra a poca distanza da me, non faceva in tempo ad esaurirsi l’eco di una, che già appariva quella successiva in un ciclo continuo.
Di primo acchito pensai che a giocare coi Pink Floyd a chi ce l’ha più duro si rischia di uscire come uno che vuole sbancare il Casinò, o semplicemente è un atteggiamento che ricorda quel tale che voleva insegnare ai gatti a rampare.
Subito dopo immaginai di avere dinanzi a me l’uomo della sentenza, visto che la mia invettiva da tempo insisteva per fare conoscenza di tipi come lui.
Perché hai tirato fuori gli U2 – che qui si stava parlando di tutt’altro, della metamorfosi musicale di una ragazza al cospetto di una band che ha rivoluzionato la musica e a cui la Storia ha chiesto arrossata un autografo con dedica?
(Sia detto senza ambiguità, anche gli U2 hanno fatto cose pazzesche, poi, che io non riesca più ad ascoltare i loro lavori da un ventennio, un po’ per quello che producono, un po’ per quel filantropone del loro leader, rimane una questione fra me e me).
Non ce la fai a scrivere un commento su qualcosa che esuli dai tuoi idoli senza nominarli?
Se non ci sono i tuoi beniamini, non si può andare avanti?
Guarda che non ti è vietato apprezzare (giustamente) gli U2 assieme ad altri musicisti, e non per forza i Floyd – il proselitismo non mi ha mai arruolato tra le sue file – lungi da me giocare al purista, potresti amare allo strenuo anche Jem e le Holograms, i Righeira e Pietro Galassi e ti farebbe solo bene così avresti perlomeno allargato gli orizzonti, dove cazzo hai letto che si deve apprezzare un solo artista nella vita, nelle istruzioni di una crema rettale?
Non accontentandoti di professarlo, perché diffondi urbi et orbi il tuo fanatico monoteismo?
Abbandonalo e diventa un po’ più pagano!
Nel commento del tizio si fondevano tracce di tifo, egocentrismo, incasellamento, e di quel fenomeno che gli esperti del commerciale chiamano clusterizzazione, termine involontariamente onomatopeico, tant’è che a me ricorda la parola clistere.
Quel commento è il figlio unico del Tutto che deve seguire un format da approfondimento pay tv, o da sondaggio pagina Facebook.
Si deve stanare il tifoso, aizzarlo, trasformare a sua volta l’appassionato in tifoso e ricondurre tutti nell’architettura più controllabile e dal facile audience, ed ecco servita la stortura della classifica-mania.
Stuzzicare l’animosità ed il bisogno di idoli crea un esercito pugnace da dividere in fronde che garantisce cieca fedeltà, obbedienza ed esecuzione di lavori più o meno sporchi.
L’arte, lo spettacolo, lo sport – essenze di per sé libere ed incomprimibili – devono essere catalogate e declinate, quelli del marketing sono stati chiari.
Per ogni disciplina ci vuole la classifica generale, del momento, di tutti i tempi, divisa per decenni, poi di ogni categoria, ruolo e di genere.
Gustarsi lo spettacolo senza fare confronti e senza stilare classifiche a getto continuo appare ormai dissacrante, demodè, controfattuale, anche il lessico non prescinde da epiteti iperbolici che conducono ad una dimensione di perenne bombardamento mediatico (in nome dei like e dai followers) impregnata dei nuovi mali che ci stanno portando alla nevrosi: la competitività e la visibilità.
Siamo in gara, anche quando non lo sappiamo, e vogliamo che la nostra personale classifica primeggi su quella degli altri, non sappiamo più discutere senza che una flotta di graduatorie pronto uso ci appaia nel cervello alla stregua di un menu a tendina e friggiamo se gli altri non ne vengono a conoscenza.
Il commento è anche un pretesto per esternare, in quella che hanno spacciato essere una conversazione, le proprie convinzioni senza preoccuparsi minimamente che qualcun’altro possa partorire delle opinioni degne della nostra, una evidente sublimazione di onnipotenza, l’ostentazione di un’infingarda libertà di espressione che certifica la solitudine e l’isolamento delle comunità virtuali.
Assomiglia allo scambio di persona, si confonde la competenza con lo snocciolare inutili dati statistici, alla passione si preferiscono amenità imparate a memoria, la tecnica è sostituita dal bieco tifo, e come risultato si generano tanti Sapientino e si annientano altrettanti intenditori, perché agli occhi di uno sprovveduto, di un inesperto, o di un ragazzo, chi erige queste riverberanti classifiche sarà sempre uno da venerare ed imitare, lui detiene la clava di questa era geologica, e che sia un incompetente e spesso un idiota è un dettaglio che non passerà agli atti.
Perdiamo tempo a rincorrere improbabili duelli artefatti, a pensare in che posizione veleggia il nostro idolo, e ci perdiamo l’attimo, il momento, la gioia di ammirare un talento, la purezza di un gesto, la magia di una creazione, il sublime gusto della contemplazione.
Detestiamo il rivale inventato e ci perdiamo tutto di lui perché qualcuno lo ha messo alla nostra personale berlina.
Non solo: si disincentiva la ricerca di chi, in quella classifica occupa le posizioni di coda, o chi non ci metterà mai piede, ma qualcosa da farsi ammirare ce l’ha eccome, anche se non ha vinto, se non ha sbancato le classifiche o se non ha una collezione di Oscar in camera.
Per la serie Avere la possibilità di scoprire il globo e farsi rinchiudere in un anfratto.
Se la smettessimo con quelle classifiche saremmo tutti noi a balzare in vetta.
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