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Liberismo e barbarie

18 Mar

(Articolo scritto grazie al contributo di Daniele Cassinadri e Cristian Martinelli)

 

Solo gli occhi degli stolti e dei disinformati (tipologie che possono anche coincidere) non riescono a vedere che la situazione economica attuale è tutto fuorché casuale e che è possibile individuare le cause ed i rimedi, con la sola penitenza di essere riempiti di epiteti quali gufo, disfattista, populista, fino a terminare l’empia lista.
Ma quelli che non vogliono annegare nel mare magnum del pensiero unico e sentono di dover sfidarne le onde e le correnti, dovranno allargare gli orizzonti facendo propria la tesi per cui un fenomeno – anche questo, che è di stampo prettamente economico – non si può affrontare solo con argomentazioni ed approcci endogeni alla categoria.
Cercare un colpevole – e qui c’è, si chiama neo-liberismo con tutte le applicazioni al seguito – non dev’essere un alibi da tenere nel taschino pronto uso e non deve nemmeno esimerci da quelle attività tanto imprescindibili quanto faticose che sono l’autodiagnosi e l’osservazione attiva e critica di ciò che ci circonda.

E’ vero, un pezzetto alla volta ci stanno rubando il futuro, deflagrando i diritti che altri avevano ottenuto e riportando i rapporti di forza a livelli ottocenteschi (se non più addietro) ma di contraltare (e per una contraddizione insita nell’economia moderna) agli oppressi – che sono sfruttati, bistrattati, umiliati, derisi, calpestati e malpagati – manca uno spirito di sacrificio.
Non a tutti, non a tutti nello stesso modo, diciamo in media, più una certa deviazione standard.
E gli oppressi mica devono essere ricercati solo fra gli indigenti senza un tetto ed un lavoro, no signore, ma anche fra coloro che credono di aver migliorato la propria condizione, ma solo perché del loro praticello ammirano i fili d’erba, senza nemmeno alzare lo sguardo a vedere l’aria che li sovrasta di che colore è.
Gli oppressi siamo tanti e se, oniricamente, dipendesse solo dalla nostra volontà, dalla nostra abnegazione, dalla nostra disponibilità a rinunciare a qualcosa oggi con la certezza di costruire delle solide e durature basi per il domani, sapremmo uscire da questa palude e virare verso lidi più favorevoli?
Non ne sono così convinto.
Per diversi motivi.
Il primo: l’attuale architettura economica, dopo l’infatuazione del rodaggio e ed un senso iniziale di ebbra onnipotenza, porta alla disillusione, all’annientamento, all’alienazione, al nichilismo; sbattersi oggi (da dipendente, da artigiano, anche da imprenditore) ha qualcosa in comune con la fatica di Sisifo.
In quest’ingranaggio che si auto-genera e che non sembra ammettere granelli di sabbia al suo interno,un impegno indefesso può apparire a più d’uno come un assist al carnefice-capitale, che irrobustisce la fonte dei mali e lascia solo le briciole.
Si potrebbe controbattere articolando ragionevoli motivazioni, ma le istanze portate a corredo della loro idea non sarebbero da meno.
Si parte da un autodifesa, dal concetto di resilienza e resistenza ad un mostro economico, ma l’effetto collaterale è di perdere del mordente, quella spinta rutilante che aiuta a sverniciare i problemi, quel sano rimboccarsi le maniche spendibile in tutte le pieghe della vita.
Secondo motivo: avere vissuto l’adolescenza in anni comodi ha idealmente formato una bambagia fra noi ed il mondo, un cuscinetto che ha ammorbidito le sconnessioni, sì, ma anche il carattere.
Adesso ognuno di voi penserà ad uno o più comportamenti che lo esenti dall’ultima affermazione, ovviamente il culo se lo fanno in tanti, ma se i nostri genitori 50 anni fa fossero stati proiettati nei giorni giorni patirebbero meno la crisi e l’affronterebbero con un piglio differente, forse perché impermeabili alle trappole di oggi, loro che videro davvero la miseria.
Per non parlare se noi finissimo sparati dritti nel dopoguerra…
I nostri genitori, conoscendo di persona la fatica, hanno cercato di evitarcela sognando per noi lavori di concetto più che di braccia, amorevoli pensieri che sommati al contesto hanno generato in noi aspettative un pò pretenziose e quantomeno rigide.
Ci siamo adagiati sopra un sistema che non ci sta cullando.
Infine, c’è una fetta di gente che abbraccia un’intera generazione che ancora non si è ripresa dalla sbornia dell’epoca Jerry Calà (cit.), periodo che sarebbe stato ottimo come suppellettile ma che qualcuno ne ha fatto l’architrave della propria vita.
Se allora contestare quell’american way of life era arduo, oggi il bisogno di un ritorno alla sobrietà (o comunque ad una bramosia sostenibile) dovrebbe attecchire più facilmente, ma così non è, anche perché la potenza di fuoco di quell’apparato ha raggiunto nel frattempo livelli inverosimili.
Come tutti i monoteismi anche il consumismo con le sue sovrastrutture copre di opacità ciò che gli è avverso ed illumina con un irresistibile riverbero i precetti e le chiavi di volta per diffondere la propria dottrina.
Crea il bisogno inutile, rende improrogabile il superfluo ed essenziale l’apparenza, inculca il mantra del tutto e subito, mantiene una crescente tensione per evitare di programmare e progettare il futuro con raziocinio, incita a vivere come se non ci fosse domani, un’ottima scusa per gonfiare (oggi) la tasca di dietro del sistema dominante.
L’apparire sempre fighini e vincenti sta facendo perdere il senso della vergogna, o magari l’ha celata fra tatuaggi e taccate tamarre alla moda.
Proprio un esegeta di quel sistema affermò che non esistono pasti gratuiti, noi più che seguire guru di successo (quindi alla mercè del potere) o teorie riformiste (alla mercé pure loro) che di pasti ce ne vogliono vendere 10 al giorno, dovremmo riprendere qualche insegnamento della civiltà contadina e scoprire come delle ricette in apparenza inattuali non siano necessariamente scadute e che gli antidoti non sempre debbano essere prescritti, a volte è ammesso un salvifico fai da te.

No, non si tratta di cadere nella trappola ordo-liberista e calvinista di far sentire in colpa la vittima facendole credere che l’unica redenzione per un popolo dipinto come corrotto e prodigo di una nazione indebitata sia la cessione di sovranità e la sottomissione agli integerrimi tedeschi di Germania.
O si fa la fine dello schiavo che invoca la frusta.
Ma in quest’epoca subdola – dove l’opulenza si mischia al pauperismo e discernere l’una dall’altro è già di per sè una sfida – c’è bisogno che ognuno si riappropri con vigore di se stesso cacciando i troppi invasori che ci occupano alleandosi l’uno con l’altro.
Visto che ad essere nella medesima situazione siamo la maggioranza.

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7 Gen

In una città di oltre centomila anime due persone potrebbero non incontrarsi mai e rimanere perfette sconosciute.
Anche le loro idee potrebbero rimanere equidistanti.
Oppure no, potrebbero incrociarsi ed arrivare a sovrapporsi.
Per farlo avrebbero bisogno solo di un piccolo aiuto.
Ecco, magari l’astratto dovrebbe semplicemente avvicinarsi al concreto.

Tomas è un operaio, figlio di operai, e si definisce di destra.
Non che sia invischiato in faccende di partiti o manifestazioni, ma se lui andasse al potere (ognuno di noi è andato al potere almeno una volta nel proprio immaginario) saprebbe come dare una bella sistemata alla nazione.
Ci vuole più ordine in giro, cazzo.
Più rispetto delle regole, più pene per chi delinque.
E ognuno deve essere padrone di decidere a casa propria.
Questo pensa Tomas.
E tutti i torti forse non ce li ha.
Ma sarebbe troppo semplice se la questione si esaurisse lì.
Tomas è a conoscenza di qualche effetto collaterale del fascismo (qualcuno, perché oltre quel livello l’inibitore di onestà intellettuale che è in lui impedisce lo step successivo), ma almeno a quei tempi certi episodi non solo non capitavano, ma neanche se li immaginavano.
Così, per sintetizzare il Tomas-pensiero.
Ma Tomas non è un camerata didascalico intriso di fanatismo che va in pellegrinaggio a Predappio, assolutamente.
Gli piace divertirsi, conoscere gente nuova, fare le sue bisbocce, ama molto viaggiare Tomas ed è un tipo spontaneamente empatico.
Ma quando sente qualcuno che si confà a quei precetti lì sopra (e lui con l’occhio lungo scruta la situazione che invece c’è là fuori), beh, ne è attratto e senza conoscere i meccanismi dell’appartenenza intuisce che l’oratore ha toccato proprio le corde giuste.
E tutte in fila.
Sull’immigrazione Tomas è durissimo, pensa che sia la causa di tutti i problemi attuali anche se non ha mai provato veramente ad analizzare il fenomeno a fondo: perché esiste, chi la fomenta, che meccanismi vuole scatenare, che situazioni vuole scardinare, a chi giova.
Non gli serve, quando qualcuno dissente lui ha pronti i suoi personali casi di vita vissuta che corroborano la sua, di tesi.
Una prova provata di cui lui è il Pubblico Ministero, l’Avvocato ed il Giudice.

Pietro invece lavora in un’associazione di volontariato e tanto per formazione quanto per inclinazione si è sempre poggiato sulla tolleranza rigettando qualsiasi forma di xenofobia e discriminazione.
Si vivrebbe meglio se aprissimo le porte, i cuori e i portafogli ai più deboli e rispettassimo anche chi è diverso da noi.
Per sommi capi ecco un riassunto del suo credo.
Difficile contraddirlo.
Ma sarebbe troppo semplice se la questione si esaurisse lì.
Si è sempre immolato alla causa dei migranti perché ha identificato in loro la parte più vulnerabile e bistrattata della società.
Storia alla mano, dal colonialismo in poi, Pietro è convinto che la parte debole da tutelare siano loro.
Un anti-razzista militante, che ha analizzato e studiato il fenomeno a fondo.
Ma da un solo punto di vista che come una calamita gli ha condizionato la rotta.
Non sappiamo se Pietro, nella società globalizzata del Terzo millennio, abbia mai vagliato nuove ipotesi o esteso il suo pensiero.
Difficilmente ne avrà sentito il bisogno, lui crede di brandire convinzioni inoppugnabili.
E’ una persona brillante Pietro, di quelle che non sembrano avere nulla fuori posto.
Talmente corretto nelle risposte e nei comportamenti che a volte le sue stesse azioni paiono dover seguire un copione di buone maniere.
Fin da ragazzo ha avuto la strada spianata, lui il Mondo l’ha osservato sempre da una posizione propizia e vissuto con un atteggiamento irreprensibile.
Da quell’angolazione il suo logos si è compiaciuto, ha trovato conferme, si è auto-generato.
Mettere qualcosa in discussione in quel vellutato architrave è un’ipotesi da non contemplare anche per chi si dichiara un progressista (e tante altre cose).
O forse proprio perché si dichiara un progressista (e tante altre cose).
E a cambiare quel piedistallo quindi non ci ha mai pensato.
Lui no, ma siccome c’è chi può farlo per noi (e non avvisa e manco chiede un parere, figuriamoci un permesso) ecco che Pietro dopo il matrimonio – da cui ha recentemente avuto una bella bimba – si è dovuto trasferire in un altro quartiere.
Un pò la crisi economica, un pò la bolla immobiliare, un pò quel che volete voi ed ecco che quell’angolo di città si è trasformato in quelle che i telegiornali chiamano “zone difficili”.
Ma solo perché non possono (e neanche vogliono) definirle come “zone di merda”.
Perché tali sono: di tutto quello che può far precipitare la qualità della vita, lì statene certi che non manca (quasi) nulla.
Una sfavillante boutique del degrado perennemente aperta.
E che piaccia o no la differenza fra il prima ed il dopo si chiama immigrazione selvaggia.

Alla mensa dell’azienda di Tomas hanno assunto una ragazza marocchina.
Ci sono delle bellezze femminili volgari, altre ridondanti, eccessive, che urlano loro stesse finendo per imbruttirsi; la sua no, è di una finezza aulica che quando la incroci qualcosa viene sparigliato per il motivo opposto.
La tipa sa indossare la propria avvenenza, che potrebbe far osare di più, ma lei si affida al decoro e ad una semplicità che la rendono egualmente ineffabile, seppur lontana dai recenti canoni che hanno a paradigma veline&soubrette.
Non porta il burka, a differenza della madre che saltuariamente la viene ad accompagnare.
“Con tutti i disoccupati italiani che abbiamo c’era da prendere una marocchina.Avanti pure…”.
Ecco la prima, personale ed intima riflessione di Tomas su di lei.
Può darsi che pensi in particolare a sua cugina, a spasso da quattro lunghi anni nonostante la domanda l’abbia inoltrata anche lei, da un bel pò e non solo lì.
Ma la nuova arrivata inizia a conturbare Tomas.
Se ne sono accorti anche i suoi amici che subito lo sferzano tra conversioni all’Islam, pellegrinaggi a La Mecca e bambini di nome Mohamed ed Abdullah (ognuno ha il proprio modo di andare oltre).
Tomas, piccato quanto basta, se la prende in verità più con se stesso che con loro, perché il suo mansionario non prevede un’ipotesi così ignominiosa.
Tutti i giorni le scruta – quasi le analizza – il culo, e poi borbotta a bassa voce (ma cercando di farsi sentire) volgarità degne di un commilitone da film.
Tomas ha un solo obiettivo, scoparla, e parlando da solo ripete che la cosa deve finire lì, sia chiaro.
Sempre più concupito, dopo ogni apprezzamento fa partire regolarmente un insulto, acido come solo quelli gratuiti sanno essere.
“Andrebbe bene chiavata, la stronza!”
L’offesa serve a scaricare la colpa sulla ragazza.
La colpa di piacergli nonostante l’empio status di marocchina.
Capita quando una convinzione è talmente cementata nel cervello da respingere il ragionamento e i sentimenti.
Per attirare l’attenzione Tomas si traveste da moderato di ampie vedute, evita come uno slalomista certi argomenti spinosi (spinosi soprattutto per lui), il resto lo fa il suo bell’aspetto ed un savoir faire da vitellone (che succhia però dall’heritage di movimenti meno intransigenti rispetto a quelli portati a paradigma da Tomas).
Se qualcuno osservasse il susseguirsi dei suoi atteggiamenti potrebbe malignamente sferzare Tomas asserendo che la falsità e l’opportunismo non capeggiano solamente fra i venditori nei suk.
Tomas si atteggia da un personaggio di comodo che non c’è, ma quel gioco di ruoli, inizialmente mendace, inizia ad invischiarlo e a far diventare pruriginosi alcuni commenti (non certo illuminati) dei suoi compari.
Per la cronaca identici a quelli proferiti da Tomas fino a ieri l’altro.
Ma incontro dopo incontro il nostro deve recitare sempre meno perché sta bene con la ragazza, nessuno sobbalzerà dalla sedia sapendo che tra i due nasce una relazione.
Solo quando si riunisce al branco rimette in piedi il cerimoniale dell’uomo occidentale spietato che esce con la magrebina solo per castigarla: un pò per il gusto di zittire i petulanti amici un pò per far risalire le sue quotazioni nell’ambiente, ultimamente affievolite.
All’inizio è palesemente in imbarazzo solo quando incontra i suoi amici in compagnia di lei, combattuto fra la protezione (e l’attenzione) che un uomo deve riservare alla propria donna e l’iconografia duropurista da mantenere ed alimentare, ma non tarda molto a superare questi vetusti blocchi mentali.
L’amore può accecare ma anche aprire la mente più di un corso intensivo di filosofia alla Normale di Pisa.
Tomas per ovvie ragioni inizia a frequentare anche il fratello della tipa: personaggio edotto ma popolare, coinvolgente senza lambire la propaganda nonché abile oratore, astutamente gli fa annusare le affinità tra le due culture imperniate sul senso di appartenenza ed identità.
Ora l’animo di Tomas si è equiparato al suo comportamento, ma nella sua palingenesi non si è mica ritrovato boldriniano, o parleremmo di conversione e straniamento.
Semplicemente, alcuni dei suoi storici capisaldi adesso riesce serenamente a divulgarli alla morosa trovando peraltro diffuso consenso, ma quei pregiudizi avventati e quel partire dal risultato per poi costruirci sopra un pensiero (unico) li ha buttati nel cesso tirando anche l’acqua.
A quanto pare le qualità che esaltava come patrimonio dei nostrani fanno capolino anche ai nativi di altre latitudini.
Nel frattempo il Mondo non si è fermato per vedere la metamorfosi dell’ex intollerante Tomas e purtroppo non si è fermata nemmeno la malattia del padre.
Tomas non ha perso l’abitudine di trovare sempre un colpevole per tutto, solo che stavolta dargli torto è affar duro: il colpevole c’è e si chiama fabbrica.
Tra i parenti (non un infinità, ma nemmeno quattro gatti), tra gli ex colleghi (che sembravano così tanti) e tra la compagnia del bar (che si conferma una compagnia da bar) i più assidui assistenti al papà risultano i familiari della ragazza (marocchina).
Per Tomas è insieme una carezza – piacevole ed unica come solo quella che proviene dal tuo amore può essere – ed un sonoro cazzotto, un altro colpo da KO che rende parte delle sue preistoriche credenze più affossate che traballanti e lo costringe ulteriormente a quell’inutile, imprescindibile e devastante pratica dei rimorsi e dei “Se l’avessi capito prima”.
Attività oltremodo caustica, che permette finalmente a Tomas di leggere gli avvenimenti e non di subirli e che lo porta a modificare il tiro e a indirizzare il suo livore contro qualcosa che ancora non sa identificare, ma che lui intuisce essere il responsabile di questa guerra fra poveri, di cui l’immigrazione rappresenta l’artiglieria pesante.
Tomas vede ora l’immigrazione come il modo per rendere l’essere umano inerte e diluito e dannatamente manovrabile.
Oggi riguarda certe popolazioni, Tomas teme che a breve possa capitare alla sua.

Scippi, furti, risse, spaccio, sporcizia, aggressioni, stupri: l’inciviltà e la delinquenza hanno preso residenza nel quartiere assieme ai nuovi arrivati stranieri, e con esse la paura.
I nervi sono a fior di pelle: toccati da cotanta abiezione gli storici abitanti sono come bestie vessate nella loro tana che vorrebbero tanto mostrare i canini e la bava ma hanno ancora troppo da perdere.
E la situazione non fa che peggiorare.
Il focolare, la casa, il quartiere, non sono altro che proiezioni di ataviche esigenze del proprio io, che in queste abbiette condizioni viene minato.
Se c’è una cosa che manda in tilt è sentirsi impotenti nel proprio territorio, vederselo depredato, assistere al dissolvimento di quello che avevi prima sognato e poi (tutto od in parte) realizzato.
Pietro non si è mai sottratto a far la conoscenza di situazioni difficili, al contrario, ne è sempre stato attratto e ci ha condito la propria iconografia asserendo che tutti dovremmo vederle prima di giudicare.
Ma non ha mai sperato che sua figlia ci crescesse in mezzo.
Pietro non riesce a pronunciare ad alta voce (e nemmeno sussurrarlo alla coscienza) che un’immigrazione incontrollata procura sicuri disastri, per timore che quei pensieri sconfessino la dottrina a cui si è anchilosato.
Pietro ha paura di quella che ancora (per poco) giudica la suburra di ogni essere umano, lui che si sente ontologicamente differente da chi si accontenta di accusare il migrante solo perché differente.
All’evidenza cerca ancora di rispondere col ricettario dei buoni sentimenti.
Predica calma, vuole allontanare affrettati e facili giudizi viscerali che assomigliano a sentenze, in quella polveriera cerca di introdurre l’ingombrante parola comprensione, esorta a non abbandonarsi a biechi istinti e a non cadere nella facile trappola del razzismo.
Ma il primo destinatario della sua omelia è se stesso.
E come tanti, disattende quella predica.
Ricorda un alchimista a cui le formule, una ad una, si stanno pian piano ribellando.
Pietro dopo aver assistito a scene che mai lo avevano coinvolto direttamente (i racconti e le esperienze distaccate sono un altra cosa, diverso quando a testimoniare sono i tuoi occhi e a rimetterci tu ed i tuoi cari) inizia a fare conoscenza con una parte di se che non sapeva esistesse, o forse è quest’ultima che è voluta uscire stanca del soggiorno obbligato in mezzo a retorica, radicalismo chic, accoglienza tout court che hanno solo fortificato il sistema dominante.
Pietro è uno di quelli che aveva sempre tenuto i classici bei discorsi tondi e ragionevoli in cui l’antirazzismo oltranzista era pregno dello stesso peccato che voleva redimere.
E così il modello-Pietro, permeato con tutti i crismi dell’uguaglianza forzata e che pareva edificato con l’antisismica, inizia a sfogliarsi come un castello di sabbia asciugato dal sole.
Pietro impara che si può capire e condannare, essere comprensivi e duri, che la tolleranza contempla anche la fermezza e la critica, quando è proprio il contrario una sintomatologia del razzismo.
Pietro diventa portavoce della circoscrizione, deve andare in mezzo alla gente, a tutta, scopre che quella che una volta apostrofava come xenofobia oggi si può serenamente chiamare autodifesa, che la cattiveria è presente anche nel debole, nell’oppresso, nello sfruttato.
Essere deboli non esenta dall’essere stronzi.
Proprio approfittandosi dell’aurea di debolezza.
L’incedere degli eventi ha fatto da panno che ha tolto l’opacità dalle lenti con cui Pietro ha finora guardato la vita.
Pietro prende coscienza che se le leggi incentivano il crimine quel paese si trasforma in un ricettacolo di delinquenti e che ci sono persone che scelgono di andare proprio in quel paese per farsi beffa della (in)giustizia.
Ammette di essere stato manipolato, lui ed il suo atteggiamento, perché spesso il potere per raggiungere i suoi loschi obiettivi (che vanno sempre raggiunti) da abile parassita si serve dei buoni sentimenti, li sfrutta, li usa a mo di cavalli di Troia.
Pietro comprende altresì che per fare il bene (il bene di tutti, autoctoni ed immigrati) occorre anche il pugno duro e che in tutte le relazioni (o rapporti) i buoni devono essere in due, altrimenti meglio cambiare registro.

Se Tomas e la sua ragazza stiano ancora insieme non è dato a sapersi.
Il matrimonio, la abitudini quotidiane, la convivenza religiosa, l’educazione da dare ai figli: con due culture differenti possono essere ostacoli duri da superare.
Possono, ma non è detto che accada.
Non abbiamo notizie nemmeno dal quartiere di Pietro, e questo potrebbe essere anche un bene.
Forse.
No, Tomas e Pietro non si sono mai conosciuti.
Loro no, ma le loro idee si sono incrociate.
E quasi sovrapposte.

Racconto di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

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https://shiatsu77.me/2016/04/07/qualche-idiota-al-bar/

Piatto ricco mi ci ficco!

30 Nov

L’estrema provincia fa comodo all’evoluta ed emancipata città perché catalizza su di sé tutti gli stereotipi comportamentali che invece i cittadini proprio non possono (né devono) indossare, pur avendoli nell’armadio a far compagnia agli scheletri.
Cavalcando l’ignominioso provincialismo la città si lava la coscienza e trova un capro espiatorio quando invece dovrebbe specchiarsi per vedere se stessa in una declinazione solo meno numerosa.
Tante fenomenologie si rifanno ad un’unica matrice che cataloga, indirizza e divide le masse per mantenere se stessa.
Città; provincia; poco cambia e non fa eccezione il paese del nostro racconto, dove se volevi mettere i piedi sotto una tavola che non fosse quella di casa, la scelta cadeva su due ristoranti.
Il primo era quello storico, un po’ più grande, con qualche coperto in più e brandiva ancora lo scettro della categoria; il secondo, sorto in realtà poco dopo, lo insidiava da molto vicino e nel corso degli anni non erano mancati passaggi di consegne su chi dovesse rappresentare l’arte culinaria dei dintorni.
I frequentatori tenevano un approccio settario: chi mangiava nell’uno non metteva piede nell’altro.
Ognuno tesseva le lodi del proprio e soprattutto enfatizzava i difetti altrui.
Veri, presunti od inventati che fossero.
Detto da terzisti di comprovata fede, non si era mai mangiato benissimo nei due locali, perché se aspettate gli adepti quelli non ve lo diranno mai nemmeno sotto tortura a digiuno forzato.
Anzi, loro portavano avanti indefessi un’attività di propaganda in tutte le salse.
Compreso un Trip Advisor ante litteram.
La qualità, che nella sua interezza aveva fatto raramente visita nelle due cucine, stava ulteriormente scemando ma i commensali vedevano questa tendenza solo nel ristornate a loro inviso.
Ognuno criticava gli aficionados dell’altro, li derideva, li denigrava arrivando a partorire congetture e sillogismi da far impallidire la corrente conservatrice della Santa Inquisizione.
Agli astanti o a qualche anima ancora scevra dal fanatismo che si voleva addentrare nel ristorante nemico si paventava pessima cucina, locale sudicio, servizio squallido e pure il rischio di contrarre malattie infettive e veneree (nel dubbio meglio sempre esagerare).
Chiamiamolo manicheismo gastronomico.
Gli screzi non mancavano, i colpi bassi neppure.
Dove c’è fideismo c’è un cambio di casacca, tanto qualcuno o qualcosa da venerare lo si trova ovunque.
La scena si svolgeva così: il convertito – per scelta (quindi dietro pagamento) o per vocazione (quindi per tornaconto) – rinnegava ciò che lo aveva concupito fino al giorno prima e buttava anima e corpo nella nuova professione di fede.
Il nuovo arrivato era il vessillo da sventolare per vellicare il resto della truppa.
Anni fa nei due locali c’era una discreta scelta, perlomeno come numero di piatti, perché il sapore si rifaceva tutto ad un qualcosa di comune.
Ti sembrava di poter scegliere una pietanza sempre diversa, ma in fin dei conti mangiavi sempre la stessa roba o quasi.
Si stava meglio quando si stava peggio vale anche nel nostro paese di provincia ed ecco che la varietà delle due cucine – invero mai irreprensibile, lo avrete capito – registrò una frenata.
Come sempre i fedelissimi armati di forchetta stigmatizzavano le ristrettezze dei rivali, non di rado visitati con prezzolati clienti-spie.
Qualche temerario del libero pensiero, sottovoce anche con se stesso, rimpiangeva i tempi di dieci anni fa, tempo in cui rimpiangeva i dieci anni precedenti, ma proseguiva fieramente ad ingurgitare tutto quello che gli veniva propinato e i suoi pensieri così stupidamente corsari venivano immediatamente riassorbiti perché così si doveva fare.

Una spiegazione che avrebbe fatto ribellare anche Ken di Barbie, quindi nessuno di loro.
Improvviso come una nuova accisa sulla benzina, il menu del giorno coincideva col menu della settimana che proseguiva identico per tutto il mese.
Un mono-menu.
Già, perché il primo ristorante, in bella vista nella locandina, proponeva un piatto di merda.
Mentre il secondo ristorante rispondeva con un piatto di vomito.
chiosava inutilmente tronfio il cuoco della seconda trattoria.
facevano eco i titolari della prima trattoria con dosi di alterigia ben oltre i limiti del compatimento.
Ovunque si tentava la difesa tanto disperata quanto pacchiana del proprio menu con dei comizi vergognosamente ineffabili.
“Ragazzi il momento non è facile, ma non esiste niente di più sgradevole ed insopportabile del vomito, non oso im-maginare che sapore possa avere. È’ decisamente meglio un bel piatto di merda. Che è il risultato finale della dige-stione, ovvero un processo assolutamente naturale da cui noi ripartiamo.”
Specularmente nell’altro risto-horror qualcuno che aveva dimenticato il cervello da piccolo (e la dignità appena dopo) si barcamenava in tesi altrettanto ardite.

Lo straniamento del genere umano era diventato realtà perché nella folla di palati fini lo stupore durò lo spazio di un tentato ragionamento (praticamente è più lungo scriverlo), poi prevalse l’obbedienza che si confà ai servi.
Senza costrizioni, non occorrevano.
A vederli tutti adunati nella sala nessuno avrebbe detto cosa gli stessero servendo.
C’erano le tavolate delle grande occasioni (e la relativa smania di chi è ancora in fila), quel vociare in sottofondo, fastidioso ma gioiosamente rassicurante, il via vai di gente fra i tavoli.
Tutti indossavano la bramosia di chi sta per andare a mangiare da Bottura o comunque tenevano ben salda la convinzione di essere nel migliore dei ristoranti possibili.
Sembrava l’archetipo della perfetta serata gastronomica, era solo uno distorto ed angosciante simulacro.
L’odore delle pietanze era violentemente impregnato ovunque, nei mobili e nelle pareti, talmente forte che una persona normale l’avrebbe non solo sentito, ma anche visto.
Con le sembianze di uno spettro che raduna i disperati per il viaggio di sola andata.
Un tanfo così ripugnante si poteva trovare solo nelle favole sull’Inferno e sembrava il biglietto da visita della fine del Mondo.
Gli invitati per tutta risposta fremevano rutilanti sperando che la loro porzione fosse la più abbondante possibile.
Se avessimo bisogno di un’istantanea per descrivere l’assurdo, vedere dei cuochi e poi dei camerieri preparare e sballottare quelle schifezze sarebbe l’icona perfetta.
Appena le sostanze organiche venivano appoggiate sulla tavola i buontemponi impalavano rispettivamente merda e vomito al ritmo di una ruspa da cava.
Un brusio acciottolante, unito ai grugniti che produce una bestia affamata, tradivano la loro spontanea ingordigia.
Anziché bestemmiare, stramaledire l’Universo,menare qualcuno o sfasciare tutto, facevano la scarpetta in segno di gratitudine ed accondiscendenza, e nondimeno ordinavano solerti e quasi elettrici un altro piatto con ancora il contenuto in bocca.
Dalla voracità con la quale si introducevano quello che sappiamo, schizzavano nella faccia, nei capelli e sui vestiti (propri ed altrui) piccole manciate delle rivoltanti pietanze.
Un dettaglio che in altri contesti avrebbe procurato sicura onta, in quel girone dantesco nemmeno le più pignole dicevano bau.
E proprio vero che le persone si devono prendere per la gola, visto che anche i più inguaribili inappetenti si erano trasformati in convinti bulimici.
Solo i bambini, guidati dal loro salvifico istinto, si ribellavano come potevano, cioè piangendo e cacciando strazianti urla, coi genitori che non si capacitavano di una simile reazione ed arrivavano a redarguire, prima, e minacciare ed aggredire, dopo, i propri pargoli.
I bimbi ormai angosciati per l’apocalisse che avevano intorno e per la malvagia severità di mamma e papà ad un certo punto furono completamente ignorati dai genitori, che fra i propri figli e il menu scritto nella pietra avevano scelto quest’ultimo.
La merda ed il vomito come un uragano avevano invaso e sbriciolato quel poco di anima rimasta in ognuno dei convitati.
In maniera irreversibile, niente sarà più come prima.
In contemporanea dalle due rinomate trattorie si alzava lo stesso acuto commento “Tanto catastrofismo per nulla! Noi siamo fortunati a venire qui a mangiare…Fosse sempre così la crisi…”
Forse l’ideologia sazia lo stomaco, di certo (a)varia il gusto e guida le inermi masse, perché nei due ristornati non si facevano tanti coperti da quando l’economia tirava per davvero.
Il giorno che segue una baracca è sempre tempo di racconti epici, di momenti da immortalare e da rivivere, la gioia del ricordo si mischia alla malinconia e a qualche goliardica esagerazione.
“Alla fine ne ho mangiati sei di piatti…”
Nell’angolo più recondito della propria dignità si trovava il coraggio di schernire l’acerrimo nemico dai gusti culinari differenti aggiungendo all’inseparabile ortodossia un’inutile vanagloria “Guarda un mangiatore di merda! Il cesso è in fondo a destra!”
“Mi viene da vomitare! Così dopo puoi mettere qualcosa sotto i denti!”

L’aria del paese era satura di desolazione ma gli abitanti erano tutti eccitati per avere toccato il fondo.
Non ancora soddisfatti si misero a scavare.

Dopo vent’anni il candidato (ri)svolga la traccia

29 Ott

La situazione poteva apparire come un punto a favore di chi sostiene che abbiamo un destino.
Ma quelli dell’altra parte – fautori che ognuno di noi si crea il proprio – replicherebbero da par loro.
Ed entreremmo in una delle più classiche aporie.
Comunque sia, vent’anni, fa trovai sul banco della maturità questa traccia, che solo gli inviati del TG1 chiamano così, visto che per noi quello era IL TEMA di italiano:
“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” (C. Pavese).
Discutete e sviluppate con riflessioni personali il principio enunciato nel passo su riportato.

La scorsa del titolo mi riportò, ridanciano, al pomeriggio del giorno prima, quando Mauro Pigozzi attingendo alle fonti di quel che rimaneva del Kgb mi diede la soffiata che l’argomento del tema d’attualità sarebbe stato internet.
Con fare complice lo ringraziai sentitamente come si ringrazia un amico che pensa agli altri (lui è un companero coerente) ed anche se già allora il legame e la confidenza erano forti, attesi pudicamente di riattaccare la cornetta prima di esclamare tra me e me ad alta voce <Ah, internet!Ma che cazzo è poi ‘sto internet?>
E via di corsa in biblioteca, visto che internet non c’era ancora al Peep.
E nemmeno in centro.
(Domani quando sentirò Mauro gli chiederò chi fu quell’idiota che mise in giro la voce)
Pure a quell’età sentivo il bisogno di scrivere, solo che ancora non lo sapevo.
E quindi non lo facevo, se non in qualche forma embrionale.
Avevo già un rapporto sereno ed amichevole col concetto di passato, imperniato su atavici richiami che lo rendevano un habitué del mio giovane logos.
Senza forzature, era quella che si diceva una frequentazione spontanea.
Una, due, tre letture – che non si sa mai – ed una buona fetta di tensione decise di levarsi dal mio stomaco per fare spazio alla consapevolezza che avrei fatto un buon tema.
Perché un miglior titolo non poteva capitarmi.
E così fu.
Ma da un po’ mi balena l’idea di rifarlo, quel tema.
Come mi piacerebbe rileggere il mio.
Comunque, ecco qui.

In natura solo gli alberi con le radici solide e profonde, che si diramano il più possibile, possono crescere forti, rigogliosi ed indipendenti.
Ogni centimetro di terra conquistata è l’avvicinamento a qualcosa percepito come nettare vitale, un richiamo al centro della terra, all’origine della vita.
Ma anche questi alberi possono ammalarsi e soccombere, figuriamoci quelli con radici precarie o gli esili arbusti che di radici posseggono si e no un surrogato.
L’uomo è l’animale più intelligente ma anche quello dotato del più alto tasso di autolesionismo.
La sua principale forma di apprendimento è l’imitazione, che presuppone un qualcosa di preesistente.
Il passato è inciso nell’anima delle persone, e in maniera silenziosa come solo il divenire può essere, in parte è tramandato geneticamente e con chissà quali alchimie: certi comportamenti, archetipi, cliché e paure derivano da quel biologico e sofisticato passaparola sul quale poggia la macchina-uomo.
Le esperienze di ognuno sono parte stessa delle persone.
Ma non basta affidarsi al Dna e all’istinto.
Dobbiamo imparare a frequentare appieno questo archivio (che diventa ogni giorno più vasto, ricco ma anche dispersivo), guardare negli scaffali, scegliere i documenti più attinenti ed interpretarli.
Consci che questi documenti si presteranno a più versioni dello stesso esegeta senza che nessuno lanci accuse di ondivaghismo.
Il passato è un amico consigliere dotato di scarsa iniziativa, che fa sentire la propria opinione raramente.
Fa il prezioso, sa di esserlo, va interpellato con dedizione ed abnegazione e col rispetto un po’ ossequioso che meritano le cose dotte.
E’ il depositario di una materia intelligibile ma sovente si comporta come quel vecchio nonno che teneramente fa sempre la stessa giocata per permettere al nipotino di strozzargli il carico e renderlo più emancipato.
Peccato che il discente non di rado rimanga ignorante, inetto ed insipiente.
L’esplorazione e lo scandagliamento del passato rappresentano una spiritualità immanente per vivere la propria esistenza in prima persona e non per conto terzi.
Un uomo privo di storia vive a discapito di se stesso.
Lo Stato – in un insostenibile equilibrio fra irredentismo, autonomia ed atrocità- è la massima espressione del concetto di comunità, a sua volta proiezione dell’individuo.
La storia di uno Stato non si limita alla contemporaneità o ad un esiziale positivismo, quello che è successo prima ci condiziona perché ha plasmato una collettività.
Se uno Stato non fa i conti col proprio passato arriva il redde rationem, che oggi ha le vesti luccicanti dell’ultra liberismo.
Una foggia che cela comunque la solita falce portatrice di morte.
E’ più vitale fare i conti con il proprio passato che ignorarlo acriticamente.
Senza il caldo soffio di quel che fu, una comunità al massimo sopravvive, ma non tarda ad imboccare il cunicolo dello straniamento che la conduce all’oblio e all’assopimento.
La cancellazione del passato preclude il futuro, poiché chiude delle porte che getteranno ombre e faranno rimanere bui altri pertugi, altri passaggi.
Nei quali si inserirà perfidamente qualcun altro.
L’uomo ogni giorno si evolve e crea del passato, ma rischia di dimenticarselo.
Il corso d’acqua che ci ha levigato non deve sfociare nella consuetudine.
Non è un inno allo storicismo in sé e per sé o un capriccio da nostalgite: il passato non può essere il punto di arrivo ma un balsamico viatico per il domani.
Chi è fanatico della propria storia non sopporta le altre, chi una storia non ce l’ha non ne concepisce il mantenimento per nessuno.
La storia non è da inseguire, da mitizzare tout court, nemmeno da replicare, ma una sorta di pietra filosofale dalla quale attingere.
Il nostro paese è sempre rimasto in coda senza mai riuscirci e quando ha voluto recuperare schiacciando l’acceleratore sul fanatismo ha precluso per sempre la creazione di un senso di appartenenza nazionale.
L’Italia è un esempio didascalico di eredità perduta, un sinistro con concorso di colpa fra gli esperimenti della globalizzazione (che stanno tranciando una ad una tutte le incantevoli identità locali) e la cronica imbelle pavidità del suo popolo.
Ignorare la storia è stupido e pernicioso esattamente come farsela scippare.
Oggi la frase di Pavese suona ancora più cupa, un presagio della fase 2.0 del liberismo d’assalto iniziata negli anni Ottanta ed arrivata senza soluzione di continuità fino al terzo millennio digitale.
Quello che allora pareva un semplice monito dopo soli vent’anni echeggia come un disperato tentativo di salvataggio.
Che speriamo non si perda nel vuoto.
L’essere umano è stato livellato ad una sua invenzione,il computer:con un colpo di spugna si cancella il vecchio sistema operativo che deve durare al massimo un paio di stagioni e poi via col nuovo giro.
Parimenti, lo Stato è un concetto (grossomodo) settecentesco che qualcuno ha deciso di dismettere perché il Potere viene espletato meglio in altre forme, diciamo così, più globali.
Cancellare la storia è stato il refrain di uno dei romanzi distopici più visionari:si vuole combattere la storia perché chi guarda al passato assorbe una moltitudine di persone, esperienze, idee, luoghi e situazioni che porta dentro di sé, sprigionando una salvifica spinta vitale.
Ed è più facile attaccare un uomo solo che un simile condensato di vite.
Un tempo (e non serve scomodare i secoli scorsi) chi possedeva esperienza – logicamente le persone anziane – assurgeva ad oracolo ed era il custode di un prezioso tesoro che veniva tramandato quotidianamente coi rapporti personali.
La conoscenza del passato era sinonimo di saggezza e quindi di considerazione, mentre adesso è un inutile fardello che ostacola i piani modernisti e va derisa ed isolata per il suo odore popolare e stantio.
E’ molto più moderno il caotico isolamento da tecnologia, habitat ideale per bombardare l’inerme suddito di slogan inneggianti ad un futuro e ad oggetti che si esauriranno dopo poco perché di questo vive il nuovo capitalismo.
Sono i neologismi dell’esistenza.
Ci fosse stato il vaticinato tema su internet – in quel giugno targato 1996 – sarebbe stato un inquietante passaggio di consegne.
Oramai sono in troppi a credere che la vita sia lì, nella Rete, con tutto a portata di click dove internet incarna i nuovi crismi della sacralità:profeta, tavola e verbo.
Anche la Trinità passa alla connessione multimediale.

Siamo perché eravamo.
Come eravamo, per essere ancora.
Il passato per costruire il futuro.
La vecchiaia che galvanizza la gioventù.
Nutrirsi della storia per mantenere e creare.
I paradossi e le dicotomie di cui è costellata la vita ci aiutano a svelarla.

E state

22 Set

Finalmente siamo in estate!

Oddio, lo dice il calendario, perché c’è ancora un aria…

Quante cose che voglio fare quest’estate, me le ero anche segante da qualche parte.

Dobbiamo poi fare quella cosa là, ma abbiamo tempo tutta l’estate…

Anche quest’estate non siamo riusciti a fare quella cosa là.

Un tale dice che fa troppo caldo.

Un tale dice che fa troppo freddo.

Diversi tali hanno rotto i coglioni.

Senza un tormentone musicale non è estate.

Ripensando a certi tormentoni musicali si comprende il motivo dei cambiamenti climatici.

Dell’estate ci hanno fregato le vacanze scolastiche.

Anche perché non ritornano più.

D’estate i sogni costano meno.

D’autunno i prezzi ritornano standard.

L’estate è la stagione delle persone solari.

Devono ancora inventare la stagione per il resto dell’umanità.

In estate non si ha troppa voglia di pensare e d’impegnarsi.

Nelle altre stagioni invece meno.

In estate si scarica la repressione di un intero anno.

I gavettoni forse no, ma tante altre cose si possono fare anche a gennaio, febbraio, marzo…

Da ragazzi in estate si cresce di più.

Da adulti in estate cresce il tamarrismo.

D’estate è bello stare all’aria aperta.

Chi d’estate sta in casa ha qualcosa da nascondere.

In casa, ovviamente.

L’estate è giovane, spensierata e diventa illusoria e civettuola con chi programma troppo.

Beh, un pò anche con gli altri.

Le tue estati le ricordi quasi tutte.

L’estate è una tipa che ti frega sempre.

Ma non vedi l’ora di farti rifregare.

L’estate è la stagione dei piedi scalzi.

E purtroppo anche la stagione delle infradito.

In estate vorremmo fare tutto.

Ma in estate anche l’ozio è stimolante.

D’estate perdiamo il nostro atavico pudore della nudità.

Un senso del pudore che dovrebbe invece rimanere a quelli inondati di tatuaggi.

L’estate è stare in compagnia.

Ma se uno è inculento, lo è anche d’estate.

Si può amare l’estate ed anche l’inverno.

Se qualcuno invece ama la nebbia regalategli un trattamento a base di lobotomia transorbitale.

Se inizi ad odiare l’estate ti stai spegnendo.

D’estate è superbo farsi i cazzi propri.

Anche nelle altre tre stagioni è superbo farsi i cazzi propri.

L’estate dura poco, ma ti ci abitui dal giorno prima.

L’estate è così bella che c’è chi va in crisi prima che finisca.

Cazzo, già dura così poco e te la accorci da solo?

C’è anche chi la vive tanto intensamente e senza respiro che si accorge solo dopo che è finita.

E va ancora più in crisi.

L’estate è bioenergetica.

D’estate i sentimenti sono più viscerali.

Le promesse invece sono più flebili.

Chi parla solo di estati passate non si accorge di quella che sta vivendo.

D’estate torniamo un pò tribali.

Magnifica l’estate, ma se fosse sempre estate perderebbe la sua essenza.

L’estate deve finire per poterne desiderare un’altra.

L’estate più bella è quella che deve ancora venire.

La prossima estate…

Tuc i temp i venne basta star

17 Set

Tuc i temp i venne basta star è un proverbio montanaro che si può tradurre in .
Ogni volta che lo sentivo (cioè spesso) mi suonava un po’ antipatico nel suo malcelato essere rivelatore e cercavo di sfidarlo.
Di provocarlo.
Di evocarlo per poi scimmiottarlo.
Era una stecca passata da tanti palmi di mano e in quel momento era brandita dalla mamma e dal papà (che adoravo allora come oggi) e anche se allora non lo ammettevo a me stesso neanche sotto tortura, in cuor mio sapevo che un giorno sarebbe toccato a me pronunciarlo.
Ma vedevo quel giorno distante e facevo carte false per allontanarlo il più possibile.
Nonostante chi lo proferiva fosse guida ed affetto insieme, nello stesso istante si tingeva di vecchio e si costellava di una pruriginosa saggezza che infastidiva un po’ il giovanissimo dirimpettaio.
Ma a quell’età è doveroso comportarsi così.
Quando cioè l’immaturità vuoi tapparla con pesanti dosi di manicheismo, o forse è proprio quell’acerbo manicheismo che rivela l’immaturità.
Invece oggi, in questa età di mezzo, la stessa strofa assume una valenza diversa.
Sgomberiamo il campo da equivoci, il significato di Tuc i temp i venne basta star non è da confondere con il messianismo e l’afflizione presenti in quasi tutte le escatologie.
Con quel detto non si attende nessun giudizio universale, non si invoca nessuna giustizia divina e nondimeno non si esorta alcun atteggiamento remissivo.
Con quelle cagate lì il vecchio adagio non ha niente da spartire.
Il nostro è un proverbio che attenua la paura del divenire e lenisce certi suoi effetti.
Ci invita a prepararci alla sorpresa.
Annuncia un cambiamento, senza apporre la data.
Ciò che un giorno credevamo impossibile, od inaccettabile, potrebbe, col dovuto tempo, diventare quotidiano.
Di questo ci informa, se vogliamo in maniera aspra.
Se fosse un saggio di filosofia si intitolerebbe “Della consapevolezza” e sarebbe intriso di una genuina immanenza spirituale.
È una frase che ci rende edotti che dell’albero non si muoveranno solo i rami e le foglie ma anche le radici.
Ci rivela che l’elasticità può essere più forte della rigidità, a volte.
Simboleggia l’autodiagnosi, è un inno al tutto scorre.
Ci aiuta ad elaborare che il fiume nel quale ci bagniamo non può farlo per sempre.
Quell’acqua che ci ha cullato, rinfrescato, nutrito e divertito non può più cullarci, rinfrescarci, nutrirci e divertirci come prima.
Noi stessi cerchiamo un altra corrente.
Cambiamo noi e cambia l’acqua.
Si muta.
E ci si evolve.
Sta a noi decidere in quale modalità.
Qualche botta in faccia, svariate cicatrici nell’anima (che al variare del tempo lanciano delle carognose fitte) e un tasso di disillusione in perenne crescita.
Ma anche valorizzare ciò che davvero conta, senza più la titubanza di eliminare gli inutili orpelli ed avendo esaurito il bisogno di farsi accettare.
Guidati dalla stima e dal rispetto di se stessi, e di conseguenza di chi amiamo.
Supportati da un coraggio che ha terminato la propria crescita.
Si inizia così a prendere la vita per le corna, consci che i colpi di coda si ripresenteranno in tutta la loro stronzaggine.
Non vuol affatto dire aver perso la spensieratezza, perché ci sono tre modi diversi di crescere ed uno solo prevede anche d’invecchiare.
A tanto può arrivare quella multiforme e longeva frase, se bene interpretata.
In cambio chiede di essere curiosi di se stessi.
Di essere il confidente, di se stessi.
Di essere bramosi di stupirsi nuovamente, ma senza l’obbligo di doverlo fare.
Basta non confondere la coerenza con l’inflessibilità, ma nemmeno buttarsi nel cambiamento ad ogni tirata di vento.

Se allora l’aforisma aveva un sapore stantio oggi è gradito al palato e giù fino in fondo, lo si può pronunciare ma anche serenamente subire da perenni discenti della vita quali siamo.
Ma con uno spirito diverso da allora.
Perché Tuc i temp i venne basta star.

Ti tirano le pietre

30 Ago

Tempi duri per le teste pensanti.
Per ogni idea c’è un epiteto pronto uso.

Affermi che l’unico modo per salvarsi sia cambiare sistema economico.
Sei un comunista.

Ribadisci che occorra riprendersi la sovranità politica ed economica.
Sei un fascista.

Sostieni che ci siano dei servizi che devono rimanere in mano allo Stato.
Sei uno stalinista.

Mostri le assurdità del progetto europeo.
Sei un nazionalista.

Ti rifai ad un socialismo senza le derive fucsia e riformiste.
Sei un rossobruno.

Elenchi i danni creati dal capitalismo d’assalto e dal liberismo sfrenato.
Sei un populista.

Assorbi e discerni valori ed idee ma senza appoggiare le intere ideologie
Sei un incoerente.

Esigi rispetto per l’essere umano.
Sei un buonista.

Esigi rispetto per le regole.
Sei uno sbirro.

Pensi che al Mondo le persone non siano tutte uguali.
Sei un classista.

Pensi che tutti abbiano gli stessi diritti.
Sei un sognatore.

Critichi una donna per comportamenti od inadeguatezza.
Sei un sessista.

Sei favorevole al matrimonio fra omosessuali.
Sei contronatura.

Sei contrario alle adozioni gay.
Sei un omofobo.

Reputi la globalizzazione un male assoluto.
Sei un antimodernista.

Inviti a sostenere le economie locali.
Sei un autarchico.

Racconti le nefandezze dell’Occidente.
Sei un terzomondista.

Metti in guardia dai pericoli della mondializzazione.
Sei uno xenofobo.

Denunci l’immigrazione gestita in questo modo.
Sei un retrogrado.

Stigmatizzi i comportamenti di certi immigrati.
Sei un razzista.

Stigmatizzi i comportamenti di certi italiani.
Sei un moralista.

Cerchi la spiritualità al di fuori della religione.
Sei un indegno.

Stai attento a non farti incasellare.
Sei un bastian contrario.

Dici sempre la tua opinione.
Sei un polemico.

Non ti muore niente in bocca.
Sei aggressivo.

Eviti di discutere con gli idioti.
Sei un illiberale.

Accusi il popolo di essere complice dei propri carnefici.
Sei un antidemocratico.

Non rinunci mai alla profondità.
Sei pesante.

Non rinunci mai all’ironia.
Sei uno sciocco

Unisci il serio col faceto ed hai una mente poliedrica e proteiforme.
Sei bipolare.

Capti i segnali ed intuisci le situazioni e gli avvenimenti.
Sei un pessimista.

Chiami le cose col loro nome.
Sei un estremista.

Respingi il politicamente corretto e la retorica.
Sei un sovversivo.

Ti opponi alle riforme in nome del libero mercato.
Sei un reazionario.

Spieghi l’importanza della spesa pubblica.
Sei uno sprecone assistenzialista.

Cerchi altre vie rispetto alle due che ti propongono.
Sei un rivoluzionario.

Filtri e nel caso rigetti le inutili mode ed i comportamenti indotti.
Sei uno snob.

Vuoi porre un freno a quest’eccesso di competizione.
Sei arrendevole.

Senti il bisogno salvifico di incazzarti.
Sei iracondo.

Poni al centro l’essere umano.
Sei delicato.

Sono molte le persone che non sopporti.
Sei un misantropo.

Metti in guardia dai finti eroi.
Sei un qualunquista.

Guardi alla storia per capire il futuro.
Sei un nostalgico.

Non ti fai contagiare dal buonismo e dal perbenismo.
Sei un insensibile.

Non ti stanchi di scavare dentro te stesso.
Sei complicato.

Desideri sempre andare oltre.
Sei astratto.

Fai notare che la soluzione spesso c’è, solo non si vuole applicare.
Sei semplicistico.

Esprimi la tua paura nel voler cercare la crescita economica ad ogni costo.
Sei un catastrofista.

Sostieni che la tecnologia abbia creato un pericoloso cortocircuito.
Sei anacronistico.

Asserisci che la scienza oltre un certo limite debba fermarsi.
Sei un oscurantista.

Inneggi alla rivoluzione culturale e al libero pensiero.
Sei un velleitario.

Credi che l’educazione ed il rispetto vadano meritati.
Sei autoreferenziale.

Basterebbe poco per migliorare tante situazioni.
Sei un utopista.

Ti guardi intorno e capisci che tante situazioni non miglioreranno.
Sei un disfattista.

Sveli i meccanismi che si ripetono nel determinare tanti eventi.
Sei un dietrologo.

Ti opponi a ciò che propinano come ineluttabile.
Sei un illuso.

Identifichi tu le priorità senza fartele dettare.
Sei un egoista.

Sì, lo so, alla lunga può risultare un pò logorante.
Ma pure stimolante, visti i dirimpettai.
A me viene così naturale…
E poi non mi sembra il caso di dargliela vinta.
Non so voi.

Aridi diluvi

21 Lug

Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07 a Roma il mio amico Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana recensendo (ma a suo modo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un countdown che è diventato un crescendo rossiniano (nonché la progenitrice della pagina Ricete musicali, sempre su Facebook).
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Risultato possibile solo quando la passione incontra sulla sua strada il talento.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Ecco il suo post per il brano Lost in the flood.

Eccone un’altra che andrebbe ascoltata ad un volume illegale.
Soprattutto in questa versione live che amo.
A dimostrazione che la capacità evocativa non è un muscolo da allenare e migliorare, questo pezzo è del primo album.
Lost in the flood. 1973.
Dove il diluvio in cui ti perdi ti fa perdere la direzione, e fai fatica a capire come potrai uscirne.
Il nostro, apparentemente, svolge il suo porco compito di storyteller, con tre storie intrecciate. Solo apparentemente.
Il pezzo in realtà è forse uno dei più simbolici dell’intera discografia.
Il soldato è uno straccione, altro che un eroe, e torna a casa dalla guerra come un fuggiasco. E come un fuggiasco l’ambiente che trova al suo ritorno è ostile, quasi lo rigetta. Immagini iconoclaste si alternano, forse sono solo nella testa del reduce, che dopo il fango della guerra, trova lo stesso humus anche a casa.
Anzi, peggio. Non è fango, sono sabbie mobili. La sensazione di smarrimento deriva dalla guerra o dal tuo ritorno a casa?
Il ragazzo patriottico alla guida di una Chevy si crede destinato alla gloria, ma più avanti sulla strada incontra un temporale.
E le macchie sull’asfalto non sono benzina, sono sangue. Ma davvero è stato il temporale, o il ragazzo si è smarrito nell’ALTRO diluvio?
E i tossici impegnati in una sparatoria cosa diavolo credevano di fare? E il fighetto che vive la scena come uno spettacolo?
Altre vittime del diluvio, probabilmente.
Quello stesso diluvio, che, biblicamente, lava i peccati, stermina per ricostruire, in questo totem di canzone zeppa di richiami cattolici, diventa quasi l’opposto. Presa di coscienza della realtà, disillusione, rassegnazione.
Credo che ognuno potrebbe perdersi, dentro al diluvio.
Non si tratta di perdonare ogni comportamento.
Solo di cercare di comprenderlo, e ammettere che in altre circostanze forse noi stessi saremmo stati dall’altra parte.
In fondo, credo che il nostro, come vedremo anche più avanti, ce lo dica spesso.
-14

Nel Mondo starà anche cambiando il clima ma i diluvi di cui parla Imerio sono un fenomeno che non conosce sosta.
A pensarci bene in questi diluvi uno dei rischi più grossi è l’indifferenza.
Non per lo sventurato protagonista (termine quanto mai inappropriato ed irrispettoso, ma efficace) che per qualcuno è la vittima e per qualcun’altro è il carnefice.
No, loro un perbenista, un bacchettone, un moralista, ma anche un oratore od un poeta lo trovano da fargli da megafono.
Da grancassa di risonanza.
Per metterlo sul patibolo, o per mitizzarlo.
No, io mi riferisco alle vittime inconsapevoli, a quelle ancora più occasionali.
I parenti, gli amici, i colleghi del lavoro, gli abitanti di un quartiere, i vicini di casa od anche dei perfetti sconosciuti che gli eventi hanno spinto nel girone dantesco a loro insaputa.
Ma a loro insaputa veramente.
Sono quelli dei danni collaterali, e non se li caga proprio nessuno.
Poco (o per niente) maledetti nella loro grigia fatalità per attirare gli araldi dei borderline&disperati ma anche troppo marginali (e passivi) per prendersi rimbrotti o strali dei puritani.
Spiacenti, siete poco iconografici e fareste poco audience!
Anche i media hanno altri a cui pensare.
Forse la sofferenza della vita, l’ineluttabile destino dei tanti (troppi) sono proprio loro.
Ai margini dei margini, a cui il destino ha riservato il ruolo della comparsa anche in una situazione di merda.

E’ vero, la vita spesso si traveste da croupier nell’assegnare i due colori della roulette.
E lì sono il caso e la probabilità che fanno accomodare la pallina nell’anello giusto o in quello sbagliato.
Questione di fortuna invece, se guardiamo all’altra parte del banco.
E l’anello giusto e quello sbagliato sono lì vicini, uno attaccato all’altro.
Si guardano, si conoscono, condividono la stessa parete.
La distanza fra il sereno ed il diluvio è la stessa che c’è tra un anello rosso ed uno nero.
Ma occorre dire che quando ci tocca prendere il colore nero non tutti reagiamo allo stesso modo.
I ciechi di Saramago insegnano.
Ed è proprio nelle tragedie che assume un particolare risalto la dignità.
Quando tutto porterebbe a calpestarla.
Non mi sento di condannare chi fatica a perdonare, prima di tacciarli di ignominia bisognerebbe conoscere le loro storie.
Le avversità, contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, non favoriscono la comprensione.
Inaridiscono l’uomo.
Lo portano a prosciugarsi e ad augurare agli altri le loro stesse pene.
Le sofferenze anziché unire il genere umano lo dividono, creando – se reiterate – impulsi egoisti, aggressivi e nichilisti.
C’è poi gente che i diluvi li cerca o comunque li attira.
Lo fanno per una tara genetica, per un atavico mostro che si portano dentro, perché l’altra strada è piena di buche e perché loro hanno l’alibi di essere degli sventurati marchiati a fuoco, e allora tanto vale.
Si parla invece poco di quelli che i diluvi li hanno sfiorati, magari ne sono stati attratti anche loro ma hanno trovato chissà dove la forza per non esserne fagocitati.
Probabilmente una spinta salvifica in se stessi scavando in anfratti di cui anche la propria anima ignorava l’esistenza
Non sono mai entrati in quello strato di terra che precede il niente e che rispetto a quest’ultimo è ancor più abbietto.
Non ometto che alcuni di quelli che si sono salvati possano aver avuto quel culo che altri non hanno trovato, o sono stati proprio degli altri a portarli in salvo.
Lo so, lo so.
Lo so benissimo che si rischia di entrare in un’aporia.
Conosco Imerio Bolognini solo dal 1988.
Semplificando, lui è più comprensivo di me, è più tollerante di me, anche se puntualizza sempre (orgoglioso) che questo non gli impedisce di odiare un sacco di persone.
Ma tante.
Abbiamo invero lo stesso mezzo (la sensibilità) e la stessa meta (andare oltre) anche se a volte lui mi dà l’impressione che perda la strada principale per intrufolarsi in secondarie vie di periferia che considera larghe come un’autostrada.
Il bello è che Ime potrebbe dire la stessa cosa di me.

Nessuno lo ammetterà mai, ma temo che ognuno di noi nell’essere comprensivo abbia la propria play list, i propri generi preferiti.
La comprensione è manipolabile.
E’ umorale.
E civettuola e ruffiana.
A lei piace far bella mostra di sé quando ci riteniamo la parte lesa.
Quando cioè in quel diluvio ci siamo decisamente dentro fino al collo.
Oppure quando siamo totalmente estranei dai fatti.
Quando nel diluvio, ergo nei casini, ci sono altri e noi siamo sul divano.
Comodo il divano.
Ma a volte occorre contestualizzare e discernere il dettaglio dall’insieme ed evitare atteggiamenti aprioristici.
Il rischio altrimenti è declinare sempre ad un livello superiore le responsabilità senza mai stigmatizzare nulla, creando un pericoloso corto circuito dove tutto alla fine è giustificabile ed inoppugnabile.
Un’alienazione.
La comprensione non è la sola qualità da richiedere ad una coscienza.
O diventa un mero esercizio di auto assoluzione.
Detesto i comprensivi urbi et orbi di professione, che cercano solo di lustrarsi il corpo e disincrostarsi l’anima bella che non hanno (l’anima, intendo).
Se ne servono, della comprensione,e vivono dei diluvi degli altri perché sono dei parassiti dell’umanità.
Ed invece la comprensione e l’indulgenza vanno centellinate, quasi fossero un distillato magico che se prodotto in gran quantità perde la propria valenza.
Fattispecie, quest’ultima, da evitare come la peste.

Dedicato a te/4

12 Lug

(Dedicato a te è un periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare, gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori)

Compaiono appena dopo la morte, come gli avvoltoi.
Se ne servono, della morte.
Per riabilitarli tutti, quei morti.
Tutti.
Anche quelli che bisognerebbe stramaledire per l’eternità.
Sui deceduti anziché un lenzuolo bianco stendono una coltre di falsità, formalismi, buone maniere (quindi tutto fuorché buone) e banalità.
Loro non perdono tempo e leccano il culo quando è ancora caldo.

Non è vero che tutti devono essere lodati ed incensati: il rispetto e la stima vanno meritati.
Finché si è vivi.
E quando si muore non c’è un libera tutti che apre i cancelli dei finti sentimenti.
Loro invece lo fanno perché sperano di ricevere lo stesso trattamento dopo il trapasso (si chiama coda di paglia).
Lo fanno per continuare a comportarsi così.
Lo fanno per riabilitarsi pure loro, in anticipo ed in modo autoreferenziale.
Forse sarà per l’abitudine all’ipocrisia, o forse perché riabilitando gli altri credono di ripulire la propria coscienza incrostata, oppure per mostrare l’anima bella che non hanno, o anche perché durante un lutto il conformismo e le buone maniere pagano i punti doppi nella raccolta che a loro interessa.
Certo è che alla morte di qualcuno c’è una bella processione di cazzate, retorica e melassa.
Fingono di elargire rispetto, in realtà tracimano un capzioso ossequio.
Avendole imparate a memoria oramai ci credono anche loro alle giaculatorie che recitano, sempre più noiose, sempre più prevedibili, sempre più meschine.
Sono presenti in folte schiere fra persone influenti e di successo, fra politici, prelati, pennivendoli, semplici lacchè o aspiranti ancelle ed è un atteggiamento tanto spontaneo quanto indispensabile per la loro carriera.
Ma il fenomeno è endemico, esteso anche all’inosservata situazione della vulgata.
Sì, d’accordo, il cattolicesimo ci ha messo lo zampino con tutte quelle afflizioni e quei sensi di colpa che generano le religioni.
Come non è solo coccodrillite, è peggio.

La pietà per i morti è una cagata pazzesca, se uno in vita è stato uno stronzo non lo eleva certo la sua morte.
La morte in questo caso è solo da ringraziare di avercelo tolto dai coglioni, anche se spesso in ritardo.
La storia è un magnifico cammino costellato però di tante trappole, alcune messe proprio da questi mistificatori della realtà, da questi inventori di personaggi, da questi illusionisti di professione.
Un atteggiamento, il loro, che si può catalogare impunemente nel folto raccoglitore delle manipolazioni.
Possono anche a fare di peggio, i nostri prezzolati dell’epitaffio.
Quando, nella loro liturgia della menzogna, infangano uno spirito libero (o un fine e coraggioso pensatore, o qualcuno fuori dal coro e non allineato), riducendolo ad un personaggio leggermente sopra le righe.
Quasi caricaturale.
Un guascone, un burbero, un introverso.
Uno con un brutto carattere.
Ecco, se il defunto era veramente un ribelle antagonista o uno scomodo dissidente allora con la vigliacca locuzione “qualcuno sostiene che…” insinuano il dubbio della semi infermità mentale o della personalità problematica.
Parola d’ordine: renderlo un reietto e sconfessarlo, screditarlo.
Lui, il suo pensiero e chi gli stava vicino.
Diversamente – e deve farci capire quanto siano subdoli e viscidi – possono raccontare solo le virgole dell’esistenza del defunto, per deviare la sua immagine fino a farla accomodare nella scuderia giusta, quella che fa loro comodo o quella di cui loro sono a libro paga (e le due cose spesso coincidono).
Così da farlo rivoltare nella tomba per l’eternità, quel morto.
Oppure, sempre se fa comodo, col megafono della litania riescono a far diventare nazionalpopolare anche chi di piacere a tutti non gliene fregava di meno e faceva di tutto per provocare e dividere.
Eh, sono fatti così: col loro inesauribile opportunismo, si riempiono la bocca e si lustrano le mostrine con l’effigie del morto che magari li ha contestati fino al giorno prima.
Ma a loro non interessa, mica hanno il fardello della coscienza e dell’orgoglio.
Cazzo gliene frega, a loro!
Al cospetto di questo atteggiamento l’odio è un sentimento molto più nobile, spontaneo, non è artefatto, non ha secondi fini, non è il simulacro della bontà.
I bambini, avendo l’animo ancora refrattario a queste pantomime e il lobo frontale scarico di esperienze, gli direbbero
Il l’ho aggiunto io perché mi andava, non sgridate i bambini.
Dai piccoli mali – piccoli si fa per dire – nascono quelli grandi: il buonismo è il vestito della festa dei malvagi, un cavallo di troia, diffuso ma ancora efficace, per scardinare e circuire.

Per cui, quando capiterà a loro, non dovremo contraddirci.
Non ci sarà da comporre nessuna agiografia, ma solo la loro merdografia.

Qualche idiota al bar

7 Apr

È specialmente al pomeriggio che il bar della piazzetta vorrebbe rinnegare se stesso ed obiettare contro troppi invasori che calcano il suo pavimento, attorcigliano il pensiero e lo fanno evaporare in una nube di fumo.
Che strano, la coscienza che sembra aver abbandonato il genere umano pare ancora pulsare in alcuni luoghi toccati un tempo dalla partecipazione.
Non sappiamo bene perché Roberto fosse lì quel giorno alle tre e mezza.
Non lo sapeva probabilmente nemmeno lui, sempre più astante senza un perché, che pure in quel bar aveva lasciato un pezzo d’anima, parecchi stipendi e quasi tutta la dotazione di illusioni.
Ma non c’è cosa che appaia più distante che un ricordo svuotato del suo senso.

Accompagnato dalla sua perenne espressione tra il baldanzoso e l’incazzato e col suo inseparabile piumino blu smanicato, entrò nel bar il Picchio.
Come un rabdomante di notizie si diresse subito dalla parata di quotidiani in cerca di un casus belli che in realtà possedeva già.
Ma la cerimonia richiedeva questo passaggio, oramai lo aveva capito pure Ettore, non certo il più ineffabile dei baristi.
Terrorismo, immigrazione, furti, rapine: il terreno era fertile, l’abbrivio non si fece attendere.

I dieci cadaveri ambulanti – inopportunamente scambiati per clienti – in un sussulto improvviso annuirono in maniera sincronizzata, raggiungendo così l’acme della loro vitalità.
Roberto, anche per punire loro, intervenne.

in un tono che di amichevole non aveva nulla.

– indicando Ettore che stava asciugando lo stesso bicchiere da cinque minuti.

e anche la sua vena del collo rischiava di finire male viste le dimensioni che aveva assunto.

chiosò più rubicondo che mai.

sentenziò oltremodo soddisfatto e sollevato.
<Premesso che con sta cosa dello Zio mi avete infiato i maroni – al massimo sarò Zio vostro – comunque, ai tempi del ventennio tu saresti stato uno dei primi a prendere delle legnate.Fra le 420 colpe del fascismo c’è quella di aver incistato negli italiani la tara genetica di adulare il più arrogante che spara le stronzate più grosse, compie le peggiori angherie distogliendo dalla realtà i suoi servi.E poi ricordati che c’è sempre qualcuno più fascista di te.>

E mentre il barista, col suo sorriso sempre ebete ma perlomeno più consapevole, ripensava alle risposte di Roberto, il Picchio aveva accusato il colpo, ma come insegnavano i suoi maestri quando uno è alle corde occorre buttarla in caciara.
Congedò la folla – che si era irrimediabilmente perduta tempo prima alle parola alibi – con un nugolo di massime per le grandi occasioni, indubbiamente personali e nondimeno sentite, ma pur sempre delle emerite stronzate.

Puntuale nel suo fancazzismo giornaliero (pure retribuito, malignava qualcuno) fece la sua comparsa Fabio N., l’estremista dei riformisti, il conformista degli anticonformisti, un progressista che riusciva a riabilitare certi reazionari.
Anzi, tutta la categoria.
Col Picchio s’incrociò quasi sulla porta del bar per un breve ma intenso trust di cervelli.
Fu una sorta di staffetta fra due esegeti del Pensiero Unico, fra due poli opposti che non si attraggono ma che sono simbioticamente sorretti dal potere dominante.
E viceversa.
Niente favelle, solo un pit stop di sguardi coi sottotitoli dei reciproci auguri (di morte).
Fabio N. portava una barba inutilmente lunga, teneva sottobraccio una simil-rivista che sarebbe stata inadatta anche come carta igienica e brandiva un vinile, colonna sonora del suo bisogno di sublimare cultura.
Le mode lui le aveva sempre (in)seguite.
Anche il frigo tatuato Heineken stava facendo il conto alla rovescia alla sua intemerata.
E Fabio N. lo tolse subito dagli impicci.
<Il nostro Fuhrer di provincia ha lanciato l’ennesimo allarme immigrati?>
I presenti, anche se erano quei presenti di prima, speravano che a prendere la parola fosse una persona sola.
Roberto non lo guardò neanche in faccia, fece finta di continuare a leggere il giornale che naturalmente si guardava ben di leggere.

<Se hai sentito odore di xenofobia e discriminazione probabilmente ti sei annusato da solo, visto che non compatisci le persone comuni, quelle semplici, specie se italiani, perché quelli non ti fanno curriculum.>

“Tu stai dalla parte del potere , che si serve di loro. Invece dalla parte dei più deboli ci stai a targhe alterne e quando ti fa comodo, ti commuovi solo se la storia parte dall’estero, se il poveraccio è italiano diventi insensibile.
E poi, tu che Parli di diritti?Ti dimentichi di uno dei diritti inalienabili dell’uomo: il diritto a vivere nella propria terra e a scegliere liberamente dove andare.Prova a leggere qualcosa di qualche attivista africano anziché quei delinquenti travestiti da intellettuali filantropi.
Ma a te che te fotte se con questo sincretismo forzato si crea il caos, se l’immigrato perde ulteriormente dignità ed al locale precipitano le condizioni di vita…A te interessava passare da intellettuale cosmopolita.>

<Sì, bravo, comincia con le tue supercazzole sul mondo multietnico, l’unico argomento per mostrare la tua presunta cultura e apertura mentale.
Peccato che l’autoritarismo di oggi si chiami globalizzazione, e tu sei un suo servo, più o meno consapevole.
L’immigrato a te va bene per una mostra fotografica, per la cena etnica a base di spezie e boku boku, per la poesia che manco capisci al circolo letterario ma che fa tanto internazionale, va bene se l’immigrato è uno pseudo artista con la tunaca – d’altronde voi siete degli pseudo intellettuali – l’importante è che l’immigrato vero, quello di strada, quello con tanti problemi, non si avvicini ai vostri attici, non sbecchi le vostre flutes piene di bollicine, non venga a vendere nelle vostre spiagge , nelle spiagge dove vanno tutti sì, che non danno fastidio, nelle vostre no, lì stonerebbero.>

<Ma chi ha detto di costruire muri?Ti è partito lo slogan sbagliato, forse devi cambiare le pile.
Il problema non sono le frontiere aperte, ben vengano quelle, ma le migrazioni economiche, persone che girano come trottole al pari delle merci e dei capitali.Alla fine per te merci e persone meritano lo stesso rispetto.>

<A forza di dare dei fascisti a tutti avete sminuito il termine anti-fascista, anche perché il fascismo attuale ti sogni bene di combatterlo.
Se c’è un fascista quello si tu, visto che ti sei appropriato dell’esclusiva della democrazia e pontifichi dall’alto di una superiorità morale e intellettuale che non riesco a vedere nemmeno con un microscopio e visto che appoggi il fascismo attuale, quello della globalizzazione e del mercato.
Vedi, i razzisti sono quelli come te e come quella testa di cazzo in cui ti sei imbattuto entrando qui, lui sfrutta gli immigrati per mostrarsi macho e forte , tu per farti bello e buono, voi siete le due facce, da culo, della stessa medaglia, infatti appoggiate lo stesso sistema.
E siccome tu sei il simulacro dell’impegno sociale, della tolleranza , della libertà e della coesione, sei doppiamente un figlio di puttana.>

Fabio N., intriso com’era di protagonismo, non seppe rinunciare ad un’uscita di scena tanto ampollosa quanto patetica.
Quasi un condensato della propria vita.
Il barman invece sembrava quasi ringalluzzito.
Ovviamente non era vero, ma in questo suo tentativo di parossismo chiese a Roberto, sicuro di coglierlo in castagna

Quel giorno il bar si era proprio divertito.