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E state

22 Set

Finalmente siamo in estate!

Oddio, lo dice il calendario, perché c’è ancora un aria…

Quante cose che voglio fare quest’estate, me le ero anche segante da qualche parte.

Dobbiamo poi fare quella cosa là, ma abbiamo tempo tutta l’estate…

Anche quest’estate non siamo riusciti a fare quella cosa là.

Un tale dice che fa troppo caldo.

Un tale dice che fa troppo freddo.

Diversi tali hanno rotto i coglioni.

Senza un tormentone musicale non è estate.

Ripensando a certi tormentoni musicali si comprende il motivo dei cambiamenti climatici.

Dell’estate ci hanno fregato le vacanze scolastiche.

Anche perché non ritornano più.

D’estate i sogni costano meno.

D’autunno i prezzi ritornano standard.

L’estate è la stagione delle persone solari.

Devono ancora inventare la stagione per il resto dell’umanità.

In estate non si ha troppa voglia di pensare e d’impegnarsi.

Nelle altre stagioni invece meno.

In estate si scarica la repressione di un intero anno.

I gavettoni forse no, ma tante altre cose si possono fare anche a gennaio, febbraio, marzo…

Da ragazzi in estate si cresce di più.

Da adulti in estate cresce il tamarrismo.

D’estate è bello stare all’aria aperta.

Chi d’estate sta in casa ha qualcosa da nascondere.

In casa, ovviamente.

L’estate è giovane, spensierata e diventa illusoria e civettuola con chi programma troppo.

Beh, un pò anche con gli altri.

Le tue estati le ricordi quasi tutte.

L’estate è una tipa che ti frega sempre.

Ma non vedi l’ora di farti rifregare.

L’estate è la stagione dei piedi scalzi.

E purtroppo anche la stagione delle infradito.

In estate vorremmo fare tutto.

Ma in estate anche l’ozio è stimolante.

D’estate perdiamo il nostro atavico pudore della nudità.

Un senso del pudore che dovrebbe invece rimanere a quelli inondati di tatuaggi.

L’estate è stare in compagnia.

Ma se uno è inculento, lo è anche d’estate.

Si può amare l’estate ed anche l’inverno.

Se qualcuno invece ama la nebbia regalategli un trattamento a base di lobotomia transorbitale.

Se inizi ad odiare l’estate ti stai spegnendo.

D’estate è superbo farsi i cazzi propri.

Anche nelle altre tre stagioni è superbo farsi i cazzi propri.

L’estate dura poco, ma ti ci abitui dal giorno prima.

L’estate è così bella che c’è chi va in crisi prima che finisca.

Cazzo, già dura così poco e te la accorci da solo?

C’è anche chi la vive tanto intensamente e senza respiro che si accorge solo dopo che è finita.

E va ancora più in crisi.

L’estate è bioenergetica.

D’estate i sentimenti sono più viscerali.

Le promesse invece sono più flebili.

Chi parla solo di estati passate non si accorge di quella che sta vivendo.

D’estate torniamo un pò tribali.

Magnifica l’estate, ma se fosse sempre estate perderebbe la sua essenza.

L’estate deve finire per poterne desiderare un’altra.

L’estate più bella è quella che deve ancora venire.

La prossima estate…

Tuc i temp i venne basta star

17 Set

Tuc i temp i venne basta star è un proverbio montanaro che si può tradurre in .
Ogni volta che lo sentivo (cioè spesso) mi suonava un po’ antipatico nel suo malcelato essere rivelatore e cercavo di sfidarlo.
Di provocarlo.
Di evocarlo per poi scimmiottarlo.
Era una stecca passata da tanti palmi di mano e in quel momento era brandita dalla mamma e dal papà (che adoravo allora come oggi) e anche se allora non lo ammettevo a me stesso neanche sotto tortura, in cuor mio sapevo che un giorno sarebbe toccato a me pronunciarlo.
Ma vedevo quel giorno distante e facevo carte false per allontanarlo il più possibile.
Nonostante chi lo proferiva fosse guida ed affetto insieme, nello stesso istante si tingeva di vecchio e si costellava di una pruriginosa saggezza che infastidiva un po’ il giovanissimo dirimpettaio.
Ma a quell’età è doveroso comportarsi così.
Quando cioè l’immaturità vuoi tapparla con pesanti dosi di manicheismo, o forse è proprio quell’acerbo manicheismo che rivela l’immaturità.
Invece oggi, in questa età di mezzo, la stessa strofa assume una valenza diversa.
Sgomberiamo il campo da equivoci, il significato di Tuc i temp i venne basta star non è da confondere con il messianismo e l’afflizione presenti in quasi tutte le escatologie.
Con quel detto non si attende nessun giudizio universale, non si invoca nessuna giustizia divina e nondimeno non si esorta alcun atteggiamento remissivo.
Con quelle cagate lì il vecchio adagio non ha niente da spartire.
Il nostro è un proverbio che attenua la paura del divenire e lenisce certi suoi effetti.
Ci invita a prepararci alla sorpresa.
Annuncia un cambiamento, senza apporre la data.
Ciò che un giorno credevamo impossibile, od inaccettabile, potrebbe, col dovuto tempo, diventare quotidiano.
Di questo ci informa, se vogliamo in maniera aspra.
Se fosse un saggio di filosofia si intitolerebbe “Della consapevolezza” e sarebbe intriso di una genuina immanenza spirituale.
È una frase che ci rende edotti che dell’albero non si muoveranno solo i rami e le foglie ma anche le radici.
Ci rivela che l’elasticità può essere più forte della rigidità, a volte.
Simboleggia l’autodiagnosi, è un inno al tutto scorre.
Ci aiuta ad elaborare che il fiume nel quale ci bagniamo non può farlo per sempre.
Quell’acqua che ci ha cullato, rinfrescato, nutrito e divertito non può più cullarci, rinfrescarci, nutrirci e divertirci come prima.
Noi stessi cerchiamo un altra corrente.
Cambiamo noi e cambia l’acqua.
Si muta.
E ci si evolve.
Sta a noi decidere in quale modalità.
Qualche botta in faccia, svariate cicatrici nell’anima (che al variare del tempo lanciano delle carognose fitte) e un tasso di disillusione in perenne crescita.
Ma anche valorizzare ciò che davvero conta, senza più la titubanza di eliminare gli inutili orpelli ed avendo esaurito il bisogno di farsi accettare.
Guidati dalla stima e dal rispetto di se stessi, e di conseguenza di chi amiamo.
Supportati da un coraggio che ha terminato la propria crescita.
Si inizia così a prendere la vita per le corna, consci che i colpi di coda si ripresenteranno in tutta la loro stronzaggine.
Non vuol affatto dire aver perso la spensieratezza, perché ci sono tre modi diversi di crescere ed uno solo prevede anche d’invecchiare.
A tanto può arrivare quella multiforme e longeva frase, se bene interpretata.
In cambio chiede di essere curiosi di se stessi.
Di essere il confidente, di se stessi.
Di essere bramosi di stupirsi nuovamente, ma senza l’obbligo di doverlo fare.
Basta non confondere la coerenza con l’inflessibilità, ma nemmeno buttarsi nel cambiamento ad ogni tirata di vento.

Se allora l’aforisma aveva un sapore stantio oggi è gradito al palato e giù fino in fondo, lo si può pronunciare ma anche serenamente subire da perenni discenti della vita quali siamo.
Ma con uno spirito diverso da allora.
Perché Tuc i temp i venne basta star.

Ti tirano le pietre

30 Ago

Tempi duri per le teste pensanti.
Per ogni idea c’è un epiteto pronto uso.

Affermi che l’unico modo per salvarsi sia cambiare sistema economico.
Sei un comunista.

Ribadisci che occorra riprendersi la sovranità politica ed economica.
Sei un fascista.

Sostieni che ci siano dei servizi che devono rimanere in mano allo Stato.
Sei uno stalinista.

Mostri le assurdità del progetto europeo.
Sei un nazionalista.

Ti rifai ad un socialismo senza le derive fucsia e riformiste.
Sei un rossobruno.

Elenchi i danni creati dal capitalismo d’assalto e dal liberismo sfrenato.
Sei un populista.

Assorbi e discerni valori ed idee ma senza appoggiare le intere ideologie
Sei un incoerente.

Esigi rispetto per l’essere umano.
Sei un buonista.

Esigi rispetto per le regole.
Sei uno sbirro.

Pensi che al Mondo le persone non siano tutte uguali.
Sei un classista.

Pensi che tutti abbiano gli stessi diritti.
Sei un sognatore.

Critichi una donna per comportamenti od inadeguatezza.
Sei un sessista.

Sei favorevole al matrimonio fra omosessuali.
Sei contronatura.

Sei contrario alle adozioni gay.
Sei un omofobo.

Reputi la globalizzazione un male assoluto.
Sei un antimodernista.

Inviti a sostenere le economie locali.
Sei un autarchico.

Racconti le nefandezze dell’Occidente.
Sei un terzomondista.

Metti in guardia dai pericoli della mondializzazione.
Sei uno xenofobo.

Denunci l’immigrazione gestita in questo modo.
Sei un retrogrado.

Stigmatizzi i comportamenti di certi immigrati.
Sei un razzista.

Stigmatizzi i comportamenti di certi italiani.
Sei un moralista.

Cerchi la spiritualità al di fuori della religione.
Sei un indegno.

Stai attento a non farti incasellare.
Sei un bastian contrario.

Dici sempre la tua opinione.
Sei un polemico.

Non ti muore niente in bocca.
Sei aggressivo.

Eviti di discutere con gli idioti.
Sei un illiberale.

Accusi il popolo di essere complice dei propri carnefici.
Sei un antidemocratico.

Non rinunci mai alla profondità.
Sei pesante.

Non rinunci mai all’ironia.
Sei uno sciocco

Unisci il serio col faceto ed hai una mente poliedrica e proteiforme.
Sei bipolare.

Capti i segnali ed intuisci le situazioni e gli avvenimenti.
Sei un pessimista.

Chiami le cose col loro nome.
Sei un estremista.

Respingi il politicamente corretto e la retorica.
Sei un sovversivo.

Ti opponi alle riforme in nome del libero mercato.
Sei un reazionario.

Spieghi l’importanza della spesa pubblica.
Sei uno sprecone assistenzialista.

Cerchi altre vie rispetto alle due che ti propongono.
Sei un rivoluzionario.

Filtri e nel caso rigetti le inutili mode ed i comportamenti indotti.
Sei uno snob.

Vuoi porre un freno a quest’eccesso di competizione.
Sei arrendevole.

Senti il bisogno salvifico di incazzarti.
Sei iracondo.

Poni al centro l’essere umano.
Sei delicato.

Sono molte le persone che non sopporti.
Sei un misantropo.

Metti in guardia dai finti eroi.
Sei un qualunquista.

Guardi alla storia per capire il futuro.
Sei un nostalgico.

Non ti fai contagiare dal buonismo e dal perbenismo.
Sei un insensibile.

Non ti stanchi di scavare dentro te stesso.
Sei complicato.

Desideri sempre andare oltre.
Sei astratto.

Fai notare che la soluzione spesso c’è, solo non si vuole applicare.
Sei semplicistico.

Esprimi la tua paura nel voler cercare la crescita economica ad ogni costo.
Sei un catastrofista.

Sostieni che la tecnologia abbia creato un pericoloso cortocircuito.
Sei anacronistico.

Asserisci che la scienza oltre un certo limite debba fermarsi.
Sei un oscurantista.

Inneggi alla rivoluzione culturale e al libero pensiero.
Sei un velleitario.

Credi che l’educazione ed il rispetto vadano meritati.
Sei autoreferenziale.

Basterebbe poco per migliorare tante situazioni.
Sei un utopista.

Ti guardi intorno e capisci che tante situazioni non miglioreranno.
Sei un disfattista.

Sveli i meccanismi che si ripetono nel determinare tanti eventi.
Sei un dietrologo.

Ti opponi a ciò che propinano come ineluttabile.
Sei un illuso.

Identifichi tu le priorità senza fartele dettare.
Sei un egoista.

Sì, lo so, alla lunga può risultare un pò logorante.
Ma pure stimolante, visti i dirimpettai.
A me viene così naturale…
E poi non mi sembra il caso di dargliela vinta.
Non so voi.

Aridi diluvi

21 Lug

Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07 a Roma il mio amico Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana recensendo (ma a suo modo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un countdown che è diventato un crescendo rossiniano (nonché la progenitrice della pagina Ricete musicali, sempre su Facebook).
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Risultato possibile solo quando la passione incontra sulla sua strada il talento.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Ecco il suo post per il brano Lost in the flood.

Eccone un’altra che andrebbe ascoltata ad un volume illegale.
Soprattutto in questa versione live che amo.
A dimostrazione che la capacità evocativa non è un muscolo da allenare e migliorare, questo pezzo è del primo album.
Lost in the flood. 1973.
Dove il diluvio in cui ti perdi ti fa perdere la direzione, e fai fatica a capire come potrai uscirne.
Il nostro, apparentemente, svolge il suo porco compito di storyteller, con tre storie intrecciate. Solo apparentemente.
Il pezzo in realtà è forse uno dei più simbolici dell’intera discografia.
Il soldato è uno straccione, altro che un eroe, e torna a casa dalla guerra come un fuggiasco. E come un fuggiasco l’ambiente che trova al suo ritorno è ostile, quasi lo rigetta. Immagini iconoclaste si alternano, forse sono solo nella testa del reduce, che dopo il fango della guerra, trova lo stesso humus anche a casa.
Anzi, peggio. Non è fango, sono sabbie mobili. La sensazione di smarrimento deriva dalla guerra o dal tuo ritorno a casa?
Il ragazzo patriottico alla guida di una Chevy si crede destinato alla gloria, ma più avanti sulla strada incontra un temporale.
E le macchie sull’asfalto non sono benzina, sono sangue. Ma davvero è stato il temporale, o il ragazzo si è smarrito nell’ALTRO diluvio?
E i tossici impegnati in una sparatoria cosa diavolo credevano di fare? E il fighetto che vive la scena come uno spettacolo?
Altre vittime del diluvio, probabilmente.
Quello stesso diluvio, che, biblicamente, lava i peccati, stermina per ricostruire, in questo totem di canzone zeppa di richiami cattolici, diventa quasi l’opposto. Presa di coscienza della realtà, disillusione, rassegnazione.
Credo che ognuno potrebbe perdersi, dentro al diluvio.
Non si tratta di perdonare ogni comportamento.
Solo di cercare di comprenderlo, e ammettere che in altre circostanze forse noi stessi saremmo stati dall’altra parte.
In fondo, credo che il nostro, come vedremo anche più avanti, ce lo dica spesso.
-14

Nel Mondo starà anche cambiando il clima ma i diluvi di cui parla Imerio sono un fenomeno che non conosce sosta.
A pensarci bene in questi diluvi uno dei rischi più grossi è l’indifferenza.
Non per lo sventurato protagonista (termine quanto mai inappropriato ed irrispettoso, ma efficace) che per qualcuno è la vittima e per qualcun’altro è il carnefice.
No, loro un perbenista, un bacchettone, un moralista, ma anche un oratore od un poeta lo trovano da fargli da megafono.
Da grancassa di risonanza.
Per metterlo sul patibolo, o per mitizzarlo.
No, io mi riferisco alle vittime inconsapevoli, a quelle ancora più occasionali.
I parenti, gli amici, i colleghi del lavoro, gli abitanti di un quartiere, i vicini di casa od anche dei perfetti sconosciuti che gli eventi hanno spinto nel girone dantesco a loro insaputa.
Ma a loro insaputa veramente.
Sono quelli dei danni collaterali, e non se li caga proprio nessuno.
Poco (o per niente) maledetti nella loro grigia fatalità per attirare gli araldi dei borderline&disperati ma anche troppo marginali (e passivi) per prendersi rimbrotti o strali dei puritani.
Spiacenti, siete poco iconografici e fareste poco audience!
Anche i media hanno altri a cui pensare.
Forse la sofferenza della vita, l’ineluttabile destino dei tanti (troppi) sono proprio loro.
Ai margini dei margini, a cui il destino ha riservato il ruolo della comparsa anche in una situazione di merda.

E’ vero, la vita spesso si traveste da croupier nell’assegnare i due colori della roulette.
E lì sono il caso e la probabilità che fanno accomodare la pallina nell’anello giusto o in quello sbagliato.
Questione di fortuna invece, se guardiamo all’altra parte del banco.
E l’anello giusto e quello sbagliato sono lì vicini, uno attaccato all’altro.
Si guardano, si conoscono, condividono la stessa parete.
La distanza fra il sereno ed il diluvio è la stessa che c’è tra un anello rosso ed uno nero.
Ma occorre dire che quando ci tocca prendere il colore nero non tutti reagiamo allo stesso modo.
I ciechi di Saramago insegnano.
Ed è proprio nelle tragedie che assume un particolare risalto la dignità.
Quando tutto porterebbe a calpestarla.
Non mi sento di condannare chi fatica a perdonare, prima di tacciarli di ignominia bisognerebbe conoscere le loro storie.
Le avversità, contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, non favoriscono la comprensione.
Inaridiscono l’uomo.
Lo portano a prosciugarsi e ad augurare agli altri le loro stesse pene.
Le sofferenze anziché unire il genere umano lo dividono, creando – se reiterate – impulsi egoisti, aggressivi e nichilisti.
C’è poi gente che i diluvi li cerca o comunque li attira.
Lo fanno per una tara genetica, per un atavico mostro che si portano dentro, perché l’altra strada è piena di buche e perché loro hanno l’alibi di essere degli sventurati marchiati a fuoco, e allora tanto vale.
Si parla invece poco di quelli che i diluvi li hanno sfiorati, magari ne sono stati attratti anche loro ma hanno trovato chissà dove la forza per non esserne fagocitati.
Probabilmente una spinta salvifica in se stessi scavando in anfratti di cui anche la propria anima ignorava l’esistenza
Non sono mai entrati in quello strato di terra che precede il niente e che rispetto a quest’ultimo è ancor più abbietto.
Non ometto che alcuni di quelli che si sono salvati possano aver avuto quel culo che altri non hanno trovato, o sono stati proprio degli altri a portarli in salvo.
Lo so, lo so.
Lo so benissimo che si rischia di entrare in un’aporia.
Conosco Imerio Bolognini solo dal 1988.
Semplificando, lui è più comprensivo di me, è più tollerante di me, anche se puntualizza sempre (orgoglioso) che questo non gli impedisce di odiare un sacco di persone.
Ma tante.
Abbiamo invero lo stesso mezzo (la sensibilità) e la stessa meta (andare oltre) anche se a volte lui mi dà l’impressione che perda la strada principale per intrufolarsi in secondarie vie di periferia che considera larghe come un’autostrada.
Il bello è che Ime potrebbe dire la stessa cosa di me.

Nessuno lo ammetterà mai, ma temo che ognuno di noi nell’essere comprensivo abbia la propria play list, i propri generi preferiti.
La comprensione è manipolabile.
E’ umorale.
E civettuola e ruffiana.
A lei piace far bella mostra di sé quando ci riteniamo la parte lesa.
Quando cioè in quel diluvio ci siamo decisamente dentro fino al collo.
Oppure quando siamo totalmente estranei dai fatti.
Quando nel diluvio, ergo nei casini, ci sono altri e noi siamo sul divano.
Comodo il divano.
Ma a volte occorre contestualizzare e discernere il dettaglio dall’insieme ed evitare atteggiamenti aprioristici.
Il rischio altrimenti è declinare sempre ad un livello superiore le responsabilità senza mai stigmatizzare nulla, creando un pericoloso corto circuito dove tutto alla fine è giustificabile ed inoppugnabile.
Un’alienazione.
La comprensione non è la sola qualità da richiedere ad una coscienza.
O diventa un mero esercizio di auto assoluzione.
Detesto i comprensivi urbi et orbi di professione, che cercano solo di lustrarsi il corpo e disincrostarsi l’anima bella che non hanno (l’anima, intendo).
Se ne servono, della comprensione,e vivono dei diluvi degli altri perché sono dei parassiti dell’umanità.
Ed invece la comprensione e l’indulgenza vanno centellinate, quasi fossero un distillato magico che se prodotto in gran quantità perde la propria valenza.
Fattispecie, quest’ultima, da evitare come la peste.

Dedicato a te/4

12 Lug

(Dedicato a te è un periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare, gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori)

Compaiono appena dopo la morte, come gli avvoltoi.
Se ne servono, della morte.
Per riabilitarli tutti, quei morti.
Tutti.
Anche quelli che bisognerebbe stramaledire per l’eternità.
Sui deceduti anziché un lenzuolo bianco stendono una coltre di falsità, formalismi, buone maniere (quindi tutto fuorché buone) e banalità.
Loro non perdono tempo e leccano il culo quando è ancora caldo.

Non è vero che tutti devono essere lodati ed incensati: il rispetto e la stima vanno meritati.
Finché si è vivi.
E quando si muore non c’è un libera tutti che apre i cancelli dei finti sentimenti.
Loro invece lo fanno perché sperano di ricevere lo stesso trattamento dopo il trapasso (si chiama coda di paglia).
Lo fanno per continuare a comportarsi così.
Lo fanno per riabilitarsi pure loro, in anticipo ed in modo autoreferenziale.
Forse sarà per l’abitudine all’ipocrisia, o forse perché riabilitando gli altri credono di ripulire la propria coscienza incrostata, oppure per mostrare l’anima bella che non hanno, o anche perché durante un lutto il conformismo e le buone maniere pagano i punti doppi nella raccolta che a loro interessa.
Certo è che alla morte di qualcuno c’è una bella processione di cazzate, retorica e melassa.
Fingono di elargire rispetto, in realtà tracimano un capzioso ossequio.
Avendole imparate a memoria oramai ci credono anche loro alle giaculatorie che recitano, sempre più noiose, sempre più prevedibili, sempre più meschine.
Sono presenti in folte schiere fra persone influenti e di successo, fra politici, prelati, pennivendoli, semplici lacchè o aspiranti ancelle ed è un atteggiamento tanto spontaneo quanto indispensabile per la loro carriera.
Ma il fenomeno è endemico, esteso anche all’inosservata situazione della vulgata.
Sì, d’accordo, il cattolicesimo ci ha messo lo zampino con tutte quelle afflizioni e quei sensi di colpa che generano le religioni.
Come non è solo coccodrillite, è peggio.

La pietà per i morti è una cagata pazzesca, se uno in vita è stato uno stronzo non lo eleva certo la sua morte.
La morte in questo caso è solo da ringraziare di avercelo tolto dai coglioni, anche se spesso in ritardo.
La storia è un magnifico cammino costellato però di tante trappole, alcune messe proprio da questi mistificatori della realtà, da questi inventori di personaggi, da questi illusionisti di professione.
Un atteggiamento, il loro, che si può catalogare impunemente nel folto raccoglitore delle manipolazioni.
Possono anche a fare di peggio, i nostri prezzolati dell’epitaffio.
Quando, nella loro liturgia della menzogna, infangano uno spirito libero (o un fine e coraggioso pensatore, o qualcuno fuori dal coro e non allineato), riducendolo ad un personaggio leggermente sopra le righe.
Quasi caricaturale.
Un guascone, un burbero, un introverso.
Uno con un brutto carattere.
Ecco, se il defunto era veramente un ribelle antagonista o uno scomodo dissidente allora con la vigliacca locuzione “qualcuno sostiene che…” insinuano il dubbio della semi infermità mentale o della personalità problematica.
Parola d’ordine: renderlo un reietto e sconfessarlo, screditarlo.
Lui, il suo pensiero e chi gli stava vicino.
Diversamente – e deve farci capire quanto siano subdoli e viscidi – possono raccontare solo le virgole dell’esistenza del defunto, per deviare la sua immagine fino a farla accomodare nella scuderia giusta, quella che fa loro comodo o quella di cui loro sono a libro paga (e le due cose spesso coincidono).
Così da farlo rivoltare nella tomba per l’eternità, quel morto.
Oppure, sempre se fa comodo, col megafono della litania riescono a far diventare nazionalpopolare anche chi di piacere a tutti non gliene fregava di meno e faceva di tutto per provocare e dividere.
Eh, sono fatti così: col loro inesauribile opportunismo, si riempiono la bocca e si lustrano le mostrine con l’effigie del morto che magari li ha contestati fino al giorno prima.
Ma a loro non interessa, mica hanno il fardello della coscienza e dell’orgoglio.
Cazzo gliene frega, a loro!
Al cospetto di questo atteggiamento l’odio è un sentimento molto più nobile, spontaneo, non è artefatto, non ha secondi fini, non è il simulacro della bontà.
I bambini, avendo l’animo ancora refrattario a queste pantomime e il lobo frontale scarico di esperienze, gli direbbero
Il l’ho aggiunto io perché mi andava, non sgridate i bambini.
Dai piccoli mali – piccoli si fa per dire – nascono quelli grandi: il buonismo è il vestito della festa dei malvagi, un cavallo di troia, diffuso ma ancora efficace, per scardinare e circuire.

Per cui, quando capiterà a loro, non dovremo contraddirci.
Non ci sarà da comporre nessuna agiografia, ma solo la loro merdografia.

Qualche idiota al bar

7 Apr

È specialmente al pomeriggio che il bar della piazzetta vorrebbe rinnegare se stesso ed obiettare contro troppi invasori che calcano il suo pavimento, attorcigliano il pensiero e lo fanno evaporare in una nube di fumo.
Che strano, la coscienza che sembra aver abbandonato il genere umano pare ancora pulsare in alcuni luoghi toccati un tempo dalla partecipazione.
Non sappiamo bene perché Roberto fosse lì quel giorno alle tre e mezza.
Non lo sapeva probabilmente nemmeno lui, sempre più astante senza un perché, che pure in quel bar aveva lasciato un pezzo d’anima, parecchi stipendi e quasi tutta la dotazione di illusioni.
Ma non c’è cosa che appaia più distante che un ricordo svuotato del suo senso.

Accompagnato dalla sua perenne espressione tra il baldanzoso e l’incazzato e col suo inseparabile piumino blu smanicato, entrò nel bar il Picchio.
Come un rabdomante di notizie si diresse subito dalla parata di quotidiani in cerca di un casus belli che in realtà possedeva già.
Ma la cerimonia richiedeva questo passaggio, oramai lo aveva capito pure Ettore, non certo il più ineffabile dei baristi.
Terrorismo, immigrazione, furti, rapine: il terreno era fertile, l’abbrivio non si fece attendere.

I dieci cadaveri ambulanti – inopportunamente scambiati per clienti – in un sussulto improvviso annuirono in maniera sincronizzata, raggiungendo così l’acme della loro vitalità.
Roberto, anche per punire loro, intervenne.

in un tono che di amichevole non aveva nulla.

– indicando Ettore che stava asciugando lo stesso bicchiere da cinque minuti.

e anche la sua vena del collo rischiava di finire male viste le dimensioni che aveva assunto.

chiosò più rubicondo che mai.

sentenziò oltremodo soddisfatto e sollevato.
<Premesso che con sta cosa dello Zio mi avete infiato i maroni – al massimo sarò Zio vostro – comunque, ai tempi del ventennio tu saresti stato uno dei primi a prendere delle legnate.Fra le 420 colpe del fascismo c’è quella di aver incistato negli italiani la tara genetica di adulare il più arrogante che spara le stronzate più grosse, compie le peggiori angherie distogliendo dalla realtà i suoi servi.E poi ricordati che c’è sempre qualcuno più fascista di te.>

E mentre il barista, col suo sorriso sempre ebete ma perlomeno più consapevole, ripensava alle risposte di Roberto, il Picchio aveva accusato il colpo, ma come insegnavano i suoi maestri quando uno è alle corde occorre buttarla in caciara.
Congedò la folla – che si era irrimediabilmente perduta tempo prima alle parola alibi – con un nugolo di massime per le grandi occasioni, indubbiamente personali e nondimeno sentite, ma pur sempre delle emerite stronzate.

Puntuale nel suo fancazzismo giornaliero (pure retribuito, malignava qualcuno) fece la sua comparsa Fabio N., l’estremista dei riformisti, il conformista degli anticonformisti, un progressista che riusciva a riabilitare certi reazionari.
Anzi, tutta la categoria.
Col Picchio s’incrociò quasi sulla porta del bar per un breve ma intenso trust di cervelli.
Fu una sorta di staffetta fra due esegeti del Pensiero Unico, fra due poli opposti che non si attraggono ma che sono simbioticamente sorretti dal potere dominante.
E viceversa.
Niente favelle, solo un pit stop di sguardi coi sottotitoli dei reciproci auguri (di morte).
Fabio N. portava una barba inutilmente lunga, teneva sottobraccio una simil-rivista che sarebbe stata inadatta anche come carta igienica e brandiva un vinile, colonna sonora del suo bisogno di sublimare cultura.
Le mode lui le aveva sempre (in)seguite.
Anche il frigo tatuato Heineken stava facendo il conto alla rovescia alla sua intemerata.
E Fabio N. lo tolse subito dagli impicci.
<Il nostro Fuhrer di provincia ha lanciato l’ennesimo allarme immigrati?>
I presenti, anche se erano quei presenti di prima, speravano che a prendere la parola fosse una persona sola.
Roberto non lo guardò neanche in faccia, fece finta di continuare a leggere il giornale che naturalmente si guardava ben di leggere.

<Se hai sentito odore di xenofobia e discriminazione probabilmente ti sei annusato da solo, visto che non compatisci le persone comuni, quelle semplici, specie se italiani, perché quelli non ti fanno curriculum.>

“Tu stai dalla parte del potere , che si serve di loro. Invece dalla parte dei più deboli ci stai a targhe alterne e quando ti fa comodo, ti commuovi solo se la storia parte dall’estero, se il poveraccio è italiano diventi insensibile.
E poi, tu che Parli di diritti?Ti dimentichi di uno dei diritti inalienabili dell’uomo: il diritto a vivere nella propria terra e a scegliere liberamente dove andare.Prova a leggere qualcosa di qualche attivista africano anziché quei delinquenti travestiti da intellettuali filantropi.
Ma a te che te fotte se con questo sincretismo forzato si crea il caos, se l’immigrato perde ulteriormente dignità ed al locale precipitano le condizioni di vita…A te interessava passare da intellettuale cosmopolita.>

<Sì, bravo, comincia con le tue supercazzole sul mondo multietnico, l’unico argomento per mostrare la tua presunta cultura e apertura mentale.
Peccato che l’autoritarismo di oggi si chiami globalizzazione, e tu sei un suo servo, più o meno consapevole.
L’immigrato a te va bene per una mostra fotografica, per la cena etnica a base di spezie e boku boku, per la poesia che manco capisci al circolo letterario ma che fa tanto internazionale, va bene se l’immigrato è uno pseudo artista con la tunaca – d’altronde voi siete degli pseudo intellettuali – l’importante è che l’immigrato vero, quello di strada, quello con tanti problemi, non si avvicini ai vostri attici, non sbecchi le vostre flutes piene di bollicine, non venga a vendere nelle vostre spiagge , nelle spiagge dove vanno tutti sì, che non danno fastidio, nelle vostre no, lì stonerebbero.>

<Ma chi ha detto di costruire muri?Ti è partito lo slogan sbagliato, forse devi cambiare le pile.
Il problema non sono le frontiere aperte, ben vengano quelle, ma le migrazioni economiche, persone che girano come trottole al pari delle merci e dei capitali.Alla fine per te merci e persone meritano lo stesso rispetto.>

<A forza di dare dei fascisti a tutti avete sminuito il termine anti-fascista, anche perché il fascismo attuale ti sogni bene di combatterlo.
Se c’è un fascista quello si tu, visto che ti sei appropriato dell’esclusiva della democrazia e pontifichi dall’alto di una superiorità morale e intellettuale che non riesco a vedere nemmeno con un microscopio e visto che appoggi il fascismo attuale, quello della globalizzazione e del mercato.
Vedi, i razzisti sono quelli come te e come quella testa di cazzo in cui ti sei imbattuto entrando qui, lui sfrutta gli immigrati per mostrarsi macho e forte , tu per farti bello e buono, voi siete le due facce, da culo, della stessa medaglia, infatti appoggiate lo stesso sistema.
E siccome tu sei il simulacro dell’impegno sociale, della tolleranza , della libertà e della coesione, sei doppiamente un figlio di puttana.>

Fabio N., intriso com’era di protagonismo, non seppe rinunciare ad un’uscita di scena tanto ampollosa quanto patetica.
Quasi un condensato della propria vita.
Il barman invece sembrava quasi ringalluzzito.
Ovviamente non era vero, ma in questo suo tentativo di parossismo chiese a Roberto, sicuro di coglierlo in castagna

Quel giorno il bar si era proprio divertito.

Dedicato a te/3

12 Feb

(Dedicato a te è un periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare, gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori)

Vedo che sono ancora in troppi a mostrarsi un pò duri di comprendonio (come dice mia mamma) o di sterzo  (come dice mio papà), allora cercherò di fare luce sulle fantomatiche riforme di cui ha un enorme bisogno il paese, tanto decantate da essere ormai attese da una parte del popolo come una parusia ed invocate più di una danza della neve negli impianti sciistici.
Già il fatto che queste riforme ce le chiedano il mercato e l’Europa dovrebbe insospettire.
Una delle prime regole per evitare di farsi prendere per il culo è diffidare di chi parla in nome di entità astratte.
Se non siete convinti domani vengo a casa vostra ed in nome del libero mercato (o di una divinità inventata sul momento per l’occasione) vi chiedo di regalarmi 10.000 € e vostra moglie.
Ma evitiamo digressioni e torniamo tout court alle nostre riforme, che consistono in:
– tagliare i fondi alla sanità pubblica, ma dato che ancora qualcuno brancola nel vuoto vuol dire che se sei malato – ma sfortunatamente per te senza un conto in banca con sei zeri per andare in qualche esosa clinica privata – sono cazzi tuoi.Decisamente cazzi tuoi.Condizione che da malati non è propriamente idilliaca.
– tagliare i fondi pure alla scuola pubblica in modo da renderla sempre più inefficiente in un livellamento al ribasso della qualità.Nei paesi dove le riforme hanno già preso piede, dalle scuole private (si legge a pagamento) escono i manager e la classe politica, mentre da quelle pubbliche al massimo l’ambientazione per il sequel di The Principal – Una classe violenta.
– tagliare i fondi agli altri servizi pubblici e spingere sulle privatizzazioni.Noterete che alle riforme tutto ciò che è pubblico sta pesantemente sui coglioni, ma le riforme le chiede il mercato e nel mercato più si guadagna meglio è.Pazienza per le persone;
– eliminare l’autonomia decisionale locale (nelle varie declinazioni) demandandola a mastodontici soggetti internazionali non eletti da nessuno (per quanto le elezioni possano avere ancora un senso).La sovranità e l’indipendenza sono altre due cose che stanno fortemente sui coglioni alle riforme.
– soffocare lentamente le piccole imprese e l’imprenditoria locale e tutto ciò che non rientra nel perimetro dell’economia globale.Alle riforme quello che non sa di multinazionale sta sui coglioni.
– pagare il meno possibile i lavoratori, creando volutamente disoccupazione ed offerta di manodopera a basso costo con la minaccia di trasferire tutto dove il lavoro costa già di meno e parimenti tagliare uno ad uno i diritti conquistati a fatica.Smodatamente suscettibili le riforme, anche i diritti gli stanno sui coglioni.

Se seguissimo le regole della semantica e del buon senso sarebbero innumerevoli le situazioni da riformare, ma proprio per evitare le riforme di cui sopra.
Evidentemente nel cervello delle persone fa breccia più facilmente la via breve e comoda dello slogan, della menzogna, dell’alibi e della redenzione che quella del collegamento e del libero pensiero.
Ovvero il tipico atteggiamento degli schiavi che non vogliono uscire dalla loro condizione.

Tu chiamali se vuoi… situazionisti

27 Dic

La politica in sé e per sé non meriterebbe commenti per evitare di darle anche un solo anelito che possa non dico fortificarla, ma pure mantenerla in vita.
Ma queste due storielle permettono di identificare i due architravi che ancora la sostengono: certi elettori e certi intellettuali (elettori pure loro).
Ed entrambi tifosi.

Storiella 1
C’era una volta un fiero (e anche un pochino altezzoso) elettorato che da qualche anno masticava amaro per la presenza di un pericoloso energumeno al Governo.
(Che in realtà si trovava al Governo anche perché i partiti di quell’elettorato erano bellicosi solo nei talk show.Siete già confusi eh?Ed il bello deve ancora venire).
Quell’elettorato per prima cosa si chiedeva come un tipaccio così smaccatamente impresentabile potesse ricevere tanti voti.
Dubbio lecito, tant’è che l’altro elettorato (del pericoloso energumeno, intendo) soffriva di un’evidente nicodemismo:a parole nessuno o quasi lo votava, dentro la rassicurante cabina elettorale qualcuno di più.
Torniamo al nostro, di elettorato, che era giustamente preoccupato: la storia, la loro storia, gli aveva insegnato di diffidare di questi personalismi della politica.
Oddio, anche loro avevano avuto i loro “personaggi” forti, ma dalle quelle parti – sostenevano – c’era partecipazione, preparazione e senso democratico.
E allora giù in piazza a far battaglie contro l’abolizione all’articolo 18, contro l’appropriazione indebita dell’apparato istituzionale, contro l’occupazione dell’informazione, contro la mignottocrazia, contro l’aziendalismo e la mercificazione della politica, contro i tagli lineari (ripetete con me:lineari) alla scuola, alla sanità, agli enti locali, alla giustizia e alle forze di polizia.
Cazzo, si dirà, ma quello di prima era proprio un pazzo scellerato.
Mica finita, i nostri elettori schiumavano di rabbia per tante leggi ad personam e per quelle bavaglio per bloccare magistrati e coraggiosi giornalisti e financo per vedere un Parlamento di nominati (quando andava bene) e pregiudicati (l’immunità a loro serviva per davvero).
Avevano come l’impressione (avevano) che gli interessi del Paese e dei loro cittadini (quelli normali) non li curasse nessuno.
Ma dopo un pò (sorvolando sui metodi o sarei più logorroico di Furio in Bianco rosso e Verdone) al potere ti arriva un tipetto che pensa di risolvere tutto lui a colpi di PlayStation e di slogan da venditore anni Ottanta di enciclopedie, uno di quelli che avrebbe solo potuto fare fortuna in politica e che anche senza essere seguaci di Cesare Lombroso già alla prima occhiata (ma anche alla terza) sembra comportarsi esattamente come chi l’ha preceduto.
La stessa mistificazione della realtà e le stesse balle sesquipedali, proferite solo con la metà degli anni rispetto al predecessore/padre putativo.
Osservandolo meglio si nota addirittura che laddove il ducetto vecchio aveva fallito, quello giovane (di fatto un suo surrogato, un epigone al metadone) riesce a portare a compimento le sue porcate, grazie ad un’iconografia mendacemente fresca ed innovatrice a ad una stampa così servile che certe lisciate di pelo e leccate di culo non si ricordano dai tempi del Ventennio.
Il Bruto era stato costretto al suo ingresso in politica esclusivamente per difendere i cazzi propri e per pararsi il culo e già che c’era, con quello che rimaneva, dava una mano al Sistema Dominante.
Quello nuovo invece pare completamente intriso dalla smania di comando, fattispecie che lo conduce dritto dritto nel palmo del Sistema Dominante.
Il vecchio arnese un giorno davanti allo specchio – mentre si faceva la tinta con l’asfalto drenante si iniettava del Saratoga sotto la borsa degli occhi (ed anche sotto la borsa) – esclamò “Ma fosse arrivato prima, fa quello che voglio io e non devo neanche più sbattermi, alla mia età.Certo che le racconta grosse pure lui, ahahah!”
L’elettorato è stato folgorato dal nuovo che avanza (che di nuovo può avere al massimo i calzini o qualche acconciatura) e il suo messianismo è stato nutrito e solleticato a dovere.
Si sono visti numerosi travasi dall’altra tifoseria: quando per anni si è stati abituati a venerare l’omino al Governo si sente il bisogno di continuare nell’opera della propria professione di fede.
L’immagine è lassù, luminosa tanto da produrre un riverbero, di più, una scia luminosa: ha le sembianze del nuovo Premier che parla alla Nazione (col rapporto di due cazzate ogni parola) ma in realtà è un immagine simbolica, una rappresentazione del Potere.
L’agognato Potere.
Non si criticava l’avversario in quanto tale ma per la sua posizione (invidiata) di dominio.
Non era un problema di idee e valori (assenti prima come adesso), ma di uomini e di partito.
Quello che prima spaventava ora rasserena.
Ciò che ripugnava ora inorgoglisce.
Quelli di prima truffavano, quelli di adesso chiedono dei sacrifici per il nostro futuro.
Se prima era svolta e deriva assolutistica, adesso è balsamico decisionismo.
Se prima erano tagli (lineari,ricordate?) ora sono ancora tagli (e sempre lineari), ma dalla regia dicono per combattere gli sprechi (oltre al Governo vi sarete accorti che sono cambiate anche le regole della semantica).
Qualche promessa elettorale (chiaramente irrealizzabile, se no che promessa elettorale sarebbe?) detta al posto giusto nel momento giusto, una compilation di supercazzole prematurate inneggianti all’happy ending ripetute h24 ed un’immagine un pò meno criminale et voilà, guarda come ti migliora l’umore dell’elettorato.
Ecco, solo quello, perché il resto rimane tale e quale (i miracoli veri non li fa nessuno).
Il loro oppio è diventato l’ottimismo, il nemico della Patria chi emana pessimismo e negatività (cioè osa ragionare col cervello acceso).
Adesso lo so che qualcuno di voi si sarà fatta l’idea che le persone descritte non sono altro che dei servi di partito ammaestrati, gente che intellettualmente e moralmente non merita alcuna stima.
E vi dò ragione.
Perché è esattamente quello che penso io.
In molti casi non sono delle cattive persone, ci mancherebbe.
Ma il rispetto va meritato.

Storiella 2
Come dev’essere un intellettuale?
Libero, coraggioso, non organico, profondo.
Cosa deve fare?
Stimolare e mettersi in gioco, raccontare il bello e soprattutto il brutto, andare oltre, anticipare, intuire (prima degli altri), trovare le cause ed i rimedi, aprire la mente al suo pubblico.
Pungolarlo e provocarlo, quel pubblico.
Pasolini si autodefiniva comunista (ma qualsiasi etichetta evapora al cospetto del suo genio), eppure il PCI ed il tessuto sociale che lo contornava erano tra i primi destinatari delle sue invettive (Valle Giulia è la più famosa e insieme la più strumentalizzata, ma l’elenco è decisamente nutrito).
Gaber era un acutissimo anarcoide apolide pure lui della catalogazione, tendenzialmente con affinità a sinistra, peccato che in Polli d’allevamento (smaccatamente, prima in forma più composta) esondò tutta la sua nausea per quello che era divenuto conformismo, vomitando in faccia al suo pubblico che tanti di loro lo avevano stufato e che non gli piacevano più (eufemismo, il Signor G era giustamente molto più violento).
Ed erano gli anni Settanta, gli anni dell’ideologia, dell’appartenenza, dell’essere obbligatoriamente ed inevitabilmente schierati, anche e soprattutto da parte degli artisti.
Montanelli invece era un uomo di destra (di quella destra che forse non è mai esistita e mai esisterà), ma quando Berlusconi decise di prendersi l’esclusiva dell’elettore conservatore lui esercitò la clausola del diritto di recesso affermando “Se vince Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile nei prossimi 50 anni per motivi di decenza”.
Non cadde nel sofisma di dover accettare aprioristicamente l’autoproclamata leadership del Cavaliere sulla destra italiana.
Tre intellettuali che criticavano anche ciò che teoricamente gli era affine.
Tre intellettuali, appunto.
Il passaggio di consegne tra il vecchio affabulatore ed il nuovo imbonitore ne ha smascherato altri di (presunti) intellettuali, relegandoli alla categoria dei cortigiani.
Il loro pedigree à la gauche gli ha sempre permesso di godere di un credito spropositato, ma adesso i nodi vengono al pettine.
Per andare al comando si sono fatti piacere “la sinistra che sa vincere”, dove la parola chiave della frase è vincere, mentre quella fuoriluogo è sinistra.
Urlavano tutto il loro livore ed il loro astio contro chi voleva sfasciare “la più bella Costituzione del Mondo” (e le cose belle non si devono sfasciare) ma ora è il loro silenzio ad essere assordante, visto che hanno pensato bene di sparire, di nascondersi o di sorreggere la propaganda dei nuovi quarantenni al comando.
Che ci sono quasi riusciti a sfasciare quella Costituzione (fra una pletora di altre disgrazie).
Delle due l’una:o mentivano prima o sono codardi adesso.
La lingua di questi camaleonti opportunisti un tempo era petulante e corrosiva e si divertiva a seminava irriverenza al potere costituito(si), ora lascia solo tracce di bava e saliva.
Il loro senso critico e la loro vena artistica si sono sopite come le loro battute, ora declinate in sermoni e intemerate degni di bolsi soloni.
Hanno la coscienza politicizzata, pur di vedere issata la bandiera coi colori giusti (ma coi valori sbagliati) hanno barattato ciò che un libero pensatore non dovrebbe mai cedere:l’onestà intellettuale.
Un tempo erano incendiari, ora girano con l’estintore a caccia di fiammiferi accesi e per spegnere i propri rigurgiti rivoluzionari (possono stare tranquilli, quindi) o qualche frase scappata in un lapsus freudiano in ricordo dei bei tempi che furono.
Con un indomito spirito battagliero (prima) – refrattario a qualsiasi critica e protetto da una superiorità morale autoreferenziale – non volevano spodestare il vecchio padrone, ma solo sostituirlo.
Con il loro, peraltro in una versione decisamente sottotono.
Così sottotono da assomigliare tremendamente a quelle losche figure che negli anni d’oro additavano come nemico o male assoluto.
Chissà cosa avrebbero detto, gli intellettuali della (fu) intellighenzia, se si fossero visti in questa edizione anche solo una ventina d’anni fa.
Chissà in che modo si sarebbero contestati.
Chissà quanto si sarebbero vergognati.
L’acqua che non si vuole bere ci si affoga dentro, recita un vecchio adagio.
Loro stanno bene, perché quell’acqua adesso li nutre e li rinfresca.
Ad affogare è stata solo la loro credibilità.
E pare che l’abbiano sacrificata senza troppi rimpianti.

Dedicato a te/La partenza

15 Nov

Parte oggi una nuova rubrica, Dedicato a te, come si evince dal titolo.
Sarà un piccolo e periodico sfogo, un balsamico travaso di bile che avrà per destinatari sia i massimi sistemi sia il particolare.
Lo stile sarà volutamente scarno, asciutto, anche volgare (gli approfondimenti ed i ricami cerco di metterli in altri lavori).

Il primo destinatario è un pò come il primo pezzo di un album e così ho scelto di partire da te, caro ipotetico cittadino medio, caro ipotetico uno fra i tanti, caro ipotetico elettore qualsiasi.
Ma forse sarebbe meglio dire elettore ignorante: quante cose che ignori.
Poi sì, certo, a volti ti indigni anche tu (poco, troppo poco, finché non lo farai più spesso e per ragioni serie non cambierò la mia idea su di te di un millimetro); pensa, a volte (a volte, eh) intuisci anche tu che qualcosa non va (e lo fai quasi sempre quando il tuo bel partito è all’opposizione, perché sei un servo) ma se un tuo neurone prendesse l’iniziativa di fare qualche collegamento gli altri 3 che hai nel cervello ordinerebbero della Novalgina.
Vedi, l’uomo è dotato di potenzialità infinite e tu le lasci utilizzare agli altri.
E questi altri, caro mio non-simile, non fanno i tuoi e i NOSTRI interessi: ti piace come sintesi?
Disegnini purtroppo non sono in grado di farne, quindi sforzati di capire.
Ti usano e tu li alimenti: sei come uno schiavo che invoca la frusta e le catene.
Non ti informi e nel 2015 non hai più giustificazioni.
I tuoi nonni le avevano (ed erano comunque più intelligenti di te), i tuoi genitori (ed erano comunque più intelligenti di te), ma tu no.
Perché il tempo per le stronzate lo trovi.
E dico stronzate non pensando a cose divertenti, ilari e leggere.
No, quelle servono.
Dico stronzate pensando proprio all’origine materiale del termine.
Credi ancora alle favole, ma a delle favole tristi, scontate e banali.
Un pò come te.
Tranquillo, di difetti ne hai tanti altri.
Per prenderti per il culo bastano due balle che riavvolgono e ti fanno ascoltare all’infinito cambiando solo l’oratore.
Tu sei una versione del genere umano alleggerita del carattere, del nervo e dell’intuizione, così fanno prima a spostarti da una parte all’altra e tu pensi che quella nuova sia sempre l’unica posizione possibile e, proprio perché nuova, quella più vantaggiosa.
Pensa un pò come (s)ragioni.
Ti faccio una rivelazione.
Per la stima che ho per te potresti anche farti trattare peggio, ma c’è un problema.
Che per colpa tua ci rimettiamo TUTTI.
Ed anche se il mio orgoglio potrebbe minacciare di non parlarmi più, vorrei poterti rivalutare.
Vai a caccia della tua dignità, poniti delle domande e rianima il tuo cervello.
Ed inizia a pensare.
Ma so che mi deluderai ancora una volta, perché sembri nato per quello.

Déjà vu, aller plus loin s’il vous plait

14 Nov

Come tanti miei amici ho deciso di non commentare i fatti di Parigi e di evitare accuratamente Facebook per qualche giorno (non ci siamo messi d’accordo, è stata sintonia).
La decisione è stata presa perché non c’è la volontà di capire cosa sia successo, di analizzarne le cause, di conoscere il fenomeno.
Di allargare il campo.
Sui social come in Tv e come al bar.
Anche il cordoglio e la prostrazione sembrano eterodiretti.
Tutta ‘sta retorica, ‘sti post di merda messi alla cazzo di cane senza conoscere niente – e soprattutto senza sforzarsi di intuire niente – sono l’emblema del genere umano guidato da tutto fuorché dall’intelligenza.
In quel modo le vittime vengono profanate ed uccise una seconda volta.
Una precisazione.
Doverosa perché qualcuno è talmente abituato ad essere strumentalizzato che ormai vive di quello.
Non sono filo-arabo (tutt’altro), non sono filo-americano/occidentale (tutt’altro).
Non sono filo un cazzo.
Sono interessato a comprendere quello che mi succede intorno con nessi,annessi e connessi che riguardano il genere umano,ma voglio essere IO a farlo con la mia testa.
E non con la testa (di cazzo) degli altri.