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Certe notti Io penso positivo

20 Nov

(Articolo scritto in collaborazione con Imerio Bolognini, Mauro Pigozzi ed Aurelio Corsini, alias Nelson Bolognera, Ramuo Gopizzi e Karl Aurel Kohrsin).

Per comprendere la fenomenologia dell’Italia dell’ultimo ventennio si deve necessariamente passare da loro: Luciano Ligabue e Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti.
Perché la loro genesi e metamorfosi corre parallela a quella del Paese.
A volte è qualche metro avanti alla gente, in altre occasioni a ruota ad inseguirla, perché il cliente ha sempre ragione.
Che Lorenzo non sappia cantare è tanto risaputo quanto ininfluente (anche Francesco Bianconi non è un virtuoso dell’ugola, ma lui ed i Baustelle si fanno ricordare per altri trentotto buoni motivi).
Se Jovanotti fosse una canzone sarebbe Il Potere dei più buoni del Signor G, se fosse un conduttore sarebbe Fabio Fazio, che non lesina di chiamarlo in trasmissione per la liturgia del salomonico volemose bene.
Se fosse un politico sarebbe Renzi, perché incarna ed alimenta il renzismo e sostenendolo in pubblico fa campagna pubblicitaria anche a se stesso (chi si somiglia, si piglia).
Jovanotti – contrariamente a quanto propinato dalla presunta stampa specializzata – ha raggiunto il suo acme e la sua dimensione più autentica ai tempi di Gimme five e La mia moto.
Poi è cresciuto, certo, si è documentato ed ha studiato.
Sicuramente Comunicazione e Marketing.
Il Jova è il Profeta dell’happy ending, un guru della rivoluzione indolore (dunque inesistente).
Nel suo magico mondo vagamente fiabesco il Bene vince sempre sul Male e l’unico effetto collaterale è che le sue canzoni d’amore devono essere vietate ai diabetici causa eccesso di melassa.
Lui non detta la linea (d’altrone “niente più leader a guidare le masse”), racconta semplicemente loro quanto richiesto, per farli sentire impegnati senza il bisogno d’impegnarsi, la perfetta auto-assoluzione di una generazione scarsamente esigente e senza mordente.
All’invettiva risponde con l’apparenza patinata, all’originalità preferisce la supercazzola.
Antiberlusconiano quanto basta per essere accettato dalla (fu) intellighenzia, quella barba inutilmente lunga tradisce più un perbenismo interessato che un messaggio incendiario.
Se la sinistra è quasi collassata lo si deve anche dagli artisti da cui si è fatta rappresentare: tanto banali quanto pavidi, melliflui, edulcorati ed equilibristi per scelta e pure per vocazione.

Su Ligabue la mia generazione potrebbe scrivere un Trattato.
Si è inserito abilmente nel solco lasciato tra la musica sfacciatamente ribelle dei Litfiba e quella melanconicamente contro di Vasco, con un’iconografia fresca ed ammaliante per piacere alla figlia ma anche alla mamma: look vagamente indiano, stivaletti, capello lungo ma non troppo ed un sorriso coinvolgente da bravo ragazzo.
Rockettaro si, maledetto no (sia mai).
Questo cerchiobbotismo sarà il suo tratto distintivo, il suo stilema.
Ha sempre detto di voler raccontare solo storie.
E così ha fatto, ed anche bene (almeno fino a Buon Compleanno Elvis, poi le sonorità graffianti degli inizi hanno salutato la folla che nel frattempo si è fatta più nutrita).
Ma l’ispirazione di un artista è figlia dell’insoddisfazione, di qualcosa che non ti va e che vorresti cambiare, di un vuoto da riempire, anche della semplice incazzatura finchè sei giovane.
Tutte situazioni estranee al rocker di Correggio.
Basti pensare che mentre gli Anni Novanta implodevano nello stesso istante in cui erano nati (http://shiatsu77.me/2014/09/29/la-speranza-faceva-novanta/) lui manco se ne è accorto, perché se ne stava comodamente da Mario a giocare a briscola.
E parlava di quello (perché poteva solo parlare di quello).
E a noi piaceva (proprio perchè parlava di quello).
Non aveva alternative, al banco del bar il coraggio e la creatività non si potevano ordinare.
Ha poi voluto fare il poeta ma gli assi – essendo solo quattro – finiscono in fretta.
Noto cultore di se stesso, ha corroborato la propria agiografia fra libri, film e mega-concerti (alcuni riusciti, altri decisamente più infelici).
Sempre ecumenico, sempre nazionalpopolare, sempre attento a non scontentare nessuno (ovvero tutti), è un un Bruce Springsteen de noantri.
Ligabue è quello che vuole fare il tipo de sinistra ma senza che gli disturbino l’Happy Hour.
Le poche volte che si è schierato (frequenti come un rigore contro la Juve a Torino) ha fatto seguire, il giorno dopo, un passo dall’altra parte come il Manuale del perfetto equilibrista insegna a pagina uno.
Quella lagna monumentale che è Una vita da mediano non credo sia un’inno ai più umili o ai tenaci che senza talento possono farsi spazio nella vita, ma l’ammissione (involontaria o meno) che lui non sarà mai un Johan Cruijff ed allora meglio tenersi buono l’alibi nel taschino o nel cassetto.
Anche nell’ultimo album che gli esegeti della domenica han definito contro chi ci ha ridotto così (sic), quando proprio gli si chiude la vena esonda con “Siamo il capitano che vi fa l’inchino/siamo la ragazza nel bel mezzo dell’inchino/siamo i trucchi nuovi per i maghi vecchi” o addirittura “C’è qualcuno che può rompere il muro del suono/mentre tutto il mondo si commenta da solo” e financo “Chi doveva pagare non hai mai pagato l’argenteria”
Oh però, non le ha manda mica a dire il Liga, gliele ha proprio cantate chiare.
A memoria d’uomo l’unica canzone con cui Ligabue – anziché prendersela col cielo e logorarsi per il tempo che non sarà mai il suo – punta il dito contro qualcuno è Il Gringo (versione ’91 e ’94).
Ma dev’essere stata una brutta esperienza, quindi meglio non suonarla dal vivo (o farla passare alla radio) per non rievocare fastidiose sensazioni.
Le partite si possono vincere e perdere, Luciano Ligabue le ha sempre pareggiate senza mai scendere in campo.

Jovanotti e Ligabue sono artisti che si tengono ormai a galla da soli e senza nemmeno nuotare, organici non più ad un’idea o ad uno stile ma a qualcosa di liquido come lo Zeitgeist.
Il sistema è veramente contento di farsi contestare da due così, cioè da se stesso.
Sono artisticamente corretti (quindi un ossimoro) e come tutti i conformisti di solito stan sempre dalla parte giusta (cit.)
“Come si conviene farò di tutto per parlare/come si conviene di soldi e di politica/tutto per bene andrà come doveva andare” (Max Gazzè dixit).
Per entrambi la sintesi finale viene dal mitico Sabba “Ma quando ascoltano le loro canzoni, si piaceranno?”.

L’invadente

13 Ott

La famiglia dei curiosi (nella sua accezione più negativa) e degli invadenti è composta da molte specie.
Piero Angela potrebbe dedicargli un’intera stagione del suo Quark.
Se non sono ancora protette dal WWF è perché il loro numero anziché calare aumenta e non mette a rischio la loro estinzione.
Purtroppo.
Presentano un evidente scollegamento fra il lobo frontale e quello temporale.
Scollegamento dovuto all’assenza del primo.
Le specie sono tante, tutte fastidiose, ma queste due spiccano imperiosamente.

Dove vai se la ragazza non ce l’hai?
La premessa: hai più di trent’anni e per un camion rimorchio di cazzi tuoi, sei single.
Oppure, stai insieme ad una persona da più di 18 mesi ed ancora non sei sposato (ma che birbante…).
Ti vedono (non è vero, ti stavano pedinando da più di due ore e per l’occasione indossavano l’impermeabile, la barba e gli occhiali finti e fingevano di leggere un quotidiano del 1987 con un buco al centro e girato al contrario) e col loro incedere dinoccolato si avvicinano a te con lo sguardo fra il bovino ed il vitreo di chi ti vuole chiedere una sola cosa.
E te la chiedono
L’originalità non rientra fra le loro qualità.
A pensarci bene non ne hanno, di qualità.
Groucho Marx avrebbe detto .
Inutilmente giunti alla terza età, questi perpetui – con l’acquolina in bocca per la ghiottosa occasione – pongono la domanda che è una chiara sublimazione dell’amplesso (senza preliminari, però).
Anche perché molto realisticamente la loro unica possibilità di avere un erezione è che gli venga un crampo.
A seconda della tua condizione di reprobo è pronta la relativa scudisciata.
Ipotesi A:
Ipotesi B:
Rispondere con le buone maniere o col protocollo della corretta educazione con loro non serve.
E’ dannoso.
E’ sbagliato.
Perché il rispetto va prima di tutto meritato.
Ne sa qualcosa il Marti, che esacerbato da un petulante (mis)conoscente, una sera in un locale rispose – da genio qual’è – al solito, fastidioso, interrogativo (l’ipotesi A, per la cronaca).
, tuonò deciso.
, breve pausa da attore consumato.
<Perché, lo sai vero che sono gay…?>

Zittito.
Definitivamente.
Voto: 10 e lode.
(Info per il vecchio stalker sclerotico: la storia sulla sua omosessualità era inventata).

Cercasi bebè (altrui) disperatamene
Nonostante la pletora di attività che deve svolgere un genitore loro riescono sempre a ritagliarsi il tempo per un sano proselitismo della procreazione altrui.
Sono i genitori afflitti da consiglite.
Spesso non lo fanno con cattiveria, anche se il risultato finale addurrebbe proprio al contrario.
Non lo faranno con cattiveria, ma certamente neanche con un gran tasso di intelligenza e sensibilità.
Incontrarli?
Decisamente meglio cagarsi addosso.
Poiché sentono il bisogno di evangelizzare voi, coppia di paria che si trova nella disdicevole situazione di non avere ancora figli.
Viene il dubbio che siano soci occulti della Pampers o che vogliano partecipare al concepimento.
Molto più prosaicamente devono mettere il becco negli affari vostri.
Il loro repertorio è vario.
(Non accettano più prenotazioni, siamo in fila…).
(Sì, di mandarvi affanculo e darvi uno sgrugnone per uno).
(Adesso???Davanti a tutti ci vergogniamo un po’ …).
E’ vero: la gioia di un figlio è semplicemente indescrivibile.
Ma arrogarsi il diritto di entrare nella sfera più intima di due persone è un comportamento irrispettoso.
Perché una coppia, un bambino, potrebbe appena averlo perso, potrebbe essere impossibilitata ad averne, potrebbe cercarlo (anche con cure pesanti) da anni senza che questo arrivi o potrebbe essere divisa proprio sull’argomento.
E poi il desiderio di avere un bimbo mica si alimenta con le raccomandazioni del primo stronzo che capita.
Solo chi ha scoperto quel Mondo può apprezzarne la sua immensità, ma avere figli non è obbligatorio, non ci si realizza solo coi figli.
Ci sono persone stupende che non hanno figli e persone che invece ne hanno e che sono quel che sono.
E certe altre è meglio che non ne abbiano proprio.
Ma tutto questo i soloni della figliata non lo sanno.
Ed è inutile perdere tempo in improbabili dissertazioni: non discutere mai con idiota, la gente potrebbe non notare la differenza (cit.)
Figuriamoci con due, di idioti.
Gli ingenui – che dopo la nascita della loro creatura credono di essersi messi al riparo da questi fanatici ficcanso – non conoscono la loro pervicacia.
Il secondo figlio (vostro) rientra nei precetti della loro pesante liturgia.
Mentre il loro magico mondo offuscato (al pari del loro cervello), è abitato solo da un misto fra la Famiglia Bradford e quella del Mulino Bianco.
E loro alacremente continuano nella diffusione del Verbo.
Così, per sentito dire.
Per consuetudine.
Perché qualcuno, anni fa, gli disse che era giusto così.
Ecco, qualcuno (ancora prima) non era meglio se quella sera fosse andato al cinema?

Riservata personale

18 Lug

La riservatezza rientra fra quei concetti ai quali non si può applicare un sistema metrico.
I personaggi che scopriremo tra poco però vanno ben oltre il revisionismo.

Bulli & balle
Danno il meglio di sé nei luoghi pubblici: a bordo di una piscina, davanti ad un tapis roulant in palestra (che frequentano esclusivamente per sganassare) o appoggiati al bancone di un bar (che frequentano anche per sganassare).
Sono dei succedanei di Artur Fonzarelli, delle versioni sbiadite di personaggi caricaturali come Oscar Pettinari, il Verdone di Troppo Forte.
L’archetipo di questi bulletti del Terzo millennio è un quarantenne/cinquantenne perennemente affascinato da se stesso.
Esigono pubblico, in cambio raccontano vita, morte, miracoli, cose vere (e false) di se stessi e di chi gli sta (sventuratamente) accanto: le proprie malattie veneree, le loro traversie matrimoniali (ovviamente sparando merda sulla moglie), la durata (al centesimo di secondo) del loro ultimo rapporto sessuale, i problemi dei figli (vorrei anche vedere), le loro pendenze giudiziarie, i loro progetti imprenditoriali assolutamente irrealizzabili, le loro scopate gratis assolutamente irrealizzabili e le loro scopate a pagamento (che realizzano di frequente).
Nei loro racconti spesso il convitato di pietra è un ignara partner (magari alle prime uscite) di cui tre quarti della città conosce ormai anche le pieghe della pelle (e non solo).
Se le persone normali proteggono i propri cari, loro li proiettano vivisezionati in pasto ad un pubblico ululante.
La mia nonna paterna, che purtroppo non ho mai conosciuto, soleva dire che “Certuni fanno ridere di fuori e piangere in casa”.

Che pezza!
Forse queste poche righe non saranno sufficienti a preservarvi dalla loro molestia, ma è un tentativo che dobbiamo fare.
Non chiedetegli mai “Come stai?”, finireste nelle loro fauci tout court.
Anche perché da un innocente quanto banale “Hai sentito che caldo oggi…” questi pezz-man hanno la capacità non comune di partire ad enunciarvi le loro peripezie.
Ed in questo processo morboso vogliono evangelizzare tutti per farli partecipare alle loro sfighe.
Effettivamente gliene capitano di tutti i colori: vi racconteranno dei malanni (con annessi ricoveri, esami, interventi sbagliati, medicine e convalescenza) dei parenti fino al quarto grado, delle angherie subite negli uffici pubblici e della nuova causa civile col vicino.
Perché loro sono sempre in causa con qualcuno.
Pezza multitasking: questo particolare della loro scheda tecnica – apparentemente insignificante – è in realtà il tratto distintivo che li fa assurgere a fuoriclasse della categoria.
Il loro microchip può gestire una quantità di argomenti che tende a + infinito.
Anzi, spesso per ipnotizzare la vittima volutamente iniziano – senza terminarli – una mezza dozzina di concetti e postulati.
Stranamente con dei genitori così il figlio ha una vita sociale paragonabile a quella di un Murray Bozinsky (però in versione autistica).
Se dalle loro labbra sentite enunciare un “Ti racconto questa poi vado…” sappiate che siete solo all’inizio dei gironi danteschi dell’Inferno.
Non soddisfatti delle loro geremiadi amano suggellare la loro performance con una pignatta di cazzi degli altri.

Speteguless
Avere un amico (ma molto più spesso un’amica) così rientra fra gli anatemi.
Sono dei recipienti coi buchi di confidenze, mossi da evidenti pulsioni freudiane.
Impossibile non pensare a Maledette malelingue di Ivan Graziani.
Se la notizia non va da loro, loro vanno dalla notizia in un’ossessiva corsa ai cazzi degli altri.
Non esiste una situazione propedeutica a stimolare la loro voglia di critica livida e feroce: facendo loro il motto “Ogni notizia (e relativa spettegolata) lasciata è persa”, sono perennemente con le orecchie dritte e la lingua biforcuta pronta a spruzzare il suo veleno fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi (cit.).
Confidarsi con loro garantisce la stessa riservatezza di una notizia annunciata al telegiornale.
Quando iniziano a sparlare entrano in una trance agonistica: tale è la libido, tanto il livore emanato, che il loro dirimpettaio potrebbe essere tranquillamente il fratello della vittima senza che loro fermino la loro furia.
E’ uno sporco lavoro e loro sono ben contenti di farlo.
Anzi, trasformare una passione in un’attività è un traguardo tanto ambizioso quanto stimolante.
Denigrare in gruppo (magari con le loro simili) è una fantasia neanche tanto proibita: nella fattispecie il viso diventa rutilante, gli occhi brillano di una luce propria, gli acidi commenti ed il sistema endocrino si alimentano reciprocamente.
Provate voi a fare un commento su di loro, e vedrete…

Confessioni di quarto grado
Tra un approccio cattolico ed uno protestante al tema della confessione le signore di questa categoria (sì, sono quasi tutte donne) hanno scelto una terza strada.
E soprattutto un confessore “anomalo”: un commesso, un impiegato postale, un infermiere.
Cercano subito feeling: già al primo incontro sciorinano il calendario degli ultimi 24 mesi sul loro ciclo mestruale con annesso un flussometro ad istogrammi.
Raccontano – a quello che a tutti gli effetti è un perfetto estraneo – questioni di cui non parlano nemmeno col marito o con una sorella (ma forse perché non vengono più ascoltate).
“Sai, col rapporto che c’è tra di noi…” è un mantra usato capziosamente per soverchiare le delicate regole delle relazioni interpersonali.
Nessuno – per pudore ma soprattutto per obblighi professionali – che le dica “Perché,che rapporto c’è tra di noi?”
Vogliono far credere che l’involontario depositario dei loro segreti sia unico: un predestinato a cui il Signore ha riservato l’onore di ascoltare la pettegola smarrita.
Non è vero: il fruttivendolo del negozio di fronte conosce altrettante vicende, se non di più (alcune verdure, con quelle forme un po’ così, solleticano racconti bollenti).

Basta attendere

16 Lug

Quando lo sguardo si volta ad analizzare la fenomenologia di una dittatura o di un regime diversamente democratico, ci si chiede, ex post, come sia stato possibile permetterne la nascita e non impedire alle prime fiamme di diventare incendio.
Quando lo si vive invece – un momento storico del genere – almeno inizialmente le nostre percezioni spesso sono come rallentate, intorpidite, anestetizzate.
Non so se la storia si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa (cit.), certo è che il genere umano pare afflitto da un’evidente coazione a ripetere.
Gli italiani sentono il bisogno di emergere ed aggiungono una memoria storica paragonabile a quella del Commodore 64 nell’era di internet.

Durante il ventennio che si è appena concluso ognuno di noi ha immaginato e scritto la propria sceneggiatura-onirica del finale.
Ma nemmeno la più fervida immaginazione poteva arrivare a tanto.
Gli anni della Seconda Repubblica non erano semplicemente la svolta verso un regime, erano anche anni propedeutici.
Le riforme (un’entità astratta, forse miracolosa, ma che noi italiani abbiamo visto finora nella copia peggiore), dicevamo le riforme che non erano riuscite prima (l’abolizione dell’articolo 18, una giustizia più prona all’Esecutivo, una forma di Governo più autoritaria e servizi sociali sempre più carenti) si realizzeranno ora.
Prima queste proposte erano inquadrabili come deriva totalitaria, ora sembrano il naturale programma di una forza socialdemocratica che se le racconta ad una festa di partito fra lambrusco e gnocco fritto.
Se prima l’emanazione di una certa sinistra almeno si indignava (più nelle parole che nei fatti), ora gli stessi progetti li avvalla perinde ac cadaver con tanto di levata di scudi con chi osa dissentire (i soliti gufirosiconidisfattisti).
E i mezzi d’informazione non perdono l’atavico vizio (uno dei retaggi del fascismo) di lisciare il pelo al potente di turno.
E’ proprio vero quello che diceva un vecchio spot:con la dolcezza si ottiene tutto.
Oggi al MinCulPop bastano le slides, qualche Twit/Hashtag e le immancabili supercazzole (anche in inglese) per dissimulare le reali intenzioni ed edulcorare pillole decisamente amare e/o sgradevoli (dipende da dove sono ingerite).
Stiamo vivendo il classico caso in cui il metadone produrrà effetti più devastanti della droga assunta prima, di cui almeno si conoscevano gli effetti perniciosi.
Se dovessimo scielgliere una colonna sonora per la neonata Terza Repubblica potremmo mettere nel Juke Box (pardon, nell’em iPod) due canzoni di Giorgio Gaber: Il potere dei più buoni e Il Conformista, ritratti antropologici degli italiani.
Che si fanno ammaliare dall’arroganza travestita da decisionismo, dall’improvvisare confuso col fare, dall’illusione scambiata per rassicurazione.
Si accontentano del vanesio anziché esigere serietà e competenza.

Ci hanno insegnato, giustamente, a non dire le bugie.
Salvo rare eccezioni, avrebbero dovuto allenarci anche a riconoscerle.
Ci sono stati (e ci sono) tanti politici che a forza di raccontare balle e combinare altrettante malefatte ne hanno fatto il loro stilema, con il popolo bue a bere e digerire di tutto.
Mentre per decretare la fine politica di Antonio Di Pietro (non è immune da colpe, ma almeno aveva provato a portare la parola legalità in politica, difatti era isolato) è bastato un servizio televisivo (in parte smentito).
Gli esseri trinariciuti citati dal Guareschi nel primo dopoguerra si sono riprodotti in grande quantità.
In Italia, più che i sogni, ad avverarsi sembrano il Piano di Rinascita Democratica ed il papello di Riina.
Le promesse e gli slogan sembrano un pozzo senza fine da cui attingere per continuare a muovere le marionette-elettori.
Siccome non si interrompe un’emozione è bene che l’italiano continui ad inseguire le chimere della ripresa e della crescita.
Non diciamogli nemmeno che siamo da tempo in una ineluttabile fase di oblio che ci farà addirittura rimpiangere, fra qualche anno, i pur disastrati giorni nostri.

Asserivano i vecchi d’una volta (in dialetto)”Tùc i temp i venne basta star
(Sottotitoli della pag. 777 di Televideo: “Tutti i tempi vengono basta aspettare”).
Avevano ragione.

Condominio Italia

11 Giu

In una qualsiasi città d’Italia gli abitanti di un appartamento esternano tutto il loro malcontento per la gestione – ormai ultra-decennale – di un navigato amministratore condominiale.
Pressapochismo, problemi rimandati, scuse seriali, disservizi, spese lievitate inspiegabilmente, l’inefficienza entrata nel regolamento condominiale, estratti conti perennemente in affanno, la sensazione diffusa di vantaggi personali nella gestione di una cosa pubblica, la consapevolezza di essere manovrati da poteri infinitamente più forti.
Ecco per sommi capi cosa pensano gli inquilini della gestione del loro amministratore.
Peccato che la tanto agognata assemblea da possibile tappa rivoluzionaria si trasformi in un trionfo per il restauratore che da anni ha soverchiato la volontà popolar-condominiale.
Entrati da incendiari, i poveretti sono stati disinnescati dallo scafato mammasantissima delle palazzine e sono usciti mansueti come degli agnellini.
Un po’ male minore, un po’ unica soluzione, un po’ obtorto collo: semplice la ricetta dell’imbonitore et voilà, l’iconografia anche stavolta (l’ennesima) è stata ripulita e la poltrona mantenuta.

Sostituite agli inquilini gli elettori ed al manigoldo-amministratore i nostri politici e scoprirete che il risultato non cambia.
La situazione che stiamo vivendo non si è certo creata da sola, legittimare ancora quelle persone, quegli apparati (e quei poteri che rappresentano) sperando che risolvano i problemi che proprio loro hanno creato (con colpa o con dolo, scegliete voi) è un esercizio di puro masochismo.
Esistono delle perversioni decisamente più divertenti.
L’assenza di alternative (saper fare una buona opposizione non è sinonimo di saper anche governare) è solo una scusa che in mano alla vecchia partitocrazia diventa un mantra soporifero da spruzzare.
Basterebbe evitare di rieleggere questi professionisti del declino e le loro versioni edulcorate 2.0 (ovvero il simulacro del rinnovamento).
Non è difficile.
Gli italiani hanno uno strano rapporto col cambiamento, quasi avessero una margherita da sfogliare: o quello sbagliato o quello gattopardesco.
Prima scelgono il partito per cui votare poi – in funzione di esso – (s)ragionano di conseguenza.
L’onestà intellettuale ed il buonsenso chiederebbero il contrario.
E’ più faticoso informarsi e ragionare con la propria testa che tenere il loro atavico approccio dogmatico.
Ma qualche danno, forse, verrebbe evitato.

Indro Montanelli affermava che “In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire”.
Un Marco Travaglio decisamente icastico ha aggiunto qualche anno più tardi “Quando uno si informa è molto più difficile prenderlo per il culo”.

Ok, l’età è giusta!

24 Mar

La Terza Repubblica è nata sotto l’effigie della rottamazione, del ricambio generazionale in senso lato: aut aut – ai quali è oggettivamente difficile rimanere indifferenti –  per solleticare ancora gli esangui italiani.
Così è (se vi pare): non si rimborsano i biglietti.
Che siano i prodromi di un cambiamento autentico, fasullo o gattopardesco lo sapremo presto.
A vedere come sono sciorinate queste taumaturgiche riforme – alla stregua dei punti per il mitico concorso Vinci Campione della Ferrero, oggi la maglia della Nazionale, da domani pensiamo alla tuta – verrebbe da scommettere sulle ultime due ipotesi.

Allarghiamo la visuale ai concetti di età, giovinezza e quindi anche vecchiaia.
Quando si comincia ad invecchiare?
Una delle definizioni più beffarde ci suggerisce quando il tuo idolo sportivo o musicale è più giovane di te.
(Lo so, state tutti abbozzando qualche conteggio…).
Parimenti, quando ci si può ritenere ancora giovani?
Fintanto che un progetto, un obiettivo od una priorità ci stimolano la mente e/o il fisico.

Nel complicato intreccio fra la vita, le sue emanazioni e l’età non esiste, come per le opere d’arte, il recul (ovvero la corretta distanza per osservare un quadro).
Si cambiano continuamente l’angolo della visuale, le percezioni e financo i giudizi universali.
Se non esiste quindi una prospettiva giusta, c’è sicuramente quella sbagliata.
E l’Oscar per la migliore interpretazione spetta a questi paradossi temporali viventi (perennemente anacronistici): nonne al silicone, giovani-vecchi, donne-bambine, eterni Peter Pan, ex sfigati in gioventù (ma neanche tanto ex) in cerca di rivincite e quindi vendette.
Fanno più danni loro di Mexes al centro di una difesa.

In gioventù si giudicano le persone coi parametri sportivi: giovani fino ai 25, ai 30 si raggiunge la maturità e in un attimo il declino, ai 40 ecco l’oblio ed i vecchi sono quelli da 50 anni in su.
Curioso poi come le quarantenni di qualche decennio fa sembrino le mamme di tante Milf di oggi.
Sfido chiunque a conciare il proprio bimbo come in quella foto che ci ritrae al parco.
Oltre alle scodelle sembra che anche certe espressioni siano rimaste in quelle frazioni spaziotemporali.
Per i virtuosi della basetta (mi avete beccato…) i calciatori degli anni ’70 rimangono delle chimere irraggiungibili, nemmeno con la clonazione o con colture intensive del proprio manto barboso.

La società di oggi non tollera i vecchi – i vecchi non devono essere vecchi – e sussiegosa ed ipocrita com’è, gli ha risparmiato l’onta di quel termine, vecchio appunto, sostituito con un più elegante anziano.
I vecchi non possono invecchiare, sono tanto emarginati – e qui è il paradosso – quanto indispensabili.
Nel patto fra generazioni si sono invertiti i firmatari senza che nessuno lo autenticasse.
Eppure c’è tanto bisogno dei loro racconti per troppi bambini cresciuti più a touch screen che a favole & latte.
Sul tema, una gag che unisce tenerezza e divertimento.
Bar di una paese, età media sull’ottantina, scambi di battute che sembrano sentenze, prende la parola un inconsapevole filosofo “…Perchè i vec d’una volta ierne furb…”

Se è vero che il baronismo è uno dei mali che affligge l’Italia (non il solo e nemmeno il peggiore) è da sfatare anche l’assioma giovane uguale migliore.
L’antipasto lo abbiamo visto servire nel Sessantotto , quando i figli di papà di cui parlava Pasolini puntavano già a dirigere un giornale piuttosto che fare la rivoluzione (Massimo Fini docet).
Certi anziani, vecchi o maturi che dir si voglia sono molto più consistenti di certi giovincelli della nostra generazione (https://shiatsu77.wordpress.com/2014/01/03/i-nostri-primi-quarantanni-o-giu-di-li/).
Normale perciò essere attratti e cercare stimoli più da inni di altre generazioni – penso a Gaber con La mia generazione ha perso, a Come Savonarola di Eugenio Finardi, a un’eterna Nun te reggae più di Rino Gaetano o alle tante poesie di Battiato e Renato Zero, e ne mancano parecchie – piuttosto che dalle melliflue banalità in salsa buonista di Jovanotti e simulacri simili.

I rimpianti ed i rimorsi sono dei compagni di viaggio che possono diventare molto rumorosi.
Per evitare ciò – piuttosto che guardare al passato – sarebbe meglio pensare a cosa fare per non averne in futuro.
Facile a dirsi.

Quelli che la minoranza

9 Mar

Riecco tornare alla ribalta le gesta dei cinque moschettieri (Karl Aurel Kohrsin, Nelson Bolognera, Patrick Marone, Ramuo Gopizzi ed il sottoscritto) che avevamo lasciato nel viaggio di ritorno di un’insolita Fiera di San Michele (vedi anche https://shiatsu77.wordpress.com/2013/10/05/quelli-che-fanno-i-pranzi/).
Con i tortelli di Pineto a placare degli appetiti che la medicina moderna fatica a comprendere, fra una cazzata e una bottiglia,una bottiglia e una cazzata i nostri ad un tratto si sono cimentati a esegeti di una delle più belle canzoni dei Litfiba, A denti stretti (ieri c’erano i Litfiba, oggi abbiamo i Negramaro, va beh…), uno di quei pezzi che produce libido ad essere ascoltato ad un volume raccomandato dall’Associazione Tamarri d’Italia.

Al dibattito avrebbe dovuto partecipare (in streaming) anche la Sara della Valsabbia (un’assidua ascoltatrice di Radio Studio +, nda) ma la notizia che la canzone avesse un testo (per di più in italiano) e la sua frequenza metronomica fosse inferiore ai 200 battiti al minuto han fatto desistere l’adepta dell’Unz-Unz-Unz.
Un vero peccato.
Nelson Bolognera (conosciuto in Rete anche con lo pseudonimo Noè Mascarpone) è un fine intenditore di musica (ma non diteglielo, dopo si monta la testa e crede di essere la versione emiliano-genovese di Bruce Springsteen), nonostante in un periodo plumbeo della propria esistenza sia stato il paroliere segreto dei Jalisse.
Scheletri nell’armadio a parte, per Bolognera la canzone parla della decisione di un uomo di confessare il proprio amore ad una donna (la Dea nera) e soprattutto della scelta (complicata e sofferta come spesso capita agli uomini quando devono passare dall’ “io” al “noi”) di compiere un passo importante assieme a lei (“Sto correndo a denti stretti verso il sole e ho distrutto la mia gabbia per portarti il cuore”, “Dea nera non resisto più, Dea nera non resisto più”, ancora “Dammi un segnale, e volo da te… uomini stanchi di crescere”).
Chi scrive allarga invece la figura della Dea nera ad una sorta di spirito-guida, per non far perdere (anzi riaccendere) la speranza a persone vessate e disilluse (“…non avrò paura di credere…”), quasi un’ultima spiaggia per farli ancora pulsare per un ideale, determinati (“A denti stretti…”) a combattere per un obiettivo (“Sto viaggiando a pieni giri contro il sole in un giorno che ogni cosa ci ha trasfigurato le mie ali sono ruote e il mio motore graffia e supera incrocio con il mio passato”, “Dammi forza di non perdere la strada che finirà io lo so, dentro i tuoi capelli, dea nera non resisto più, dea nera non resisto più, e prendo le ali e volo con te, non avrò paura di credere, soli rinchiusi dentro di se, uomini stanchi di crescere”).
Poco importa di sapere quale sia il vero significato della canzone, più divertente (e stimolante) è stato cercare di interpretarla.
Poi Bolognera – fra una Domanda Inopportuna ed un’altra – lo potrebbe chiedere a chi l’ha scritta, ovvero Piero Pelù.

Guardandoci intorno, ma anche avanti e indietro (insomma da tutti i cantoni), abbiamo preso consapevolezza che noi saremo sempre in minoranza (mangiare e bere bene ci ha aiutato a digerirlo meglio).
Situazione nella quale non stiamo affatto male, tutt’altro.
Specie quando guardiamo quelli della “maggioranza”.
Nei momenti di forte scoramento è sufficiente applicare alla lettera uno dei precetti del nonno di Gopizzi – il Sig. Pietro – esclamando cioè con aria di compatimento un suo tipico accostamento (chiamiamolo così), ovvero un’applicazione pratica del panteismo.
E’ fondamentale l’aria di compatimento.

P.s.Cos’ho contro i Negramaro?
Nulla, per quanto non mi piacciano criticarli sarebbe puerile.
Ma il loro voler essere ecumenici, il cercare di piacere alle figlie ma anche alle mamme, il voler entrare nei salotti buoni ma con ancora indosso la maglia del concerto (un colpo al cerchio ed uno all’iconografia) sta al Rock come Damon Hill ai grandi della Formula 1.
Sono (o vorrebbero essere) nazionalpopolari, ergo un simulacro di una Rock band.
Non bastano una batteria, qualche riff ed i braccialetti di pelle: il Rock deve esternare, denunciare, sfogare,  quindi anche dividere.
Per lo stesso concetto per cui un vero rivoluzionario non deve essere osannato con toni ossequiosi dal mainstream.
In caso contrario, a gh’è quel ca tocca.

Caro Babbo Natale

22 Dic

Caro Babbo Natale,

con tutte le balle che ci stanno raccontando sei rimasta la persona più credibile alla quale rivolgersi.
Credo di essermi sempre comportato correttamente (forse perché non ho mai incontrato Maurizio Gasparri) ed ho sempre scritto ciò che pensavo.
Dire la verità è ancora un valore, no?
Sì, stai tranquillo: l’Imu e la Tares le ho pagate.
Qualcuno asserisce che io sappia solo criticare, ma la questione credo vada ribaltata: al momento sono più numerose le questioni da combattere che quelle da elogiare (e quando ci sono, lo faccio ben volentieri).
Poi, ammettilo, cerco sempre la risata.
Infatti scrivo spesso del PD e dei suoi nuovi alleati.

Senza tanti indugi, ecco le mie richieste.
Non ce n’è nessuna a titolo personale, sono tutte per la collettività (mi sento molto il Segretario del Partito dell’Amore).
Cerca di far abrogare la Legge Basaglia, i manicomi vanno riaperti.
Per sveltire la pratica la persona più indicata credo sia il tuo ex compagno di classe Giorgio Napolitano.
Il numero di telefono puoi fartelo dare da Nicola Mancino.
Lo so che con Re Giorgio non corre buon sangue, ma guarda che sull’invasione dell’Ungheria ha cambiato idea.
Va bene, difende ancora Craxi, ha sollevato il conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato – Mafia, ha detto che non andrà a testimoniare a quel processo, ha fatto distruggere una sua intercettazione manco fosse un sovrano dell’ancien regime, ha spianato la strada ad un altro indulto mascherato e fra un monito e l’altro sta mostrando una demo sull’imminente presidenzialismo (esatto, proprio come nel Piano di Rinascita Democratica della P2), ma in fondo è il nostro Presidente.
Non il tuo, dici?
Beh se è per quello, neanche il mio.
Ci sarebbe anche la Cancellieri, ma tu di cognome non fai Ligresti.

Veniamo alla seconda.
E’ giusto prendersela con i politici cialtroni, i bigotti, i delinquenti, i gerarchi, i piduisti, i ladri, i satrapi, i guerrafondai, gli speculatori, gli sfruttatori, i mafiosi e i dittatori (spesso le figure coincidono).
Le colpe però andrebbero equamente distribuite con chi permette alle sfavillanti categorie di cui sopra di mantenere la loro condizione di potere.
Ovvero con il popolo.
Cerca di sostituire l’ignavia, il manifreghismo e l’ignoranza che tanti dimostrano con una corpulente dose di onestà intellettuale, orgoglio e capacità di ragionare con la propria testa.
Chiedo miracoli?
Per ultimo, ci piacerebbe tanto tornare a pagare con la vecchia Lira.
Ah, l’argomento Euro è tabù anche su da te?
Andiamo bene…

Veniamo ai buoni propositi.
Ti prometto che avrò più rispetto per gli uomini che si depilano, per i possessori dei Suv, per le ragazze che indossano gli stivali d’estate e persino per gli scooteristi.
No, per quelli che montano l’Akrapovic sul T-Max invece nessuna pietà.
Dato che tutti hanno delle qualità mi sforzerò di cercare quelle di Mario Balotelli, pur sapendo che sarà un lavoro vano.
Se alla radio passasse una canzone di Jovanotti cercherò di non inveire cambiando subito stazione.
Cambierò solo stazione (subito) e mi terrò il bonus da usare contro (in alternativa) a Ornella Vanoni, Giorgia, l’immancabbile Gigi D’Alessio e Tiziano Ferro.
Leggere articoli di giornalisti avversi accresce il proprio background culturale?
Lo faro’, ma su Maurizio Belpietro chiederò il legittimo impedimento.

Ti esorto – prima di affrontare il lungo viaggio – a cambiare l’olio ed i filtri alle renne.
Stai tranquillo, i nostri mezzi d’informazione hanno dato poco risalto l’anno scorso alla notizia di quella renna che ha grippato.
Poi era ancora in garanzia.
Diffida di chi ti vuole aiutare a consegnare i doni.
E’ una scusa per andare alla ricerca delle mamme più disinibite da arruolare nei provini dei film porno.

Un caro saluto ma… cosa ci fai a Singapore con una scheda telefonica anonima davanti alle quotazioni del derby di domenica sera?

Farai carriera:aggiornamenti da scaricare

1 Dic

Per scrivere un articolo ironico avrei potuto parlare dei nuovi testimoni americani (quindi sinonimo di estrema sincerità e correttezza) che scagionerebbero il Pregiudicato e Decaduto Berlusconi, ma la fantascienza non mi ha mai attratto.
Torno invece sul mondo del lavoro.
O meglio, sulle sue distorsioni.
Alle aitanti categorie illustrate in Farai Carriera (https://shiatsu77.wordpress.com/2012/10/27/farai-carriera/) ve ne sono da aggiungere altre due.
Si tratta sempre di figure mitologiche: corpo di uomo, testa di cazzo.

Problem non solving
Hanno confuso la loro attività col martirio.
Credono che la crescita professionale vada in parallelo con la sofferenza.
Immolano la propria vita (e quella di quei poveracci che hanno la sventura di viverci assieme) per il (presunto) bene aziendale.
Lavorare ben oltre il normale orario (e nei festivi) è la regola.
Cazzi loro, direte.
Non proprio, perché col loro integralismo (non richiesto) mettono in cattiva luce chi riesce ad organizzarsi e a lavorare sodo (e bene) nei tempi canonici, dimostrando quindi una produttività ben superiore rispetto a questi invasati.
Non conoscono la parola malattia: si recano al lavoro con i più improbabili virus riuscendo – in quei giorni – a farsi veramente compatire: loro si sentono eroi, ma sono solo degli untori per gli sventurati colleghi.
Altra dote taumaturgica è il saper rovinare l’ambiente in cui lavorano, il percorso di carriera dei colleghi normodotati e financo l’immagine dell’azienda.
Chapeau.
Asseriscono di voler risolvere i problemi, ma in realtà godono ad essere nella merda, una condizione che il Signore ha riservato ai migliori (cioè a loro).
E’ un misto fra una forma di masochismo latente e una sindrome di Stoccolma 2.0.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha attivato una task force per studiare il problema di questi schiavi che invocano la frusta.
Hanno accolto con immensa gioia la consegna del Blackberry aziendale (dalla contentezza pare abbiano perso anche qualche goccia di pipì): essere sempre rintracciabili, rinunciando alla già inesistente vita privata, li ha fatti esultare come Tardelli ai Mondiali dell’82 e poter inviare un’e-mail alle 23:47 di sabato per loro non ha prezzo.
Sono odiati dai colleghi, dai clienti e dai fornitori (un ecumenismo involontario).
Logico che stiano scalando i vertici aziendali.
L’esperienza più inebriante che hanno avuto negli ultimi 4 anni è stato un improvviso (ed inaspettato) irrigidimento del pene quando un superiore li ha citati quale esempio per tutti.
La categoria comprende anche il gentil sesso.
Generalmente le Signore del martirio aziendale sono acide come il siero lasciato due giorni alla randa del sole e l’ultima volta che hanno pronunciato (e capito) una battuta risale a quando Fabio Fazio compì un atto coraggioso.
Come tutti i fanatici dedicano molto tempo al reclutamento di nuovi adepti:prestate la massima attenzione.

Spetteguless
Se fossero una canzone sarebbero Maledette malelingue di Ivan Graziani.
E’ una categoria interclassista essendo presente a qualsiasi livello dell’organigramma aziendale.
Sono visceralmente interessati a tutto ciò che non li riguarda e credono che le disgrazie altrui servano ad alleviare le loro (intelligenti, eh?).
Questa inutile e dannosa categoria della società (li metto nel mio podio virtuale) ha come stilema il proferire un tourbillon di insulti e critiche all’assente di turno.
Più forti in gruppo che da soli, sono abilissimi tanto a far girare i pettegolezzi quanto a crearne di nuovi.
Ipocriti, maligni e con una robusta coda di paglia, quando possono scatenare il loro livore – dandosi manforte l’uno con l’altro – raggiungono il loro parossismo.
Se mettessero tanto impegno nel loro lavoro (per il quale sono pagati come gli altri) come ne mettono nello sparlare, l’azienda raddoppierebbe il fatturato.
Confidarsi con loro garantisce la stessa riservatezza di una notizia nelle mani di Alfonso Signorini od Aldo Biscardi.
Sono refrattari a qualsiasi critica ed impermeabili persino ai riti voodoo: niente da fare, il loro animo “…ancora spruzza il suo veleno, fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi…”(cit.).
L’unica soddisfazione resta quella di dirgli che il nonno di Zanetti è vissuto fino a 103 anni.
Perché si faceva i cazzi suoi.

Quelli che Facebook

11 Ott

Il Signor Facebook, ovvero l’invenzione più geniale dell’era internet o l’anatema della vita moderna, una sorta di nemesi lanciata dagli antichi?
La risposta è, aihmè, molto dorotea: dipende.
Dall’approccio, dall’utilizzo e dallo scopo.
Facciamo una carrellata dei migliori esseri che popolano il social network più famoso al Mondo.
E sperate di non farne parte.

Non avrai altro calcio all’infuori di me
Sono fra i rappresentanti di punta delle persone monotema.
Nei social come nella vita.
Di sesso maschile, vivono di calcio, per il calcio, solo di calcio.
Logico da bambini, giustificabile nell’adolescenza, disarmante ora che questi aspiranti Tiziano Crudeli ed Elio Corno hanno superato i trenta.
Nel loro piccolo sono un inno alla coerenza: erano così a 12 anni come a 23, ma anche lo scorso anno.
Il Carlo Pellegatti che alla nascita è presente in tutti i maschietti d’Italia (inteso come tifoso sfegatato, a prescindere dalla fede calcistica) in loro non si è assopito ma anzi ha acquisito vigore fino a sopraffarli.
Sono gli unici ad apprezzare – e senza avere crisi epilettiche – i titoli dei quotidiani sportivi.
Hanno bloccato il cervello sulle frequenze di Sky Sport 24.
L’Album Panini (che rimane un’icona per tante generazioni) ha avuto su di loro lo stesso effetto del Vangelo sugli apostoli.
Il calcio non è più sana passione, svago e passatempo, diventa una ragione di vita, con i dogmi (e le relative tossine) tipici del fanatismo.
Sono il sogno proibito (che si avvera) dei Biscardi, Conte e Galliani (che culo…).
I loro post: se li conosci li eviti, se li conosci non ti uccidono (l’onestà intellettuale).

Il qualunquista didascalico
Sono (giustamente) indignati per il momento che stiamo vivendo ma (colpevolmente) disinformati sulle cause che hanno portato a ciò.
Buone le intenzioni ma pessimo (o quasi) il risultato.
Si definiscono apolitici pur con qualche affinità con la destra più rozza e becera.
Mischiano fatti di sangue a delitti dei colletti bianchi, anziché allargare il campo lo restringono, conoscono solo un 11 settembre, per loro il Piano Condor e la P2 sono dei nuovi giochi della Wii e la marcia dei quarantamila è una disciplina olimpica.
Grazie a suggestivi paralogismi danno sempre la colpa alla Magistratura, specie nei casi (sempre più rari) in cui questa è irreprensibile (caso Ilva, ma non solo).
Uno dei loro bersagli preferiti è il Ministro Kyenge (figura deboluccia, ma i problemi mi sembrano altrove).
Quando sono incalzati utilizzano delle argomentazioni consistenti come un biscotto Plasmon nel thè caldo.
Vorrebbero combattere il “sistema”, finiscono col rafforzarlo.

Io, io e io
Hanno le manie di protagonismo di Vittorio Sgarbi, nonché molto tempo da perdere.
Sentono il bisogno di inondare la rete con tutto ciò che li riguarda, convinti che dall’altra parte ci sia qualcuno in trepidante attesa.
Ci sono varie declinazioni di questi Vorrei essere un vip e nel dubbio mi comporto come loro.
Quelli che amano recensire i loro affascinanti orpelli: dal loro nuovissimo cellulare (Oooohhh!Tutti a bocca aperta) alla loro collezione autunno-inverno passando per un sempre affascinante tagliaunghie.
Ci sono poi gli esibizionisti del cibo.
Credono di saper cucinare come pochi al Mondo, da piatti inediti (la pizza) ad altri tipicamente etnici (udite udite, un piatto di pasta).
Data l’ingente produzione, o sfamano l’intero quartiere o gli auguriamo di bruciare in un giorno più calorie di un altoforno.
C’è chi ama raccontare anche le pieghe di se stesso (forse perché possiede solo quelle).
Devono ancora afferrare che su Facebook la domanda “A cosa stai pensando?” è fissa.
Un classico: ore 07,30 (notare l’orario) “Senza caffè non mi sveglio”.
Ecco, sarebbe stato meglio.
Si continua così tutto il giorno con la chicca di frasi sibilline scritte apposta per incuriosire (i loro simili) e solleticare i  794 amici (dei quali nessuno è mai uscito con lui) ad interagire.
Se le amenità proferite valessero anche solo un centesimo l’una, questi ilari personaggi sarebbero milionari.
Nelle donne poi è un trionfo di smalti, trucchi e messe in piega.
Mancano solo i dettagli dei loro Nuvenia Pocket quando vanno a lanciarsi col paracadute.
In quei giorni, of course.
Seguire il loro profilo diventa un’ordalia.
Cercasi troll disperatamente.

W la mamma?
Solo chi è genitore può capire dove possa arrivare l’amore per un figlio.
Comprendere invece cosa spinga tante mamme a esporre H24 i propri figli su Facebook è un mistero, un po’ come i capelli di Gianni Morandi (tintura o  parrucchino?).
Dopo il parto il loro cervello è regredito, allineandosi a quello dei neonati.
Pubblicano una pletora di foto dei pargoli ad ogni piè sospinto.
Complimenti:la rete è notoriamente controllabile e non è intrisa da malintenzionati che potrebbero utilizzare le foto in 916 modi diversi.
Avanti pure.
Per enfatizzare lo status di mamma-gggiovane riportano frasi ad effetto trovate nelle offerte 3×2 al supermercato (assieme al budino Ebo ed a una cover a forma di Hello Kitty), ci informano On Line su eventi epocali quali un ruttino (e cosa dovrebbe fare?) e un compleanno con gli amichetti (uuuhh!), farneticano di scene fra l’onirico ed il fantasy.
I loro commenti sono tanto inutili quanto sdolcinati, col rischio di produrre una crisi iperglicemica e dei conati di vomito (insieme).
Tracimano dichiarazioni d’amore melliflue, talmente sforzate da metterne in dubbio la spontaneità.
Un misto fra un melodramma napoletano ed un reality: di peggio c’è solo la Carfagna che parla di Montesquieu e della separazione dei poteri.
Credono di avere fra le mani una versione evoluta del Cicciobello.
Confondono l’ostentazione (di un essere umano indifeso) con l’amore e la protezione, non accorgendosi che la prima è in palese disaccordo con i secondi.
Chi è al centro della scena?La creatura ignara di tutto o la super mamma?
I figli saranno costretti – al compimento del 6° anno – a rivolgersi al Giudice Tutelare per chiedere l’esercizio della patria potestà sulla madre anche se le teorie sull’apprendimento imitativo non ci fanno sperare niente di buono per il futuro dei bebè.
Quando Renato Pozzetto nella Casa Stregata spiegò con cosa ragionano (a suo parere) le donne, si riferiva (senza saperlo) a questa categoria.