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Ok, le Ricette sono giuste!

12 Ago

Quante volte abbiamo la soluzione davanti agli occhi, eppure non sappiamo coglierla.
Sta lì, ci passa davanti col suo incedere magari quotidiano, ci sbattiamo il naso chissà quante volte, interagiamo con lei anche, ma niente.
Non sappiamo coglierla.
Ci sfugge.
Oppure le assegniamo aprioristicamente un’altra valenza.
I pericoli della quotidianità, forse.
O della razionalità.
La stessa cosa è accaduta ad Imerio Bolognini con la musica.
Attenzione – o qualcuno potrebbe travisare e trascinarmi diritto davanti al tribunale del Rock – Imerio divora musica a ritmi forsennati.
Lui (con)vive con la musica.
Lui è (anche) grazie alla musica.
La sente, l’ascolta (che sono due faccende differenti), ha cantato (e nessuno è andato in analisi quando ha smesso) ma non aveva mai pensato a scrivere DI musica.
Spesso comprendiamo l’importanza di qualcosa (o di qualcuno) solamente quando questa non c’è più.
Qui è l’opposto.
E difatti ti chiedi: ma prima, come facevamo?
Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07/2016 a Roma, Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana nel suo profilo di Facebook recensendo (ma a modo suo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un conto alla rovescia che è diventato un crescendo rossiniano.
Un’attesa nell’attesa.
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Divertente, ha detto.
Ma io non conosco solo Springsteen, avrà aggiunto.
Siamo già alla soluzione, che si chiama Ricette Musicali, che è diventata una pagina Facebook , che è sbarcata anche sul web, che è sbocciata in un libro.
L’intuizione di crearle, le Ricette Musicali, è stato un prodromo del successo che avrebbero avuto.
Ma non bastava.
Il secondo scoglio per l’ideatore Imerio Bolognini era quello di trasferire nella sua creazione tutto il suo talento e la sua passione.
Ime però ha fatto anche questo.
Risultato possibile solo quando la pervicacia incontra sulla sua strada la genialità.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Lui quando prende carta, penna e calamaio e si traveste da esegeta delle canzoni non racconta semplicemente delle storie.
No.
Lui quelle storie le vive.
E a renderci partecipi di quelle vicende – che spesso ingarbugliano l’anima e la scuotono – è inarrivabile.
Per sensibilità, per esperienze, per predisposizione.
Ognuno di noi può (e deve) assegnare un significato alle canzoni.
Ime, vergando il suo, ne appoggia lì uno, di significato, che si accomoda di fianco al nostro.
Perché è proprio il significato che avremmo voluto dare noi a quel pezzo, ma nella nostra caccia siamo arrivati al fuochino.
Oppure perché coincide col nostro, ma come lo ha descritto lui, beh, è un’altra cosa.
Nelle Ricette Musicali l’autore ha trovato l’habitat naturale per il suo corsivo diventando l’araldo di se stesso.
Scevro da vincoli, blocchi, schemi e paturnie si può permette di spaziare per esprimere senza soluzione di continuità l’Imerio-pensiero, laddove altre forme lo avrebbero imbrigliato o annullato.
La ricetta delle Ricette riesce ad esaltare anche il sapore dell’entropia, a togliere un po’ quello di selvatico e a tenere i commensali compostamente seduti anche quando la cena si dilunga.
Esistenzialismo più che iconoclastia ed intimismo apertamente dichiarato.
La speculazione e l’invettiva si scindono senza detonazione.
Nei testi, per ovvie ragioni, mancano solo la sua mimica e la sua prossemica teatrale.
Ma è come se ci fossero, sapientemente evocate da una scrittura personale e piena di sé (in entrambe le sue accezioni).
Chi lo conosce bene sa che quello è Ime.
Chi non lo conosce impara presto a farlo.
Perché Ime pensa così.
Perché Ime parla così.
Perché Ime È così.
Per scelta e per vocazione.
Nella profondità come nelle esagerazioni.
Il proprio sito web è una zona dichiaratamente ad alto tasso di ego e la legislazione speciale permette di usare i personalismi, i sensazionalismi, le forzature, l’arabesco ed il barocco ad libitum.
In una società piatta, cinica ed eterodiretta è un antidoto da iniettarsi per continuare a vivere e non a rimanere semplicemente vivi.
Imerio Bolognini ha una mente proteiforme ed è un esempio adamantino di eclettico che ha trovato la sua dimensione ideale specializzandosi.
Specializzandosi, ma esclusivamente per dare spazio al suo poliedrico scibile.
Di lui conoscenti, amici, astanti, perfetti sconosciuti, amanti, parenti, uno, tutti: a costoro dico di trovare una sola ragione, se ne sono capaci, per non leggere le Ricette Musicali.
Perché non sarà mai stato così facile smontare un’obiezione.

Attenti a quei due

13 Dic

Questi due sono considerati soggetti altamente pericolosi e nocivi per la società.
L’etichetta è stata marchiata a fuoco dal solerte Ministero Globale per il Rincoglionimento del Suddito Cittadino, una sorta di Min.cul.pop un po’ meno fanatico ma più globalista.
L’ultimo capo d’imputazione che ha fatto scattare l’atroce sentenza è di quelli ineluttabili: i due reprobi, in maniera sistematica e continuativa, utilizzano contemporaneamente entrambi gli emisferi del cervello, decidono sistematicamente in piena autonomia ed osano impunemente cambiare opinione.
D’accordo, aver sottoscritto l’abbonamento alla Juventus nella stagione 2009/10 non ha migliorato la già problematica situazione, ma qualche scheletro nell’armadio chi non ce l’ha?
D’ora in avanti sulle vetrine dei negozi e accanto alle casse dei bar troverete la foto segnaletica di Cristian M. detto anche il Marti e di Daniele C., per tutti Lele.
Il nutrito dossier dei Servizi Segreti che li riguarda (nome in codice Matash) per buona parte è stato misteriosamente ritrovato alla curva della Botte.
Qualcuno sospetta un’attività di controspionaggio del famigerato Agente Apripiscta, la cui identità è ovviamente top secret (si sa solamente che porta i baffi e che parla con uno strano accento).
Spulciando quei documenti emergono i tratti salienti di questi due indomiti sovversivi.

Il Marti
Passionale da sempre con tutto e tutti, negli anni che furono estese lo stile Dolce Vita anche all’arredamento di casa sua.
Non era raro intravedere in giro per locali il suo divano adornato con sei/sette pashmine (ovviamente fregate a Cristian) fare incetta di aperitivi e contornarsi di belle ragazze.
Solo che a causa dei troppi aperitivi le belle ragazze sparivano e avevano pure il coraggio di lamentarsi se poi non trovavano da sedersi.
Ingrate.
Riferendosi sempre a quel periodo da vitellone, la pettegola del suo palazzo (nessuno la conosce, ma c’è sempre una pettegola nel palazzo), insiste ancora oggi di averlo visto sedurre la sua lavatrice giungendo a rapporti non protetti da anticalcare.
Altri tempi, le cose sono cambiate (e in meglio) anche per lui, mentre non si può dire lo stesso per la lavatrice, visto che nel frattempo è finita in una discarica.
Sedotta e abbandonata.
Nuovo ruolo, nuove priorità, nuova vita insomma, ma per fortuna non ha perduto la balsamica voglia di ridere, di approfondire, di farsi serio e di andare in matana.
Anche nella stessa giornata.
Non dobbiamo poi dimenticare che tutte le crisi diplomatiche degli ultimi ventinove anni sono state provocate dalle sue imitazioni, a cui si debbono aggiungere tre divorzi, una dozzina di licenziamenti e due conversioni (della stessa persona, andata e ritorno).
Cristian è da tempo immemore che prende in giro la collettività con dei tormentoni, veri o presunti.
Lo fa perché in lui c’è uno psicologo latente (e abusivo) ed anche perché le sue vittime si meritano questo ed altro.
In realtà qualcuna, furtivamente, si ribella e gli attacca delle pezze secolari, ma a lui fondamentalmente piace.
Tornando alle sue gag, non crederete davvero che sia sincero quando rutilante di rabbia esonda contro le sagre estive?
Solo apparenza per sbeffeggiare i compaesani, in realtà vende lui stesso i biglietti con la barba e gli occhiali finti ed una parrucca.
Ma in estate fa caldo, lui suda e tende a togliersi i travestimenti.
Ma nessuno si è mai accorto di nulla.
Al sistema non va proprio giù uno che sappia divertirsi, informarsi ed indignarsi, ma visto il livello raggiunto dall’umanità anche l’ex Golden boy di Ottosalici ha vacillato rischiando il cedimento: pare abbia seriamente pensato di depilarsi le sopracciglia e di diventare uno youtuber.
Scelta poi declinata nella volontà di seguire ancora il ciclismo.
Sempre disponibile all’ascolto e ad elargire la sua spontaneità, refrattario a dogmi e al pensiero precostituito, con la polemica sempre nel taschino, l’altro giorno in auto ha avuto un furibondo diverbio con se stesso per quale uscita imboccare ad una rotonda (una rotonda che percorre tutti i giorni): solo l’intervento delle forze dell’ordine ha scongiurato il peggio.
Quando sono arrivate si sono sentite dire che come fosse antani per senso unico a livelli navigatore satellitare con scappellamento a destra prematurata blindo all’uscita contromano per ricalcolo del percorso.
Al ché hanno convenuto col Marti.
Convenuto su tutto.

Lele
E’ un umanista prestato all’economia.
O se preferite l’esperto di economia più umanista che ci sia (la rima non era voluta).
E pure un fine storico.
Che lavora però nella sanità.
E già da questo intrecciato preambolo si intuisce che i rigidi schemi gli piacciono esattamente come piacevano a Roberto Baggio.
Ipocondriaco quanto basta per meritare la sufficienza piena, sono francamente eccessive le critiche di disfattismo nei suoi confronti: dopo una dissertazione di una mezz’ora con lui un invasato motivatore – intendo più invasato del solito – ha tentato tre volte il suicidio, l’ultimo dei quali è fallito perché le auto di oggi inquinano meno rispetto a quelle di un tempo.
Un motivo in più per rimpiangere il carburatore.
E dire che Lele aveva sciorinato solo l’introduzione.
Se i politici si informassero la metà di quanto fa lui ed avessero 1/3 della sua abnegazione avremmo la classe dirigente migliore della Storia
E se il Mondo avesse un pizzico (non dico di più) della sua sensibilità e della sua attenzione verso i più deboli (tutti, non solo quelli che aumentano gli ascolti), beh, vivremmo decisamente meglio.
Non deve però uscire un ritratto severo da intellettuale asociale, Lele è una persona di compagnia e con lui la baracca assurge ad una dimensione spirituale superiore.
Decisamente più terreni e prosaici, invece, i bicchieri che vengono scaravoltati.
Lele è una delle poche persone che ha letto l’intero Trattato di Lisbona (non credo che lo abbiano fatto coloro che lo hanno firmato, e i risultati si vedono).
Nella sua attività di divulgazione contro il progetto ordo-liberista ha scelto la tecnica del porta a porta, come un venditore di enciclopedie qualsiasi.
Ma uno che si presenta a parlare di economia al servizio della società e non del contrario, di investimenti pubblici e di demolizione dei paradigmi liberisti su un pianerottolo di un condominio, con la barba ed i capelli lunghi, ecco, non sempre viene ritenuto credibile: una signora gli ha proposto di andare nella sua comune, un direttore artistico gli ha offerto una parte nel musical Jesus Christ Supestar (ovviamente gratis, al ché Lele ha inveito contro lo sfruttamento della proprietà intellettuale), mentre un sessantenne con un passato tribolato che ha vissuto la febbre del sabato sera (un ex eroinomane, insomma) pensava ad una reincarnazione di Maurice Gibb dei Bee Gese.
A sorbirsi le sue lectio magistralis (roba da sei-sette ore minimo, da questo mese scaricabili anche attraverso una comoda App) sono rimasti così i suoi gatti, che però, stanchi di cotanto ascolto forzato, hanno deciso di riunirsi in un sindacato: all’articolo 1 dello statuto felino hanno indicato che la loro priorità è un’altra.
Dormire.
Pur a singhiozzo la sua attività culturale non è comunque passata inosservata ed evidentemente inizia ad essere scomoda, pensate che un gruppo di ignoti per tendergli una trappola lo ha iscritto contemporaneamente a tutte le Logge Massoniche del Pianeta.
Inoltre la macchina del fango lo ha esposto al pubblico ludibrio dipingendolo come un feticista delle mestruazioni solo perché nelle sue lezioni fa spesso riferimento al Ciclo di Frenkel ed ha rivelato che lui, paladino dell’antiglobalizzazione, nel dopolavoro assembla dei mobili per qualche grossa multinazionale, purtroppo senza la possibilità di dare un nome alle sue creazioni, o ritroveremmo la scrivania Carl Marx, la libreria Keynes o il tavolo Bohemien.
In attesa della rivoluzione culturale, sta preparando il campo ad una nuova classe dirigente, con intense e mirate lezioni al suo cane Axel per farlo divenire in tempi brevi il primo Sindaco d’Italia a quattro zampe.
Attendiamo impazienti quando Lele esclamerà tronfio e con accento toscano .

Compro&Vendo

23 Ago

L’argomento è volutamente leggero come il periodo estivo richiede.
Ma è comunque più avvincente delle (non) notizie profuse dalla prezzolata stampa nostrana o delle slinguazzate di sedicenti intellettuali che non conoscono la parola ferie.
Parliamo del mercato – nella sua accezione antica di luogo d’incontro di domanda ed offerta di beni – che ha traslocato pure lui dall’agorà al web e certe vecchie trattative (spesso più un rito che una reale contrattazione) hanno dovuto cedere il passo a nuove fattispecie.
Vi sarà capitato di inserire su internet un inserzione di vendita per la vostra auto o moto come di trovarvi nella condizione di doverne cercare una.
Vi potrebbero attendere questi fenomeni.

L’acquirente ineducato
Rispondono al vostro annuncio con una serafica email o con un messaggio volutamente scarno e asciutto: i buongiorno, ciao, salve, saluti e presentazioni non fanno parte del loro dizionario.
A ben vedere il dizionario non fa parte della loro vita.
Scrivono un aut aut con un’offerta pari al 60% di quanto richiesto (ovviamente senza aver visto il mezzo) e bontà loro specificano che il passaggio è a loro carico e che pagheranno alla consegna (com’è umano lei…).
Quando, più o meno bruscamente, gli fate notare che non è il caso sembra di vedere il loro musino disilluso mentre vergano che va bene lo stesso (ci mancherebbe) ma se voi doveste cambiare idea fateglielo sapere.
(Mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza? cit.).

Chiaro, limpido, puzza di reato
Questi altri invece più che fastidiosi paiono truffatori o comunque soggetti diversamente rispettosi delle leggi.
Non so il motivo, ma chiamano (o scrivono, loro sono più eclettici) asserendo di essere francesi e biascicando qualche parola in italiano (o forse solo facendo finta) vi chiedono due informazioni sommarie e qualsiasi cosa diciate loro (tipo che l’auto è radioattiva, che la moto perde la ruota anteriore con facilità ed a volte s’incendia), il primo sabato di calendario sono pronti a prendere il mezzo pagando in contanti, oppure vi faranno recapitare un bonifico dall’estero.
Il passaggio di proprietà?Dopo,dopo…
Inutile dire che sono da evitare come la peste, ma non mi stupirebbe di vederli in posti che contano.

Baratta anche tu con noi!
Più pittoreschi, ed alla fine pure simpatici, gli iper-attivi del baratto.
All’impossibilità di pagare interamente il prezzo dell’annuncio non si perdono certo d’animo e – solerti e laboriosi come un teutonico e creativi ed ingegnosi come un latino – rispolverano la più antica forma di commercio esistente.
Offrono auto e/o moto interessanti (ancorché non gradite), improbabili (quindi assolutamente non gradite) o proprio ripugnanti (roba da dichiarazione di guerra).
Un vostro diniego è lungi dal farli desistere.
Rilanciano con la bici che gli fu regalata alla Prima Comunione, il materasso e la rete della loro prima volta, un tostapane Brionvega (sanno che il vintage tira), l’auto del loro vicino (ignaro di tutto) per finire col Prete della loro Prima Comunione.
Non sono ancora arrivati alla scena del pazzo che descrisse Ivan Graziani in Pasqua :
“5.000 lire sussurra/ti faccio andare con mia sorella/ non è un gran è vero ma ho soltanto quella”, ma per interromperli occorre spegnere il pulsante che hanno dietro la schiena.

Il venditore controvoglia
Al telefono risponde svogliato, pare quasi moribondo, e poi è giustamente scocciato che gli chiediate informazioni sull’oggetto che ha lui messo in vendita.
E poi ci sta ripensando, nonostante le numerose offerte ricevute tutte più alte del prezzo da lui richiesto.
Ma che per uno stranissimo motivo stanno vagando nell’etere.
D’altrone il suo annuncio era tanto un prodromo a quel comportamento quanto un diktat da persona afflitta da evidenti manie di persecuzione: no email, no messaggi, no domande strane, i soldi per mangiare ce li ho, è l’annuncio più caro del web ma non me ne frega niente, no curiosi, no affaristi, no gente che respira, io vi ammazzo tutti.
E’ evidente il trauma subito dalla visione dello spot degli anni ’80 sull’Aids.
Solo che l’alone viola, anziché il corpo, gli ha circondato completamente il cervello fungendo da sigillante e interrompendo la già deficitaria attività cerebrale.
Che questo problematico inserzionista non transiga sul prezzo da lui fissato è comprensibile, che per esprimere questo concetto (ripeto, lecito), utilizzi una protervia in versione deluxe è la sublimazione di un evidente misantropia.

Il filantropo
Agli antipodi invece è il tipico soggetto afflitto da gentilite.
Già al telefono sciorina tutto il manuale del venditore-appassionato-amico.
E via cavo può anche far piacere (specie se prima avete sentito l’orco qui sopra) e quasi convincervi.
De visu, no.
Sforzatamente sorridente, vi mostra il suo gioiello (col quale inscena una corresponsione di amorosi sensi) che con il cuore in mano (per essere più sicuro mima anche il gesto) vi vuole vendere facendovi fare l’affare della vostra vita.
E lui sa già che si pentirà, ma beati voi.
Lo ringrazierete…
Continua con le sue meta-dichiarazioni asserendo che il mezzo è perfetto, è stato custodito gelosamente e non ha avuto incidenti (avete già intuito, vero?) poi esclama la frase “Non ci sono per il collo” con una prossemica da attore consumato.
Infatti coerentemente parte dal prezzo fissato che era trattabile (lui è comprensivo) ed inaugura un (auto)asta al ribasso senza che voi proferiate parola.
Fa tutto lui.
E’ quasi commuovente come cerchi di credere anche lui alle balle che sta sparando.
D’altronde, qualcuno prima le ha raccontate a lui.

Che famo, ce tocca pure da rivalutà quer tira sole der salone d’automobbili?

Dizionario all’itagliana

31 Lug

Autoderminazione dei popoli: concetto fiero, aulico.Studiato solo sui libri di scuola.

Bigotti: dato l’elevato numero evidentemente si riproducono ad un ritmo quadruplo rispetto alle altre persone.E’ un fardello atavico che ci portiamo appresso.Speriamo in questo caldo record.

Coraggio: quando presente si manifesta solo in compagnia di se stessi ma opportunamente non davanti allo specchio: non regge ancora lo sguardo.

Dogmi: col calo – lento ma costante – del mercato delle religioni si sono aggiunte nuove attività strategiche: tecnologia, globalizzazione e mercato.Dal dramma alla tragedia.

Egemonia culturale (di gramsciana memoria): quando qui il 31 ottobre festeggiamo Halloween (o meglio, un surrogato a stelle e strisce come solo da quelle parti sapientemente sanno fare) ma negli Stati Uniti pochi giorni dopo, l’11 novembre, non si festeggia San Martino.

Favole: un evidente richiamo all’infanzia.Con la differenza che allora c’era il lieto fine.

Giustizia: funziona in maniera ineccepibile: coi deboli è lenta, cavillosa, mai equa e manipolata, coi forti è sempre manipolata (ma a loro favore), veloce e dal giudizio sicuro.Perché è così che deve funzionare, vero?

Hai capito?: no, ma in compenso non ci ho nemmeno provato, né io né gli altri.E poi mica ce l’hanno detto, di capire…

Istruzione: in tanti ne parlano e la sventolano per farsi belli ma se la incontrassero in pochi saprebbero riconoscerla.

Legalità: termine risorgimentale sparito ormai a livello nazionale, si ritrova ancora in qualche sparuta comunità ed in qualche gruppo di persone invise e sbeffeggiate dalla tronfia maggioranza del paese.

Memoria storica: concetto sconosciuto a questo dizionario.

No: diniego proferito frequentemente da riottosi gufi, pure colpevolmente disfattisti e rosiconi, in risposta al finto cambiamento che cela invece un progetto perlomeno pericoloso.Per il quale invece abbondano più o meno consapevoli “Mi piace”.

Onestà intellettuale: avvistata dai satelliti a 10.000 km da noi.Fanno sapere gli astrologi che per ora non farà visita nel nostro paese.

Potenti: più leccati che combattuti. Quel poco livore che ancora si riscontra non è da confondere col coraggio (vedi sopra alla relativa voce): si tratta di invidia.

Quattrini: ecco spiegato perché si tratta di invidia.

Reputazione: un suo ritorno sistemerebbe parecchie questioni.

Rivoluzione: al bancone del bar ed al massimo se la squadra del cuore perde lo scudetto o vende il centravanti.Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente (GG docet).

Sistema democratico: una minoranza (criminali organizzati, delinquenti semplici, buona parte dei politici, una fetta degli immigrati) si fa letteralmente i cazzi propri (che non coincidono nè coi cazzi degli altri nè col rispetto del senso civico e della rettitudine morale) e sostanzialmente guida e governa il Paese.
Negli anni la percentuale è cresciuta: a stare con lo zoppo si impara a zoppicare ed il terreno pare decisamente fertile.

Stronzate: esercitano un’attrazione ancestrale proporzionale alle loro dimensioni.

Tifo: altro ceppo dell’omonima malattia, rispetto a quest’ultima nuoce ancora più vittime.Diffusissima in politica (o nel teatrino che ne rimane).

Uomo forte: lo esigono sia una pavidità di fondo sia un latente messianismo.Ogni volta che qualcuno (con i patetici cerimoniali del popolo bue) assurge da salvatore della patria in realtà l’affossa ancor di più.E dopo si riparte con un altro.

Verità : lei vorrebbe tanto sgorgare dal sottosuolo dove è stata confinata, le basterebbe qualche zampillo, giusto per mostrare – con la sua immagine inconfutabilmente inedita – che esiste davvero.Ma è stata isolata talmente bene che contro la fisica non si può andare.

Zi badrone: dicono che gli animali domestici assomiglino ai propri padroni.E viceversa.

Guido in Japan

2 Mag

E’ spesso in giro per il Mondo (pare sia pagato per quello), inoltra foto, post e commenti di ogni sua peregrinazione.
Ma qualcuno inizia a non credere più ai racconti di Cristiano Guidetti alias il Guido.
Soprattutto dopo aver scoperto come sia veramente andato il suo ultimo viaggio in Giappone.

Da sempre sensibile al fascino delle culture locali, al suo ritorno dal Sol Levante avrebbe voluto stupire con mosse di karate gli amici, i familiari e quelli dell’Agenzia delle Entrate.
Si è affidato al maestro Miaghi, noto sfruttatore di manodopera in nero nonché abusivista edilizio ed usuraio, che gli ha fatto subito riverniciare tutti i portoni e le staccionate di casa e passare la cera sulla sua nutrita collezione di mobili antichi (rubati).
Quando credeva finalmente di aver terminato la rituale gavetta e di poter avere accesso allo scrigno dei segreti delle arti marziali, si è invece sentito rispondere “Bene Guido San, domattina puntuale: dovrai togliere dal tetto l’amianto”.
Non contento, è andato a romper i coglioni ad altri influenti personaggi (quindi dei cialtroni) prendendosi pure quattro schiaffoni da Ken Shiro.
D’altronde, il più famoso proverbio giapponese recita: “Non svegliare Ken che dorme”.
Al momento il kimono lo può indossare solamente nelle operazioni di depilazione.
Ha trovato un pò di pace e sollievo solo da Marrabbio, per cui meglio non fargli sapere che il menu di quella sera fosse composto da carne di Hello Spank, Torakiki e di un loro amico sifilitico.

A causa dei troppi impegni non è più affidabile come un tempo, quando pur di viaggiare faceva lo spallone verso la Svizzera.
Un suo amico che preferisce restare anonimo (anche perché ha perso completamente la memoria) gli ha chiesto un piccolo souvenir (una innocente katana), ricevendo dei banali coltelli Shogun acquistati sei anni fa in una televendita.
Un altro tizio ha semplicemente ordinato di portargli in Italia (vive) la mamma di Oliver Hutton e Kelly di Occhi di Gatto.
Convincere la prima non pareva un’impresa epica – visto che è una troia – ma niente, continuerà a frequentare (cioè a chiavare) tutti quelli che bazzicano intorno alla scuola calcio del figlio.
Sulla seconda (la conturbante sorella maggiore di Occhi di Gatto) la mancata consegna è in parte giustificabile: pur essendo anche lei una bagascia (ottimi gusti gli amici, eh?) ha sempre esercitato sul nostro apolide un certo fascino.
E difatti è rimasta là pure lei.
La terza richiesta stava per essere esaudita, ma un comportamento fantozziano ha mandato tutto a monte.
Cristiano (penso di averlo chiamato così mezza volta) si è schierato alla dogana con un telaio Deltabox in alluminio della Yamaha sulle spalle, oggetto del desiderio di un genialoide che sta girando su una moto dotata solo di ruote e motore.
Per non dare nell’occhio fischiettava un motivo dei Beehive, uno a caso (tanto fanno tutti cagare allo stesso modo) e beveva degli Estathé scaduti.
Incalzato dalle guardie, il nostro Globetrotter ha usato l’italianissima scusa del “A mia insaputa” corroborando la tesi col racconto di un politico del Bel Paese a cui avevano pagato la casa senza che lui lo sapesse.
Con toni poco accomodanti (e con diversi calci nel culo) gli è stato ordinato di tornarci, in quel Paese.
Senza il telaio (pare che le guardie lo abbiano venduto a Marrabbio per la farcitura delle frittelle).

Rientrato in patria (un ossimoro, nel suo caso) il nostro astante sta cercando forsennatamente di incontrare persone a cui raccontare le proprie mirabolanti avventure ma nessuno se lo sta cagando di striscio visto il suo tasso di decadimento radioattivo.
Ha talmente tanta energia (nucleare) in corpo che sta facendo una concorrenza serrata a quelli dell’Uber.
E nel giro di sei mesi del Guido uscirà anche la versione ibrida.

P.s. Articolo di pura fantasia, meglio ricordarlo visto il numero di creduloni presenti in Italia.
P.s.2 Grande Guido!

Cudghin a bala da sciop!

22 Mar

La lunga attesa ne ha accresciuto il già intrinseco fascino.
Dell’ottimo vino, dei piatti cucinati con sapienza, della musica di qualità ed un tasso alcolico più alto dello spread targato novembre 2011.
E noi.
I prodromi per una piacevole serata c’erano tutti, ma il risultato finale della Cotechinata è andato oltre ogni aspettativa.
Purtroppo mancava il Guido, un apolide che per una volta forse ha rinnegato di essere tale.
La tavola imbandita ha accolto quindi il Marti (passionale padrone di casa), Lele Cassinadri (O’ Professore) , Ancio (il Conte Mascetti del terzo millennio), il Gip (sbaraccatore silenzioso e discreto) ed il Benna (lui è come i brasiliani: semplicemente il Benna) che per un impegno istituzionale ha dovuto abbandonare appena dopo mangiato.
Affidandoci totalmente all’alchimia abbiamo potuto formulare il postulato un cotechino per ogni commensale.
Registriamolo, o qualcuno potrebbe costruirci la prossima campagna elettorale.

Mescolando la vodka con l’acqua tonica si è anche visto un’interpretazione del Marti di Città Vecchia di De Andrè: forse prosaica, sicuramente intensa, dunque autentica.
Chi reputa inconsueto impiegare quasi due ore per percorrere a piedi un paio di chilometri omette l’automatico fuso orario che scatta a certe ore della notte.
Ed ignora quella poliedricità che ci invita a parlare della filosofia applicata al gioco del calcio (con tanto di sopralluogo al vecchio Valentino Mazzola) nella stessa serata in cui si è discusso (e animatamente, per fortuna) della politica economica dell’Italia nel dopoguerra, trovando pure un doveroso ritaglio di tempo per contemplare una delle lectio magistralis più ficcanti ed adamantine di Karl Aurel Kohrsin.
Se il divertimento avesse voluto interpretare se stesso avrebbe scelto questa serata di parossismi ripetuti.
La semplicità (che contro il parere di molti fa rima con profondità) crediamo sia uno stilema del nostro topos ed un antidoto che auguriamo di possedere anche alle future generazioni.

P.s. Una velina dei servizi segreti dà per certa la riedizione della Cotechinata nientepopodimeno che in estate.
E quelli di solito ci prendono.

Menu a sorpresa

18 Mar

Parafrasando il Trap, squadra che beve non si cambia.
Eccoli qua, in tutto il loro splendore:
– Nelson Bolognera (l’iconoclasta);
– Ramuo Gopizzi (il rivoluzionario);
– Karl Aurel Kohrsin (il giustiziere);
– Patrick Marone (il gigante buono ma non fatelo arrabbiare);
– chi scrive (il battitore libero).
Un Osteria come pensatoio, un pò di vino (giusto un pò) per innaffiare un’ancestrale voglia di stare insieme.
Se poi uno avesse saputo anche il menu
Dovete sapere che ogni nostro incontro deve avere almeno un tormentone e stavolta ci siamo inventati quello del menu (cazzari si nasce).
Che poi uno il menu lo scopre nel momento in cui si siede a tavola, direte voi: ma di cosa cazzo avremmo potuto parlare per una settimana, sennò?
Del secondo dei tormentoni, cioè di fantasie da Tinto Brass dei poveri (o da vecchi commilitoni, se preferite) su un’inconsapevole fanciulla.
Tutt’altro che innocente, anche se io ribadisco che la donzella non mi conturba.

Un refrain dei nostri simposi è: come siamo, come eravamo e un’anteprima di come saremo.
Mattinate che sembravano eterne sono durate comunque troppo poco.
Ci sono mancate giusto le serenate nell’ora di ginnastica o di religione, ma noi mica eravamo all’Istituto magistrale…
Ecco, solo un’accortezza: i dettagli non chiedeteli a Bolognera, ultimamente la sua memoria si sta paurosamente accorciando.
Speriamo per lui solo quella.
Ai blocchi di partenza c’erano dei ragazzini con una peluria matta sul viso.
Solo Gopizzi aveva già la barba (e due tentate rivoluzioni alle spalle).
Partiti come compagni di classe ci siamo ritrovati amici inseparabili in questa corsa perpetua che è la vita.
E per comprendere la materia qualche lezione privata è necessaria (tutt’ora).
“Si, siete uniti ma dopo vi perderete, fanno tutti così: il lavoro, le morose, gli impegni…”.
Eh, chi lu!(sto cazzo in dialetto, nda).
Forse il destino, sicuramente la volontà, perché le cose che contano devi difenderle sempre un pò, se no finiscono male (cit.).

Il Gruppo non ha mai rinnegato le proprie sonorità, ma è riuscito ad ascoltare nuovi generi, ad apprezzare arrangiamenti differenti e si è aperto a testi prima inesplorati.
Si è cercato di crescere, di andare oltre, ma tenendo sempre accesa quella fiammella chiamata follia.
Difficile, ancor di più se il percorso viene intrapreso assieme.
Ma appagante, quando si ha l’impressione di esserci riusciti (più spesso che raramente).
Nonsolostronzate: si discute su vedute differenti, ci si incazza, ci si manda a cagare (sintomo di stima, dalle nostre parti), si smadonna e si alza la voce.
Già, noi alziamo spesso la voce, ma mai in modo fastidioso o maleducato.
Solo un barista di Bologna è sbottato, ma lo capiamo: portarsi in giro quella faccia non dev’essere facile e coprirla di un’inutile barba non lenisce certo la sofferenza al reprobo.
Siamo portatori sani (o quasi) dei nostri integralismi e dei nostri pregiudizi.
Perché li abbiamo tutti, inutile fare le suorine.
Solo che quelli altrui sono più ingombranti, si nascondo peggio e danno più fastidio.
Chissà di cosa parleremo al prossimo pranzo…?

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Eroe del niente

24 Feb

Questa storia è ambientata in un lontano Paese del Terzo Mondo dal passato glorioso.
Nonostante un diffuso pauperismo la dignità delle persone non si era ancora smarrita del tutto.
Il protagonista è alle scuole superiori.
Imparava tutto a memoria, non passava mai nei compiti in classe e spifferava i nomi dei compagni che lo facevano.
In compenso era fieramente antipatico, pure bruttarello ed anche un pò invidioso di quelli che da adolescenti si comportavano da adolescenti.
Li abbiamo avuti tutti dei tipi come lui in classe, oppure nella compagnia.
Dalla compagnia però di solito uscivano, a calci nel culo.
Per darsi un senso raccontava balle in maniera seriale: duelli con supereroi (lui le suonava sia a Batman che all’Uomo Ragno), scopate con le più belle della scuola (due in particolare: Roberta e Federica) ed avventure mirabolanti nella sua camera (iperbarica).
Lui era il classico cugino di tutti.
Ma cagato da nessuno.
La cosa più trasgressiva che aveva fatto nella sua rutilante giovinezza era stata chiedere alla mamma di condirgli la pasta con l’Electrica salsa (baba baba, aha aha).
Culturalmente guardava all’Italia.
Il Drive in lo registrava per vederselo a pezzi: una puntata intera richiedeva troppa attenzione e poi certe battute le capiva solamente al terzo Rewind.
Sognava di essere un Chicco Lazzaretti (seeeee) risultando però un misto fra Bruno Sacchi e la versione sbiadita di Aziz (il maggiordomo di Camillo Zampetti).
Era un pò il Paninaro di Enzo Braschi, appena più tamarro, e un pò Mimmo di Bianco Rosso e Verdone, solo meno intraprendente.
Sedicente intenditore di musica, ai Righeira rimproverava di non avere sonorità all’altezza dei profondissimi testi.
Noto appassionato di se stesso (cioè del nulla) andava predicando che gli fossero state dedicate due canzoni: Faccia da pirla (di un tal Charlie) e Vaffanculo di Marco Masini.
Pur di attirare l’attenzione infatti era disposto a svendere la propria reputazione, che non a caso gli stava distante almeno tre metri.

Quelli come lui, crescendo, o compensano l’apatia cerebrale giovanile con slanci di talento, o peggiorano.
Solo nelle favole si verifica la prima ipotesi.
Resosi conto che nella vita non avrebbe potuto combinare niente (ad oggi rimane l’unico ragionamento di senso compiuto dei suoi primi vent’anni), gli restavano due scelte:
– la televisione, ma il suo ruolo era già stato preso dal protagonista dello spot dell’Hurrà Saiwa ed inoltre Mr. Bean non aveva intenzione di ritirarsi dalle scene;
– la politica.
Pausa drammatica.
Avrete capito perchè.
Non si sa in che modo, ma a piccoli passi arrivò a ricoprire le più importanti cariche istituzionali di quel Paese.
L’informazione di quella Nazione aveva ormai leccato il culo a tutti i potenti che ne calcavano il suolo ed accolsero anche lui con tappeti di saliva.
Il suo secondo pensiero – che risulterà nefasto – fu che se la popolazione andava in visibilio per uno che sparava cazzate a ripetizione era giusto approfittarsene.
Sembrava quasi covasse un personale revanscismo, alla stregua di un suo collega a cui mancavano 8 cm per raggiungere l’altezza di Rui Barros (con le scarpe tacchettate).
Nel frattempo il suo Paese aveva gettato al vento quel poco di morale che gli era rimasta in tasca: ragionare era divenuto un vezzo controproducente ed il cervello un inutile orpello da sacrificare all’altare del Pensiero Unico.
I poteri forti erano ben felici di manovrare uno come lui a cui interessava solo il proprio ego ed il proprio tornaconto.
Rapito com’era dal protagonismo non aveva capito che nei selfie (una moda interplanetaria) era proprio la sua faccia ad essere immortalata.
Era talmente permaloso che accettava le critiche solo se scritte da lui.
Un ottimo metodo per evitare delle figure di merda è parlare di ciò che si conosce.
Allora il nostro Capo avrebbe dovuto stare sempre zitto, ma logorroico com’era non ci riusciva: le sue proverbiali supercazzole erano dolcificanti per tremende purghe, i suoi discorsi talmente vuoti che per elevarne il contenuto sarebbe bastato farli scrivere ad Hello Spank!.
Quando era incalzato (cioè quasi mai visto il servilismo imperante) le sue risposte facevano rimpiangere la trama di Beautiful.
Più era arrogante più il suo consenso aumentava, più emanava leggi impopolari più il suo elettorato lo incitava ad andare avanti (Eddai cazzo!).
Era un Grillo Parlante in carne ed ossa a cui gli elettori non solo credevano ciecamente, ma ne diffondevano pure il verbo.
Dimostrando la stessa razionalità di un tifoso dodicenne.
In un Paese già pieno di macerie il nostro rabdomante di consensi diede il colpo di grazia, ma il suo fervente Fan club anziché andarlo a prendere coi forconi si lamentò perché non lo avevano fatto lavorare abbastanza.
Speriamo che non capiti mai in Italia una vicenda così.

P.s.
Nel 2004 i Green Day pubblicarono American Idiot: forse il loro capolavoro, un album molto politico, duro e critico con la società americana e l’amministrazione Bush.
Un giorno al cantante Billi Joe Armstrong venne posta la domanda se la canzone che diede il titolo al disco fosse dedicata all’allora Presidente degli Stati Uniti.
Billi Joe rispose beffardo e con la faccia di chi voleva far capire che stava prendendo tutti per il culo “La canzone American Idiot non parla di Bush, ma se tutti lo credevano ci sarà un motivo…”.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale).

Quando è moda è moda

26 Gen

Ah, non c’è più la società di una volta.
Viviamo di complicazioni nella complicazione.
In tutto.
Anche nel fare gli anticonformisti e i dissidenti.
Che nostalgia per i periodi in cui bastava difendere i propri diritti prendendosi (quando andava bene) delle manganellate (ops quello succede anche oggi…), oppure contestare l’autorità costituita(si), portare i capelli lunghi, magari leggere libri impegnati o ascoltare la “musica del demonio”, ripugnare le guerre (tutte) o anche solo sfanculare allegramente i soloni della Restaurazione.
Riassumendo: rigettare una società (quella esistente) che voleva soffocarne un altra (quella sperata).
Ma oggi anche il contestatore ha perduto il posto fisso.

Partiamo col dire che, contro ogni pronostico, fra quelle due società ha vinto la prima.
Ma ha fatto credere il contrario.
Perché furbescamente ha lasciato delle valvole di sfogo (il simulacro della libertà) che non solo le fanno il solletico ma addirittura la fortificano (per forza, ha deciso lei).
Cosi l’homus quasi libero sublima la mancanza di libertà con la trasgressione, sessuale in primis.
Siamo passati dalla sessuofobia e dall’esigenza di liberare cliché bacchetton-clericali all’ostentare obbligatoriamente tutto con paradigmi che più che all’eros strizzano l’occhio al marketing.
Provare l’estremo per scoprire cosa c’è oltre, ma sempre a comando e dietro l’imbeccata del Pensiero Unico (http://shiatsu77.me/2014/11/10/il-manifesto-del-pensiero-unico/).
Ripiegare spesso è peggio che desistere.
Ecco allora alzare la bandiera bianca sulle battaglie vere – quelle troppo difficili da combattere – e sublimarle con accanimenti contro presunti e desueti simboli della società che fu.
Tipo la famiglia (tradizionale e non), un’organizzazione da superare.
O perlomeno da raddoppiare.
Fateci caso a quanti spot televisivi amino ricordarci di come sia stimolante e divertente – ma pure conveniente (sic) – avere quelle tre o quattro famiglie.
I diritti sono una cosa seria, le esagerazioni perniciose un altra (http://shiatsu77.me/2013/10/18/mamma-ho-perso-il-papa/).
Pasolini – dato che era un genio e non certo un bigotto – lo aveva capito più di quarant’anni fa, individuando anche il mandante (che coincide col vincitore): il Sig. Consumismo (semper lu).

Siamo ciò che leggiamo.
Ma anche ciò che vogliamo (e possiamo) capire dalla lettura.
Non ti puoi attaccare alla libertà di opinione se nel migliore dei casi sostieni l’importanza di avere un cesso chimico nel salotto od esalti gli effetti della soda caustica usata regolarmente al posto del detergente intimo (gli esempi erano volutamente più seri di quelli reali).
E poi ci sono loro, quelli che parlano (ed ormai cagano) solo per citazioni che manco capiscono.
A questi parvenu della cultura per la legge del contrappasso è’ obbligatorio rispondere parafrasando qualcun’altro: “Tu sai recitare i classici a memoria/Ma non distingui il ramo dalla foglia/Pigro” (è Ivan Graziani).
Si passa ai qualunquisti (nella sua accezione più negativa), che sono giustamente indignati per il momento che stiamo vivendo ma (colpevolmente) disinformati sulle cause che hanno portato a ciò.
Buone le intenzioni ma pessimo (o quasi) il risultato.
Anziché allargare il campo lo restringono, conoscono solo un 11 settembre, la P2 per loro è un gioco della Wii, la marcia dei quarantamila è una disciplina olimpica e il Piano Solo una forma di onanismo in voga sul web.
Quando sono incalzati utilizzano delle argomentazioni consistenti come un biscotto Plasmon nel thè caldo.
Capisci perché sperare nella Rivoluzione è utopia.

Vi dice niente “Qualcuno era comunista perché se eri contro eri comunista”? (GG dixit)
Qualcosa non deve aver funzionato a dovere, perché da quella parte o tutti gli interpreti sono andati puntualmente fuori tema (A.A.A. esegeta cercasi disperatamente) – rigettando il verbo attratti dalle sirene del potere – o ha ragione chi asserisce che la stessa ideologia è macchiata da un peccato originale essendo il rovescio della medaglia del capitale, mirando il progetto a sostituire gli attori e non il copione.
Da allora hanno difeso quasi tutti, fuorché gli onesti.
E difendono ancora gente che quando va bene meriterebbe delle cavicchiate.
Alternativi non per vocazione, ma per tornaconto.
Per autoassoluzione.
E per noia:che cazzo faccio oggi?
Ma sì, il bastian contrario!
Un vecchio detto emiliano recitava "I cumpagn: ien cumpagn a chiatre“.
Come nelle autovetture d’antan il listino offre a richiesta la versione L, Lusso.
Signove signovi ecco a voi i Radical chic, inutili ammassi di evve moscia che divulgano le proprietà mediche del caviale della Manciuria, idolatrano i nomadi della Steppa che involontariamente sono stati gli antesignani del biologico e recensiscono gli artisti che compongono statue con oggetti che sono stati a contatto coi fluidi del corpo umano (cotton fioc, fazzoletti, carta igienica, assorbenti).
Si nutrono di sincretismo, vanno in brodo di giuggiole per l’etnico, tanto che mangerebbero anche una merda se provenisse dall’emisfero australe.
Sono talmente contrari alla globalizzazione che hanno assunto a loro modello Steve Jobbs (la mela morsicata fa molto peccato originale) e qualcuno di loro ha confuso la ribellione col Carnevale (capita a chi non ha un cazzo da fare tutto il giorno) arrivando pure a sostenere Bush (e non era Kate).
Una branca particolarmente pruriginosa si vanta di nutrirsi solo con radici, alghe e bacche salvo poi azzannare una bistecca direttamente dalle mani ed affondare anche la coscienza in un barattolo di proletaria Nutella quando l’ultimo ospite ha lasciato la terrazza imperiale.
Non basta più definirli i conformisti degli anticonformisti, perché sono semplicemente degli idioti.
Freud avrebbe pagato oro per essere un loro coetaneo.
Pentendosene.
Devono essere parenti alla lontana coi figli di papà dei centri sociali, talmente à la gauche che sono un’applicazione pratica del fascismo.
La numerosa famiglia accoglie anche le sempre utili e mai fastidiose veterofemministe, quelle per cui il problema delle donne è chi cucina nelle pubblicità del Mulino Bianco.
Viene il dubbio che l’eziologia con loro sia tempo sprecato.
Bene, brave, bis.

E’ difficile dire se lo facciano solo per farsi notare o se ci credano veramente.
Perché gli animalisti filantropi ricordano il vecchio Arnold: una ne pensano, cento ne fanno.
Fosse per loro l’epiteto “Porco cane” andrebbe punito con la reclusione, si incatenerebbero per protestare contro l’impossibilità dei felini di intestarsi beni immobili.
E’ proprio illiberale un Paese che non permette ad un gatto di avere la propria casa, già…
A tempo perso – fra un balsamo al coniglio nano ed un corso di inglese alla capretta che tengono in casa – raccolgono firme per i Pacs dei pappagalli ed avvolgono il Chihuahua con una termocoperta da F1 ovviamente firmata per poterla pagare a peso d’oro.
L’uomo ha sempre vissuto a fianco degli animali e chi non li rispetta non può essere una brava persona.
Le bestie danno tanto, ad alcune di esse manca davvero soltanto la parola (anche a certe persone a dire il vero).
Ma sono bestie, tentare di umanizzarle è crudele.
Tentare di umanizzare i loro padroni invece è antropologicamente inutile.

Una prece a tutti questi supereroi di se stessi: per una volta fate qualcosa che vi distingua veramente.
Mai sentito parlare di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio)?

Babbo Natale scrive

24 Dic

In queste feste comandate il solito tran tran è stato interrotto dalla lettera di Babbo Natale, uno che di solito le riceve.
Stavolta ha scritto lui.

Chi ha fatto il militare (non io, quindi) sa bene che il nonno è stanco.
Beh, io sono solo un Babbo e non avrei il grado per pronunciarla, quella frase.
Ma forse l’anzianità sì.
E se anche il mio coetaneo Giorgio si dimetterà dalla sua attuale occupazione, allora credo di poterlo fare anch’io.
In questa mia lettera di commiato non avrò peli sulla lingua (al massimo dei pelucchi del vestito, una volta invece…) e sarò un po scurrile come non lo sono mai stato, anche perché ormai il costume dell’eterno buono mi sta stretto (no, le costine di maiale fritte con la salsa dell’Ikea non c’entrano niente, su dai…).

Non ce l’ho affatto coi vostri bambini, loro sono ancora deliziosi.
Nonostante voi.
Sì, siete voi che ormai detesto.
Pensate solo a sti cazzo di regali.
Come diceva Nietzsche (me lo ricordo:un pò originale ma era forte) “Di tutto conoscete il prezzo, di niente il valore”.
Mi sono stufato di essere l’assoluzione per la vostra anima, avete la morale autocertificata (ma non diciamolo ai rottamatori o ci costruiscono la prossima campagna elettorale).
Siete ormai delle cavie (consenzienti) per il laboratorio del consumismo: state accettando di tutto, a partire da quella festa che manco vi rappresenta.
Mi sto riferendo ad Halloween.
Non vi siete presi nemmeno la versione originale, quella celtica, ma un surrogato a stelle e strisce.
Anche la mia tradizione non vi appartiene, ma la consegna a domicilio è troppo comoda.
Voi non siete molto meglio di chi vi rappresenta, anzi loro sono la sublimazione della vostra bramosia e cupidigia.
Li criticate non per il comportamento, ma perché vorreste essere al loro posto.
I vostri buoni proposti regolarmente disattesi non sono altro che le promesse dei politici in campagna elettorale.

Se foste morbosi di notizie e verità come lo siete di gossip e cronaca nera vivreste in un Paese quasi normale.
E invece da sempre vi fate nutrire di monoteismi vari (religione, scienza, mercato).
Capisco cinquant’anni fa, ma ora che avete i mezzi informatevi.
Credete a favole decisamente più perniciose della mia.
Fatevi un regalo inedito: imparate a ragionare in proprio.
Al vostro cospetto è decisamente più emancipata la mia slitta.
Credenti o meno, a Natale avete come reazione pavloviana una bulimia consumistica travestita da buoni sentimenti.
E’ una catarsi oltremodo comoda, arriva tutti gli anni nello stesso periodo e per l’unico obolo da pagare è sufficiente strisciare la carta.
Aveva ragione Gianfranco Funari ad asserire che quanno uno te fa l’auguri de Natale e tutto l’anno manco te se ‘ncula nun je poi dì “grazie, altrettanto…”, je devi dì “auguri mpar de cojoni, mettete er panettone sotto ar braccio e vatteneaffanculo!”
Ecco, se penso a tanti di voi mi viene in mente quella strofa di Eugenio Finardi “…sempre in vendita come una troia…” (un chiaro riferimento alla Befana, nda).

Giunto alla fine della corsa sento però il dovere di svelarvi qualche retroscena.
Sono stato un agente segreto della CIA, mi mettevano sempre insieme a quel tale che mi somigliava, come si chiamava?
Forse Giulio, o Giuliano, adesso scrive (o meglio ci prova) rigorosamente a libro paga.
Ma sì, ve ne dico un’altra.
Sono più di tre anni che per le mie consegne mi avvalgo dei droni di Amazon.
Non fate così, mi ci hanno costretto intensificando i controlli anti-doping sulle renne.
Come dite, ultimamente consegnavo solo una marca di giocattoli?
Ci credo, coi viaggi alle Maldive che mi regalavano era il minimo che potessi fare.
In realtà sono così incazzato anche perchè in Romanzo Criminale il mio personaggio non è stato interpretato da nessuno e nell’inchiesta Mafia Capitale il mio nome era sempre coperto dagli omissis.
Ao, ricordateve na cosa: a Roma ancora adesso nun cade foglia ch’er Babbo nun voglia.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti e persone è puramente casuale).