Dopo vent’anni il candidato (ri)svolga la traccia

29 Ott

La situazione poteva apparire come un punto a favore di chi sostiene che abbiamo un destino.
Ma quelli dell’altra parte – fautori che ognuno di noi si crea il proprio – replicherebbero da par loro.
Ed entreremmo in una delle più classiche aporie.
Comunque sia, vent’anni, fa trovai sul banco della maturità questa traccia, che solo gli inviati del TG1 chiamano così, visto che per noi quello era IL TEMA di italiano:
“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” (C. Pavese).
Discutete e sviluppate con riflessioni personali il principio enunciato nel passo su riportato.

La scorsa del titolo mi riportò, ridanciano, al pomeriggio del giorno prima, quando Mauro Pigozzi attingendo alle fonti di quel che rimaneva del Kgb mi diede la soffiata che l’argomento del tema d’attualità sarebbe stato internet.
Con fare complice lo ringraziai sentitamente come si ringrazia un amico che pensa agli altri (lui è un companero coerente) ed anche se già allora il legame e la confidenza erano forti, attesi pudicamente di riattaccare la cornetta prima di esclamare tra me e me ad alta voce <Ah, internet!Ma che cazzo è poi ‘sto internet?>
E via di corsa in biblioteca, visto che internet non c’era ancora al Peep.
E nemmeno in centro.
(Domani quando sentirò Mauro gli chiederò chi fu quell’idiota che mise in giro la voce)
Pure a quell’età sentivo il bisogno di scrivere, solo che ancora non lo sapevo.
E quindi non lo facevo, se non in qualche forma embrionale.
Avevo già un rapporto sereno ed amichevole col concetto di passato, imperniato su atavici richiami che lo rendevano un habitué del mio giovane logos.
Senza forzature, era quella che si diceva una frequentazione spontanea.
Una, due, tre letture – che non si sa mai – ed una buona fetta di tensione decise di levarsi dal mio stomaco per fare spazio alla consapevolezza che avrei fatto un buon tema.
Perché un miglior titolo non poteva capitarmi.
E così fu.
Ma da un po’ mi balena l’idea di rifarlo, quel tema.
Come mi piacerebbe rileggere il mio.
Comunque, ecco qui.

In natura solo gli alberi con le radici solide e profonde, che si diramano il più possibile, possono crescere forti, rigogliosi ed indipendenti.
Ogni centimetro di terra conquistata è l’avvicinamento a qualcosa percepito come nettare vitale, un richiamo al centro della terra, all’origine della vita.
Ma anche questi alberi possono ammalarsi e soccombere, figuriamoci quelli con radici precarie o gli esili arbusti che di radici posseggono si e no un surrogato.
L’uomo è l’animale più intelligente ma anche quello dotato del più alto tasso di autolesionismo.
La sua principale forma di apprendimento è l’imitazione, che presuppone un qualcosa di preesistente.
Il passato è inciso nell’anima delle persone, e in maniera silenziosa come solo il divenire può essere, in parte è tramandato geneticamente e con chissà quali alchimie: certi comportamenti, archetipi, cliché e paure derivano da quel biologico e sofisticato passaparola sul quale poggia la macchina-uomo.
Le esperienze di ognuno sono parte stessa delle persone.
Ma non basta affidarsi al Dna e all’istinto.
Dobbiamo imparare a frequentare appieno questo archivio (che diventa ogni giorno più vasto, ricco ma anche dispersivo), guardare negli scaffali, scegliere i documenti più attinenti ed interpretarli.
Consci che questi documenti si presteranno a più versioni dello stesso esegeta senza che nessuno lanci accuse di ondivaghismo.
Il passato è un amico consigliere dotato di scarsa iniziativa, che fa sentire la propria opinione raramente.
Fa il prezioso, sa di esserlo, va interpellato con dedizione ed abnegazione e col rispetto un po’ ossequioso che meritano le cose dotte.
E’ il depositario di una materia intelligibile ma sovente si comporta come quel vecchio nonno che teneramente fa sempre la stessa giocata per permettere al nipotino di strozzargli il carico e renderlo più emancipato.
Peccato che il discente non di rado rimanga ignorante, inetto ed insipiente.
L’esplorazione e lo scandagliamento del passato rappresentano una spiritualità immanente per vivere la propria esistenza in prima persona e non per conto terzi.
Un uomo privo di storia vive a discapito di se stesso.
Lo Stato – in un insostenibile equilibrio fra irredentismo, autonomia ed atrocità- è la massima espressione del concetto di comunità, a sua volta proiezione dell’individuo.
La storia di uno Stato non si limita alla contemporaneità o ad un esiziale positivismo, quello che è successo prima ci condiziona perché ha plasmato una collettività.
Se uno Stato non fa i conti col proprio passato arriva il redde rationem, che oggi ha le vesti luccicanti dell’ultra liberismo.
Una foggia che cela comunque la solita falce portatrice di morte.
E’ più vitale fare i conti con il proprio passato che ignorarlo acriticamente.
Senza il caldo soffio di quel che fu, una comunità al massimo sopravvive, ma non tarda ad imboccare il cunicolo dello straniamento che la conduce all’oblio e all’assopimento.
La cancellazione del passato preclude il futuro, poiché chiude delle porte che getteranno ombre e faranno rimanere bui altri pertugi, altri passaggi.
Nei quali si inserirà perfidamente qualcun altro.
L’uomo ogni giorno si evolve e crea del passato, ma rischia di dimenticarselo.
Il corso d’acqua che ci ha levigato non deve sfociare nella consuetudine.
Non è un inno allo storicismo in sé e per sé o un capriccio da nostalgite: il passato non può essere il punto di arrivo ma un balsamico viatico per il domani.
Chi è fanatico della propria storia non sopporta le altre, chi una storia non ce l’ha non ne concepisce il mantenimento per nessuno.
La storia non è da inseguire, da mitizzare tout court, nemmeno da replicare, ma una sorta di pietra filosofale dalla quale attingere.
Il nostro paese è sempre rimasto in coda senza mai riuscirci e quando ha voluto recuperare schiacciando l’acceleratore sul fanatismo ha precluso per sempre la creazione di un senso di appartenenza nazionale.
L’Italia è un esempio didascalico di eredità perduta, un sinistro con concorso di colpa fra gli esperimenti della globalizzazione (che stanno tranciando una ad una tutte le incantevoli identità locali) e la cronica imbelle pavidità del suo popolo.
Ignorare la storia è stupido e pernicioso esattamente come farsela scippare.
Oggi la frase di Pavese suona ancora più cupa, un presagio della fase 2.0 del liberismo d’assalto iniziata negli anni Ottanta ed arrivata senza soluzione di continuità fino al terzo millennio digitale.
Quello che allora pareva un semplice monito dopo soli vent’anni echeggia come un disperato tentativo di salvataggio.
Che speriamo non si perda nel vuoto.
L’essere umano è stato livellato ad una sua invenzione,il computer:con un colpo di spugna si cancella il vecchio sistema operativo che deve durare al massimo un paio di stagioni e poi via col nuovo giro.
Parimenti, lo Stato è un concetto (grossomodo) settecentesco che qualcuno ha deciso di dismettere perché il Potere viene espletato meglio in altre forme, diciamo così, più globali.
Cancellare la storia è stato il refrain di uno dei romanzi distopici più visionari:si vuole combattere la storia perché chi guarda al passato assorbe una moltitudine di persone, esperienze, idee, luoghi e situazioni che porta dentro di sé, sprigionando una salvifica spinta vitale.
Ed è più facile attaccare un uomo solo che un simile condensato di vite.
Un tempo (e non serve scomodare i secoli scorsi) chi possedeva esperienza – logicamente le persone anziane – assurgeva ad oracolo ed era il custode di un prezioso tesoro che veniva tramandato quotidianamente coi rapporti personali.
La conoscenza del passato era sinonimo di saggezza e quindi di considerazione, mentre adesso è un inutile fardello che ostacola i piani modernisti e va derisa ed isolata per il suo odore popolare e stantio.
E’ molto più moderno il caotico isolamento da tecnologia, habitat ideale per bombardare l’inerme suddito di slogan inneggianti ad un futuro e ad oggetti che si esauriranno dopo poco perché di questo vive il nuovo capitalismo.
Sono i neologismi dell’esistenza.
Ci fosse stato il vaticinato tema su internet – in quel giugno targato 1996 – sarebbe stato un inquietante passaggio di consegne.
Oramai sono in troppi a credere che la vita sia lì, nella Rete, con tutto a portata di click dove internet incarna i nuovi crismi della sacralità:profeta, tavola e verbo.
Anche la Trinità passa alla connessione multimediale.

Siamo perché eravamo.
Come eravamo, per essere ancora.
Il passato per costruire il futuro.
La vecchiaia che galvanizza la gioventù.
Nutrirsi della storia per mantenere e creare.
I paradossi e le dicotomie di cui è costellata la vita ci aiutano a svelarla.

Semplicemente Ayrton/L’importanza di partire primi

10 Ott

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, né scuse, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Ognuno di noi ha le proprie perversioni.
Piccole o grandi.
Non sempre confessabili.
Ad esempio a chi ama ancora guardare le qualifiche della Formula Uno consiglio di farlo seguendo i precetti del nicodemismo.
Diversamente – ostentando questa (in)salubre passione – potrebbero arrivare a casa loro delle ambulanze a prelevarli in maniera coatta.
Anch’io lo facevo (seguire le qualifiche intendo, non farmi prelevare dall’ambulanza), ma il contesto era un tantino diverso per due semplici ragioni: la Formula Uno era tutto fuorché quella soporifera processione di auto tele-guidate dai box che è oggi; ed in pista correva Ayrton Senna.

Il pilota Senna, contrariamente a quanto il suo strabordante talento induca a credere, aveva parecchie fissazioni.
Per la vittoria, lo abbiamo già visto, ma qui più che di mania siamo nell’ambito della ragione di vita.
Per la messa a punto della vettura, dove risultava più pignolo del più nerd dei suoi ingegneri anglo-giapponesi.
Non amava i giri veloci (solo 19 in carriera, un’inezia se pensiamo ai 2931 giri disputati al comando o alle sue furiose rimonte), perché sosteneva che alterassero il consumo delle gomme e quindi l’equilibrio della vettura.
Poi c’erano le pole position.
Potremmo limitarci a dire che in tutto saranno 65, record ancora imbattuto in relazioni ai Gran Premi disputati.
Ma anche il più altisonante numero necessita della prosa per dare di sé un senso compiuto.
Ed in questa rubrica-viaggio che ci sta conducendo ad Ayrton Senna, la tappa targata pole è uno di quei passaggi obbligati se si vuole arrivare alla meta.

Impossibile non scorgere un rapporto simbiotico fra il tre volte iridato e le prove.
Le pole position hanno contribuito a generare l’agiografia di Ayrton ed in cambio il fuoriclasse brasiliano ha elevato le qualifiche da sottoposte del GP ad autentica gara nella gara.
Si può affermare che la corsa durasse due giorni con il pathos equamente distribuito nel fine settimana.
Senna catalizzava talmente l’attenzione che gli ultimi dieci minuti di prove erano la quintessenza della suspense dove l’incognita era che tempo stratosferico avrebbe stampato Senna.
“Sta scendendo in pista Ayrton Senna!”, annunciava solenne il telecronista col tono di quello che sapeva di assistere a qualcosa da ricordare a lungo e questo semplice richiamo era foriero di un nugolo di emozioni che proiettavano il battito cardiaco del telespettatore abbondantemente sopra quota cento.
Sperare, soffrire e godere – in quegli attimi eterni dove le frazioni di tempo sono messe sotto il microscopio – era una dimostrazione di osmotico amore nei confronti del pilota brasiliano.
Al termine delle qualifiche i tifosi erano provati almeno quanto il loro idolo.
Anche chi non ha la passione della logica o della matematica capirà che in una pista partire davanti a tutti qualche vantaggio lo comporta.
Ma il logos che guidava il Senna-pensiero andava oltre.
E non si limitava ad una collezione, come aveva sentenziato Prost in un acido dileggio.
Dobbiamo partire dall’assunto che quando parliamo del campione di San Paolo la ricerca della perfezione perdeva ogni traccia di velleità per trasformarsi nella massima espressione del tangibile.
La pole per Senna era l’esasperazione della velocità.
E la sua conquista un piacevole obbligo.
Il giro secco era l’occasione – o forse solo il pretesto – per dimostrare la propria superiorità e per sbattere in faccia agli avversari il mix di genio e coraggio, costringendoli a confrontarlo col proprio.
I distacchi che infliggeva ai rivali (arrivava a rifilare quasi due secondi al migliore dei suoi colleghi) erano il plusvalore di considerazione fra sé e gli altri.
Gli occhi intensi ed espressivi e lo sguardo profondo una volta abbassata la visiera si tingevano di un’inaudita ferocia agonistica per annichilire l’avversario già dal sabato, mostrandogli – alla stregua dei denti di una belva- la sua stupefacente capacità di oltrepassare il limite e viverci serenamente.
Solo i grandissimi piloti possono annoverare nelle loro strategie il logorio mentale dell’avversario.
E solo i grandissimi uomini possono rischiare la propria vita per salvare quella di un altro pilota.
Per esempio quella di Eric Comas durante prove del GP di Spa Francorchamps del 1992.
Senna durante le qualifiche aveva un alleato, il piacere di guidare (alla sua maniera).
E due rivali, se stesso ed il limite.
A turno si serviva di uno dei due per battere l’altro, in un sofisticato equilibrio fra sfida e motivazione da far impallidire parecchie branche di filosofia.
Un tipo per niente competitivo Senna, eh?
Ma scevro da qualsiasi accusa di presunzione poiché il primo ad essere nel suo mirino era proprio lui stesso ed alle smargiassate preferiva le batoste (anche umilianti) nel suo terreno ideale, la pista.
La spasmodica e sistematica ricerca della pole raggiungevano il parossismo nel guanto di sfida lanciato al tempo: Senna voleva essere più veloce persino di lui, voleva che fosse il tempo ad inseguirlo e voleva mettergli il fiatone facendosi cronometrare.
E dal televisore tutti abbiamo avuto la sensazione che nei suoi giri veloci in qualifica il concetto spazio-tempo fosse perlomeno opinabile.

La leggenda di Ayrton Senna da Silva passa anche per le sue pole position, 65 capolavori che racchiudevano la perfezione, la follia, l’abnegazione e l’impossibile con la gente rapita dal suo rincorrere qualcosa di talmente veloce che solo lui poteva.
Tanto Senna inseguiva quella cosa e tanto quella cosa lo guidava.

 

 

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E state

22 Set

Finalmente siamo in estate!

Oddio, lo dice il calendario, perché c’è ancora un aria…

Quante cose che voglio fare quest’estate, me le ero anche segante da qualche parte.

Dobbiamo poi fare quella cosa là, ma abbiamo tempo tutta l’estate…

Anche quest’estate non siamo riusciti a fare quella cosa là.

Un tale dice che fa troppo caldo.

Un tale dice che fa troppo freddo.

Diversi tali hanno rotto i coglioni.

Senza un tormentone musicale non è estate.

Ripensando a certi tormentoni musicali si comprende il motivo dei cambiamenti climatici.

Dell’estate ci hanno fregato le vacanze scolastiche.

Anche perché non ritornano più.

D’estate i sogni costano meno.

D’autunno i prezzi ritornano standard.

L’estate è la stagione delle persone solari.

Devono ancora inventare la stagione per il resto dell’umanità.

In estate non si ha troppa voglia di pensare e d’impegnarsi.

Nelle altre stagioni invece meno.

In estate si scarica la repressione di un intero anno.

I gavettoni forse no, ma tante altre cose si possono fare anche a gennaio, febbraio, marzo…

Da ragazzi in estate si cresce di più.

Da adulti in estate cresce il tamarrismo.

D’estate è bello stare all’aria aperta.

Chi d’estate sta in casa ha qualcosa da nascondere.

In casa, ovviamente.

L’estate è giovane, spensierata e diventa illusoria e civettuola con chi programma troppo.

Beh, un pò anche con gli altri.

Le tue estati le ricordi quasi tutte.

L’estate è una tipa che ti frega sempre.

Ma non vedi l’ora di farti rifregare.

L’estate è la stagione dei piedi scalzi.

E purtroppo anche la stagione delle infradito.

In estate vorremmo fare tutto.

Ma in estate anche l’ozio è stimolante.

D’estate perdiamo il nostro atavico pudore della nudità.

Un senso del pudore che dovrebbe invece rimanere a quelli inondati di tatuaggi.

L’estate è stare in compagnia.

Ma se uno è inculento, lo è anche d’estate.

Si può amare l’estate ed anche l’inverno.

Se qualcuno invece ama la nebbia regalategli un trattamento a base di lobotomia transorbitale.

Se inizi ad odiare l’estate ti stai spegnendo.

D’estate è superbo farsi i cazzi propri.

Anche nelle altre tre stagioni è superbo farsi i cazzi propri.

L’estate dura poco, ma ti ci abitui dal giorno prima.

L’estate è così bella che c’è chi va in crisi prima che finisca.

Cazzo, già dura così poco e te la accorci da solo?

C’è anche chi la vive tanto intensamente e senza respiro che si accorge solo dopo che è finita.

E va ancora più in crisi.

L’estate è bioenergetica.

D’estate i sentimenti sono più viscerali.

Le promesse invece sono più flebili.

Chi parla solo di estati passate non si accorge di quella che sta vivendo.

D’estate torniamo un pò tribali.

Magnifica l’estate, ma se fosse sempre estate perderebbe la sua essenza.

L’estate deve finire per poterne desiderare un’altra.

L’estate più bella è quella che deve ancora venire.

La prossima estate…

Tuc i temp i venne basta star

17 Set

Tuc i temp i venne basta star è un proverbio montanaro che si può tradurre in .
Ogni volta che lo sentivo (cioè spesso) mi suonava un po’ antipatico nel suo malcelato essere rivelatore e cercavo di sfidarlo.
Di provocarlo.
Di evocarlo per poi scimmiottarlo.
Era una stecca passata da tanti palmi di mano e in quel momento era brandita dalla mamma e dal papà (che adoravo allora come oggi) e anche se allora non lo ammettevo a me stesso neanche sotto tortura, in cuor mio sapevo che un giorno sarebbe toccato a me pronunciarlo.
Ma vedevo quel giorno distante e facevo carte false per allontanarlo il più possibile.
Nonostante chi lo proferiva fosse guida ed affetto insieme, nello stesso istante si tingeva di vecchio e si costellava di una pruriginosa saggezza che infastidiva un po’ il giovanissimo dirimpettaio.
Ma a quell’età è doveroso comportarsi così.
Quando cioè l’immaturità vuoi tapparla con pesanti dosi di manicheismo, o forse è proprio quell’acerbo manicheismo che rivela l’immaturità.
Invece oggi, in questa età di mezzo, la stessa strofa assume una valenza diversa.
Sgomberiamo il campo da equivoci, il significato di Tuc i temp i venne basta star non è da confondere con il messianismo e l’afflizione presenti in quasi tutte le escatologie.
Con quel detto non si attende nessun giudizio universale, non si invoca nessuna giustizia divina e nondimeno non si esorta alcun atteggiamento remissivo.
Con quelle cagate lì il vecchio adagio non ha niente da spartire.
Il nostro è un proverbio che attenua la paura del divenire e lenisce certi suoi effetti.
Ci invita a prepararci alla sorpresa.
Annuncia un cambiamento, senza apporre la data.
Ciò che un giorno credevamo impossibile, od inaccettabile, potrebbe, col dovuto tempo, diventare quotidiano.
Di questo ci informa, se vogliamo in maniera aspra.
Se fosse un saggio di filosofia si intitolerebbe “Della consapevolezza” e sarebbe intriso di una genuina immanenza spirituale.
È una frase che ci rende edotti che dell’albero non si muoveranno solo i rami e le foglie ma anche le radici.
Ci rivela che l’elasticità può essere più forte della rigidità, a volte.
Simboleggia l’autodiagnosi, è un inno al tutto scorre.
Ci aiuta ad elaborare che il fiume nel quale ci bagniamo non può farlo per sempre.
Quell’acqua che ci ha cullato, rinfrescato, nutrito e divertito non può più cullarci, rinfrescarci, nutrirci e divertirci come prima.
Noi stessi cerchiamo un altra corrente.
Cambiamo noi e cambia l’acqua.
Si muta.
E ci si evolve.
Sta a noi decidere in quale modalità.
Qualche botta in faccia, svariate cicatrici nell’anima (che al variare del tempo lanciano delle carognose fitte) e un tasso di disillusione in perenne crescita.
Ma anche valorizzare ciò che davvero conta, senza più la titubanza di eliminare gli inutili orpelli ed avendo esaurito il bisogno di farsi accettare.
Guidati dalla stima e dal rispetto di se stessi, e di conseguenza di chi amiamo.
Supportati da un coraggio che ha terminato la propria crescita.
Si inizia così a prendere la vita per le corna, consci che i colpi di coda si ripresenteranno in tutta la loro stronzaggine.
Non vuol affatto dire aver perso la spensieratezza, perché ci sono tre modi diversi di crescere ed uno solo prevede anche d’invecchiare.
A tanto può arrivare quella multiforme e longeva frase, se bene interpretata.
In cambio chiede di essere curiosi di se stessi.
Di essere il confidente, di se stessi.
Di essere bramosi di stupirsi nuovamente, ma senza l’obbligo di doverlo fare.
Basta non confondere la coerenza con l’inflessibilità, ma nemmeno buttarsi nel cambiamento ad ogni tirata di vento.

Se allora l’aforisma aveva un sapore stantio oggi è gradito al palato e giù fino in fondo, lo si può pronunciare ma anche serenamente subire da perenni discenti della vita quali siamo.
Ma con uno spirito diverso da allora.
Perché Tuc i temp i venne basta star.

Ti tirano le pietre

30 Ago

Tempi duri per le teste pensanti.
Per ogni idea c’è un epiteto pronto uso.

Affermi che l’unico modo per salvarsi sia cambiare sistema economico.
Sei un comunista.

Ribadisci che occorra riprendersi la sovranità politica ed economica.
Sei un fascista.

Sostieni che ci siano dei servizi che devono rimanere in mano allo Stato.
Sei uno stalinista.

Mostri le assurdità del progetto europeo.
Sei un nazionalista.

Ti rifai ad un socialismo senza le derive fucsia e riformiste.
Sei un rossobruno.

Elenchi i danni creati dal capitalismo d’assalto e dal liberismo sfrenato.
Sei un populista.

Assorbi e discerni valori ed idee ma senza appoggiare le intere ideologie
Sei un incoerente.

Esigi rispetto per l’essere umano.
Sei un buonista.

Esigi rispetto per le regole.
Sei uno sbirro.

Pensi che al Mondo le persone non siano tutte uguali.
Sei un classista.

Pensi che tutti abbiano gli stessi diritti.
Sei un sognatore.

Critichi una donna per comportamenti od inadeguatezza.
Sei un sessista.

Sei favorevole al matrimonio fra omosessuali.
Sei contronatura.

Sei contrario alle adozioni gay.
Sei un omofobo.

Reputi la globalizzazione un male assoluto.
Sei un antimodernista.

Inviti a sostenere le economie locali.
Sei un autarchico.

Racconti le nefandezze dell’Occidente.
Sei un terzomondista.

Metti in guardia dai pericoli della mondializzazione.
Sei uno xenofobo.

Denunci l’immigrazione gestita in questo modo.
Sei un retrogrado.

Stigmatizzi i comportamenti di certi immigrati.
Sei un razzista.

Stigmatizzi i comportamenti di certi italiani.
Sei un moralista.

Cerchi la spiritualità al di fuori della religione.
Sei un indegno.

Stai attento a non farti incasellare.
Sei un bastian contrario.

Dici sempre la tua opinione.
Sei un polemico.

Non ti muore niente in bocca.
Sei aggressivo.

Eviti di discutere con gli idioti.
Sei un illiberale.

Accusi il popolo di essere complice dei propri carnefici.
Sei un antidemocratico.

Non rinunci mai alla profondità.
Sei pesante.

Non rinunci mai all’ironia.
Sei uno sciocco

Unisci il serio col faceto ed hai una mente poliedrica e proteiforme.
Sei bipolare.

Capti i segnali ed intuisci le situazioni e gli avvenimenti.
Sei un pessimista.

Chiami le cose col loro nome.
Sei un estremista.

Respingi il politicamente corretto e la retorica.
Sei un sovversivo.

Ti opponi alle riforme in nome del libero mercato.
Sei un reazionario.

Spieghi l’importanza della spesa pubblica.
Sei uno sprecone assistenzialista.

Cerchi altre vie rispetto alle due che ti propongono.
Sei un rivoluzionario.

Filtri e nel caso rigetti le inutili mode ed i comportamenti indotti.
Sei uno snob.

Vuoi porre un freno a quest’eccesso di competizione.
Sei arrendevole.

Senti il bisogno salvifico di incazzarti.
Sei iracondo.

Poni al centro l’essere umano.
Sei delicato.

Sono molte le persone che non sopporti.
Sei un misantropo.

Metti in guardia dai finti eroi.
Sei un qualunquista.

Guardi alla storia per capire il futuro.
Sei un nostalgico.

Non ti fai contagiare dal buonismo e dal perbenismo.
Sei un insensibile.

Non ti stanchi di scavare dentro te stesso.
Sei complicato.

Desideri sempre andare oltre.
Sei astratto.

Fai notare che la soluzione spesso c’è, solo non si vuole applicare.
Sei semplicistico.

Esprimi la tua paura nel voler cercare la crescita economica ad ogni costo.
Sei un catastrofista.

Sostieni che la tecnologia abbia creato un pericoloso cortocircuito.
Sei anacronistico.

Asserisci che la scienza oltre un certo limite debba fermarsi.
Sei un oscurantista.

Inneggi alla rivoluzione culturale e al libero pensiero.
Sei un velleitario.

Credi che l’educazione ed il rispetto vadano meritati.
Sei autoreferenziale.

Basterebbe poco per migliorare tante situazioni.
Sei un utopista.

Ti guardi intorno e capisci che tante situazioni non miglioreranno.
Sei un disfattista.

Sveli i meccanismi che si ripetono nel determinare tanti eventi.
Sei un dietrologo.

Ti opponi a ciò che propinano come ineluttabile.
Sei un illuso.

Identifichi tu le priorità senza fartele dettare.
Sei un egoista.

Sì, lo so, alla lunga può risultare un pò logorante.
Ma pure stimolante, visti i dirimpettai.
A me viene così naturale…
E poi non mi sembra il caso di dargliela vinta.
Non so voi.

Semplicemente Ayrton/Vincere perdendo

22 Ago

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, né scuse, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Ci sono degli sportivi che anche nelle vittorie non riescono a salire completamente sulla vetta.
Altri che nelle sconfitte escono comunque vincitori.
Ad Ayrton Senna non bastava semplicemente vincere.
Perché comunque c’è sempre un vincitore e lui non voleva essere confuso con uno dei tanti.
Parimenti, quando non riusciva a centrare il suo vitale obiettivo Ayrton non finiva certo nel girone degli sconfitti.
Nossignore.
Lui anche in quelle occasioni brillava di luce propria e la sua iconografia splendeva come e più di prima.

Nelle corse automobilistiche la macchina ha sempre influito.
Ma in quei primi anni Novanta si iniziava a percepire che avrebbe scalzato il pilota nel ruolo del più influente dei due.
Nel 1993 anche l’intelligence francese avrebbero intuito a chi sarebbe andato il titolo mondiale, cioè al loro connazionale Alain Prost.
Lo sapeva ovviamente prima di tutti Senna, che veniva da una stagione tribolata.
Nel ’92 infatti la Williams-Renault con le sospensioni attive aveva palesato una superiorità imbarazzante (invero già vista nel finale della stagione 1991), mentre la Mc Laren dopo anni di dominio si ritrovava tecnologicamente indietro.
Un esempio emblematico: il cambio con comandi al volante arriverà solo a stagione inoltrata.
Non bastassero queste nefaste premesse pure l’affidabilità faceva cilecca: rotture a go go e Ayrton, con ancora il numero 1 sul musetto, chiuse al 4° posto in campionato.
La Honda, che alla monoposto inglese forniva da tempo i motori, si ritirerà dal circus iridato proprio alla fine di quella stagione e lascerà in braghe di tela la scuderia di Woking.
Senna fece carte false in inverno per andare alla corte di Frank Williams, ma quel volpone di Prost nell’anno sabbatico che si era preso, aveva trovato il tempo di scrivere anche i dettagli del suo ultimo matrimonio in carriera (quello con la Williams, appunto).
Non in senso metaforico, li scrisse proprio.
O comunque li dettò.
La clausola c’era, bella chiara ed era il classico aut aut: Ayrton Senna non potrà sedere sulla stessa monoposto.
Prost in vita sua non ha mai provato l’ebrezza di essere ingenuo, nemmeno il terzo giorno d’asilo.
Sapeva che a parità di macchina col brasiliano avrebbe vinto il suo quarto Mondiale solo sulla pista Polistil.
Senna – uno con la competitivite dieci volte i valori di riferimento – non la prese bene.
No, non è vero.
Si incazzò proprio come una bestia.
Girò perfino la voce di un suo ritiro, alla fine si accordò col team manager Ron Dennis per un singolare contratto a gettone: alla fine di ogni gara incassava l’obolo e decideva se correre quella successiva.
Senna si ritrovava un motore a soli 8 cilindri con meno cavalli nel recinto, la consapevolezza di un mezzo palesemente inferiore e sulla miglior macchina del lotto vedeva seduto il rivale di una vita Alain Prost, che lo aveva boicottato impedendogli di esserci lui, su quella macchina.
Senna in quel 1993 diede letteralmente spettacolo.

Il giorno della gara a Donington Park pioveva.
E forte.
Nelle prove sull’aciutto Senna (il re della pole) non era andato oltre la quarta posizione.
Ma quell’acqua aveva un sapore mitologico.
Ed un significato di giustizia divina.
Aveva lavato (e levato) via i favoritismi mettendo a nudo le vere qualità degli eroi in pista.
Pronti via, e Senna perdette una posizione ma quello fu il classico giorno dell’offerta speciale: una lectio magistralis assolutamente gratuita (ed indigesta) per gli altri piloti
Era quinto, dicevamo.
E li sorpassò tutti quelli che gli erano sventuratamente davanti.
Prima il giovane Schumacher, poi Wendlinger, dopo fu la volta di Damon Hill ed infine il caro nemico Prost.
Filotto.
Scusate, l’emozione mi ha fatto omettere un particolare.
Li sorpassò tutti, sì.
Ma nel corso del primo giro!
Senna quel giorno correva sulla stessa pista dei suoi rivali ma in un’altra dimensione.
Quello che agli altri opprimeva a lui galvanizzava.
Tutti erano frustrati, lui esaltato.
Per gli avversari era un calvario, per lui un trionfo.
Soave, maestoso, danzava sulla pioggia ad un ritmo forsennato.
Pare che la fisica quel giorno abbia avuto diverse crisi d’identità ed un tentativo di conversione.
Entusiasmante come vedere sfrecciare Senna sul bagnato c’era solo vedere Senna sfrecciare sul bagnato.
Direte, ma un pilota cosa può fare più di così?
Ve lo dico io, sono qua apposta.
Più di così un pilota può doppiare tutti gli altri eccetto Hill che arriverà secondo al traguardo dopo solo 1’23” e 199 millesimi.
Non si può incoronare chi è già re ma nemmeno impedire alla gloria di aggiungersi ancora al più valoroso.
Senna ricevette quel dì un’ulteriore investitura chiamata leggenda assoluta, mentre Prost subì l’onta del doppiaggio dopo essere andato in pellegrinaggio più volte ai box (cambierà le gomme sette volte).
Non avendone abbastanza dell’umiliazione in pista il francese nella conferenza stampa post gara osò lamentarsi dei problemi alla vettura adducendo ad essi la sua gara incolore (terzo, ma con poco da festeggiare).
Serafica la risposta del campione di San Paolo che lo gelò “Vuoi fare cambio con la mia Mc Laren?Io ci sto!”
Mancava solo che gli mimasse il gesto di consegnargli le chiavi…
L’esperto consiglia di andare su You Tube e di riguardare quel primo giro del GP d’Europa.
E già che ci siete mettete un cartello sulla porta con scritto “Pregasi non disturbare,sto contemplando un’opera d’arte”.

Ne seguiranno altre di vittorie in quella stagione, il bottino salirà a cinque, oltre a qualche ritiro quando era a giocarsela.
Nel Mondiale finì dietro l’iridato Prost e mai un secondo posto fu più vittoria di quello.
In quell’annata Senna era un uomo contrariato ma sereno allo stesso tempo, scevro da pressioni ed obblighi.
A suo modo e sempre con la proverbiale profondità, se ne fotteva di tutto e tutti, quasi a dire “Non lo vincerò il Titolo, ma vi faccio vedere cosa sa fare Ayrton Senna”.
Riuscì a vergare un Mondiale senza che il suo nome apparisse nell’albo d’oro.
A cotanta potenza arrivarono le sue imprese in quell’annata.
Affrancato, obtorto collo, dall’imperativo di essere l’uomo da battere è come se Ayrton fosse tornato a rivivere le stagioni alla Lotus ma con un’età più matura.
Sogno proibito di molti quello di gironzolare fra le varie epoche compilando personalmente la carta d’identità.
Chi è avvezzo a sfrecciare oltre i trecento all’ora probabilmente è ritenuto più consono per ricevere le chiavi della macchina del tempo.
Non sappiamo se quelle chiavi a Senna gliele avesse consegnate il suo amato Dio, il destino, il caso, o se erano incustodite nel box.
Certo, dilatando la vita del fuoriclasse brasiliano e mettendola in sequenza come fosse un film, quel 1993 suona come la fine di qualcosa, come un’inversione di tendenza che Senna doveva cercare o semplicemente subire.
Come se il fiume nel quale Ayrton si era bagnato nelle sue stagioni alla Mc Laren non potesse più farlo.
Non alla stessa maniera.
Un giro di boa ineluttabile per proiettare il tre volte campione del Mondo in una nuova dimensione, verso una corrente altrettanto pescosa, i cui parametri stavano però mutando.
Era sempre una spanna sopra tutti ma stavolta il suo talento gli aveva fatto conoscere un’essenza diversa della vittoria.
A lui, che viveva per quella.
Più leggendaria, meno materiale.
Chissà se il mistico e trascendente Ayrton prima di tutti seppe interpretare questi prodromi.
Perché le coincidenze quando parliamo di Senna hanno meno credibilità del solito.
Lo abbiamo capito, fu una delle stagione più insolite per Senna che si chiuderà nell’ultima gara con l’accoppiata pole position-vittoria – il marchio di fabbrica (o un altro vaticinio, saprete già il perché) – seguite poi dal passaggio invernale alla agognata Williams (Prost si ritirerà) in vista del 1994.
L’anno della sua morte.

 

 

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Ok, le Ricette sono giuste!

12 Ago

Quante volte abbiamo la soluzione davanti agli occhi, eppure non sappiamo coglierla.
Sta lì, ci passa davanti col suo incedere magari quotidiano, ci sbattiamo il naso chissà quante volte, interagiamo con lei anche, ma niente.
Non sappiamo coglierla.
Ci sfugge.
Oppure le assegniamo aprioristicamente un’altra valenza.
I pericoli della quotidianità, forse.
O della razionalità.
La stessa cosa è accaduta ad Imerio Bolognini con la musica.
Attenzione – o qualcuno potrebbe travisare e trascinarmi diritto davanti al tribunale del Rock – Imerio divora musica a ritmi forsennati.
Lui (con)vive con la musica.
Lui è (anche) grazie alla musica.
La sente, l’ascolta (che sono due faccende differenti), ha cantato (e nessuno è andato in analisi quando ha smesso) ma non aveva mai pensato a scrivere DI musica.
Spesso comprendiamo l’importanza di qualcosa (o di qualcuno) solamente quando questa non c’è più.
Qui è l’opposto.
E difatti ti chiedi: ma prima, come facevamo?
Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07/2016 a Roma, Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana nel suo profilo di Facebook recensendo (ma a modo suo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un conto alla rovescia che è diventato un crescendo rossiniano.
Un’attesa nell’attesa.
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Divertente, ha detto.
Ma io non conosco solo Springsteen, avrà aggiunto.
Siamo già alla soluzione, che si chiama Ricette Musicali, che è diventata una pagina Facebook , che è sbarcata anche sul web, che è sbocciata in un libro.
L’intuizione di crearle, le Ricette Musicali, è stato un prodromo del successo che avrebbero avuto.
Ma non bastava.
Il secondo scoglio per l’ideatore Imerio Bolognini era quello di trasferire nella sua creazione tutto il suo talento e la sua passione.
Ime però ha fatto anche questo.
Risultato possibile solo quando la pervicacia incontra sulla sua strada la genialità.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Lui quando prende carta, penna e calamaio e si traveste da esegeta delle canzoni non racconta semplicemente delle storie.
No.
Lui quelle storie le vive.
E a renderci partecipi di quelle vicende – che spesso ingarbugliano l’anima e la scuotono – è inarrivabile.
Per sensibilità, per esperienze, per predisposizione.
Ognuno di noi può (e deve) assegnare un significato alle canzoni.
Ime, vergando il suo, ne appoggia lì uno, di significato, che si accomoda di fianco al nostro.
Perché è proprio il significato che avremmo voluto dare noi a quel pezzo, ma nella nostra caccia siamo arrivati al fuochino.
Oppure perché coincide col nostro, ma come lo ha descritto lui, beh, è un’altra cosa.
Nelle Ricette Musicali l’autore ha trovato l’habitat naturale per il suo corsivo diventando l’araldo di se stesso.
Scevro da vincoli, blocchi, schemi e paturnie si può permette di spaziare per esprimere senza soluzione di continuità l’Imerio-pensiero, laddove altre forme lo avrebbero imbrigliato o annullato.
La ricetta delle Ricette riesce ad esaltare anche il sapore dell’entropia, a togliere un po’ quello di selvatico e a tenere i commensali compostamente seduti anche quando la cena si dilunga.
Esistenzialismo più che iconoclastia ed intimismo apertamente dichiarato.
La speculazione e l’invettiva si scindono senza detonazione.
Nei testi, per ovvie ragioni, mancano solo la sua mimica e la sua prossemica teatrale.
Ma è come se ci fossero, sapientemente evocate da una scrittura personale e piena di sé (in entrambe le sue accezioni).
Chi lo conosce bene sa che quello è Ime.
Chi non lo conosce impara presto a farlo.
Perché Ime pensa così.
Perché Ime parla così.
Perché Ime È così.
Per scelta e per vocazione.
Nella profondità come nelle esagerazioni.
Il proprio sito web è una zona dichiaratamente ad alto tasso di ego e la legislazione speciale permette di usare i personalismi, i sensazionalismi, le forzature, l’arabesco ed il barocco ad libitum.
In una società piatta, cinica ed eterodiretta è un antidoto da iniettarsi per continuare a vivere e non a rimanere semplicemente vivi.
Imerio Bolognini ha una mente proteiforme ed è un esempio adamantino di eclettico che ha trovato la sua dimensione ideale specializzandosi.
Specializzandosi, ma esclusivamente per dare spazio al suo poliedrico scibile.
Di lui conoscenti, amici, astanti, perfetti sconosciuti, amanti, parenti, uno, tutti: a costoro dico di trovare una sola ragione, se ne sono capaci, per non leggere le Ricette Musicali.
Perché non sarà mai stato così facile smontare un’obiezione.

Semplicemente Ayrton/Mondiale alla Senna

28 Lug

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Ne saranno demoliti parecchi di luoghi comuni, di credenze e di consuetudini da Ayrton Senna nella sua carriera.
La vittoria, ad esempio.
No, siamo lontani dall’approccio decoubertiano.
Senna al riguardo aveva le idee piuttosto chiare: “La cosa importante è vincere tutto, sempre”.
Ancora: “Io voglio vincere sempre. L’opinione secondo cui la cosa importante è competere è un assurdità”.
La rivoluzione fu il come.
Sempre il pilota di San Paolo: “Ho bisogno di fare qualcosa di speciale. Ogni anno qualcuno vince un titolo. Io voglio fare di più.”
Una frase del genere poteva essere pronunciata solo da uno squilibrato o da un genio.

Torniamo al 1988, poi capiremo.
La Mc Laren MP4/4 è un proiettile, Senna e Prost due cannibali che ne faranno 15 su 16 sia nelle pole sia nelle vittorie.
L’unica gara in bianco dei due permetterà alle Ferrari di Berger ed Alboreto di trionfare a Monza a meno di un anno dalla morte di Enzo Ferrari.
Digressione doverosa.
Alla sua prima stagione alla corte di Ron Dennis il talento brasiliano fa vedere cose aliene nel condurre la vettura.
I primi ad esserne spaventati, prima che colpiti, sono quelli del suo team.
Senna in qualifica è una furia, a fine anno le pole position saranno 13.
Sul giro secco infligge distacchi che talora sono quelli di un intero GP.
Nel Gran Premio cittadino di Monaco in qualifica un Ayrton Senna in totale stato di grazia (cit.) rifila quasi un secondo e mezzo (sic) al compagno di squadra.
In quella gara arriva ad avere un vantaggio di 55 secondi sul Professore prima che un calo di concentrazione e la voglia di umiliare il francese lo facciano picchiare al giro 67.
Se in qualifica Senna non ha rivali il campionato è invece equilibrato, complici alcuni guai tecnici occorsi al brasiliano.
E non dimentichiamolo, grazie anche al valore di Prost.
Ma quando vince (cioè spesso), Senna stravince e annienta gli avversari.
C’è ancora la regola degli scarti, meccanismo più complicato e cervellotico di una proposta di legge elettorale, ed Ayrton arriva al GP di Suzuka con meno punti di Alain ma col primo match ball della stagione:se vince la corsa, il titolo è suo.
Senna parte dalla pole, Prost al suo fianco.
Tutto pronto, semaforo verde, ma la monoposto n.12 incespica e sembra spegnersi.
Ciao Ayrton, il sogno svanisce.
Il tuo Mondiale non lo vincerai oggi, forse un’altra volta, chissà.
Ma non sicuramente oggi.
Mettiti l’animo in pace, le corse sono fatte così.
Senna alza le braccia per segnalare la sua resa.
Poi la leggera pendenza di Suzuka fa riavviare il motore.
Ma solo per un attimo, poi di nuovo il buio.
Più lunghi da raccontarli che da viverli questi istanti in cui l’anima scopre i sentimenti più distanti fra loro.
Alla partenza il cuore di un pilota è già martoriato da 180 battiti al minuto, il suo è pure salito sulle montagne russe di emozioni lancinanti.
Non si sa come, ma Senna riesce finalmente a partire.
Il tempo di lasciare calmare il cervello (riporto le sue parole) ed il brasiliano inizia una feroce rincorsa.
Non è una semplice rimonta.
E’ la dimostrazione della sua superiorità.
E’ l’istantanea della sua voglia di vincere.
E’ una metafora della sua vita.
Quelle di Senna, lo avrete capito, sono favole epiche più che semplici gare.
E poteva mancare l’acqua?
Certo che no, arriva anche quella.
La fuga di Prost termina al 28° giro quando Ayrton lo sorpassa ad una velocità spropositata ed al suo cospetto il Professore sembra essere fermo.
Dopodiché Senna diventa imprendibile per tutti tranne che per le telecamere, che ce lo immortalano in festa per il suo primo Mondiale.

Dirà che a Suzuka avvertì la presenza di Dio, che fu lui a guidarlo alla vittoria.
Terrene o divine, Senna aveva accesso a risorse inaccessibili ai più.
Senna non voleva vincere in maniera normale.
Senna non poteva vincere in maniera normale.
Gli eventi glielo avrebbero impedito
Gli stessi eventi che se fossero capitati a qualsiasi altro pilota, gli avrebbero impedito semplicemente di vincere.
Eccola la differenza fra Ayrton e gli altri.
Lui è riuscito a scolpirsi il nome nella pietra combattendo con campionissimi del calibro di Piquet, Mansell e Prost.
Il talento, la classe cristallina, le qualità fuori dal comune.
Certo, tutto vero.
Ma Senna era dotato di una indomita forza di volontà, la sua cura per i particolari era più giapponese che carioca.
Era preciso fino alla pignoleria.
Avremo modo di scoprire che risulterà impossibile spacchettare le qualità (tecniche ed umane) di questo pilota meraviglioso.
Di più, lui seppe unire gli opposti, facendoli non solo coesistere, ma addirittura esaltare in questa alchimia apparentemente impossibile.
Una magia.
Genio e regolatezza.
Ricordate le sue parole?
“Ho bisogno di fare qualcosa di speciale. Ogni anno qualcuno vince un titolo. Io voglio fare di più.”
Questo sarà solo l’inizio.

 

 

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Semplicemente Ayrton/Genesi di una stella

26 Lug

Quattro anni del blog ed un solo articolo su di LUI, questo https://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/.
Non ho spiegazioni, solo un pò di vergogna ed un rimedio: la rubrica Semplicemente Ayrton.

Sì, sono d’accordo con voi, paragonare fra loro dei piloti di epoche differenti può risultare tanto fuorviante quanto infantile.
Difatti i confronti sono spesso appannaggio delle trasmissioni sportive e delle riviste specializzate.
L’importante però è sapere che a metà degli Anni Ottanta le Formula Uno erano degli allegri mostri i cui motori turbo (integralisti interpreti della modalità “O tutto o niente”) superavano abbondantemente i mille cavalli.
I 1.000 cavalli, se vi fa più effetto.
Tutti violentissimi, dal primo all’ultima stilla.
Il controllo della trazione era un orpello riservato ai film di fantascienza, le gomme invece erano rigorosamente quelle di trent’anni fa.
Dei giornalisti chiesero, in momenti diversi, a due ingegneri (rispettivamente della BMW e dell’Honda) se veramente nelle qualifiche le potenze dei motori arrivassero a 1.500 cavalli.
La domanda era retorica, le risposte identiche e comicamente disarmanti nella loro appassionata sincerità “Ah, può essere…Solo che il nostro banco a rulli ne misura solo fino a 1.300, di cavalli…”
Per guidarle non bastava la vocazione del pilota, servivano anche tracce di eroismo.
Giusto per contestualizzare.

Nessun romanziere, sceneggiatore o regista avrebbe potuto inventarsi una storia così perfetta per raccontare la genesi di una stella come quella che il destino fece vivere il 3 giugno 1984 ad Ayrton Senna da Silva.
Tutto era al posto giusto, sincronizzato, in una inappuntabile successione: l’ambientazione, le condizioni, il contesto, il rivale e gli strascichi.
Tutti prodromi di quello che avverrà da lì in avanti.
Cerchi che si apriranno, si ingrandiranno, si chiuderanno per incrociarne altri e poi ripartire di nuovo in un tourbillon veloce come le monoposto.
Sono le corse, una parentesi della vita.
Gli eventi sono casuali solo per chi non vuole vederci nulla di più.

Torniamoci, a quel giorno.
Non ve l’ho detto, siamo nel circuito cittadino di Montecarlo e sul Principato dal mattino si è abbattuto un forte temporale.
Acquazzone che non si interromperà per tutta la gara.
I piloti sono consci dei rischi che corrono e si percepisce: preoccupati, tesi, nessuno ha voglia di aggiungere del rischio ad un Gp che ne possiede in abbondanza di suo già in condizioni di asciutto, figuriamoci in questa risaia.
Ed infatti nonostante i piloti seguano pedissequamente le raccomandazioni della mamma (corri, ma non troppo) ogni tanto qualcuno viene inesorabilmente falcidiato dall’acqua.
Chi da solo (ad esempio Mansell e Lauda), chi in compagnia (Warwick, De Cesaris e Tambay).
Dalle retrovie si fa sempre più notare il giovane Senna.
Un esordio in Formula Uno vale anche la sua modesta Toleman.
Nei primi cinque Gran Premi due buonissimi sesti posti per il promettente ragazzo di San Paolo.
Incurante (e non potrebbe fare diversamente) del mezzo che sta guidando Senna getta sul Mondiale di Formula Uno tutto il suo impeto e la sua voglia di emergere.
Seconda sola alla sua velocità fra i cordoli.
Ayrton sul bagnato è già un fenomeno e dopo qualche giro a remare nella pista capisce che in quelle condizioni l’auto deve essere il più guidabile possibile, la potenza (anche se la Toleman non esagera…) in condizioni simili è più dannosa che inutile.
Cosa fa?
Abbassa al minimo la pressione del turbo poi tutto viene da sè perché il limite per alcuni piloti è una chimera irraggiungibile, mentre per lui un obiettivo, un compagno di vita ed uno stimolo.
Inizia a girare in tempi fantastici, tant’è che non impiega molto a giungere fino al secondo posto a meno di due secondi dal capofila Alain Prost.
Il ventiquattrenne brasiliano assomiglia ad una belva che sta per azzannare la sua preda,niente di personale (per il momento), solo istinto.
E vista la differenza di passo fra i due il sorpasso sembra solo questione di giri.
Ma non arriva.
Perché i commissari al 32° giro espongono la bandiera rossa (giustamente?,favorendo Prost?) e gara finita con quelle posizioni: vince il francese ed il rookie Senna è secondo.
Il brasiliano si sbraccia come un tarantolato, forse esulta per l’insperato risultato, forse è incavolato perché fiutava la possibilità di salire sul gradino più alto del podio.
Delle due decisamente la seconda.
“Qui si parla francese ed è meglio che vinca un francese.” dirà il pilota della Toleman a fine gara.
La voglia di vincere si scontra da subito con le gerarchie e le leggi della politicissima Formula Uno.
Sarà la prima di una lunga serie, uno dei suoi tanti stilemi.
Senna è un predestinato, e il fato – per eccesso di zelo – ha voluto dargli un’ulteriore conferma in una sorta di caccia al tesoro dove probabilmente la mancata vittoria rientra nel disegno: per mostrargli che nelle gare essere il più forte non sempre basta, o comunque non basterà sempre a lui.
Ecco perché le sue vittorie non saranno mai vittorie normali (per quanto possa essere normale una vittoria).
Senna lo sapeva già, ed ora il Mondo intero: è nata una stella.
E da quel giorno lo capiranno anche gli avversari.

 

 

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Aridi diluvi

21 Lug

Per riempire l’attesa del concerto di Bruce Springsteen del 16/07 a Roma il mio amico Ime ha deciso di inventarsi una rubrica quotidiana recensendo (ma a suo modo) le canzoni del Boss, una al giorno, in un countdown che è diventato un crescendo rossiniano (nonché la progenitrice della pagina Ricete musicali, sempre su Facebook).
Venticinque (è da questo numero che è partito il conteggio) gemme per parlare di altrettante gemme.
Risultato possibile solo quando la passione incontra sulla sua strada il talento.
E viceversa.
Imerio possiede la qualità non comune di stimolare ed incuriosire.
Di ispirare, insomma.
Ecco il suo post per il brano Lost in the flood.

Eccone un’altra che andrebbe ascoltata ad un volume illegale.
Soprattutto in questa versione live che amo.
A dimostrazione che la capacità evocativa non è un muscolo da allenare e migliorare, questo pezzo è del primo album.
Lost in the flood. 1973.
Dove il diluvio in cui ti perdi ti fa perdere la direzione, e fai fatica a capire come potrai uscirne.
Il nostro, apparentemente, svolge il suo porco compito di storyteller, con tre storie intrecciate. Solo apparentemente.
Il pezzo in realtà è forse uno dei più simbolici dell’intera discografia.
Il soldato è uno straccione, altro che un eroe, e torna a casa dalla guerra come un fuggiasco. E come un fuggiasco l’ambiente che trova al suo ritorno è ostile, quasi lo rigetta. Immagini iconoclaste si alternano, forse sono solo nella testa del reduce, che dopo il fango della guerra, trova lo stesso humus anche a casa.
Anzi, peggio. Non è fango, sono sabbie mobili. La sensazione di smarrimento deriva dalla guerra o dal tuo ritorno a casa?
Il ragazzo patriottico alla guida di una Chevy si crede destinato alla gloria, ma più avanti sulla strada incontra un temporale.
E le macchie sull’asfalto non sono benzina, sono sangue. Ma davvero è stato il temporale, o il ragazzo si è smarrito nell’ALTRO diluvio?
E i tossici impegnati in una sparatoria cosa diavolo credevano di fare? E il fighetto che vive la scena come uno spettacolo?
Altre vittime del diluvio, probabilmente.
Quello stesso diluvio, che, biblicamente, lava i peccati, stermina per ricostruire, in questo totem di canzone zeppa di richiami cattolici, diventa quasi l’opposto. Presa di coscienza della realtà, disillusione, rassegnazione.
Credo che ognuno potrebbe perdersi, dentro al diluvio.
Non si tratta di perdonare ogni comportamento.
Solo di cercare di comprenderlo, e ammettere che in altre circostanze forse noi stessi saremmo stati dall’altra parte.
In fondo, credo che il nostro, come vedremo anche più avanti, ce lo dica spesso.
-14

Nel Mondo starà anche cambiando il clima ma i diluvi di cui parla Imerio sono un fenomeno che non conosce sosta.
A pensarci bene in questi diluvi uno dei rischi più grossi è l’indifferenza.
Non per lo sventurato protagonista (termine quanto mai inappropriato ed irrispettoso, ma efficace) che per qualcuno è la vittima e per qualcun’altro è il carnefice.
No, loro un perbenista, un bacchettone, un moralista, ma anche un oratore od un poeta lo trovano da fargli da megafono.
Da grancassa di risonanza.
Per metterlo sul patibolo, o per mitizzarlo.
No, io mi riferisco alle vittime inconsapevoli, a quelle ancora più occasionali.
I parenti, gli amici, i colleghi del lavoro, gli abitanti di un quartiere, i vicini di casa od anche dei perfetti sconosciuti che gli eventi hanno spinto nel girone dantesco a loro insaputa.
Ma a loro insaputa veramente.
Sono quelli dei danni collaterali, e non se li caga proprio nessuno.
Poco (o per niente) maledetti nella loro grigia fatalità per attirare gli araldi dei borderline&disperati ma anche troppo marginali (e passivi) per prendersi rimbrotti o strali dei puritani.
Spiacenti, siete poco iconografici e fareste poco audience!
Anche i media hanno altri a cui pensare.
Forse la sofferenza della vita, l’ineluttabile destino dei tanti (troppi) sono proprio loro.
Ai margini dei margini, a cui il destino ha riservato il ruolo della comparsa anche in una situazione di merda.

E’ vero, la vita spesso si traveste da croupier nell’assegnare i due colori della roulette.
E lì sono il caso e la probabilità che fanno accomodare la pallina nell’anello giusto o in quello sbagliato.
Questione di fortuna invece, se guardiamo all’altra parte del banco.
E l’anello giusto e quello sbagliato sono lì vicini, uno attaccato all’altro.
Si guardano, si conoscono, condividono la stessa parete.
La distanza fra il sereno ed il diluvio è la stessa che c’è tra un anello rosso ed uno nero.
Ma occorre dire che quando ci tocca prendere il colore nero non tutti reagiamo allo stesso modo.
I ciechi di Saramago insegnano.
Ed è proprio nelle tragedie che assume un particolare risalto la dignità.
Quando tutto porterebbe a calpestarla.
Non mi sento di condannare chi fatica a perdonare, prima di tacciarli di ignominia bisognerebbe conoscere le loro storie.
Le avversità, contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, non favoriscono la comprensione.
Inaridiscono l’uomo.
Lo portano a prosciugarsi e ad augurare agli altri le loro stesse pene.
Le sofferenze anziché unire il genere umano lo dividono, creando – se reiterate – impulsi egoisti, aggressivi e nichilisti.
C’è poi gente che i diluvi li cerca o comunque li attira.
Lo fanno per una tara genetica, per un atavico mostro che si portano dentro, perché l’altra strada è piena di buche e perché loro hanno l’alibi di essere degli sventurati marchiati a fuoco, e allora tanto vale.
Si parla invece poco di quelli che i diluvi li hanno sfiorati, magari ne sono stati attratti anche loro ma hanno trovato chissà dove la forza per non esserne fagocitati.
Probabilmente una spinta salvifica in se stessi scavando in anfratti di cui anche la propria anima ignorava l’esistenza
Non sono mai entrati in quello strato di terra che precede il niente e che rispetto a quest’ultimo è ancor più abbietto.
Non ometto che alcuni di quelli che si sono salvati possano aver avuto quel culo che altri non hanno trovato, o sono stati proprio degli altri a portarli in salvo.
Lo so, lo so.
Lo so benissimo che si rischia di entrare in un’aporia.
Conosco Imerio Bolognini solo dal 1988.
Semplificando, lui è più comprensivo di me, è più tollerante di me, anche se puntualizza sempre (orgoglioso) che questo non gli impedisce di odiare un sacco di persone.
Ma tante.
Abbiamo invero lo stesso mezzo (la sensibilità) e la stessa meta (andare oltre) anche se a volte lui mi dà l’impressione che perda la strada principale per intrufolarsi in secondarie vie di periferia che considera larghe come un’autostrada.
Il bello è che Ime potrebbe dire la stessa cosa di me.

Nessuno lo ammetterà mai, ma temo che ognuno di noi nell’essere comprensivo abbia la propria play list, i propri generi preferiti.
La comprensione è manipolabile.
E’ umorale.
E civettuola e ruffiana.
A lei piace far bella mostra di sé quando ci riteniamo la parte lesa.
Quando cioè in quel diluvio ci siamo decisamente dentro fino al collo.
Oppure quando siamo totalmente estranei dai fatti.
Quando nel diluvio, ergo nei casini, ci sono altri e noi siamo sul divano.
Comodo il divano.
Ma a volte occorre contestualizzare e discernere il dettaglio dall’insieme ed evitare atteggiamenti aprioristici.
Il rischio altrimenti è declinare sempre ad un livello superiore le responsabilità senza mai stigmatizzare nulla, creando un pericoloso corto circuito dove tutto alla fine è giustificabile ed inoppugnabile.
Un’alienazione.
La comprensione non è la sola qualità da richiedere ad una coscienza.
O diventa un mero esercizio di auto assoluzione.
Detesto i comprensivi urbi et orbi di professione, che cercano solo di lustrarsi il corpo e disincrostarsi l’anima bella che non hanno (l’anima, intendo).
Se ne servono, della comprensione,e vivono dei diluvi degli altri perché sono dei parassiti dell’umanità.
Ed invece la comprensione e l’indulgenza vanno centellinate, quasi fossero un distillato magico che se prodotto in gran quantità perde la propria valenza.
Fattispecie, quest’ultima, da evitare come la peste.