Farai carriera:aggiornamenti da scaricare

1 Dic

Per scrivere un articolo ironico avrei potuto parlare dei nuovi testimoni americani (quindi sinonimo di estrema sincerità e correttezza) che scagionerebbero il Pregiudicato e Decaduto Berlusconi, ma la fantascienza non mi ha mai attratto.
Torno invece sul mondo del lavoro.
O meglio, sulle sue distorsioni.
Alle aitanti categorie illustrate in Farai Carriera (https://shiatsu77.wordpress.com/2012/10/27/farai-carriera/) ve ne sono da aggiungere altre due.
Si tratta sempre di figure mitologiche: corpo di uomo, testa di cazzo.

Problem non solving
Hanno confuso la loro attività col martirio.
Credono che la crescita professionale vada in parallelo con la sofferenza.
Immolano la propria vita (e quella di quei poveracci che hanno la sventura di viverci assieme) per il (presunto) bene aziendale.
Lavorare ben oltre il normale orario (e nei festivi) è la regola.
Cazzi loro, direte.
Non proprio, perché col loro integralismo (non richiesto) mettono in cattiva luce chi riesce ad organizzarsi e a lavorare sodo (e bene) nei tempi canonici, dimostrando quindi una produttività ben superiore rispetto a questi invasati.
Non conoscono la parola malattia: si recano al lavoro con i più improbabili virus riuscendo – in quei giorni – a farsi veramente compatire: loro si sentono eroi, ma sono solo degli untori per gli sventurati colleghi.
Altra dote taumaturgica è il saper rovinare l’ambiente in cui lavorano, il percorso di carriera dei colleghi normodotati e financo l’immagine dell’azienda.
Chapeau.
Asseriscono di voler risolvere i problemi, ma in realtà godono ad essere nella merda, una condizione che il Signore ha riservato ai migliori (cioè a loro).
E’ un misto fra una forma di masochismo latente e una sindrome di Stoccolma 2.0.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha attivato una task force per studiare il problema di questi schiavi che invocano la frusta.
Hanno accolto con immensa gioia la consegna del Blackberry aziendale (dalla contentezza pare abbiano perso anche qualche goccia di pipì): essere sempre rintracciabili, rinunciando alla già inesistente vita privata, li ha fatti esultare come Tardelli ai Mondiali dell’82 e poter inviare un’e-mail alle 23:47 di sabato per loro non ha prezzo.
Sono odiati dai colleghi, dai clienti e dai fornitori (un ecumenismo involontario).
Logico che stiano scalando i vertici aziendali.
L’esperienza più inebriante che hanno avuto negli ultimi 4 anni è stato un improvviso (ed inaspettato) irrigidimento del pene quando un superiore li ha citati quale esempio per tutti.
La categoria comprende anche il gentil sesso.
Generalmente le Signore del martirio aziendale sono acide come il siero lasciato due giorni alla randa del sole e l’ultima volta che hanno pronunciato (e capito) una battuta risale a quando Fabio Fazio compì un atto coraggioso.
Come tutti i fanatici dedicano molto tempo al reclutamento di nuovi adepti:prestate la massima attenzione.

Spetteguless
Se fossero una canzone sarebbero Maledette malelingue di Ivan Graziani.
E’ una categoria interclassista essendo presente a qualsiasi livello dell’organigramma aziendale.
Sono visceralmente interessati a tutto ciò che non li riguarda e credono che le disgrazie altrui servano ad alleviare le loro (intelligenti, eh?).
Questa inutile e dannosa categoria della società (li metto nel mio podio virtuale) ha come stilema il proferire un tourbillon di insulti e critiche all’assente di turno.
Più forti in gruppo che da soli, sono abilissimi tanto a far girare i pettegolezzi quanto a crearne di nuovi.
Ipocriti, maligni e con una robusta coda di paglia, quando possono scatenare il loro livore – dandosi manforte l’uno con l’altro – raggiungono il loro parossismo.
Se mettessero tanto impegno nel loro lavoro (per il quale sono pagati come gli altri) come ne mettono nello sparlare, l’azienda raddoppierebbe il fatturato.
Confidarsi con loro garantisce la stessa riservatezza di una notizia nelle mani di Alfonso Signorini od Aldo Biscardi.
Sono refrattari a qualsiasi critica ed impermeabili persino ai riti voodoo: niente da fare, il loro animo “…ancora spruzza il suo veleno, fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi…”(cit.).
L’unica soddisfazione resta quella di dirgli che il nonno di Zanetti è vissuto fino a 103 anni.
Perché si faceva i cazzi suoi.

L’unione fa la forza

15 Nov

Nell’articolo del 04/11 (https://shiatsu77.wordpress.com/2013/11/04/terzisti-al-di-sopra-di-ogni-sospetto/) esortavo Michele Santoro a “dedicare una (o più) trasmissioni sull’Euro e sul progetto che c’è alle spalle”.
Detto, fatto.
Con ospite Alberto Bagnai, il non plus ultra sull’argomento.
Vaticinio avverato!
Il (teorico) contraddittorio era garantito dalla presenza dal disarmante Stefano Fassina.
Al solito è apparso tutto fuorché un responsabile economico di un partito.
Lui è un devoto-sofferente dell’Euro, che per la sinistra all’italiana rimane un atto di fede doloroso ma necessario.
Non crede nemmeno lui alle supercazzole che dice.
Lo dimostra l’imbarazzo che accompagna ogni suo intervento.
A volte (sbagliandosi) fa delle uscite da portavoce di un partito che non esiste, cioè di sinistra, poi la sua sinapsi gli ricorda che è al Governo con Letta (e non solo) ed ecco proferire battute che sarebbero più adatte al vecchio Derby di Milano (“…vogliamo modificare gli equilibri dell’Eurozona sfruttando le potenzialità della moneta unica…”).
Ma ora passiamo a cose serie.

Mi definisco (https://shiatsu77.wordpress.com/about/), fra le altre cose, travagliano e bagnaiano.
Marco Travaglio è da sempre un mio riferimento per competenza, coraggio e stile.
Bagnai è l’economista che sta cercando di dissolvere i dogmi ed i luoghi comuni sull’Euro con un’importante attività di divulgazione.
Nella puntata di giovedì intitolata “Goodbye Italia” entrambi avevano perfettamente ragione in relazione agli argomenti di propria competenza.
E’ innegabile – perlomeno per le persone che trovano ancora stimolante quella vecchia usanza di ragionare con il proprio cervello – che il sistema Euro ci abbia decisamente impoverito.
D’altro canto il nostro Paese versa in questo stato comatoso anche per un’endemica corruzione ed una cronica inosservanza delle Leggi.
Travaglio e Bagnai sono due specialisti che però nel corso della puntata non hanno fatto lo sforzo di uscire dalle rispettive roccaforti – nelle quali sono ineccepibili – e di non ammettere che la loro analisi riguardava solo una parte del problema.
Uscire dall’Euro mantenendo gli sprechi, l’illegalità e le ruberie di oggi non risolverebbe d’incanto tutti i problemi.
Parimenti, anche se per magia togliessimo il fardello di cui sopra restando però con una moneta sopravvalutata e senza sovranità economica, non sarebbe sicuramente l’El Dorado.
Uno è un problema macroeconomico, l’altro di cultura e legalità, ma non sono due fenomeni in antitesi, anzi fra loro c’è spesso un rapporto di causa-effetto.
Il tema dell’altra sera – finalmente portato alla ribalta in prima serata – non va affrontato a colpi di manicheismo.
L’analisi di un problema non esclude l’altro.
Viviamo – per usare una metafora manzoniana – in una situazione di merda.
Fra persone valide meglio collaborare, no?

P.s. Il primo che mi accusa di ecumenismo od equilibrismo riceverà in omaggio come radiosveglia Adriano Galliani.

L’intelligenza è

22 Ott

L’intelligenza è leggere un libro ma saper usare anche un badile.

L’intelligenza è capire a prescindere dalla cultura.

L’intelligenza è apprendere che con la cultura si può capire meglio e di più.

L’intelligenza è non farsi prendere per il culo.

L’intelligenza è informarsi per evitare di farsi prendere per il culo.

L’intelligenza è comprendere prima degli altri le persone, le situazioni ed i fatti.

L’intelligenza è intuire le priorità.

L’intelligenza è cercare sempre qualcuno che ci possa aprire la mente per ammirarlo e poi metterlo in discussione.

L’intelligenza è stimare senza idolatrare.

L’intelligenza è essere consci dei propri mezzi ma consapevoli che non tutto dipenderà da essi.

L’intelligenza è essere consci dei propri mezzi ma consapevoli che questi possono essere incrementati.

L’intelligenza è essere pratici ed estetici ed unire la forma al contenuto.

L’intelligenza è ragionare con la propria testa.

L’intelligenza è non cedere a terzi l’usufrutto del proprio cervello.

L’intelligenza è diffidare della versione ufficiale.

L’intelligenza è andare sempre oltre.

L’intelligenza è non cercare a tutti i costi di essere alternativi.

L’intelligenza è prendere delle posizioni.

L’intelligenza è dire ciò che si pensa.

L’intelligenza è pensare  ciò che si dice.

L’intelligenza è saper scegliere il contesto adatto e i dirimpettai giusti per ogni asserzione e comportamento.

L’intelligenza è esser guida senza essere despota.

L’intelligenza è comunicare con se stessi.

L’intelligenza è rapportarsi con se stessi.

L’intelligenza è avere delle intuizioni (cit.).

L’intelligenza è saper allargare i propri orizzonti senza perdere i propri valori.

L’intelligenza è saper cambiare idea senza essere ondivaghi.

L’intelligenza è non ammalarsi di equilibrismo e retorica.

L’intelligenza è mettere a proprio agio il più debole.

L’intelligenza è saper mantenere le proprie idee nonostante la pressione di terzi.

L’intelligenza è non farsi etichettare, incasellare e stereotipare.

L’intelligenza è non soffocare la propria spontaneità e non renderla artefatta.

L’intelligenza è non confondere la libertà con l’onnipotenza.

L’intelligenza è vincere l’ignavia e la pavidità.

L’intelligenza è non vergognarsi di provarle.

L’intelligenza è non barattare la propria dignità.

L’intelligenza è seguire il proprio orgoglio senza diventare schiavi di esso.

L’intelligenza è guardare al futuro con un occhio al passato.

L’intelligenza è guardare la storia per capire il presente.

L’intelligenza è sapere che ridere non ha prezzo.

L’intelligenza è non sciupare nemmeno una risata.

L’intelligenza è portare rispetto, educazione e concedere pietà solo a chi fa altrettanto.

L’intelligenza è poca cosa senza la coscienza e l’umanità.

L’intelligenza è non scambiare l’umanità per la mollezza.

L’intelligenza è alternare e coniugare il serio ed il faceto.

L’intelligenza è unire la passione alla ragione.

L’intelligenza è non far mai spegnere la fiammella di una sana follia.

L’intelligenza è vivere, stimolare, criticare e rispettare la vita.

L’intelligenza è non sprecare la vita in stronzate ed ammennicoli.

L’intelligenza è gioire per la semplicità non accontentandosi di essa.

L’intelligenza è puntare sempre in alto con umiltà.

L’intelligenza è non scambiare l’eclettismo con l’onniscenza.

L’intelligenza è dare tutto alle persone care.

L’intelligenza è cambiare per l’amore a una persona.

L’intelligenza è amare le persone che ti cambiano la vita.

L’intelligenza è amare anche se stessi.

L’intelligenza è contornarsi di persone che ci fanno stare bene.

L’intelligenza è difendere le relazioni con le persone che ci fanno stare bene.

L’intelligenza è intuire chi non ci merita.

L’intelligenza è non dimenticare.

L’intelligenza è molto altro ancora.

L’intelligenza è cercare di scoprirlo.

Quelli che Facebook

11 Ott

Il Signor Facebook, ovvero l’invenzione più geniale dell’era internet o l’anatema della vita moderna, una sorta di nemesi lanciata dagli antichi?
La risposta è, aihmè, molto dorotea: dipende.
Dall’approccio, dall’utilizzo e dallo scopo.
Facciamo una carrellata dei migliori esseri che popolano il social network più famoso al Mondo.
E sperate di non farne parte.

Non avrai altro calcio all’infuori di me
Sono fra i rappresentanti di punta delle persone monotema.
Nei social come nella vita.
Di sesso maschile, vivono di calcio, per il calcio, solo di calcio.
Logico da bambini, giustificabile nell’adolescenza, disarmante ora che questi aspiranti Tiziano Crudeli ed Elio Corno hanno superato i trenta.
Nel loro piccolo sono un inno alla coerenza: erano così a 12 anni come a 23, ma anche lo scorso anno.
Il Carlo Pellegatti che alla nascita è presente in tutti i maschietti d’Italia (inteso come tifoso sfegatato, a prescindere dalla fede calcistica) in loro non si è assopito ma anzi ha acquisito vigore fino a sopraffarli.
Sono gli unici ad apprezzare – e senza avere crisi epilettiche – i titoli dei quotidiani sportivi.
Hanno bloccato il cervello sulle frequenze di Sky Sport 24.
L’Album Panini (che rimane un’icona per tante generazioni) ha avuto su di loro lo stesso effetto del Vangelo sugli apostoli.
Il calcio non è più sana passione, svago e passatempo, diventa una ragione di vita, con i dogmi (e le relative tossine) tipici del fanatismo.
Sono il sogno proibito (che si avvera) dei Biscardi, Conte e Galliani (che culo…).
I loro post: se li conosci li eviti, se li conosci non ti uccidono (l’onestà intellettuale).

Il qualunquista didascalico
Sono (giustamente) indignati per il momento che stiamo vivendo ma (colpevolmente) disinformati sulle cause che hanno portato a ciò.
Buone le intenzioni ma pessimo (o quasi) il risultato.
Si definiscono apolitici pur con qualche affinità con la destra più rozza e becera.
Mischiano fatti di sangue a delitti dei colletti bianchi, anziché allargare il campo lo restringono, conoscono solo un 11 settembre, per loro il Piano Condor e la P2 sono dei nuovi giochi della Wii e la marcia dei quarantamila è una disciplina olimpica.
Grazie a suggestivi paralogismi danno sempre la colpa alla Magistratura, specie nei casi (sempre più rari) in cui questa è irreprensibile (caso Ilva, ma non solo).
Uno dei loro bersagli preferiti è il Ministro Kyenge (figura deboluccia, ma i problemi mi sembrano altrove).
Quando sono incalzati utilizzano delle argomentazioni consistenti come un biscotto Plasmon nel thè caldo.
Vorrebbero combattere il “sistema”, finiscono col rafforzarlo.

Io, io e io
Hanno le manie di protagonismo di Vittorio Sgarbi, nonché molto tempo da perdere.
Sentono il bisogno di inondare la rete con tutto ciò che li riguarda, convinti che dall’altra parte ci sia qualcuno in trepidante attesa.
Ci sono varie declinazioni di questi Vorrei essere un vip e nel dubbio mi comporto come loro.
Quelli che amano recensire i loro affascinanti orpelli: dal loro nuovissimo cellulare (Oooohhh!Tutti a bocca aperta) alla loro collezione autunno-inverno passando per un sempre affascinante tagliaunghie.
Ci sono poi gli esibizionisti del cibo.
Credono di saper cucinare come pochi al Mondo, da piatti inediti (la pizza) ad altri tipicamente etnici (udite udite, un piatto di pasta).
Data l’ingente produzione, o sfamano l’intero quartiere o gli auguriamo di bruciare in un giorno più calorie di un altoforno.
C’è chi ama raccontare anche le pieghe di se stesso (forse perché possiede solo quelle).
Devono ancora afferrare che su Facebook la domanda “A cosa stai pensando?” è fissa.
Un classico: ore 07,30 (notare l’orario) “Senza caffè non mi sveglio”.
Ecco, sarebbe stato meglio.
Si continua così tutto il giorno con la chicca di frasi sibilline scritte apposta per incuriosire (i loro simili) e solleticare i  794 amici (dei quali nessuno è mai uscito con lui) ad interagire.
Se le amenità proferite valessero anche solo un centesimo l’una, questi ilari personaggi sarebbero milionari.
Nelle donne poi è un trionfo di smalti, trucchi e messe in piega.
Mancano solo i dettagli dei loro Nuvenia Pocket quando vanno a lanciarsi col paracadute.
In quei giorni, of course.
Seguire il loro profilo diventa un’ordalia.
Cercasi troll disperatamente.

W la mamma?
Solo chi è genitore può capire dove possa arrivare l’amore per un figlio.
Comprendere invece cosa spinga tante mamme a esporre H24 i propri figli su Facebook è un mistero, un po’ come i capelli di Gianni Morandi (tintura o  parrucchino?).
Dopo il parto il loro cervello è regredito, allineandosi a quello dei neonati.
Pubblicano una pletora di foto dei pargoli ad ogni piè sospinto.
Complimenti:la rete è notoriamente controllabile e non è intrisa da malintenzionati che potrebbero utilizzare le foto in 916 modi diversi.
Avanti pure.
Per enfatizzare lo status di mamma-gggiovane riportano frasi ad effetto trovate nelle offerte 3×2 al supermercato (assieme al budino Ebo ed a una cover a forma di Hello Kitty), ci informano On Line su eventi epocali quali un ruttino (e cosa dovrebbe fare?) e un compleanno con gli amichetti (uuuhh!), farneticano di scene fra l’onirico ed il fantasy.
I loro commenti sono tanto inutili quanto sdolcinati, col rischio di produrre una crisi iperglicemica e dei conati di vomito (insieme).
Tracimano dichiarazioni d’amore melliflue, talmente sforzate da metterne in dubbio la spontaneità.
Un misto fra un melodramma napoletano ed un reality: di peggio c’è solo la Carfagna che parla di Montesquieu e della separazione dei poteri.
Credono di avere fra le mani una versione evoluta del Cicciobello.
Confondono l’ostentazione (di un essere umano indifeso) con l’amore e la protezione, non accorgendosi che la prima è in palese disaccordo con i secondi.
Chi è al centro della scena?La creatura ignara di tutto o la super mamma?
I figli saranno costretti – al compimento del 6° anno – a rivolgersi al Giudice Tutelare per chiedere l’esercizio della patria potestà sulla madre anche se le teorie sull’apprendimento imitativo non ci fanno sperare niente di buono per il futuro dei bebè.
Quando Renato Pozzetto nella Casa Stregata spiegò con cosa ragionano (a suo parere) le donne, si riferiva (senza saperlo) a questa categoria.

Quelli che fanno i pranzi

5 Ott

Cosa si fa di solito la domenica della Fiera di S.Michele?
Si va alla Fiera di S. Michele, normalmente.
Non sempre.
A volte capita di andare a fare una scampagnata a pranzo fra compagni di classe, anche se questa definizione – a 36 anni – è ormai fuori luogo.
Ex (molto ex) compagni di classe e semplicemente amici, molto amici.
Per un piccolo disguido che forse dopo racconteremo non è stato possibile recarsi a Miscoso, probabilmente il miglior ristorante dell’Appennino , anche se assente dalla Guida Michelin (ma presente in quella di Renato il gommista).
Per comodità è stato scelto il ristorante della Casina Rossa in provincia di Lucca.
Via si parte

La formazione
Per non compromettere delle brillanti carriere lavorative ed anche per evitare degli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate,  saranno utilizzati alcuni pseudonimi.
1)Nelson Bolognera
Giocatore di poker mancato, attore porno mancato, DJ mancato.
Mancava poco che non fosse invitato al pranzo.
A dire il vero quando si ostinava a fare il cantante qualcosa in comune con il primo Bono l’eveva.
Il microfono.
E’ stata una delle poche persone d’Italia (ma forse dell’Eurasia) a chiedere -con tanto di lettera- la scomunica alla propria Parrocchia.
Da più di 10 anni attende una risposta (il tipico atteggiamento arrogante dei monopoli).
Ed allora è costretto ad un impegno sovrumano per raggiungere il suo scopo.
Non credete al numero di donzelle che dice di aver castigato.
C’è da dividere per 3,14 periodico.
2)Patrick Marone
E’ l’imprenditore spietato, senza scrupoli, che antepone il denaro a tutti gli altri valori.
Il suo sguardo taglia l’aria, quando beve anche il suo fiato.
E’ una figura romanzesca, un peccatore senza limiti.
Si narra che la sera frequenti assiduamente i giardini pubblici e -vestito solo di un impermeabile rubato all’Ispettore Derrick– sia solito denudarsi canticchiando -sulle note della canzone Sotto questo cielo dello spot del Conad- il suo personalissimo jingle “Sotto questa minchia“.
I soliti bene informati raccontano che un cliente -arrivato in ritardo di 1′ e 14 secondi alla chiusura del suo negozio- si sia visto recidere dal Marone 4 falangi di una mano (gli è rimasto il dito medio) con la sega della macelleria.
Per completare l’opera gli sono stati riempiti tutti gli orifizi del corpo con dei pomodorini pachino.
Teribbbile.
3)Karl Aurel Kohrsin
Il Maggio si è impossessato della sua anima, lasciando a noi (purtroppo) solo il corpo.
Con un ex democristiano così (ora folgorato da Maurizio Landini e Pepe Mujica) si potrebbe anche fare un Governo.
Riporto questo stralcio da un sua e-mail (ed io che lo conosco benissimo da oltre 20 anni vi assicuro che è vera):
“…io sono un cattolico praticante e mi attengo a tutti I comandamenti del signor Mosè tranne il 2.do (Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio), il 6.to (Non commettere atti impuri), il 9.no (Non desiderare la moglie del tuo prossimo) e il 10.mo (Non desiderare la casa del tuo prossimo).
Mi pare di avere la sufficienza rispettandone 6 su 10…”
4)Ramuo Gopizzi
Interista, comunista, marxista, insomma nella sua vita il ragazzo ha sofferto parecchio.
Ha patito più di tutti la diffusione dei telefoni cellulari e la conseguente dismissione delle cabine telefoniche (questa è fine ma la capiranno in 4, più o meno il numero dei lettori del Riformista).
Con lui la baracca assurge ad un significato mistico.
Decisamente più terrene invece le sue scoregge.
Se il suo culo fosse sul web, sarebbe il più cliccato della rete.
A Budapest lo ricordano ancora perfettamente (ed era da poco caduto il Muro).
5)Il sottoscritto
Chi ha la (s)fortuna di leggermi conosce ormai le mie patologie, divenute impossibili da curare con la medicina tradizionale, che mettono in crisi le teorie elaborate negli ultimi 200 anni sulla psiche umana.
Per tutti
L’abuso di alcool per le grandi occasioni, poi, accentua le sintomatologie di ognuno.
Perché come disse un tale “Non è bere che fa male, è ri-bere”.

L’organizzazione del pranzo
La definirei molto snella, veloce ed efficace.
Ricorda la manutenzione delle gallerie sulla SS 63.
Sono bastati 3 giorni di e-mail 24 ore non-stop, circa 224 sms, una call conference dalla Casa Bianca a Washington (non è vero, ma fa sempre scena), aver chiesto aiuto a SOS Tata ed infine aver spostato, cancellato,rimandato e poi riconfermato gli impegni personali di ognuno di noi (quindi nessuno).
Data l’estrema efficienza dell’impianto organizzativo se qualcuno avesse bisogno di gestire feste, party, cerimonie ed eventi in genere non esiti a chiamarci.
Sarebbe un’ottima soluzione.
Per tirare degli accidenti.

Il viaggio
Marone – con un gesto che ho veramente apprezzato e che gli rende onore – si è offerto di prendere il mezzo (un’auto americana lunga 3 Panda ed 1 Ciao).
Non credo che abbiano influito sulla sua scelta le minacce di morte e di saccheggio ai locali del negozio che gli sono state amorevolmente rivolte.
A settembre quest’anno c’è stato il sole per 38 giorni consecutivi, difatti domenica 29 pioveva che Dio la mandava.
Oltre al clima le premesse per un viaggio confortevole e rilassante c’erano tutte:80 km di sola andata, 5 persone a bordo, 2.479 curve e 78 tornanti.
Il buon senso ha voluto che al Passo delle Radici si sia spezzato il viaggio, in un bar cult per gli amanti del vintage: lì si respirano ancora gli odori dei primi anni ’80 (forse è da quegli anni che non vengono fatte le pulizie).
Se siete invece degli amanti del vino bianco forse è meglio continuare ad assaporare gli odori di cui sopra, vi daranno più soddisfazione.
Rispetto all’ultima uscita –quando l’autista fu l’irreprensibile e compassato Bolognera – i miglioramenti sono stati evidenti:non abbiamo corso il pericolo di finire fuori strada per l’eccessiva velocità, di vomitare, di scatenare una rissa in mezzo al traffico ed il classico omino che gonfia una gomma allo scooter con un compressore sul ciglio della strada (dite la verità:quanti ne avete incontrati nella vostra vita?) non ha rischiato di essere investito (ma forse sarebbe stato meglio il contrario).

Il pranzo
Come diceva un vecchio proverbio cinese (inventato), “Dopo i trent’anni è meglio non esagerare col cibo” (veramente lo affermava anche un vecchio di Maro, ma di anni ne aveva 79 ed era alcolizzato).
Non che fossimo mai stati dei gran mangiatori (scusate, ma scappa da ridere anche a me…), ma in quest’occasione abbiamo dimostrato di non saper cedere alle lusinghe della cucina e di non trasformare un gioviale ritrovo in un’abbuffata puerile.
La definirei più una spiluccata.
Abbiamo preteso gli antipasti completi, un bis di primi (rosette e pappardelle ai funghi), una tagliata ai funghi di secondo, per contorno patatine fritte e bis di funghi fritti (il nostro fegato ha espressamente richiesto questo trattamento punitivo).
Qualcuno, dall’aldilà, ha provato anche a chiedere dell’insalata (sic).
E’ stato sommerso di insulti (e da percosse).
Se vai in Toscana poi devi bere del toscano, è la regola.
Ma anche del Nebbiolo delle Langhe.
Funziona così.
Uno dirà, ma dopo tutto questo ben di Dio avrete almeno saltato il dolce?
Sticazzi, dolce per tutti.
Le grappe e gli amari non vanno nemmeno menzionati.
Ma bevuti (cosa che abbiamo fatto).
Già a tavola (quindi mancava tutto il viaggio di ritorno) abbiamo sparato una compilation di stronzate da Oscar: tante cazzate concentrate tutte insieme non si ascoltavano dal discorso di Berlusconi (il Pregiudicato) in Via del Plebiscito.
Gli argomenti seri non sono affatto mancati ma erano seguiti dalle più disparate battute per mantenere un’atmosfera spensierata.
La conferma che la serietà può convivere (senza fare a cazzotti) con l’ironia.
Per chi avesse ancora dei dubbi, ridere rimane la cosa più bella in assoluto e per una sana risata di gusto val la pena vivere (cit.)
Storicamente è difficile concludere dei buoni affari coi toschi (che sono una cosa diversa dai toscani).
Alla cassa è andata in scena la battaglia sul prezzo: la proprietaria da una parte (una Signora sulla cinquantina che sembrava avvezza a maneggiare del contante e non solo) e i 5 animali avvinazzati dall’altra.
Una lotta impari:noi in 5 -con la classica mezza ballina addosso che ti dà sicurezza ed intraprendenza- lei da sola che a fatica replicava alla nostra ubriachezza (quasi) molesta.
Inutile dire che abbia vinto lei.
Se non si prende una bella pelatina ogni tanto che gusto c’è…

Il ritorno
Chissà come mai, in un itinerario,  il ritorno sembri sempre più breve dell’andata.
Inoltre è curioso come un semplice tragitto in macchina possa assumere tante sfumature diverse:da un obbligo monotono e frustrante (i pendolari mi capiranno senz’altro) fino ad essere un piacere intrinseco del viaggio.
Accade nei viaggi in (buona) compagnia, nelle zingarate, in tutte le occasioni dove l’emozione ha la meglio sulla ragione.
Nel tornare a casa dalla Garfagnana c’erano in noi due sensazioni dominanti ma in contrasto fra loro:da un lato la convinzione di aver trascorso una giornata intensa ed appagante.
Quello che volevamo insomma.
E quando si raggiunge quest’obiettivo pur con delle aspettative molto alte il morale ringrazia sentitamente.
Ci si accorgeva però di aver già raggiunto il parossismo, di essere quasi giunti al triplice fischio.
E’ sempre in questo frangente –ovvero in un misto di felicità e malinconia-  che si cerca di organizzare una nuova uscita.
Si chiama autodifesa.
Ci si proietta al futuro per convincersi che dei momenti così belli torneranno di nuovo.
E’ vero, torneranno di nuovo.
Qualcuno vocifera che a Sillano stiano già preparando delle costate.
Minimo un chilo l’una.

Un ribelle di 69 anni

25 Set

Siamo sempre più inondati da termini inglesi e sopporto a fatica l’(ab)uso che ne viene fatto.
Ce n’è però uno che mi piace ed utilizzo frequentemente: mainstream.
Non esiste una traduzione letterale del termine, applicato all’informazione significa seguire la corrente, la posizione o il pensiero dominante di quel momento.
Non porsi domande quindi, ma essere il megafono del potere, delle lobby, delle camarille e del conformismo in genere.
Chi da sempre si smarca da questo approccio è Massimo Fini.

Non sono perennemente d’accordo con lui (l’ultimo articolo su Andreotti mi ha fatto veramente incazzare e la tesi semplicistica sulla morte di Pasolini mi convince meno di un editoriale di Paolo Liguori, tanto per fare due esempi), ma è una delle poche persone che quando scrive mette in discussione le tue credenze, le stimola, le accresce, le demolisce e ne crea di nuove.
Anche quando le idee rimangono divergenti, l’onestà intellettuale del lettore ringrazia avendo comunque allenato il cervello a ragionare in proprio.
Filosofo, storico, teologo senza i dogmi della fede, psicologo, attento osservatore della realtà e delle dinamiche della vita, Massimo Fini è estremo senza essere estremista.
Fa ancora parte di una generazione di intellettuali (è del 1943) che non ama ostentare tutto il suo sapere in inutili ridondanze, divenuto invece lo stilema dei tanti Sapientino che ricamano il niente (quando va bene).
La sua scrittura è volutamente semplice, tanto minimalista quanto suadente, certe citazioni e riferimenti mostrano tutta il suo sterminato scibile.
Nei suoi lavori traspare sempre una ricerca, un meticoloso studio di base.
La penna di Fini pare dotata di un incantesimo poiché riesce a far rivivere situazioni mai affrontate, luoghi mai visitati, epoche solo studiate nei libri.
I racconti della sua Milano degli anni ’60 o i tu per tu con artisti e personaggi famosi (con aneddoti al seguito) sono sfumature che esaltano il sapore della vita.

Come tutti i geni è un precursore.
Come tutti i geni non è compreso.
Non da tutti, almeno.
Un suo qualsiasi articolo -di 20 o 30 anni fa- è un vaticinio di quanto stia accadendo nei nostri giorni, più preciso (allora) di quanto non lo siano oggi certe baggianate spacciate per giornalismo.
Ha stroncato le ideologie del ‘900 quando queste erano dottrine difficilmente sconfessabili.
Massimo Fini è l’intellettuale più contro dell’intero panorama italiano.
Non insegue il successo e nemmeno è ossessionato dal consenso.
Un cane sciolto, insolente ma anche umano che ha rifiutato di arrampicarsi sugli specchi dell’ipocrisia e della menzogna.
A volte si ha quasi l’impressione che lo scrittore milanese (di adozione), coi suoi paradossi, provochi anche se stesso.
Curiosa -e qui sta la grandezza dell’uomo- la contrapposizione fra il suo smisurato bagaglio culturale e la sua semplicità, le sue debolezze (“Gli uomini senza vizi sono pericolosi”), il suo essere popolare (nel senso etimologico di “appartenenza al popolo”).
Massimo Fini è tutto questo, ma anche molto di più.
C’è il Fini sferzatore di cerchiobottisti, perbenisti, rivoluzionari da bar (che aspiravano a dirigere un giornale) e femministe della domenica.
C’è il Fini kryptonite di suorine, sovrani dell’ancien régime, nuovi predoni e prevaricatori.
C’è il Fini integerrimo ma refrattario al moralismo (celebre il suo Omnia munda mundis omnia sozza sozzis).

Ho aderito anch’io al suo Manifesto dell’Antimodernità.
Non per bieco oscurantismo –questo blog senza internet sarebbe come una promessa elettorale, irrealizzabile e la rete offre tantissime opportunità nei più svariati campi- ma per la condivisione del concetto base: l’uomo sta distruggendo se stesso e ciò che gli sta intorno per degli ideali di crescita e ricchezza assolutamente effimeri e nefasti.
Da parecchio tempo Fini afferma che “Non si produce più per consumare, si consuma per produrre”.
Che l’uso distorto della tecnologia isoli e deprima le persone se ne stanno accorgendo in tanti, Massimo Fini ne parlava negli anni ’80 (erano i tempi dei primi Commodore 64).
C’è chi lo definisce disfattista, chi nichilista, chi nemico dell’Occidente, ma a ben vedere il ribelle Fini pone sempre al centro del suo pensiero l’uomo e la sua condizione.

Massimo Fini è un Maestro (volutamente con la maiuscola), il termine Professore sottintende un distacco sconosciuto alla sua iconografia.
Un Maestro –nella nostra immaginazione- col quale andare a cena (rigorosamente in un’osteria) e parlare fino al mattino della vita, ma sparando pure qualche sana cazzata.
Il tutto innaffiato da un buon rosso.
(Anche se membri del suo entourage mi dicono che Massimo Fini “…beve quasi quasi solo bianco…)

Minchia che roba!

20 Set

E’ giovane, carismatico ed in sella alla sua moto ha appena vinto il suo quinto titolo Mondiale nella classe regina (il settimo in carriera).
Poteva essere l’identikit di Valentino Rossi fino a qualche stagione fa, prima che il campione di Tavullia si abbonasse al quarto posto.
Stiamo invece parlando di Antonio Cairoli detto Tony, messinese (è di Patti), di professione pilota di Motocross.
Lo so, tutti (o quasi) non sapranno di cosa stiamo parlando.
Un po’ quello che successe qualche anno fa ad un congresso di un partito, quando Gianfranco Fini osò pronunciare la parola legalità (vade retro Satana).
Tony Cairoli è al momento lo sportivo italiano più vincente, talentuoso e spettacolare che ci sia.
Proprio per questo è più facile che sia conosciuto il 26esimo straniero dell’Inter anziché l’alfiere della Ktm.
La sua superiorità sugli avversari è quasi irriverente, rende facili cose che decisamente non lo sono.
E’ un mix di classe e coraggio, che affascina (i tifosi) ed è fonte di imbarazzo e frustrazione (per gli avversari).
Punta dritto al record dei 10 Mondiali del grande Stefan Everts (che oggi è il suo team manager).
In inverno –anziché godersi il clima mite della sua Sicilia- passa 2 mesi in Belgio ad allenarsi sulla sabbia.
Si è tatuato la frase “Velocità,fango e gloria” .
La personale sintesi di se stesso.
D’altronde sono dei tipi un po’ strani questi crossisti.
Per rendere ancora più epica la propria agiografia, Cairoli corre (per scelta) con una moto di 350 cc di cilindrata, quando gli avversari hanno delle 450.
In sella da quando era in fasce, lui e la sua moto sono una spiegazione pratica del concetto di simbiosi, mentre la sua grandezza è inversamente proporzionale alla statura (è comunque più alto di Brunetta).

Negli sport a motore il Motocross sta al Motomondiale un po’ come il Rally alla Formula 1.
Pur essendo altrettanto scenografici (forse anche di più) devono accontentarsi delle briciole.
Un mistero irrisolto, come cercare di capire perché Marco Balestri conduca una trasmissione radiofonica.
Potere degli sponsor, si dirà.
Anche, ma non solo.
Per uno strano scherzo del destino (anzi, dell’intestino) sono diversi gli sport ad essere ghettizzati in nome di deliranti precetti legati alle “esigenze televisive”.
In realtà è una conferma del potere dei mezzi d’informazione che creano e soffocano miti a loro discrezione.
Il Mondo ci invidia Cairoli (ha avuto tantissime offerte per andare nel fastoso Supercross Usa ma ha preferito rimanere in Europa) e noi a malapena lo riconosciamo per strada.
Le sue vittorie (anche quelle che valgono l’iride) sono relegate a trafiletti nei quotidiani sportivi.
Giusto, meglio parlare degli amplessi di Boateng con la Satta, dei capricci di Cristiano Ronaldo (Ueeeh, voglio l’aumento!), della forfora al parrucchino di Antonio Conte o delle infatuazioni quindicinali della Federoca Pellegrini.
Pochi invece gli speciali sul tartaro di Moratti.

Già, l’egemonia culturale del calcio.
Siamo arrivati a considerare Enrico Variale un guru dell’informazione sportiva.
E ho detto Varriale, cazzo.
Pendiamo dalla cresta e dagli orecchini di Balotelli.
E quindi siamo messi davvero male.
Chi scrive ama anche il calcio, o meglio amava.
Quando c’erano i due/tre stranieri per squadra, quando si giocava alla domenica pomeriggio e le Coppe al mercoledì, quando la Televisione non si era fagocitata uno sport bellissimo ma talmente stuprato e svuotato della sua poesia da non aver quasi più nulla da raccontare.
Senza perdersi nella notte dei tempi, si rimpiangono gli anni in cui c’era un sapore che ammaliava, oggi la differenza fra il calcio giocato ed un’asettica Playstation è labile.
Anche un luogo sacro come lo spogliatoio è stato violato dalle telecamere, i calciatori devono smadonnare con la mano davanti alla bocca.
“Dottore, non sto bene!”
“Mi faccia vedere le analisi…Ah, lei ha assunto troppo calcio, è necessaria una dieta di sport più variegata”

P.s. A Carnevale voglio travestirmi da Paola Ferrari.
Ho già chiesto all’Enel un impianto mobile trifase a 400 V e direttamente da Fukushima mi arriveranno a breve i trucchi con i suoi colori originali (introvabili).
Sto cercando qualcuno che faccia la parte di Ivan Zazzaroni e Marino Bartoletti.
No perditempo.

Per colpa di chi

3 Set

Il mio amico Ghinoz -sul finale di una bella serata in compagnia- mi ha chiesto di parlare della responsabilità che abbiamo noi italiani sul momento che stiamo vivendo
Non amo scrivere su richiesta ma ho deciso di farlo per due motivi.
Uno, per la stima che nutro in lui, anche quando la pensiamo diversamente (Motomondiale ma non solo).
Secondo, perchè è un tema a cui tengo molto, tant’è che credevo trasparisse in modo eloquente dagli articoli.
Evidentemente non tutti l’hanno percepito.

Asserire che tutti i problemi del nostro Paese siano riconducibili a Berlusconi è superficiale, negare che con quest’uomo siano sprofondati tutti i dettami di una democrazia è innegabile.
Berlusconi ha tanti complici, ma anche tanti elettori.
Noi italiani abbiamo ingoiato e digerito di tutto,senza bisogno di tanta Citrosodina:la Dc (e già basterebbe ad espiare delle pene millenarie),il peggior Partito Socialista d’Europa, le ingerenze di uno Stato estero (il Vaticano) nei nostri confronti, la P2, le stragi impunite, una destra impresentabile anche nei peggiori bar di Caracas, dei ladri a tenerci i conti, la balla dell’Euro.
Manca solo di vedere come Primo Ministro Uan, il pupazzo di Bim Bum Bam.
O un condannato in via definitiva a capo di un partito.
Ops, quello c’è…
Siamo caduti così in basso da rimpiangere il niente che c’era prima.

Il nostro problema si chiama (anche) memoria storica,nel senso che ci manca totalmente.
Dopo il 3° giorno, miracolosamente, i peccati svaniscono.
L’italiano è un perfetto rivoluzionario, al bar.
Quante epiche battaglie combattute a banco.
Scende in piazza e si indigna solo per la squadra del cuore (lì è intransigente), se gli rubano il futuro non solo non oppone resistenza , ma non sporge nemmeno denuncia.
Gli hanno dato fuoco alla casa e lui ha mostrato tutte le stanze, che non si scordassero qualcosa.
L’italiano medio è geneticamente costruito per non ragionare con la propria testa.
Ha ceduto il cervello in usufrutto (gratis, poi dicono che gli italiani siano furbi).
Non abbiamo più nervo (forse non lo abbiamo mai avuto):una reazione come c’è stata in Brasile ed in Turchia -al netto delle violenze, sia chiaro- da noi sarebbe contro natura.
L’ultimo treno è passato con Tangentopoli.
Noi eravamo in ritardo e senza biglietto.
I cambiamenti (positivi e non) ce li devono sempre portare dall’esterno, viviamo all’insegna del “Vorrei ma non riesco”.

Il popolo italiano ha un’attrazione fatale per chi glielo mette nel culo ed una tendenza fanatica ad idolatrare chi lo ha ridotto al pauperismo (dev’essere l’evoluzione 2.0 della sindrome di Stoccolma).
Quando riesce a liberarsene (sempre per merito di altri) il suo masochismo ne fa trovare tout court degli altri, di solito peggiori dei precedenti.
La nostra classe politica è peggio degli italiani, ma la partita finirebbe perlomeno ai tempi supplementari.
Capire chi ha influenzato chi è dura.
Gli italiani (non tutti, ma tanti sì) sono legalitari a casa degli altri, garantisti coi delinquenti e inquisitori degli onesti, pieni di un’ignoranza saccente.
Abbiamo barattato la dignità con non si sa cosa.
In tanti criticano strenuamente certi comportamenti (di chi ci rappresenta), sognando in realtà di poterli compiere.
Quanti sono ancora imprigionati nelle ideologie pur non avendo mai avuto un ideale.
Siamo il Paese che annovera Giuliano Ferrara nella categoria degli intellettuali.

La citazione è di Gaber, geniale e purtroppo un pò inflazionata (in tanti se ne sono appropriati per puro tornaconto senza nemmeno capirla) “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

Cariolini nel tempo

23 Ago

Siamo nel 1985, un litro di benzina costa 1.328 lire, il tormentone estivo è dei Righeira con L’estate sta finendo e l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vince lo scudetto nel primo anno dei sorteggi integrali degli arbitri (coincidenze?).

A Castelnovo Monti il neonato quartiere Peep è un crocevia di sogni,speranze e tante famiglie, i cui bambini faranno nascere di lì a poco alcune storiche compagnie del paese, molte delle quali ancora unite come un tempo.
Ad un certo punto i “grandoni” (fino all’adolescenza due o tre anni di differenza sembrano un eternità) lanciano la moda dei cariolini:dei piccoli carri in legno con le ruote (o meglio, dei cuscinetti), non c’è il volante, si sterza coi piedi.
Le strade del quartiere -alcune asfaltate di fresco, altre ancora no- ne sono letteralmente invase.
Capendo il desiderio, un papà tanto ingegnoso quanto premuroso, decide di costruirne uno al proprio figlio facendo le cose in grande:telaio in ferro saldato, cuscinetti ricoperti di gomma,struttura in legno vitata al telaio, freno a cavo.
Così anche la mamma –di solito è lei la creativa- può stare (relativamente) tranquilla.
Perché è vero che tutti quei bimbi girano sulle strade aperte (oggi sarebbero azzannati dai Vigili urbani), ma il traffico è ancora sostenibile (qualche R5,alcune moderne Fiat Uno ed una Simca rigorosamente verde) ed al netto di qualche sbucciatura il gioco non ha mai procurato dei feriti.
Bellissimo lo scorcio di vedere venti bimbi o più scendere in fila ognuno col proprio cariolino.
Anche perchè non ce n’è uno uguale all’altro.
Un’altro aspetto che si è sedimentato nell’animo di chi quegli anni li ha vissuti è il rumore:continuo,un pò cupo, metallico per tutta la ferraglia che si scaricava sull’asfalto,ricorda in piccolo quello di un treno ed era la colonna sonora che accompagnava l’avventura.
Il rito si conclude con la risalita da valle a monte per una nuova sfida:i più scaltri si aiutano con una corda per amica, tutti gli altri senza,tanto a quell’età la parola fatica è sconosciuta.
Per molto tempo i pomeriggi al Peep si sono trascorsi così.
Questi ragazzini sono (anzi, siamo) stati gli antesignani di una moda che è scoppiata qualche decennio dopo, soprattutto grazie alle gare di Monchio e Migliara:chi le chiama carrettelle, chi semplicemente carretti.
Se però in queste manifestazioni prevale l’aspetto folkloristico o competitivo, nel quartiere l’obiettivo era divertirsi.
E basta.

Sono passati quasi trent’anni ed il nostro cariolino –usato e tenuto sempre con passione– è ancora lì, a conferma del geniale progetto.
Tramandare le usanze riempie di gioia, così ad essere sensibile al suo richiamo è oggi il nipote ma è quasi incredibile il fascino che può emanare un semplice cariolino se è vero che tutti quelli che lo vedono, grandi e piccini, rimangono conquistati da qualcosa che è più di un gioco, è un inno alla semplicità, un piacere senza tempo.
Basta una discesa ed il divertimento è assicurato.

Il Biscione spuntato

14 Ago

L’Alfa Romeo ha recentemente presentato la berlinetta 4C, una compatta sportiva dalla linea mozzafiato.
Per i numeri (ne saranno prodotte 1.000 unità all’anno), per il prezzo (60.000 €) e per le soluzioni senza compromessi adottate (una su tutte la scocca in carbonio, appannaggio finora delle supercar più esclusive), non sarà certo l’ancora di salvataggio della Casa milanese per aumentare le vendite.
E’ però un modello che riassocia le parole sportività ed esclusività al brand del Biscione.
Ad oggi la Casa di Arese (per la cronaca, lo storico stabilimento non esiste più) è una splendida incompiuta.
In un dizionario illustrato il simbolo dell’Alfa Romeo comparirebbe di fianco alla parola rimpianto:
di non vedere la Casa nei fasti che le competono.
L’Alfa Romeo rappresenta ancora – nonostante le scelte suicide cerchino di raggiungere l’esatto contrario – uno dei nostri fiori all’occhiello,un vanto, un sinonimo stesso del nostro paese.
Se la Ferrari è il sogno di tutti raggiungibile solo da pochissimi, l’Alfa è sempre stata l’icona della sportività quotidiana,del piacere di guidare, un Cuore Sportivo che ha scandito (ed unito) la storia di tante generazioni creando un senso di appartenenza nel marchio.
Per capire quanto fossero avanti le Alfa basti pensare che la meccanica dell’Alfetta dei primi anni Settanta (una delle macchine più belle di sempre ed un mio personale feticcio) è stata utilizzata per oltre vent’anni (risultando sempre all’avanguardia) sui modelli che le sono succeduti.Altri tempi.
All’estero l’ammirazione per il marchio sfocia quasi in invidia.

Lanciare dei nuovi modelli ed inventarsi dei nuovi segmenti paiono gli unici antidoti per combattere la crisi del settore.
La Bmw e l’Audi -ovvero le teoriche rivali nel settore premium– si schierano rispettivamente con venti e ventidue modelli (ed altri sono in rampa di lancio).
A cotanta bocca di fuoco teutonica i vertici dell’Alfa (pardon, della Fiat) rispondono con ben quattro modelli.
Non cantate vittoria troppo presto però,due di questi usciranno presto di produzione.
Ed ovviamente non verranno sostituiti subito.
Geniali eh?
Cercate una berlina sportiva, un suv,un coupè,una cabrio od un’ammiraglia?
Non perdete neanche tempo a guardare l’attuale listino della Casa di Arese:non c’è nulla di tutto questo.
Meglio lasciarli alla concorrenza, avranno pensato.
Negli anni Ottanta c’era il genio di Minneapolis (Prince), oggi è rimasto quello di Detroit.
Ed al costruttore Marchionne di costruire dei nuovi modelli non va, lo sapete.
Lui è fatto così.

La recente dichiarazione dell.A.d. del Lingotto “In Italia le condizioni industriali sono impossibili, abbiamo le alternative necessarie per realizzare le Alfa ovunque nel Mondo” è il condensato del suo stile: ondivago, un pò bluff ed un pò minaccia, decisionista per l’assenza di contradditorio, comunicativo per la carenza di buoni ascoltatori.
Fra i tanti regali dell’euro (vedi anche l’articolo N€uropsichiatria https://shiatsu77.wordpress.com/2013/07/30/neuropsichiatria/) c’è quello di aver permesso a tante aziende tedesche di fare shopping nel nostro Paese.
Per tornare a valorizzare l’Alfa Romeo però credo che l’unica soluzione sia questa:a Wolfsburg la pratica del Biscione è sui tavoli da un bel pò di tempo, così come i progetti per rilanciarla.
Un’attenta gestione sulle clausole di vendita (una corretta valutazione del marchio alla Fiat,l’obbligo di produrre ed investire in Italia) permetterebbe di far tornare il marchio nell’Olimpo dei costruttori.

Mr. Maglioncino non ha voglia di scherzare.
Speriamo almeno che i tempi stiano per cambiare.