Corsica, avamposto d’Occidente

18 Set

Che la Corsica sia un luogo quantomeno particolare lo annunciano da subito i cartelli in doppia lingua.
Più consoni ad una zona di frontiera (non di meno crocevia di culture e tradizioni) che ad una grossa isola, sono al tempo stesso conseguenza e prodromi.
Rincarano la dose – ma solo ad un’occhio più attento e bulimico di particolari – i fori di proiettile nei cartelli stradali di alcune zone interne, segnale inequivocabile che nella terra che ha dato i Natali a Napoleone Bonaparte la normalità non ha mai preso la residenza.
Qualcuno l’ha definita uno degli ultimi avamposti dell’Occidente ed anche senza leggere la sua tormentata storia (ma è impossibile rinunciarvi, troppo affascinante) non si fatica a comprenderlo.
Dell’Occidente, più che una cartolina, è una proiezione temporale: di come era e di come potrebbe ancora essere.
In pochi altri posti il mare e la montagna si fondono così bene assieme in un qualcosa di primordiale, estremizzando ed esasperando un concetto di per sé presente in (quasi) tutte le isole.
Entri in Corsica e dal primo all’ultimo minuto di permanenza non è mai in discussione la leadership incontrastata della Natura.
Presenza ingombrante ma che rassicura con la sua soave maestosità, di cui si ode ancora l’eco dei dinieghi alla cementificazione selvaggia che invece la vicina Sardegna non ha avuto la forza di proferire all’unisono.
L’isola col simbolo della Testa Mora è un esempio adamantino di come il progresso possa essere sostenibile senza soverchiare l’equilibrio uomo-ambiente.
Strabiliante è l’assonanza dei paesaggi con la storia, con le persone ed il loro modo di vivere.
Dalle Bocche di Bonifacio, con le indescrivibili falesie i cui strati sono come i nodi dell’albero e certificano una presenza ultra millenaria.
Passando per i muri e muretti in sasso non stuccati, all’apparenza così ballerini ma in realtà ancorati alla terra esattamente come il popolo corso, il cui spirito fiero ed identitario è sconosciuto agli italiani.
Il sodalizio prosegue senza soluzione di continuità nell’interno, con una terra aspra ma in realtà generosamente fertile e verdissima: difficile non vedere il paragone coi suoi abitanti frettolosamente etichettati come scontrosi ed antipatici.
E’ sufficiente fare una battuta sui francesi per scoprire il contrario.

Nell’era ultra-tecnologica e senza nessuna apparente rinuncia alla modernità è possibile vedere delle vacche in spiaggia o ai cigli di un passo di montagna, come dover concedere la precedenza ad un branco di maiali selvatici (tutti decisamente educati, peraltro)
In nessun altro luogo con un altitudine media di 568 metri sarebbe ipotizzabile una rete ferroviaria con pendenze dell’ordine del 20%: il TGV corso (per l’occasione acronimo di Treno Gran Vibrazioni), detto anche U Trinighedellu (il piccolo treno), è tanto un’avventura quanto un mezzo di trasporto.
Per il quale ogni anno si spendono circa 20.000 € di manutenzione per i danni procurati…dagli scontri coi bovini.
Terra anomala, la Corsica, dove c’è la più alta concentrazione dell’ultimo modello della Renault Twingo e nessuna traccia del bidè.
La lingua tradisce un ancestrale legame col nostro Paese, in diversi la parlano ed in molti la capiscono.
L’architettura dei centri abitati è un altro trait d’union che rende la Corsica di fatto un terra italiana.
Rivoluzionaria e reazionaria al tempo stesso, cocciuta e coerente, quest’Isola non si è fatta depredare – dal revisionismo o dal Pensiero Unico dominante – del proprio eroe Pasquale Paoli.
Merita rispetto, merita stima, merita ammirazione.
E merita sempre un ulteriore viaggio, questa terra magnifica.

Chi è il nemico?

12 Set

Ogni epoca ha il suo fascismo, scriveva Primo Levi.
Bisognerebbe però individuarlo.
E non ex post.
Perché più che fra destra e sinistra (categorie che un senso ce l’avrebbero ancora, ma sono spesso strumentalizzate) o fra conservatori e progressisti (contenitori inventati dal medesimo produttore, quindi privi di significato) dovremmo iniziare a svegliarci e capire chi dà la precedenza all’uomo e chi alla crescita economica, chi difende i diritti degli esseri umani e chi il profitto tout court.
L’uno (il profitto) sacrifica l’altro (l’uomo).
Tanti dei nostri mali nascono da lì, dal turbo-capitalismo e dai suoi derivati (in senso lato): sull’altare del guadagno e della crescita infinita sacrifichiamo noi stessi.
Perché in nome del Sacro Utile ci sarà sempre un posto dove produrre a minor costo.
E spazio per comunicare ad una famiglia che il lavoro c’è, ma a tempo determinato ed in Romania.
Sono le riforme che ci vogliono propinare, è bene ricordarselo quando qualche maggiordomo ripete a pappagallo la nauseante filastrocca.
Questo nuovo (esiziale) Positivismo si avvale della tecnologia, di neologismi e di tecniche di manipolazione mentale per far credere che non esista un’alternativa (http://shiatsu77.me/2014/11/10/il-manifesto-del-pensiero-unico/).
E di una pletora di rabdomanti abili nel cercare pensieri contorti per aumentare la sofferenza umana e rendere felice un’entità astratta:il mercato.
A ben vedere non c’è mai stato un epocaa storica in cui l’uomo non sia stato oppresso, soggiogato e vessato, ma dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Settanta è stata fatta un incetta di diritti che oggi stiamo perdendo uno dopo l’altro.
Mancando l’opposizione e la resistenza diveniamo come il figlio che lapida quanto messo da parte dai genitori con la fatica ed il sudore e che dissipa i loro preziosi insegnamenti.
Fra le 269 colpe di Berlusconi nel suo ventennio di occupazione delle istituzioni c’è pure quella di averci distratto dall’evoluzione 2.0 del Capitalismo d’Assalto Mondializzato.
O forse l’avevano messo lì anche per quello.
Sempre coglioni noi.
Due volte.

Non si tratta di mettere in discussione un sistema economico che ci ha garantito una buona qualità di vita e svariate possibilità, semmai di stigmatizzarne le esasperazioni.
Da quando cioè gli ammerricani si sono arrogati il diritto di porre in atto la fase 2 per fare più affari.
Chiunque anteponga il capitale all’essere umano è semplicemente da disprezzare.
Un mezzo punto di Pil per costoro vale un taglio alla sanità ed alla scuola (renziani, come le chiamate nel vostro linguaggio jovanottesco?).
La crescita del fatturato giustifica l’utilizzo degli Ogm e il depredamento dell’ambiente.
La conquista di una quota di mercato o di un target price vale i licenziamenti di massa ed il precariato a vita (edulcorati con balsamici termini inglesi).
Il guadagno consente di avvelenare il cibo.
Anche quello dei bambini, certainly.
Lo stesso livore meritano i cosiddetti schiavi che invocano le catene e la frusta.
Ovvero gente comune che da questo sistema non ottiene nulla se non le briciole.
Soldatini volontari in ferma continua addetti alla propaganda e al proselitismo.
Dei subalterni anche di se stessi che mettono nella merda tutti gli altri.
Perché il protocollo prevede di rendere reprobo chiunque osi dissentire, tacciandolo dei più infamanti epiteti ed isolandolo (quando va bene).
Ormai, paradosso che sancisce l’assenza totale di valori, solo le malattie e l’inquinamento – quindi due prodotti della modernità – sono rimaste eque e democratiche:possono colpire e fare danni a chiunque.
Ma ho l’impressione che siano finite a libro paga pure loro.

Se oltre al dettaglio analizziamo anche l’insieme, appare evidente come tutto sia riconducibile al Dio Denaro e alle pericolose liturgie messe in atto per venerarlo.
Le declinazioni fanno riferimento al peccato originale.
Il liberismo globalizzato si inventa gli shock e le crisi (e vive di shock e di crisi) per alimentare se stesso.
Crea conflitti per poter intervenire militarmente.
Fomenta scontri e tensioni sociali con la scusa ecumenica del sincretismo.
Annienta interi popoli con una multinazionale.
Genera dittature per esigenze o esperimenti di mercato.
Ed utilizza sempre il paravento del benessere.
Dietro alla favola dell’uomo cosmopolita si cela una mercificazione dell’individuo per ingrassare una delle più pericolose entità astratte: il mercato.
Tutto è trasformato in azienda.
Ormai non si produce più per consumare, ma si consuma per produrre (Massimo Fini dixit).
La politica al cospetto dell’economia è divenuta un teatrino.
Prima, con l’economia, si sedeva allo stesso tavolo a trattare, ora sta sotto ed in ginocchio.
Quando parliamo di valori dell’Occidente dovremmo renderci conto che questi non esistono più, forse non sono mai esistiti.
Se non in piccoli nuclei o gruppi di persone che appunto il mercato globale non tollera.
L’uomo riunito in comunità (piccole come la famiglia o grandi come uno Stato) non va bene perché da solo è più fragile.
I soli gruppi consentiti sono quelli di potere, lobbistici e para-massonici.
Gli Stati sono usati come sicari ma sono a loro volta vittime.
L’economia moderna abiura le tradizioni e le identità perché con un unico target di mercato l’ufficio marketing tribola meno.
Anche l’immigrazione (tema da trattare a parte) quando non è causata dalle guerre (quindi dai soldi, si picchia sempre lì) è generata e creata per offrire manovalanza alla criminalità, manodopera a basso costo alle imprese e per destabilizzare la pacifica convivenza col metodo meschino di vendere un luccicante El Dorado occidentale disponibile per tutti, il che spiega anche certi comportamenti e certe pretese di chi arriva.

L’uomo è l’essere vivente più intelligente ma è anche il più bravo ad autodistruggersi e a limitare la propria libertà.
Da sempre ha bisogno di dogmi e di strumenti di controllo da parte del potere e della classe dominante.
L’Illuminismo – allora necessario – ha in realtà solo scalfito il monoteismo religioso e ne ha creato un altro, quello del capitale.
Rosa Luxemberg asseriva che il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome.
E’ un precetto che dovrebbe seguire anche chi non ha velleità sovversive.

Tutto in nome del business, spregio delle regole e delle leggi che possono e devono essere violate, assenza di etica,senso di onnipotenza, nessuna considerazione delle persone e dell’ambiente.
Trovate differenze fra il liberismo e la criminalità organizzata?

Ammalia, rende euforici, dà dipendenza.
Ricatta, chiede il conto.
Con gli interessi.
Sempre.
Rende bugiardi.
Toglie interesse per tutto il resto.
Isola.
Liberismo o droga?
O entrambi?

Questi fanatici del mercato globale non hanno pietà delle persone.
Noi non dobbiamo averne di loro.

Compro&Vendo

23 Ago

L’argomento è volutamente leggero come il periodo estivo richiede.
Ma è comunque più avvincente delle (non) notizie profuse dalla prezzolata stampa nostrana o delle slinguazzate di sedicenti intellettuali che non conoscono la parola ferie.
Parliamo del mercato – nella sua accezione antica di luogo d’incontro di domanda ed offerta di beni – che ha traslocato pure lui dall’agorà al web e certe vecchie trattative (spesso più un rito che una reale contrattazione) hanno dovuto cedere il passo a nuove fattispecie.
Vi sarà capitato di inserire su internet un inserzione di vendita per la vostra auto o moto come di trovarvi nella condizione di doverne cercare una.
Vi potrebbero attendere questi fenomeni.

L’acquirente ineducato
Rispondono al vostro annuncio con una serafica email o con un messaggio volutamente scarno e asciutto: i buongiorno, ciao, salve, saluti e presentazioni non fanno parte del loro dizionario.
A ben vedere il dizionario non fa parte della loro vita.
Scrivono un aut aut con un’offerta pari al 60% di quanto richiesto (ovviamente senza aver visto il mezzo) e bontà loro specificano che il passaggio è a loro carico e che pagheranno alla consegna (com’è umano lei…).
Quando, più o meno bruscamente, gli fate notare che non è il caso sembra di vedere il loro musino disilluso mentre vergano che va bene lo stesso (ci mancherebbe) ma se voi doveste cambiare idea fateglielo sapere.
(Mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza? cit.).

Chiaro, limpido, puzza di reato
Questi altri invece più che fastidiosi paiono truffatori o comunque soggetti diversamente rispettosi delle leggi.
Non so il motivo, ma chiamano (o scrivono, loro sono più eclettici) asserendo di essere francesi e biascicando qualche parola in italiano (o forse solo facendo finta) vi chiedono due informazioni sommarie e qualsiasi cosa diciate loro (tipo che l’auto è radioattiva, che la moto perde la ruota anteriore con facilità ed a volte s’incendia), il primo sabato di calendario sono pronti a prendere il mezzo pagando in contanti, oppure vi faranno recapitare un bonifico dall’estero.
Il passaggio di proprietà?Dopo,dopo…
Inutile dire che sono da evitare come la peste, ma non mi stupirebbe di vederli in posti che contano.

Baratta anche tu con noi!
Più pittoreschi, ed alla fine pure simpatici, gli iper-attivi del baratto.
All’impossibilità di pagare interamente il prezzo dell’annuncio non si perdono certo d’animo e – solerti e laboriosi come un teutonico e creativi ed ingegnosi come un latino – rispolverano la più antica forma di commercio esistente.
Offrono auto e/o moto interessanti (ancorché non gradite), improbabili (quindi assolutamente non gradite) o proprio ripugnanti (roba da dichiarazione di guerra).
Un vostro diniego è lungi dal farli desistere.
Rilanciano con la bici che gli fu regalata alla Prima Comunione, il materasso e la rete della loro prima volta, un tostapane Brionvega (sanno che il vintage tira), l’auto del loro vicino (ignaro di tutto) per finire col Prete della loro Prima Comunione.
Non sono ancora arrivati alla scena del pazzo che descrisse Ivan Graziani in Pasqua :
“5.000 lire sussurra/ti faccio andare con mia sorella/ non è un gran è vero ma ho soltanto quella”, ma per interromperli occorre spegnere il pulsante che hanno dietro la schiena.

Il venditore controvoglia
Al telefono risponde svogliato, pare quasi moribondo, e poi è giustamente scocciato che gli chiediate informazioni sull’oggetto che ha lui messo in vendita.
E poi ci sta ripensando, nonostante le numerose offerte ricevute tutte più alte del prezzo da lui richiesto.
Ma che per uno stranissimo motivo stanno vagando nell’etere.
D’altrone il suo annuncio era tanto un prodromo a quel comportamento quanto un diktat da persona afflitta da evidenti manie di persecuzione: no email, no messaggi, no domande strane, i soldi per mangiare ce li ho, è l’annuncio più caro del web ma non me ne frega niente, no curiosi, no affaristi, no gente che respira, io vi ammazzo tutti.
E’ evidente il trauma subito dalla visione dello spot degli anni ’80 sull’Aids.
Solo che l’alone viola, anziché il corpo, gli ha circondato completamente il cervello fungendo da sigillante e interrompendo la già deficitaria attività cerebrale.
Che questo problematico inserzionista non transiga sul prezzo da lui fissato è comprensibile, che per esprimere questo concetto (ripeto, lecito), utilizzi una protervia in versione deluxe è la sublimazione di un evidente misantropia.

Il filantropo
Agli antipodi invece è il tipico soggetto afflitto da gentilite.
Già al telefono sciorina tutto il manuale del venditore-appassionato-amico.
E via cavo può anche far piacere (specie se prima avete sentito l’orco qui sopra) e quasi convincervi.
De visu, no.
Sforzatamente sorridente, vi mostra il suo gioiello (col quale inscena una corresponsione di amorosi sensi) che con il cuore in mano (per essere più sicuro mima anche il gesto) vi vuole vendere facendovi fare l’affare della vostra vita.
E lui sa già che si pentirà, ma beati voi.
Lo ringrazierete…
Continua con le sue meta-dichiarazioni asserendo che il mezzo è perfetto, è stato custodito gelosamente e non ha avuto incidenti (avete già intuito, vero?) poi esclama la frase “Non ci sono per il collo” con una prossemica da attore consumato.
Infatti coerentemente parte dal prezzo fissato che era trattabile (lui è comprensivo) ed inaugura un (auto)asta al ribasso senza che voi proferiate parola.
Fa tutto lui.
E’ quasi commuovente come cerchi di credere anche lui alle balle che sta sparando.
D’altronde, qualcuno prima le ha raccontate a lui.

Che famo, ce tocca pure da rivalutà quer tira sole der salone d’automobbili?

Io e l’Alfetta

12 Ago

L’Alfa Romeo ha recentemente presentato la Giulia, ma non è di lei che voglio parlare, bensì di una sua illustre progenitrice.
Ci sono diversi motivi per cui da bambini un’auto fa breccia nel cuore, lì prende la residenza e diventa un’icona:
– perché è indiscutibilmente bella;
– perché va forte ed ha un bel rumore;
– perché è posseduta da qualcuno nella cerchia familiare o fra gli amici più stretti;
– perché è l’auto delle forze dell’ordine (da piccoli si è sensibili al fascino della divisa, da grandi decisamente meno) e negli inseguimenti dei polizziotteschi è irraggiungibile;
– perché su di lei aleggiano leggende che il più delle volte son vere.

Io adoro l’Alfetta per tutti questi motivi.
Ma non solo.
Le auto storiche (o d’epoca, insomma quelle di qualche annetto fa) hanno il potere di pulsare emozioni passate (anche solo vissute di striscio) o far vivere situazioni che l’anagrafe ci ha impedito.
Cosa mi piace di più in lei?
Beh, ad esempio…tutto.
Con quei quattro fari tondi è impossibile resistere al suo sguardo ed il colpo del knock-out arriva passando alla fiancata e a quella coda che trasuda tutta la sua voglia di correre via.
E poi le maniglie cromate (arte moderna), i fari posteriori più severi ed austeri per acuire la penitenza di chi deve starle dietro.
O certe finezze come il pomello del deflettore.
Per finire con la marmitta centrale ed il suo inconfondibile ondeggiare durante l’accensione (ha fatto la sua conoscenza anche il Tango di tante generazioni).
Non sono ammesse battute su pulsioni freudiane o prosecuzioni falliche: questo non è un articolo democratico, o potreste essere costretti a guidare una Multipla o una Ssangyong.

Tecnicamente era avanti solo vent’anni anni, alla Bmw in Germania (proprio quelli che oggi danno i compiti a casa) studiavano da lei (ed hanno imparato).
Di serie aveva anche i difetti, qualcuno tanto cronico da divenire un involontario stilema.
Concepita col massimo dei crismi, fu un successo clamoroso, nonostante fosse venuta alla luce un pò in ritardo e soprattutto nel periodo sbagliato vista l’indole sportiva del marchio di Arese, coi due decenni adiacenti (i Sessanta e gli Ottanta) che sarebbero stati onorati di farle vivere una favola ancora più scintillante.
Riusciva (e riesce) a penetrarti nell’anima e a farti vibrare le corde senza dover ricorrere al doping o a inutili estremismi.
Refrattaria al barocco e al ridondante , fa invidia a chi deve ricorrerci per dimostrare il machismo e il sex appeal.
Nella versione berlina era (è) La Berlina, il Gt/Gtv era l’innalzamento di un parossismo nonché mio personalissimo feticcio: talmente incantevole che lo potrebbero rifare così come era senza aggiungere nemmeno un bullone o una luce a led, e pensare che per degli anni ha dovuto sopportare l’onta di essere definito brutto anatroccolo…
Ci si distingueva allora, ci si distingue oggi.
(con accento torinese “Sai cosa ho pensato Lino, ci facciamo l’Alfetta…”)
L’Alfetta era un sogno realizzabile, proiezione rispettata anche oggi.
Univa il sacro (la famiglia) ed il profano (la velocità).
Se faccio fatica a coniare un aforisma per il termine vitellone posso affermare con sicurezza che la sua auto è un Alfetta.
Dagli anni Settanta (la berlina è stata presentata nel 1972, la Gt due anni dopo) in poi ha accompagnato tutti i momenti della nostra storia non lesinando mai grinta, classe e generosità che le sono proprie.
Rispetto ad una macchina dei nostri giorni ha tanto di meno, ma ti accorgi che quel tanto sono orpelli, cioè puro superfluo.
Per assaporare le stesse sensazioni oggi bisogna moltiplicare i cavalli per tre: che la tecnologia debba essere promossa a pieni voti ho i miei dubbi.
L’Alfetta è una rehab dall’elettronica e dal virtuale, un regalo per chi intende le auto come motore, telaio e benzina.
Passa il tempo ma l’Alfetta pare averlo fermato.
Il giudizio su di lei era così vent’anni fa, sarà così nel 2035.
Sarà così sempre.
Quest’auto è un genio compreso (benissimo) anche dai suoi contemporanei e venerato dai posteri.
Per fortuna in giro ce ne sono ancora.
E per fortuna una di queste è una mia coetanea che ha deciso di venire a vivere con noi.

Dizionario all’itagliana

31 Lug

Autoderminazione dei popoli: concetto fiero, aulico.Studiato solo sui libri di scuola.

Bigotti: dato l’elevato numero evidentemente si riproducono ad un ritmo quadruplo rispetto alle altre persone.E’ un fardello atavico che ci portiamo appresso.Speriamo in questo caldo record.

Coraggio: quando presente si manifesta solo in compagnia di se stessi ma opportunamente non davanti allo specchio: non regge ancora lo sguardo.

Dogmi: col calo – lento ma costante – del mercato delle religioni si sono aggiunte nuove attività strategiche: tecnologia, globalizzazione e mercato.Dal dramma alla tragedia.

Egemonia culturale (di gramsciana memoria): quando qui il 31 ottobre festeggiamo Halloween (o meglio, un surrogato a stelle e strisce come solo da quelle parti sapientemente sanno fare) ma negli Stati Uniti pochi giorni dopo, l’11 novembre, non si festeggia San Martino.

Favole: un evidente richiamo all’infanzia.Con la differenza che allora c’era il lieto fine.

Giustizia: funziona in maniera ineccepibile: coi deboli è lenta, cavillosa, mai equa e manipolata, coi forti è sempre manipolata (ma a loro favore), veloce e dal giudizio sicuro.Perché è così che deve funzionare, vero?

Hai capito?: no, ma in compenso non ci ho nemmeno provato, né io né gli altri.E poi mica ce l’hanno detto, di capire…

Istruzione: in tanti ne parlano e la sventolano per farsi belli ma se la incontrassero in pochi saprebbero riconoscerla.

Legalità: termine risorgimentale sparito ormai a livello nazionale, si ritrova ancora in qualche sparuta comunità ed in qualche gruppo di persone invise e sbeffeggiate dalla tronfia maggioranza del paese.

Memoria storica: concetto sconosciuto a questo dizionario.

No: diniego proferito frequentemente da riottosi gufi, pure colpevolmente disfattisti e rosiconi, in risposta al finto cambiamento che cela invece un progetto perlomeno pericoloso.Per il quale invece abbondano più o meno consapevoli “Mi piace”.

Onestà intellettuale: avvistata dai satelliti a 10.000 km da noi.Fanno sapere gli astrologi che per ora non farà visita nel nostro paese.

Potenti: più leccati che combattuti. Quel poco livore che ancora si riscontra non è da confondere col coraggio (vedi sopra alla relativa voce): si tratta di invidia.

Quattrini: ecco spiegato perché si tratta di invidia.

Reputazione: un suo ritorno sistemerebbe parecchie questioni.

Rivoluzione: al bancone del bar ed al massimo se la squadra del cuore perde lo scudetto o vende il centravanti.Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente (GG docet).

Sistema democratico: una minoranza (criminali organizzati, delinquenti semplici, buona parte dei politici, una fetta degli immigrati) si fa letteralmente i cazzi propri (che non coincidono nè coi cazzi degli altri nè col rispetto del senso civico e della rettitudine morale) e sostanzialmente guida e governa il Paese.
Negli anni la percentuale è cresciuta: a stare con lo zoppo si impara a zoppicare ed il terreno pare decisamente fertile.

Stronzate: esercitano un’attrazione ancestrale proporzionale alle loro dimensioni.

Tifo: altro ceppo dell’omonima malattia, rispetto a quest’ultima nuoce ancora più vittime.Diffusissima in politica (o nel teatrino che ne rimane).

Uomo forte: lo esigono sia una pavidità di fondo sia un latente messianismo.Ogni volta che qualcuno (con i patetici cerimoniali del popolo bue) assurge da salvatore della patria in realtà l’affossa ancor di più.E dopo si riparte con un altro.

Verità : lei vorrebbe tanto sgorgare dal sottosuolo dove è stata confinata, le basterebbe qualche zampillo, giusto per mostrare – con la sua immagine inconfutabilmente inedita – che esiste davvero.Ma è stata isolata talmente bene che contro la fisica non si può andare.

Zi badrone: dicono che gli animali domestici assomiglino ai propri padroni.E viceversa.

Francesine tutto pepe

17 Lug

In quegli anni erano le più ammirate ed ambite della loro classe.
Desiderate da molti, solo in pochi potevano toccare con mano.
Ricevendo tutta l’invidia che un giovane può possedere.
Ora, passati più o meno vent’anni, sono ancora più affascinanti di allora, con le rughe che accrescono un già strabordante sex appeal.
Sprigionano un sensualità mai filtrata e sono generose, sempre e comunque.
Conturbano ancora i coetanei e incuriosiscono le prime leve, perché sono iconiche come poche.
Si sono sempre truccate poco, ai fronzoli hanno preferito la sostanza e come tutte le primedonne al compromesso hanno sbattuto in faccia la loro coerenza.
Non si sono mai messe a dieta perché il physique du role è nel loro Dna.
La loro anima non si piega, figuriamoci se si spezza.
Sono francesi, ma con loro il problema della lingua è presto superato, hanno ben altri punti di contatto.
Le ho possedute entrambe (o forse sarebbe più corretto dire il contrario).
E per un gioco perverso desidero passare dall’una all’altra e – culmine della trasgressione – a non limitare il triangolo ad una forma geometrica, seguendo i dettami di quella canzone di Renato Zero.

Bonjour Madame, bonjuour Monsieur, a vous la Peugeot 205 GTI 1.9 et la Renault Clio Williams.
Derivavano da due utilitarie (le utilitarie di un tempo) ma erano costruite pensando alle corse, ai rally specialmente, ecco l’arcano.
E quando c’è la passione, nel mondo dell’automobile, sei a più di metà dell’opera.
Il loro morso inocula una passione di cui si diventa portatori sani.
Queste due vetture sono un parossismo reiterato, delle dispensatrici di libido a getto continuo.
D’altronde i motori hanno questo (non trascurabile) pregio.
Forse un pò insolenti, sicuramente sfrontate, pure sfacciate, a volte nervose: nove volte su dieci quelle così sono insopportabili.
Le due piccole bombe d’oltralpe invece meritano un rispetto sacrale.
Per essendo estreme mettono d’accordo tutti.
O perlomeno gli appassionati, quelli che amano affibiarle l’epiteto tamarre sarebbe meglio che guardassero da tutti e quattro i cantoni i loro Suv.
Quelli che le definiscono casse da morto pensino sempre ai loro Suv ed al loro comportamento sulla neve.
In un dizionario illustrato, la parola handling (che non ha una vera e propria traduzione in italiano) comparirebbe a fianco delle loro livree.
Macchine così non ne fanno più perché i sensi li coinvolgono tutti e cinque.
Sono dirette, come le emozioni che procurano e dotate di un magnetismo assente oggi.
E poi basse, rigide, scomode e con un abitacolo caldo: insomma, esattamente come dev’essere un auto prestazionale ad alto tasso di emozioni.
Sanno indossare il loro heritage corsaiolo, le possiamo accusare di tutto fuorché di nicodemismo.
Sono sul podio delle migliori trazioni anteriori di sempre, assieme ad una giapponese un pò sgraziata che si diverte a lambire i 9.000 giri.
Al netto delle supercar, l’anima e la passionalità delle vetture sportive si è fermata ai primi anni Novanta.
Oggi è richiesta una fruibilità ed una dose di comodità che le progenitrici potevano rifiutare (e lo facevano) in nome del piacere di guida.
Far sculettare, pardon, scodinzolare una berlinetta ora equivale ad un difetto passibile di onta, allora era una freccia al proprio arco.
I progettisti in quegli anni chiedevano spesso allo specchio delle loro brame se fosse meglio l’aspirato od il turbo.
Entrambe si iscrissero alla prima scuola di pensiero ma la scelta sembrò unire il meglio di tutte e due le soluzioni.
Quelli sono 277 cavalli veri (per fare un paragone oggi bisognerebbe usare un convertitore tarato intorno a 2) ed il termine assetto può essere speso nel senso più autentico del termine.
Osservando le loro proporzioni ci si rendo conto di quanto le auto d’oggi si siano ingigantite (di questo passo fra dieci anni gireremo con dei pulmini), costringendo i designer ad appesantire la linea per renderle cattive.

Il Millenove è selvatico, non fa nulla per nasconderlo.
Conquista per quello.
Ha fatto tabula rasa del sottosterzo (riappare solo sul bagnato), lapidato come nemico della sportività.
Trasuda cattiveria e trasmette un go kart feeling ante litteram.
L’assetto è talmente spinto che pur raggiungere il divertimento e l’efficacia si frequentano anche l’incoscienza ed il pericolo.
Se qualche costruttore si azzardasse a riproporlo su una vettura oggi in tanti si appellerebbero alla Convenzione di Ginevra.
Pensi di curvare ed ops, lo hai già fatto.
Il 205 quando ti vuole salutare lo fa dal di dietro, ed in qualsiasi momento.
Prima di diventare una nave scuola ti mette alla prova – la sportiva del leoncino – ma una volta entrati in sintonia con lei non vorresti più interrompere il sodalizio con questa autentica regina della strada.
Il motore – con un rumore riconoscibile anche da spento – è talmente elastico da farsi un baffo dei rapporti chilometrici.
Fa sudare mani, battere il cuore, il coinvolgimento totale è il suo modo di reclamare attenzione.
Qualsiasi viaggio diventa una battaglia fra l’ego del pilota e l’anima, mai completamente domabile, della macchina.
La certezza di terminare la curva te la da solo quando l’hai percorsa interamente.
Ma l’hai fatta così velocemente da esserne fiero.
Sono sette gli anni che la separano dal Clio, che fa (quasi) tutto un pò meglio.
Il Williams – altrettanto svelto – è iscritto pure lui in quel ristretto club del “Più giri lo sterzo, più volti”, è un pò meno ansiogena e ha i limiti spinti ancora oltre (e ce n’era già abbastasnza) con le stesse reazioni di una macchina da corsa.
Abiura la sua appartenenza alle quattro valvole per cilindro con una schiena robusta (in basso però la collega è meglio) per lanciare un urlo indiavolato in alto.
Ha la precisione chirurgica di una lama affilata, asseconda il tuo stile di guida – pulito o garibaldino che sia – senza fare la schizzinosa.
Il Willy è la compatta definitiva (cit.) la perfetta simbiosi fra il sanguigno ed il tecnologico, quando il secondo ha ormai tracimato nel settore.
In quelle gare dove ancora può correre (cioè quello che sa fare meglio) è quasi monotona ad arrivare sempre nei primi dieci.
Fra la pletora di soddisfazioni che quest’auto regala c’è anche quella di percorrere una rotonda in 5^ marcia.
Figuratevi le altre.

Dopo le prime riluttanze si diventa adepti della ruota alzata come way of life.
Queste due indefesse combattenti si guidano entrambe col culo (è uno dei migliori complimenti per un’automobile).
Per metterle alla frusta ci vuole il pelo sullo stomaco.
A farle andare a spasso sono capaci tutti e tutto sommato il trotto non dispiace nemmeno a loro, per farsi ammirare.
Ma per farle divertire veramente e renderle soddisfatte bisogna richiamare tutti i cavallini e metterli al galoppo.
E qui non bastano le parole.
Ma se siete a bordo della vostra moderna e tecnologica vettura in una strada di montagna, dall’alto dei vostri 300 cv, dei 5 set up selezionabili e di almeno 1.600 kg da portarvi appresso, e negli specchi scorgete la sagoma di queste due piccole pesti per evitare brutte figure accostate e fatele passare.
Così, per evitare delle brutte figure (oggi nell’era digitale qualcuno che gira un imbarazzante e compromettente video c’è sempre).
Potevate sempre dire che vi scappava la pipì.

Il ricettario dell’Euro

10 Lug

L’economia condiziona pesantemente la nostra vita pur trattandosi – anche armandosi delle più nobili intenzioni – di un argomento decisamente pallosetto.
Affidarsi agli inserti di certi giornali economici potrebbe risultare vano, visto che le fenomenali penne riescono a sbagliare le previsioni anche a fatto avvenuto.
Meglio allora adottare un approccio scanzonato, alternativo , naif.
Prendiamone atto, agli italiani interessano più i programmi di cucina (che hanno occupato la Tv quasi come Renzi&Salvini) della fenomenologia della moneta unica europea.
E allora proviamo a cercare di spiegare l’Euro come fosse una ricetta.
Per entrare meglio nella parte si può comunque indossare il grembiule (sul compasso e sulla squadra vige invece la libertà di coscienza).

1.Si prende uno Stato con qualche buona potenzialità ma gestito maluccio tra inefficienza, corruzione e sprechi;

2.Con una mano glielo si fa pesare dall’alto della morale calvinista e luterana e con l’altra lo si seduce facendogli vedere l’Eldorado del libero mercato e comunque ammonendolo ruffianamente che oramai non esiste più alternativa;

3.La classe politica di quel Paese (dei ricattabili servi dei poteri forti che pensano solo a loro stessi) inizia con un incessante proselitismo menandola per bene con la storia del senso dell’Europa (una glassa sdolcinata e stucchevole ma necessaria) ed una volta che il Paese ha fatto i suoi bei sacrifici per entrare nell’Euro prosegue la prima fase di seduzione con l’aumento del debito privato, che inizialmente la gente scambia per la bella vita tanto agognata, tanto per far avvalorare la scelta;

4.Però col forte debito privato e con altri scompensi causati da un cambio insostenibile i saldi con l’estero (su alcune confezioni troverete la dicitura partite correnti) iniziano a scricchiolare e mettiamoci una bella crisi finanziaria (ovviamente causata oltreoceano) e una contrazione dell’economia globale ed ecco che inizierà a lievitare il già corposo debito pubblico in rapporto al Pil (il Pil sta all’economia come i pomodorini pachino alla cucina, è un pò dappertutto);

5.Si usa il debito pubblico per soccorrere quello privato, ma nei libri sacri dell’ortodossia eurista (inconfutabili come le ricette della nonna) il debito pubblico è Mefistofele e mentre il famigerato spread inizia a salire i prezzolati giornalisti di quella nazione sono divisi fra l’insostenibile leggerezza della leccata al Pensiero Unico dominante ed il non capirci un cazzo e si ritrovano magicamente uniti a tessere le lodi di Sua Maestà l’Euro e a lapidare i reietti euroscettici;

6.I chierichetti del liberismo ed i soloni di Bruxelles (e palazzi limitrofi) hanno la soluzione, loro le chiamano riforme, ovvero tagliare la spesa pubblica, i servizi, privatizzare le aziende di Stato e togliere i diritti ai lavoratori ed aumentare l’età pensionabile per poter creare disoccupazione, cioè abbattere i salari;

7.In altre cucine si sarebbe svalutato un pò la propria moneta, sostenuto l’acquisto dei titoli di Stato con la Banca Centrale e finanziato con interventi diretti l’economia reale (come si chiamava quel tale…sì…Keynes) ma ora c’è il ristorante Euro con il suo menu un tantino rigido, quindi si deve aggiungere al punto 6 l’ingerenza sulla presunta classe dirigente (che definire inadeguata è poco) per spingerla (o meglio costringerla) ad emanare manovre draconiane che colpiscono i ceti più deboli oltre a quella paghetta al contrario che deve sempre essere versata a mamma Europa (per stare male vuoi non pagare?);

8.In questo modo quel Paese esce dai guai?Nenache per sogno, lo sanno tutti, con queste manovre lacrime e sangue si salvano i creditori grossi (ricordate quelli che titillavano per farli entrare?) e si affossa ancora di più l’economia di quel povero Stato perché volutamente si abbattono i consumi interni (sembra un mondo al contrario: prima li hanno sostenuti ed ora li contraggono) col risultato di farlo entrare in una spirale senza ritorno (o quasi) visto che l’austerità porta solo altra miseria, ma l’importante è spaventare il popolo paventando guai ancora peggiori di questo e silenziare quei petulanti personaggi che vorrebbero tornare alla loro moneta;

9.Adesso quella nazione è totalmente ricattabile, quel poco di buono se lo sono presi con le privatizzazioni ed è giunta l’ora di fare anche un po’ di shopping con le aziende private superstiti (che verranno ulteriormente smantellate e spacchettate) e col parco immobiliare (i più fantasiosi possono aggiungere il patrimonio artistico e quello naturalistico);

10.Ora, con il famelico sistema capitalistico globale più satollo di prima e con quello Stato completamente ricoperto di merda, la ricetta può dirsi felicemente conclusa.

Così parlò Massimo Fini

1 Giu

Due anni fa scrissi un articolo a cui tengo in modo particolare, questo: http://shiatsu77.me/2013/09/25/un-ribelle-di-69-anni/.
Ovvero un doveroso tributo ad una di quelle persone che ti hanno preso per mano facendoti poi camminare da solo, restando comunque sempre al tuo fianco: Massimo Fini.
La risposta del suo entourage fu per me un concentrato di autostima “Tutto azzeccato, solo sul vino hai sbagliato:beve quasi solo bianco.Gli farò recapitare l’articolo”.
Non so se Fini abbia mai letto quell’articolo e probabilmente non lo saprò mai, ma in cuor mio voglio (e devo) credere di sì.
L’impossibilità di saperlo alimenta e fortifica una fanciullesca illusione.

Leggendo la sua recente autobiografia – Una Vita.Un libro per tutti.O per nessuno – si ripercorre il burrascoso fiume di oltre mezzo secolo di storia d’Italia (e non solo), nel quale Fini ha sempre cercato di nuotare controcorrente.
Per scelta e per vocazione, quando il tornaconto da sempre esige il contrario.
Vedendo dove quel fiume è sfociato inutile dire chi avesse ragione anche se il polemista Fini si è sempre chiesto se non fosse proprio la ragione ad avere torto.
E’ considerato un alieno dell’informazione quando dovrebbe esserne un paradigma.
Allergico al conformismo ed alla retorica, saggiamente non ha mai assunto degli antistaminici né tanto meno inoculato vaccini per allinearsi.
La vita sciorinata in questo libro – vergato con quella scrittura semplice e magnetica che il giornalista regala – poteva essere solo la sua: col talento, gli affetti, le passioni ed i principi a specchiarsi coi vizi, le esagerazioni, la fragilità e qualche paranoia.
Una vita umana – accostamento divenuto ormai un ossimoro – che Fini ha voluto lustrare preferendo oscurare il successo.
Ma anche una vita irta di spine: alcune spontanee, altre coltivate dallo stesso scrittore.
Che a volte pare entrare in certe aggrovigliate contraddizioni (sulle donne ad esempio, ma servirebbe altro che un articolo) dalle quali fatica a districarsi lui stesso.
Nonostante sia innamorato della vita, nella sua alberga un rassicurante mal di vivere.
Fini, più di quanto non fiuti il suo istinto, è amato da tanti perfetti sconosciuti, che nell’ultimo libro cercano le affinità con l’autore e i parallelismi con la propria, di esistenza.
Raggiungono il parossismo tra il sogno e la convinzione di averle vissute, certe situazioni, come si rammaricano del contrario.
Nel suo ultimo lavoro il ribelle Massimo si è aperto come non mai, mettendo i panni dello psicologo di se stesso dopo esserlo stato per una ridda di persone.
E’ l’intellettuale meno mainstream che si sia, è stato pionieristico, ha vaticinato eventi e letto in anticipo (spesso da solo) i prodromi di ciò che sarebbe accaduto, ed in questa sua razionale autodiagnosi spacciata per biografia non ha ceduto alle sirene dell’autocelebrazione e dell’agiografia.
Mai altero, mai borioso, consapevole delle proprie qualità, conscio dei propri limiti.

In un articolo di qualche anno fa lo scrittore milanese esternò la sua stanchezza per lo scrivere tessendo una lode – che sapeva di desiderio – per il teatro (ed il teatro, a detta di tutti quelli che lo hanno fatto, ti entra dentro e non ti molla più).
Che io sappia non è più tornato sull’argomento, continuando a tracciare con la sua penna (e non solo) dei solchi che ha irrorato con la solita scibile.
Ma forse qualcosa covava.
Per qui macabri scherzi del destino impossibili da accettare, assieme al racconto della sua vita è arrivata un’ospite inaspettata (per noi, non per lui) che tutti vorremo respingere, la cecità.
E con essa la decisione di smettere di scrivere.
Motivazione razionalissima quella di temere di non garantire più la stessa qualità di lavoro (modestia autentica, chi legge il giornalista milanese sa che in ogni suo pezzo c’è dietro uno studio, una ricerca certosina ), ma anche scusa che il suo stesso background culturale potrebbe smontare all’istante.
Fra la miriade di insegnamenti che Massimo Fini ha lanciato c’è il rispetto per le scelte altrui.
Oltre al sacrosanto diritto di urlare le proprie opinioni, tutte.
Quei perfetti sconosciuti che lo amano hanno imparato a camminare da soli, ma senza di lui al loro fianco si sentono persi, smarriti, confusi.
E gli chiedono perlomeno di rifletterci, su quella scelta.
L’inconfutabile attestazione di quanto quest’uomo abbia compiuto finora.
La fatale investitura per uno della sua statura.

Mai dire Expo

8 Mag

Dunque sono arrivati a dire che quattro teppistelli figli di papà non rovineranno la festa e che è stato evitato il peggio.
E certo, poteva andar peggio, potevamo morire (cit.).
Vallo però a spiegare a quello a cui hanno bruciato l’auto, che magari era stata acquistata a rate e che sempre magari gli serviva per andare al lavoro in una località, ancora magari, non raggiungibile coi mezzi pubblici.
Prendendo per buone queste farneticanti dichiarazioni, delle due l’una: o il sistema d’ordine era perlomeno inadeguato (lo sapevano anche le poltrone Poang che ci sarebbero stati disordini, visto gli annunci Urbi et Orbi) oppure che li abbiano lasciati agire indisturbati.
O forse tutte e due, suggerisce qualcuno (si stanno riproducendo a vista d’occhio questi disfattisti).
I presunti contestatori – certamente teppisti – hanno compiuto gesti vili ed inaccettabili, finendo per divenire complementari a quel potere che sostengono di combattere, ergo rafforzandolo.
Ecco, capire poi se l’iniziativa sia tutta farina del loro sacco o se – come accade dalla notte dei tempi in Italia quando la protesta si sposta in piazza – siano stati manipolati a dovere è un altro discorso.
Così, a naso, se dovessi scommettere soquanti Euro -dopo una lunga meditazione e facendo ricorso anche al pendolino di Maurizio Mosca – credo che opterei per la seconda ipotesi, senza scomodare la teoria dei centri concentrici di Corrado Guerzoni.
In Italia vengono menati (“Con più gusto” aggiunge amaramente il Marti) gli operai, i precari, gli esodati, gli studenti (meglio se figli di operai, precari ed esodati) e nel dubbio chiunque abbia qualcosa da manifestare pacificamente (ndo cojo cojo).
Invece con gli spacciatori, gli stupratori, i pedofili, i maltrattatori dei minori e delle donne, coi ladri d’appartamento e coi violenti in genere (categoria alla quale appartengono i vandali di Milano) si applica volentieri il protocollo gandhiano chiedendo financo alle vittime di porgere pure l’altra chiappa.
Ma questi antagonisti della mutua sono responsabili anche di un altro tipo di violenza, meno palpabile ma altrettanto pericolosa perché subdola: aver isolato i veri dissidenti del Pensiero Unico ed essere stati i carpentieri che hanno cementato l’assioma “Chi si oppone all’Expo è un Black Block”.

Una mini-strategia della tensione, che non deve scalfire il giudizio sull’Expo.
Cioè esattamente quello che affermò il Rag. Ugo Fantozzi in riferimento alla Corazzata Kotiomkin (io non mi aspetto però i 92 minuti di applausi).
Si sentiva proprio il bisogno di togliere un pò di verde alla città di Milano che notoriamente ne ha parecchio e di profanare ancora la sua vituperata urbanistica.
Come anche di costruire una bella cattedrale nel deserto decontestualizzata da tutto, che finito l’evento avrà la stessa utilità di un fantasista negli schemi di Sacchi.
Cemento forever!
Anche perché queste “grandi opere” non attirano assolutamente tangenti e non sono un ricettacolo del malaffare.
Ci sono più indagati che addetti ai lavori.
Di “grandi” ci sono solo i reati.
Beh, il tema è ambizioso, si dirà: nutrire il pianeta.
Non male come supercazzola, anche se ultimamente c’è chi fa meglio.
Coi 100 milioni che spenderanno (tangente più, spreco meno) non era meglio provare a difendere e valorizzare commercialmente le nostre eccellenze alimentari?
Un nome su tutti:il Parmigiano Reggiano.
Come tutta la nostra produzione agricola.
Ancora, non era il caso di difendere realmente i paesi più poveri dalle politiche turbo-liberiste delle multinazionali? (Mauro Pigozzi docet).
Invece con una mano li hanno inviati e con l’altra poi li strozzano.
Ma che gentili…
Non era meglio fare una bella campagna per dire chiaramente alla gente che stiamo mangiando della gran merda e che ci stiamo uccidendo da soli?
Non era meglio incentivare chi quella merda cerca di non usarla?
Siete sicuri che agli sponsor (noti gigli di campo) interessi “garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri”? (sic.).
Uno slogan che ha più o meno la stessa valenza del “La legge è uguale per tutti”.
Il cibo è una cosa seria, non un’arma dell’Ufficio Marketing per ingrassare i soliti manigoldi.
L’Italia se avesse un piano serio, ambizioso e lungimirante sull’agro-alimentare risolverebbe tanti dei suoi problemi.
Ma vuoi fare un dispetto all’industria internazionale adorante il nuovo monoteismo della Globalizzazione?
Eh no, guai!
Per favore, le carnevalate facciamole nel periodo dell’anno dedicato.

Ma in parecchi sono nati per essere dei servi.
Peccato che col loro atteggiamento rendano tutti schiavi.
In più di un caso si tratta di persone affette da un evidente bipolarismo: nei giorni pari sostengono strenuamente il biologico, si battono indefessi per la raccolta differenziata, si organizzano nello spontaneismo dei Gruppi di Acquisto Solidali; mentre in quelli dispari e nei festivi si infilano la maglia del tifoso dell’Expo e spingono i figli con le rispettive scolaresche ad ammirare questo spettacolo irripetibile.
Trepidanti per il count down, emotivamente toccati dai ritardi dei lavori più che per quelli della compagna, acriticamente ripetono la giaculatoria della “Vetrina per l’Italia, straordinaria opportunità, pim pum pera e bla bla bla”
Per la serie:come rendere l’Expo una sublimazione dell’italianità.
Quasi sempre coincidono con quei tizi che ammaestrati a dovere affibbiano l’epiteto “gufi” a tutti quelli che osano provare a ragionare con la propria testa.
Simbolismo animale per simbolismo animale, loro ricordano molto i pappagalli e le pecore.
Pungolati a dovere riescono a reagire – nel loro parossismo- con un indomito “Ma a voi non piace proprio nulla?”
Purtroppo per loro ce ne sono a bizzeffe di cose che ci piacciono.
Sono più dubbioso invece su cosa ancora riesca a fare incazzare loro.

Guido in Japan

2 Mag

E’ spesso in giro per il Mondo (pare sia pagato per quello), inoltra foto, post e commenti di ogni sua peregrinazione.
Ma qualcuno inizia a non credere più ai racconti di Cristiano Guidetti alias il Guido.
Soprattutto dopo aver scoperto come sia veramente andato il suo ultimo viaggio in Giappone.

Da sempre sensibile al fascino delle culture locali, al suo ritorno dal Sol Levante avrebbe voluto stupire con mosse di karate gli amici, i familiari e quelli dell’Agenzia delle Entrate.
Si è affidato al maestro Miaghi, noto sfruttatore di manodopera in nero nonché abusivista edilizio ed usuraio, che gli ha fatto subito riverniciare tutti i portoni e le staccionate di casa e passare la cera sulla sua nutrita collezione di mobili antichi (rubati).
Quando credeva finalmente di aver terminato la rituale gavetta e di poter avere accesso allo scrigno dei segreti delle arti marziali, si è invece sentito rispondere “Bene Guido San, domattina puntuale: dovrai togliere dal tetto l’amianto”.
Non contento, è andato a romper i coglioni ad altri influenti personaggi (quindi dei cialtroni) prendendosi pure quattro schiaffoni da Ken Shiro.
D’altronde, il più famoso proverbio giapponese recita: “Non svegliare Ken che dorme”.
Al momento il kimono lo può indossare solamente nelle operazioni di depilazione.
Ha trovato un pò di pace e sollievo solo da Marrabbio, per cui meglio non fargli sapere che il menu di quella sera fosse composto da carne di Hello Spank, Torakiki e di un loro amico sifilitico.

A causa dei troppi impegni non è più affidabile come un tempo, quando pur di viaggiare faceva lo spallone verso la Svizzera.
Un suo amico che preferisce restare anonimo (anche perché ha perso completamente la memoria) gli ha chiesto un piccolo souvenir (una innocente katana), ricevendo dei banali coltelli Shogun acquistati sei anni fa in una televendita.
Un altro tizio ha semplicemente ordinato di portargli in Italia (vive) la mamma di Oliver Hutton e Kelly di Occhi di Gatto.
Convincere la prima non pareva un’impresa epica – visto che è una troia – ma niente, continuerà a frequentare (cioè a chiavare) tutti quelli che bazzicano intorno alla scuola calcio del figlio.
Sulla seconda (la conturbante sorella maggiore di Occhi di Gatto) la mancata consegna è in parte giustificabile: pur essendo anche lei una bagascia (ottimi gusti gli amici, eh?) ha sempre esercitato sul nostro apolide un certo fascino.
E difatti è rimasta là pure lei.
La terza richiesta stava per essere esaudita, ma un comportamento fantozziano ha mandato tutto a monte.
Cristiano (penso di averlo chiamato così mezza volta) si è schierato alla dogana con un telaio Deltabox in alluminio della Yamaha sulle spalle, oggetto del desiderio di un genialoide che sta girando su una moto dotata solo di ruote e motore.
Per non dare nell’occhio fischiettava un motivo dei Beehive, uno a caso (tanto fanno tutti cagare allo stesso modo) e beveva degli Estathé scaduti.
Incalzato dalle guardie, il nostro Globetrotter ha usato l’italianissima scusa del “A mia insaputa” corroborando la tesi col racconto di un politico del Bel Paese a cui avevano pagato la casa senza che lui lo sapesse.
Con toni poco accomodanti (e con diversi calci nel culo) gli è stato ordinato di tornarci, in quel Paese.
Senza il telaio (pare che le guardie lo abbiano venduto a Marrabbio per la farcitura delle frittelle).

Rientrato in patria (un ossimoro, nel suo caso) il nostro astante sta cercando forsennatamente di incontrare persone a cui raccontare le proprie mirabolanti avventure ma nessuno se lo sta cagando di striscio visto il suo tasso di decadimento radioattivo.
Ha talmente tanta energia (nucleare) in corpo che sta facendo una concorrenza serrata a quelli dell’Uber.
E nel giro di sei mesi del Guido uscirà anche la versione ibrida.

P.s. Articolo di pura fantasia, meglio ricordarlo visto il numero di creduloni presenti in Italia.
P.s.2 Grande Guido!