Cudghin a bala da sciop!

22 Mar

La lunga attesa ne ha accresciuto il già intrinseco fascino.
Dell’ottimo vino, dei piatti cucinati con sapienza, della musica di qualità ed un tasso alcolico più alto dello spread targato novembre 2011.
E noi.
I prodromi per una piacevole serata c’erano tutti, ma il risultato finale della Cotechinata è andato oltre ogni aspettativa.
Purtroppo mancava il Guido, un apolide che per una volta forse ha rinnegato di essere tale.
La tavola imbandita ha accolto quindi il Marti (passionale padrone di casa), Lele Cassinadri (O’ Professore) , Ancio (il Conte Mascetti del terzo millennio), il Gip (sbaraccatore silenzioso e discreto) ed il Benna (lui è come i brasiliani: semplicemente il Benna) che per un impegno istituzionale ha dovuto abbandonare appena dopo mangiato.
Affidandoci totalmente all’alchimia abbiamo potuto formulare il postulato un cotechino per ogni commensale.
Registriamolo, o qualcuno potrebbe costruirci la prossima campagna elettorale.

Mescolando la vodka con l’acqua tonica si è anche visto un’interpretazione del Marti di Città Vecchia di De Andrè: forse prosaica, sicuramente intensa, dunque autentica.
Chi reputa inconsueto impiegare quasi due ore per percorrere a piedi un paio di chilometri omette l’automatico fuso orario che scatta a certe ore della notte.
Ed ignora quella poliedricità che ci invita a parlare della filosofia applicata al gioco del calcio (con tanto di sopralluogo al vecchio Valentino Mazzola) nella stessa serata in cui si è discusso (e animatamente, per fortuna) della politica economica dell’Italia nel dopoguerra, trovando pure un doveroso ritaglio di tempo per contemplare una delle lectio magistralis più ficcanti ed adamantine di Karl Aurel Kohrsin.
Se il divertimento avesse voluto interpretare se stesso avrebbe scelto questa serata di parossismi ripetuti.
La semplicità (che contro il parere di molti fa rima con profondità) crediamo sia uno stilema del nostro topos ed un antidoto che auguriamo di possedere anche alle future generazioni.

P.s. Una velina dei servizi segreti dà per certa la riedizione della Cotechinata nientepopodimeno che in estate.
E quelli di solito ci prendono.

Menu a sorpresa

18 Mar

Parafrasando il Trap, squadra che beve non si cambia.
Eccoli qua, in tutto il loro splendore:
– Nelson Bolognera (l’iconoclasta);
– Ramuo Gopizzi (il rivoluzionario);
– Karl Aurel Kohrsin (il giustiziere);
– Patrick Marone (il gigante buono ma non fatelo arrabbiare);
– chi scrive (il battitore libero).
Un Osteria come pensatoio, un pò di vino (giusto un pò) per innaffiare un’ancestrale voglia di stare insieme.
Se poi uno avesse saputo anche il menu
Dovete sapere che ogni nostro incontro deve avere almeno un tormentone e stavolta ci siamo inventati quello del menu (cazzari si nasce).
Che poi uno il menu lo scopre nel momento in cui si siede a tavola, direte voi: ma di cosa cazzo avremmo potuto parlare per una settimana, sennò?
Del secondo dei tormentoni, cioè di fantasie da Tinto Brass dei poveri (o da vecchi commilitoni, se preferite) su un’inconsapevole fanciulla.
Tutt’altro che innocente, anche se io ribadisco che la donzella non mi conturba.

Un refrain dei nostri simposi è: come siamo, come eravamo e un’anteprima di come saremo.
Mattinate che sembravano eterne sono durate comunque troppo poco.
Ci sono mancate giusto le serenate nell’ora di ginnastica o di religione, ma noi mica eravamo all’Istituto magistrale…
Ecco, solo un’accortezza: i dettagli non chiedeteli a Bolognera, ultimamente la sua memoria si sta paurosamente accorciando.
Speriamo per lui solo quella.
Ai blocchi di partenza c’erano dei ragazzini con una peluria matta sul viso.
Solo Gopizzi aveva già la barba (e due tentate rivoluzioni alle spalle).
Partiti come compagni di classe ci siamo ritrovati amici inseparabili in questa corsa perpetua che è la vita.
E per comprendere la materia qualche lezione privata è necessaria (tutt’ora).
“Si, siete uniti ma dopo vi perderete, fanno tutti così: il lavoro, le morose, gli impegni…”.
Eh, chi lu!(sto cazzo in dialetto, nda).
Forse il destino, sicuramente la volontà, perché le cose che contano devi difenderle sempre un pò, se no finiscono male (cit.).

Il Gruppo non ha mai rinnegato le proprie sonorità, ma è riuscito ad ascoltare nuovi generi, ad apprezzare arrangiamenti differenti e si è aperto a testi prima inesplorati.
Si è cercato di crescere, di andare oltre, ma tenendo sempre accesa quella fiammella chiamata follia.
Difficile, ancor di più se il percorso viene intrapreso assieme.
Ma appagante, quando si ha l’impressione di esserci riusciti (più spesso che raramente).
Nonsolostronzate: si discute su vedute differenti, ci si incazza, ci si manda a cagare (sintomo di stima, dalle nostre parti), si smadonna e si alza la voce.
Già, noi alziamo spesso la voce, ma mai in modo fastidioso o maleducato.
Solo un barista di Bologna è sbottato, ma lo capiamo: portarsi in giro quella faccia non dev’essere facile e coprirla di un’inutile barba non lenisce certo la sofferenza al reprobo.
Siamo portatori sani (o quasi) dei nostri integralismi e dei nostri pregiudizi.
Perché li abbiamo tutti, inutile fare le suorine.
Solo che quelli altrui sono più ingombranti, si nascondo peggio e danno più fastidio.
Chissà di cosa parleremo al prossimo pranzo…?

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Eroe del niente

24 Feb

Questa storia è ambientata in un lontano Paese del Terzo Mondo dal passato glorioso.
Nonostante un diffuso pauperismo la dignità delle persone non si era ancora smarrita del tutto.
Il protagonista è alle scuole superiori.
Imparava tutto a memoria, non passava mai nei compiti in classe e spifferava i nomi dei compagni che lo facevano.
In compenso era fieramente antipatico, pure bruttarello ed anche un pò invidioso di quelli che da adolescenti si comportavano da adolescenti.
Li abbiamo avuti tutti dei tipi come lui in classe, oppure nella compagnia.
Dalla compagnia però di solito uscivano, a calci nel culo.
Per darsi un senso raccontava balle in maniera seriale: duelli con supereroi (lui le suonava sia a Batman che all’Uomo Ragno), scopate con le più belle della scuola (due in particolare: Roberta e Federica) ed avventure mirabolanti nella sua camera (iperbarica).
Lui era il classico cugino di tutti.
Ma cagato da nessuno.
La cosa più trasgressiva che aveva fatto nella sua rutilante giovinezza era stata chiedere alla mamma di condirgli la pasta con l’Electrica salsa (baba baba, aha aha).
Culturalmente guardava all’Italia.
Il Drive in lo registrava per vederselo a pezzi: una puntata intera richiedeva troppa attenzione e poi certe battute le capiva solamente al terzo Rewind.
Sognava di essere un Chicco Lazzaretti (seeeee) risultando però un misto fra Bruno Sacchi e la versione sbiadita di Aziz (il maggiordomo di Camillo Zampetti).
Era un pò il Paninaro di Enzo Braschi, appena più tamarro, e un pò Mimmo di Bianco Rosso e Verdone, solo meno intraprendente.
Sedicente intenditore di musica, ai Righeira rimproverava di non avere sonorità all’altezza dei profondissimi testi.
Noto appassionato di se stesso (cioè del nulla) andava predicando che gli fossero state dedicate due canzoni: Faccia da pirla (di un tal Charlie) e Vaffanculo di Marco Masini.
Pur di attirare l’attenzione infatti era disposto a svendere la propria reputazione, che non a caso gli stava distante almeno tre metri.

Quelli come lui, crescendo, o compensano l’apatia cerebrale giovanile con slanci di talento, o peggiorano.
Solo nelle favole si verifica la prima ipotesi.
Resosi conto che nella vita non avrebbe potuto combinare niente (ad oggi rimane l’unico ragionamento di senso compiuto dei suoi primi vent’anni), gli restavano due scelte:
– la televisione, ma il suo ruolo era già stato preso dal protagonista dello spot dell’Hurrà Saiwa ed inoltre Mr. Bean non aveva intenzione di ritirarsi dalle scene;
– la politica.
Pausa drammatica.
Avrete capito perchè.
Non si sa in che modo, ma a piccoli passi arrivò a ricoprire le più importanti cariche istituzionali di quel Paese.
L’informazione di quella Nazione aveva ormai leccato il culo a tutti i potenti che ne calcavano il suolo ed accolsero anche lui con tappeti di saliva.
Il suo secondo pensiero – che risulterà nefasto – fu che se la popolazione andava in visibilio per uno che sparava cazzate a ripetizione era giusto approfittarsene.
Sembrava quasi covasse un personale revanscismo, alla stregua di un suo collega a cui mancavano 8 cm per raggiungere l’altezza di Rui Barros (con le scarpe tacchettate).
Nel frattempo il suo Paese aveva gettato al vento quel poco di morale che gli era rimasta in tasca: ragionare era divenuto un vezzo controproducente ed il cervello un inutile orpello da sacrificare all’altare del Pensiero Unico.
I poteri forti erano ben felici di manovrare uno come lui a cui interessava solo il proprio ego ed il proprio tornaconto.
Rapito com’era dal protagonismo non aveva capito che nei selfie (una moda interplanetaria) era proprio la sua faccia ad essere immortalata.
Era talmente permaloso che accettava le critiche solo se scritte da lui.
Un ottimo metodo per evitare delle figure di merda è parlare di ciò che si conosce.
Allora il nostro Capo avrebbe dovuto stare sempre zitto, ma logorroico com’era non ci riusciva: le sue proverbiali supercazzole erano dolcificanti per tremende purghe, i suoi discorsi talmente vuoti che per elevarne il contenuto sarebbe bastato farli scrivere ad Hello Spank!.
Quando era incalzato (cioè quasi mai visto il servilismo imperante) le sue risposte facevano rimpiangere la trama di Beautiful.
Più era arrogante più il suo consenso aumentava, più emanava leggi impopolari più il suo elettorato lo incitava ad andare avanti (Eddai cazzo!).
Era un Grillo Parlante in carne ed ossa a cui gli elettori non solo credevano ciecamente, ma ne diffondevano pure il verbo.
Dimostrando la stessa razionalità di un tifoso dodicenne.
In un Paese già pieno di macerie il nostro rabdomante di consensi diede il colpo di grazia, ma il suo fervente Fan club anziché andarlo a prendere coi forconi si lamentò perché non lo avevano fatto lavorare abbastanza.
Speriamo che non capiti mai in Italia una vicenda così.

P.s.
Nel 2004 i Green Day pubblicarono American Idiot: forse il loro capolavoro, un album molto politico, duro e critico con la società americana e l’amministrazione Bush.
Un giorno al cantante Billi Joe Armstrong venne posta la domanda se la canzone che diede il titolo al disco fosse dedicata all’allora Presidente degli Stati Uniti.
Billi Joe rispose beffardo e con la faccia di chi voleva far capire che stava prendendo tutti per il culo “La canzone American Idiot non parla di Bush, ma se tutti lo credevano ci sarà un motivo…”.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale).

Musicanima

4 Feb

L’uomo si differenzia dagli animali soprattutto per due ragioni, tra loro quasi in antitesi: ovvero per la capacità di ridere ma anche per essere l’unico essere vivente a sapere – praticamente da subito – che presto o tardi morirà.
Non deve stupire se per accettare questa ed altre situazioni – o anche solo per lenire l’ansia che procurano – il genere umano sia andato a caccia di soluzioni diciamo così metafisiche.
Peccato che si sia sempre accontentato delle religioni, che della spiritualità e della fede non sono altro che strumenti di controllo.
Anche al giorno d’oggi scindere questi concetti e non passare da profani ha del miracoloso.
L’esigenza di trascendere infatti annovera pure la filosofia (in varie declinazioni) ma anche tante forme di solipsismo e financo il materialismo.
Non di rado diversi musicisti hanno deciso di inserire nello spartito l’elevazione dello spirito.

I Baustelle non sembrano aver mai fatto in vita loro i chierichetti.
Andarsene così è infatti scritta da un ateo marxista de facto filosofo, segno che l’esplorazione dell’anima e di quello che gli sta intorno non è un esclusiva delle religioni.
Il pezzo è un ambizioso tentativo di elevarsi e comprendere mondi differenti “Amare come Dio/usarne le parole”, cercare la genesi di certi meccanismi “Non è impossibile pensare un altro mondo/Durante notti di paura e di dolore” fra sogno,utopia “Sarebbe splendido/amare veramente/riuscire a farcela/e non pentirsi mai” ed un briciolo d’utilitarismo “Sarebbe comodo/andarsene così”.

Sul finire degli anni Ottanta le atmosfere erano piuttosto refrattarie alla meditazione, ma Franco Battiato ed i CCCP hanno regalato queste due gemme che si sono aggiunte alla loro folta collezione.
I CCCP erano precursori e geniali quindi anacronistici e decontestualizzati.
In Svegliami Giovanni Lindo Ferretti ha delle contorsioni intime causate da crisi di valori e perdita di punti di riferimento (“Intanto Paolo VI non c’è più/E’ morto Berlinguer”) e con le sue mitragliate lancia una spietata invettiva (“Sezionatori d’anime giocano con il bisturi/maggioranze boriose cercano furbi e stupidi…”) rivestendo le parole di filosofia adamantina (“Qualcuno il pre/qualcuno il post senza essere mai stato niente” e “Cerco le qualità che non rendono/in questa razza umana/che adora gli orologi/e non conosce il tempo”) con la Natura che sembra voglia parteciparvi attivamente (“Ha conati di vomito la Terra/e si stravolge il cielo con le stelle”)
Un evidente nichilismo (“E non c’è modo di fuggire mai”, “Vorei morire ora”) è in realtà superato nello stesso istante in cui si alza un grido di aiuto e celebrazione a qualcosa di superiore (una divinità, una persona, un feticcio,l’aldilà).
Lo scorcio è lo stesso – il secolo oramai alla fine saturo di parassiti senza dignità (cit.) – ma la sensazione passando all’ascolto di E ti vengo a cercare di Franco Battiato è quella di un uomo innamorato.
Della fede.
L’inquietudine lascia il posto ad una serenità d’animo che lo rende impermeabile a questa suburra di società che vieppiù fortifica il bisogno di incontrare Dio in un rapporto mistico.
Se qualche anno prima il maestro del Maestro insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire (Prospettiva Nevsky), è probabile che il Battio in quel periodo abbia sciolto la matassa della propria anima.
Come dice il mio amico Ime, l’ispirazione di un artista è figlia dell’insoddisfazione, di qualcosa che non ti va e che vorresti cambiare, di un vuoto da riempire.
Comporre questo capolavoro in una condizione di pace interiore dà la misura dell’artista.

Luca Carboni nella famosa Silvia lo sai parlava di “Un Dio cattivo e noioso/preso andando a dottrina/come un arbitro severo fischiava tutti i perché?”.
Faceva parte dello stesso album anche Caro Gesù, una canzone in apparenza leggera e poco impegnata come spesso (troppo) è stato dipinto l’artista bolognese.
Nel brano Carboni sembra smettere i panni del cantautore per indossare quelli della persona comune che dialoga con chi sulla Terra c’è stato e può capire certe problematiche (la casa, ad esempio…)
La filosofia si fa più spiccia ma non meno incisiva:tutta la quotidianità deve avere la benedizione del Dio denaro, sempre.
Quindi?
“Oh no i soldi lo so non danno la felicità/immagina però come può stare chi non li ha/oh no da soli lo so da soli no no no” più che un ritornello è uno schiaffo all’ipocrisia.
Su Radio Maria sarà passata questa canzone?

Anche Ligabue, parafrasando lo stesso cantautore, ha avuto un pò di traffico nell’anima e nella sua Hai un momento Dio ha stilato (da bravo ragioniere) l’ordine delle domande da porre al Signore.
Il dubbio che più lo attanagliava era sapere chi avrebbe acquistato la sua cara Inter.
Siamo infatti nel 1995 e il Presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini avrebbe, di lì a poco, ceduto il timone a Massimo Moratti.
Adesso, questi passaggi interiori non sono mica semplici o indolori, richiedono anche anni prima che venga scavata la galleria giusta che faccia liberare le elaborazioni di una vita, e lui per cosa sente il bisogno di parlare con Dio?
Per la Presidenza dell’Inter.
Solo dopo vengono le più ortodosse ed inflazionate “dove mi porti” e “soprattutto perché?”.
Poi condisce il tutto con la solita salsa vittimista “Se rompo pago per tre” , “No perchè sono qua insomma ci sarei anch’io”, anche se molto umilmente afferma “Perché ho qualche cosa in cui credere perché non riesco mica a ricordare bene che cos’è”.
A cui non è facile rispondere.
E rispondersi.

Quando è moda è moda

26 Gen

Ah, non c’è più la società di una volta.
Viviamo di complicazioni nella complicazione.
In tutto.
Anche nel fare gli anticonformisti e i dissidenti.
Che nostalgia per i periodi in cui bastava difendere i propri diritti prendendosi (quando andava bene) delle manganellate (ops quello succede anche oggi…), oppure contestare l’autorità costituita(si), portare i capelli lunghi, magari leggere libri impegnati o ascoltare la “musica del demonio”, ripugnare le guerre (tutte) o anche solo sfanculare allegramente i soloni della Restaurazione.
Riassumendo: rigettare una società (quella esistente) che voleva soffocarne un altra (quella sperata).
Ma oggi anche il contestatore ha perduto il posto fisso.

Partiamo col dire che, contro ogni pronostico, fra quelle due società ha vinto la prima.
Ma ha fatto credere il contrario.
Perché furbescamente ha lasciato delle valvole di sfogo (il simulacro della libertà) che non solo le fanno il solletico ma addirittura la fortificano (per forza, ha deciso lei).
Cosi l’homus quasi libero sublima la mancanza di libertà con la trasgressione, sessuale in primis.
Siamo passati dalla sessuofobia e dall’esigenza di liberare cliché bacchetton-clericali all’ostentare obbligatoriamente tutto con paradigmi che più che all’eros strizzano l’occhio al marketing.
Provare l’estremo per scoprire cosa c’è oltre, ma sempre a comando e dietro l’imbeccata del Pensiero Unico (http://shiatsu77.me/2014/11/10/il-manifesto-del-pensiero-unico/).
Ripiegare spesso è peggio che desistere.
Ecco allora alzare la bandiera bianca sulle battaglie vere – quelle troppo difficili da combattere – e sublimarle con accanimenti contro presunti e desueti simboli della società che fu.
Tipo la famiglia (tradizionale e non), un’organizzazione da superare.
O perlomeno da raddoppiare.
Fateci caso a quanti spot televisivi amino ricordarci di come sia stimolante e divertente – ma pure conveniente (sic) – avere quelle tre o quattro famiglie.
I diritti sono una cosa seria, le esagerazioni perniciose un altra (http://shiatsu77.me/2013/10/18/mamma-ho-perso-il-papa/).
Pasolini – dato che era un genio e non certo un bigotto – lo aveva capito più di quarant’anni fa, individuando anche il mandante (che coincide col vincitore): il Sig. Consumismo (semper lu).

Siamo ciò che leggiamo.
Ma anche ciò che vogliamo (e possiamo) capire dalla lettura.
Non ti puoi attaccare alla libertà di opinione se nel migliore dei casi sostieni l’importanza di avere un cesso chimico nel salotto od esalti gli effetti della soda caustica usata regolarmente al posto del detergente intimo (gli esempi erano volutamente più seri di quelli reali).
E poi ci sono loro, quelli che parlano (ed ormai cagano) solo per citazioni che manco capiscono.
A questi parvenu della cultura per la legge del contrappasso è’ obbligatorio rispondere parafrasando qualcun’altro: “Tu sai recitare i classici a memoria/Ma non distingui il ramo dalla foglia/Pigro” (è Ivan Graziani).
Si passa ai qualunquisti (nella sua accezione più negativa), che sono giustamente indignati per il momento che stiamo vivendo ma (colpevolmente) disinformati sulle cause che hanno portato a ciò.
Buone le intenzioni ma pessimo (o quasi) il risultato.
Anziché allargare il campo lo restringono, conoscono solo un 11 settembre, la P2 per loro è un gioco della Wii, la marcia dei quarantamila è una disciplina olimpica e il Piano Solo una forma di onanismo in voga sul web.
Quando sono incalzati utilizzano delle argomentazioni consistenti come un biscotto Plasmon nel thè caldo.
Capisci perché sperare nella Rivoluzione è utopia.

Vi dice niente “Qualcuno era comunista perché se eri contro eri comunista”? (GG dixit)
Qualcosa non deve aver funzionato a dovere, perché da quella parte o tutti gli interpreti sono andati puntualmente fuori tema (A.A.A. esegeta cercasi disperatamente) – rigettando il verbo attratti dalle sirene del potere – o ha ragione chi asserisce che la stessa ideologia è macchiata da un peccato originale essendo il rovescio della medaglia del capitale, mirando il progetto a sostituire gli attori e non il copione.
Da allora hanno difeso quasi tutti, fuorché gli onesti.
E difendono ancora gente che quando va bene meriterebbe delle cavicchiate.
Alternativi non per vocazione, ma per tornaconto.
Per autoassoluzione.
E per noia:che cazzo faccio oggi?
Ma sì, il bastian contrario!
Un vecchio detto emiliano recitava "I cumpagn: ien cumpagn a chiatre“.
Come nelle autovetture d’antan il listino offre a richiesta la versione L, Lusso.
Signove signovi ecco a voi i Radical chic, inutili ammassi di evve moscia che divulgano le proprietà mediche del caviale della Manciuria, idolatrano i nomadi della Steppa che involontariamente sono stati gli antesignani del biologico e recensiscono gli artisti che compongono statue con oggetti che sono stati a contatto coi fluidi del corpo umano (cotton fioc, fazzoletti, carta igienica, assorbenti).
Si nutrono di sincretismo, vanno in brodo di giuggiole per l’etnico, tanto che mangerebbero anche una merda se provenisse dall’emisfero australe.
Sono talmente contrari alla globalizzazione che hanno assunto a loro modello Steve Jobbs (la mela morsicata fa molto peccato originale) e qualcuno di loro ha confuso la ribellione col Carnevale (capita a chi non ha un cazzo da fare tutto il giorno) arrivando pure a sostenere Bush (e non era Kate).
Una branca particolarmente pruriginosa si vanta di nutrirsi solo con radici, alghe e bacche salvo poi azzannare una bistecca direttamente dalle mani ed affondare anche la coscienza in un barattolo di proletaria Nutella quando l’ultimo ospite ha lasciato la terrazza imperiale.
Non basta più definirli i conformisti degli anticonformisti, perché sono semplicemente degli idioti.
Freud avrebbe pagato oro per essere un loro coetaneo.
Pentendosene.
Devono essere parenti alla lontana coi figli di papà dei centri sociali, talmente à la gauche che sono un’applicazione pratica del fascismo.
La numerosa famiglia accoglie anche le sempre utili e mai fastidiose veterofemministe, quelle per cui il problema delle donne è chi cucina nelle pubblicità del Mulino Bianco.
Viene il dubbio che l’eziologia con loro sia tempo sprecato.
Bene, brave, bis.

E’ difficile dire se lo facciano solo per farsi notare o se ci credano veramente.
Perché gli animalisti filantropi ricordano il vecchio Arnold: una ne pensano, cento ne fanno.
Fosse per loro l’epiteto “Porco cane” andrebbe punito con la reclusione, si incatenerebbero per protestare contro l’impossibilità dei felini di intestarsi beni immobili.
E’ proprio illiberale un Paese che non permette ad un gatto di avere la propria casa, già…
A tempo perso – fra un balsamo al coniglio nano ed un corso di inglese alla capretta che tengono in casa – raccolgono firme per i Pacs dei pappagalli ed avvolgono il Chihuahua con una termocoperta da F1 ovviamente firmata per poterla pagare a peso d’oro.
L’uomo ha sempre vissuto a fianco degli animali e chi non li rispetta non può essere una brava persona.
Le bestie danno tanto, ad alcune di esse manca davvero soltanto la parola (anche a certe persone a dire il vero).
Ma sono bestie, tentare di umanizzarle è crudele.
Tentare di umanizzare i loro padroni invece è antropologicamente inutile.

Una prece a tutti questi supereroi di se stessi: per una volta fate qualcosa che vi distingua veramente.
Mai sentito parlare di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio)?

Babbo Natale scrive

24 Dic

In queste feste comandate il solito tran tran è stato interrotto dalla lettera di Babbo Natale, uno che di solito le riceve.
Stavolta ha scritto lui.

Chi ha fatto il militare (non io, quindi) sa bene che il nonno è stanco.
Beh, io sono solo un Babbo e non avrei il grado per pronunciarla, quella frase.
Ma forse l’anzianità sì.
E se anche il mio coetaneo Giorgio si dimetterà dalla sua attuale occupazione, allora credo di poterlo fare anch’io.
In questa mia lettera di commiato non avrò peli sulla lingua (al massimo dei pelucchi del vestito, una volta invece…) e sarò un po scurrile come non lo sono mai stato, anche perché ormai il costume dell’eterno buono mi sta stretto (no, le costine di maiale fritte con la salsa dell’Ikea non c’entrano niente, su dai…).

Non ce l’ho affatto coi vostri bambini, loro sono ancora deliziosi.
Nonostante voi.
Sì, siete voi che ormai detesto.
Pensate solo a sti cazzo di regali.
Come diceva Nietzsche (me lo ricordo:un pò originale ma era forte) “Di tutto conoscete il prezzo, di niente il valore”.
Mi sono stufato di essere l’assoluzione per la vostra anima, avete la morale autocertificata (ma non diciamolo ai rottamatori o ci costruiscono la prossima campagna elettorale).
Siete ormai delle cavie (consenzienti) per il laboratorio del consumismo: state accettando di tutto, a partire da quella festa che manco vi rappresenta.
Mi sto riferendo ad Halloween.
Non vi siete presi nemmeno la versione originale, quella celtica, ma un surrogato a stelle e strisce.
Anche la mia tradizione non vi appartiene, ma la consegna a domicilio è troppo comoda.
Voi non siete molto meglio di chi vi rappresenta, anzi loro sono la sublimazione della vostra bramosia e cupidigia.
Li criticate non per il comportamento, ma perché vorreste essere al loro posto.
I vostri buoni proposti regolarmente disattesi non sono altro che le promesse dei politici in campagna elettorale.

Se foste morbosi di notizie e verità come lo siete di gossip e cronaca nera vivreste in un Paese quasi normale.
E invece da sempre vi fate nutrire di monoteismi vari (religione, scienza, mercato).
Capisco cinquant’anni fa, ma ora che avete i mezzi informatevi.
Credete a favole decisamente più perniciose della mia.
Fatevi un regalo inedito: imparate a ragionare in proprio.
Al vostro cospetto è decisamente più emancipata la mia slitta.
Credenti o meno, a Natale avete come reazione pavloviana una bulimia consumistica travestita da buoni sentimenti.
E’ una catarsi oltremodo comoda, arriva tutti gli anni nello stesso periodo e per l’unico obolo da pagare è sufficiente strisciare la carta.
Aveva ragione Gianfranco Funari ad asserire che quanno uno te fa l’auguri de Natale e tutto l’anno manco te se ‘ncula nun je poi dì “grazie, altrettanto…”, je devi dì “auguri mpar de cojoni, mettete er panettone sotto ar braccio e vatteneaffanculo!”
Ecco, se penso a tanti di voi mi viene in mente quella strofa di Eugenio Finardi “…sempre in vendita come una troia…” (un chiaro riferimento alla Befana, nda).

Giunto alla fine della corsa sento però il dovere di svelarvi qualche retroscena.
Sono stato un agente segreto della CIA, mi mettevano sempre insieme a quel tale che mi somigliava, come si chiamava?
Forse Giulio, o Giuliano, adesso scrive (o meglio ci prova) rigorosamente a libro paga.
Ma sì, ve ne dico un’altra.
Sono più di tre anni che per le mie consegne mi avvalgo dei droni di Amazon.
Non fate così, mi ci hanno costretto intensificando i controlli anti-doping sulle renne.
Come dite, ultimamente consegnavo solo una marca di giocattoli?
Ci credo, coi viaggi alle Maldive che mi regalavano era il minimo che potessi fare.
In realtà sono così incazzato anche perchè in Romanzo Criminale il mio personaggio non è stato interpretato da nessuno e nell’inchiesta Mafia Capitale il mio nome era sempre coperto dagli omissis.
Ao, ricordateve na cosa: a Roma ancora adesso nun cade foglia ch’er Babbo nun voglia.

(Articolo di pura fantasia, qualsiasi riferimento a fatti e persone è puramente casuale).

Buon compleanno Aigor!

10 Dic

Oggi compie gli anni il mio amico Ivan, noto anche come Aigor, il Toro ed Ivanov.Per ragioni di spazio e buoncostume tralasciamo i vezzeggiativi di letto che gli sono stati affibbiati in tanti anni di onorata carriera.

Forse per la distanza.
Forse perché crescendo (noi non invecchiamo…) gli amici coi quali stiamo veramente bene giocoforza diminuiscono.
Forse perché la genialità non sempre sceglie la maschera più sfavillante ed appariscente.
Forse perché con quell’umorismo sottile galleggi, resisti ed attacchi.
Forse perché sei un romantico informatico (ovviamente feticista).
Forse perché quella flemma è tanto rilassante quanto inquietante (ogni tanto urla, cazzo, urla!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!).
Forse perché sei molte cose che certi nemmeno immaginano.
Forse perché a volte fai veramente incazzare.
Forse perché spesso insegni.
Forse perché se non sono un po’ folli non li vogliamo.
Forse perché metti al centro le persone (e poi non gli spari).
Forse perché hai il karma un po’ difettoso (lo hai detto tu, eh?).

Forse per quelle chiacchierate sul Pandino (rigorosamente 1^ serie) su delle strade improbabili  (tranquillo, non eravamo intercettati).
Forse per quel tuo essere un po’ filosofo senza saperlo (e volerlo).
Forse perché certe baracche segnano l’anima (e un po’ anche il fisico).
Forse perché sei uno che ha delle intuizioni (cit.).
Forse perché ti meriti sempre qualcosa in più.
Comunque sia, auguri vitellone!

Certe notti Io penso positivo

20 Nov

(Articolo scritto in collaborazione con Imerio Bolognini, Mauro Pigozzi ed Aurelio Corsini, alias Nelson Bolognera, Ramuo Gopizzi e Karl Aurel Kohrsin).

Per comprendere la fenomenologia dell’Italia dell’ultimo ventennio si deve necessariamente passare da loro: Luciano Ligabue e Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti.
Perché la loro genesi e metamorfosi corre parallela a quella del Paese.
A volte è qualche metro avanti alla gente, in altre occasioni a ruota ad inseguirla, perché il cliente ha sempre ragione.
Che Lorenzo non sappia cantare è tanto risaputo quanto ininfluente (anche Francesco Bianconi non è un virtuoso dell’ugola, ma lui ed i Baustelle si fanno ricordare per altri trentotto buoni motivi).
Se Jovanotti fosse una canzone sarebbe Il Potere dei più buoni del Signor G, se fosse un conduttore sarebbe Fabio Fazio, che non lesina di chiamarlo in trasmissione per la liturgia del salomonico volemose bene.
Se fosse un politico sarebbe Renzi, perché incarna ed alimenta il renzismo e sostenendolo in pubblico fa campagna pubblicitaria anche a se stesso (chi si somiglia, si piglia).
Jovanotti – contrariamente a quanto propinato dalla presunta stampa specializzata – ha raggiunto il suo acme e la sua dimensione più autentica ai tempi di Gimme five e La mia moto.
Poi è cresciuto, certo, si è documentato ed ha studiato.
Sicuramente Comunicazione e Marketing.
Il Jova è il Profeta dell’happy ending, un guru della rivoluzione indolore (dunque inesistente).
Nel suo magico mondo vagamente fiabesco il Bene vince sempre sul Male e l’unico effetto collaterale è che le sue canzoni d’amore devono essere vietate ai diabetici causa eccesso di melassa.
Lui non detta la linea (d’altrone “niente più leader a guidare le masse”), racconta semplicemente loro quanto richiesto, per farli sentire impegnati senza il bisogno d’impegnarsi, la perfetta auto-assoluzione di una generazione scarsamente esigente e senza mordente.
All’invettiva risponde con l’apparenza patinata, all’originalità preferisce la supercazzola.
Antiberlusconiano quanto basta per essere accettato dalla (fu) intellighenzia, quella barba inutilmente lunga tradisce più un perbenismo interessato che un messaggio incendiario.
Se la sinistra è quasi collassata lo si deve anche dagli artisti da cui si è fatta rappresentare: tanto banali quanto pavidi, melliflui, edulcorati ed equilibristi per scelta e pure per vocazione.

Su Ligabue la mia generazione potrebbe scrivere un Trattato.
Si è inserito abilmente nel solco lasciato tra la musica sfacciatamente ribelle dei Litfiba e quella melanconicamente contro di Vasco, con un’iconografia fresca ed ammaliante per piacere alla figlia ma anche alla mamma: look vagamente indiano, stivaletti, capello lungo ma non troppo ed un sorriso coinvolgente da bravo ragazzo.
Rockettaro si, maledetto no (sia mai).
Questo cerchiobbotismo sarà il suo tratto distintivo, il suo stilema.
Ha sempre detto di voler raccontare solo storie.
E così ha fatto, ed anche bene (almeno fino a Buon Compleanno Elvis, poi le sonorità graffianti degli inizi hanno salutato la folla che nel frattempo si è fatta più nutrita).
Ma l’ispirazione di un artista è figlia dell’insoddisfazione, di qualcosa che non ti va e che vorresti cambiare, di un vuoto da riempire, anche della semplice incazzatura finchè sei giovane.
Tutte situazioni estranee al rocker di Correggio.
Basti pensare che mentre gli Anni Novanta implodevano nello stesso istante in cui erano nati (http://shiatsu77.me/2014/09/29/la-speranza-faceva-novanta/) lui manco se ne è accorto, perché se ne stava comodamente da Mario a giocare a briscola.
E parlava di quello (perché poteva solo parlare di quello).
E a noi piaceva (proprio perchè parlava di quello).
Non aveva alternative, al banco del bar il coraggio e la creatività non si potevano ordinare.
Ha poi voluto fare il poeta ma gli assi – essendo solo quattro – finiscono in fretta.
Noto cultore di se stesso, ha corroborato la propria agiografia fra libri, film e mega-concerti (alcuni riusciti, altri decisamente più infelici).
Sempre ecumenico, sempre nazionalpopolare, sempre attento a non scontentare nessuno (ovvero tutti), è un un Bruce Springsteen de noantri.
Ligabue è quello che vuole fare il tipo de sinistra ma senza che gli disturbino l’Happy Hour.
Le poche volte che si è schierato (frequenti come un rigore contro la Juve a Torino) ha fatto seguire, il giorno dopo, un passo dall’altra parte come il Manuale del perfetto equilibrista insegna a pagina uno.
Quella lagna monumentale che è Una vita da mediano non credo sia un’inno ai più umili o ai tenaci che senza talento possono farsi spazio nella vita, ma l’ammissione (involontaria o meno) che lui non sarà mai un Johan Cruijff ed allora meglio tenersi buono l’alibi nel taschino o nel cassetto.
Anche nell’ultimo album che gli esegeti della domenica han definito contro chi ci ha ridotto così (sic), quando proprio gli si chiude la vena esonda con “Siamo il capitano che vi fa l’inchino/siamo la ragazza nel bel mezzo dell’inchino/siamo i trucchi nuovi per i maghi vecchi” o addirittura “C’è qualcuno che può rompere il muro del suono/mentre tutto il mondo si commenta da solo” e financo “Chi doveva pagare non hai mai pagato l’argenteria”
Oh però, non le ha manda mica a dire il Liga, gliele ha proprio cantate chiare.
A memoria d’uomo l’unica canzone con cui Ligabue – anziché prendersela col cielo e logorarsi per il tempo che non sarà mai il suo – punta il dito contro qualcuno è Il Gringo (versione ’91 e ’94).
Ma dev’essere stata una brutta esperienza, quindi meglio non suonarla dal vivo (o farla passare alla radio) per non rievocare fastidiose sensazioni.
Le partite si possono vincere e perdere, Luciano Ligabue le ha sempre pareggiate senza mai scendere in campo.

Jovanotti e Ligabue sono artisti che si tengono ormai a galla da soli e senza nemmeno nuotare, organici non più ad un’idea o ad uno stile ma a qualcosa di liquido come lo Zeitgeist.
Il sistema è veramente contento di farsi contestare da due così, cioè da se stesso.
Sono artisticamente corretti (quindi un ossimoro) e come tutti i conformisti di solito stan sempre dalla parte giusta (cit.)
“Come si conviene farò di tutto per parlare/come si conviene di soldi e di politica/tutto per bene andrà come doveva andare” (Max Gazzè dixit).
Per entrambi la sintesi finale viene dal mitico Sabba “Ma quando ascoltano le loro canzoni, si piaceranno?”.

Dieci sportivi per me non posson bastare

23 Ott

Sono di moda e mi stanno sul cazzo.
Forse proprio perché sono di moda, forse perché sono delle catene di S.Antonio, quindi un modo edulcorato di schedare e manovrare le persone.
Parlo delle nomination in voga su Facebook, pur nella nobiltà degli argomenti trattati (letteratura, cinema, sport).
Il dovere (e la voglia) di rispondere ad una lista in stile deluxe di Ime, mi hanno spinto ad allinearmi.
Non nomino nessuno (e ci mancherebbe) ma siccome il blog è mio le regole verranno un pò cambiate (il potere di chi non è stato eletto da nessuno).

Ayrton Senna da Silva
In lui sapevano convivere due fuoriclasse in perfetta simbiosi fra di loro: l’uomo ed il pilota.
Aveva qualità talmente adamantine che la genialità pareva aver scelto lui per fare bella mostra di sé nella sua forma più pura.
Nelle corse ha cambiato la percezione spazio-tempo.
Una delle poche persone per cui valga la pena essere tifosi.
(vedi anche http://shiatsu77.me/2014/08/28/oltre-il-mito-oltre-la-leggenda/).
Marco Van Basten
Certi giocatori quanto siano forti non lo capisci dai gol-capolavoro e/o decisivi o dalle giocate-monstre.
Basta guardarli effettuare un semplice retropassaggio.
Van Basten era il prototipo del giocatore perfetto ma senza rinunciare a quella magia che contraddistingue i geni.
Classe, cervello e muscoli (epici i suoi duelli con Vierchowod).
Una volta disse ad Ancelotti “Tu passami la palla, poi corri ad abbracciarmi”.
Tanto talentuoso quanto riservato, il cigno di Utrecht quando smise di giocare a causa della caviglia malconcia stava ancora migliorando, porca troia…
Karl Aurel Kohrsin al fantacalcio riuscì a vendermelo rotto, facendomi svenare.
Al cuor non si comanda.
Roberto Baggio
Ecumenico a sua insaputa, ha saputo unire tutte le tifoserie d’Italia (dote taumaturgica).
La natura gli ha fatto dono di una classe sopraffina (forse qualcosa di più) ed un carattere ed una tenacia d’oro, salvo farglieli pagare caro col dolore degli infortuni.
Baggio è stato più forte di tutto (dei suoi legamenti, di certi suoi allenatori, dell’età, dei pregiudizi e dell’invidia).
E’ stato il miglior giocatore italiano di sempre.
Qualcuno ha pure avuto il coraggio di discuterlo.
Perdonali, Robertobaggio.
Ruud Dil Gullit
Al Psv giocava attaccante, al Milan da seconda punta e sulla fascia, alla Samp ha fatto il centrocampista centrale ed infine al Chelsea il libero.
In mezzo a tanta ecletticità, treccine e spettacolo allo stato puro, trovava il tempo per castigare una pletora di donzelle.
In un derby con una sbega ravvicinata trafisse Zenga.
La rete della porta si sta ancora muovendo.
Era il 1988.
Alberto Tomba
Sbruffone, donnaiolo, cazzaro.
Subito a pensare ad un politico, eh?
Parlo invece di Alberto Tomba, che aveva una qualità in più:era geneticamente costruito (in un unico esemplare protetto da clonazione) per stupire sulle piste di tutto il Mondo.
Per lui (giustamente) l’Italia si fermava.
Grazie a lui tutti gli italiani sono diventati esperti di sci (esclusa Ivana Vaccari).
Il re dello sci e della disponibilità (per forza, è un vitellone emiliano).
Dei due fratelli lui è quello di successo, quello sfigato è Alex l’ariete.
Zdenek Zeman
In un dizionario illustrato la sua foto comparirebbe accanto alle parole
idea, coerenza, coraggio.
Refrattario al compromesso, è un antidoto alla noia e all’ipocrisia.
Chi lo ha detto che i grandi comunicatori devono essere loquaci?
La saggezza e la sincerità danno fastidio, per questo lo adoro.
(http://shiatsu77.me/2012/08/06/il-maestro-boemo/).
Motomondiale 2 tempi
Qui faccio il purista:le moto da corsa devono essere dei 2 tempi.
Più meccanica, zeru elettronica.
In quegli anni l’odore (profumo?) di miscela ed il rumore metallico che diventava un urlo lancinante facevano da colonna sonora a battaglie per uomini veri.
Prima di parlare di moto è obbligatorio conoscere quegli anni, please.
Christofer Roland Waddle e Gianluigi Lentini.
Impazzisco per le ali (meglio se vecchio stampo), i veri ribelli del calcio.
Ognuno ha le proprie manie.
Chi ama farsi 216 selfie al giorno, chi comunicare con le slides.
Qualcuno da giovane ha pure partecipato alla Ruota della Fortuna.
Non ho mai visto nessuno saltare l’uomo (anzi, gli uomini) con tanta facilità come Chris Waddle.
E’ l’esempio didascalico di cosa sia il dribbling (non fine a se stesso, lui puntava alla porta…): chiedere a Paolo Maldini.
In quell’andatura un pò insolente da cavallo pazzo con le chiome al vento c’era tutto Gigi Lentini.
Senza quel maledetto incidente di merda…
Italvolley ’90
Ai miei tempi girava ancora la fionda che la pallavolo fosse roba per le femmine.
Ovviamente una balla, tipo che la legge è uguale per tutti.
Quella squadra emanava un senso di potenza primordiale unendo l’estro dei latini ad un’organizzazione teutonica.
Rimpiango di non aver provato a giocare un pò seriamente (ho una battuta devastante).
Cristiano Doni
Ma come, un giustizialista come me?
Sì, perché aveva quintalate di talento senza essere un predestinato ed era un rappresentante dei fenomeni di provincia, quelli che riducono le distanze fra i protagonisti e gli amanti del pallone.
Prima mi ha emozionato, poi mi ha deluso.
Finale Usa-Croazia Olimpiadi 1992
In quegli anni mi stavo interessando al basket.
Poi abbandonai.
La stessa cosa che avrebbe dovuto fare con la politica un certo Matteo R.
Il rimpianto fu di non vedere la dissolta Jugoslavia giocarsela col Dream Team, ma in un parquet dieci cestisti così forti io non li ho mai più visti.
Dieci?
No, c’erano anche le panchine.
Micheal Johnson
Adoro gli sprinter, per me l’atletica sono loro.
Michel Johnson mi attirava per quello stile un po così che possedeva solo lui, col quale corroborava e condiva le sue tante vittorie (con record).
Quando mi alleno (o meglio, cerco di fare pari con quello che mangio e bevo) esibendomi nei miei proverbiali (bello vero) e prodigiosi (si dai) allunghi, inconsciamente mi viene da imitarlo.
Solo che io faccio pena.
Vincenzo Montella
Il sodalizio iniziò dopo aver visto un suo gol: una girata al volo di sinistro (pleonasmo) quando ancora indossava la maglia del Grifone.
Da allora ogni volta che l’Aeroplanino ha decollato, io volavo con lui (le hostess però non hanno mai premiato la mia fedeltà).
Giocate mai banali, poco aduso a gossip e velinate, è uno degli attaccanti più dotati della sua generazione (e non solo).
Potrebbe rompere il tabù che vuole come bravi allenatori solo gli ex-giocatori “di sostanza”.
Carlos Sainz
Ha vinto “solo” due Mondiali Rally, ma ho avuto conferma nella sua grandezza nelle sconfitte.
Quando aveva una macchina palesemente inferiore (diceva che preferiva essere apprezzato ed in armonia col team piuttosto che avere il mezzo migliore) o quando nel ’98 si ruppe la sua Toyota a pochi metri dall’arrivo impedendogli di vincere l’iride.
Pianse dalla delusione
Vinse ugualmente.
Zlatan Ibrahimovic
Nove volte su dieci quelli come lui non li sopporto.
Quando ancora ero un tifoso dovevo odiarlo, perchè lo temevo.
Come riesca a far convivere tanta grazia in quel fisico è insieme un mistero ed il suo stilema.
Il suo modo d’essere (fra tanti Playmobil) è un rifiuto all’omologazione in un mondo capziosamente individualista ed in realtà standardizzato.
Antonio Cairoli
Lo so, in tanti di voi non sapranno di chi stiamo parlando.
Un pò quello che accadde qualche anno fa ad un congresso di un partito quando Gianfranco Fini pronunciò la parola legalità.
Si è tatuato la frase “Velocita, fango e gloria”.
Sono tipi strani questi crossisti.
La sua superiorità sugli avversari è quasi irriverente, rende facili cose che decisamente non lo sono.
È gia una leggenda del suo sport, infatti in Italia è un semisconosciuto.
(http://shiatsu77.me/2013/09/20/minchia-che-roba/).
Alex Zanardi
Con lui il rischio di cadere nella retorica è alto.
È più alta la stima e l’ammirazione per l’uomo.
Anche il pilota non era male.
Tutte le squadre che hanno battuto la Juventus
Basta la parola.
Come il confetto Falqui.

Il Patto del Nazzareno prevede anche che possa aggiungere qualche nome spot: Stefan Everts (ha vinto dieci titoli mondiali di Motocross, ho detto dieci), Francesco Totti (è secondo solo a Baggio), Massimiliano Biaggi (quando vinceva non lo cagavo, l’ho apprezzato col tempo), Valentino Rossi (sempre tifato contro, ma certe cose erano notevoli anche per me), Nils Liedholm (sciao Liddas!), Gianmarco Pozzecco (un pazzoide), Manuel Rui César Costa (le sue verticalizzazioni ed i suoi assist erano meglio di un gol), Gabriel Omar Batistuta (con lui in campo si partiva perlomeno con l’1-0), il Torneo di Cola (perché era il Torno di Cola), qualche reminiscenza milanista (George Weah, Franklin Edmundo Rijkaard, Paolo Maldini e Franco Baresi), Miki Biasion (l’ultimo iridato italiano su macchina italiana nei Rally), Luca Cadalora (centauro fantastico), Carlo Mazzone (il calcio d’oggi non merita più uomini così), per finire con Oronzo Canà, Andrea Margheritoni e John Fashanu detto anche La Personcina (Peo Pericoli docet).
Lo so, ho esageratro.
Ma se mi venisse in mente qualcun’altro…

L’invadente

13 Ott

La famiglia dei curiosi (nella sua accezione più negativa) e degli invadenti è composta da molte specie.
Piero Angela potrebbe dedicargli un’intera stagione del suo Quark.
Se non sono ancora protette dal WWF è perché il loro numero anziché calare aumenta e non mette a rischio la loro estinzione.
Purtroppo.
Presentano un evidente scollegamento fra il lobo frontale e quello temporale.
Scollegamento dovuto all’assenza del primo.
Le specie sono tante, tutte fastidiose, ma queste due spiccano imperiosamente.

Dove vai se la ragazza non ce l’hai?
La premessa: hai più di trent’anni e per un camion rimorchio di cazzi tuoi, sei single.
Oppure, stai insieme ad una persona da più di 18 mesi ed ancora non sei sposato (ma che birbante…).
Ti vedono (non è vero, ti stavano pedinando da più di due ore e per l’occasione indossavano l’impermeabile, la barba e gli occhiali finti e fingevano di leggere un quotidiano del 1987 con un buco al centro e girato al contrario) e col loro incedere dinoccolato si avvicinano a te con lo sguardo fra il bovino ed il vitreo di chi ti vuole chiedere una sola cosa.
E te la chiedono
L’originalità non rientra fra le loro qualità.
A pensarci bene non ne hanno, di qualità.
Groucho Marx avrebbe detto .
Inutilmente giunti alla terza età, questi perpetui – con l’acquolina in bocca per la ghiottosa occasione – pongono la domanda che è una chiara sublimazione dell’amplesso (senza preliminari, però).
Anche perché molto realisticamente la loro unica possibilità di avere un erezione è che gli venga un crampo.
A seconda della tua condizione di reprobo è pronta la relativa scudisciata.
Ipotesi A:
Ipotesi B:
Rispondere con le buone maniere o col protocollo della corretta educazione con loro non serve.
E’ dannoso.
E’ sbagliato.
Perché il rispetto va prima di tutto meritato.
Ne sa qualcosa il Marti, che esacerbato da un petulante (mis)conoscente, una sera in un locale rispose – da genio qual’è – al solito, fastidioso, interrogativo (l’ipotesi A, per la cronaca).
, tuonò deciso.
, breve pausa da attore consumato.
<Perché, lo sai vero che sono gay…?>

Zittito.
Definitivamente.
Voto: 10 e lode.
(Info per il vecchio stalker sclerotico: la storia sulla sua omosessualità era inventata).

Cercasi bebè (altrui) disperatamene
Nonostante la pletora di attività che deve svolgere un genitore loro riescono sempre a ritagliarsi il tempo per un sano proselitismo della procreazione altrui.
Sono i genitori afflitti da consiglite.
Spesso non lo fanno con cattiveria, anche se il risultato finale addurrebbe proprio al contrario.
Non lo faranno con cattiveria, ma certamente neanche con un gran tasso di intelligenza e sensibilità.
Incontrarli?
Decisamente meglio cagarsi addosso.
Poiché sentono il bisogno di evangelizzare voi, coppia di paria che si trova nella disdicevole situazione di non avere ancora figli.
Viene il dubbio che siano soci occulti della Pampers o che vogliano partecipare al concepimento.
Molto più prosaicamente devono mettere il becco negli affari vostri.
Il loro repertorio è vario.
(Non accettano più prenotazioni, siamo in fila…).
(Sì, di mandarvi affanculo e darvi uno sgrugnone per uno).
(Adesso???Davanti a tutti ci vergogniamo un po’ …).
E’ vero: la gioia di un figlio è semplicemente indescrivibile.
Ma arrogarsi il diritto di entrare nella sfera più intima di due persone è un comportamento irrispettoso.
Perché una coppia, un bambino, potrebbe appena averlo perso, potrebbe essere impossibilitata ad averne, potrebbe cercarlo (anche con cure pesanti) da anni senza che questo arrivi o potrebbe essere divisa proprio sull’argomento.
E poi il desiderio di avere un bimbo mica si alimenta con le raccomandazioni del primo stronzo che capita.
Solo chi ha scoperto quel Mondo può apprezzarne la sua immensità, ma avere figli non è obbligatorio, non ci si realizza solo coi figli.
Ci sono persone stupende che non hanno figli e persone che invece ne hanno e che sono quel che sono.
E certe altre è meglio che non ne abbiano proprio.
Ma tutto questo i soloni della figliata non lo sanno.
Ed è inutile perdere tempo in improbabili dissertazioni: non discutere mai con idiota, la gente potrebbe non notare la differenza (cit.)
Figuriamoci con due, di idioti.
Gli ingenui – che dopo la nascita della loro creatura credono di essersi messi al riparo da questi fanatici ficcanso – non conoscono la loro pervicacia.
Il secondo figlio (vostro) rientra nei precetti della loro pesante liturgia.
Mentre il loro magico mondo offuscato (al pari del loro cervello), è abitato solo da un misto fra la Famiglia Bradford e quella del Mulino Bianco.
E loro alacremente continuano nella diffusione del Verbo.
Così, per sentito dire.
Per consuetudine.
Perché qualcuno, anni fa, gli disse che era giusto così.
Ecco, qualcuno (ancora prima) non era meglio se quella sera fosse andato al cinema?