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Déjà vu, aller plus loin s’il vous plait

14 Nov

Come tanti miei amici ho deciso di non commentare i fatti di Parigi e di evitare accuratamente Facebook per qualche giorno (non ci siamo messi d’accordo, è stata sintonia).
La decisione è stata presa perché non c’è la volontà di capire cosa sia successo, di analizzarne le cause, di conoscere il fenomeno.
Di allargare il campo.
Sui social come in Tv e come al bar.
Anche il cordoglio e la prostrazione sembrano eterodiretti.
Tutta ‘sta retorica, ‘sti post di merda messi alla cazzo di cane senza conoscere niente – e soprattutto senza sforzarsi di intuire niente – sono l’emblema del genere umano guidato da tutto fuorché dall’intelligenza.
In quel modo le vittime vengono profanate ed uccise una seconda volta.
Una precisazione.
Doverosa perché qualcuno è talmente abituato ad essere strumentalizzato che ormai vive di quello.
Non sono filo-arabo (tutt’altro), non sono filo-americano/occidentale (tutt’altro).
Non sono filo un cazzo.
Sono interessato a comprendere quello che mi succede intorno con nessi,annessi e connessi che riguardano il genere umano,ma voglio essere IO a farlo con la mia testa.
E non con la testa (di cazzo) degli altri.

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Vite da Terza Repubblica

27 Ott

Mancava alla sua (già) nutrita biografia.
E mancava a se stesso, per interposta persona del suo ego.
Fortunatamente il primo romanzo di Andrea Scanzi è molto meglio del titolo – La vita è un ballo fuori tempo – per il quale Ligabue potrebbe tornare a bussare alla porta (come per il precedente Non è tempo per noi) rivendicando qualcosa.
Ma Scanzi in casa ha due cani di grossa cilindrata.
Ci teneva parecchio – proposito volutamente malcelato – ed ha finito col metterci dentro tutto l’Andrea Scanzi che bramava di scrivere un romanzo.
Tutto e forse anche troppo.
A volte la ricetta migliore non è quella che annovera tutti gli ingredienti, come il musicista non deve esibire interamente il repertorio in una serata.
Peccati riconducibili all’orgoglio ma pure dettagli che il talento riesce ancora a sistemare, ed ecco una storia di parecchi animali domestici nella giungla della Terza Repubblica, fra ottuagenari agguerriti e quarantenni deboli, col grottesco che è al potere ed un popolo senza nervo che lo alimenta, tra lo svilimento di chi potrebbe (e dovrebbe) lottare, condito con l’amore, il disincanto, i rapporti umani, l’amicizia e l’onestà intellettuale.
Il tutto raccontato in maniera oltremodo personale dall’autore.
Affidandosi a dialoghi icastici, alle sue passioni, alle sue manie e a qualche ostentazione di troppo della propria scibile.
I paradossi sono efficaci a descrivere la realtà quando la realtà è un paradosso.
Perché nel libro si ha spesso la sensazione di personaggi eccessivamente caricaturali, di situazioni quantomeno forzate, ma questa società imperniata sull’apparenza e sullo slogan non è esattamente così?
Scanzi ha solo esacerbato – a modo suo – un cortocircuito reiterato e vieppiu percepito da pochi.
E chissà, magari ha solleticato in ogni lettore la propria rivoluzione personale e l’autodiagnosi sul livello di sopportazione raggiunto.

Lo scrittore di Cortona è uno degli intellettuali più preparati e poliedrici del panorama italiano.
Sicuramente della sua generazione, probabilmente in senso assoluto.
Spontaneamente bulimico di cultura, ha l’arma dell’ironia nella fondina che usa nel duello, nella scudisciata ed anche nel cazzeggio.
Ed avvalora la tesi che sia più ficcante il sarcasmo che l’acredine perenne.
Specie quando è alternato all’invettiva e alla speculazione interiore, lambendo così tutte le corde del lettore.
La scrittura di Scanzi ricalca il personaggio, tanto eclettica quanto difficilmente catalogabile.
Soave, per un parallelismo a lui gradito.
L’eclettico Scanzi scrive come pochi ed usa gli avverbi e le parentesi come nessuno.
Nel romanzo ci sono massime notevoli ed aforismi che torneranno utili a qualcuno in quest’epoca della citazione facile.
Anche se a pagina 284 nel termine “poteva” ci sono forse gli estremi per l’apertura di un’inchiesta per mancato uso del congiuntivo che probabilmente verrebbe archiviata perché la situazione si prestava ad una doppia interpretazione.
Nei personaggi non è difficile scorgere delle proiezioni di se stesso e di chi – per osmosi o per refrattarietà – è transitato nell’animo dell’autore.
La penna del Fatto sul bancone della libreria ha esposto anche le proprie debolezze, dimostrandosi una persona decisamente più sensibile (nella sua accezione più nobile) di quanto oramai il personaggio non gli conceda di essere.
Pardon, di apparire.

Questo libro è un investitura per il criminoso Scanzi (l’epiteto lo capiranno i seguaci di vecchia data).
Perché combattere vigorosamente il renzismo e prima il berlusconismo (all’incirca la stessa cosa) è giusto e doveroso.
E lanciare stilettate per far emergere la vergogna tenuta sottotraccia è perlomeno edificante.
Ma Andrea deve andare oltre.
E smascherare chi muove queste marionette che a turno il cittadino-tifoso assurge a salvatori della patria in un pernicioso messianismo 2.0.
Primo Levi affermava che ogni epoca ha il suo fascismo.
Oggi è rappresentato dal Pensiero Unico dominante e dai suoi esegeti turbo-liberisti, da invasati tecnocrati e da oligarchi autorefernziati che sacrificano le regole, la salute e la dignità all’altare della crescita infinita, nuovo verbo del Potere.
Quelli che l’uomo se va bene è un mezzo, ma spesso è solo un intralcio.
Di frequente confusi col Bene, fomentano guerre, s’inventano le crisi solo per giustificare soluzioni estreme, mistificano i fatti e financo la storia.
Sono gli epigoni di quelli che Pasolini già cinquant’anni fa aveva messo nel mirino della sua penna al curaro intuendo quale sarebbe stato il pericolo per quella (e questa) società.
Un solco che uno come Scanzi deve continuare a scavare in questo terreno da rigenerare.

Chi è il nemico?

12 Set

Ogni epoca ha il suo fascismo, scriveva Primo Levi.
Bisognerebbe però individuarlo.
E non ex post.
Perché più che fra destra e sinistra (categorie che un senso ce l’avrebbero ancora, ma sono spesso strumentalizzate) o fra conservatori e progressisti (contenitori inventati dal medesimo produttore, quindi privi di significato) dovremmo iniziare a svegliarci e capire chi dà la precedenza all’uomo e chi alla crescita economica, chi difende i diritti degli esseri umani e chi il profitto tout court.
L’uno (il profitto) sacrifica l’altro (l’uomo).
Tanti dei nostri mali nascono da lì, dal turbo-capitalismo e dai suoi derivati (in senso lato): sull’altare del guadagno e della crescita infinita sacrifichiamo noi stessi.
Perché in nome del Sacro Utile ci sarà sempre un posto dove produrre a minor costo.
E spazio per comunicare ad una famiglia che il lavoro c’è, ma a tempo determinato ed in Romania.
Sono le riforme che ci vogliono propinare, è bene ricordarselo quando qualche maggiordomo ripete a pappagallo la nauseante filastrocca.
Questo nuovo (esiziale) Positivismo si avvale della tecnologia, di neologismi e di tecniche di manipolazione mentale per far credere che non esista un’alternativa (http://shiatsu77.me/2014/11/10/il-manifesto-del-pensiero-unico/).
E di una pletora di rabdomanti abili nel cercare pensieri contorti per aumentare la sofferenza umana e rendere felice un’entità astratta:il mercato.
A ben vedere non c’è mai stato un epocaa storica in cui l’uomo non sia stato oppresso, soggiogato e vessato, ma dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Settanta è stata fatta un incetta di diritti che oggi stiamo perdendo uno dopo l’altro.
Mancando l’opposizione e la resistenza diveniamo come il figlio che lapida quanto messo da parte dai genitori con la fatica ed il sudore e che dissipa i loro preziosi insegnamenti.
Fra le 269 colpe di Berlusconi nel suo ventennio di occupazione delle istituzioni c’è pure quella di averci distratto dall’evoluzione 2.0 del Capitalismo d’Assalto Mondializzato.
O forse l’avevano messo lì anche per quello.
Sempre coglioni noi.
Due volte.

Non si tratta di mettere in discussione un sistema economico che ci ha garantito una buona qualità di vita e svariate possibilità, semmai di stigmatizzarne le esasperazioni.
Da quando cioè gli ammerricani si sono arrogati il diritto di porre in atto la fase 2 per fare più affari.
Chiunque anteponga il capitale all’essere umano è semplicemente da disprezzare.
Un mezzo punto di Pil per costoro vale un taglio alla sanità ed alla scuola (renziani, come le chiamate nel vostro linguaggio jovanottesco?).
La crescita del fatturato giustifica l’utilizzo degli Ogm e il depredamento dell’ambiente.
La conquista di una quota di mercato o di un target price vale i licenziamenti di massa ed il precariato a vita (edulcorati con balsamici termini inglesi).
Il guadagno consente di avvelenare il cibo.
Anche quello dei bambini, certainly.
Lo stesso livore meritano i cosiddetti schiavi che invocano le catene e la frusta.
Ovvero gente comune che da questo sistema non ottiene nulla se non le briciole.
Soldatini volontari in ferma continua addetti alla propaganda e al proselitismo.
Dei subalterni anche di se stessi che mettono nella merda tutti gli altri.
Perché il protocollo prevede di rendere reprobo chiunque osi dissentire, tacciandolo dei più infamanti epiteti ed isolandolo (quando va bene).
Ormai, paradosso che sancisce l’assenza totale di valori, solo le malattie e l’inquinamento – quindi due prodotti della modernità – sono rimaste eque e democratiche:possono colpire e fare danni a chiunque.
Ma ho l’impressione che siano finite a libro paga pure loro.

Se oltre al dettaglio analizziamo anche l’insieme, appare evidente come tutto sia riconducibile al Dio Denaro e alle pericolose liturgie messe in atto per venerarlo.
Le declinazioni fanno riferimento al peccato originale.
Il liberismo globalizzato si inventa gli shock e le crisi (e vive di shock e di crisi) per alimentare se stesso.
Crea conflitti per poter intervenire militarmente.
Fomenta scontri e tensioni sociali con la scusa ecumenica del sincretismo.
Annienta interi popoli con una multinazionale.
Genera dittature per esigenze o esperimenti di mercato.
Ed utilizza sempre il paravento del benessere.
Dietro alla favola dell’uomo cosmopolita si cela una mercificazione dell’individuo per ingrassare una delle più pericolose entità astratte: il mercato.
Tutto è trasformato in azienda.
Ormai non si produce più per consumare, ma si consuma per produrre (Massimo Fini dixit).
La politica al cospetto dell’economia è divenuta un teatrino.
Prima, con l’economia, si sedeva allo stesso tavolo a trattare, ora sta sotto ed in ginocchio.
Quando parliamo di valori dell’Occidente dovremmo renderci conto che questi non esistono più, forse non sono mai esistiti.
Se non in piccoli nuclei o gruppi di persone che appunto il mercato globale non tollera.
L’uomo riunito in comunità (piccole come la famiglia o grandi come uno Stato) non va bene perché da solo è più fragile.
I soli gruppi consentiti sono quelli di potere, lobbistici e para-massonici.
Gli Stati sono usati come sicari ma sono a loro volta vittime.
L’economia moderna abiura le tradizioni e le identità perché con un unico target di mercato l’ufficio marketing tribola meno.
Anche l’immigrazione (tema da trattare a parte) quando non è causata dalle guerre (quindi dai soldi, si picchia sempre lì) è generata e creata per offrire manovalanza alla criminalità, manodopera a basso costo alle imprese e per destabilizzare la pacifica convivenza col metodo meschino di vendere un luccicante El Dorado occidentale disponibile per tutti, il che spiega anche certi comportamenti e certe pretese di chi arriva.

L’uomo è l’essere vivente più intelligente ma è anche il più bravo ad autodistruggersi e a limitare la propria libertà.
Da sempre ha bisogno di dogmi e di strumenti di controllo da parte del potere e della classe dominante.
L’Illuminismo – allora necessario – ha in realtà solo scalfito il monoteismo religioso e ne ha creato un altro, quello del capitale.
Rosa Luxemberg asseriva che il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome.
E’ un precetto che dovrebbe seguire anche chi non ha velleità sovversive.

Tutto in nome del business, spregio delle regole e delle leggi che possono e devono essere violate, assenza di etica,senso di onnipotenza, nessuna considerazione delle persone e dell’ambiente.
Trovate differenze fra il liberismo e la criminalità organizzata?

Ammalia, rende euforici, dà dipendenza.
Ricatta, chiede il conto.
Con gli interessi.
Sempre.
Rende bugiardi.
Toglie interesse per tutto il resto.
Isola.
Liberismo o droga?
O entrambi?

Questi fanatici del mercato globale non hanno pietà delle persone.
Noi non dobbiamo averne di loro.

Così parlò Massimo Fini

1 Giu

Due anni fa scrissi un articolo a cui tengo in modo particolare, questo: http://shiatsu77.me/2013/09/25/un-ribelle-di-69-anni/.
Ovvero un doveroso tributo ad una di quelle persone che ti hanno preso per mano facendoti poi camminare da solo, restando comunque sempre al tuo fianco: Massimo Fini.
La risposta del suo entourage fu per me un concentrato di autostima “Tutto azzeccato, solo sul vino hai sbagliato:beve quasi solo bianco.Gli farò recapitare l’articolo”.
Non so se Fini abbia mai letto quell’articolo e probabilmente non lo saprò mai, ma in cuor mio voglio (e devo) credere di sì.
L’impossibilità di saperlo alimenta e fortifica una fanciullesca illusione.

Leggendo la sua recente autobiografia – Una Vita.Un libro per tutti.O per nessuno – si ripercorre il burrascoso fiume di oltre mezzo secolo di storia d’Italia (e non solo), nel quale Fini ha sempre cercato di nuotare controcorrente.
Per scelta e per vocazione, quando il tornaconto da sempre esige il contrario.
Vedendo dove quel fiume è sfociato inutile dire chi avesse ragione anche se il polemista Fini si è sempre chiesto se non fosse proprio la ragione ad avere torto.
E’ considerato un alieno dell’informazione quando dovrebbe esserne un paradigma.
Allergico al conformismo ed alla retorica, saggiamente non ha mai assunto degli antistaminici né tanto meno inoculato vaccini per allinearsi.
La vita sciorinata in questo libro – vergato con quella scrittura semplice e magnetica che il giornalista regala – poteva essere solo la sua: col talento, gli affetti, le passioni ed i principi a specchiarsi coi vizi, le esagerazioni, la fragilità e qualche paranoia.
Una vita umana – accostamento divenuto ormai un ossimoro – che Fini ha voluto lustrare preferendo oscurare il successo.
Ma anche una vita irta di spine: alcune spontanee, altre coltivate dallo stesso scrittore.
Che a volte pare entrare in certe aggrovigliate contraddizioni (sulle donne ad esempio, ma servirebbe altro che un articolo) dalle quali fatica a districarsi lui stesso.
Nonostante sia innamorato della vita, nella sua alberga un rassicurante mal di vivere.
Fini, più di quanto non fiuti il suo istinto, è amato da tanti perfetti sconosciuti, che nell’ultimo libro cercano le affinità con l’autore e i parallelismi con la propria, di esistenza.
Raggiungono il parossismo tra il sogno e la convinzione di averle vissute, certe situazioni, come si rammaricano del contrario.
Nel suo ultimo lavoro il ribelle Massimo si è aperto come non mai, mettendo i panni dello psicologo di se stesso dopo esserlo stato per una ridda di persone.
E’ l’intellettuale meno mainstream che si sia, è stato pionieristico, ha vaticinato eventi e letto in anticipo (spesso da solo) i prodromi di ciò che sarebbe accaduto, ed in questa sua razionale autodiagnosi spacciata per biografia non ha ceduto alle sirene dell’autocelebrazione e dell’agiografia.
Mai altero, mai borioso, consapevole delle proprie qualità, conscio dei propri limiti.

In un articolo di qualche anno fa lo scrittore milanese esternò la sua stanchezza per lo scrivere tessendo una lode – che sapeva di desiderio – per il teatro (ed il teatro, a detta di tutti quelli che lo hanno fatto, ti entra dentro e non ti molla più).
Che io sappia non è più tornato sull’argomento, continuando a tracciare con la sua penna (e non solo) dei solchi che ha irrorato con la solita scibile.
Ma forse qualcosa covava.
Per qui macabri scherzi del destino impossibili da accettare, assieme al racconto della sua vita è arrivata un’ospite inaspettata (per noi, non per lui) che tutti vorremo respingere, la cecità.
E con essa la decisione di smettere di scrivere.
Motivazione razionalissima quella di temere di non garantire più la stessa qualità di lavoro (modestia autentica, chi legge il giornalista milanese sa che in ogni suo pezzo c’è dietro uno studio, una ricerca certosina ), ma anche scusa che il suo stesso background culturale potrebbe smontare all’istante.
Fra la miriade di insegnamenti che Massimo Fini ha lanciato c’è il rispetto per le scelte altrui.
Oltre al sacrosanto diritto di urlare le proprie opinioni, tutte.
Quei perfetti sconosciuti che lo amano hanno imparato a camminare da soli, ma senza di lui al loro fianco si sentono persi, smarriti, confusi.
E gli chiedono perlomeno di rifletterci, su quella scelta.
L’inconfutabile attestazione di quanto quest’uomo abbia compiuto finora.
La fatale investitura per uno della sua statura.

Mai dire Expo

8 Mag

Dunque sono arrivati a dire che quattro teppistelli figli di papà non rovineranno la festa e che è stato evitato il peggio.
E certo, poteva andar peggio, potevamo morire (cit.).
Vallo però a spiegare a quello a cui hanno bruciato l’auto, che magari era stata acquistata a rate e che sempre magari gli serviva per andare al lavoro in una località, ancora magari, non raggiungibile coi mezzi pubblici.
Prendendo per buone queste farneticanti dichiarazioni, delle due l’una: o il sistema d’ordine era perlomeno inadeguato (lo sapevano anche le poltrone Poang che ci sarebbero stati disordini, visto gli annunci Urbi et Orbi) oppure che li abbiano lasciati agire indisturbati.
O forse tutte e due, suggerisce qualcuno (si stanno riproducendo a vista d’occhio questi disfattisti).
I presunti contestatori – certamente teppisti – hanno compiuto gesti vili ed inaccettabili, finendo per divenire complementari a quel potere che sostengono di combattere, ergo rafforzandolo.
Ecco, capire poi se l’iniziativa sia tutta farina del loro sacco o se – come accade dalla notte dei tempi in Italia quando la protesta si sposta in piazza – siano stati manipolati a dovere è un altro discorso.
Così, a naso, se dovessi scommettere soquanti Euro -dopo una lunga meditazione e facendo ricorso anche al pendolino di Maurizio Mosca – credo che opterei per la seconda ipotesi, senza scomodare la teoria dei centri concentrici di Corrado Guerzoni.
In Italia vengono menati (“Con più gusto” aggiunge amaramente il Marti) gli operai, i precari, gli esodati, gli studenti (meglio se figli di operai, precari ed esodati) e nel dubbio chiunque abbia qualcosa da manifestare pacificamente (ndo cojo cojo).
Invece con gli spacciatori, gli stupratori, i pedofili, i maltrattatori dei minori e delle donne, coi ladri d’appartamento e coi violenti in genere (categoria alla quale appartengono i vandali di Milano) si applica volentieri il protocollo gandhiano chiedendo financo alle vittime di porgere pure l’altra chiappa.
Ma questi antagonisti della mutua sono responsabili anche di un altro tipo di violenza, meno palpabile ma altrettanto pericolosa perché subdola: aver isolato i veri dissidenti del Pensiero Unico ed essere stati i carpentieri che hanno cementato l’assioma “Chi si oppone all’Expo è un Black Block”.

Una mini-strategia della tensione, che non deve scalfire il giudizio sull’Expo.
Cioè esattamente quello che affermò il Rag. Ugo Fantozzi in riferimento alla Corazzata Kotiomkin (io non mi aspetto però i 92 minuti di applausi).
Si sentiva proprio il bisogno di togliere un pò di verde alla città di Milano che notoriamente ne ha parecchio e di profanare ancora la sua vituperata urbanistica.
Come anche di costruire una bella cattedrale nel deserto decontestualizzata da tutto, che finito l’evento avrà la stessa utilità di un fantasista negli schemi di Sacchi.
Cemento forever!
Anche perché queste “grandi opere” non attirano assolutamente tangenti e non sono un ricettacolo del malaffare.
Ci sono più indagati che addetti ai lavori.
Di “grandi” ci sono solo i reati.
Beh, il tema è ambizioso, si dirà: nutrire il pianeta.
Non male come supercazzola, anche se ultimamente c’è chi fa meglio.
Coi 100 milioni che spenderanno (tangente più, spreco meno) non era meglio provare a difendere e valorizzare commercialmente le nostre eccellenze alimentari?
Un nome su tutti:il Parmigiano Reggiano.
Come tutta la nostra produzione agricola.
Ancora, non era il caso di difendere realmente i paesi più poveri dalle politiche turbo-liberiste delle multinazionali? (Mauro Pigozzi docet).
Invece con una mano li hanno inviati e con l’altra poi li strozzano.
Ma che gentili…
Non era meglio fare una bella campagna per dire chiaramente alla gente che stiamo mangiando della gran merda e che ci stiamo uccidendo da soli?
Non era meglio incentivare chi quella merda cerca di non usarla?
Siete sicuri che agli sponsor (noti gigli di campo) interessi “garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri”? (sic.).
Uno slogan che ha più o meno la stessa valenza del “La legge è uguale per tutti”.
Il cibo è una cosa seria, non un’arma dell’Ufficio Marketing per ingrassare i soliti manigoldi.
L’Italia se avesse un piano serio, ambizioso e lungimirante sull’agro-alimentare risolverebbe tanti dei suoi problemi.
Ma vuoi fare un dispetto all’industria internazionale adorante il nuovo monoteismo della Globalizzazione?
Eh no, guai!
Per favore, le carnevalate facciamole nel periodo dell’anno dedicato.

Ma in parecchi sono nati per essere dei servi.
Peccato che col loro atteggiamento rendano tutti schiavi.
In più di un caso si tratta di persone affette da un evidente bipolarismo: nei giorni pari sostengono strenuamente il biologico, si battono indefessi per la raccolta differenziata, si organizzano nello spontaneismo dei Gruppi di Acquisto Solidali; mentre in quelli dispari e nei festivi si infilano la maglia del tifoso dell’Expo e spingono i figli con le rispettive scolaresche ad ammirare questo spettacolo irripetibile.
Trepidanti per il count down, emotivamente toccati dai ritardi dei lavori più che per quelli della compagna, acriticamente ripetono la giaculatoria della “Vetrina per l’Italia, straordinaria opportunità, pim pum pera e bla bla bla”
Per la serie:come rendere l’Expo una sublimazione dell’italianità.
Quasi sempre coincidono con quei tizi che ammaestrati a dovere affibbiano l’epiteto “gufi” a tutti quelli che osano provare a ragionare con la propria testa.
Simbolismo animale per simbolismo animale, loro ricordano molto i pappagalli e le pecore.
Pungolati a dovere riescono a reagire – nel loro parossismo- con un indomito “Ma a voi non piace proprio nulla?”
Purtroppo per loro ce ne sono a bizzeffe di cose che ci piacciono.
Sono più dubbioso invece su cosa ancora riesca a fare incazzare loro.

Figli di troika

7 Ago

Per ovviare alla cronica incapacità dell’Italia a governarsi decentemente in tanti accolgono con favore, anzi caldeggiano, ipotesi di commissariamento esterno.
La prima parte è inconfutabile.
Siamo il Paese dell’illegalità endemica dove chi è responsabile dei disastri si autoproclama a nuovo salvatore della Patria per risolverli.
Ce ne sarebbe abbastanza per una tragedia in piena regola, ma la gente (mai abbastanza pudica) riesce a ri-votarli pure ed ecco che finisce in farsa.
La seconda invece si può incasellare tra i sofismi ed i paralogismi.
O uno è compiacente e si confà al disegno criminale sottostante o è come minimo disinformato (le due categorie possono anche coincidere).
Ce ne sarebbe una terza: quelli afflitti da un masochismo latente, ma le percentuali sono da prefisso telefonico.
Credere che queste entità astratte non elette da nessuno, in nome di un’altra entità astratta (il mercato), risolvano i nostri problemi riconducendoci sulla retta via, facendoci pure patire sacrifici da Moloch (“Redenzione!”) è un concetto che sconfessa definitivamente la Legge Basaglia.
“Ce lo chiede l’Europa” e “Ce lo chiedono i mercati” sono le giaculatorie del terzo millennio.

Perché se qualcuno in questi anni si fosse addormentato – o avesse letto solo i principali quotidiani nazionali, cioè la stessa cosa – è meglio fare un riassuntino: è in corso lo svilimento dell’essere umano dinanzi al soldo, un processo di mondializzazione che passa attraverso l’omologazione dell’intero genere umano con relativa cancellazione dei propri valori, tradizioni, abitudini e stili di vita.
In una parola, della storia.
L’identità di ognuno (con appresso i diritti inalienabili) è diluita, anzi sciolta, nel calderone del bieco liberismo tecnocratico.
E il consumismo diventa uno dei precetti di questa nuova ed ecumenica religione monoteista (Deus Pecunia).
Da anni Massimo Fini sostiene che “Non si produce per consumare, si consuma per produrre”.
Hanno infestato pure la semantica per raggiungere il loro scopo: termini rassicuranti, suadenti, pregni di positività in aggiunta ai soliti vocaboli inglesi.
Si scrive riforme, flessibilità e spending review ma si legge tagli, annullamento di tutele e diritti, ingiustizie e privazioni.
In questa realtà capovolta i riottosi a questo allineamento sono visti come dei gufi rosiconi, dei disfattisti, dei neo-conservatori e financo degli oscurantisti reazionari, che non hanno capito che il Mondo è cambiato, che ci sono nuove opportunità, bla, bla, bla.
Ecco, molto prosaicamente e parafrasando il Renato Pozzetto de La patata bollente, se posso esprimermi con parole mie devo dire che queste nuove opportunità ci hanno proprio rotto il cazzo.
E’ l’evoluzione della strategia della tensione: allora si agitava lo spettro dello stato di emergenza, oggi quello dello spread.
In Italia non abbiamo mai avuto un bel rapporto con la sovranità, politica od economica che sia.
Capita con chi si conosce solo di vista.
Moriremo democristiani e di vincolo esterno.
A livello europeo, occorre dirlo, un abbozzo di difesa a questo abominio (almeno a parole) giunge più dalle formazioni della destra sociale che da quelle della sinistra radicale, ovvero di ciò che è rimasto della sinistra.
Quei temi però, in mano a certe forze politiche con una certa storia alle spalle, rischiano di diventare clavi per l’antico vizietto all’autoritarismo.
Il rigetto del liberismo 2.0 e la difesa incondizionata alla propria sovranità dovrebbero essere i capisaldi ed i mantra di qualsiasi forza politica che si definisca popolare, cioè vicina al popolo.
Per vederle invece accostate a forze socialiste bisogna andare solo in Sud America, al che i dubbi se ancora valga la pena farsi stereotipare in destra e sinistra aumentano.

E’ vero che la storia è sempre stata fatta dalle élite e mai dal popolo, ma quest’ultimo sembra che faccia di tutto per giocare un ruolo marginale – se non passivo – nelle partite che lo riguardano.
Diventando correo del proprio omicidio.

Condominio Italia

11 Giu

In una qualsiasi città d’Italia gli abitanti di un appartamento esternano tutto il loro malcontento per la gestione – ormai ultra-decennale – di un navigato amministratore condominiale.
Pressapochismo, problemi rimandati, scuse seriali, disservizi, spese lievitate inspiegabilmente, l’inefficienza entrata nel regolamento condominiale, estratti conti perennemente in affanno, la sensazione diffusa di vantaggi personali nella gestione di una cosa pubblica, la consapevolezza di essere manovrati da poteri infinitamente più forti.
Ecco per sommi capi cosa pensano gli inquilini della gestione del loro amministratore.
Peccato che la tanto agognata assemblea da possibile tappa rivoluzionaria si trasformi in un trionfo per il restauratore che da anni ha soverchiato la volontà popolar-condominiale.
Entrati da incendiari, i poveretti sono stati disinnescati dallo scafato mammasantissima delle palazzine e sono usciti mansueti come degli agnellini.
Un po’ male minore, un po’ unica soluzione, un po’ obtorto collo: semplice la ricetta dell’imbonitore et voilà, l’iconografia anche stavolta (l’ennesima) è stata ripulita e la poltrona mantenuta.

Sostituite agli inquilini gli elettori ed al manigoldo-amministratore i nostri politici e scoprirete che il risultato non cambia.
La situazione che stiamo vivendo non si è certo creata da sola, legittimare ancora quelle persone, quegli apparati (e quei poteri che rappresentano) sperando che risolvano i problemi che proprio loro hanno creato (con colpa o con dolo, scegliete voi) è un esercizio di puro masochismo.
Esistono delle perversioni decisamente più divertenti.
L’assenza di alternative (saper fare una buona opposizione non è sinonimo di saper anche governare) è solo una scusa che in mano alla vecchia partitocrazia diventa un mantra soporifero da spruzzare.
Basterebbe evitare di rieleggere questi professionisti del declino e le loro versioni edulcorate 2.0 (ovvero il simulacro del rinnovamento).
Non è difficile.
Gli italiani hanno uno strano rapporto col cambiamento, quasi avessero una margherita da sfogliare: o quello sbagliato o quello gattopardesco.
Prima scelgono il partito per cui votare poi – in funzione di esso – (s)ragionano di conseguenza.
L’onestà intellettuale ed il buonsenso chiederebbero il contrario.
E’ più faticoso informarsi e ragionare con la propria testa che tenere il loro atavico approccio dogmatico.
Ma qualche danno, forse, verrebbe evitato.

Indro Montanelli affermava che “In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire”.
Un Marco Travaglio decisamente icastico ha aggiunto qualche anno più tardi “Quando uno si informa è molto più difficile prenderlo per il culo”.

Ok, l’età è giusta!

24 Mar

La Terza Repubblica è nata sotto l’effigie della rottamazione, del ricambio generazionale in senso lato: aut aut – ai quali è oggettivamente difficile rimanere indifferenti –  per solleticare ancora gli esangui italiani.
Così è (se vi pare): non si rimborsano i biglietti.
Che siano i prodromi di un cambiamento autentico, fasullo o gattopardesco lo sapremo presto.
A vedere come sono sciorinate queste taumaturgiche riforme – alla stregua dei punti per il mitico concorso Vinci Campione della Ferrero, oggi la maglia della Nazionale, da domani pensiamo alla tuta – verrebbe da scommettere sulle ultime due ipotesi.

Allarghiamo la visuale ai concetti di età, giovinezza e quindi anche vecchiaia.
Quando si comincia ad invecchiare?
Una delle definizioni più beffarde ci suggerisce quando il tuo idolo sportivo o musicale è più giovane di te.
(Lo so, state tutti abbozzando qualche conteggio…).
Parimenti, quando ci si può ritenere ancora giovani?
Fintanto che un progetto, un obiettivo od una priorità ci stimolano la mente e/o il fisico.

Nel complicato intreccio fra la vita, le sue emanazioni e l’età non esiste, come per le opere d’arte, il recul (ovvero la corretta distanza per osservare un quadro).
Si cambiano continuamente l’angolo della visuale, le percezioni e financo i giudizi universali.
Se non esiste quindi una prospettiva giusta, c’è sicuramente quella sbagliata.
E l’Oscar per la migliore interpretazione spetta a questi paradossi temporali viventi (perennemente anacronistici): nonne al silicone, giovani-vecchi, donne-bambine, eterni Peter Pan, ex sfigati in gioventù (ma neanche tanto ex) in cerca di rivincite e quindi vendette.
Fanno più danni loro di Mexes al centro di una difesa.

In gioventù si giudicano le persone coi parametri sportivi: giovani fino ai 25, ai 30 si raggiunge la maturità e in un attimo il declino, ai 40 ecco l’oblio ed i vecchi sono quelli da 50 anni in su.
Curioso poi come le quarantenni di qualche decennio fa sembrino le mamme di tante Milf di oggi.
Sfido chiunque a conciare il proprio bimbo come in quella foto che ci ritrae al parco.
Oltre alle scodelle sembra che anche certe espressioni siano rimaste in quelle frazioni spaziotemporali.
Per i virtuosi della basetta (mi avete beccato…) i calciatori degli anni ’70 rimangono delle chimere irraggiungibili, nemmeno con la clonazione o con colture intensive del proprio manto barboso.

La società di oggi non tollera i vecchi – i vecchi non devono essere vecchi – e sussiegosa ed ipocrita com’è, gli ha risparmiato l’onta di quel termine, vecchio appunto, sostituito con un più elegante anziano.
I vecchi non possono invecchiare, sono tanto emarginati – e qui è il paradosso – quanto indispensabili.
Nel patto fra generazioni si sono invertiti i firmatari senza che nessuno lo autenticasse.
Eppure c’è tanto bisogno dei loro racconti per troppi bambini cresciuti più a touch screen che a favole & latte.
Sul tema, una gag che unisce tenerezza e divertimento.
Bar di una paese, età media sull’ottantina, scambi di battute che sembrano sentenze, prende la parola un inconsapevole filosofo “…Perchè i vec d’una volta ierne furb…”

Se è vero che il baronismo è uno dei mali che affligge l’Italia (non il solo e nemmeno il peggiore) è da sfatare anche l’assioma giovane uguale migliore.
L’antipasto lo abbiamo visto servire nel Sessantotto , quando i figli di papà di cui parlava Pasolini puntavano già a dirigere un giornale piuttosto che fare la rivoluzione (Massimo Fini docet).
Certi anziani, vecchi o maturi che dir si voglia sono molto più consistenti di certi giovincelli della nostra generazione (https://shiatsu77.wordpress.com/2014/01/03/i-nostri-primi-quarantanni-o-giu-di-li/).
Normale perciò essere attratti e cercare stimoli più da inni di altre generazioni – penso a Gaber con La mia generazione ha perso, a Come Savonarola di Eugenio Finardi, a un’eterna Nun te reggae più di Rino Gaetano o alle tante poesie di Battiato e Renato Zero, e ne mancano parecchie – piuttosto che dalle melliflue banalità in salsa buonista di Jovanotti e simulacri simili.

I rimpianti ed i rimorsi sono dei compagni di viaggio che possono diventare molto rumorosi.
Per evitare ciò – piuttosto che guardare al passato – sarebbe meglio pensare a cosa fare per non averne in futuro.
Facile a dirsi.

Farai carriera:aggiornamenti da scaricare

1 Dic

Per scrivere un articolo ironico avrei potuto parlare dei nuovi testimoni americani (quindi sinonimo di estrema sincerità e correttezza) che scagionerebbero il Pregiudicato e Decaduto Berlusconi, ma la fantascienza non mi ha mai attratto.
Torno invece sul mondo del lavoro.
O meglio, sulle sue distorsioni.
Alle aitanti categorie illustrate in Farai Carriera (https://shiatsu77.wordpress.com/2012/10/27/farai-carriera/) ve ne sono da aggiungere altre due.
Si tratta sempre di figure mitologiche: corpo di uomo, testa di cazzo.

Problem non solving
Hanno confuso la loro attività col martirio.
Credono che la crescita professionale vada in parallelo con la sofferenza.
Immolano la propria vita (e quella di quei poveracci che hanno la sventura di viverci assieme) per il (presunto) bene aziendale.
Lavorare ben oltre il normale orario (e nei festivi) è la regola.
Cazzi loro, direte.
Non proprio, perché col loro integralismo (non richiesto) mettono in cattiva luce chi riesce ad organizzarsi e a lavorare sodo (e bene) nei tempi canonici, dimostrando quindi una produttività ben superiore rispetto a questi invasati.
Non conoscono la parola malattia: si recano al lavoro con i più improbabili virus riuscendo – in quei giorni – a farsi veramente compatire: loro si sentono eroi, ma sono solo degli untori per gli sventurati colleghi.
Altra dote taumaturgica è il saper rovinare l’ambiente in cui lavorano, il percorso di carriera dei colleghi normodotati e financo l’immagine dell’azienda.
Chapeau.
Asseriscono di voler risolvere i problemi, ma in realtà godono ad essere nella merda, una condizione che il Signore ha riservato ai migliori (cioè a loro).
E’ un misto fra una forma di masochismo latente e una sindrome di Stoccolma 2.0.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha attivato una task force per studiare il problema di questi schiavi che invocano la frusta.
Hanno accolto con immensa gioia la consegna del Blackberry aziendale (dalla contentezza pare abbiano perso anche qualche goccia di pipì): essere sempre rintracciabili, rinunciando alla già inesistente vita privata, li ha fatti esultare come Tardelli ai Mondiali dell’82 e poter inviare un’e-mail alle 23:47 di sabato per loro non ha prezzo.
Sono odiati dai colleghi, dai clienti e dai fornitori (un ecumenismo involontario).
Logico che stiano scalando i vertici aziendali.
L’esperienza più inebriante che hanno avuto negli ultimi 4 anni è stato un improvviso (ed inaspettato) irrigidimento del pene quando un superiore li ha citati quale esempio per tutti.
La categoria comprende anche il gentil sesso.
Generalmente le Signore del martirio aziendale sono acide come il siero lasciato due giorni alla randa del sole e l’ultima volta che hanno pronunciato (e capito) una battuta risale a quando Fabio Fazio compì un atto coraggioso.
Come tutti i fanatici dedicano molto tempo al reclutamento di nuovi adepti:prestate la massima attenzione.

Spetteguless
Se fossero una canzone sarebbero Maledette malelingue di Ivan Graziani.
E’ una categoria interclassista essendo presente a qualsiasi livello dell’organigramma aziendale.
Sono visceralmente interessati a tutto ciò che non li riguarda e credono che le disgrazie altrui servano ad alleviare le loro (intelligenti, eh?).
Questa inutile e dannosa categoria della società (li metto nel mio podio virtuale) ha come stilema il proferire un tourbillon di insulti e critiche all’assente di turno.
Più forti in gruppo che da soli, sono abilissimi tanto a far girare i pettegolezzi quanto a crearne di nuovi.
Ipocriti, maligni e con una robusta coda di paglia, quando possono scatenare il loro livore – dandosi manforte l’uno con l’altro – raggiungono il loro parossismo.
Se mettessero tanto impegno nel loro lavoro (per il quale sono pagati come gli altri) come ne mettono nello sparlare, l’azienda raddoppierebbe il fatturato.
Confidarsi con loro garantisce la stessa riservatezza di una notizia nelle mani di Alfonso Signorini od Aldo Biscardi.
Sono refrattari a qualsiasi critica ed impermeabili persino ai riti voodoo: niente da fare, il loro animo “…ancora spruzza il suo veleno, fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi…”(cit.).
L’unica soddisfazione resta quella di dirgli che il nonno di Zanetti è vissuto fino a 103 anni.
Perché si faceva i cazzi suoi.

Mamma ho perso il papà.Il giorno dopo

20 Ott

Lo sapevo che l’ultimo articolo (https://shiatsu77.wordpress.com/2013/10/18/mamma-ho-perso-il-papa/) avrebbe suscitato reazioni contrastanti anche fra gli afecionados del blog.
L’ho scritto anche per questo (diciamo la verità: provocare è bello).
I complimenti piacciono, inutile negare l’evidenza.
Pavoneggiarsi un pò (ogni tanto) non fa male e serve a compensare le delusioni.
Fanno molto piacere però anche le obiezioni, le critiche o comunque il dissentire.
Specie quando provengono da una persona con la quale da più di 20 anni condividi tanto.
Mi riferisco al botta e risposta (visibile nei commenti in calce all’articolo) col mio amico (ed ex compagno di banco) Mauro.
Nei commenti di Mauro c’è proprio Mauro: ha parlato di un dramma che gli sta molto a cuore (ed anche a me, tanto da ribattezzarlo come un Male Assoluto) – ovvero la violenza sessuale da parte di uomini della Chiesa – ma siccome quando si parla di preti e tuniche la sua capacità di autocontrollo ricorda quella di Begbie (Trainspotting, nda) credo abbia compiuto un paralogismo di troppo.
La situazione descritta da Mauro (dopo Gennaro Carotenuto il massimo esperto del Sudamerica) è proprio il simulacro di una famiglia, anzi il suo abominio.
Sono favorevole al matrimonio fra gay (non l’ho scritto nell’articolo) ma credo che per un figlio la figura materna sia imprescindibile (biologica o meno, Konrad Lorenz insegna), come anche il rapporto col papà.
E questo una coppia omosessuale non lo potrà mai offrire.
Sulla questione le nostre idee rimarranno divergenti (e meno male, altrimenti sembreremmo Sandro Bondi e sua moglie), capita (e non è un peccato) quando con una persona si discute e ci si confronta su tutto.
Mi auguro solo (anche perché avrei paura della mia reazione) di non ricevere un “Mi piace” da Pierferdinando Casini o dalla Cei.